Da Castrum Pontis Axii a Pontedassio (IM)

Pontedassio (IM) – Chiesa Parrocchiale di Santa Margherita d’Antiochia

Pontedassio (IM) nel XV secolo diventò nucleo principale della Castellania di Bestagno.
Il nome del paese affonda tra storia e leggenda: risulta documentato in atti notarili nel ‘200 quando il paese viene menzionato come “Castrum Pontis Axii” [è comunque da precisare che spesso nel XIV secolo il toponimo compare abbreviato, nelle forme abbastanza solite di “homines de Assio” e di “in territorio Assii“).
La prima parte del nome del paese è certamente da collegare ad un antico ponte che caratterizzava e distingueva il sito: pare invece improbabile che, come suggerisce l’etimologia popolare, il II termine che compone il nome del paese sia da intendere come assi cioè ponte di assi.
Secondo i glottologi ed i linguisti non è invece da escludere che il II termine sia da collegare ad un toponimo prediale senza suffisso e che quindi Assio derivi dalla forma gentilizia romana o tardoromana Assius od Axius.
Come hanno evidenziato Fulvio Cervini e Alessandro Giacobbe in una loro documentatissima Guida del borgo la storia del paese si coniugò a lungo con quella di ONEGLIA.
I due studiosi fanno cenno a presenze di Longobardi (le cui tracce sarebbero da individuare nella CHIESA DI S. MICHELE DI BESTAGNO), ad antiche lotte per sottrarsi all’invasione dei Saraceni, alla difesa del territorio contro l’espansionismo di Genova.
Attraverso i secoli il paese fu al centro di varie controversie tenendo altresì conto dell’importanza strategica del Castello di Bestagno.
Il centro, soggetto al governo dei vescovi di Albenga, fu venduto ai Doria verso il XIII secolo e passò quindi, sempre per vendita, ai Savoia nel 1576.
Nel 1794 i Francesi occuparono la valle dell’Impero che tornò ai Savoia nel 1796 per essere poi ripresa dall’armaya francese nel 1798. In piena epoca napoleonica Pontedassio entrò nel cantone di Oneglia, facente parte prima della Repubblica Rivoluzionaria Ligure e dal 1805 dell’impero napoleonico.

La CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARGHERITA D’ANTIOCHIA, ricostruita nel 1870 su disegno di G.B. Gandolfo, conserva un interessante trittico di Luca Baudo (1503), raffigurante San Bartolomeo tra i Santi Giovanni Battista e Caterina: meritevole di una visita è altresì l’ORATORIO DI SANTA LUCIA.
A Pontedassio nel 1824 ebbe origine l’industria della pasta alimentare Agnesi, di cui ha costituto una testimonianza culturale di rilevo l’istituzione nel paese del celebre MUSEO DELLA PASTA, una realizzazione destinata a celebrare e sublimare quella grande CULTURA ALIMENTARE LIGURE che affonda le sue radici sin nella preistoria.

Digradante sul contrafforte di fronte a Pontedassio è BESTAGNO, centro primitivo dell’omonima castellania, la cui difesa era garantita da un CASTELLO ancora oggi parzialmente visibile.
L’edificio, annoverato tra i più apprezzabili esempi di architettura militare dei secoli XII e XIII del Ponente ligure, fu forse edificato dai vescovi di Albenga, che controllavano la bassa e media valle dell’Impero, nel XII secolo. Esso costituì un importante riparo per gli abitanti di Oneglia che vi si rifugiarono dopo una ribellione al vescovo feudatario e quindi contro l’espansionismo di Genova prima nel 1204 e quindi nel 1234: nel 1340 la struttura militare venne quindi coinvolta nelle lotte locali succedenti allo sviluppo di faide derivate alla storica contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini.
Il castello fu quindi distrutto durante uno dei conflitti di primi XVII secolo che contrapposero Genova, appoggiata dagli Spagnoli, al Piemonte alleato della Francia.
dagli Spagnoli all’inizio del Seicento.
Come scrisse il Lamboglia ne I monumenti medievali della Liguria di Ponente (1970, Torino, p.64) esso aveva “un corpo centrale originario con caratteristica pianta ad incudine, arrotondata da un lato e con tre curiose absidi quadrangolari dall’altro, e un ampliamento con due cinte in bella pietra squadrata, difese da torri quadrate del secolo XIII e circolari del secolo XIV“.

La sede originale del paese era più in altura a circa mezza ora di cammino su una mulattiera: essa cadeva in relazione all’edificio dell’antica CHIESA DI S. MICHELE (datata del XIII sec.), successivamente trasformata in chiesa cimiteriale: l’edificio di culto era in origine ad una sola navata e con pietra in faccia a vista. Venne quindi integralmente ricostruita nel XVII – XVIII secolo (progetto di Francesco Maria Marvaldi e facciata conclusa sotto la direzione di Filippo Marvaldi succeduto al padre) ma della chiesa antica si usò in pratica tutto il materiale. Così di quest’ultima è possibile individuare il fianco meridionale e parte dell’abside in cui ancora oggi spicca una monofora in origine a feritoia e in pietra lavorata.
Il complesso insediativo dell’attuale paese fa invece da corona alla chiesa parrocchiale di S. Sebastiano che presiede ad un ampio spazio.
Questo edificio religioso (ad una navata e di spiccato gusto architettonico barocco) venne eretto nel ‘700 e fu realizzato sul tessuto di una chiesa più antica, verosimilmente del ‘400, di cui restano tuttora soltanto le colonne che son state collocato seguendo il circuito dell’attuale sagrato.

da Cultura-Barocca

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Lago Pigo

LAGO PIGO [tra Castelvittorio e Pigna, Alta Val Nervia, in provincia di Imperia] è l’evoluzione linguistica di un toponimo ligure-romano collegato ad una grossa sorgente, importante per l’allevamento.

E’ da ritenere che il paleoligure *bormos abbia perso, nella romanità imperiale, il vecchio significato specifico di “caldo” per assumere l’accezione di “sorgente”: il sito in cui sorge ha probabilmente costituito da sempre un punto nevralgico dei PERCORSI DI VAL NERVIA e l’importanza strategico-politica (ribadita attraverso i secoli e particolarmente in CARTE DEL 1600) fu tale che addirittura sul PONTE DI LAGO PIGO nel XIV secolo venne sancita l’omonima PACE grazie alla quale non solo la Valle ma tutto il vasto territorio tra Monaco e Bordighera conobbe un periodo di quiete e prosperità dopo anni di saccheggi.

Se si calcola che non lungi da tal sito si trova il toponimo *Lixe che risale ad un *in lucis (bosco sacro) ligure-romano, vien dato pensare che vi fosse stato qualcosa di simile al LUCUS BORMANI o bosco sacro di Diano Marina, ove non è notizia di una fonte termale ma certamente stavano un Lucus ed una sorgente consacrati al dio Bormanus, poi assimilato dalla mitologia ligure-romana dell’Impero nell’aretalogia di Diana-Artemide: e dove si sarebbe evoluta l’importante STAZIONE STRADALE del LUCUS BORMANI.

Il toponimo Luvaira (dialettale, da un collettivo in -aria derivato da lupus) prepara nel pignasco l’accesso alla gran fonte di Lago Pigo (Ad Lacum Putidum).
Sotto il profilo linguistico tale toponimo latino, poi alterato in Lagu Pigu dall’ etimologia popolare, non presenta difficoltà interpretative: indubbiamente era ed è il “Lago che puzza” o meglio ancora “quel punto del torrente ove esiste una sorgente termale solforosa” (Noi – i Celti – veneriamo la sorgente dei grandi fiumi: altari segnano il luogo dove il fiume è scaturito. Si onorano con un culto le sorgenti di acque termali. Il colore cupo e l’insondabile profondità delle loro acque hanno conferito ad alcuni stagni un carattere sacro = SENECA, Epistole morali a Lucilio, 41,3).

Sin dal XIII sec. l’area di LAGO PIGO costituì un punto di riferimento strategico, viario e quasi sicuramente culturale: è in un luogo ove l’acqua del Nervia rallenta il corso formando una sorta di lago, mentre nei pressi esiste una fonte termale di acqua solforosa.
Le proprietà terapeutiche della FONTE DI LAGO PIGO in val Nervia, nel territorio di PIGNA [che, pur attraverso l’altalenante fortuna nel mondo occidentale del CONCETTO DI ABLUZIONE ED IGIENE PUBBLICA / PRIVATA, è andata a costituire un sistema di TERME o COMPLESSO TERMALE piuttosto significativo ma non ESCLUSIVO del Ponente Ligure e comunque connesso con probabilità ad una più estesa CULTUALITA’ DELLE ACQUE: per sua parte collegato alla tradizione cultuale pagana dell’ARETALOGIA e dell’INCUBATIO o SONNO SACRO il cui principale SANTUARIO era il TEMPIO DI ESCULAPIO a Roma sull’ISOLA TIBERINA] sono scientificamente attestate.

Per quanto concerne la zona ligure occidentale di LAGO PIGO è plausibile che, fiorendo il mondo conosciuto nell’Impero di Roma, tramite l’associazione a qualche orientale divinità guaritrice come Asclepio/Esculapio (di cui come qui si vede si son rinvenute tracce nel municipio di Albintimilium assieme al culto del Dio guaritore e di lui padre Apollo), si sia continuata la visitazione del luogo conservando gelosamente una radicata VENERAZIONE PER LE SORGENTI E LE ACQUE CURATIVE propria dei LIGURI INDIGENI E DI INDUBBIA INFLUENZA CULTURALE CELTICA: in ciò una conferma ed un approfondimento si potrebbe ottenere attraverso un confronto con aree sacre preromane disseminate nella Liguria storica senza trascurare quelle erette in ambiente celtico, come è il caso della SORGENTE-SANTUARIO dell’antica GLANUM, oggi Saint Remy de Provence, in PROVENZA o GALLIA NARBONESE antichissima cittadina resa prosperosa da Roma ed edificata non lungi dall’importante complesso cittadino di ARELATE (oggi Arles).
L’impressione è confortata da qualche reperto (una ventina di anni fa a lato dell’ edificio si son rinvenute parecchie monete romane di peso modesto ma che coprono un discreto arco temporale) e dal principio di continuità insediativa cui si ispirarono i Benedettini.
Anche se è difficile individuarne la CASA MADRE DI PROVENIENZA è pressoché assodato che i BENEDETTINI eressero sulle rovine del presumibile complesso sacrale prossimo a LAGO PIGO la PRIMITIVA CHIESA DELL’ASSUNTA: qui avrebbero potuto sfruttare, oltre che l’evidente approvvigionamento idrico, le canalizzazioni antiche che quasi certamente portavano l’acqua a grandi vasche oggi praticamente scomparse sotto la vegetazione.

G. Rossi, convinto che i Benedettini avessero edificato la CHIESA DI MARIA ASSUNTA su un tempio pagano, a proposito di alcuni resti archeologici reimpiegati nell’edificio scrisse che ” avanzi erano questi di quei putei appellati Boires Dieu nelle primitive chiese cristiane della Gallia” (Storia del Marchesato…, cit., cap. II).

Nel caso di LAGO PIGO che era sito di grande importanza per le genti vallive i Benedettini non optarono, sulla scorta degli insegnamenti storici di Gregorio Magno, per una sconsacrazione ma attuarono una riconsacrazione [magari anche per la contestuale conversione di un sito cultuale pagano ad alta frequenza per esser stata anche sede delle celebrazioni della sentita ed assai radicata FESTA PAGANA DEL “FERRAGOSTO”] innestando il ciclo pagano entro un culto cristiano per l’ASSUNTA (ASSUNZIONE DI MARIA VERGINE) [alto momento della fede cristiana qui proposto dal Leggendario delle vite dei Santi di G. di Varagine…tradotto per il R.D. N. Manerbio] e più estesamente per le PIE DONNE DEL CALVARIO tra cui un ruolo centripeto ebbe non di rado il culto di SANTA MARIA MADDALENA: l’occhio ecclesiastico avrebbe così controllata la liturgia dell’abluzione, qui praticata per ragioni terapeutiche, con la facoltà di giustificare, come cedimento alla religione pagana delle “MADRI DELLE ACQUE”, qualsiasi fallimento umano ed ogni inaridimento della fonte (in tempi neppure lontani si sparse la leggenda che la fonte sarebbe scomparsa, prima di ricomparire come è oggi in un punto più basso, per il gesto idolatrico di un pastore che, secondo il culto delle Madri durante le feste lustrali dell’abbondanza, avrebbe praticato su un agnello malato l’abluzione terapeutica).

Analoghi processi, magari diversamente rivisitati, sulla scia di una presumibile influenza celto-ligure per tutta la valle del Nervia dall’area del Convento di Dolceacqua, a quella della sorgente Gonteri di Isolabona e verisimilmente di S. Maria in Alba, in Apricale, ed ancora, al li là dei gioghi, nel territorio brigasco presso l’ancora enigmatica CHIESA DI NOSTRA SIGNORA DELLE FONTANE ed oltre ancora, quindi, in un corridoio di forti relazioni viarie fra Liguria e Piemonte, sin all’agro susino ed in particolare alle mitiche ACQUE DEL CENISCHIA in quel territorio dell’ABBAZIA DELLA NOVALESA i cui monaci tanta influenza esercitarono sull’area costiera della Liguria ponentina prima dell’anno 1000.

da Cultura-Barocca

Aprosio predicatore

Ventimiglia (IM) – Cattedrale di N.S. Assunta

E’ curioso che la più estesa e letterariamente nota menzione su Aprosio predicatore compaia in un romanzo barocco La Rosalinda [La Rosalinda, in Opere del Conte Bernardo Morando, lV, Barochi, Piacenza, 1662] del genovese Bernardo Morando (Sestri Ponente 1589 – Piacenza 1656) che è oggi un’opera senza lettori i cui pochi esemplari superstiti sono quasi pezzi da museo.

La sua fortuna nasce e tramonta nel ‘600, epoca in cui vive splendori di effimera celebrità una tradizione romanzesca i cui prodotti, respinti dalla posteriore critica letteraria, sono ormai difficilmente reperibili, costringendo il bibliofilo ad autentiche indagini tra i meandri di biblioteche, scaffali, cataloghi d’antiquariato e non [D. Bianchi, B. Morando prosatore. B. Morando verseggiatore, in Atti dell’ Accademia Ligure di Scienze e Lettere, 1959, pp. 110-22 – E. Cremona, Bernardo Morando, poeta lirico drammatico e romanziere del Seicento, Piacenza, 1960 – D. Conrieri, Il romanzo ligure dell’ età barocca, in “Annali di Sc. Norm. Sup. di Pisa”, IV, 3, 1974, pp. 1074-1088 – Romanzieri del Seicento, a. c. di M. Capucci, Torino, 1974, pp. 44-48, 529-572].

Il racconto, tra instancabili digressioni moralistiche, narra le peripezie di due giovani cattolici, Rosalinda figlia di Sinibaldo, mercante genovese trapiantatosi a Londra, e Lealdo, che fuggono dalI’lnghilterra antipapista dove, dopo il sovvertimento delle istituzioni religiose, si sta concretizzando anche quello dei valori etico-sociali attraverso la condanna legale del re Carlo I. L’urto con le brutture di una storia alterata dalle violenze umane porta i due giovani, dopo innumerevoli avventure, separazioni e ricongiungimenti, a rifiutare il disordine morale di un mondo che non omprendono ed a cercare la quiete delI’animo nella pace dei silenzi claustrali. Indubbiamente il cattolicesimo è il connotatore primario dell’opera, ma non sotto la specie di un fideismo dinamico, di matrice controriformista, che presuppone autentiche crociate contro l’Idra protestante.

Di tale religione il Morando recupera piuttosto la funzione consolatrice, la capacità cioè di portare un’anima sgomenta, attraverso una lenta meditazione, alla quiete spirituale o, nei casi estremi, a quella felicità tutta interiore ed individuale che offre la vita del convento. Dopo una visita alle chiese di Genova il calvinista Edemondo che, al di là del suo credo, è figura positiva e protettore degli infelici protagonisti, trova la forza di meditare criticamente sulle sue scelte religiose. Egli, dopo un naufragio sul lido di Taggia, viene soccorso dal buon frate cappuccino Egidio che lo cura, senza prevenzioni, nel fisico e nello spirito, portandolo ad una conversione, la cui apoteosi si concretizza nella Cattedrale di Ventimiglia.

Al proposito il Morando scrive “Il luogo per la conversione fu destinato nella Cattedrale di Ventimiglia, città indi poco discosta, il tempo, tosto che Edemondo fosse in termine per consiglio del medico di licenziarsi dal letto, il che speravasi fra pochi giorni: e il modo con quella maggiore solennità che per loro possibile fosse. Volle il P. Egidio prender egli stesso di ciò l’assunto. Licenziatosi pertanto con teneri abbracciamenti dal figliolo nuovamente da lui con lo spirito generato, e raccomandato a quei padri particolarmente alla continua assistenza del P. Raffaele, andò a prendere quanto era d’uopo. Si trasferì a Rezzo luogo non molto quindi lontano ove trovavasi come in proprio suo Feudo il Marchese Nicolò suo fratello: ivi da Genova egli poco prima s’era ridotto, per ischermirsi dagli estivi colpi, in quel luogo che situato sopra di un colle può godere i freschi fiati di Zefiro lusinghiero, anche sotto noiosi latrati di Sirio ardente. Informatolo del successo [la conversione di Edemondo] lo pregò ad onorare quella funzione [un “Atto di fede” ed un’ “Abiura”] con la sua presenza, non solo, ma insieme con la sua liberalità, onde più splendida e più solenne ne apparisse. Quel Signore, che alle nobilissime prerogative del sangue accoppiava la nobiltà e la generosità dell’animo, più promise di ciò che fosse richiesto e più mantenne che non promise. Si trasferirono ambidue a Ventimiglia, ed ivi concertato il tutto col Vescovo di quell’antica città, prelato, e per pietà di costumi e per grandezza di meriti, degno d’eterni encomi, fecero apparare superbamente la Chiesa, preparare solenne musica e disporre molte altre cose, a rendere più ragguardevole fa festa. Fu forse favorevole che si trovasse allora in quella città, ch’è sua patria, il Padre Angelico Aprosio, accademico eruditissimo, predicatore insigne, scrittore di libri famosi, soggetto per eccellenza di dottrina, per soavità di costumi, e per cento altri titoli, uno dei più ragguardevoli di cui si vanti oggidì la nobilissima religione agostiniana, il quale agli inviti del Padre Egidio accettò di buona voglia il carico di accompagnare con una sua predica adattata al soggetto la solennità di quel giorno….”.

E finalmente quel giorno giunse; il Morando ne scrive al cap.VII del romanzo: “… L’accompagnarono [Edemondo ormai guarito] alla città di Ventimiglia, ove il medesimo Padre Egidio col fratello e con altri Signori lietamente l’accolse. La mattina, che all’arrivo di lui successe, riempitasi di spettatori la Cattedrale e tappezzata di finissimi arazzi e risonante di musicali concerti, il conte Edemondo, prostrato sopra un tappeto a terra, davanti il Vescovo, Abiurò con alta e chiara voce tutti gli errori di Calvino e recitato poi il simbolo degli Apostoli e la parafrasi sopra di quello di Atanasio Santo fece solenne profession della fede. Indi ergendosi in piedi, con atto magnanimo e risoluto, pose la destra sul pomo della sua spada e giurò di mantenere e col ferro e col sangue, se d’uopo fosse, la verità infallibile della Fede, sotto l’obbedienza di Santa Chiesa Romana. Ciò finito si sentì risonare a piena musica il Rendimento delle grazie secondato dall’applauso e dal giubilo dei Circostanti, ma piu dagli affetti del Convertito. Indi il Padre Angelico Aprosio con Elegantissima orazione, esaltando la Fede, abbattendo l’eresia e lodando il candidato suggellò quella nobilissima azione… “.

da Cultura-Barocca

Dai “Diritti dei Doria” del 1523

La Signoria Doria nel 1523 possedeva in Apricale una “terra aggregata” in località “gunter”, parte di un campo “in luogo li Rossi”, una terra aggregata nella “fascia la grassa”, una pezza di terra aggregata a la canavayra “(il cui toponimo rimanda ad una coltura di canapa), due gerbidi a “la croixe” ed uno in zona “lantigho”.
I Doria avevano poi terreni coltivati in luogo “lo bral”, due castagneti nelle località “lo sangue” e a “le conzynaire”, quattro altri campi, uno a “lo campeto”, due a “fori”.
Altri beni immobili eran costituiti da 4 castagneti (località “S. Giovanni, Ortomoro, faxia de carletto sive giraudo, faxia curla“).
Oltre ad un campo nel luogo la grassa e terreni presso S. Pietro, il Signore esercitava diritti sul contratto per cui Dioniso Fiore era conduttore della terra de lo chioto de portaver.
Gli spettavano altresì, in Apricale, una stalla o casa , già concessa alla locale Confraternita per ricompensa di alcuni danni materiali subiti.
La Signoria deteneva poi tre frantoi di cui uno detto “l’edificio soprano che ha la sua ruota, latrina e mola con tre botti, una tina con un solo cerchio, due grandi tini per l’ olio, uno più piccolo per trasportare l’ olio” (il secondo era detto edificio mezzano, l’ultimo edificio nuovo).

Dai “Diritti dei Doria” del 1523 si ricavano, in latino qui tradotto, le seguenti rubriche:

“…APRICALE e ISOLABONA
30- La Comunità di Apricale ed Isolabona deve (quanto segue) al Reverendissimo Signore Agostino de Grimaldi Vescovo di Grasse, di Monaco, Dolceacqua e dei restanti luoghi:
31- Dapprima alla festa di S. Lucia deve versare a titolo di omaggio la somma di 45 lire di moneta corrente.
32- Alla Natività di Nostro Signore Gesù Cristo deve dare due montoni giovani.
33- In detta festa i consoli del posto devono donare un allevato di carne ovina.
34- Inoltre detti consoli sian tenuti a versare al reverendissimo Signore 150 uova a titolo di tassazione sugli introiti della loro carica in occasione della festa della Purificazione della Beata Maria, che vien celebrata al 2 od al 7 di Febbraio.
APRICALE e ISOLA
35- Alla Festa di Pasqua le suddette Comunità versino al nominato Signore due capretti.
36- I consoli in detta festività diano pure un allevato di capra.
37- Detti consoli sian tenuti a dare al Signore la quarta parte delle esazioni pecuniarie di condanne, accuse e pene, su cui si estende la loro autorità, di cui il Signore potrà far remissione ai pentiti od a quanti avran saldata la multa secondo la discrezionalità di siffatti consoli sul doversi quietare, esigere, procedere stabilendosi che la quarta parte delle riscossioni coatte spetti al Signore e che gli venga assegnata per mezzo dei consoli a titolo del loro officio.
38- Il Signore avrà inoltre ogni autorità sulla giurisdizione criminale e penale, come si stabilirà con opportuni capitoli e convenzioni.
39- I consoli dei luoghi non possono nè debbono adunare il Parlamento se non per consenso del Signore o di chi per lui tiene il luogo se non fino alla quantità ed al numero del Consiglio di detto luogo sicché costituiscano il consiglio tanti uomini quanti sono i Consiglieri.
40- Altresì predetto Signore alla festa della Purificazione elegga nel luogo di Apricale quattro consoli che abitino colle famiglie nel sito di Apricale e due residenti nel luogo dell’Isola i quali debbano reggere il diritto in siffatti luoghi.
41- Il Reverendissimo Signore ha inoltre la giurisdizione dei mulini ad Apricale ed Isola alla sedicesima ( o sedicesima parte del macinato da pagarsi come decima): tiene in affitto questi mulini, per centocinquanta scudi all’anno, tal Giacomo Cane.
42- Il Signore possiede la Bandita detta Oltrenervia coll’erbatico [tassa da pagare per il pascolo] di buoi e capre, e precisamente dei buoi (pagando) dal numero di tre in su per la ragione di due soldi e mezzo per ogni bue e da due capre in su (pagando) per la ragione di sedici denari a capra a prescindendo dalle prime due. Da dieci capre in su si paghi per detta ragione senza l’esclusione di alcun animale. Non tenendosi bestie in estate poichè come dice la sentenza a riguardo delle bestie da pascolarvi da quindici giorni dopo la festa di S. Michele al I maggio e dal I maggio sin a quindici giorni dopo tal festa, detto erbatico e Bandita spettano alla Comunità come dispone l’atto scritto a sua mano da Luchino Capone, fedefaciente: questa bandita il Signore per quel tempo che è sua ha l’autorità di venderla ogni anno ed a chiunque intenda comprarla, al prezzo convenuto tra questo ed il Signore colle solite servitù. Quelle per cui i compratori sono tenuti a dare al Signore un montone alla festa della Natività e tre forme di formaggio grasso: il prezzo della Bandita vien pagato per metà al giorno del Natale e la restante somma alla fine del mese di aprile, la qual Bandita nell’anno in corso si vendette al prezzo di settantatrè fiorini con le servitù di cui si disse.
43- Il Signore ha inoltre la completa giurisdizione delle acque affinché nessuno edifichi o costruisca mulini o edifici o qualcun altro edificio ad acqua.
44- Il Signore percepisce la dodicesima parte delle olive colle sanse, riservati i diritti delle comunità.
45- Riceve inoltre la decima del vino: precisamente in Apricale un quartino di vino per 20 quartini ed oltre i venti non si paga altro, da dieci a diciannove quartini si paga per dieci, da dieci a cinque si paga per cinque e sotto i cinque sol a rata.
46- La Comunità di Apricale e Isola è tenuta a versare al Signore per le decime del Vescovo venticinque mine, sotto la forma dei due terzi di mistura e un terzo di frumento.
47- Inoltre i pastori di dette bandite di Apricale ed Isola ed i caprari di tali luoghi sian tenuti al pagamento delle decime. I pastori paghino sulla misura di 41 bestie passando verso valle, di cui il nominato Signore ha diritto ai due terzi ed il Rettore della Chiesa al restante, mentre i caprai di detti luoghi di Apricale ed Isola del numero di quaranta capre debbano pagare tre bestie per decime, di cui due al Signore ed una al Rettore per singola sorta [sciorta dial.=gregge], mentre da quaranta in su non debbono versare altro e se il gregge è da quaranta in giù son tenuti per singola sorta.
……………..
55- Nessuna persona accetti lettere monitoriali se non su licenza del Signore o di chi per lui tiene il luogo.
56- Il Signore da chiunque sia riconosciuto spergiuro abbia a titolo di bannalità la somma di sessanta soldi.
57- Lo stesso Signore a riguardo delle bannalità che giungono alla somma di 5 lire abbia e debba avere quattro parti mentre i consoli ne ottengano la quinta parte.
59-Lo stesso reverendissimo Signore nel luogo di Isola annualmente riceva la decima del vino per il reverendissimo Vescovo intemelio, precisamente su dieci metrete ha diritto ad un quartino di vino o mezza metreta, oltre le dieci metrete nulla di più ha diritto di ottenere e nel caso di un quantitativo inferiore alle dieci metrete gli spetta solo un pagamento a rata da uno a dieci.
60- Inoltre il Signore deve al Vescovo suddetto una determinata somma annuale, di cui gli uomini debbono ignorare la consistenza.”.

da Cultura-Barocca

Taggia (IM) nel XVI secolo

Mappa di Vinzoni (XVIII secolo)

Sulla base della CRONACA DI PADRE CALVI Nilo Calvini ha proposto (valendosi pure di altri documenti notarili) una ricostruzione assai interessante dello stato demografico e socio economico di TAGGIA al XVI secolo.
Lo studioso ci informa che nel 1531 TAGGIA contava 611 famiglie (o FUOCHI) e che la sua popolazione ammontava a 1650 abitanti.
Il PARLAMENTO cittadino, necessario come in tutte le circoscrizioni in cui era diviso il DOMINIO DI GENOVA per l’amministrazione locale, risultava composto da 350 uomini di età compresa fra i 17 ed i 70 anni i quali si radunavano, sotto la guida del PODESTA’ o degli ANZIANI.
Dai documenti riguardanti il 1531 si evince che l’intiero valore patrimoniale della località ammontava in circa 2000 lire genovesi (una rovinosa alluvione aveva comunque inciso da poco e negativamente su questa stima).
La popolazione viveva di agricoltura, pastorizia e commercio.
L’attività più vantaggiosa era quella legata alla PRODUZIONE ed al COMMERCIO del VINO che permetteva un giro d’affari annuo di circa 1000 scudi all’anno.
Dopo questa attività veniva la COLTURA DELLA CANAPA che comportava trattative per circa mezzo migliaio di scudi annualmente.
In città si trovavano 12 COMMERCIANTI ma il Calvini, dai documenti, non riesce a leggere criticamente la specificità del loro commercio.
All’alimentazione domestica contribuiva non poco l’ALLEVAMENTO DEL BESTIAME.
L’indagine del Calvini ha permesso di registrare la presenza nella località di 350 capre per il rifornimento del latte e di 12 paia di buoi verisimilmente utilizzati per i lavori di aratura dei campi.
Dall’agricoltura non si ricavavano però grandi produzioni: scarso era il raccolto del frumento e di altri cereali. Secondo i dati raccolti dal Calvini anche l’olivicoltura e la coltivazione dei fichi non andavano oltre una modesta produzione per il consumo locale.
Il Calvini tuttavia precisa nel suo studio (p.24): “Vi era però chi viveva di rendita. Qui i dati sono un po’ oscuri, anche allora vigeva il segreto bancario. Si sa soltanto che 12 famiglie di Taggia possedevano Luoghi, cioè titoli bancari, sul Banco di San Giorgio di Genova, ma non se ne conosce l’importo”.
Sempre il Calvini, di seguito precisa, con la solita attenzione:”Il BILANCIO COMUNALE era forse in attivo; entravano circa 800 lire all’anno per la riscossione delle gabelle cui si aggiungevano lire 500-600 ogni 10 anni per la vendita del legname tagliato nei boschi comunali (COMUNAGLIE). Erano però esentati dal pagamento delle gabelle tutti gli ecclesiastici e i beni religiosi.
L’uscita più gravosa era quella dell’avaria, la tassa che ogni comune versava al governo genovese.
Le altre voci di uscita erano: per il salario del podestà, L. 340; per il cavallero (suo aiutante), L. 50; per i nunzi della corte di giustizia, L. 40; per i massari (ufficiali di varie attività comunali), L. 100; per il medico, L.140, per il maestro di scuola, L. 167: per gli ANZIANI (massima autorità comunale gratuita, ma con un piccolo compenso per alcune spese), L. 7; per gli scrivanoi (segretari del comune e della corte di giustizia), L. 15, per frati e cose pertinenti a chiese, L. 115.
Il numero delle famiglie è confermato nella stessa epoca dal Giustiniani che in una descrizione della Liguria, pubblicata nel 1535, attribuisce a Taggia 600 fuochi, come pure abbondante produzione del vino…
Anche un secolo dopo il numero dei fuochi appare invariato: il
Sacro e Vago Giardinello scritto verso il 1640 attribuisce a Taggia 556 fuochi, all’incirca come le fonti precedenti; con sorpresa vediamo però citati 4000 abitanti….

da Cultura-Barocca

Airole (IM), Val Roia: cenni di storia

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Airole, provincia di Imperia, val Roia

Nel XIII sec. Ventimiglia era stata assoggettata dalla potente ed espansionistica Repubblica marinara di Genova.

La media valle del Roia con Breglio e Saorgio (oltre a Pigna in Val Nervia), Sospello capoluogo sulla Val Bevera, assieme a tutta la valle del Varo, erano giunti in possesso di Carlo I d’Angiò che aveva occupato il Nizzardo penetrando nel Basso Piemonte fino ad annettersi il Cuneese, sotto il titolo di “Bailaggio della Contea di Ventimiglia e Val Lantosca”.

I decaduti conti intemeli col titolo di “Conti di Tenda” controllavano ormai solo questo sito alpino sino a Briga e nell’oltregiogo tutta la Valle Vermenagna. Nel frattempo sul ceppo comitale si era innestato il sangue vigoroso dei Lascaris (1260), di ascendenza imperiale costantinopolitana, i quali scelsero il ruolo geopolitico di intermediari fra i luoghi tattici, a Nord e Sud, del valico tendasco, persino a scapito degli Angioini, costretti pei loro traffici a valersi dei passi dell’alta Val Gesso.

In tal contesto la fazione guelfa e Carlo I d’Angiò non mancavano di problemi; a prescindere dall’opposizione genovese al loro espansionismo, bisogna ricordare, sulla scia di T. Ossian De Negri, che Carlo non aveva centrato il suo obbiettivo primario: quello di creare un viatico provenzale fra Nizzardo e Basso Piemonte, sì da controllare la “via del sale” da Hières e monopolizzarne il commercio sin a Piemonte e Lombardia. Il Sovrano, fra 1276 e 1278, riuscì a ridurre in suo vassallaggio i Lascaris di Tenda, Conti Guglielmo Pietro e Pietro Balbo: tale scontro non dipese però, come scrisse l’Alberti dal ” desiderio di vendicarsi della defezione fatta…da due Conti di Ventimiglia” ma fu subordinato ai diversi interessi politici sulla “via del sale”, nutriti in pari misura da Carlo quanto dai Lascaris. Il successo angioino non deve tuttavia ingannare. La pace del re con Genova, del 1276, dipese soprattutto dalla mediazione di Papa Innocenzo V ma la Repubblica restò sospettosa ed ostile verso gli acquisti angioini: peraltro i Lascaris di Tenda non accettarono l’umiliazione sofferta e presto la fazione ghibellina prese respiro pei successi di Oberto Doria.

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San Michele, oggi Frazione di Olivetta san Michele (IM)
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Olivetta San Michele (IM)
(QUI UN ATTO DEL PROCESSO DI CESSIONE – DATATO 1436 E FIRMATO DA “FRATE SAMUELE PRIORE” – DEL BORGO DI AIROLE ALLA CITTA’ DI VENTIMIGLIA)

La conquista provvisoria del territorio di Ventimiglia avverrà invece sotto il figlio di CARLO I, il vigoroso Sovrano di Napoli ROBERTO il SAGGIO dal cui operato si ricavano alcune utili ed antiche notizie sulle VILLE di Ventimiglia medievale.

La compravendita di AIROLE dipese dal fatto che il Comune intemelio ne fece un nodo della “via del Roia”: il progetto di colonizzare l’area aveva lo scopo di istituire un insediamento intemelio lungo il tragitto del Roia e farne un antemurale contro invasioni banditesche che preludevano a spostamenti militari sabaudi.

Tale ipotesi giustificherebbe l’esistenza di qualche struttura militare in valle, la fortificazione dei luoghi di passo e la concentrazione a barriera dei villaggi di Collabassa, S. Michele, Olivetta, Piena, Fanghetto e Libri, sul terminale od in parti nodali di itinerari corrispondenti ad antiche mulattiere.

Nel 1498 la zona di Airole, avanguardia genovese contro il Piemonte, era ancora priva di vita di relazione a comprova che gli insediamenti in val Roia furon sempre macchinosi contrariamente a quanto accadde in Val Nervia.
La ritardata evoluzione “coloniale” di Airole, di cui Ventimiglia era detta “Signora”, dipese da sopraggiunti contenziosi coi Certosini di Pesio: il 17-XII-1436 Samuele Priore della Certosa di Pesio non solo protestava contro l’insolvenza dei reggitori intemeli ma chiedeva la “conservazione” in Airole di un fondo i cui proventi spettassero alla Certosa.
Le “terre e i diritti” cui alluse frate Samuele confortano nel giudizio che i Certosini prima della vendita mai avessero abbandonato il Priorato, contro le “false voci dei Sindaci” e che avessero finito per centrare i loro interessi su alcuni siti e su quelle pertinenze agricole che producevano cespiti migliori: in base al rescritto del 1436 si deduce che i frati benché poco numerosi stessero ad Airole ancora nel 1434 e che, attese le manchevolezze del Comune intemelio, avessero assegnato ad un procuratore di porre sotto cautelativa il sito onde vanificare le proposizioni insediative dei Ventimigliesi.
La soluzione della diatriba avvenne tempo dopo, verso gli anni ’90 del secolo: soltanto dopo la fine della lite il Comune intemelio, saldati i debiti e entrato in possesso di Airole mentre già si era evoluta la strada del Roia, incaricò 4 suoi cittadini-magistrati di suddividere l’agro di Airole in 14 zone da assegnare ad altrettanti capifamiglia “probi e fidi” che in rapporto al beneficio assunsero l’onere di costruirvi un’abitazione , risiedere sul lotto di proprietà e lavorarlo, versando al Comune annualmente un soldo per diritto di “cottumo” ( allorché le terre fossero state “accottumate”, o riscattate, il tributo sarebbe divenuto formale sotto l’aspetto di una “fava nera”).La volontà intemelia di ripopolare l’agro di Airole facendone “fida guardia sul ben meditato viatico delle gole (del Roia) sin a Tenda contro malintensionati e a pro di boni homini” si ricava da altro capoverso dell’atto del 1498.
I capifamiglia beneficiari erano sì titolari delle proprietà ma avrebbero potuto venderle solo ad abitanti del luogo e in dipendenza del pagamento al Comune dello Jus di “laudemio”, cioè la somma variabile che il concessionario di un’enfiteusi (titolare del cosiddetto dominio utile come nel caso i 14 capifamiglia destinatari) doveva versare al proprietario concedente (titolare del dominio eminente o diretto come nella circostanza il Comune intemelio) nell’eventualità di un’alienazione del suo diritto in seguito a vendite, donazioni, trasmissioni di eredità od altro.Tenendo conto dei progetti viari sulla Valle del Roia, della compravendita di Airole e delle condizioni strategiche del sito si evince che Ventimiglia non solo intendeva aprirsi una via nel Piemonte ma che, per garantirne la sicurezza, voleva costellarla di insediamenti coloniali che non si esaurissero di abitanti e che soprattutto non passassero sotto altrui giurisdizioni laiche od ecclesiastiche.

Lo studio di carte della Certosa di Pesio giustifica i codicilli inseriti nell’atto del 1498. La “casa madre” ormai non era solo strettamente legata alla sfera politica sabauda ma risultava anche connessa tanto al “borgonuovo” di Cuneo quanto alle strade commerciali “Provenza-Nizza-Piemonte”: fu ulteriore ragione di legare gli abitanti di Airole sia a Ventimiglia che alla terra rendendo gravosi trasferimenti e alienazioni. Temendo nuove infiltrazioni del clero pedemontano, visto che le abbazie piemontesi “non son serve nostre ma dei Duchi”, il Comune, d’accordo colla Diocesi, istituì una RETTORIA in Airole affidata (doc. del 25-VIII-1516, a tal Giovanni Serviense che si obbligò a versare annualmente le decime, in occasione della Festa dell’Assunta, al Preposito della Cattedrale intemelia G.B.D’Oria e così in perpetuo fra i successori: fu un modo per innestare Airole, oltre che civilmente, anche dal profilo religioso sul tronco delle istituzioni intemelie).

Nella sua inedita Raccolta di notizie storiche antiche (I, pp. 229-619) il gesuita intemelio Agostino Galleani (1724-1775) precisò che ancora ai suoi tempi Ventimiglia soleva inviare ogni anno consoli e censori per esercitare la supervisione dei luoghi, di modo che non fosse avvenuta alcune cessione contrastante l’atto del 1498, e riscuotere il censo formale.
La periodicità dei controlli e della riscossione fiscale cui alluse l’erudito restano prova della volontà intemelia di esercitare controllo politico-amministrativo sul paese di Val Roia, di cui sotto il profilo strategico pei tragitti di valle e sublitorale ai tempi del Galleani (quelli della guerra di successione austriaca) si ribadiva la valenza: non sembra casuale che a fronte dei controlli ormai superficiali sulle altre sue dipendenze rurali, il Capoluogo intemelio andasse non solo esercitando periodiche supervisioni su Airole ma che le autorità attribuissero a Ventimiglia il titolo di “Signora di Airole” che alludeva al totale possesso di Airole senza pretese straniere o contenziosi con organi ecclesiastici.

Sanremo (IM) nel Manoscritto Borea dal 1731 al 1748

Sanremo (IM) – Via Palma, arteria principale del centro storico

1730-1731 in 1732

Fran.co M.a Spinola q. Federico, V.° Pietro Gio. Capriata, C.e Fran.co Vinc.zo Solaro. 1732. 10 Maggio: li Consoli anno fato fare la Capella di S. Isidoro dal stucatore Colombo che in tutto vi è compreso calcina, gipo, ferri e materiali, L. 345.
1731. 4 9bre: sovra supplica fatta dagli Agricoltori di questa Città, il Magnifico Consiglio con decreto à permesso a d.i Consoli, e sono stati et elletti Gio. Musso q. Ant.°, Giacomo Aicardo q. Batta, Gio. M.a Farixano q. Luca, e Gio. Batta Scarella q. Ant.° di costruere nella Chiesa di S. Giuseppe la Capella di S. Isidoro.
1730 in Not.° Lorenzo Martini.
Obbligo de S.ri Conte Gio. Roverizio, q. S.r Conte Gio. M.a e fratelli per la capella di S. Felice ne Capuccini stata cessa in parola al Conte Gio. M.a Padre.
1731. 6 Genaro. Venne gran neve che restò per un palmo e più d’altezza nelle strade e gelarono li Frutti e molti Alberi di Lemoni.
1731. 19 7mbre. Decreto della Sacra Congregazione de riti di poter celebrare in S. Siro Messa ne giorni di Festa di precetto un ora circa doppo il mezzo giorno [Le Feste comandate concernenti la chiusura dei servizi pubblici e privati = si può per utilità confrontare questa normativa locale sia con gli strumenti in essere usati nei secoli per la misurazione del tempo e la sanzione dei giorni di festa e lavoro sia pure con quella generale serie di norme sui momenti di lavoro e di riposo ampiamente registrati da L. Ferraris nel ‘600 – ‘700 a livello panitaliano].

1732-1733 in 1734

Carlo Pompeo de Franchi, V.° Gio. Lanzavecchia Negrini, C.e Gio. Agos.no Sifiredi.
1733. 25 Marzo. L’ancona di S. Isidoro è stata fata in Genova dal Sig. Giacomo Boni Bolognese per L. 350 ed oggi è gionta qui, in S. Remo da colocarsi alla Capella delli lavoratori nella Chiesa di S. Giuseppe in la Palma soprana e nelle L. 350 vi è compreso il telaro, tella, e colori.
1734. 25 Feb.°: in Not.° Cancelliere Lorenzo Martini.
Retifica di donazione fatta dal M.co Consiglio a Padri Gesuiti coll’obbligo della presente Iscrizione.
D. O. M.
Divo Stephano Protomartiri templum vetustate collapsum Comunitas S.ti Romuli Aere proprio magnificentius reedificatum dicavit. Societati Jesu Patres ab eadem dono acceptum suis sumptibus in hanc usque aream protensum exornabant
documentum in actis Laurentij de Martinis Notarij sub die Februarij 25 1734
.
1733 11 Feb.° Not.° Stef.° Fabiano.
Testamento del Capitano Stef.° Moreno q. Gerol.° in cui instituisce Capellania, scuola, e dotazioni di Figlie.
1734. Processione col quadro di N.a Sg.a della Costa per la Pioggia: accompagnata nell’atto d’uscire dalla Pioggia quale e continuata tutta la notte [le Processioni avvenivano secondo norme precise che comportavano i vari diritti alle Precedenze tra Clero e Autorità (vedi però il pericolo insito nelle Processioni in occasione di Contagi Epidemici)] .

1734-1735 in 1736

Camillo Doria. V.° Gio. Ant.° Maccario. C.e D.° Gio. Agostino Siffredi.
1734 Agosto. il Sig. Abate Pier Fran.° Borea à fato fare la muraglia soprana della villa, e nel medemo tempo à comprato per L. 300 da Madalena Arnaldo Pesante.
1736 a Aprile sono repasati 6.000 Soldati a cavalo Spagnoli che andavano in Spagna, e sono pasati in più volte, ciò è 600 in 700 per volta, e riposarono in S. Remo due notti, e alli 4 di maggio terminorono il suo pasaggio.
1735. furono poste a suo luogo le due statue di S. Gio Batta, l’arta (per “altra”) di S. Gio Apostolo nella Chiesa di Na Sig.a della Costa, e in d.o anno furono fate le tre statue di S. Giuseppe, di S. Gioachino e S.a Anna che sono all’Altare maggiore, e queste pure sono state fate da Maragliano.
1734. 25 Febraro. Ratifica fatta dal M. Parlamento [Vedi qui tutte le voci ricostruibili, grazie soprattutto al Magistero di Nilo Calvini, in rapporto all’Organizzazione politico amministrativa di Sanremo: dal Podestà al Parlamento sin ai più umili serventi] a R. P. della donazione fatta da Gregorio XV a R. P. della Compagnia di Gesù con obligo di porvi a d.a Chiesa la Seguente Lapide.
D. O. M.
Divo Stephano Protomartiri
Templum vetustate collapsum
Communitas Sancti Romuli
Aere Proprio
Magnificentius reedificatum dicavit
Societatis Jesù Patres ab eadem dono aceptum
Suis Sumptibus in hanc usque aream protensum
Exornabant

1734 6 Gen.°. Decreto del M.co Consiglio, che nessuno possa gettar acque brutte, oliacci, et altre acque immonde per le strade alla penale di L. 4.
1734 in Not.° Pier F.° Martim. Cessione del gius di Capella, e sepoltura al S.r Conte Giuseppe Sapia Rossi da Capucini nella loro Chiesa.

1736-1737 in 1738

Angelo Giovo. V.° Gio. Bernardo Bernabò, C.e Fran.° M.a Cerruti.
1737 a (“?”) si colocorono le due statue di S. Zacheria, e di S.a Elisabeta state fate da Maragliano, nel oratorio di N.a Sig.a della Costa.
1737 a 28 Febraro. Li Consoli di S. Isidoro anno principiato a fabricare la Capella di d.° Santo nella Chiesa di S. Giuseppe, e in d.° anno alli 17 Marzo fu Benedetto d.° Altare.

1738-1739 in 1740

Filippo Giustiniano, V.° Federico Sanguinetti, C.e Gio. Batta Pesclo.

1740-1741 in 1742

Fra.° M.a Saoli q. Luiggi, V.° Vincenzo M.a Bucelli, C.e Fra.° M.a Cerruti.
1741. 7 Agosto: si è dato principio a fabricare la Capella di Nostra Sig.a del Borgo dal R.do Filippo Borea.
1741. Nel Governo del d.° Sauli [“Governatore di Sanremo come ancora si apprende dal Manoscritto Borea“] furono presi varij muli di Sfroxiatori Piemontesi che sfroxiavano il sale per il Piemonte [utilizzando questo antico percorso qui in cartografia digitalizzata], e catturate le persone, una notte donque vennero all’improvviso altri sfroxiatori compagni armati che di notte s’impossessarono delle strade, e sparavano colpi di pistolla cossì che vediendosi fuoco da tutte le bocche delle strade, tutti le persone stavano ritirate in casa né sapevano il mottivo di detti colpi, onde preguardate de strade altri sfroxiatori sforzarono le porte delle priggioni, li sbirri, e soldati Corsi di guardia al Palazzo furono intimoriti, e si portarono via li priggionieri, e li muli che erano nella stalla Borea, et il S.r Commis.° si lamentò che non fosse uscito alcuno del Paese ad impedire tale impertinenza.

1742-1743 in 1744

Batta Chiavari. V.° Pietro Ant.° Savona. C.e Nicolò M.a Maglio.
15 8bre. I Padri Gesuiti hanno principiato a fabricare le scuole nuove attigue alla Chiesa de denari del Padre Paolo Franc.° Negrone di d.a Società.
1742.il S.r Gio. Batta Chiavari Commissario fece alzare sul terrazzo del Palazzo publico delle Troniere e guardiole, et alla porta di d.° Palazzo far un recinto co roghelli e guardiole, il che poi fu demolito ad istanza del Magnifico Consiglio.
Il I Febbrajo fu segnato, e nei primi di Marzo pubblicato il celebre Trattato Provvisionale. 1° articolo fu che Carlo Emmanuele Re di Sardegna e la Regina Maria Teresa si alleavano per assicurare l’Italia dagli Spagnuoli. 2° Carlo Emanuele promise che ove fosse astretto ad altra lega, dovea avvisarne un mese prima M. Teresa. 3° assicurava in tal caso di non usar le sue armi contro la Regina ne direttamente, ne indirettamente contro lo Stato di Milano, sopra cui vi ha e conserva le sue pretensioni, in rapporto alle quali si riserva trattarne in appresso con la dovuta maturità.
1743.
Li 13 7bre fu conchiuso il celebre trattato di Worms in virtù del quale Carlo Emanuele Re di Sardegna I rinunzia a Maria Teresa e suoi discendenti tutti i suoi diritti sopra lo Stato milanese. 2° Si obbliga di riconoscere ed accettare l’ordine della successione stabilito nella Casa d’Austria per la prammatica Sanzione. 3° di difendere gli Stati Austriaci in Italia e crescere le sue truppe a 45 mila uomini. Maria Teresa in correspettivita cede al Re di Sard.: 1° il contado di Anghiera, 2° Vigevano con tutte le sue dipendenze, 3° tutto il territorio posto alla riva occidentale del Lago Maggiore, abbracciando Arona, e tutta la riva meridionale del Ticino che scorre fino alle porte di Pavia, 4° Piacenza col suo territorio di qua dal Po fino al fiume Nura, 5° tutti i suoi diritti sopra il Marchesato di Finale, 6° crescere sue truppe in Italia a 30 mila uomini. L’Inghilterra obbligavasi di pagare al Re Carlo, per contribuire al mantenimento di sue milizie, 200 mila lire Sterline annue per tutto il tempo di quella guerra: e mantenere nel meditertaneo una flotta per secondare le Operazioni militari sul continente e nuocere a’ nemici. V Muratori. Minutoli.

1744-1745 in 1746

Girolamo Spinola q. Fra.co M.a, V.° Giuseppe M.a Scribani. Cancelliere Giulio Cesare da Cella del d.° 1746 e venuto in Maggio Nuovo Vicario Giuseppe Fascie, e Cancelliere Gio. Batta Massone.
1745. 30 7bre. Comparisce da Levante una scuadra Ingrese di 7 navi di linea e 4 bonbarde comandata dal Ammiglio Rodnei, o pure dal Mateus ed il Conte San Sebastiano Piemontese, ed apena gettata l’ancora restano in calma. Il Publico spedisce li Sig.ri Conte Gio. Roverizio, Ant. Palmaro q. Bartolomeo, Gio. Ant.° Sardi q. Paulo Fran.co e Giuseppc Giofiredi q. Giacomo Maria a complimentare il Generare, ed offerire rinfresco. Sono ricevutti da un Officiale con poca grazia, ed intima la partenza sotto pena del arresto. Si ritirano, divorgano il successo, et ogniuno pensa a garantisi dal a href=”../IMPERIA/GRANA1.htm”>pericolo delle bombe imminenti: alle ore 21 cominciano le a href=”../IMPERIA/GRANA1.htm”>bombe anche incendiarie, la prima cade nelle case dell’Ill.m° Spinola vicine al Palazzo Borea, la seconda in casa del Sig.e Gio. Batta Stella, e continuano con danno però poco della Città. Il l’indimani sospendono di tirare bombe, e due navi approsimatesi più a terra cannonegiano la Citta sino a sera, a ore 21 il Bastione e Castello tirano qualche cannonata sopra le navi, nel tempo stesso con lance armate si impadroniscono delle Barche del Patron Gio Batta Margotto detto Catraro, e Patron Stef.° Dandreis detto Bisaro, e se le portano via [nell’interpretazione critica degli antichi Statuti di San Remo trascritti e interpretati da Nilo Calvini vedi qui i capitoli mirati a governare il mondo del lavoro]. Sono però obbligate dette Lancie a ritirarsi stante il vivo fuocho che faceva dal Muolo unito a Paesani un picheto di Soldati Spagnuoli rimasto del armata Spagniola. Li 2 8bre partì di buon matino detta Scuadra. In tal fatto, è rimasto morto un soldato Spagniolo, una donna, e detto Patron Stef.° Dandreis detto Bisarro [nell’interpretazione critica degli antichi Statuti di San Remo trascritti e interpretati da Nilo Calvini vedi qui i capitoli mirati a governare il mondo del lavoro].
1746. 24 7bre. Li Francesi hanno preso 13 Cannoni a San Remo e li hanno portati in XXmiglia ed hanno presa tutta la polvere per combattere contro de Savojardi.
27 d.°. E’ entrato in S. Remo il Re sardo con tutta la sua gente e la sua truppa, ed alloggiò in casa de Sig.ri Borea il Re Carlo Emanuele con suo figlio Vittorio.
1747. Sono partiti i Savoiardi a 18 Giugno, ed a 20 d.° sono arrivati i Spagnuoli, col loro Real Infante d. Filippo che alloggiò nella medesima casa Borea.
1745 2.3 Xbre.
Compra di otto Pezzi di Canone di ferro di nova liga dalla Fabrica di S. Gervas di Calibro di lb. 18 fiaminghe con suoi carri polvere, palle, cughiare, refollatori, scartocci et altro compra in ToIone dal Nobile Francesco Luasseur de Villeblanch Intendente Generale della Marina da Sig.ri Gioseppe Rambaldi, e Francesco Carlo deputati dalla M.a Comunità di S Remo compri per conto della med.a per il prezzo di Franchi 12.290:16:7.
1746. 22 7mbre. Canoni presi in S. Remo da Francesi parte trasportati nel Forte di XXmiglia, e parte in Antibo per ordine di M.r de Millebois, e Brigadier della Perouse Colonello del Regimento Bloiois.
Canoni 6 liga di S. Gervas, altri 6 canoni di Svezia Canone 1 di Bronzo. Polvere Barili 94, carrette 14, miccia c.a 4, Palle n° 2500 con tutti li ordigni necessarij, avendo fatto in pezzi le bandiere della Comunità.
d.° anno 17 9bre Canoni tre di bronzo portati via per ordine di S. M. il Re di Sardegna. Il primo Cantara 35 e voto 4 di calibro da lb. 27 palla, il secondo Cantara 34:91.24, il terzo la Zingara Cantara 24:12:12 e vi era dipinto S. Romolo, che in tutto pesavano Cantara 94:7 tutti coll’armi della Comunità.
I1 1° di Maggio di questo anno fu conchiuso il Trattato di Aranjuez ove per parte della Repubblica di Genova era Amb. Girolamo Grimaldi.
Per esso i Genovesi si obbligavano d’ajutare i Borboni di Spagna, Francia, e Napoli nella guerra contro l’Austria e l’Inghilterra, tenendo un’ Armata ausiliaria di 10 mila uomini ben fornita con 36 Cannoni. I Borboni in correspettivita guarentivano alla Repubblica il marchesato di Finale, ed altri piccoli Feudi, oltre 30 mila Scudi mensili durante quella guerra, e 10 mila per una sol volta.
1746 27 7mbre.
Priori del M.co Consiglio in luogo di Comm.rio.

1747

I Gallispani tentarono imprese nuove nella riviera di Ponente e nelle Alpi maritime, ed acquistarono nell’Autunno il Castello di Ventimiglia e qualche altra utile posizione [l’autore o meglio gli autori del Manoscritto succedutisi nei secoli parlando della città di Ventimiglia non registrano le lotte sostenute con successo delle sue Ville orientali onde separarsi per l’economico ed organizzarsi nella “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi” = così che quasi mai citano espressamente le località interessate cioè Bordighera, . Borghetto S. Nicolò, Camporosso, Soldano, San Biagio, Sasso, Vallebona e finalmente Vallecrosia cosa che -pur essendo estranea ai suoi interessi cronachistici- pone il Manoscritto nella condizione di non trattare con tutte le implicanze storiche, di viaggi della Fede, di commerci, erboristeria e persino esoterismo la fondamentale Via del Nervia, diventata in tempi lontani strada d’accesso dal Piemonte e quindi dal Centro Europa sotto forma di diramazione della via Francigena o più propriamente una tra le varie vie Romee e strade dei pellegrinaggi nel “Luoghi Sacri”].

l746-1747 in 1748 a 17 Marzo

Marc’Antonio Carenzio del Finale. Giambatta Bottero di Limone, Vicario Giacomo Casatroja del Finale Canc.re Governo Regio.
1746. 22 7mbre partì per Genova il S.r Gerol.° Spinola Commissario.
27 detto, entrò in S. Remo S. Maestà il Re di Sardegna Carlo Emanuele, col suo primogenito Vittorio Amedeo Duca di Savoja, et alloggiarono nel Palazzo Borea.
1747. 1 9bre Canoni 4 Svezia condotti dalla Bordighera per conto et ordine di S. Maestà Carlo Emanuele, cioè 2 da lb. 12 e due da lb. 8 di palla peso fiamingho. Piu li 10 d.° Canoni due Liga di S. Gervas da lb. 18 palle Fiaminghe et altro di Svezia da 1b. 12 fiaminghe con sue carrette e palle 294 fiaminghe da lb. 18.
1748 4 8bre.
Fu imposta da S. M. Carlo Emanuele Re di Sardegna contribuzione sopra la Riviera di Ponente da Savona in qua passata in suo Dominio, qual Contributo era di L. 150 mila Piemonte, et a compimento di d.a Somma fu carricata Savona per 15mila, Finale per L. 24.183, Albenga per L. 48.789, e S. Remo per L. 62.028 avendo fatto sud.e Città Capi quartieri degli altri Luoghi, fra questi sotto il quartiere di S. Remo era il Porto Morizio.
(1748) Li 18 8bre 1748 fu segnato definitivamente il trattato di Aquisgrana dall’Inghilterra, Francia, Spagna, Austria, Piemonte, Genova ecc. In virtù di esso l’Infante Spagnuolo rinunziava ad ogni titolo sullo Stato di Milano, contentandosi dei tre Ducati di Parma, Piacenza, e Guastalla. L’Infante D. Carlo fu confermato nel Regno delle due Sicilie. Francesco di Lorena Sposo di Maria Teresa, e gran Duca di Toscana, fu riconoscinto Imperatore di Germania. Al Re di Sardegna si restituì da Francesi quello che era stato occupato durante la guerra, e Maria Teresa gli riconfermò il possesso delle tre porzioni smembrate dal Milanese, cioè del Vigevanasco, dell’Oltre Po Pavese, e del Contado di Anghiera, detto Alto Novarese. Il resto del ducato Milanese, e con esso il Mantovano fu lasciato all’Austria. Il Duca di Modena rientrò in possesso d’ogni città e villaggio che fosse stato occupato. Alla Repub. di Genova si restituirono dal Re di Sardegna franche e libere tutte le terre che le avea tolte, ed in ispecie Savona e Finale. Furono anche richiamate di Corsica le truppe Piemontesi che Carlo Emanuele vi avea spedite sotto il comando del Cav. di Cumiana. Così l’Italia entrando il 1749 si ripose in pace.

1748 17 Marzo in 1749 11 Feb.°

Vacanza di Comm.rio Giambatt.a Bottero , vicario Governatore Giacomo Casatroja Canc.re.
1748. 17 Marzo partì da S. Remo il Sig.r Corenzo doppo un rigoroso Sindicato. A 31 Xbre ritornò il Vicario Regio Savojardo et alli 8 Feb.° 1749 alla sera partì e li 11 Feb.° detto anno 1749 gionse da Genova il S.r Gio. B.a Raggio Commissario Generale per la Ser.ma Rep.ca e passò S. Remo dal dominio Sardo di nuovo al Genovese.

P.S.

Sul Manoscritto Borea si veda a questo link

da Cultura-Barocca