Interpellanza del deputato Biancheri sui lavori di manutenzione della strada da Genova a Nizza, 1851

In quella sorta di diario di eventi, personali e non, dello storico locale Girolamo Rossi, intitolato Memoriale Intimo ed edito su iniziativa, nel 1983, della Cumpagnia d’i Ventemigliusi, in collaborazione con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri a titolo meramente cronachistico l’autore scrisse:
1852 – Oggi viene deliberata al sign. Becchi di San Remo l’impresa di costruire il ponte sul torrente Nervia“.

La citazione appena qui sopra mentovata del Rossi sul ponte alla foce del Nervia è forse una maniera un po’ svelta ma certo non inutile per mentovare la risoluzione di un evento di importanza secolare, quello del ponte alla foce del Nervia con opportuna arginatura realizzato occorre dirlo anche per l’impegno di un giurista di Camporosso Fruttuoso Biancheri di cui, qual deputato del Regno Sabaudo, si riporta qui l’appassionato intervento per la risoluzione con questo di altri gravi problemi in merito alla viabilità nel Ponente di Liguria = e per tale ragione Cultura-Barocca ha ritenuto doveroso riprodurre qui digitalizzata e commentata brevemente la fondamentale “Interpellanza del deputato Biancheri

[si tratta di Fruttuoso Biancheri di Camporosso (come leggesi nel Calendario Generale per’ Regii Stati nel 1838 ascritto entro il Reale Senato di Nizza – l’importante città era ancora sabauda – nel novero degli Avvocati, Procuratori, Liquidatori presso il Real Senato di Nizza come leggesi al nome XI della I colonna) = negli “Atti del Parlamento subalpino” sessione del 1848 tornata del 1° luglio 1848 leggesi “Lo stesso relatore propone quindi, in nome del suo ufficio, la conferma dell’elezione dell’avvocato Fruttuoso Biancheri a deputato del collegio di Ventimiglia/ la Camera conferma” = quindi nella tornata del 3 aprile 1850 leggesi = “Novelli relatore dell’ufficio III, riferisce e propone alla Camera la convalidazione dell’elezione del signor avvocato Biancheri Futtuoso a deputato del collegio d’Alassio”: scrive recentemente Andrea Gandolfo nel suo lavoro su La provincia di Imperia : storia, arti, tradizioni 1: A-L, Blue Edizioni, Torino, 2005 sotto voce Ventimiglia: Con le prime elezioni, Ventimiglia inviò al Parlamento subalino Giuseppe Cassini, Feuttuoso Biancheri ed Ercole Ricotti. Nel 1853 venne eletto Giuseppe Biancheri, autentico patriarca della politica locale, prima vicino alla sinistra liberale, poi passato ai moderati, che venne riconfermato fino al 1908, ricoprendo pure incarichi di notevole prestigio, quali la presidenza della Camera]

sui lavori di manutenzione della strada da Genova a Nizza, tornata 8/II/1851″ da “Atti del Parlamento Subalpino”, sessione del 1851″ = da capace politico ma anche da uomo realmente attento alle problematiche della “Strada della Riviera” o “Strada della Cornice” non ancora dichiarata Strada Regia ma ancora relegata allo stato di Strada Provinciale”, quindi con relativi interventi prioritari dello Stato a vantaggio delle strutture ma soprattutto della popolazione, il Biancheri organizza, per via di abile retorica, il suo intervento mescolando a dati oggettivi considerazioni morali e sociali facilmente recepibili a partire dalla discriminazione della gestione della strada quando mentre nella supposta esigenza di un viaggio reale, poi non avvenuto ma impossibile per nave come ideato, da Nizza a Genova la strada nel 1827 fu riattata celermente, con sforzi enormi, surrogando la carenza di ponti con guadi appositamente allestiti per la carrozza regale con una carenza di correttivi poi sussegita per 20 anni nonostante il verificarsi di vari disastri non escluso il più recente dramma avvenuto, guadando una diligenza il torrente tra Cervo e Diano e venendo il mezzo di trasporto travolto dalla forza delle acque con la morte di due passeggeri (senza dimenticare tra varie riflessioni su inefficienza o indifferenza l’ipotesi per una perigliosa strada di Ventimiglia da rettificare la mancanza di svolgimento dei lavori, “forse”, per favorire il clero locale proprietario di alcuni siti da modificare od espropriare)

Fruttuoso Biancheri fa ad inizio interpellanza una celere cronistoria della “Strada della Riviera” realizzata da Napoleone ma ormai in stato di grave trascuratezza (dopo la Restaurazione e l’annessione della Liguria allo Stato Sabaudo con la formazione della Grande Liguria comprendente Nizza e la sua Contea) fatta eccezione come riporta il Manoscritto Borea dovendo servire per un viaggio nel 1827 dei sovrani sabaudi Carlo Felice e Maria Cristina e attesa gli inconvenienti per la nave che doveva condurli da Nizza a Genova continuando nel su discorso Biancheri si sofferma dire che per risolvere l’impaccio dei reali personaggi si attivarono tutte le forze e in pochi giorni, pur non potendosi realizzare i ponti, la strada fu resa praticabile anche se i Sovrani poterono riprendere il viaggio con la nave da Nizza: finita l’emergenza tutto si fermò e nulla più si fece dal 1828 al 1848: salvo che il 13 marzo 1849 i deputati di Alassio Scofferi e Carli di Sanremo presero parola per riattare la strada ascrivendola fra le strade reali o regie.

Continuando nella sua disanima il Biancheri ribadisce di aver dato il suo pieno appoggio alle postulazioni dei due deputati, citando anche una commissione parlamentare istituita all’uopo ma di cui sostieene nulla essersi saputo più: continua disquisendo sulle iniziative delle amministrazioni locali per porre rimedio alle centralistiche lacune al fine di rendere fruibile il tragitto.
A questo punto entrando nel dettaglio dei fatti Fruttuoso Biancheri afferma come si Proposero quindi e deliberarono nei relativi Consigli provinciali e divisionali di costrurre intanto a proprie loro spese i due ponti principali, l’uno sul torrente Argentina, che scorre lungo il territorio di Taggia, e l’altro sul torrente Nervia, che mette foce tra Ventimiglia e Bordighera, come pure di variare e rimediare la pericolosa discesa che esiste nella città di Ventimiglia, dalla parte di levante.

Ritenendo di dover rendere edotti i parlamentari degli eventi il Biancheri elenca poi in successione le procedure concernenti gli appalti per i lavori sul ponte sull’Argentina e sul Nervia oltre che sul mentovato trafitto a rischio in Ventimiglia sostenendo di aver chiesto, attesa la mancanza di fatti concreti, le delucidazioni dell’attuale ministro dei lavori pubblici on. Paleocapa: e non senza essersi lasciato andare in merito alla mancata correzione del rischioso citato percorso in Ventimiglia il deputato ventimigliese allude esplicitamente che ragioni ecclesiastiche risiedano alla radice delle opere non fatte e cioè affermando che Si sono fatti molti progetti, si son levati diversi piani, si sono spediti sul luogo molti valenti ingegneri e personaggi distinti. Si sono già spese molte somme, e forse maggiori di quelle necessarie per rimediare quel breve trtto. Ma ora perché non si vuole toccare al giardino della Abbadesse di Sant’Antonio; ora perché si teme di impedire il libero passaggio della retroporta del palazzo vescovile, le cose si trovano tuttora all’istesso punto, i pericoli sussistono, e i denari si sprecano senza frutto.

Ritornato all’assunto dei ponti il Biancheri rammenta un incidente recente di una diligenza travolta dalle acque nel torrente tra Cervo e Diano con la morte di due passeggeri ribadendo che analoghe tragedie per i viaggiatori sono già avvenuti nel guadare i torrenti Argentina e Nervia e dopo aver aggiunto altre considerazioni a carico del Ministro dei Lavori Pubblici che mentre egli ha proposto recentemente una legge per l’arginamento del torrente Polcevera a Genova ed il ministro della Marina un’altra legge a pro delle esigenze del suo dicastero …Per questa infelice strada della Riviera per fare cosa tanto utile per lo Stato e per quelle numerose provincie non si troverà un’ora di tempo né un obolo da destinarvi?.
Il ministro Paleocapa nel contesto della sua ramificata risposta in cui a prescindere dalla linea difensiva onestamente non manca di accettare varie postulazioni del Biancheri specie sul fatto che la Strada della Riviera abbia i requisiti per esser riconosciuta Strada Regia o Strada Reale benché al momento sia Strada Provinciale non manca, pur nel contesto del discorso, di fornire al Biancheri e quindi alla Camera una risposta ad una esternazione del ventimigliese da cui è stato verosimilmente colpito = cioè che la mancata correzione della strada pericolosa a Ventimiglia non dipende in alcun modo da favoritismi a riguardo di privati (sottintendendo evidentemente Suore e Vescovo)

A questo punto importa però analizzare l’intervento dell’onorevole De Foresti che dichiara di appoggiare l’interpellanza del Biancheri, pur volendo a portare alcune precisazioni, e che a suo giudizio la Strada della Riviera da Strada Provinciale dovrebbe effettivamente essere eretta allo stato di Strada Reale = per la precisione e le conoscenze palesate in rapporto agli eventi il suo intervento deve essere analizzato per i vari settori già discussi dal Biancheri e dal Ministro dei Lavori Pubblici.

Il De Foresti, date anche sue peculiari competenze di cui parla ritiene però giusto correggere alcune insesatteze del Biancheri parlando sia del ponte sull’ Argentina che del ponte sul Nervia con spese aggravate però dalle necessità di arginatura che ancora di quella che chiama discesa di Ventimiglia precisando però che se questo lavoro non è ancora stato intrapreso, ciò avvenne perché essendosi richiesto che questa strada sia dichiarata reale, e prevedendosi che quando la strada sarà dichiarata reale, dovrà farsi probabilmente una galleria sotto Ventimiglia, onde rettilineare quella porzione di strada, si creduto che intanto dovesse sospendersi questo lavoro.

Il battagliero Biancheri -suscitando una risposta del ministro che segue a questa sua seguente affermazione– traendo spunto da quanto detto dal De Foresti chiede però ancora …per quanto concerne il ponte di Taggia, i fondi erano già stanziati sin dall’epoca in cui è stato appaltato il lavoro; egli stesso ha riconosciuto che questo lavoro venne appaltato fin dal 1846 o 1847, e la sentenza che emanò dietro i reclami dell’impresario, il quale domandava un’indennità per i lavori che non erano stati compresi nel contratto di appalto, è stata dichiarata esecutoria non ostante appello. L’onorevole deputato De Foresti ha già dichiarato esplicitamente, perché dico, ne è meglio informato di quello che io non lo sia. Io domando quindi perché, dopo una sentenza dichiarata esecutoria non ostante appello, e dietro un appalto con cauzione dato sino dal 1846, non siasi data esecuzione a siffatti lavori.

da Cultura-Barocca

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L’antico Convento dei Minori Osservanti dell’Annunziata a Ventimiglia (IM)

In merito al CONVENTO DEI MINORI OSSERVANTI DELL’ANNUNZIATA di Ventimiglia (IM) scrive Fabio Piuma:

“Girolamo Rossi, insigne storico ventimigliese, riporta nella sua storia di Ventimiglia che già in tempi antichi, nel secondo giorno delle rogazioni, il Capitolo della Cattedrale aveva l’abitudine di recarsi presso la chiesuola di San Lazzaro, che si trovava fuori dalle mura vicino ad un romitorio destinato ad accogliere i lebbrosi. Negli atti del notaio Visconti si trovano i lasciti di Carlo e Jacopina Curlo rogati il 14 aprile e il 12 settembre 1349, nei quali, tra i beneficiari, compare anche la chiesa di San Lazzaro. Queste testimonianze riportano le più antiche notizie riguardante il sito dove poi sorgerà il Convento dell’Annunziata. Sempre il Rossi fa risalire la fondazione del convento al 7 febbraio 1503, data in cui il nuovo vescovo della diocesi Domenico Vaccari tenne il sinodo diocesano, fondazione a cui diede il beneplacito Luigi XII re di Francia, che nel 1499 era diventato Signore di Milano e di Genova e che aveva dato il comando su Ventimiglia a Giovanni II Grimaldi principe di Monaco. A.Casini , autore di una storia dei conventi francescani in Liguria, ritiene, sulla base di un Breve di Clemente XIV del 1773, che la fondazione sia stata fatta intorno al 1470. L’unica data certa ci viene da un Breve di Papa Leone X datato 14 marzo 1517, nel quale viene autorizzata la cessione all’ordine francescano dei Frati Minori Osservanti della chiesa dedicata a San Lazzaro e dell’annesso ospizio per poter erigere il nuovo convento. Sappiamo che gli ordini francescani preferibilmente non erigevano nuovi conventi, ma s’insediavano in strutture già esistenti e le ampliavano. Probabilmente a Ventimiglia fu seguita questa abitudine. Da descrizioni tramandateci da cronisti della fine del 1700, sappiamo che il convento era composto da una chiesa a una navata, da tre dormitori, una loggia, un chiostro, una biblioteca e, intorno, orti. Già allora viene sottolineata la formidabile posizione per la vista impareggiabile che offre. Per la costruzione della chiesa del convento, dedicata all’Annunciazione, l’importante famiglia ventimigliese degli Orengo erogò una forte somma, ottenendo il giuspatronato dell’altare maggiore davanti al quale fu posta a ricordo un iscrizione. Verso la fine del XVIII secolo, con la soppressione degli ordini religiosi, i frati ne perdono il possesso, che riavranno per breve tempo dopo la caduta di Napoleone. Nel 1831 dovranno farne definitiva cessione al governo sabaudo per l’erezione di una FORTEZZA. I beni artistici del complesso vengono dispersi, l’altare maggiore viene spostato nella chiesa di San Francesco e l’altare del Carmine in San Michele, mentre il fondo librario e la quadreria accorpati alla Biblioteca Aprosiana”

da Cultura-Barocca

Borghetto d’Arroscia (IM)

Fonte: Wikipedia

Borghetto d’Arroscia (IM) in epoca feudale fu un possedimento dei CLAVESANA i resti del cui CASTELLO si individuano in AQUILA D’ARROSCIA.
Il nome di luogo o toponimo è composto da due termini.
BORGHETTO è il diminuitivo del medievale BORGO derivato dal tardo latino BURGUS che, come scrive la Petracco Sicardi, in ambiente ligure denominava gli insediamenti non fortificati, sorti esternamente al castello o sviluppatisi dopo il crollo del sistema feudale (fenomeno che si riscontra chiaramente in molte zone, per esempio in DOLCEACQUA di Val Nervia ove si contrappose l’area del CASTELLO FEUDALE all’insediamento civile -appunto il BORGONUOVO, di epoca comunale- sviluppatosi sulla riva occidentale del torrente Nervia).
Se ne deduce che nell’area del BORGETTO (poi BORGHETTO D’ARROSCIA) presero a dimorare dapprima i villani, dipendenti dai feudatari e poi, venuta meno l’epoca feudale, gli uomini liberi e dediti perlopiù all’attività agricola e pastorale.
Il nome è documentato per la prima volta in un atto del 1496 in cui si legge la dicitura ECCLESIA SANCTI MARCI DE BURGHETTO.
Il determinativo (che in verità non si usa nella dizione locale che nomina sinteticamente il paese come u burgétu) è un idronimo, cioè un nome di fiume: nel caso quell’ARROSCIA che ha appunto dato il suo nome alla valle che dal NAVA procede verso la PIANA DI ALBENGA.
ARROSCIA compare non raramente in documenti del XII e XIII sec.: vi si leggono le forme AROCIA e AROUCIA.
Si suppone che sia un termine preromano, quindi proprio della CIVILTA’ LIGURE che qui ebbe basi importanti, non escluse quelle dei MONTANI.
Secondo la Petracco Sicardi l’idronimo, subendo varie interferenze, sostiene che il nome del fiume alla fine si fissò nelle forme al neutro plurale appunto di AROCIA o AROUCIA di cui una prima testimonianza comparirebbe in un PONS AROCIORUM menzionato negli antichi statuti di Albenga.

Il paese di BORGHETTO D’ARROSCIA proprio per queste sue origini popolari, non ebbe una significativa architettura civile.
Tra gli elementi più significativi si possono ricordare i resti di una TORRE a pianta quadrangolare, la CHIESA PARROCCHIALE intitolata a S.Marco Evangelista e soprattutto il caratteristico PONTE MEDIEVALE A SCHIENA D’ASINO.

Non si può però trascurare in merito ai PELLEGRINAGGI DEVOZIONALI E VOTIVI almeno su scala locale che a BORGHETTO D’ARROSCIA sorga il SANTUARIO DEI SANTI COSMA E DAMIANO.
Il culto per questi due SANTI risale al CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI specie per quanto concerne la DIOCESI della città di ALBENGA.
Si tratta infatti di due SANTI TAUMATURGHI cioè GUARITORI soprattutto nei riguardi di malattie particolarmente temute nel periodo medievale: le MALATTIE DELLA PELLE E L’ERGOTISMO in particolare, forme patologiche poco frequenti nella più evoluta ROMANITA’ ma divenute usuali e micidiali nell’epoca intermedia come conseguenze alle AVITAMINOSI ed alla lacuna dell’uso scientifico delle ACQUE TERMALI E TERAPEUTICHE.
Per l’assistenza ottenuta da questi due “patroni” gli abitanti di Borghetto d’Arroscia eressero DUE SANTUARI di cui unoa fondovalle, sulla strada dell’Arroscia, ed un secondo sul crinale alla confluenza tra le valli Arroscia e Pennavaira.

da Cultura-Barocca

“E Bane”, storici dolci di Camporosso (IM)

 

Fotografia di Silvana Maccario di Camporosso (IM)

“E BÁNE” sono biscotti alle mandorle (con stretta connessione, anche per la ricetta, con dolci usuali in Roma antica e nell’Impero vale a dire dei BISCOTTI PARIMENTI ALLE MANDORLE, DETTI CRUSTULA AMYGDALINA), tradizionali di CAMPOROSSO (IM), che fino all’Ottocento era un grande produttore di mandorle secondo una tradizione remotissima, certo non esclusiva del borgo.

[Nei secoli passati i pellegrini che dall’Europa si recavano a Roma (ma ciò naturalmente vale per quanti percorrevano altre diramazioni della Frangigena come quelle che conducevano agli approdi marittimi verso i Luoghi Santi e quindi a Santiago di Compostela) seguivano un cammino che, passato il Po, raggiungeva gli Appennini. Nelle loro tasche e bisacce dovevano stare alimenti semplici e nutrienti, che si conservassero a lungo e aiutassero a recuperare le forza perse lungo la strada: frutta secca e miele erano i migliori compagni del pane [lo zucchero di canna utilizzato a lungo per ragioni terapeutiche entrò nei processi di dolcificazione, specie per le classi abbienti, dal XIV secolo anche se spesso a livello sociale meno elevato “si utilizzavano per la dolcificazione i fichi“].
Ancora oggi nella cittadina di Tabiano, in provincia di Parma -per vari aspetti legata in una sorta di contenzioso storico alla supposta Taggia bizantina– lungo il percorso dei pellegrini, si preparano con quegli stessi ingredienti dolci deliziosi ispirati all’antica ricetta in cui la mandorla ha un ruolo basilare = appunto “biscotti alla mandorla” rientravano inoltre fra quanto si offriva spesso ai PELLEGRINI

Ma in area intemelia tradizione tipica dello stesso in modo peculiare pur se Luigi Ricca nel suo libro di un ottocentesco Viaggio da Genova a Nizza, per quanto riferisca tale coltura a tutto il Ponente ligure, citi espressamente e prioritariamente le colture di Mandorli a Taggia e quindi a Nizza [resta arduo oltre i dati assimilati precisare l’origine di coltura di mandorle (di origine comunque antichissima con attestazioni che oscillano tra l’uso alimentare, le feste, anche nuziali, e verosimilmente i riti funebri) nell’areale intemelio ma non possiamo dimenticare la conquista romana della Liguria e, con l’Impero, l’introduzione nella regione presto romanizzata di una più sofisticata cultura esistenziale, compresa quella alimentare: sì che –PRENDENDOSI A SEGUIRE I DETTAMI DEL GRANDE ASTRONOMO APICIO piuttosto che quelli della ormai superata vecchia tradizione alimentare strutturata sulle RICETTE GASTRONOMICHE DI CATONE “IL CENSORE” TEORICAMENTE REDATTE PER LA FAMILIA DELLA VILLA RUSTICA MA IN EFFETTI FORMULATE ANCHE COME ESPRESSIONE IDEALE DI VITA FRUGALE D’UNA PRISCA E GUERRIERA CIVILTA’ – specie tra i ceti benestanti (come ovunque, anche ad Albintimilium, peraltro influenzati pure dalla penetrazione culturale greca, cioè di una civiltà estremamente raffinata) comparvero cibi sempre più pregiati ed elaborati in cui e specie nei dolciumi o bellaria non mancava certo, come qui si vede, un uso elaborato e sapiente delle
MANDORLE

La denominazione “E BÁNE” a detta di alcuni esperti di dialettologia deriverebbe dall’espressione Bàna che a sua volta dipenderebbe dal verbo sbanà nel senso di spalancare la bocca secondo quanto scrive la “Cumpagnia d’i Ventemigliusi”, tra le cui fila si annoverano fior di esperti in dialettologia = senza entrare nel settore sempre arduo di un discorso di dialettologia che non è nostro, a titolo di pura documentazione, colpisce il fatto che in questo vocabolario ottocentesco di Casimiro Zalli dedicato al dialetto piemontese e ai corrispondenti rapporti con l’italiano, il francese ed il latino compaia l’espressione Slanbanè -legato al verbo indicante la ragione di tanto aprir la bocca -come qui si vede- stante, nel giudizio dell’autore, ad indicare lo “smascellarsi dal ridere”).

La ricetta delle  “E BÁNE” proviene da questi componenti =
200 gr di Burro
200 gr di zucchero o miele 100 grammi (alternativamente si può anche usare il miele di melata)
vino = secondo le antiche tradizioni,
vino moscatello (anticamente e alla latina detto APIANUS che tra ‘500 e ‘600 costituì un vero caso letterario cui nel ‘600 partecipò attivamente Angelico Aprosio con molti altri studiosi, italiani e stranieri) = 10 DL [vedi anche moderne considerazioni sul recupero del Moscatello di Taggia]
2 uova
Bustina di lievito
200 gr di mandorle a pezzi
400 gr di farina
mentre il confezionamento risulta esser costituito dall’
“Impastare tutto e infornare 200° gradi fino e doratura”.

Una ricetta per E BANE basata su trasmissioni orali camporossine molto antiche
e verosimilmente più corretta ancora suggerisce i seguenti ingredienti con annesse procedure:
200 gr. farina
200 gr. mandorle con buccia da sbollentare sbucciare da far tostare in padella e poi tritare con mezzaluna
200 gr. zucchero
200 gr. Burro
2 tuorli
1 bustina lievito Importante la vecchia forma come amaretti concavi
[a riguardo del vino verosimilmente prima del marsala cui oggi si ricorre, veniva utilizzato “vino moscatello” e poi “vino bianco”]

Venendo a tempi più recenti e con dati più certi dei quali si può qui leggere è comunque da riconoscere che la produzione di prodotti dolciari come E BÁNE avveniva valendosi del lavoro domestico oppure, recuperando una tradizione classica, servendosi di vere e proprie “aziende private” o di “pubbliche strutture concesse in appalto” i cui prodotti si vendevano in sedi commerciai prossime alle moderne “panetterie” di cui parla il cinquecentesco T. Garzoni nella sua Piazza di tutte le Professioni del Mondo = DE’ FORNARI, O’ PANATIERI, O’ CONFERTINARI, ZAMBELLARI, OFFELARI, & CIALDONARI, DISC. CXXXIII [in merito ai FACITORI DI DOLCIUMI vedi qui ZAMBELLARI e OFFELARI ed ancora i CIALDONARI creatori fra l’altro del CHONO FATTO D’UVA PASSA, & AMANDOLE (per espressa indicazione dell’autore ascritti a RICETTE PROPRIE DEGLI ANTICHI, INTENDENDOSI PER ANTICHI. COME SI LEGGE DA RIGA VI DAL BASSO, PRINCIPALMENTE GRECI E POI ROMANI ) = visualizza poi anche, per quanto scrive l’autore, le PENE COMMINABILI A FORNAI FURFANTI (a titolo integrativo e con molta cautela sembrano esservi convergenze sostanziali tra ciò che il Garzoni chiama Chono e qualche alimento prossimo al “pangiallo”, meglio noto come “pangiallo romano” un dolce, citato anche da Apicio, che ha la sua origine nell’antica Roma e più precisamente nell’età imperiale. Era, infatti, un’usanza di quei tempi distribuire questi dolci dorati, durante la festa del solstizio d’inverno, in modo da favorire il ritorno del sole. Il tipico “pangiallo romano”, ha subito numerose trasformazioni durante i secoli a causa dell’espansione dei confini territoriali e dell’incremento nella comunicazione tra le varie regioni italiane. Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l’impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d’uovo. Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva – prugne e albicocche – opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole, che avrebbero però dovuto costituire l’elemento portante)].

[“E BÁNE” hanno una composizione non molto dissimile, nel contesto dei BELLARIA a quella espressa in merito alla CVPPEDIARVM MENSA (TAVOLA DELLE GHIOTTONERIE) di ROMA ANTICA – ricostruibile avvalendosi anche degli antichi lessici e citando qui ancora il CALEPINO – da quella di un tipo di dolce gradito a tutti e prediletto dai fanciulli come la CRUSTULA detti (CRUSTULA) AMYGDALINA (BISCOTTI ALLE MANDORLE) di cui si elencano qui gli Elementa o “ingredienti” tramandati anche nella tradizione = vale a dire Similago: quattuor unciae (Farina bianca: gr. 100) – Butyrum : quattuor unciae (Burro: gr. 100) Mel : duae unciae (Miele: gr.50) Amygdalae: duae unciae (Mandorle: gr. 50) Tres vitelli (Tre tuorli di uovo) = “Il pane costituì la base della dieta dell’antica Roma dal II secolo a.C., cioè da quando si diffuse l’uso del lievito, che permise la lavorazione del farro macinato non più solo per cucinare la puls, cioè la zuppa di farro, ma anche per impastare pagnotte e focacce di vario tipo, e cuocerle in forno. Il che innescò un netto cambiamento delle abitudini alimentari” (NOTA BENE = il termine è indubbiamente raro ma è sopravvissuto anche nel contesto di studi di dialettologia come questo vocabolario ottocentesco di Casimiro Zalli ove, confrontando termini piemontesi, italiani, francesi e latini, l’autore non solo cita con altre forme il latino crustularius come pasticciere ma in definitiva nomina a riferimento di alcuni dolci e biscotti del suo tempo crustula amygdolina seppur sotto due delle tante consimili forme come crustulum ex amygdalis ed ancora pastillus amygdalinus)].

… da far rilevare che questo sopra studiato duecentesco ( 25 novembre 1262 ) documento del notaio di Amandolesio costituisce il dato al momento antico sulla produzione di mandorle nell’agro del Capitanato di Ventimiglia e sue Ville

… doc. 515, 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Iacopa, Moglie di Guglielmo Maroso, vende ad Ingone Burono una pezza di terra, coltivata a fichi e mandorle, situata nel territorio di Ventimiglia, a Portiloria, per il prezzo di 3 lire e 18 soldi di genovini di cui lascia quietanza] [ 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Ingone Burone promette di restituire a Iacopa, moglie di Guglielmo Maroso, la terra da essa vendutagli, ed il relativo atto, di cui al documento precedente, se essa, entro un anno, gli verserà la somma di 3 lire e 18 soldi di genovini, prezzo della terra medesima ]

Anche per Soldano una fra le ville orientali di Ventimiglia destinate a costituire la seicentesca Magnifica Comunità degli Otto Luoghi tra XIII e XVI secc. risultano attestate colture aggregative in cui rientrano vari tipi di alberi tra cui quelli (di) avellanarum rotundarum e avellanarum longarum come colture di nocciole e mandorle = però l’analisi filologica più aggiornata di Plinio a riguardo dell’edizione critica della sua Storia Naturale, cui si debbono molti di questi fitonimi, non avvalerebbe l’identificazione delle avellanae con le mandorle ma piuttosto con le sole nocciole = VEDI ANCHE DI SALVATORE BATTAGLIA, SOTTO VOCE “AVELLANA” IL GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA, UTET, TORINO, ANNI VARI, VOLUME I (tuttavia i dubbi persistono, anche per le tante trasformazioni linguistiche e terminologiche attraverso molteplici secoli = ed anche per la ragione che qui si parla di due tipi di avellanae cioè rotundae e longae cui Plinio non fa cenno: come non fa cenno un moderno e compianto fautore della Biblioteca Aprosiana Pier delle Ville alias Pietro Loi scrivendo delle avellanae nuces = passando attraverso il grasso latino medievale però le forme classiche (amandulaeavellanae) potevano aver assunto nel XVI secolo forme alternative od univoche con distinzioni date dalla descrizione della forma rispetto alla tipologia classica pur attestata nel 1262 tali cioè che le avellanae rotondae fossero in effetti le nocciole (tonde) e le avellanae longae (oblunghe) le mandorle, al modo che scrive F. Amalberti, Popolazione e territorio di Soldano nel secolo XVI in Il Catasto della Magnifica Comunità di Ventimiglia, Famiglie, proprietà e territorio (1545-1554), a c. di M. Ascheri e G. Palmero, S.A.S.V., Accademia Vemigliusa, Accademia di cultura intemelia, 1996, p. 229 e nota 30: nella stessa opera l’autore a p.230 scrive “Alcune località, dove mandorli e noccioli erano abbastanza numerosi, hanno preso i toponimi colari e/o colareo” secondo un termine, come precisa ancora l’Amalberti, usato per indicare sia il nocciolo che il mandorlo alla maniera che si legge in Nilo Calvini, Nuovo glossario medievale ligure, Genova, 1984)].

In occasione della Peste Nera del 1579-’80  Genova e la restante Liguria furono colpite in maniera impressionante con migliaia di morti,
causati dall’epidemia e dalla conseguente carestia anche per l’arresto dei rifornimenti, rimanendo immuni dal catastrofico contagio l’agro intemelio e alcuni Stati confinanti. Il Parlamento di Ventimiglia e sue Ville, onde soccorrere la capitale, deliberò allora una coraggiosa spedizione di derrate alimentari (costituite soprattutto da prodotti locali) tra cui risultano da ascrivere pure
…UNDICI SACCHI DI AMANDORLE…

…  questo atto notarile settecentesco concernente una vendita di un terreno in Camporosso coltivato a mandorli
In questo contesto assume importanza a riguardo di Camporosso qual storico produttore di mandorle la moderna constatazione a riguardo della località Ruge, sotto il vallone di Ciaixe verosimilmente un Castellaro proprio della Civiltà ligure preromana, ove vasta è tuttora la presenza di mandorli, anche inselvatichiti e in pratica divenuti un endemismo…

[resta utile far notare che, a prescindere dagli utili rifornimenti alimentari, molti dei prodotti inviati erano ritenuti in campo fitoterapico e nel contesto della tradizione popolare [senza dimenticare il ricorso, diffuso non solo fra il popolo, del ricorso a vari tipi di amuleti, come anche poi scrisse Ludovico Antonio Muratori nel suo trattato Del Governo della Peste (Modena, Soliani, 1714), opera in cui riprendese certe considerazioni di Teofilo Rinaldo (Rainaldo) di Sospello già corrispondente dell’intemelio erudito G. Lanteri] come forme più preservative che medicamentose contro il contagio pestilenziale (clicca e vedi) = compreso il vino, componente base di tanti medicamenti pressoché tutti i prodotti qui citati entravano infatti nel campo, pressoché infinito quanto inefficace, e trattato in tanti libri dei rimedi proposti contro la peste. Una significativa proprietà medicinale era attribuita anche alle mandorle o più precisamente all’olio di mandorle: vedi qui per esempio come col il contributo anche dell’olio di mandorle dolci sarebbero stati curati un uomo ed una donna colpiti dalla sifilide (o “infranciosati” come al tempo anche si diceva) secondo quanto scrisse nel suo Fulmine de’ Medici Putatitij rationali di zefiriele Tomaso Bovio Nobile Veronese, interlocutore Marsiglia, Zefiriele, Filologo.

Risulta utile qui proporre un particolare testo, che, essendo del XIX secolo, dimostra quante credenze fossero destinate a sopravvivere. Il testo in questione e qui multimedializzato porta un titolo emblematico = Dell’Olio preservativo sicuro e Rimedio contro la Peste e della causa della Peste, se di natura animale: lettera del Cons. A. A. Frari al Cons. Pezzoni a Costantinopoli, per Gio: Cecchini, Venezia, 1847 (la citazione dell’olio di mandorle rimanda a terapie antiche, specie in un libro come questo di metà 1800 = per esempio nel precedente Manoscritto Wenzel qui digitalizzato il dimensionamento delle proprietà farmacologiche dell’olio di mandorle che qui, pur trattandosi di malattie e terapie importanti, risulta ristretto ad un campo quasi solo estetico in merito alla caduta dei capelli)] .

Per l’Estremo Ponente di Liguria (vedi qui una carta digitalizzata ove i “numeri attivi” su cui “cliccare” indicano percorsi e accessi viari, primari e secondari), ove si evolse un fronte di rilievo, la Guerra di Successione al Trono Imperiale di metà ‘700 fu un vero e proprio dramma e per intendere ciò, oltre che già la lettura di inedite relazioni di testimoni oculari, vale il confronto tra questa carta del 1745, ove si riconosce ancora il rigoglio di colture e vita agronomica con questa altra e di ben poco posteriore carta stesa nel 1748 in cui con le ferite del territorio si riconoscono le devastazioni delle terre e la comparsa di fortificazioni dove poco prima sussisteva una laboriosa attività rurale.

Sventure, calamità, pandemie ed altro con la temuta conseguenza delle carestie come qui si vede son sempre esisitite e molto spesso si son coniugate con le violenze ed i saccheggi degli eserciti di maniera che proprio nel ‘700 si sentì l’esigenza di redigere nuovi regolamenti per la disciplina dei soldati non solo nel contesto delle forze armate ma anche in relazione ai rapporti con la popolazione civile.

Camporosso (vedi qui un approfondimento critico ma anche di fotografie e stampe antiquarie del borgo) poi, in particolare nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, città peraltro poi eretta a piazzaforte, aveva gravemente risentito già nel ‘600 gli effetti delle guerre tra Stato Sabaudo e Dominio di Genova = e i terribili danni apportati -per giunta dai soldati genovesi del generale Prato che avrebbero dovuto proteggere il borgo- oltre che alle persone specie alle colture mai risarciti dal Parlamento intemelio indussero il borgo ad essere tra i capofila per chiedere e ottenere la separazione da Ventimiglia per la parte economica organizzandosi entro la “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi”

Con la Guerra di Successione al Trono Imperiale le devastazioni divennero spaventose ovunque anche per gli effetti dell’efficienza delle moderne artiglierie e delle trasformate tattiche di assedio con aggressioni sotterranee alle nemiche fortificazioni tramite mine ed esplosivi quanto con la creazione di nuove fortificazioni in molteplici luoghi già dedicati all’agronomia (qui ripresi da un testo ottocentesco ma per molti aspetti non troppo dissimili nella strategia di base).

Logicamente i danni potevano esser procurati da tutti, compresi briganti e civili, e nonostante il progresso il secolo XIX non fu facile = e come scrisse in un suo lavoro il parroco di Pompeiana G. B. Zunini per le cattive annate, le malattie dei vitigni tradizionali e la scarsa resa della zootecnia spesso la soluzione per molti consistette nella dura scelta dell’emigrazione.

da (suscettibile di integrazioni e varianti) Cultura-Barocca

L’università di Providence e la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM)

Tanti, troppi anni fa, nel 1986, quando ero consulente scientifico della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM), alcuni docenti dell’università di Providence negli USA, in forza di scoperte colà divulgate da quel grande indimenticabile ispanista che fu Mario Damonte, mi chiesero, oltre ad altre cose, perché grazie alla Biblioteca Aprosiana, dove si fecero (anche in seguito, ma soprattutto da studiosi americani) scoperte eclatanti, la città di frontiera grazie al FONDO ANTICO della “Libraria di Aprosio” non potesse divenire parte integrante di un polo universitario di Genova interagente con la Francia, la Spagna, il Piemonte e oltre, che con altri siti italiani ed europei, naturalmente con molte istituzioni universitarie del loro Paese, tuttora interessate al materiale, spesso unico al mondo.

Purtroppo, tutto rimase lettera morta…

SAREBBE DAVVERO SUPERFLUO METTERSI A DISSERTARE DI “ANGELICO APROSIO NEI SUOI RAPPORTI CON LA CULTURA SPAGNOLA DEL XVII SECOLO” SENZA FAR CAPO A UN GRANDE STUDIOSO QUALE FU MARIO DAMONTE DI CUI SI RECUPERANO QUI DI SEGUITO ALCUNI FONDAMENTALI INTERVENTI CRITICI, ACCORPATI IN UNA SUA SPLENDIDA OPERA USCITA POSTUMA, SULL’ARGOMENTO APPENA CITATO, VALE A DIRE:


1 – PADRE ANGELICO APROSIO E LA SPAGNA

2 – UN MANOSCRITTO GONGORINO SCONOSCIUTO NELLA BIBLIOTECA APROSIANA DI VENTIMIGLIA (IN LINGUA SPAGNOLA).

COME ERA NELLE MIGLIORI TRADIZIONI APROSIANE MARIO DAMONTE SAPEVA ALTRESI’ CIRCONDARSI DI COLLABORATORI DI NOTEVOLE VALORE E TRA QUESTI MERITA D’ESSER MENZIONATA ANNA MARIA MIGNONE CHE PER IL “I QUADERNO DELL’APROSIANA”, VECCHIA SERIE, DEL 1984, EDITO’ ENTRO UN SUO SAGGIO CRITICO UN INEDITO SPAGNOLO DI JUAN PABLO RIZZO

INTITOLATO CONSOLATORIA AL SENOR JUAN MARIA CAVANA EN LA MUERTE DE SU PADRE.

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

Nel Seicento, ipotesi sulla Ventimiglia (IM) romana

Fuimus Troes, noi Ventimigliesi dispersi come i Troiani, cacciati dalla città romana, ora sepolta sotto la sabbia”. In un codice inedito e prezioso, antico di oltre tre secoli, l’erudito ventimigliese Angelico Aprosio scrisse a proposito di Albintimilium: “ … Al Signor Don Giovanni Vintimiglia / Mentre ma giorno tutto ansioso e non senza tema d’esser ferito dal pestifero contagio, i! quale ha poco meno che desolato l’emporio regio delle onde Ligustiche, me n’andava passeggiando per Banchi, m’incontrai per buona sorte nel nostro dottissimo Daniele Spinola e da esso intesi qualmente nel bel principio che si scoprì il male in Roma, imbarcatasi in Livorno verso Sicilia se ne fusse tornata in Messina a ripatriare. Io ne lodai il Signore: che per altro haverei temuto non fusse seguito di essa come del virtuosissimo Herrico e d’altri amici. Iddio ha voluto preservarla per lassare a posteri la vera Idea d’un buon cittadino, mentre anco dopo il corso di CCC anni, che li suoi ascendenti partirono di qua per ricevere ne la fertil Sicania eccelsi honori, non viene punto scemato il suo affetto verso questa distrutta città, potendo dire ciascuno de’ suoi cittadini: Fuimus Troes…“.

L’Aprosio prendendo in prestito questa bella immagine poetica della classicità offriva all’antiquario siciliano Giovanni Ventimiglia un suo abbozzo d’idea sulla storia di Ventimiglia romana: Giovanni Ventimiglia dei conti di Gerace e di Isola Maggiore (erudito linguista di tradizione filosiciliana) aveva molteplici interessi. Tra questi spiccavano quelli storico-antiquari: si era infatti proposto, attraverso un lavoro indefesso, di dimostrare che la sua casata era strattamente legata al ramo siciliano dei dispersi Conti di Ventimiglia ma, quale erudito di indubbio valore, non voleva limitare il suo impegno ad un discorso encomiastico della propria famiglia ma aveva maturata l’ambizione di investigare sulla storia e sui monumenti di Ventimiglia romana, una città di cui molti avevano parlato (lo stesso grande storico Tacito) ma al cui riguardo non si erano ancora fatte scoperte di alcun rilievo [la lettera aprosiana, ora editata nel monografico “Quaderno dell’Aprosiana”, I, Nuova Serie, fa parte de Lo Scudo di Rinaldo II il cui manoscritto si custodisce, oltre che in copia fotostatica presso l’intemelia biblioteca Aprosiana, come originale e autografo alla Biblioteca Universitaria di Genova, segnatura fondo Aprosio, MS. E.II.37]
Con arguzia tipicamente barocca l’erudito frate intemelio aveva colto un principio di fondo: che al pari dei mitici Troiani gli abitanti di una distrutta Intemelio si fossero dispersi e che, in un tempo imprecisabile, avessero abbandonato al deserto i ruderi fumanti dell’incendiata città romana.
L’effetto epico della sua affermazione non si addice alla realtà degli antichi eventi, tuttavia era nell’intenzione del frate di provocare attenzione nuova su alcuni problemi della medievale città di Ventimiglia, che, a suo giudizio, come altre località quali Bordighera, Camporosso e Dolceacqua, era il risultato dell’insediamento di un “popolo romano” disperso in piccoli gruppi dalla devastazione della capitale, sita tra Nervia e Roia, e stanziatosi nei luoghi di volta in volta ritenuti più sicuri, privi di insediamenti, dove, sotto i nomi diversi dei borghi del Medioevo, avrebbero “rifondato” la loro città.

Il grosso nucleo urbano di Ventimiglia medievale sarebbe stato, a suo parere, il sito dove si trasferì in massa la maggior parte della gente della città romana di Nervia, ormai in pieno degrado sia per effetto della crisi generale dell’Impero di Roma dal IV secolo avanzato ma anche per i saccheggi di popoli barbari apportati, iniziando dagli Alamanni, alla città rivierasca.
Secondo Aprosio l’altura della futura città medievale (quasi certamente già sede di un grosso sobborgo imperiale) non sarebbe però stato neppure l’unico centro demico evolutosi da tale dispersione.
Gruppi minori di popolazione si sarebbero recati in altri luoghi, della costa e preferibilmente dell’interno, a costruire altri minori nuclei residenziali meno esposti alle scorrerie e strategicamente più protetti dalla conformazione naturale del terreno.

L’Aprosio, bibliofilo del XVII secolo, non aveva però interessi storici, ma solo curiosità e per tale ragione nel proseguire la sua lettera all’erudito siciliano demandò a quest’ultimo e al concittadino Girolamo Lanteri, ricercatore ufficiale per 1′Italia Sacra dell’Ughelli, l’arduo compito di studiosi ufficiali di Albintimilium: “ … Spero nondimeno di vederla risorta (Albintimilium) nelli suoi eruditissimi fogli, risorgendo novella Fenice a più bella vita, che non potè ricevere da suoi edificatori primieri; mentre non perdonando a spesa non lassa di far rivolgere sossopra gli Archivi per dissotterrare le più nascoste memorie. Anch’io una fiata mi ero invogliato di adornare cotesta Sparta: non lassando di sollecitare il nostro concittadino Domino Gieronimo Lanteri, il quale ha dato principio alla Topografia di essa… “.

L’erudito siciliano morì tuttavia poco dopo senza lasciare frutti delle sue ricerche e lo studio del Lanteri risultò fiacco e deludente; l’Aprosio si sentì in obbligo di ritornare sull’argomento proprio perché il Lanteri, ignorando i suoi suggerimenti (probabilmente esplicitati in un’operetta andata purtroppo persa le Antichità di Ventimiglia), sviluppò l’ipotesi di una identificazione di Ventimiglia medievale e secentesca con l’impianto urbano di quella città romana di cui molte fonti parlavano (il geografo greco Strabone, vedendola, la descrisse come una “grande città) e che, magari velata nelle viscere della terra od ormai ridotta a fondamenta di caseggiati medievali pur doveva esistere o quantomeno aver lasciata qualche traccia archeologica se non monumentale.
Con un pizzico di aceto contro il Lanteri egli quindi scrisse: “… non istimo, che questa (la città medievale) sia quella Ventimiglia, di cui fa mentione Strabone nel lib. IV, a pag. 136, della Ed. di Basilea per Giovanni Walder MDXXXIX fol. ove dice Urbs ingens est Albion Intemelium: impercioché non si veggiono in essa quelle vestigia, che per tale la potrebbero dichiarare: ma più tosto un’altra da essa discosta un picciol miglio di camino, attaccata al fiume Nervia, ove si vedono reliquie di fabriche antichissime. E mi ricordo che, essendo giovanetto, le acque di detto fiume, cresciute fuor de l’usato, passando vicino ad una possessione della mensa Episcopale, con portarne via gran parte, scuoprirono alcune stanze sotterranee, nelle quali furono ritrovate monete, lucerne, con altre anticaglie… “.

Aprosio in questa sua memoria dice e fa intendere ma, con “onesta dissimulazione” non si sbilancia, come ancora dopo si leggerà: dimostra piuttosto di provare pudore e riverenza, non tanto per esser stato un visitatore clandestino d’un patrimonio archeologico (certo non esistevano né Belle Arti né Sovrintendenze né norme di tutela del materiale antiquario) ma per essersi lasciato andare, nei terreni della prebenda vescovile, ad indagini profane (indubbiamente sconvenienti ad un religioso che sarebbe poi stato Vicario dell’Inquisizione e che avrebbe dovuto segnalare per la sua stessa funzione ogni idolatria scoperta) ed averne al contrario, verisimilmente, riesumato per sè diversi reperti, quasi certamente più di quanti lascino trapelare le sue poche note (ed infatti come si potrebbe spiegare che nel lontano 1645, quando in fondo era ancora un letterato di belle speranze e pochi soldi, un classicista del peso di Dano Bartolini pubblicando proprio in quell’anno a Padova, per il Crivellari, le sue Osservazioni nuove de Unicornu avesse elogiato il frate intemelio sì come letterato ma non quale bibliofilo e piuttosto come antiquario e numismatico: il realmente povero Aprosio donde avrebbe potuto portare con sé quelle monete e medaglie se non da Ventimiglia, se non da quei scavi che quasi certamente per primo, senza onerosi esborsi per tombaroli, guide o trafficanti, era stato in grado di visitare con un certo senso critico e soprattutto col suo spiccato amore per le antichità greche e romane?)

Oltre queste postulazioni, invero coinvolgenti, occorre comunque ribadire che le ragioni di quel secentesco dibattito tra Aprosio e Lanteri risiedono fondamentalmente nella mentalità dei due studiosi, bibliofili e per natura estranei all’investigazione sui siti.
Avevano contemporaneamente torto e ragione: estranei all’archeologia, per il momento storico e la forma culturale, partirono entrambi dall’assioma letterario, fonte primaria di ogni sapere da una catena di secoli.

Così al Lanteri, che aveva ipotizzato una continuità residenziale nelle alture del centro storico medioevale, l’Aprosio più giustamente rispose ipotizzando una soluzione del tutto opposta coll’immagine di un’Albintimilium semisepolta da sabbie eoliche nell’area “nervina”: e nello stesso tempo entrambi gli studiosi ebbero contrastanti dubbi perché il Lanteri parlava di casuali reperti atti ad ipotizzare insediamenti minori tra Nervia e Roia, l’Aprosio, che conobbe i miliari di S. Michele ma ignorò la lapide della cattedrale, scrisse: “… Ci è oltracciò altra Chiesa dedicata all’Arcangelo Michele prima luce del Cielo, di struttura antica, Tempio, nel tempo de’ Gentili sacro a Dioscuri, o sia Castore e Polluce. Di essa hanno la padronanza li Monaci dell’Isola di Lirino: ma di essa poco curandosi, ha perdute le ali, rimasta col corpo di mezzo ed in questa è quella Colonna mentovata dall’Abate Ughelli, e posta innanzi al Convento di S. Agostino. Ma, o quanto roso hanno gl’infrangibili denti del Tempo! Si vedono altre lettere in un frammento di Colonna, sopra cui riposa la pila dell’Acqua Santa: ma di esse non si discernono le lineationi…” .
Nell’ambito di questo dibattito l’Aprosio, come il Lanteri, rimase condizionato dal flusso delle sue conoscenze libresche ed in particolare dal fatto che il geografo greco Strabone avesse definito Albintimilium come “una grande città“: l’antico scrittore descrivendo l’Impero di Roma nell’alba della sua grandezza si riferì sicuramente alla realtà municipale di Albintimilium individuabile dal lato amministrativo e da quello urbanistico su parametri geografici ben più estesi rispetto a quelli della medievale angusta Ventimiglia e dove dal nucleo principale dell’area nervina si succedevano insediamenti costieri suburbani sino al confine del municipio imperiale, la Turbia ad rest e forse il S. Romolo ad oriente.
Questa possibilità di un’Albintimilium straordinariamente più estesa di Ventimiglia, l’area principale ma non unica dell’antico municipio, che per tante ragioni conservò pur modificata l’antica nominazione, giunse estranea all’Aprosio ed al Lanteri, tesi, anche per limiti culturali, a creare un calco romano di Ventimiglia medievale, e a lei prossimo per forma, siti e dimensioni.
Neppure essi presero in considerazione certe ammissioni storiche, quale quella che dal Giustiniani si continuò a sostenere in relazioni pubbliche e private del loro tempo e cioè che la realtà municipale romana di Albintimiliium fosse da identificare più coll’area diocesana di Ventimiglia che coi siti della città sede del Vescovo: il discepolo dell ‘ Aprosio, Domenico Antonio Gandolfo, sostenne e scrisse “esser la Diocesi di Ventimiglia tipo sino al porto nominato Rotta verso S. Remo della pagana Intemelio” ma rimase inascoltato dal vecchio e geloso maestro.

Oggi, stranamente, il frate giunge ancora più utile per quanto ignorò di Albintimilium in merito ai suoi interessi di raccoglitore e catalogatore.
Privo di intenti storici ma curioso delle antichità, ispezionò in superficie l’area tra Roia e Nervia, da dove raccolse casuali reperti: per quanto scrisse non individuò altro che ruderi, neppure segnalò edifici ancora attivi nell’area nervina, mai parlò di fortificazioni, ponti sul Nervia, di attracchi per imbarcazioni o di edifici religiosi.
Poiché fu dettagliato nel descrivere altri siti del Capitanato di Ventimiglia, almeno sulla linea costiera sino agli edifici urbanistici e religiosi della dipendente Villa di Bordighera, tutto lascia pensare che nella seconda meta del XVII secolo l’area nervina, già paludosa per gli straripamenti di Nervia e Roia, fosse sede di casali rurali, di sparse aree coltivate, che vi fosse una certa attività umana, connessa anche e forse soprattutto alla locale prebenda vescovile, ma che, oltre alla Bastia (o Bastita e al Convento di S. Agostino (e già ci si trovava abbastanza lontani dal nucleo demico principale della città imperiale) non vi si potessero riconoscere altri grossi edifici pubblici o privati.
Solo rovine! Eppure documenti antichi, ignoti al frate, parlavano di un’area “nervina” ancora ricca di strutture operative, polivalenti nel XIII secolo, e, sino quasi ai tempi aprosiani, non mancano riferimenti a organismi militari o perlomeno alla manutenzione di luoghi di culto in tale area!

da Cultura-Barocca

Cenni sulla storia di XVI e XVII secolo relativa a Ventimiglia (IM) e zona (intemelia)

Ventimiglia (IM): Loggia dell’Antico Magazzino dell’Abbondanza

Nel 1622 (alla vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli erano arruolati come soldati locali (“militi villani” di guardia alla frontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita: “La città di Ventimiglia [IM] ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà ‘800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti“(“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).

Ventimiglia (IM): uno scorcio delle antiche mura

Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)” si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull’arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.

Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE PRESUBIBILMENTE DI G. G. LANTERI indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai “nemici”) pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634). Degli eventi esiste pure una contestuale RELAZIONE DEL VESCOVO GANDOLFO (questa che venne consultata presumibilmente dal Lanteri fu trascritta entro una sua opera dal II Bibliotecario dell’Aprosiana Domenico Antonio Gandolfo come qui si legge)

Nonostante questa loro fedeltà a Genova, i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un’impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si “finse”, di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.

All’8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL’UFFICIO DELL’ABBONDANZA (manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Internazionale di Studi Liguri – Bordighera). Nell’ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l’organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell’amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l’equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: ” … si provvide per gli ufficiali dell’abbondanza di fare quadrare i passi a confini...” mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì “abbondanziere” il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).

Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “…Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell’abbondanza, cioè dei viveri dei soldati…” (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d’Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).

Abbondanza od Annona che fosse, l’Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità “…un vecchio errore di economia pubblica, l’annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli...” (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l’economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l’ANNONA era più estensivamente “il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie“.

Sotto quest’ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l’Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l’Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatoria, all’8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA.

Ventimiglia (IM): Cattedrale di N.S. Assunta

I nobili di Ventimiglia, che ne ebbero sostanzialmente il controllo a scapito degli OTTO LUOGHI, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento dell’UFFICIO DELL’ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all’Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell’Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l’istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l’idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell’Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell’area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.

Nel contesto dell’annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie di Bordighera (IM), che nel XVII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l’assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell’Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale (senza calcolare la difficoltà d’accesso ad altri uffici presenti solo nella città tra cui IL LOCALE PUBBLICO OSPEDALE)

Bordighera (IM): Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maddalena

Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell’Abbondanza alle Ville dall’altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all’organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.

Bordighera (IM): Porta Sottana [con lo stemma di Genova]
In effetti circa novanta anni prima (7 giugno 1543) due esponenti del COLLEGIO DEI PROTETTORI DI SAN GIORGIO, Giovanni Imperiale e Antonio de Fornari con le loro ordinazioni, e alla presenza dei rappresentanti delle Ville Antonio Rondelli e Giovanni Antonio Guglielmi e di Ventimiglia i “Magnifici” Battista Galeani e Luca Sperone, avevano tentato una COMPOSIZIONE IN 36 CAPITOLI dei rapporti socio economici tra la Città di confine e le sue dipendenze rurali.
In particolare preso atto della non corretta gestione di sanità si tentò anche di instaurare un più corretto rapporto sulla gestione del pubblico ospedale (punto 34) e di meglio controllare l’operato del medico pubblico (punto 27), ma l’unico vero e concreto risultato si sarebbe ottenuto, con molto altro, solo dal 1693 con l’equiparazione dei diritti tra villani e cittadini nella fruizione dell’OSPEDALE DI SANTO SPIRITO essendosi ormai ratificata la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi ed essendo in atto l’annosa procedura di divisione tra le aree amministrative.

Ventimiglia (IM): l’antico Ospedale di Santo Spirito

L’inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di “prestigio” delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l’Abbondanza come cosa propria.
All’apparente democrazia dei nuovi capitoli “dicevano di no” gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).

E poi… in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un’ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l’Ufficio intemelio dell’Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell’Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell’Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.

Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro “tremavano” nell’attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l’esosa città.

da Cultura-Barocca