La Via Romea nel ponente ligure

Piène Haute, piccolo villaggio tra Val Bevera e Val Roia: antica Penna

I PELLEGRINI duecenteschi, tra cui molti aderenti ad ORDINI CAVALLERESCHI, che (mossi da ragioni varie -non escluso il commercio- ma spesso sinceramente indotti da PROFONDE ESIGENZE DI FEDE a compiere STRAORDINARI QUANTO FATICOSISSIMI VIAGGI verso i LUOGHI SANTI DEL MONDO CONOSCIUTO) scendevano dal PIEMONTE nella val Nervia (e lungo la VIA ROMEA DEL NERVIA), per raggiungere il mare od i tragitti costieri, in definitiva avevano a disposizione TRE VARIANTI DEL PERCORSO, appena raggiunta (procedendo dall’ALTA VALLE cui potevano esser entrati per la DIRETTRICE PRIMARIA o una sua utile UTILE VARIANTE) la località detta “PORTUS/ PORTU in DOLCEACQUA (dove peraltro fu ipotizzata l’esistenza di un Ospizio annesso alla chiesa romanica di S. Giorgio).
La scelta dei diversi percorsi per accedere al mare poteva peraltro essere condizionata dal fatto che le METE SANTE erano varie, trattandosi a volte di celebri abbazie, (MONTECASSINO per es.) oltre ai TRE LUOGHI SANTI PER ECCELLENZA A QUEL TEMPO e cioè la città di ROMA, il santuario spagnolo di SANTIAGO DI COMPOSTELA e i siti di TERRASANTA pur con tanta difficoltà e alterne vicende strappati agli ARABI dalle IMPRESE MILITARI di CAVALIERI e CROCIATI.

Essi erano in grado di procedere sul TRAGITTO DI FONDOVALLE, raggiungendo celermente la BASSA VALLE e quindi la LINEA DI COSTA dove stavano gli approdi marittimi e gli OSPIZI DEL NERVIA.

Tracciando la via Airolis (già dalla MEDIA VALLE DEL NERVIA), potevano altresì pervenire allo scalo nuovo del Roia ed agli ospedali di Cardona e Cornia o diversamente accedere, oltre che sulla disagevole linea costiera, al tragitto antico di sublitorale che portava ad Occidente (un cui “cardine” si riconosce tuttora nel “Passo dello Strafforco”. Anche se, come si evidenzia da una Relazione genovese del 1624, questa diramazione si innestava in una strada piemontese del Sale che giungeva nell’area monegasco-francese per continuare verso Ovest:”….da Mentone per strada del traffico del Sale commoda per carri si va a Sospello, luogo e borgo grosso dove si potria far massa di gente e tutte le ville e castelli circonvicini del Contado di Nizza, Valle di S. Martino e Lantosca dominio di Savoia, e per detta strada del sale si può venire nel Dominio della Repubblica vicino alla Penna due miglia o poco meno per il passo dell’ Oliveta, passo facile a guardarsi per esser strada e paesi da se stessi facili per esser precipitosi a non potersi cavalcare, e all’istesso modo segue sino a Bagliorà passo similmente facile a guardarsi per le ragioni suddette e continuando con strade cattive si arriva allo Straforco, passo buono e facile a trincerarsi e da guardarsi, e superato , che Dio non voglia, si viene alla volta della Città passando per il passo della Fontana di Peglia…”).

Come TERZA soluzione, onde far cammino sul porto di Genova, scendendo lungo il corso del Nervia, i viandanti potevano servirsi della citata diramazione VERSO BAIARDO E LA VALLE ARGENTINA: tuttavia da DOLCEACQUA esisteva una deviazione naturale, utile per sfuggire agli impaludamenti sempre possibili alla foce del Nervia, lungo la via loci Junci.
Entrati nella valle del Crosa non era proibitivo proseguire, attraverso i campi dell’Armantica, tra Vallecrosia-S. Biagio e le alture di Bordighera, sin agli scali artificiali a manca della Rota, nell’area costiera di Bordighera ed Ospedaletti, presso l’Ospizio canonicale della chiesa intitolata a Nostra Signora della Rota al CONFINE ORIENTALE della DIOCESI INTEMELIA [naturalmente in quest’area. per via di mare soprattutto e spesso ospiti dei tanti OSPEDALI-RICOVERO dell’agro intemelio si andavano concentrando anche i pellegrini che per altre vie erano giunti dall’area lombarda procedendo per la deviazione su SAVONA e soprattutto i tanti VIANDANTI che da ogni parte d’ITALIA eran qui giunti avendo come BASE DI RIFERIMENTO il grande porto di GENOVA.

L’opzione pei diversi tragitti, da Dolceacqua, non era sempre legata a scelte prioritarie ma dipendeva pure dalle condizioni logistico-ambientali, particolarmente difficili in autunno ed inverno : su queste vie brulicava comunque in ogni stagione una variegata umanità di pellegrini e cavalieri, viandanti di commercio, religiosi di diversi Ordini, studenti, chierici ed avventurieri.

da Cultura-Barocca

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Vicissitudini della sede storica dell’Aprosiana di Ventimiglia (IM)

Ala di levante dell'ex Convento di Sant'Agostino a Ventimiglia (IM), dove Aprosio creò la sua "Libraria", in oggi collocata - con molti volumi trasferiti altrove o dispersi - in un edificio del centro storico
Ala di levante dell’ex Convento – di recente ristrutturato – di Sant’Agostino a Ventimiglia (IM), dove Aprosio creò la sua “Libraria”, in oggi collocata in un edificio del centro storico


Angelico Aprosio a suo tempo ebbe dei ripensamenti sulla sistemazione infine decisa di sistemare la “Libraria” nella città natia – Ventimiglia (IM) -. L’edificazione della Libraria comportò modifiche strutturali del Convento che si rivelarono alquanto laboriose anche per varie forme di opposizione specie in merito ad un frate genericamente nominato Tragopogono = costui si adoperò soprattutto in merito al trasferimento entro il Convento della Biblioteca dalla sua Prima Sede alla definitiva Seconda Sede cosa resa possibile dal contestatissimo “sopraelevamento del braccio dell’ala orientale del Convento” operazione contro cui il Tragopogono si oppose fin al punto di presentare ricorsi a molteplici autorità ecclesiastiche e non adducendo il principio dell’inalterabilità salvo eccezionali ragioni dell’architettura di qualsiasi edificio sacro.
La morte improvvisa del Tragopogono demotivò tutte queste iniziative e la realizzazione tramite “sopraelevazione del braccio” potè essere finalizzata da quel Padre Fabiano Fiorato, esperto di architettura, di cui Aprosio volle un quadro per la sua Pinacoteca con la seguente dicitura Questa è l’ Effigie del Padre fu Fabiano Fiorato Promotore delle Fabriche della Libraria e del Convento fatte col di Lui Dissegno. F. Angelico per mostrarsi grato e per conservarne la memoria lo fece ritrarre e se lo collocò alla destra.

La Biblioteca fiorì a lungo sotto la gestione di Aprosio e del successore Domenico Antonio Gandolfo: del resto se già di per se stessa era celebre come la Prima Bibiblioteca Pubblica di Liguria (vedi Indici) non poteva restare quale un monumento sapienziale statico e immutabile. Da grande bibliotecario qual era Aprosio ben sapeva che una Biblioteca per rimanere “grande” necessitava di cure e soprattutto di un assiduo “aggiornamento” cosa di cui si occupò con zelo estremo anche in tarda età cosa di cui parimenti si occupò il suo discepolo e poi successore alla Direzione cioè Domenico Antonio Gandolfo (come qui ampiamente si legge).

Occorre comunque dire che gli eventi storici, dalla Rivoluzione Francese al governo napoleonico (con le guerre e le tante avversità) avevano finito per impegnare la popolazione in occupzioni ben più pratica, anche di mera sopravvivenza, rispetto alla lettura e alla cultura senza dimenticare che sia lo stato sociale del territorio che quello specifico e strutturale della Libraria-Museo era stato già messo a dura prova una da oltre una cinquantina d’anni dagli eventi della Guerra di Successione al Trono Imperiale che di Ventimiglia aveva fatto un fronte di battaglia = e la Biblioteca, da tempo vittima della malasorte, aveva subito danni irrev bersibili allorché fu saccheggiata e depredata di tanti valori, specie delle raccolte numismatiche e antiquarie, ma anche dei quadri e di libri dati alle fiamme, ai tempi appunto della guerra settecentesca di Successione al Trono d’Austria nel corso di quella che fu detta “Battaglia di Sant’Agostino”]
Da questa litografia del 1852 si può ben vedere ancora il Convento, l’ala orientale, il sopraelevamento destinato alla Biblioteca Aprosiana (vedi un dettaglio antiquario del citato sopraelevamento del braccio) ma non si possono sottacere due eventi basilari, altre spoliazioni dovute al mercato antiquario della Libraria e quindi la diversificazione della storia tra Biblioteca e Struttura Conventuale
Come si legge in questa datata ma sempre valida PUBBLICAZIONE IN MERITO ALLA STORIA DEL CONVENTO AGOSTINIANO DI VENTIMIGLIA.= “Dopo la Restaurazione (1815), con la soppressione della Repubblica di Genova e la sua annessione al Regno Sabaudo, nella forma che si potrebbe definire la Grande Liguria delle Otto Province, ai danni patiti dalla chiesa del convento pose rimedio il direttore del locale Seminario Giacomo Roggeri di Taggia; la chiesa fu poi trasformata (1857) dal vescovo Lorenzo Biale (fine p.530 del tomo II, dedicato anche alla Diocesi di Ventimiglia dell’opera del Semeria che tratta in 2 tomi qui digitalizzati le Diocesi di Liguria) in Parrocchia succursale della Cattedrale (sarebbe divenuta autonoma solo nel 1882 sotto il vescovo Reggio che dal 1881 si era fatto promotore di un progetto per un piano di massima ai fini della riqualificazione del complesso conventuale il cui già precario stato di conservazione era stato aggravato dalle infiltrazioni causate dalla costruzione della moderna linea ferroviaria), ma il convento non vide cessare le sue disavventure.
Dopo l’Unità italiana il governo della Destra (Luglio 1866 – Ministero Ricasoli) inasprì la politica, che fu già del Siccardi e poi del Cavour, volta alla soppressione delle comunità conventuali non dedite a particolari funzioni sociali, quali l’istruzione o la cura degli infermi. Pertanto il convento, dacché agli agostiniani non spettavano compiti sociali ma esclusivamente spirituali, fu soppresso e divenne proprietà del Demanio; una sua parte, nell’ala nord, fu invece adattata ad abitazione del Parroco preposto alla limitrofa chiesa di N. S. della Consolazione.
Successivamente, come si legge nell’estratto di processo verbale del 30/10/1872 a norma delle leggi del 7/8/1866 n. 3036 e del 15/8/1867 n. 3848 redatto dalla Prefettura di Imperia, il Comune, acquistò (in seguito a verbale d’incanto del 22/11/1872 al prezzo globale di settemila e 150 lire =
(A) – Il fabbricato sito in via Aprosio (ora via Cavour) ad uso dei Minori Osservanti di S. Francesco (perché nell’ex convento avevano trovata sistemazione i Minori francescani del soppresso convento dell’Annunziata potendone sfruttare l’annesso orto) composto di n. 2 pini e vani 24.
(B) Il piazzale ed un’area fabbricabile con n. 2 piante di gelso (il prezzo parziale di questa proprietà è indicato in 720 lire).
Dal 1882 il parroco Bonaggiunta Conio progettò l’eliminazione dell’ala sud per farvi erigere un edificio, ad uso abitazioni e botteghe, prospiciente la piazza dove allora si svolgeva il mercato = tuttavia i suoi progetti, come quelli ideati dal vescovo Reggio, subirono una drammatica interruzione in forza di un
evento catastrofico cioè il terribile terremoto del 1887 che colpì la Ligura di Ponente con un elevato numero di vittime e che non risparmiò Ventimiglia benché i danni nella città furono assai minori che altrove.
Dal 1890 al 1919 nuovo parroco della ventimigliese chiesa di S. Agostino fu Don Giovanni Battista Zunini di Baiardo che lasciata la chiesa parrocchiale di Pompeiana concluse a Ventimiglia il suo lungo ed operoso apostolato = uomo di buona cultura redasse una
***************”Memoria Storica di Pompeiana”***************
nella quale un ruolo basilare fu appunto conferito a quel terremoto del 1887 di cui fu testimone oculare e di cui si propongono qui alcuni stralci assai interessanti anche stilisticamente oltre che dal lato documentario = 1 – Il Terremoto in Liguria del 1887 secondo la versione del “Manoscritto Zunini” – 2 – Ed insieme preghiamo…che giammai -Iddio non voglia!- alcuno venga lasciato solo entro siffatto dolore… – 3 – Orrore e incredulità dopo il cataclisma – 4 – Le terrificanti notizie sulla dimensione del disastro – 5 – i primi soccorsi: l’arrivo del sismologo Mercalli.
Come si denota da questa Tabella Ufficiale riguardante i Comuni dei Circondari di Porto Maurizio e di San Remo a Ventimiglia non si registrarono vittime ma i danni furono considerevoli e colpirono, con altri edifici pubblici e non, la vecchia sede conventuale e la chiesa di S. Agostino cosa che si nota in alcune fotografia d’epoca e che rivela danni piuttosto gravi riportati in particolare dalla torre campanaria: Don Giovanni Battista Zunini oltremodo colpito personalmente dai danni generali e in particolare per i decessi di Pompeiana che per la strage della natia Baiardo, con la generale disperazione nella prospettiva di carestie e miseria si mise subito all’opera anche a Ventimiglia per soccorrere quanti eran stati dannificati dal cataclisma. Una volta espletate le riparazioni a riguardo della chiesa di S. Agostino come si legge nel volume della rivista “Aprosiana” del 2007, p. 90 molto si adoperò non solo per il restauro dei danni ma anche per una decisa riqualificazione = “Dopo il terremoto il parroco Don Giovanni Battista Zunini (1890 – 1919) fu particolarmente attivo nell’abbellimento della chiesa riedificata in stile eclettico, con accenni al neogotico, stile assai in voga tra XIX e XX secolo non solo nell’edilizia religiosa ma anche in quella funeraria….l’arco frontale sopra il presbiterio reca già il dipinto raffigurante la madonna della Consolazione alla cui destra sono collocati Sant’Agostino e San Nicola, opera del pittore Sprega, mentre non compaiono ancora i volti degli evangelisti e degli apostoli realizzati solo negli anni Venti-Trenta del Novecento dal pittore mario Albertella sulla parete della navata centrale. Sulla sinistra si nota un pulpito marmoreo dello scultore sanremese De Andreis collocato nel 1895 che permarrà in loco sino alla seconda guerra mondiale. Anche l’altare maggiore è diverso da quello attuale realizzato dallo scultore Cesare Paleni, posto in opera nel 1934….“.
Nel 1893 venne innalzato un piano sulla parte del convento adibita a casa parrocchiale, mentre in seguito, il superstite giardino fu purtroppo eliminato per costruire sul luogo una sala di notevoli dimensioni [anche se nel processo recente di rivalorizzazione della Biblioteca Aprosiana questo grande ed antiestetico edificio eretto sul giardino del Chiostro con un indubbio vantaggio estetico e di riproposizione antiquaria è stato eliminato anche se è plausibile che il Chiostro (che al momento così si presenta con il ripristinato giardino) avvolgesse in origine secondo la tradizione monastica un giardino dei semplici ] = intanto i locali, acquistati dal Comune come sopra si è scritto, e precisamente quelli dell’ala est del chiostro e del convento furono ristrutturati a partire dal 1890 e finalmente indirizzati a “Struttura di Detenzione” sotto denominazione di Carcere degli Espulsi dalla Francia [nella stessa pagina della sopra citata rivista “Aprosiana” del 2007 in occasione di una mostra documentaria-iconografica tenuta nel chiostro, in concomitanza con le celebrazioni per il qattrocentesimo anniversario della nascita di Angelico Aprosio, entro il pannello 3 leggevasi: ….3. Progetto per il costituendo carcere nell’ex convento di Sant’Agostino: piano terra (l’originale del documento è conservato nella Sezione di Archivio di Stato di Ventimiglia: Comune di Ventimiglia, Serie II, fald. 23, classe III/1) – 4. Progetto per il costituendo carcere nell’ex convento di Sant’Agostino: piano primo (l’originale del documento è conservato nella Sezione di Archivio di Stato di Ventimiglia: Comune di Ventimiglia, Serie II, fald. 23, classe III/1)].
La notte del 21 giugno 1941 un bombardamento aereo coinvolse chiesa, ex convento e case civili nella rovina; gli accurati restauri, condotti tra il 1945 e il 1958 grazie al costante impegno di Parroci, Comune e Sovraintendenza alle Belle Arti, permisero di ripristinare l’agibilità della chiesa (vedi qui alcune immagini antiquarie dell’interno fornite dall’ex Parroco Monsignor Giuseppe Boero). Anche le volte dell’ex convento (specie dall’ala ovest) furono restaurate mentre l’antica sala del Capitolo fu trasformata in sala delle adunanze. Nel frattempo il Carcere degli Espulsi aveva assunto la denominazione di Carcere Giudiziario; questo fu soppresso nel 1964 dal Ministero di Grazia e Giustizia che restituì all’antico proprietario, il Comune, lo stabile dell’ex convento (il Ministero aveva infatti preso in affitto detti locali). Bisogna tuttavia precisare che, con atto di retrocessione deliberato dalla Giunta comunale il 10/8/1964 n. 628, alcuni locali a Nord furono restituiti alla chiesa di S. Agostino in virtù della legge di attuazione del Concordato (del 24/5/1929, art. 8 applicato per il caso); in conseguenza di ciò la chiesa parrocchiale detta usualmente di S. Agostino risultava proprietaria di 2/5 dell’intero fabbricato. Il Comune, in un primo tempo, vi ospitò (1968/’69) il Liceo Ginnasio “G. Rossi”…

da Cultura-Barocca

Olivicoltura nel ponente ligure: cenni storici

Apricale (IM): una vista su Perinaldo

Cicerone, quando nel De Lege Agraria, II,35 scrisse Ligures Montani duri atque agrestes: docuit ager ipse, nihil ferendo nisi multa cultura et magno labore quaesitum, alluse al duro lavoro necessario per far fruttare una terra tanto aspra.
Strabone annotò che in epoca preromana erano già comparse le coltivazioni dell’olivo e della vite, che alla sua epoca (I sec. a.C. – I sec. d.C.) non paiono però particolarmente diffuse, poiché non bastavano ai bisogni locali, rendendo necessaria l’IMPORTAZIONE di olio, vino e grano dal mercato di Genova (ma poi, soprattutto, dalla Spagna e dall’Africa regioni in cui l’OLIVICOLTURA era straordinariamente diffusa) in cambio di legnami, pelli e miele (STRAB.,III ,4, 17 e IV, 63) secondo quelli che sarebbero stati per secoli i principi del MERCATO APERTO tipico dell’economia dell’IMPERO DI ROMA nei secoli del suo fulgore.
Gli STATUTI del borgo di Apricale (IM) in Val Nervia e vari rogiti del notaio di Amandolesio dimostrano che la coltivazione degli olivi era abbastanza diffusa nella Liguria ponentina del XIII sec. anche se molti elementi inducono a far credere che la diffusione dell’olivicoltura nel Ponente ligure (nella romanità verisimilmente si produceva solo un OLIO DA COMBUSTIONE (usato in particolare per lucerne e lampade) e si importava dalla Spagna, soprattutto, quello alimentare almeno fin a metà III sec. per poi previlegiare il prodotto africano: così almeno secondo l’interpretazione della Pallarés) sia in gran parte da ascrivere, verso la fine del I millennio cristiano, all’opera agronomica dei Benedettini (che ne fecero dapprima una sorta di monopolio all’interno del sistema della grangia o fattoria monastica con lo sfruttamento di terreno secondo la coltura su terreni a fasce ottenuti con la tecnica dei muri a secco) di Pedona prima e di Novalesa poi ( Albintimilium…cit., p. 221 e nota ). L’olivicoltura divenne comunque già a metà del ‘200 attività agricola “aperta” in Val Nervia per assumere rapidamente una rilevanza storica in tutto il ponente, sin a diventare una monocoltura da esportazione col conseguente rischio che, per carestie o cattivi raccolti o malattie delle piante, le comunità, senza altre fonti di guadagno si dovessero impoverire con indebitamenti gravi.
Attorno all’olivicoltura fiorì un’attività manifatturiera complessa in cui tutto era sfruttato, fin alle sanse ed ai residui, con una regolamentazione capillare che spesso coinvolgeva gli operatori di mulini e frantoi, che potevano essere “ad acqua” (sfruttando la forza idrica incanalata nei “gombi”) od “a sangue”, secondo la prevalente tecnica romana, sfruttando la fatica di animali adattati a far ruotare i meccanismi delle macine con la loro forza muscolare: un pò in tutti i paesi delle valli sorgono enormi testimonianze della “civiltà e della cultura dell’olio” di cui Dolceacqua costituisce certo un esempio storico di primaria importanza (ma non si dimentichi la tradizione storica di tanti altri siti di rilevante attività molitorio in queste ed altre contrade, come in valle Argentina [area di Taggia]: da Pompeiana a Castellaro a Molini di Triora).

Secondo il MOLLE si può pensare (ma non tutti CONCORDANO su tale ideazione) che i Massalioti abbiano introdotto, verso il IV sec. a.C., la coltura della vite e dell’olivo in Liguria occidentale: anche se non è da prendere del tutto alla lettera quanto in merito, anche troppo entusiasta d’ogni iniziativa dei Greci antichi, scrisse Pompeo Trogo (nelle Historiae Philippicae pervenuteci nel compendio di JUSTINUM, XLIII, 4): et unum vitae cultiores, deposita et manufacta barbarie et urbes moenibus cingere didicerunt. Tunc et legibus nove annis vivere, tunc et vitem putare tunc olivam serere consueverunt.
Strabone parlò pure del vino ligure e lo ritenne scadente per l’aridità della terra che non nutriva a sufficienza i vitigni (ed in realtà non doveva essere davvero buono se, come egli disse, gli stessi liguri gli preferivano ancora la birra!). Il geografo greco elogiò invece il miele ligure, ricordando poi, oltre a varie qualità di ortaggi, la coltura della segala, del miglio e dell’orzo.
A suo dire era diffusa la pastorizia, specie nelle valli e sulle montagne: ne possiamo dedurre l’importanza del latte e dai suoi derivati per le antiche genti di Liguria.

Un’ interpretazione alternativa a quelle “storiche” sviluppate sulla coltura dell’olivo in Liguria occidentale è in qualche modo “figlia” di un saggio di P. Garibaldi e P. Sacco (Olivicoltura e commercio oleario antico tra Ponente ligure e Francia meridionale in “Rivista Ingauna Intemelia”, LI, 1996 – 1998).
Gli autori vi citano la vicenda di un commercio oleario molto antico tra Ponente di Liguria e la Provenza: un interscambio storico che alla fine avrebbe favorito la coltura dell’olivo nel Ponente ligustico.
La loro ipotesi è stata in tempi recentissimi ripresa abilmente da C. Eluère in un dotto saggio (su “Intemelion – cultura e territorio”, n.5, 1999, pp.151 – 163) dal titolo Le “pietre olearie” di Pigna: un incontro tra l’antichità e la tradizione?.
Quest’ultimo studioso, integrando le osservazioni di quanti l’hanno preceduto, si sofferma su alcune riflessioni tanto intelligenti quanto sostanziali: tenendo conto a suo dire dei rilevamenti di stabilimenti oleari in Provenza (J.P. Brun, L’oléiculture antique en Provence, in “Revue Archéologique de Narbonnaise”, aupplément 15, 1986) e nella Ligura levantina (A.Bertino, Villa romana del Varignano (La Spezia): un oleificio di 2000 anni fa, costruito nell’età imperiale, il più antico della Liguria, in “Archeologia in Liguria”, 1976, 1984, 1990) l’autore ipotizza che la liguria ponentina non abbia costituito una sorta di isola, cui era estranea l’olivicoltura, ma potesse costituire parte di un unicum colturale proprio dell’intiero arco ligure storico.
Le affermazioni dello studioso sono condivisibili in linea di principio, tenendo conto dell’impressionante succedersi di rilevamenti di aziende rustiche di epoca romana soprattutto imperiale ridisegnato, tramite vari contributi, per l’occidente ligure e specificatamente per l’importante area rurale della VALLE DEL NERVIA.
Anche per C. Eluère la Valle nervina ha finito per costituire un punto di riferimento per l’evoluzione dei suoi studi: in particolare egli si è soffermato a studiare una porzione valliva, quella identificabile come ALTA VALLE DEL NERVIA peraltro ricca di insediamenti rurali romani a suo tempo variamente segnalati: vedi qui Guida di Dolceacqua e della Val Nervia.
Le osservazioni di C. Eluère sono però fondate su una serie di interessanti ritrovamenti e per questo acquisiscono una valenza culturale significativa.
Un punto chiave delle riflessioni è comunque costituito da una sorta di tavola cronologica e tematica (preparata con una dovizia di riferimenti documenti e bibibliografici per i quali si rimanda doverosamente alla citata pubblicazione) cui è opportuno fare riferimento prima di entrare nel vivo delle scoperte fatte dallo studioso nella valle del Nervia (pp.158 e 159 del saggio qui citato e parzialmente ripreso da “Intemelion”):
Il rinvenimento di queste diverse fonti [in precedenza il ricercatore ha analizzato meticolosamente: 1 – i testi antichi; 2 – gli studi derivanti da ricerche di laboratorio; 3 – le scoperte di anfore> pp.156-158] ci ha portato a conoscere che:
– l’olivo selvatico è presente nel bacino mediterraneo già dal paleolitico, dalla fine dell’ultima glaciazione;
– già dal neolitico gli olivi selvatici venivano utilizzati (si faceva l’olio nei paesi del Levante e nel bacino dell’Egeo, oltre ad un nuovo esempio in Corsica);
– dal calcolitico all’età del bronzo, l’olivo è coltivato (per es. giare con noccioli ritrovati nei palazzi minoici);
– nel bronzo finale si nota generalmente un grande impulso per l’olivicoltura: a Creta, a Cipro, in Spagna;
– un impulso sarà dato con le colonie create in Spagna dai Fenici e nel Sud della Francia, a Marsiglia nel 600 dai Focei (Greci di Focea). Questi ultimi diffusero le tecniche di coltivazione e di produzione non solo dell’olio ma anche del vino;
– l’olivicoltura su larga scala sarà poi un effetto della romanizzazione, durante i primi secoli dopo Cristo (gran produttori d’olio saranno la Betica e l’Africa del Nord).

Dopo il V-VI secolo regredisce l’olivicoltura per parecchi secoli. Si deve aspettare il XII, ma soprattutto tra il secolo XVI e XVII ci sarà una “febbre” dell’olio, con uno sviluppo commerciale notevole.

Non si deve fare confusione tra le diverse problematiche che riguardano l’olivo e l’olio nell’antichità:
– la coltivazione degli olivi: la presenza su un territorio di alberi coltivati, non esclude la presenza di specie selvatiche, ugualmente utilizzate. Questo punto lascia aperti i problemi inerenti la domesticazione degli alberi e l’introduzione di specie domesticate;
– la produzione d’olio: l’origine e lo sviluppo possono essere indipendenti dai sistemi di coltivazione, come su indicato;
– le tecniche di produzione dell’olio: si dividono in tre grandi fasi: la macinazione, la torchiatura, la decantazione o la filtrazione. Le diverse tecniche collegate a queste tre fasi non si sviluppano in modo nè sincrono, nè lineare. Dipendono dell’ambiente tecnologico, dai bisogni del consumo e dal tipo di produzione (famigliare, locale, a grande scala, ecc.). I dispositivi tecnici non sono da classificare secondo una cronologia fissa. Così, recentemente hanno osservato in Corsica che nell’Ottocento la spremitura si faceva contemporaneamente con il processo a mano, con il torchio a leva e con il torchio a vite.

Queste riflessioni sono sviluppate dallo studioso in chiusa di una sua indagine sul campo, in merito al ritrovamento di “pietra olearie” nell’agro di PIGNA in alta valle del Nervia.

L’autore ha analizzato tutte le PIETRE OLEARIE (sostanzialmente pietre di torchio arcaico) in alcuni siti nei quali, diversamente, si sono avuti altri ritrovamenti di insediamento umano, rurale e specificatamente di ambiente culturale romano.
Precisamente si tratta di 2 pietre scoperte nella località OURI, di 1 verisimilmente proveniente dalla località VERDUNO e di 2 pietre ancora nel sito rurale che prende il nome di CARNE dal rio che l’attraversa.

da Cultura-Barocca

insegnare alle Zitelle dall’età degli anni quattro sino ai quindici a leggere, cucire, far calzette…

Sulla sommità dell’altura della cima della Crovairola – nel comune di San Biagio della Cima (IM) -, che fu forse sede di un castellaro preromano, si riconoscono i ruderi di una CHIESA INTITOLATA ALLA SANTA CROCE da PADRE VITALIANO MACCARIO, religioso d’epoca napoleonica, che per le restrizioni dell’imperatore contro la Chiesa dovette dismettere l’abito talare.

Divenuto laico ed arricchitosi quale docente privato di varie discipline in Ventimiglia (IM), caduto il Bonaparte, potè riprendere l’abito talare e, a compensazione di un voto fatto a Dio per questa auspicata e insperata evenienza, volle erigere questo edificio religioso.
I lavori permisero d’ampliare la cappella originariamente ideata e costruire una piccola chiesa con sacrestia e riparo per gli officianti dato il rinvenimento di vario materiale archeologico venduto dal Maccario sul mercato antiquario. Si trattava, stando ad un suo manoscritto, di arredi funebri romani, d’altra suppellettile e dei resti di una presumibile cava (donde si sarebbero ricavati sarcofagi e manufatti romani) già individuati da altri nel XVIII sec.

Il Maccario dotò poi l’edificio di vari arredi sacri e – come registrò nel suo manoscritto o LIBRO SPETTANTE ALLA CAPPELLA DI S. CROCE, SITUATA SULLA CIMA DI CROVAJROLA VICINO A S. BIAGIO – progettò che l’intiero complesso religioso fosse il volano di un sistema assistenziale oltre che cultuale la cui manutenzione avrebbe dovuto esser affidata di generazione in generazione, e per l’eternità secondo i voti del religioso, …ad una Donna proba ed onesta di buona fama e costumi... (di volta in volta eletta a vita tra le donne dimoranti in San Biagio e preferibilmente tra le discendenti del Maccario: a vantaggio di tali “sacerdotesse” si sarebbe poi comprata una casa nel borgo) la quale, sotto il controllo del parroco locale, si sarebbe anche onerata [secondo i criteri didattici delle Scuole Pie di Roma apparteneva Padre Vitaliano Maccario che nel secolo si chiamava Giovanbattista Maccario ] di “…insegnare alle Zitelle di detta Comune dall’età degli anni quattro sino ai quindici a leggere, cucire, far calzette, e reti per il capo e la Dottrina Cristiana…”.

A compensazione del benefattore, alla Cappella di S. Croce in perpetuo si sarebbero dovute tenere “…in suffragio di esso Signor Vitaliano Maccario, e dei suoi Genitori due Messe all’anno…il giorno 3 Maggio invenzione della S. Croce e…il quattordici Settembre giorno della di Lei esaltazione…”.

A tutela della sua iniziativa e della sua auspicabile perpetuità, alla fine del citato manoscritto Maccario annotò: “…termino questo mio avviso col raccomandare che la Chiave della Chiesa non si neghi a nessun Sacerdote, che voglia celebrarvi, e molto meno a quei di casa se ve ne saranno; né il Sacerdote o Maestra cui spetterà la manutenzione della Chiesa ricusi la Chiave dell’abitazione unita alla Chiesa ad alcuna persona onesta che volesse ritirarvisi per alcuni giorni. Vivete felici.”.

Padre Vitaliano Maccario, nelle parallele iniziative caritatevoli e filantropiche collegate all’erezione dell’edificio sacro, dimostrò quindi, nonostante l’avversione per i tempi nuovi introdotti da Napoleone, una sensibilità sociale evolutasi a diversi livelli e in particolare un certo interesse per l’acculturazione delle giovani donne. Anche se leggendo le sue disposizioni testamentali si intende che la sua scuola per le fanciulle del paese comportava sì l’istruzione, ma continuava a privilegiare quella formazione domestica e professionale nella cura della casa e della famiglia, riconosciuta essenziale per ogni buona madre: in definitiva il mito della greca Aracne adattato ad una molto meno tragica visione cristiana.

Con tutto ciò l’iniziativa di Vitaliano Maccario rappresentò un passo avanti nella istruzione pubblica popolare, tenuto conto che ancora nel non lontano XVIII secolo la pubblica scuola di Pompeiana, sempre in provincia di Imperia, per quanto destinata ai figli del popolo, era ancora una scuola esclusivamente maschile.

da Cultura-Barocca

La Ridotta delle Rovine

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Nel corso della settecentesca “Guerra di Successione Austriaca”, fronteggiandosi i Gallo-Ispani che tenevano Ventimiglia (IM) e gli Austro-Sardi che occupavano fino al Roia/Roya la piana del Nervia il comandante austro-sardo Barone di Leutrum fece realizzare un formidabile complesso di fortificazioni ad opera dell’ingegnere di guerra Guibert che ne redasse una dettagliata carta qui proposta con a piè di essa la didascalia dei siti tattici e fortificati solo numerati nella mappa: qui al numero 10 si indica quella che il Guibert definisce Ridotta delle Rovine. In altra coeva carta di anonimo, meno sofisticata ma per certi aspetti con ulteriori indicazioni, viene del pari citata una Ridotta delle Ruine” ma segnata, per le didascalie sempere a piede pagina, con il numero 9 ( esistono curate da R. Capaccio nel volume a due mani Marciando per le Alpi…. due trascrizioni sugli eventi in questione = in merito a questo tema Il M.co Don Vincenzo Orengo nel suo “Racconto dei fatti avvenuti in Ventimiglia negli anni 1745/46/47/48/49”, 28 cc. – manoscritto originale conservato a Bordighera in Istituto Internazionale di Studi Liguri entro “Biblioteca G. Rossi”, Ms. VI, 84m. – oltre che agli eventi bellici e diplomatici allude anche alla realizazione delle varie difese e dei trinceramenti, facendo spesso notare come per procurarsi il materiale necessario alle opere, da entrambi gli eserciti, furono recati danni gravissimi all’ambiente e alle colture, ma soprattutto si sofferma su aspetti significativi nella piana di Nervia con particolare attenzione al Centro delle Fortificazioni nella Piana facente capo al Palasso Orengo [prossimo alla Chiesa di Cristo Re eretta in tempi recenti (diruta come qui si vede dai bombardamenti della II Guerra Mondiale) e restaurata: laddove cioé si estendeva la prebenda di Nervia -ove Aprosio nel ‘600 aveva scoperto reperti di romanità– ed ascritta tra quelle spettanti ai canonici della Cattedrale della Diocesi intemelia ma a pro della famiglia Orengo (clicca sul n. 3) nel ‘700 alienata dal vescovo Mascardi e il tutto sovrastato dal sito naturalmente strategico di Colla Sgarba] e ad una indagine sui lavori fatti “tra il Centro e la Coda dei Trinceramenti” [che] “il Nervia separava immediatamente l’uno dall’altro” [ Vedi il Nervia, torrente/fiume storico di Albintimilium e poi, trascorso il Medioevo e assoggetta la città da Genova, del Capitanato di Ventimiglia: vedi nella qui proposta carta settecentesca il Ponte alla foce del Nervia di metà ‘700 (n. 37 nella carta: manufatto della “Guerra di Successione Imperiale” od opera preesistente?) insieme alla realizzazione da parte degli Austro-Sardi nell’alveo del Bastione di S. Pietro: analizza gli spostamenti dell’alveo nel contesto dello studio Notari con il problema dei ponti del Nervia: l’assenza di un ponte alla foce dall”800, distrutto quello dell’immagine, e nei periodi di piena il superamento del corso, con la “barchetta” di un “traghettatore”] = l’autore dedica molta attenzione a descrivere gli eventi della Battaglia del Convento di S. Agostino del 13-14 gennaio 1748, con la sconfitta francese e gli enormi danni all’area ed al Convento non esclusa la “Libraria Aprosiana”: utile è anche la “Relazione sulle fortificazioni di Dolceacqua 1747 – 1748”, 72 cc., manoscritto del notaio Pietro Noaro conservato a Bordighera in Istituto Internazionale di Studi Liguri entro “Biblioteca G. Rossi”, I, 8. che registra dati interessanti sull’areale completo delle fortificazioni austro-sarde senza escludere l’elenco di quelle più pertinenti alla piana del Nervia anche se a riguardo dell’elenco delle fortificazioni e ridotte non menziona alcuna “Ridotta delle Rovine” pur citando nomi prossimi e le grandi opere di stravolgimento dei terreni ).

Il nome “Rovine”, della struttura prossima al rio di S. Secondo, lascia perplessi, può alludere a caseggiati recenti diruti come a qualche cosa di molto più antico: pare improbabile comunque che operandosi in una zona ad alto insediamento romano e con reperti che venivano alla luce nei lavori rurali o per tracimazioni del Nervia. Naturalmente i problemi erano altri ma data la vicinanza a queste opere di quella che Rossi definì la Via dei Sepolcri (numero1 attivo) parte sostanziale di quella che era il PRINCIPALE COMPLESSO DEMICO DI VENTIMIGLIA ROMANA non sembra plaudibile che nello scavare i trinceramenti i soldati austro-sardi non abbiano incontrato almeno a livello superficiale tracce di romanità…

Da considerare, infine,  che nel gergo militare si definisce RIDOTTA, o meno frequentemente RIDOTTO, una fortificazione di minore importanza o comunque considerata secondaria. La ridotta generalmente non è mai isolata in un territorio, proprio in funzione della sua minore potenza, ma è utilizzata come parte integrante di un sistema difensivo più ampio, che il più delle volte affianca alle stesse ridotte delle roccaforti, dei castelli o dei muri di difesa. Vi potevano trovar riparo soldati o materiali bellici. Gli utilizzi sono gli stessi dei castelli o dei forti, sottolineando però, data la scarsa potenza, la secondaria priorità degli obiettivi difesi Le ridotte, molto variabili nella storia per architettura e dimensione, si possono classificare in ridotte temporanee e ridotte stabili. Le ridotte temporanee sono le tipiche fortificazioni campali, create per l’uso in una battaglia o in una breve campagna militare, per essere poi smantellate o trasformate in ridotte stabili. Costruite generalmente in pochissimo tempo con materiali leggeri e facilmente trasportabili, quali legno, pietre trovate sul posto e impilate a secco, stoffe da tenda, etc., dato il carattere temporaneo, non erano particolarmente blindate e, pur concedendo all’occupante una superiorità tattica, erano facilmente espugnabili. Per ridotta temporanea si può intendere anche quella fortificazione, sempre di carattere non definitivo, ricavata da un edificio preesistente (casali, ville padronali, torri di guardia, etc.) grazie a un suo potenziamento difensivo (creazione di feritoie per il tiro, muratura delle finestre, posizionamento di artiglieria, etc.). Gli utilizzi delle ridotte temporanee generalmente si sintetizzavano in miglior controllo su punti strategici del capo di battaglia o della regione in guerra, accampamento per le truppe, postazioni difese per il tiro d’artiglieria, luoghi in cui effettuare una ritirata strategica. Le ridotte stabili sono sostanzialmente castelli, o piazzeforti di dimensioni e importanza minori, costruite con le stesse tecniche delle altre grandi opere difensive, da cui si distinguevano per minore dimensione, capacità di resistenza al nemico e soldati occupanti. Visto il carattere di inferiorità di una singola ridotta, non era difficile trovare in Europa ridotte stabili disposte in serie, per esempio intorno a una città, o comunque a loro volta controllate da altre opere difensive maggiori.

da Cultura-Barocca