Vasia (IM)

Pantasina, Frazione di Vasia (IM) – Fonte: Wikipedia

NELLA PARTE ALTA DELLA VALLE DEL PRINO NEL RETROTERRA DI PORTO MAURIZIO SI INDIVIDUA IL CENTRO DI VASIA (IM) [Vasia assieme alle frazioni di PANTASINA e PIANAVIA formava la CASTELLANIA DI PRELA’ SUPERIORE] CHE IN EPOCA REMOTA HA COSTITUITO PARTE INTEGRANTE DELLA “CONTEA DI PIETRALATA” IL CUI CAPOLUOGO STORICO ERA L’ALTRO CENTRO VALLIVO DI PRELA’.

DOPO UNA PRESENZA BENEDETTINA (PROPRIAMENTE DI BENEDETTINI DI LERINS) CONCENTRATA PROPRIO A “VASIA”, QUESTA AREA, DAL XII SECOLO, ENTRO’ NELLA SFERA DI INFLUENZA DEI CONTI DI VENTIMIGLIA CHE VI REALIZZARONO UN IMPONENTE SISTEMA STRATEGICO DIFENSIVO CONCENTRATO ATTORNO AL CASTELLO DI PRELA’ CHE PIU’ VOLTE FU AL CENTRO DI GUERRE E CONFLITTI VARI, SPECIE TRA IL XIII E XIV SECOLO.

PER I DANNI SUBITI A CAUSA DI VARI ASSEDI, L’EDIFICIO SUBI’ VARI RIFACIMENTI. L’ANALISI DELL’EDIFICIO PERMETTE TUTTORA DI VISUALIZZARE REPERTI DI TORRI CIRCOLARI, FERITOIE DA BALESTRA, CAMMINATOI E CISTERNE.

IL FORTILIZIO NON E’ VISITABILE ALL’INTERNO MA UNA TESTIMONIANZA DELLA SUA FINE PUO’ CADERE SOTTO GLI OCCHI DI OGNI OSSERVATORE: SI TRATTA DI UNA PALLA DI CANNONE CONFICCATA NELLE MURAGLIE A RICORDO DELLA BATTAGLIA QUI AVVENUTA IN OCCASIONE DELLA GUERRA DEL 1625 TRA GENOVA E IL PIEMONTE SABAUDO.

Vasia (IM), Oratorio dell’Immacolata Concezione – Fonte: Wikipedia

VERSO IL XV SECOLO QUESTO VASTO COMPRENSORIO PASSO’ DAI CONTI DI VENTIMIGLIA AI LORO CUGINI “LASCARIS DI TENDA” DIVENENDO UNA SORTA DI STATO REGIONALE CHE SFRUTTAVA PER IL SUO BENESSERE IL CONTROLLO DEI TRAFFICI.

NEL 1578 IL TERRITORIO PASSO’ QUINDI DAI LASCARIS AD “EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA” CHE LO COINVOLSE NEI RIPETUTI CONFLITTI DEL PIEMONTE CONTRO GENOVA SI’ CHE L’ORMAI DANNEGGIATO CASTELLO DOVETTE ESSERE SMANTELLATO.

COMUNQUE DAI TEMPI DELL’ASSIMILAZIONE TERRITORIALE “VASIA” RIMASE FEDELE AL PIEMONTE, DELLA CUI TRADIZIONE CULTURALE RISENTI’ NOTEVOLMENTE: DEL PIEMONTE SEGUI’ QUINDI LE SORTI SOTTO L’EPOCA NAPOLEONICA E POI NEL PERIODO DELLE GUERRE RISORGIMENTALI FINO ALLA CONQUISTATA UNITA’ D’ITALIA. “VASIA” E “PANTASINA COSTITUISCONO I DUE CENTRI PRINCIPALI DEL COMUNE, CUI SI DEBBONO PERO’ AGGIUNGERE LE FRAZIONI DI “PIANAVIA”, “TORRETTA” E “PRELA’ CASTELLO”.

Le origini di Vasia sono peraltro attestate dall’ANTICA CHIESA PARROCCHIALE, sull’altura sovrastante il borgo, intitolata ad un antico S. MARTINO.
La CHIESA DI S. MARTINO è la più antica ed unica chiesa romanica di questa zona.
Si segnala per il campanile e l’abside quadrata estranei al gusto romanico lombardo: come scrive il Lamboglia però “la tecnica muraria e i documenti la collocano nella prima metà del XII secolo”.
In effetti il nome di luogo o toponimo, che rimanda al nome di un valico VIA COLLE VASIE (da un documento del 1405): il nome vero e proprio del valico indurrebbe però ad andare oltre l’epoca medievale sin a quella romanità di cui si vanno scoprendo tracce sempre maggiori nell’interno della Liguria.
Il nome VASIE sarebbe infatti da collegare al gentilizio romano VASIUS da interpretare in senso prediale cioè di nome dato ad un’azienda rustica se non proprio ad un insediamento complesso del tipo della grossa villa rustica.
Secondo la glottologa G. Petracco Sicardi però l’etnico VASIENCU farebbe pensare, in modo alternativo, ad un insediamento medievale nominato forse da un individuale germanico del tipo WASO sviluppato al diminuitivo e quindi trasformato per consonanza nel termine VILLA: con quest’ultima ipotesi la genesi del nucleo abitato – prescindendo al grande impulso demografico dato dai BENEDETTINI – potrebbe essere anticipata al periodo delle INVASIONI BARBARICHE.

Vasia (IM), Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio abate – Fonte: Wikipedia

La parrocchiale di VASIA è intitolata a S. ANTONIO ABATE e venne ampliata nel XVII secolo: si segnala per il campanile che è il più alto della valle del Prino.

Vasia (IM), campanile della Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio abate – Fonte: Wikipedia

Il campanile fu realizzato su progetto di Ignazio Monti (architetto di origine ticinese), misura 49 m. di altezza e fu realizzato tra il 1804 ed il 1806 e l’impianto stilistico generale oscilla nell’eclettismo, tra forme tardobarocche e neoclassiche. Nella parrocchiale si possono ammirare due polittici del XVI secolo.
E’ poi interessante l’antica CHIESA CAMPESTRE DI S. ANNA (QUESTO QUATTROCENTESCO EDIFICIO RELIGIOSO, CARATTERIZZATO TUTTORA DA UN BEL ROSONE RUSTICO, CUSTODIVA ORIGINARIAMENTE UN TRITTICO ORA CONSERVATO NELLA PARROCCHIALE DI VASIA. IN ESSO ERA ALTRESI’ PRESENTE IL DIPINTO FIAMMINGO ATTRIBUITO A JAN ROOS CHE ATTUALMENTE SI TROVA A MOLTEDO).

Vasia (IM), Pianavia – Fonte: Wikipedia

Dalla frazione di PIANAVIA si può poi procedere per raggiungere PRELA’ CASTELLO (nella VALLE DEL PRINO) ove si trovano i RESTI imponenti di un Castello feudale e l’edificio sacro di S. GIACOMO e S. NICOLA che, per ripetuti interventi architettonici, ha perso l’originale stile rinascimentale a favore del tipico BAROCCO LIGURE.

Vasia (IM), Prelà Castello – Fonte: Wikipedia

da Cultura-Barocca

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Sull’autore del Discorso dell’Antichità di Ventimiglia

I resti della “Domus del Cavalcavia” a Nervia di Ventimiglia (IM)

Di Giovanni Girolamo Lanteri, di Ventimiglia, oggi provincia di Imperia, contemporaneo d’Aprosio, religioso regolare, nella Sezione ventimigliese dell’Archivio di Stato si conserva tuttora il suo testamento: “Ventimiglia, 8 agosto 1670 – Testamento di Giovanni Gerolamo Lanteri – Archivio notarile, filza 751”).
Di lui scrisse il Soprani (Li scrittori della Liguria…, Genova, per Pietro Calenzani, 1667, p,163) e in tale sua opera qui digitalizzata e di cui si propone un indice moderno in ordine alfabetico ne diede una breve ma positiva descrizione (vedi qui a fine pagina 163) menzionando due sue volumi manoscritti custoditi presso la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia vale a dire Relationi della Città di Ventimiglia e Sonetti nell’Idioma della Patria.
Il Lanteri fu citato anche da Michele Giustiniani (Gli Scrittori liguri, Roma, per il Tinassi, 1667, p.384) e da Agostino Oldoini (Ateneum ligusticum, Perusiae, ex typographia episcopali, 1680, p.351): il Giustiniani affermò che nel 1667 Lanteri aveva circa 72 anni (di 12 quindi più anziano d’Aprosio), che molto aveva viaggiato e corrisposto con numerosi eruditi italiani, che soprattutto era gran conoscitore dello spagnolo, del portoghese e del francese. Sempre il Giustiniani tuttavia aggiunse di seguito sul Lanteri: “…Egli insomma è un uomo raro, ma freddo non meno delle nevi del Caucaso e più che irresoluto nelle proprie operazioni. E se col mezzo della sua penna avrebbe potuto rischiarare le tenebre oscurissime delle antichità della patria segno non è stato poco il poterne cavare un Discorso dell’Antichità di Ventimiglia (Discorso o Relazione delle patrie antichità secondo l’Oldoini). L’operetta godette d’eccellente divulgazione sotto forma di copie manoscritte e anche d’una certa rinomanza pur se in seguito Aprosio ne corresse la ricostruzione topografica della Ventimiglia Romana a p.74 della sua Biblioteca Aprosiana edita. Del lavoro del Lanteri (che fu referente ed informatore per il Ponente ligure dell’Ughelli a pro della stesura della sua monumentale Italia Sacra) B.Durante ha individuato una copia nella “Biblioteca Girolamo Rossi VI, Miscellanea storica ligure, 84, a” ove si legge sul fronte di un confusionario ma non inutile resoconto storico su Ventimiglia dalle origini a gran parte del ‘600: …sono le memorie copiate da Geronimo Lanteri nel XVII secolo… = mano del Rossi; testo secentesco senza utili testimoni ed indicatori [ ( per quanto si legge ne il Beneficato Beneficante… di Domenico Antonio Gandolfo l’opera sulla “Storia di Ventimiglia” del Lanteri, ai suoi tempi, era conservata tra i manoscritti della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia = vedi riga 6 della pagina digitalizzata) consulta ancora questa ulteriore precisazione atteso che all’epoca, chi non stampava, fruiva ancora come il Lanteri dell’uso di amanuensi per far copie varie dei propri lavori da esporre nei siti culturali o donare a persone di prestigio intellettuale ] .
Del LANTERI “STORICO UFFICIALE DI VENTIMIGLIA” ED “AUTORE DI UN VOLUME DI POESIE IN DIALETTO VENTIMIGLIESE, dei suoi rapporti inizialmente abbastanza difficili con l’Aprosio, del suo carisma culturale nella Ventimiglia del ‘600 B.Durante parlò dettagliatamente in una conferenza a Ventimiglia (aula magna, Scuola Media Biancheri) 19/II/1984 nel quadro delle iniziative culturali promosse dalla “Cumpagnia d’i Ventimigliusi” (associazione culturale locale in relazione con la “Consulta Ligure”)> della conferenza fu pubblicata ampia sintesi, sotto titolo di Fermenti letterari nella Ventimiglia barocca di fine diciassettesimo secolo, nel periodico della “Cumpagnia”, “La Voce Intemelia”, 1984, 23/II/1984.
Aprosio, con ragione, riteneva d’aver individuato il sito di Ventimiglia romana ma, stranamente, non si era mai sbilanciato in una polemica che contrastasse l’opinione corrente ai suoi tempi che l’antico centro romano sorgesse sotto l’area della città medievale: cosa che sembrava suffragata da alcuni ritrovamenti.
Questa zona aveva sì avuto degli insediamenti ma come un tratto del suburbio occidentale che, in un succedersi di ville e complessi prediali sempre più fitti procedeva in direzione del sito della Turbia: il complesso demico principale stava proprio dove lo aveva supposto Aprosio confortato per sua stessa ammissione da ritrovamenti significativi.
L’agostiniano aveva assunto un certo atteggiamento di indifferenza verso queste indagini archeologiche e topografiche: ma il suo, verisimilmente, era attegiamento più apatistico e decettivo che sostanziale, quasi certamente dipendeva dal fatto che, dopo aver affrontato tante polemiche per l’erezione della sua biblioteca osteggiata pure da alcuni confratelli, giammai voleva inimicarsi un personaggio come Giovanni Girolamo Lanteri che, oltre ad aver la fama di storico ufficiale di Ventimiglia, era in istretti rapporti con il gesuita di Sospel Teofilo Rainaldi il quale non di lui ( che pure lo citò più volte nella sua Biblioteca Aprosiana… ) si avvaleva come informatore storiografico sul ponente ligustico ma del Lanteri (ritenuto forse più credibile perché da sempre residente in Ventimiglia ed in teoria più esperto) per il monumentale lavoro dell’Italia Sacra dell’ Ughelli di cui il Rainaudi era referente ufficiale per una vasta area dell’occidente italiano.
I veri sentimenti di Aprosio, però, quelli come al solito mascherati, e che denunciano un sostanziale giudizio negativo sia sull’ interpretazione topografica del Lanteri che sull’ arrendevolezza critica del Rainaudi li scopriamo in maniera diversa, cioè integrando le conoscenze acquisite al punto di decrittare una pagina in cui l’Ughelli, troppo importante per non esser salvagauardato qual “buono Scrittore” (anche se a volte in “buono” mal si cela la demotivazione in “credulo”), finisce per esser ingannato da un non corretto informatore (cioè il Rainaudi) a sua volta però vittima relativamente colpevole (neppur lui era personaggio da rendersi ostile) di un documentarista locale (il Lanteri, nemmeno citato per via d’allusione, ma individuabile dagli addetti ai lavori) in merito ad un grossolano errore storico archeologico: ed in questo ancora una volta è basilare la lettura attenta e critica de la Biblioteca Aprosiana e precisamente alle pagine 60 – 61 anche se in vero la questione proposta da Aprosio sulla topografia di Ventimiglia Romana e sui primi rperti di lapidi e miliari della Iulia Augusta li possiamo meglio leggere qui.
Erano bizze da intellettuali (come tuttora accade) …. Aprosio mirava costantemente a qualificare le proprie intenzioni quasi a scapito di chiunque non fosse del suo parere ma un vero scontro giammai dovette esservi anche tenendo conto che ascrisse (cosa ad altri negata) il Lanteri qual “Fautore” della “Libraria Ventimigliese” come qui si vede nell’elenco e che questo capitolo della Grillaia fu dedicato al Lanteri: e se Aprosio magari non eccedeva in simpatia per il sacerdote è certo che ciò non aveva travalicato il segno o che comunque da Aprosio non voleva inimicarsi un uomo forte del clero intemelio che avrebbe sempre potuto trasformarsi in un nemico da evitare per lui e la sua biblioteca: sempre che -tra tante ripicche di intellettuali e eruditi, cui il ‘600 ci ha abituato- non sopravvivesse una ben mascherata ammirazione per il fatto che il Lanteri aveva inaugurata su un piano davvero importante una sequela di rapporti costruttivi di ambito culturale con l’ambiente sabaudo, nizzardo e piemontese in genere cosa che non poteva non giungere gradita ad Aprosio sulla cui direttrice innestò prepotentemente e con successo i suoi sforzi sì da fare dell’ambiente nizzardo, piemontese e sabaudo un referente basilare per la sua “Libraria” per ottener “Fautori” e soprattutto – come qui ben si legge – per esser gratificato con il dono di libri nuovi e pubblicazioni rare

da Cultura-Barocca

Antiche colture di mandorle nel ponente ligure

Soldano (IM)

… un rilievo eccezionale ha soprattutto il doc. 515 del 25 novembre 1262 [ secondo la tecnica colturale aggregativa di PECIAM UNAM TERRE AGGREGATE FICUUM ET AMINDOLARUM colture di fichi e MANDORLI (del quale e del cui relativo frutto, si vedano qui, appena dopo delle considerazioni dei classici la valenza che assunsero successivamente nel contesto del SIMBOLISMO CRISTIANO quanto, più semplicisticamente, della TRADIZIONE ALIMENTARE DEI PELLEGRINI DELLA FEDE ATTRAVERSO LA VIA FRANCIGENA RIVOLTI A RAGGIUNGERE ROMA OD I LUOGHI SANTI OD ANCORA IL SANTUARIO GALIZIANO DI SANTIAGO DI COMPOSTELA.

Questo documento del di Amandolesio del 25 novembre 1262, qui trascritto dal testo di riferimento, è assai importante, attestante nell’areale nervino, cenno verosimile ad un più esteso spazio agronomico, la coltivazione di mandorle (vedi le evidenziazioni: amandule = mandorle).

[doc. 515, 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Iacopa, Moglie di Guglielmo Maroso, vende ad Ingone Burono una pezza di terra, coltifata a fichi e mandorle, situata nel territorio di Ventimiglia, a Portiloria, per il prezzo di 3 lire e 18 soldi di genovini di cui lascia quietanza]

Ingonis Buroni/ Die XXV novembris, post nonam, Ego Iacoba, uxor Guillelmi Marosi, vendo, cedo et trado tibi Ingoni Buroni peciam unam terre, agregate ficuum et amindolarum, positam in territorio Vintimilii, ad Portiloriam, cui coheret superius et ab uno latere terra Mauri de Mauro, inferius ab alio latere via , cum omni suo iure, ratione, actione reali et personali, utili et directo omnibusque demum pertinenciis suis, nichil ex his in me retento, ad habendum, tenendum,, possidendum et quicquid ex ipsa deinceps iure proprietario et titulo emptionis volueris faciendum, finito precio librarum trium et soldorum decem et octo ianuinorum, de quibus me bene solutam et quieta voc[o], renuntians exceptioni non numerate seu recepte pecunie et omni iuri. Quod si dicta terra ultra dictum valet, sciens ipsius veram extimationem, id quod ultra valet mera et pura donatione inter vivos dono et finem inde tibi facio et requisitionem atque pactum de non petendo, renuntians legi per quam deceptis ultra dimidiam iusti precii subvenitur. Possessionem insuper et dominium dicte terre tibi tr[a]didisse, confiteor, constituens me ipsam tuo nomine tenere et precario possidere dum possidebo vel ipsius possessionem sumpseris corporalem, promittens tibi de dicta nullam deinceps movere litem, actionem seu controversiam nec requisitionem facere, sed potius ipsam tibi et heredibus tuis pe meosque heredes ab omni persona legittime defendere, autoriçare et disbrigare. Alioquin penam dupli de quanto dita terra nunc valet vel pro tempre meliorata valebit tibi stipulanti promitto, rata manente venditione. Pro pena et predictis omnibus observandis universa bona mea habita et habenda tibi pigneri obligo faciens hec omnia et singula supradicta consilio Nicolai Barle et Oberti filii Ottonis Iudicis, vicinorum meorum, quos in hoc casu meos eligo consiliatores et propinquos. Insuper ego Raimundus Iudex, iussu et voluntate atque mandato dicte Iacobe, de omnibus et singulis supradictis pro ipsa Iacoba versu te predictum Ingonem me constituo principalem defensorem et observatore, renuntians iuri de principali e omni alii iuri. Et pro predictis omnibus observandis universa bona mea habita et habendo pigneri obligo. Actum in domo dicti Raimundi, presentibus testibus Raimundico clerico et et dictis consiliatoribus. Anno in indictione ut supra/ S. s. I.

cui corrisponde il seguente atto

[ 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Ingone Burone promette di restituire a Iacopa, moglie di Guglielmo Maroso, la terra da essa vendutagli, ed il relativo atto, di cui al documento precedente, se essa, entro un anno, gli verserà la somma di 3 lire e 18 soldi di genovini, prezzo della terra medesima ]

Iacobe, uxoris Wilelmi [Maro]si/ Die eodem, hora, loco et testibus. Ego Ingo Buronus promitto et convenio vobis Iacobe, uxori Guillelmi Marosi, reddere er restituere tibi vel tuo certo misso per me vel meum missum peciamquamdam terre, positam in territorio Vintimilii, ad Portiloriam, cui coheret superius et ab uno latere terra Mauri de Mauris, inferius et alio latere via, quam mihi hodie vendidisti, et cartam illius venditionis, scriptam manu Iohannis de Mandolexio, || notarii subscripti, [us]que ad annum unum proximum si mihi vel meo certo nuncio per te vel tuum nuncium solveris, usque ad dictum terminum, pro precio ipsius, libras tres et soldos decem et octo ianuinorum. Quod si contrada[cero] vel u[t] supra non observavero, penam dupli de quanto dicta terra nunc valet vel pro tempore maluerit tibi stipulanti, pro[m]itto, rato manente pacto,. Pro pena et predictis omnibus observandis univers bona me[a] habita et [h]abenda tibi pigneri obligo. Actum anno et inditione ut supra

… [Camporosso fino all’Ottocento era gran produttore di mandorle secondo una tradizione remotissima certo non esclusiva del borgo ma in area intemelia tipica dello stesso in modo peculiare pur se Luigi Ricca nel suo libro di un ottocentesco Viaggio da Genova a Nizza, per quanto riferisca tale coltura a tutto il Ponente ligure, citi espressamente e prioritariamente le colture di Mandorli a Taggia e quindi a Nizza [resta arduo oltre i dati assimilati precisare l’origine di coltura di mandorle (di origine comunque antichissima con attestazioni che oscillano tra l’uso alimentare, le feste, anche nuziali, e verosimilmente i riti funebri) nell’areale intemelio ma non possiamo dimenticare la conquista romana della Liguria e, con l’Impero, l’introduzione nella regione presto romanizzata di una più sofisticata cultura esistenziale, compresa quella alimentare]

Purtroppo le nuove guerre dei nuovi eserciti, dal ‘600 e soprattutto dal ‘700, andarono ad accelerare vertiginosamente i danni strutturali e spesso periodici all’ambiente ed ai vari tipi colture tradizionali, anche arboricole, come qui si vede da un semplice confronto cartografico oltre che da uno specifico commento critico

… nel Viaggio da Genova a Nizza e un Catalogo delle piante vascolari spontanee della zona olearia nelle due valli di Diano Marina e di Cervo. Importante poi il suo lavoro Compendio delle più importanti vitali manifestazioni delle piante coll’aggiunta delle Geografiche e Geologiche loro relazioni. Saggio di studi botanici Tip. Lit. di Gio. Ghilini, Oneglia, 1866. In-8°, pp. 248, (4) –
il Ricca annota in conclusione del suo lavoro:
Io vi ho descritto questa riviera occidentale come un piccolo mondo in miniatura favorito dalla natura, con i suoi monti tagliati in forma di terrazzo, sistemati da muri a secco, ove il fico, il pesco, il mandorlo abbelliscono questi pensili orti, e la vite vi stende le sue allegre ghirlande e l’ulivo si inchina sotto il peso delle pingui sue frutta (pag. 186, vol. II)”
= la sua opera, che assai risente degli scritti del Navone e poi del Bertolotti, si eleva qui in una descrizione del paesaggio (nemmeno poi rimasto estraneo all’Intemelion del novecentesco Peitavino) in cui la presenza di mandorli era una costante: ma verosimilmente era una costante da secoli come si evince da documenti ufficiali proposti in questa sede.

… documenti relativamente recenti individuati presso la Sezione dell’Archivio di Stato di Ventimiglia dal dott. A. Carassale e trasmessi al Sign. Sergio Verrando (vedi atto di notaio Andrea Battaglia, Ventimiglia, Quartiere Piazza, 25 novembre 1776, n. 289 in cui si legge tal Francesco Squarciafico di Gio. Batta…ha venduto, e vende a Giuliano Squarciafico suo stretto parente, et accettante un pezzo [di terra] aggregata di vitti, fichi e amandole con fontana essa sita nel territorio di Camporosso chiamato Giré ma altresì le indicazioni del citato notaio duecentesco di Amandolesio come pure l’abbondanza del donativo del Capitanato intemelio fatta a Genova in occasione della peste che la tormentava nel 1579-1580

Anche per Soldano una fra le ville orientali di Ventimiglia destinate a costituire la seicentesca Magnifica Comunità degli Otto Luoghi tra XIII e XVI secc. risultano attestate colture aggregative in cui rientrano vari tipi di alberi tra cui quelli (di) avellanarum rotundarum e avellanarum longarum come colture di nocciole e mandorle = però l’analisi filologica più aggiornata di Plinio a riguardo dell’edizione critica della sua Storia Naturale, cui si debbono molti di questi fitonimi, non avvalerebbe l’identificazione delle avellanae con le mandorle ma piuttosto con le sole nocciole

A titolo integrativo – dopo aver precisato quanto le mandorle rientrassero nella gastronomia, specie se raffinata, degli antichi romani (vedi) non esclusi i ceti benestanti delle città minori come Ventimiglia romana o meglio il Municipium di Albintimilium che inglobava ben più estese emergenze demiche – rammentando dopo i tempi ferrei succeduti al collasso economico imperiale una valida ripresa colturale, anche di frutteti, dal XII secolo agevolata dalla tradizione agronomica dei Benedettini e dal loro sistema colturale della Grangia = qui, poi, si analizzi la citazione, con l’elenco degli autori e dei brani in cui hanno parlato della “mandorla/mandorle” tratta dal “Grande Dizionario della Lingua Italiana” di S. Battaglia con la citazione del testo della stessa collana elencante le opere donde son state tratte le citazioni: contestualmente qui si possono visualizzare sempre da questa grande opera l’etimologia del fitonimo “mandorla” e quella dell’antico e disusato fitonimo “amandola”

a far rilevare che questo sopra studiato duecentesco ( 25 novembre 1262 ) documento del notaio di Amandolesio costituisce il dato al momento antico sulla produzione di mandorle nell’agro del Capitanato di Ventimiglia e sue Ville anche se, presubimilmente, è in occasione della Peste Nera del 1579-’80 che si evincono i dati più significativi.
In siffatta, drammatica situazione Genova e la restante Liguria furono colpite in maniera impressionante con migliaia di morti,
causati dall’epidemia e dalla conseguente carestia anche per l’arresto dei rifornimenti, rimanendo immuni dal catastrofico contagio l’agro intemelio e alcuni Stati confinanti.
Il Parlamento di Ventimiglia e sue Ville, onde soccorrere la capitale, deliberò allora una coraggiosa spedizione di derrate alimentari (costituite soprattutto da prodotti locali) tra cui risultano da ascrivere pure …UNDICI SACCHI DI AMANDORLE…
Nemmeno trascurando di rammentare questo atto notarile settecentesco concernente una vendita di un terreno in Camporosso coltivato a mandorli

da Cultura-Barocca