Una propalazione del 1833

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Taggia, Piazza Cavour – Monumento ad Eleonora Curlo, madre dei patrioti fratelli Ruffini

Fondamentale, per i procedimenti contro i mazziniani arrestati nel 1833, fu la PROPALAZIONE di PAOLO PIANAVIA VIVALDI, nato a Taggia nel 1805 dal Marchese Guglielmo Pianavia Vivaldi, Prefetto a riposo.

Il Paolo Pianavia Vivaldi fu iniziato alla “Giovine Italia” dai compagni di infanzia Giovanni e Iacopo Ruffini.

Il Pianavia fu messo di fonte alla realtà di fatti che lo inchiodavano da un’altra delazione, quella del furiere della Brigata Cuneo tal Domenico Ferrari (nato nel 1808 a Taggia da Giacomo e Rosa Mandracci), che fu indotto a confessare, coinvolgendo totalmente il Pianavia, dall’ipotesi di un’accoglimento da parte del Re di una richiesta di clemenza per la pena capitale che comunque avrebbe dovuto subire.
Come sarà poi scritto nella sentenza della condanna effettivamente eseguita, lo sventurato ottenne questa “clemenza” e non fu fucilato a segno di grave infamia alla schiena, ma venne fucilato in fronte, come avevano diritto i galantuomini per quanto coinvolti in crimini perseguibili con l’esecuzione capitale.
Le prove addotte dal Ferrari contro il Pianavia erano inoppugnabili e documentate: il tenente, sconvolto dall’idea della morte che aveva già falciato alcuni suoi commilitoni ad Alessandria, non ebbe l’ardimento di continuare di negare il suo coinvolgimento nella cospirazione e preferì seguire la via consigliatagli dai giudici, quella di denunciare i compagni fidando nella clemenza del Sovrano Sabaudo.
Inoltrò quindi il 16 luglio questa PETIZIONE DI CLEMENZA al Re: “Io, Paolo Pianavia, Ufficiale del secondo Reggimento Brigata Aosta, prego Sua Eccellenza il Governatore di mettermi ai piedi di Sua Maestà e implorare la di lui clemenza a mio riguardo. Mi offro in compenso di far rivelazioni importanti e scoprire, per quanto da me dipenda, tutti li congiurati che ancora esistono nella città di Alessandria in libertà, quelli della città di Casale, nella città di Vercelli, di Torino e di Genova. Quanto poi alle città di Torino e di Genova potrò nominare i capi, dirò i segni che hanno di ricognizione in Genova ed in Torino. Non dirò degli altri perché variano in tutti i paesi: dirò insomma come è formata questa setta [la “Giovine Italia”], il loro giuramento, dirò dove si doveva principiare e da quale parte si aspettavano i rinforzi“.

Ottenuta promessa di regale clemenza il Pianavia rilasciò la sua PROPALAZIONE.

Successivamente il generale Galateri al 5 agosto 1833 fissò la comparizione del Pianavia di fronte al “Consiglio di Guerra”.

Nonostante la sottile difesa del suo avvocato (Longoni) i Giudici militari non poterono far a meno di riconoscere la sua partecipazione alla cospirazione e conseguentemente emettere con la SENTENZA DI COLPEVOLEZZA la CONDANNA A MORTE (per approfondire l’argomento si rimanda a quanto scrisse da vero certosino della storia il compianto ALDO SARCHI).
Tuttavia il procedimento elaborato per salvare la vita al Pianavia Vivaldi era stato predisposto con efficienza. Dopo che la SENTENZA DI MORTE fu trasmessa al Governatore questo, la sera dello stesso giornò, ne ordinò la SOSPENSIONE in funzione delle “rivelazioni importanti fatte dal condannato.
Soltanto due giorni dopo il Sovrano Sabaudo, per via segreta, concedeva al PIANAVIA la GRAZIA DELLA VITA commutando la durissima pena in quella di 10 ANNI DI CARCERE.

Anche Giuseppe MAZZINI intervenne su questa terribile condotta del PIANAVIA ma usò parole notevolemnte compassionevoli per l’antico cospiratore che si era fatti infame e vigliacco per salvarsi la vita: “Le rivelazioni dell’ufficiale Pianavia Vivaldi sono la principale sorgente di tutti gli arresti. Costui era tutt’altro che agente provocatore; la paura della morte lo ha fatto infame. Sette sergenti gli furono fucilati sotto la finestra in Alessandria mentre egli era in prigione e l’ottavo doveva essere egli stesso ove non rivelasse. Un suo fratello avvocato fu mandato da genova per indurlo a confessare. Ogni specie di tormento morale fu messo in opera ed egli rivelò. Fatto il primo passo sulla via dell’infamia, si vide perduto nell’opinione dei buoni, rovinato con i patrioti e si lasciò trascinare a percorrerla tutta. Ora par preso da una febbre di rivelazioni: il Governo, con continue minacce, con un dirgli incessantemente ‘non basta, non potete fuggire alla morte ove non riveliato altro’ lo riduce a false accuse contro chi è innocente. Chi è più infame tra lui e il Governo? Il popolo atterrito dai primi colpi incomincia ora a sollevare il capo, mormora altamente. In Alessandria per tutto vi è fermento, un grido di orrore contro il Governo e contro il Generale Galateri, Governatore della città“.

da Cultura-Barocca

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Da Dolceacqua un elogio seicentesco di Ventimiglia (IM)

Dolceacqua (IM): ex Chiesa di Rostagno (XVII sec.)

L’erudito medico di Dolceacqua (in Val Nervia, nel ponente dell’attuale provincia di Imperia), GIOVANNI PAOLO FENOGLIO, fu solo uno dei tanti letterati che DOMENICO ANTONIO GANDOLFO successore dell’Aprosio come Bibliotecario dell’Aprosiana raccolse intorno alla grande LIBRARIA di Ventimiglia (IM).

Tra i personaggi di cui la Biblioteca nei suoi primi anni di esistenza collezionò opere e contributi, solo a titolo di parziale esemplificazione, si possono ricordare:

CAMILLA BERTELLI MARTINI DI NIZZA – CRISTOFORO DE GIUDICI – DOMENICO COTTA SISMONDI – TEOFILO RINALDO (TEOFILO RAYNAUD) DI “SOSPELLO” – VINCENZO LANTERI (?) – FILIBERTO GIACINTO GANDOLFO – AMBROGIO GALLEANI DI VENTIMIGLIA – GIOVANNI GIROLAMO LANTERI – MICHELE OTTAVIO BOLINO DI ALBENGA – GIACOMO MARIA MARESCIANO DI LOANO – AGOSTINO MARIA BOGGIA DI SAVONA – OTTAVIO MARINI DI ONEGLIA – TOMMASO ROLANDI DI CERVO – ROBERTO APROSIO DI VENTIMIGLIA – GIOVANNI BATTISTA REBAUDI DI CASTELVITTORIO – GIOVANNI FRANCESCO MARTINI DI NIZZA – PAOLO AGOSTINO ORENGO DI VENTIMIGLIA – GIACOMO ANTONIO DE LORENZI – GIOVANNI PAOLO FENOGLIO DI DOLCEACQUA – MARCO ANTONIO ORENGO – PASQUALE BERTA DI CAMPOROSSO – GIOVANNI BATTISTA COTTA – ARCANGELO DAVIO DI TENDA – PAOLO AGOSTINO APROSIO – FILIPPO AICARDI DI CAMPOROSSO – PIETRO ANDREA TRINCHERI DI NIZZA – PIETRO CORVESI (CORVESIO) DI “SOSPELLO” – PIETRO GIOFFREDO DI NIZZA – G. B. CONRADI DA CUNEO – GIOVANNI BATTISTA APROSIO.

[per chi voglia approfondire la conoscenza di questi autori si possono CONSULTARE QUI GLI INDICI della silloge seicentesca LI SCRITTORI DELLA LIGURIA E PARTICOLARMENTE DELLA MARITIMA di Raffaele Soprani]

La coagulazione di questi dotti era dovuta alla prevista realizzazione (purtroppo mai avvenuta per il trasferimento di GANDOLFO AD ALTRO INCARICO RELIGIOSO A GENZANO DI ROMA) di una prestigiosa conventicola culturale, nominata a titolo proemiale “ACCADEMIA DEGLI OSCURI DI VENTIMIGLIA”.

Fu una prova evidente del grande operato del GANDOLFO, CHE SEPPE COMUNQUE MANTENERE ATTIVI sia LA FUNZIONALITA’ DELL’APROSIANA che I PRECEDENTI CONTATTI EPISTOLARI APROSIANI: rendendo altresì la “Libraria” una sorta di ESTEMPORANEO MA FATTIVO LUOGO DI AGGREGAZIONE PER DOTTI DEL LUOGO E NON SOLO = tutti meriti che gli vennero PUBBLICAMENTE RICONOSCIUTI DA STUDIOSI DEL LUOGO E DA VECCHI INTERLOCUTORI DEL MAESTRO.

In siffatto contesto di vivacità culturale può comunque esser interessante ritornare appunto sulla figura del citato medico di Dolceacqua GIOVANNI PAOLO FENOGLIO, che nella sua pubblicazione forse migliore o comunque all’epoca più nota, redasse un carme latino, nel quale, a testimonianza della gloria passata e presente di Ventimiglia, appare questo elogio della città, qui in traduzione moderna parzialmente proposto, con tutta la sua appassionata partecipazione:

Rallegrati di questa gloria
O Ventimiglia
Capo della Liguria occidentale.
I centri vicini sono solo membra,
Sono soltanto grazioso ornamento
Per il tuo dominante splendore.
……………………………
Alcuni [cittadini di Ventimiglia] brillarono per valore,
Altri per cultura, ed altri per devota pietà,
Questi ultimi chiusi nei sacri Chiostri
O nello sfavillare della potestà vescovile
……………………………..

Di poche parole si tratta, finalizzate nello specifico principalmente all’esaltazione della antica Diocesi intemelia (la zona della citata Ventimiglia), ma nel contesto vi si riscopre, senza dover troppo investigare tra le righe, l’appassionato recupero di tutta la considerazione che lo stesso Aprosio era già venuto in precedenza a maturare per la sua città natia, definendola “Città antichissima della Liguria, posta poco meno che negli ultimi confini della Liguria e di cui contro altrui opinioni ne redasse questo elogio barocco quale luogo ideale alla quiete e agli studi operosi“.

da Cultura-Barocca

Perinaldo (IM)

Dal 1288 Perinaldo (IM) ed il suo strategico territorio entrano a far parte della Signoria dei Doria di Dolceacqua.
Secondo i Diritti dei Doria del XVI sec. vengono ribadite per il borgo le identiche rubriche degli altri paesi colla variante del VI e VII cap. ove si stabilisce che i residenti debbano versare alla Purificazione in Febbraio 75 lire genovesi al Signore, che a Natale i bandioti debbano al Signore duo motones novellarii pingues…una crupa ovis optimae…e in festo Paschatis duo capreoli vel florenum unum pro libito voluntatis domini.

In Perinaldo, nel luogo detto la Loneta, i Doria possedevano poi due frantoi, in quello inferiore vi erano quattro botti grandi, due vasi lignei, di cui uno molto grande per contenere le olive e l’altro per riporvi l’olio, un’Hydria assai capace e quattro situlae.
Nel mulino superiore stavano invece tre botti grandi, tre piccoli tini, quattro situlae, una tineta, 34 sportulae, 2 corbulae, 2 anelli di ferro, ed uno strumento per aspirare l’olio d’oliva.
La rubrica 99 degli Jura o DIRITTI DEI DORIA menziona inoltre che a riguardo “Dei prati” il Signore di Dolceacqua ne aveva tre all’Alpicella (Arpexella), un altro sito al luogo “screpin” ed un altro ancora a “campi”.

Dal 1559 dopo la pace di Cateau Cambresis si succedono alterne vicende per la Signoria dei Doria in bilico nelle alleanze con la Repubblica di Genova od il Piemonte.

I rapporti fra i Doria ed i Savoia si guastano nel XVII sec. e nel 1625, durante la guerra tra Genova e i Savoia, la Signoria di Dolceacqua si allea con la Serenissima Repubblica di Genova.

Per reazione le truppe sabaude invadono i territori dei Doria: questi potranno rientrare poi in possesso del loro Dominio solo dal 1652 dopo aver prestato atto di vassallaggio ai Savoia ed aver visto trasformare l’antica Signoria in Marchesato, che da tal data entra del tutto nell’orbita politica piemontese.

Nel 1672, sorto un altro conflitto dei Savoia con Genova, il Marchesato viene invaso dalle forze genovesi ed il borgo di Perinaldo viene saccheggiato sì che la sua fortezza, posta sullo sperone ovest dell’altura a controllo delle vie di crinale, viene del tutto demolita (oggi ne sopravvive solo il nome nella “Piazza Castello”.

Da questo momento Perinaldo non patisce più altri danni ma entra nella crisi socio-economica dell’intero Marchesato, che entra in decadenza irreversibile dopo la distruzione del Castello di Dolceacqua durante la Guerra di Successione al Trono imperiale del XVIII secolo.
Esplosa la Rivoluzione francese ed affermatasi la stella di Napoleone, col trattato di Presburgo (28-XII-1806) Repubblica di Genova, Piemonte e tutti gli staterelli vicini diventano parte stessa dell’Impero francese.

Dopo la sconfitta di Napoleone (1814-’15) ed in seguito all'”Atto finale” del Congresso di Vienna (9-VI-1815) il Piemonte si trasforma in Regno di Sardegna, annettendosi il Dominio della soppressa Repubblica di Genova.

Non più contesa fra potenti rivali e non essendo più fortilizio sito su ambigui confini, Perinaldo prende a fiorire.

Da questo momento la sua storia si identifica con quella del Regno Sardo e, dal 1861, del Regno d’Italia.

Perinaldo, che gode di buon clima ed è immerso in un ambiente naturale molto bello, ha discrete risorse architettoniche.

Oltre alla sopravvivenza, ai lati est ed ovest di Piazza Castello, di due volte con copertura a botte (da collegare con le antiche fortificazioni) il paese si qualifica per la parrocchiale di San Nicola (o più precisamente della COLLEGIATA DI SAN NICOLA), la cui costruzione risale al 1489 anche se durante il ‘600 la chiesa venne modificata in linea col gusto barocco.
Nel 1887 il terremoto che demolisce Bussana e seppellisce centinaia di vittime nella parrocchiale di Baiardo, arreca gravi danni anche alla parrocchiale di Perimaldo, rovinandone l’abside, la facciata ed il campanile.
Per questo risultano oggi assai interessanti i restauri effettuati tra il 1966 ed il 1969 in forza dei quali l’antica chiesa si può oggi ammirare nella sua originale linea quattrocentesca, con l’armoniosa successione di belle colonne sormontate da capitelli cubiformi.

Tra il patrimonio della chiesa parrocchiale è da ascrivere una tela, denominata comunemente Delle Anime, datata della II metà del ‘600 ed attribuita alla scuola del Guercino (Giovanni Francesco Barbieri, da Cento).

Perinaldo (IM) – Il Castello Maraldi

Ancora dignitoso compare l’edificio del Castello Maraldi dimora, tra XVII e XVIII sec., degli astronomi e cartografi Cassini, Maraldi e Borgogno.

Il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA VISITAZIONE sorge non lontano dalla storica STRADA DEL VERBONE su di un poggio che guarda a nord verso il paese.
Si tratta di una CHIESA CAMPESTRE eretta nel 1600 dagli abitanti di Perinaldo: sarebbe stata collocata in tale posizione, in linea del meridiano ligure, su proposta di GIANDOMENICO CASSINI.
Dopo un lungo abbandono il SANTUARIO fu restaurato per volontà popolare e riconsegnato alla pratica della fede il 22-8-1965 come si apprende da una iscrizione sulla facciata: sull’ingresso in pietra arenaria domina una STATUA DELLA VERGINE mentre sopra l’altare è stata posta una tela raffigurante la MADONNA DELLA MISERICORDIA.
Nel dialetto di Perinaldo la CHIESA è detta MADONA RU POGIU RU REI cioè “Madonna del Poggio dei Rei”: secondo la tradizione tale nome le sarebbe stato conferito in quanto, secondo i canoni del DIRITTO INTERMEDIO, gli individui CONDANNATI A PENE CORPORALI dovevano procedere in una sorta di corteo tutto intorno il SANTUARIO iindossando ABITI DA PENITENTI, PORTANDO UN PARTICOLARE CAPPELLO SE NON UN CAPPUCCIO.
La tradizione non è affatto priva di fondamento.
Non era per nulla raro nel passato il caso di REI (come meglio si indicavano le persone giudicate COLPEVOLI DI REATI, per motivi religiosi o civili, costretti a compiere dei percorsi obbligati in vari luoghi pubblici: ciò lo si ricava dalle norme di molti STATUTI CRIMINALI E CIVILI e, su scala più estesa dal DIRITTO PENALE E CIVILE DEGLI STATI.
La pena più temuta, secondo gli STATUTI DI GENOVA [che son poi simili se non più miti di altri, compresi quelli dei SAVOIA] era di PROCEDERE TRAINATI DA UN ANIMALE SIN AL LUOGO DELLA PENA ed in particolare, fra vari tipi di CRIMINALI [dannati alla pena di caminare (spesso a stento dopo le TORTURE RICEVUTE PER OTTENERE UNA QUALCHE CONFESSIONE) sotto lo sguardo inflessibile del BOIA E DEI SUOI SERVENTI sin a determinati luoghi di culto nel presso dei quali essere poi puniti sotto gli occhi di tutti], in particolare molto di frequente comparivano i LADRI.

da Cultura-Barocca

Predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…

L’ala dell’ex Convento di Sant’Agostino a Ventimiglia (IM), dove Angelico Aprosio installò la sua Biblioteca, la “Libraria”

A prescindere dal fatto che la golosità rientrava tra i peccati capitali, certo poco consona ad un religioso qual era, Ludovico Angelico Aprosio, detto “il Ventimiglia”, ben sapeva che l’esternazione su di lui quale poeta, nel senso di stravagante ed irrequieto, era anche connessa al giudizio di esser seguace di una vita da opsofago amante con i piaceri del locus amoenus, cercato anche in Ventimiglia, e delle gioie della tavola alla stregua dei Depnosofisti di Ateneo. Non esclusa la passione per il vino, preclusa con altre costumanze ai religiosi qual causa di crapula ed ebrietas, che gli causò non pochi attacchi da parte di Arcangela Tarabotti sin ad esser nominato da lei, nel contesto di una celebre polemica fra i due su femminismo e antifemminismo, “predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…“.

Ma ecco, nei “ricordi pieni di rabbia” entro la “Biblioteca Aprosiana”, come, in effetti, ancora nel 1673,  Aprosio giudicava l’Antisatira della sua antica amica diventata nemica, la suora “femminista” ante litteram Arcangela Tarabotti, il suo lavoro a difesa delle donne e quegli attacchi della suora che lo avevano lasciato, forse, senza respiro.

All’Ode XII del Nebulo Nebulonum di G. Flitner è accorpata appunto questa icona con il motto Hic merdam cribrando movet, apertamente riferita nel citato testo aprosiano all’agire di Arcangela Tarabotti.

Dovere filologico impone comunque di rammentare che l’acre e, per quanto erudita, certamente “volgare” espressione aprosiana avverso la Tarabotti trae il destro dal fatto che la suora veneziana per prima – dopo la grave alterazione dei suoi rapporti con Aprosio – apostrofò, come si evince dalle lettere della donna, pesantemente “il Ventimiglia” quale “predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…“, alimentando, sulla linea della sua fama di frate buongustaio e amante del buon vino, oltre che di raccoglitore di rarissime opere di enologia, la pericolosa pubblica nomea di “frate ubriacone“.

In effetti Aprosio si rivela ombroso specie quando si fa riferimento al suo passato “libertino e veneziano dell’Accademia degli Incogniti”. Quasi ne sia rimasto “scottato”, preferisce negli ultimi tempi parlare apertamente solo di “ubriachezza” quale vizio contro cui ha preso a combattere come Vicario dell’Inquisizione.

Anche per cercare, invano, di dissipare del tutto il retaggio ambiguo e negativo dell’appellativo di “poeta”, datogli a Venezia dal reggente Campiglia: poeta nel senso però di spirito bizzarro ed imprevedibile, anche impulsivo e non raramente litigioso, comunque non del tutto ancora avvezzo alla vita conventuale. Sì che, ben oltre i possibili interventi del buon Campiglia, sentite alcune voci,  Aprosio aveva temuto che si presentasse anche a lui, per indurlo a più consono comportamento, minacciosamente cinto di spada (come era suo costume e come aveva fatto contro altri) il potente ed intransigente Nunzio Apostolico di Venezia, Francesco Vitelli.

Il rispettoso formale comportamento di poi assunto da Aprosio non impedì,prescindendo dal delicato ma sempre risolvibile problema dei suoi reali rapporti con le donne e specificatamente con i “libri delle donne controcorrente, revisioniste e/o ribelli”, la persistenza a suo carico – quali maschere riflettenti antichi costumi – di almeno 10 interrogativi su pregresse stranezze comportamentali.

da Cultura-Barocca

 

 

Lo scomparso mosaico delle quattro stagioni di Albintimilium

“Eccole intanto la notizia del mosaico e la sua descrizione che comparve sull’Osservatore del Varo di Nizza. Mentre nel gennaio dell’anno 1852 i coloni della valle episcopale di Nervia [zona di levante di Ventimiglia (IM)] stavano scavando alcuni fossi a fine di piantarvi dei magliuoli, incontrata un’insolita resistenza s’avvidero d’aver sotto i piedi uno stupendo pavimento a mosaico.

Sgombrato tosto l’alto strato di arena che lo tenea ricoperto, si trovò circondato di mura non più alte di un metro, da tre lati delle quali apparivano i vani di tre porte, presentandosi il mosaico chiuso dentro un rettangolo della lunghezza di tre metri e settanta centimetri, e della larghezza di due e cinquanta.
Incominciava esso con una lista di lapillo nero di 1/100 di larghezza seguita da una fascia bianca di lapillo larga 5/100. Seguivane una seconda nera che veniva a contornare un fregio composto di tutti triangoli isosceli di lapillo nero in fondo bianco, toccando il vertice del primo triangolo la base al mezzo del secondo volto per lungo. Una terza lista girava in varii sensi disegnando l’ opera tutta in differenti quadri quadrilunghi della larghezza di 25/100 entro ai quali in mezzo a due piccole liste bianche girava attorno un rabesco, specie di treccia, con piccole zone ripetutamente colorate di bianco, celeste e giallo di bella e dolce armonia , e in mezzo di questo in fondo bianco vi era una specie di rosone pur di varie tinte, cioè di nero, bianco, rosso, celeste, giallo e cinerino saggiamente combiniti. Nel mezzo del grande spartito veniva disegnata uua stella di 47/100 di diametro con otto rombi, composti di liste bianche in fondo nero, dal centro della quale si partivano otto raggi o liste nere, dalla direzione delle quali restava divisa tutta l’opera, con una regolarità singolare; ad una certa egual distanza da questa stella ve ne erano altre otto, in tutto consimili, che poggiando i loro centri sui lati di un quadro perfetto si volgevano tre per tre intorno alla medesima. Nei differenti riquadri che nascono dal maraviglioso gioco di queste stelle, ve no sono quattro maggiori , larghi 52/100. In mezzo dei lati del quadrato in senso opposto vi sono a contatto altri piccoli quadrati di 24/100 per lato, e nei due di fianco vi è disegnato a piccole zone colorite di giallo scuro, celeste, grigio e nero in fondo bianco il così detto nodo gordiano.
Ad ognuno poi dei quadrati maggiori in mezzo a due liste bianche gira all’intorno un rabesco colorito, specie di treccia, simile in tutto a quel di sopra narrato. E in mezzo a ciascuno di questi quadrati dopo il rabesco, entro una lista nera, vi è un quadrato ove in fondo bianco viene mirabilmente effigiato in minutissimo lapillo un busto rappresentante per ordine le quattro stagioni.
L’Inverno tien rivolta la tosta in un drappo celeste che con bel garbo gli discende dal lato sinistro a ricoprire il collo e il petto, e dalle spalle esce in alto una specie di palma o alga, quasi indicando che egli non è privo di vegetazione.
Si trova nel secondo quadretto la Primavera e come stagion de’ fiori amica è inghirlandata di fiori di diverse specie e colori; un largo nastro rosso lacca le discende scherzosamente fra l’omero e il petto.
Segue nell’altro quadrato opposto l’Estate voltata alquanto verso il centro con varii mazzetti di spighe in testa, per lo più gialli; v’ha qualche spiga verde con qualche fioretto roseo, specie di papavero campestre, che artisticamente rompe quella monotonia gialliccia. Due nastri similmente le discendono dietro all’occipite verso le spalle e sono di un roseo che tira all’arancio.
Viene per ultimo l’Autunno, giovane figura rubiconda e maschile, coronata di fiori rossi e verdastri con foglie verdi e gialliccie, ove si potrebbe ravvisare ancora qualche ramoscello di uva.
Ch’ il crederebbe! di così peregrino capo lavoro d’arte non resta più che un solo quadro incastonato in un muro dell’atrio del palazzo vescovile a Latte.

Nè migliore sorte toccava ad un secondo pavimento pure a mosaico, scoperto nell’Ottobre dello stesso anno in un terreno attiguo, il quale rappresentava Arìone seduto sopra un delfino, simile in gran parte a quello riferito dal Furietti, e scoperto nello scorso secolo in Roma presso porta Capena. Si è appunto fra le macerie che stavano intorno a questo mosaico, che si trovò il frammento d’iscrizione dicente :
DEDICAT-A-T-Q-E-P-
Spero di farle tenere fra non molto una più estesa narrazione di tutte le anticaglie, oggetti d’arte ed iscrizioni, da due secoli in qua dissotterrati in quella pianura.
Di Ventimiglia 27 Febbraio 1873.
Girolamo Rossi”
[Un antico mosaico a Ventimiglia. Lettera al ch. professore Teodoro Mommsen in “III – MONUMENTI” del “BOLLETTINO DELL’ ISTITUTO DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA PER L’ANNO 1873” – ROMA, COI TIPI DEL SALVIUCCI, Piazza SS. XII Apostoli, 50 1873 – N.° I. – II di Gennaio e Febbraio 1873, pp. 26 – 29]

da Cultura-Barocca

Un cameo del Seicento

Angelico Aprosio ebbe un importante cameo (o cammeo) cioè una breve ma basilare apparizione entro il romanzo seicentesco La Rosalinda. Ne La Rosalinda di Bernardo Morando, romanzo celebre nel ‘600, trattante la fuga di due innamorati cattolici dall’Inghilterra, ma anche il viaggio a seguirli dell’amico calvinista Edmondo, dopo un naufragio sul lido di Taggia convinto alla Conversione da padre Egidio. Conversione che avvenne nella Cattedrale di Ventimiglia, ornata incredibilmente di fiori, ulivi, palme, tappeti, arazzi, sotto la guida di Angelico Aprosio. Il cameo in cui si sviluppa la figura di Aprosio è però anche ricco di osservazioni sulla Ventimiglia dell’epoca.

Il luogo fu destinato nella Cattedrale di Ventimiglia, città indi poco discosta, il tempo, torto che Edemondo fosse in termine per consiglio del medico di licenziarsi dal letto, il che speravasi fra pochi giorni: e il modo con quella maggiore solennità che per loro possibile fosse. Volle il P. Egidio prender egli stesso di ciò l’assunto. Licenziatosi pertanto con teneri abbracciamenti dal figliolo nuovamente da lui con lo spirito generato, e raccomandato a quei padri particolarmente alla continua assistenza del P. Raffaele, andò a prendere quanto era d’uopo. Si trasferì a REZZO luogo non molto quindi lontano ove trovavasi come in proprio suo Feudo il Marchese Nicolò suo fratello: ivi da Genova egli poco prima s’era ridotto, per ischermirsi dagli estivi colpi, in quel luogo che situato sopra di un colle può godere i freschi fiati di Zefiro lusinghiero, anche sotto noiosi latrati di Sirio ardente. Informatolo del successo [la conversione di Edemondo] lo pregò ad onorare quella funzione [un ATTO DI FEDE ed un’ABIURA DALL’ERESIA] con la sua presenza, non solo, ma insieme con la sua liberalità, onde più splendida e più solenne ne apparisse. Quel Signore, che alle nobilissime prerogative del sangue accoppiava la nobiltà e la generosità dell’animo, più promise di ciò che fosse richiesto e più mantenne che non promise. Si trasferirono ambidue Vintimiglia, ed ivi concertato il tutto col Vescovo di quell’antica città, prelato, e per pietà di costumi e per grandezza di meriti, degno d’eterni encomi, fecero apparare superbamente la Chiesa, preparare solenne musica e disporre molte altre cose, a rendere più ragguardevole fa festa. Fu forse favorevole che si trovasse allora in quella città, ch’è sua patria, il Padre Angelico Aprosio, accademico eruditissimo, predicatore insigne, scrittore di libri famosi, soggetto per eccellenza di dottrina, per soavità di costumi, e per cento altri titoli, uno dei più ragguardevoli di cui si vanti oggidì la nobilissima religione agostiniana, il quale agli inviti del Padre Egidio accettò di buona voglia il carico di accompagnare con una sua predica adattata al soggetto la solennità di quel giorno…

I Romanzi del ‘600 elaborano intrecci a dismisura affrontando temi diversi; qui nel caso de LA ROSALINDA il momento della CONVERSIONE AL CATTOLICESIMO DEL CALVINISTA EDEMONDO finisce addirittura per trasformarsi in uno SPACCATO DI STORIA CIVILE E RELIGIOSA NON FACILMENTE RECUPERABILE DELL’ETA’ INTERMEDIA.

…L’accompagnarono (Edemondo ormai guarito) alla città di Ventimiglia, ove il medesimo Padre Egidio col fratello e con altri Signori lietamente l’accolse. La mattina, che all’arrivo di lui successe, riempitasi di spettatori la Cattedra [la CATTEDRALE della DIOCESI INTEMELIA ] e tappezzata di finissimi arazzi e risonante di musicali concerti, il conte Edemondo, prostrato sopra un tappeto a terra, davanti il Vescovo, ABIURO’ con alta e chiara voce tutti gli errori di Calvino e recitato poi il simbolo degli Apostoli e la parafrasi sopra di quello di Atanasio Santo fece solenne profession della fede. Indi ergendosi in piedi, con atto magnanimo e risoluto, pose la destra sul pomo della sua spada e giurò di mantenere e col ferro e col sangue, se d’uopo fosse, la verità infallibile della Fede, sotto l’obbedienza di Santa Chiesa Romana. Ciò finito si sentì risonare a piena musica il Rendimento delle grazie secondato dall’applauso e dal giubilo dei Circostanti, ma più dagli affetti del Convertito. Indi il Padre Angelico Aprosio con Elegantissima orazione, esaltando la Fede, abbattendo l’eresia e lodando il candidato suggellò quella nobilissima azione…

Ventimiglia (IM): abside della Cattedrale di Nostra Signora Assunta

Pare quasi scontato che nel romanzo di Bernardo Morando l’erudito Aprosio sanzioni con un’orazione l’abiura da tenersi nella chiesa cattedrale della città, atteso che ricopriva la carica di Vicario dell’Inquisizione nella Diocesi intemelia. In questa constatazione finale paiono davvero concentrarsi tutte le contraddizioni di un’epoca in cui da un lato la Chiesa occupava un ruolo temporale importante e spesso prepotente, ma nella quale contestualmente non mancava di segnalarsi anche positivamente per un assistenzialismo ai ceti meno abbienti in cui non di rado latitavano gli “Stati Laici”.

Il romanzo in quesione pone, inoltre, attenzione all’uso imposto e poi vieppiù ratificato di adornare chiese, conventi, santuari, luoghi sacri ecc. in occasione delle cerimonie importanti. Contestualmente all’esterno si provvedeva alla pulizia delle strade e delle piazze in genere abbastanza trascurate. Aprosio scrisse in merito a Ventimiglia (ma il discorso valeva per tutte le città d’Europa): “… potrebbero porger rimedio li Capitani, li Commissarii, o Governatori, che si appellino: li Sindici, o siano Consoli della Città: e lo farebbero, se fussero così zelanti del publico, quanto del proprio interesse…”

… con gravi conseguenze per la sanità con alta mortalità ed una serie di patologie e morbi (specialmente la malaria dovuta al mancato prosciugamento di paludi generate da esondazioni) contro cui nulla o quasi potevano la medicina ed i medici dell’epoca. E quindi, con giovamento per tutti (anche per attutire l’effetto di sgradevoli odori), nell’occasione di processioni e festività – come si legge in una “normativa per le processioni” del seicentesco intemelio Vescovo Mauro Promontorio – le vie erano pulite, infiorate ed adornate, anche con tralci di olivo e palme, anche lavorate usate all’epoca in molte con una precisissima distinzione tra i tempi di festività religiose, in cui salvo specifiche eccezioni qui riportate, era inibito dedicarsi al lavoro e non ancora ristrette a commemorare la sola Domenica delle Palme o Seconda Domenica di Passione]

da Cultura-Barocca

Il Regolamento Campestre di Diano San Pietro (IM) del 1822

Fonte: Riviera24.it

19 Maggio 1822
Ordinato di Consiglio della Comunità di Diano San Pietro intorno ad un statuto locale riguardo ai danni Campestri.
L’anno del Sig. re mille otto cento venti due, alli dieci nove del Mese di Maggio in Diano San Pietro. e nella solita sala delle Comunali adunanze di detto luogo giudizialmente avanti i1 Sig.re Pietro Paolo Saguato Castellano di detta Comune, ed asistenza di me Segretario infrascritto.
Convocato, e congregato l’ordinario Consigilo di questa Comune d’ordine del Signor Raffaelle Bonavero Sindaco, precedente il solito suuno della Campana Maggiore, e l’aviso verbale recatosi dal Serviente Comunale Luiggi Ghirardo come qui riferisce, sono intervenuti oltre il predetto Sig.r Sindaco li SSg.ri Gioani Batta Ugo, Antonio Roggero, e Noè Ugo Consiglieri componenti l’intiero Consiglio di detto Comune.
Al qual Consiglio come sopra legittimamente congregato, il prefato Sig.r Sindaco rappresenta, che dappoiché cessarono per le passate vicende i Regolamenti, e le pene imposte dallo Statuto di Diano in oggi soppresso riguardo ai danni Campestri, si è talmente esteso il numero de Dannificati, che ora mai non si cognosce più padrone delle proprie Campagne: onde per andare al riparo di tali inconvenienti, ed a contegno di tanti, che impunemente rubano le altrui sostanze, si vede in dovere di formare, e proporre, come forma, e propone a questo Consiglio i seguenti Capitoli in coerenza di quelli già stati approvati dall’E. mo Reale Senato sedente in Nizza per la Comune di Diano Castello con lettere Senattorie dei 30 7bre.1820: essendo questa Comune limitrofa a quella di Diano Castello, e della medesima intimità di rapporti, acciò la superiore Autorità si degni approvarli, sotto quelle modificazioni, ed aggionte, che nella di lei saviezza vederà necessarie.

Capitolo primo
Art. 1° Chi darà danno nelle terre altrui nei casi infra espressi incorrerà nella pena in essi precisata, e più all’emenda del danno.
2° Chi prenderà, o taglierà alberi, o rami d’olivo, o estirperà da medesimi pianta novella, atta a trapiantarsi, incorrerà in pena di lire dieci di giorno, e venti di notte.
3° Chi prenderà, o taglierà alberi, o rami di qualsiasi altro albero domestico lire otto di giorno, e sedici di notte.
4° Alberi, o rami di qualsivoglia altro albera salvattico lire quattro di giorno, e lire otto di notte.
5 ° Piante di lentichie, morti, ginestre, timi, e simili, fogliame, erbe selvatiche di qualunque specie una liredigiorno, e due di notte.
6° Canne nei canneti, o estirperà radici ossia spogne d’esse, salici, tralci ossia majoli di viti lire tre digiorno, e sei di notte.
7° Grano in spico, e qualunque altra sorte di blade, o legumi, lire cinque di giorno, e dieci di notte.
8° Pomi di terra, Zucche, Meloni, o simili, Cavoli, ed altra sorta di ortaglia, fichi, pere, pomi, od altra sorta di frutti, che servono di nutrimento per gli uomini lire sei di giorno, e dodici di notte.
9° Grano nelle Ajre, o posto a Mochio (mucchio), overo a manipoli in qualunque altro luogo, lire otto di giorno, e sedici di notte.
10 ° Ghiande, e Carrobbe, od altra frutta per cibo d’animali lire due di giorno, e quattro di notte.
11° Uva nelle terre agregate (poste a coltura, seminative) di vigna lire dieci di giorno, e lire venti di notte.
12° Fieno, o paglia nei Pagliarj, o ne Barreghi, o steso sul suolo in erba a disseccare lire cinque di giorno, e dieci di notte.
13 ° Fieno in pianta ne prati, o terre prative lire tre di giorno, e sei di notte.
14 ° Pali, o altri legnami posti a sostegno alle viti lire due di giorno, e quattro di notte.
15° Fieno in pianta in altre terre non prative lire due di giorno, e quattro di notte.
16° Canne poste a filagni lire una di giorno, e due di notte.
17° Lumache nelle terre aggregate d’alberi domestici, o vigne, o seminative, lire una di giorno, e due di notte.
18° Pietre da Muraglie o maciere, lire tre di giorno, e sei di notte.
19 ° Pietre a Canelle, ossia a Mucchio, lire due di giorno, e quattro di notte.
20° Lettame, e qualsivoglia altra sorta d’ingrasso posta a Mucchio in sito aperto, lire sei di giorno, e dodici di notte, e sparso per le campagne lire una di giorno, e due di notte.
21° Qualunque pianta in aja, ossia … lire due di giorno, e quattro di notte.
22 ° Chi prenderà frutto d ‘olivo sul territorio, anzi terreno lire dieci di giorno, e venti di notte.
23 ° Chi prenderà detto frutto sugli Alberi, o lo farà cascare a terra per raccoglierlo, il che si presume, lire quindici di giorno, e trenta di notte.
24° Chi farà cascare detto frutto d’olivo percottendo gl’alberi con canne, o bastoni, o diramarlo con rastri, od altro instrumento facendolo cadere sopra lenzuoli, coperte, od altro lire venti di giorno, e quaranta di notte.
25 ° Chionque in qualsivoglia modo concorrerà anche indirettamente alle convenzioni sovra stabilite incorrerà nelle penali imposte contro gli Autori Principali del medesimo.
26° Chi sarà stato altra volta condannato per alcuno di detti danni incorrerà nella doppia pena ne sopra detti rispettivi casi stabiliti.

Capitolo secondo
Di chi entrerà o passerà in terre d ‘Altri
Art. 1° Chi entrerà, o passera in terre d ‘Altri olivate pendente in esse il frutto d ‘olivo dal giorno 1 ° di novembre sino a che sia staccato, e raccolto intieramente incorrera in pena di lire due di giorno, e quattro di notte.
2 ° è stata fatta la Modificazione seguente al sud °. Cap: sempre, e quando entrasse, e passasse in dette terre salvo colla permissione del Padrone, de fittavoli, od altri che lo presentano.
2° In terre aggregate, ed apperte di vigna dal giorno 1 ° Agosto, smo a che siasi in esse compltamente vindemiato l’uva, lire due di giorno, e quattro di notte.
3 ° In terre vineate chiuse di muraglie, o siepi nelle quali si entra per la porta lire quindici di giorno, e trenta di notte.
4 ° Chi entrerà, o passerà in qualonque tempo in terre ortive, ossia giardini chiusi come sopra lire tre di giorno, e sei di notte.
5° Ne Giardini, osia terre ortive apperte, o Canetti lire una di giorno, e due di notte.
6° Chi entrerà, o passerà in prati, o terre pratili dal giorno primo di Marzo, sino a che in essi sia tagliato il fieno lire una di giorno, e due di notte. Negl’altri tempi nella mettà di detta pena.

Capitolo terzo
Delle Bestie ritrovate in terra d’altri
Art. 1 ° Per ogni Bestia lanuta, e caprina, ritrovate nei prati, o terre prative dal 1° Marzo sino a tutto il mese di settembre, incorrerà il Padrone di esse nella pena di una lira e mezza di giorno, e tre di notte, e per ogni Bove, Mulo, Cavallo, Asino, lire tre di giorno, e sei di notte; negli altri tempi per ogni bestia lanuta, o caprina lire una di giorno, e due di notte, e per le altre Bestie lire una e mezza di giorno, e tre di notte.
2 ° Per ognuna di dette Bestie lanute, o caprine, o d’altri quadrupedi come sopra specificati ritrovati in terre olivate, e nelle quali siavi frutto d’olivo dal 1° novembre sino a che siano intieramente spogliate di detto frutto, e racolto, lire quattro di giorno, ed otto di notte, negli altri tempi lire due di giorno, e quattro di notte.
3 ° Per ognuna di esse bestie in terre vignate, o seminative, o negli Orti, o Giardini, o ne Caneti lire tre di giorno, e sei di notte.
4 ° Dette Bestie in terre Zerbili [gerbidi)] o boschi, lire una e mezza di giorno, e tre di notte.
5 ° Per ogni gallina, od altro Pollone nelle blade in spico, o nella vigna durante il giorno primo Agosto sino a che siano terminate le vendemie lire due oltre la perdita di dette Galline, o polloni, che potrà il Padrone della terra ucciderle, prenderle, od appropriarsele, senza che il padrone delle medesime possa incorrere riguardo a dette Galline, o polloni in altre pene.
6° Le penali sovra stabilite sono in lire nuove Piemonte.
Capitolo quarto
Del modo di procedere in tali cause
Art. 1° Il Padrone, o possessore, o qualsivoglia altra persona maggiore d’anni dieci otto potrà con suo giuramento avisare i dannificati, entranti, o transitanti, sì con bestia, come senza, sì in terre proprie, come in terre d’ altri, anche senza intelligenza, o voluntà del Padrone fra il termine di giorni otto dal dì, che sarà ritrovato darsi il danno.
Il detto giurato dal dannificato, o dal denonciante farà piena prova quall’ora siano essi persone probe, e da bene, e la loro querela, o denuncia venga autorizata dal detto d’un altro testimonio anche di buona fede, e nel caso che siavi, o l’una, o l’altra di dette prove, doverà allora concorrere qualche altro indizio legittimo, od aminucolo, a cui però sarà sempre equivalente la confessione del Dannificante; nel resto si dovranno osservare le regole di diritto.
2 ° Se ritroverà più persone, o non cognoscera tutti, manifesterà quello, o quelli, che averà conosciuto, l’avisato poi, o li avvisati ammoniti, o citati dovranno dichiarare il nome, o nomi degli incogniti, e ricusando saranno condannati, e tenuti di proprio per li compagni, se però l’accusante averà fatta menzione nell’accusa degl’altri, uno o più, che non averà conosciuto .
3° Le querele, o denuncie saranno portate avanti l’ordinario del Mandamento, il quale ne estenderà l’opportuno Verbale per mezzo del Segretario, e tanto nell’accertamento delle rispettive contravenzioni, come nella probazione, ed esecuzione delle respettive ordinanze si osserveranno le formole stabilite per i procedimenti sommari.
4 ° Se doppo l ‘essecuzione dell’ ordinanza portante condanna, risulterà che il Contraventore non abbia il mezzo di pagare l’incorsa penale si farà luago sussidiaramente alla pena del di lui aresto personale nel Carcere, che potrà estendersi fin o a giorni otto se la multa sarà di lire quindici, a giorni cinque, se sarà di lire dieci, e di giorni due se sarà di lire quattro.

Capitolo quinto
Della denuncia di danni
A rt. 1° Restano esclusi da qualsivoglia delle pene sovra stabilite li minori d’anni sette, quali saranno solamente tenuti all’emenda del danno.
2° In materia dell ‘avanti scritte accuse, o denuncie, dovrà misurarsi, ed intendersi il giorno dall’orto aill’occaso del sole, e così la notte dall’occaso all’orto del sole.
3° Il Padre, ed in mancanza di esso la Madre sarà tenuta alle pene peccuniarie per i loro figliuoli, ed i Mariti per le loro Mogli, quallora convivano insieme; i Padroni per i loro Servi per la concorrente del salario dovuto ai medesimi, salvo si provasse esservi tra di essi convivenza; come pure i Tutori, e Curatori per i pupilli, o minori da essi amministrati, ciò però soltanto nel caso che si verificasse avessero eglino partecipato, o avuto colpa nella contravenzione.
4° II prodotto delle penali sovra stabilite spetterà per un terzo alla Cassa Comunale, per l’altro terzo all’ Ospitale di Carità del luogo o in diffetto a beneficio de Poveri, e per l’ultimo terzo al Denunciante ancorché fosse il Padrone.
5° Colle disposizioni contenute nei presenti bandi non s’intenderà mai pregiudicato il Regio Fisco, quall’ora le contravenzioni, che ne formano l’oggetto, passassero in ispecifico delitto.
Il Consiglio della Comunità di Diano San Pietro intesa la proposizione del Sindaco, visto, ed esaminato i proposti bandi per questa Comune, e gli articoli tutti in essi contenuti hanno tutti i sudetti (approvati) a viva voce, e secondo l’ordine l’oro di anzianità approvato, ed approvano sudetti Capitoli, mandando i medesimi rasegnarsi all’Autorità Superiore per la sua approvazione, che è di dovere di quanto sopra publiche testimoniali.
Quali dal prefato Sig.r Castellano sono state concesse, e si sono tutti quei sopra, previa lettura da me Segretario infrascritto fatta a medesimi a loro chiara, e piena intelligenza, appiè del presente sottoscritti.
Ca Bonavero Sindaco
Ca Gio: Ba Ugo Consigliere
Ca Agostino Roggero Consigr°
Ca Noe Ugo Consigr°
Ca Saguato Castellano
Ca Temesio Notajo, e Segretario Com.le
Dall’Originale.
Veduto il sovra scritto ricorso, e riesaminati i bandi campestri qui annessi Risulta dal certificato della Comunità di Diano S. Pietro, essersi fatta la pubblicazione, nel modo ordinato da questo supremo magistrato – con riscontro delli 30: Xbre ora scorso. Consta pure dall’attestato del Signore Giudice del Mandamento non esservi fatta opposizione per parte d’alcuno relativamente alla diliberazione consulare contenente i qui indicati bandi campestri, il contenuto de quali dicesi ravisare di comun utile, e vantaggio per quelli abitanti N. d °. luogo.
Abenché i detti bandi siano stati formati sul modello di quelli della vicina, e confinante Comunità di Diano Castello già stati approvati di questo supremo Magistrato con suo rescritto delli 19: 9bre 1819 pure all’oggetto di renderli conformi, e coerenti fra di loro, crede l’ufficio esser il caso di doversi fare le variazioni, modificazioni, ed aggiunte seguenti.
1° Ridursi la penale di cui al par. 24, Cap. 1° a lire quindici se di giorno, e a lire trenta se di notte.
2 ° Aggiungersi tanto al par. 1° che al 2 ° del Cap. 2° la modificazione seguente: sempre, e quando taluno entrasse, e passasse in dette terre salvo colla permissione del Padrone, de fittavoli, od altri, che lo rappresentano.
3 ° Ridursi la pena di cui al par. 5° del Cap. 3 ° a lire una, ed aggiangersi alla fine dell’istesso paragrafo, la dichiarazione che siegue: e potrà il Padrone delle terre rittenere apresso di sè quelle bestie che troverà nei propii fundi ma sarà tenuto a darne parte al Giusdicente, o Bajlo fra ore venti quattro.
Mediante cotali aggiunte, e variazioni l’uffizio è davviso potersi da questo supremo Magistrato approvare i sudetti bandi Campestri della Comunità di Diano S. Pietro mandando i medesimi colle presenti conclusioni, e successiva providenza Senatoria pubblicarsi, ed affiggersi per copia autentica all ‘albero Pretorio di d° luogo in giorno festivo al maggior concorso del Popolo, e nell’uscire del medesimo da divini Uffizii ad esclusione d’ ignoranza dichiarando, che una tal pubblicazione averà la stessa forza come se ogni cosa fosse stata intimata personalmente come si conchiude.
Nizza li 18: 7bre.1823. Reghezza sost° Avvocato Fiscale Generale.

[IL REGOLAMENTO CAMPESTRE DI DIANO SAN PIETRO è stato reperito in un archivio privato: la trascrizione critica, con dovizioso commento, è stata effettuata da GIOVANNI ABBO che ha quindi editato il frutto delle sue investigazioni sulla rivista RIVIERA DEI FIORI (XLVI, 1992, n.3) sotto il titolo de LO STATUTO LOCALE RIGUARDO AI DANNI CAMPESTRI DEL COMUNE DI DIANO SAN PIETRO DEL 1822]

da Cultura-Barocca