Il triste caso di Peirineta Raibaudo

Limiti occidentali del Dominio di Genova

Così nella sua Storia della Città di Ventimiglia alle pp. 236-237 Girolamo Rossi riportò i contenuti del manoscritto recuperato a ” Sospel “ intitolato ” Atti per il fisco giurisditionale del presente Castellaro inquirente contro Peirinetta vidua fu Gian Raibaudi ” che all’epoca sarebbe stato in possesso del parroco locale.
In Castellaro [località nel retroterra di Mentone] era stato iniziato il 5 settembre 1622, un processo contro cinque sventurate femmine, di cui la protagonista si chiamava Peirineta Raibaudo, incriminate di un gran numero di delitti immaginari [il procedimento tenuto secondo l’epocale costumanza del “doppio foro” eccesiastico e civile riguardava fatti non casualmente avvenuti in un areale di frontiera e di Diocesi di Frontiera = in particolare nel contesto delle Diocesi ed Arcidiocesi “Liguri” è da dire che la Diocesi di Ventimiglia -in cui stando agli atti avrebbero operato al massimo siffatte streghe– aveva una caratteristica abbastanza sottovalutata quella cioè di costituire una Diocesi di Frontiera o meglio ancora “Diocesi Usbergo” alla maniera che scrisse contro i vari aspetti dell’illuminismo il polemista conservatore Padre Antonino Valsecchi (la cui opera è qui digitalizzata) quindi più esposta e permeabile, quasi se non proprio al pari delle Diocesi della Germania Meridionale, alle infiltrazioni dell’Eresia compresa l’Eresia Stregonesca] cioè di aver fatto morire ragazzi con malefici, di correre in corso sotto forma di gatte e d’aver avuto commercio [ rapporti sessuali ] col diavolo vestito di rosso .
[oltre che in generale il crimine osceno di bestialitas o “congiungimento carnale con animali” nello specifico esso era temutissimo soprattutto in ambito agreste e pastorale e comunque contadino come appena prima si è scritto per il possibile coinvolgimento nell’innaturale atto sessuale di forze demoniache e in particolare del Demonio in veste di Capro accoppiantesi con Streghe nell’ambito del Sabba: al punto di appellarsi all’opera di Santi specificatamente protettori: le manifestazioni orgiastiche dei Sabba potevano mutare come poteva putare la nominazione del diabolico amante delle Streghe ma sempre di un Capro si trattava pur se l’etimo poteva variare -anche sulla base di superstiti interferenze pagane deformate e alterate- ad esempio in in vasto areale comprendente la “Liguria Storica” si prediligeva l’espressione Bekko e/o Becco argomento quest’ultimo su cui il ventimigliese Aprosio scrisse questo capitolo ora edito e qui digitalizzato della sua Grillaia cui non fu al suo tempo concessa la licenza di stampa per l’audacia di certe riflessioni sia di ordine teologico e non prive di riferimenti al paganesimo sia soprattutto avverso sia le donne fedifraghe che gli uomini sciocchi: l’eruditissimo Angelico Aprosio sulla scorta di queste tradizioni connesse ai suoi interessi di filologo quanto ai suoi doveri di religioso , che procedevano di pari passo con quelli per letteratura e bibliofilia oltre che collezionismo antiquario, integrò alquanto i suoi spostamenti nelle escursioni storiche ai tempi del soggiorno nel territori nella Repubblica Veneta lasciando saltuariamente l’amatissima Venezia sì da spingersi in varie contrade limitrofe. E’ ben noto che dal territorio dell’antica Aquileia spaziò variamente raggiungendo e frequentando l’ area istriana e la Dalmazia con un soggiorno non del tutto agevole nel Convento Agostiniano dell’Isola di Lesina -non si trovò infatti bene nel locale Convento che paragonò ad una Spelonca ma ove ebbe la buona sorta di raccogliervi molto materiale manoscritto, tuttora conservato alla Libraria di Ventimiglia riguardo degli Uscocchi– e quindi spingendosi sin a Lubiana ed oltre al segno di raggiungere in altri momenti anche il Tirolo del Nord ed il castello di Rottenburg per apprezzare e studiare il grande moto fideistico per S. Notburga di Eben protettrice contro le malattie -anche malefiche e causate da Streghe secondo la credenza- che colpivano uomini ed armenti. A riguardo della Bestialitas si può leggere -p. 227, colonna II- nel qui digitalizzato l’ Examen Ecclesiasticum di F. Potestà mentre nell’ambito mirato della voce ” lussuria ” giova consultare la qui digitalizzata Bibliotheca Canonica… di L. Ferraris) = inoltre in questi secoli attesa la propaganda controriformista sull’impudicizia degli eretici si sosteneva che proprio in rapporto al contesto ideologico a questi ultimi, maliziosamente ed elaboratamente, attribuito molte
Meretrici facilmente si sarebbero alla fine evolute in Streghe Eretiche].
A nulla valsero le favorevoli deposizioni del rettore del luogo D. Bernardino Balauco, che asseriva la Raibaudo scema di cervello
[e forse nella sua buona intenzione il religioso non giovò ma danneggiò la poveretta atteso che che all’epoca sussisteva equazione tra malattia mentale-ossessione e possessione non senza escludere interferenze demoniache]; il vice fiscale Gabriele Peglione, sedendo pro tribunali davanti l’illustre Francesco Lascaris signore del luogo, ricorrendo alle Torture strappava all’infelice Peirineta, che essa era solita far unguento con polvere di rospo, con sangue di dragone ed ossa di morti [ eran peraltro questi i secoli dei veleni = su cui molto si è scritto vedi qui anche la diitalizzazione de L’elemento tossicologico nella stregoneria e nel demonismo medioevale di S. Marszalkowicz ] e che con esso ungeva un bastone di avellano [ in pratica un bastone di noce -cosparso di siffatto unguento- che collegava l’opera della donna alla formidabile superstizione nel ‘600 assai discussa dell’albero o noce delle Streghe di Benevento dai grandi poteri malefici ] per poter andare in corso; che una volta il Diavolo l’avea portata in aria sino al luogo di Castellaro il vecchio, dove depostala in un androne, in cui sedevano due individui chiamati Miran e Barraban, l’aveano costretta a rinnegare Dio, la Vergine, i santi e che quest’ultimo facendole un segno sulla fronte le avea tolto i segni del battesimo e della cresima; che era solita andare alle congreghe notturne che si teneano ora nei campi di Ventimiglia, ora nelle terre di Mentone all’ora della mezzanotte, dove intervenivano femmine di Dolceacqua, di Camporosso, di Ventimiglia, di Mentone, di Gorbio, di S. Agnes, di Castellaro, di Castiglione tutte col viso coperto, dove, dopo aver cenato e ballato si concedevano a tali eccessi che il processo registra, ma che il pudore vieta di riferire.
Il giorno ultimo di gennaio del 1623 il giudice Cristoforo Cumis, pronunciava la sentenza, in cui l’infelice Peirineta Raibaudo veniva condannata ad essere strangolata ad un palo in luogo pubblico, e quindi ad essere abbruciata: il martorio però fu ancora lungo, poiché fu preceduto dalla solenne abiura da lei fatta il 9 marzo nella chiesa di S, Pietro coll’intervento di D. Giulio Ricci dottore in leggi e vicario foraneo, né l’esecuzione ebbe lugo che il giorno 13 novembre, in cui la Raibaudo assistita dai P. Alfonso di Spezia e P. Agostino di Genova, precedeta dalla Compagnia della Misericordia, andò nel luogo del supplicio, eretto davanti la chiesuola di S. Antonio, e quivi strangolata per mano del carnefice, venne tosto come masca
[strega o più propriamente “strega eretica” abbruciata] e le sue ceneri furono sparse al vento [in maniera da non fruire di sepoltura in terra consacrata] “.
Molto più tardi il Canonico intemelio N. Peitavino alle pp. 115-116 con poche modifiche, se non formali e lessicali, riprese la vicenda nel suo volume Intemelio; Conversazioni storiche, geologiche e geografiche sulla città e sul distretto intemeliese, Ventimiglia, s. a. = l’unica curiosità è che i due autori replicano l’identico nome della sventurata donna sotto la forma in “Peirineta Raibaudo” mentre la trascrizione del processo, ” Atti per il fisco giurisditionale del presente Castellaro inquirente contro Peirinetta vidua fu Gian Raibaudi ” come ben si legge riporta la forma “Peirinetta Raibaudi”, cosa che comunque non inficia in alcun modo la validità del recupero dei dati.

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Sulla fondazione di Bordighera

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L’avvento di Bordighera (IM) come centro marittimo, scalo commerciale e borgo di “pescatori” e “corallatori” non pare casualmente del XV secolo: il “porto canale” di Ventimiglia fu distrutto nel XIII secolo e perse ogni valenza militare ma poiché gli uomini operano anche oltre il degrado delle strutture, sfruttandone le minime risorse, è probabile che un’attività di piccolo cabotaggio e di pesca sia sopravvissuta sui resti funzionali dell’antico porto distrutto dal Martinengo.
Il 21 settembre 1339 sancì probabilmente la fine vera di ogni attività marinara di Ventimiglia; in un antico necrologio della Chiesa Cattedrale di Ventimiglia sotto la data leggesi:… M°CCC°XXX°VIIII° die XXI septembris fuit ita magnum diluvium quod tanxit vintimilensem civitatem usque in portum–duxit totum pontem, et omnia molendina ita ut nihil in dictis distancii remanxerit.
Vale a dire che in quella data per un “grande diluvio” le acque del Roja spazzarono via col porto sopravvissuto il ponte ligneo sul fiume e i numerosi mulini e frantoi.

In uno studio su Vallecrosia si è dimostrato quanto fosse nutrita dal XIII secolo la visitazione umana nella zona costiera del luogo, pur essendo sorto più nell’interno dell’omonima valle il borgo medioevale. Dagli annalisti genovesi si apprende che, in pratica, tutto il territorio dal Nervia all’attuale Capo di Sant’Ampelio fu spesso sede dei quartieri militari genovesi stanziati contro Ventimiglia.
Il fatto che questi miliziani saccheggiassero campi, vigneti e indeterminate coltivazioni ad alberi da frutta fa pensare che già ai tempi del lungo conflitto con Genova, dal 1167 al 1238, le aree costiere della piana di Nervia, interessante Camporosso, e dal Nervia stesso sino all’attuale Bordighera, fossero state in qualche modo ripopolate o rivisitate da “villani” alla ricerca di terreni agricoli, abbandonati nell’VIII, IX e X secolo per il timore di scorrerie barbare e saracene.

Nel 1239 quando i genovesi aggredirono e distrussero l’ultimo nucleo di resistenza organizzato intorno all’avamposto difensivo di Sant’Ampelio, formato da una torre di avvistamento e da un “resetto” fortificato, devastarono, stando ai documenti, anche nuclei insediativi che nulla vieta di ritenere di antichissima origine.
Sappiamo, da atti notarili del Duecento, di altre prove di insediamenti con la comparsa del toponimo “Burdigheta” che la Ceriolo-Verrando (33-35) rimanderebbe linguisticamente a una zona insediativa, bassa e paludosa propizia alla pratica della pesca.

L’atto di fondazione di Bordighera, finalmente individuato nell’integrità e completezza, del 2 settembre 1470 rimanda più precisamente al concetto di una “rifondazione” alludendosi al restauro di un vecchio insediamento e del resto il focatico provenzale del 1340 aveva già qualificato l’esistenza di una presenza insediativa sui cui resti in qualche modo s’innestò la Villa di Bordighera.
Questa località, per varie ragioni aveva lentissimamente finito per surrogare Ventimiglia sotto la specie dello scalo commerciale e in primo luogo sotto la veste di punto di riferimento per l’attività della pesca.

Se nel 1468, due anni prima della fondazione e ricostruzione di Bordighera, il “Parlamento di Ventimiglia” fissò un calmiere per il pescato e sancì che il pesce preso a Bordighera si dovesse poi vendere “in chiappa”, nel mercato di Ventimiglia, risulta evidente che quell’area era assai frequentata da pescatori locali e del circondario.
“Sardine, bughe, dentici, pesce minuto” erano oggetto di pesca continuata, non è neppure negabile che i 32 fondatori della quattrocentesca Bordighera fossero pescatori originari preferibilmente, dall’onomastica, di Borghetto e Vallebona, che scelsero la via di una sistemazione definitiva in un’area con relativi, minimi insediamenti, che elessero a Villa intemelia.
Tuttavia il fatto che sul Capo o sulla Punta di Bordighera nel 1421 fosse registrata l’attività di un “falodio” o falò, custodito da una guardia, con funzioni di segnalazione, rintracciato in documenti del XVII secolo, fa pensare che il luogo abbia finito per rivestire, cessato il significato militare, la funzione di punto di riferimento per il naviglio anche di natura più estesamente commerciale: del resto già dal XVI secolo i Bordigotti non paiono soltanto relegati al semplice ruolo di pescatori ma secondo le relazioni dei “Protettori” del Banco genovese di San Giorgio esercitavano attività di trasporto commerciale per Ventimiglia su larga scala verso Genova, la Corsica ed altri porti di rilievo.

Se, tra il XIII e il XIV secolo, la fine di Ventimiglia quale scalo marittimo pare sancire l’avvento “portuale” della Villa di Bordighera, i gravi danni patiti tra il XIV e il XVI secolo dal suo settore primario e dagli organismi di produzione probabilmente sancirono un ruolo sempre meno marginale per le altre sette Ville votate ad un’attività prioritariamente agraria.

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Relegare nel cassetto

Nell’ala di levante del Convento di Sant’Agostino a Ventimiglia (IM), Aprosio istituì a metà XVII secolo la sua “Libraria”, la prima biblioteca pubblica in Liguria

 Angelico Aprosio (1607-1681) era sicuramente un umorale ed un polemico, oltre che probabilmente un vanesio come tanti eruditi del suo tempo. Contestualmente era anche un “semplice” – cosa che spesso si coniuga con un’indole ribelle ai formalismi quando si possono evitare – cosa che per certi aspetti può accostarsi seppur variamente all’appellativo datogli di “poeta” = la sinergia od il sincretismo di queste due postazioni [fortificate dalla convinzione dell’autorità in “Patria” conferitagli dalla sua reale rinomanza e fama epocale (cose indubbie e garantite dal gran numero di ammiratori ed assidui corrispondenti)] a suo giudizio, avventato e semplicistico, avrebbero dovuto costituire un palinschermo. Un antemurale magari cedevole talora a fronte di quelli che lui riteneva autenticamente potenti e con cui aveva dovuto anche inghiottire “bocconi amari” ma quasi certamente efficace in un contesto più provinciale dove, credeva lui, avrebbe forse potuto presentarsi come una sorta di “Veggente Autorevole”.

Le cose non stavano e non stanno e mai staranno così = che si tratti del “Mondo Grande” o del “Mondo Piccolo”. Ritualità sociale e storia vogliono spesso che i valori già sanciti sian prioritari e che i “nuovi arrivati”, per quanto prestigiosi, debbano seguire una trafila dettata da consuetudini e consolidati ritmi di vita sociale. In tutto ciò risiede una ineluttabilità che Aprosio, dall’alto di una fama che però a Ventimiglia (IM) aveva avuto echi relativi ed in ambienti settoriali della cultura e della religione, finì colpevolmente per ignorare lasciandosi andare ad una serie di esternazioni anche non prive di fondamento, ma giammai mitigate dagli estri dell’onesta dissimulazione e dell’affettazione, in definitiva della diplomazia spicciola. sì da rimanerne di seguito demoralizzato e scosso al punto di scrivere note di delusione.

L’arrivo del maggiormente realistico e diplomatico suo discepolo Domenico Antonio Gandolfo gli fu più giovevole di quanto si creda,  a prescindere dai dialoghi di cui sapremo sempre poco, anche se qualche traccia rimane come nell’abbastanza sorprendente consiglio aprosiano dato al giovinetto e cioè di non far lasciti, come nei suoi desideri, alla “Libraria“. Gandolfo, tuttavia, colui che sarebbe divenuto illustre per vari motivi ed addirittura a Roma ove fu trasferito in seguito e che si meritò l’appellativo di Concionator o Predicatore dell’Ordine Agostiniano, seppe dare utili consigli al Maestro, non ultimo quello di non astrarsi come aveva fatto dalla vita sociale ma, utilizzando vari mezzi dall’affettazione alla crittografia, di dare a quanto divulgato, verbalmente o per iscritto, una veste quantomeno meno aggressiva se non auspicabilmente più diplomatica, anche a costo di “relegare nel cassetto” le esternazioni più pepate; in attesa di quietare i proprio umori e nel caso dar loro, in seguito, una caratura più consona al pragmatismo sociale.

Aprosio, sia per le esperienze vissute sia per l’età ma forse soprattutto per questi consigli, vi si adeguò, anche nel caso di affrontare temi pregressi, apparentemente sepolti, ma senza mai davvero sapere se potesse sussistere qualche permaloso sostenitore di antichi nemici. Per esempio nella circostanza di cui ora si va a parlare Angelico non usò segni convenzionali di cui si sia reperita attestazione ma, a dimostrazione che le polemiche aprosiane non dovettero mancare di pepe nemmeno “in patria” e che forse era meglio non rinvangare antichi scontri lasciando come detto “nel cassetto le discussioni” (del resto prima di stampare al frate era sempre concesso anche in rapporto all’Imprimatur – mai semplice da ottenere per le molteplici autorità ecclesiastiche che vi avevano competenza – il tempo di cassare e/o sopprimere per usarle nascostamente parti a rischio) se ne rimase quieto, affidando alla penna e poi al silenzio il ricordo di vecchie e sgradevoli storie che avrebbero però potuto riaccendere sopiti focolai. Ritornando ai suggerimenti gandolfiani, ad una crescente quiete esistenziale d’Aprosio giunge alla fine emblematica un’esperienza locale in cui si fa riferimento al dibattito, peraltro a suo tempo acceso, inserito nella II parte dello Scudo di Rinaldo già inedita relativa all’urto ideologico ma anche legale tra gli amici aprosiani l’architetto ingegnere Francesco Marvado Candrasco e il dotto sacerdote di Dolceacqua Giovanni Battista Maccario (o Macario) ed il conservatore religioso detto da Aprosio Tragopogono, “Animale” ed anche “Cramatofilo” e “Filocremato” in merito alla realizzazione della Chiesa del Suffragio nella Villa di Camporosso = anche qui parti pepate che non avrebbero forse ottenuta l’autorizzazione alla stampa dalla Censura Ecclesiastica non mancano e in casi ulteriori, come per esempio quando Angelico Aprosio si sbilancia troppo apertamente contro l’avarizia di parecchi religiosi, quando affronta la vicenda drammatica di un religioso punito dal Sant’Uffizio per aver violato il voto di celibato ecclesiastico e, cosa davvero sorprendente dopo certe sue esternazioni giovanili alquanto conformiste, l’improvviso cambio ideologico di rotta in merito alle Monacazioni Forzate = costumanza che definisce barbara, ad esclusivo tornaconto delle famiglie e a danno di fanciulle per nulla votate alla vita spirituale.

Camporosso (IM) - Oratorio dei Neri (o del Suffragio)
Camporosso (IM) – Oratorio dei Neri (o del Suffragio)

Sono questi solo esempi assunti a caso fra molte altre tematiche non prive di insita pericolosità agli occhi della Censura e comunque il problema non si pose – per le citate molteplici ragioni di cui si è parlato e che, anche su altrui consiglio, avevano finalmente edotto l’Aprosio in direzione della cautela e della silente prudenza – . Nonostante il carattere indocile Aprosio finì per divenire una figura istituzionale ai fini anche della sua Biblioteca comunque ammirata e tale da attrarre personaggi illustri a Ventimiglia ed occorre riconoscere che dopo la morte il suo funerale risultò davvero sontuoso. Verosimilmente in ciò ebbe gran peso il suo amato discepolo Domenico Antonio Gandolfo che al tempo era Priore e nuovo bibliotecario: il quale oltre a curare meticolosamente e personalmente i funerali del Maestro si sforzò – riqualificandone i meriti ed attirando varie simpatie su se stesso e la Biblioteca Aprosiana – di assemblare attorno alla Libraria ventimigliese i dispersi intellettuali non solo di Ventimiglia ma di tutto l’areale.

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1260: un principe di Castiglia sbarcava sul Roia

Ventimiglia (IM): il Roia verso l’odierna foce

Nei primi mesi del 1260 MANUELE, fratello del Re di Castiglia Alfonso X detto “il Saggio” e quindi figlio di Ferdinando III “il Santo” (colui che aveva edificato S. GIACOMO DI COMPOSTELA), sulla scia di una tradizione di viaggi propria di tanti CAVALIERI, PELLEGRINI E CROCIATI – era giunto al PORTO SUL ROIA/ROJA nell’attuale Ventimiglia (IM).

A testimonianza di strutture atte all’uso di viaggiatori, da G. Rossi (lo storico che riportò alla luce il centro demico principale del municipio romano di Albintimilium) venne individuata in Ventimiglia l’iscrizione di una fontana che dettava “AD COMMODITATEM NAVIGANTIUM”. Parimente è interessante lo zoccolo dell’abside di questa chiesa di Porto Maurizio che sembra il residuo di un edificio più antico del XII secolo  e su cui sarebbe stata poi costruita la chiesa nel 1362, ove venne individuta l’iscrizione più antica “IN COMMODUM PEREGRINORUM”.

Presso il COMPLESSO PORTUALE DI VENTIMIGLIA una varia umanità ferveva di vita, particolarmente quella costitutita da CAVALIERI, CROCIATI, MEMBRI DI ORDINI CAVALLERESCHI RELIGIOSI MILITARI (CLICCA PER VISUALIZZARE I BASILARI APPROFONDIMENTI) che erano in fermento nell’attesa delle distinte mete, specie per i luoghi ove si imponeva la loro presenza a fronte degli ARABI A GERUSALEMME E IN TERRASANTA (CLICCA E VISUALIZZA)].

MANUELE (verosimilmente ristoratosi, assieme al suo seguito, presso qualche Taverna o Locanda – strutture riprese se non continuate da una tradizione romana, del resto motivata da queste importanti aree di passaggio e commercio – sempre che, dato il retaggio, non avesse usufruito di qualche privata ospitalità – s’era poi volto ad una destinazione mai dichiarata.

Esaminando i lavori storici del Muletti sulle vicende feudali ed ecclesiastiche del Saluzzese si può tuttavia ipotizzare che questo viaggio fosse connesso ai contatti intavolati da Manuele, per Alfonso X, con Guglielmo VII, Marchese del Monferrato dal 1253 al 1292, nel periodo in cui questo andava cercando presso la Corona di Castiglia un’alleanza contro i suoi nemici storici, gli Angioini.

GIOVANNI DE PORTA DA PIACENZA (del personaggio certo noto ai suoi tempi poco si sa),  che prestava servizio al seguito di Manuele e conduceva con sé due CAVALLI, uno BAIUS ed uno FERRANDUS, si riposò in un OSPIZIO PRIVATO di Ventimiglia, donde ripartì presto per raggiungere Manuele dopo aver lasciato in custodia nella stalla dell’ospizio i due animali ormai sfiniti.

Questo ricovero era sito nella città di Ventimiglia ed apparteneva ad una certa Beatrice, vedova di Filippone di Gavi. Tale struttura privata è prova di quanto stesse ridivenendo lucroso per singoli cittadini trarre cespiti dalla riscoperta attività di ristorazione.

[ è da dire che verso la metà del XIII sec. tramite OSPEDALI oppure con la loro presenza in sinergia con altre strutture assistenziali o caritative si ha un certo quel recupero dell’HOSPITALITAS degli ETNICI ROMANI e quindi VIEPPIU’ RIPRESA DAL CRISTIANESIMO come QUI SCRIVE G. B. CASALI nel contesto di una amplificazione da HOSPITALITAS A VERI E PROPRI OSPEDALI (TESTO IN ITALIANO SEICENTESCO) invero come qui si legge BEN ELENCATA DAL PIAZZA IN QUESTO SUO VOLUME SU ROMA NEL ‘600 = COMPRENDENTE ANCHE L’ELENCO, OLTRE CHE DEGLI OSPEDALI URBANI PER I CITTADINI DI ROMA, ANCHE QUELLO PER VISITATORI STRANIERI, CON LA RELATIVA SPECIFICAZIONE PER LE NAZIONALITA’ DI APPARTENENZA ].

Atteso comunque il fatto che i personaggi di rango come quelli sopra menzionati – ma anche diversi ricchi mercanti – cominciavano a disdegnare la calda ma ruvida ospitalità dei ricoveri religiosi (di Amandolesio, doc.232) è da dire che i personaggi in questione e la figura del CAVALLO rimandano alle vicende dei Cavalieri e delle Crociate. Per i viandanti di estrazione non elevata e comunque per vari non agiati mercanti l’animale per elezione compagno di viaggi interminabili era invece il robusto MULO, CONNESSO ALLA CIVILTA’ DEI CARRETTIERI E DEL CANE CARRETTIERE

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Sul Lucus Bormani

Un caso particolare nel territorio “delle Diano” – Diano Marina (IM) e zona – è costituito dal LUCUS BORMANI (qui visualizzato tramite un’enfatizzazione della CARTA PEUTINGERIANA, dove è registrato come stazione stradale, cioè quale struttura insediativa preposta ai servizi pubblici e soprattutto al cambio di cavalli per funzionari e messi imperiali, oltre che alla loro rifocillazione) dove forse era aggregato un nucleo ligure preromano e dove si venerava una divinità locale che in epoca repubblicana o del primo Impero venne assimilata alla dea Diana, custode dei boschi e della caccia, che verisimilmente conservava affinità col dio ligure: un pò alla maniera di come accadde per l’alta val Nervia nel ventimigliese (territorio pignasco – sito termale di Lago Pigo ) e di come sembra intuirsi dall’indagine toponomastica della val Bormida.
Secondo l’Alessio la divinità Bormanus o Bormana rimanderebbe a un idronimo, cioè a un nume delle fonti , che non esclude il significato sacro del Lucus o bosco entro i cui confini si sarebbe venerato il dio.
Forse in epoca romana il passaggio toponomastico dal femminile al maschile di Diana si ebbe per ragioni amministrative nella conformazione di un pagus Dianius analogo a quello ricordato dalla “Tavola alimentare di Velleia” (MOLLE, Storia di Oneglia, p. 30) anche se G. Rossi richiamò l’origine DIANO dal Dianum o tempio dedicato alla dea soprattutto.
Sulla base di un periodo del De Lingua latina di Varrone (IV, 19 “... Aventinum … quod commune latinorum Dianae Templum sit constitutum“), sostenne che il borgo di DIANO ARENTINO, parte non secondaria del supposto pagus Dianius , abbia assunto tale nominazione per il dileguamento della V nella liquida R , fosse il colle che portava al tempio [sotto il profilo etimologico il nome del borgo o toponimo non è di facile lettura: la tradizione vuole che esso derivi da un latino Arentius da collegare ad un insediamento prediale romano di una gente di tale nome.
Secondo altra interpretazione la forma dialettale “a rente” rimanderebbe piuttosto alla forma verbale latina, al participio presente, “adherentem” nel senso di essere prossimo, risultare vicino, attaccato].
Dati certi sul borgo, sito nell’alta Valle del torrente San Pietro ,quasi alle falde del Pizzo d’Evigno, si recuperano tuttavia solo a partire dall’epoca medievale.
A DIANO SAN PIETRO sarebbero emerse tracce concrete di un culto a Diana (su cui scrisse l’Airenti nel saggio “Sulla Stazione romana del LUCUS BORMANI “).
Il Gioffredo nella Storia delle Alpi Marittime, in “H.P.M., Scriptores”, II, Torino 1887 p. 11 sostenne che la vicina località di CERVO prendeva nome dall’attributo di Diana quale protettrice dei cervi, come si apprende da Festo: “cervos intutela Dianae).
Questa fu certo, oltre le teorie più o meno valide, area complessa: in epoca romana divenne una Mansio fervente di traffici, si trovava secondo la cartografia imperiale a 15 miglia da Albingaunum, 16 da Costa Beleni (o Balenae) e da Albintimilium ed il Lamboglia, risolvendo antiche dispute, ne individuò tracce nel territorio di DIANO MARINA fra i reperti delle chiese di S. Nazario e S. Siro (“La scoperta dei primi avanzi del Lucus Bormani” in “R.I.I.”, XII, 1957 p. 5).
Sotto la chiesa di S. Nazario, almeno sotto il primitivo impianto, si rinvennero alcune vasche romane, tracce di un grosso perimetro di “opus segnatum” a 50 metri ad occidente di tale edificio religioso ed ancora più a ponente i resti di un’abitazione romana; questo individuò il Lamboglia che anche suppose che l’antica chiesa poggiasse su un grande edificio imperiale romano.
Qui si rinvennero monete di Nerva, Agrippa, Massenzio e Nerone, purtroppo andate perdute, (Molle cit. p. 31) e nel 1730 alle falde della collina di S. Angelo si sarebbe trovata una colonna votiva ad Antonino Pio, in seguito dispersa come scrisse Agostino Bianchi nelle “Osservazioni sul clima, sul territorio, sulle acque della Liguria“, I, Genova, 1916, p. 119.

Presso il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA ROVERE, fra DIANO MARINA e S. BARTOLOMEO, si rinvenne materiale attestante un insediamento romano databile al II-III secolo d. Cristo, come riconobbe N. Lamboglia (Restauri e saggi di scavo alla Madonna della Rovere in “R.I.I.”, 1958; p. 130): la stazione romana faceva capo ad un APPRODO MARITTIMO sulla cui logistica permangono dubbi, ma il ritrovamento di anfore, dolia, relitti marini, di una nave romana naufragata, nel tratto di mare tra DIANO MARINA ed IMPERIA fanno meditare sulla realtà di un centro romano con le stesse caratteristiche di Costa Beleni , ad alta importanza economica, nodo marittimo e viario prossimo alla “Julia Augusta”, circondato da un sistema longitudinale di ville e proprietà fondiarie con non casuali insediamenti verso l’interno.
Peraltro quasi certamente tutti i Liguri , in qualche maniera sono stati condizionati da intrusioni celtiche (galliche) : a questo verisimilmente si deve la genesi toponomastica della VAL BORMIDA .
L’idronimo, cioè il nome del fiume che caratterizza tale valle, pare legato al culto di Bormanus, o Bormo, il dio celto-ligure delle “acque calde e spumeggianti” venerato in un ambito geografico molto vasto che va dalla Francia al Portogallo: basti esaminare, per una comparazione critica abbastanza semplice, il caso ligure costiero del Lucus Bormani .
Le tribù liguri che abitarono il territorio furono probabilmente quelle dei Ligures Epanterii Montani, degli Statielli e degli Ingauni , le quali furono coinvolte nel 205 a.C. nelle guerre puniche.
Gli Epanteri Montani, insediatisi nell’entroterra savonese, dovettero sostenere l’urto delle forze del cartaginese Magone, reduce dal saccheggio di Genova, unite a quelle dei Ligures Alpini e Ingauni.
Allontanata la minaccia cartaginese, Roma volse lo sguardo verso le genti liguri: fiere e gelose della propria indipendenza, esse resistettero valorosamente alla conquista, ma furono costrette a piegarsi di fronte alla macchina bellica del nemico.
Nel 180 a.C. il console Lucio Emilio Paolo sconfisse gli Ingauni.
Poi, nel 173 a.C., Marco Popilio Lenate sottomise di nuovo i Liguri.
Nonostante le disfatte, il popolo ligure non si piegò e fu necessaria un’altra campagna, nel 163 a.C. da parte del console Sempronio Gracco, per debellarne definitivamente la resistenza.

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