Ventimiglia e la leggenda di San Secondo

Nella rara foto d’epoca si vedono in Ventimiglia (IM), prima del loro abbandono e quindi della scomparsa definitiva, sullo sfondo la casa colonica dell’antica e importante famiglia dei Porro ed in primo piano la rustica CHIESA o CAPPELLA DI SAN SECONDO che, secondo una radicata tradizione locale, sarebbe stata qui edificata sul luogo del martirio del Santo; l’argomento però demotivato da studi sia ottocenteschi che moderni necessita di una rivisitazione globale (analizzalo leggendo qui di seguito):

La questione di SAN SECONDO, la cui chiesa (vedi l’immagine sopra ed ancora la moderna chiesa che ha sostituito questo edificio sacro) sorse nel 1602 su una diruta cappella a San Martino, più volte indicata nei rogiti notarili dal XIII secolo, è da connettersi ad un culto antico proveniente dal Piemonte e a lungo alimentato dalla tradizione spirituale ventimigliese sino al punto di fare del Santo il patrono della città ligure. Una certa confusione storico-agiografica (Paganetti, Della Istoria ecclesiastica della Liguria…, Genova, presso Bernardo Tarigo, 1765, p. 22) indusse a credere che il martirio di San Secondo sia avvenuto a Ventimiglia e precisamente nel “Vallone” che da questo prese il nome. In realtà il Santo venne martirizzato nel territorio del Municipio romano di Vercellae, nel luogo ove ora sorge la frazione San Secondo di Salussola. Le benemerenze apostoliche di Eusebio Vescovo di Vercelli portarono a una diffusione su area padana e ligure della venerazione per tale Martire, anche se a Ventimiglia fu prioritario il culto per S. Martino, poi venuto meno, che valse in antico per la conversione degli ariani (S.V., p. 412).

Il monachesimo pedemontano influenzò notevolmente la religiosità ligure in un periodo di lunghi scambi culturali e spirituali secondo il tragitto Ventimiglia – Pedo (Borgo San Dalmazzo) – Certosa di PesioNOVALESA: all’abbazia della Novalesa secondo il Meyranesio (Pedemontium sacrum, in M.H.P., Script., IV, 1282), in un messale membranaceo, poi passato in proprietà di E. De Levis, si sarebbero conservate le Orazioni riguardanti S. Secondo di cui Carlo Cipolla (Monumenta Novalicensia vetustiora, I, Roma, 1898, p. 374, nota 3) riporta la prima: “Da, quesumus omnipotens Deus, ut qui beati Secunti martyris tui sollemnia colimus, eius precibus gloriosis a cunctis erroribus, seu periculis absoluti, aeternae vitae participes effici mereamur “.

L’abbazia di Breme che, per donazione di Adalberto padre di Berengario II di Ivrea, giunse ai monaci novaliciensi forse agli inizi del 929, con una bolla di Eugenio III, datata Segni 9-2-1151 (1152), ebbe la confermazione di svariati possessi per il Piemonte e la Liguria ed “… in episcopatu Vigintimiliensi (Vintimiliensi) ecclesiam sancte Marie Dulcisaque, ecclesiam sancte Lucie…”: a Ventimiglia e Dolceacqua su antiche chiese avevano quindi diritti i monaci di Breme e della Novalesa a testimonianza di una loro storica influenza sulla zona intemelia (orig. perduto, copia permag. nell’Archivio Arcivescovile di Torino, categ. 41, mazzo I, n. 1; trascr. consunta nella busta II dell’Abb. Noual., in Arch. Stato di Torino; copia tarda cartacea nell’Abbazia di Breme = D. PROMIS, Mon. Hist. Patr., Chart., I, 797-800, n. 493; v. Cipolla cit., Acta, p. 253 e glosse). L’analisi della bolla papale permette di riconoscere una variegata serie di possessi del monastero di Breme (Novalesa) già concessi da Innocenzo II (1130-1143): nelle diocesi di Pavia, Vercelli, Asti, Ventimiglia, Torino, di St. Jean de Maurienne, di Ginevra, di Vienne, di Embrun, di Milano, di Gap solo per citare i luoghi più importanti. Tale antichità di diritti prova una storica influenza del monastero ed in particolare della sua influenza spirituale: del resto un antica realtà di scambi tra la costa ligure e questo grande polmone spirituale o comunque con l’area torinese e confermata dall’analisi di una costituzione del IX secolo con cui si stabilì che in pubbliche scuole di Torino (e Ivrea) dovessero intervenire studenti da Ventimiglia, Albenga, Vado, Alba (Antichi Vescovi di Torino, Torino, 1858, p. 32).

Martirio di San Secondo, di anonimo. Particolare con vedute di Ventimiglia. Dipinto ordinato dalla nobile famiglia Porro nel secolo XVII. Collezione Privata. Immagine edita dopo pagina 56 nel Catalogo della Mostra… Miscellanea di autori vari (curata oltre che dalla bibliotecaria dott.ssa Serena Leone Vatta, per la parte iconografica dal Sig. Erino Viola), prima fra le pubblicazioni per la celebrazione del trecentesimo della morte di A. Aprosio -vedi riga II- nel 1981

Queste riflessioni confortano nel sostenere non solo una continuità di spostamenti, costa ligure-Piemonte, dall’antichità all’Alto Medioevo sulla direttrice di vecchi tragitti liguri-romani, ma permettono di riconoscere la formazione culturale e spirituale dei gruppi colti intemeli in area piemontese così da alimentare e continuare nella città natale espressioni di fede maturate nelle località sede di studi.

Il “piemontese” S. Secondo, di tradizione eusebiana e vercellese, potè benissimo essere stato introdotto in Ventimiglia anche in dipendenza di questi scambi culturali e per certe convergenze di onomastica. Mons. Ercole Crovella con due suoi interventi di seguito riprodotti nella parte comune, ha comunque il merito di aver data una svolta storicamente oggettiva alla questione di San Secondo (Ist. Gior. XXIII della Pont Univ. Lat., 1968, XI, Bibl. Sanctorum e La Chiesa Eusebiana, in Quaderni dell’lstituto di Belle Arti di Vercelli, 1969) pur se sui destini della Legione Tebea (e sull’esecuzione di S. Secondo avvenuta precedentemente) gli interrogativi sono tanti che qui si può proporre solo un sunto invitando gli appassionati a collazionare la vasta bibliografia di studiosi a favore e contro la veridicità degli episodi: “Due passiones trattano di SAN SECONDO, ma una sola contiene notizie e riferimenti, mentre l’altra, conservata in un codice del monastero di San Maurizio in Magdeburgo, è piuttosto un’omelia parenetica. La prima “passio”, scritta probabilmente nel sec. VI, contiene notizie di diverso valore storico. Alcune si salvano dalla severità della critica e si limitano ad affermare che S. fu decapitato per avere confessato la fede quando l’Impero era retto da Diocleziano e Massimiano; altre appartengono al folklore agiografico, e si riferiscono all’origine egiziana del martire e alla sua professione di milite della legione tebea; le rimanenti notizie indicano il luogo dove S. fu decapitato ed accennano ad una traslazione delle sue reliquie. Queste ultime notizie richiedono un attento esame, essendo molto discusse e contestate, mentre invece meritano fiducia, come ci proponiamo di dimostrare. Si hanno indicazioni di una terza “passio” conservata nell’archivio del capitolo cattedrale di Vercelli, alla quale fecero riferimento il Mombrizio nel sec. XV e il Ferrero, vescovo di tale città al principio del sec. XVII, ma finora non è stata rintracciata. La presenza di questo documento a Vercelli, di cui non si può dubitare, ha probabilmente un rapporto con la tradizione locale, che colloca il martirio di S. nel villaggio dei Vittumuli o Vittimuli, compreso nella giurisdizione del Municipio romano di Vercellae. Le ragioni a favore di questa tradizione hanno acquistato maggior valore in seguito a uno studio recente sull’antichità di alcune pievi della diocesi fra le quali è compresa quella dedicata al nostro martire, che si trova precisamente nel territorio dei Vittumuli o Vittimuli. La “passio” che esaminiamo afferma che S. fu decapitato in tale territorio ed a evitare possibili incertezze o confusioni rievoca la presenza di Annibale in esso: “Uno milliari prope castellum caesarium, quod ab Annibale nomen Victimolis accepit”. Si suole invece assegnare il luogo del martirio a Ventimiglia, e questa deviazione trova la sua origine nella contaminazione dei due toponimi, risalente ad epoca nella quale si era perduta la conoscenza del Vittimulo vercellese. Di tale contaminazione si trovano indizi nei martirologi, i più antichi dei quali, come il Vetus Romanum di Adone, quello grande dello stesso autore e quello di Usuardo, hanno Victimilium, mentre in quello Romano odierno il toponimo antico è sostituito con Albintimilium. Non sfugge ad alcuno che il Victimilium degli antichi martirologi è ben diverso dall’Albintimilium più recente e che il primo nome è più affine a quello di Victimulum o Victumulum della tradizione vercellese. E’ anche notevole l’accenno ad Annibale che si legge nel brano citato della “passio”. Il condottiero africano, infatti, disceso dal valico delle Alpi trattenne le sue truppe proprio presso Victumulum, e si scontrò in quei dintorni con gli avamposti dell’esercito romano nell’autunno del 218 a.C., prima della battaglia della Trebbia. Il Pareti, nel secondo volume della sua Storia di Roma e del mondo romano, colloca nel territorio dei Vittimuli il detto scontro, spiega l’etimologia del nome dal fiume Victium, ora Elvo, che scorre in quella zona, donde Victimuli erano chiamati gli abitanti, e determina con esattezza il luogo nella frazione S. Secondo dell’attuale comune di Salussola. Dell’antichissimo villaggio scrissero Strabone e Plinio a proposito delle miniere d’oro colà sfruttate dagli abitanti. Il primo lo designa con la forma “Ictumulon” e il secondo con “Ichtimulorum”. Livio narra lo scontro tra Romani e Cartaginesi e non ignora che i nativi del luogo si chiamavano Ictumuli; i codici recano anche la forma Victumuli e altre, ma non è certo che queste ultime si riferiscano al territorio vercellese. I Romani designavano la città ligure di Ventimiglia con Albium Intimilium o Albium Intemelium, forma corrispondente a quella greca “Albion Intimilion” come si legge in Strabone, che usa anche “Albintominion” oppure con “Albintimilium” e “Intimilium”, come usa Tacito. La contaminazione di quest’ultima forma con Victimilium degli antichi martirologi appare quindi possibile, e di conseguenza si comprende il passaggio ad Albintimilium dell’odierno Marrirologio Romano, che volle correggere la lezione antica, ritenuta errata. Nel Medioevo il nome preromano, alquanto alterato, continuava ad indicare la località antica dell’ager vercellensis, sui colli della Bessa, nome antichissimo e preromano indicante tutta la vasta zona, nella valle di S. Secondo, come sempre fu designata dal nome del martire locale, non lungi dall’attuale comune rurale di Salussola. In un diploma dell’anno 826 (Muratori, Annali d’ltalia, V, 553) si legge: “in pago Ichtimolum quod pertinet ad comitatum vercellensem id est in villa quae dicitur Budella”. II villaggio dei Vittimoli o Ittimoli si trovava dunque nel contado di Vercelli e nel territorio del borgo di Biella. Con diploma del 999 Ottone III donò il castellum Victimuli alla chiesa di Vercelli, e i diplomi di Enrico II del 1007, di Corrado del 1039, e di Enrico III del 1054, menzionano il montem Victimuli. Come si vede, il toponimo incominciava non sempre con la V, ma anche con la I, e questa è altra causa della contaminazione con la forma romana di Intimilium usata da Tacito per indicare Ventimiglia. Dopo l’anno 1054, non consta che il Victimulum sia indicato in documenti o diplomi, e l’eventuale silenzio può derivare dalla distruzione del castello o dal cambiamento del nome. Nei documenti citati si vede che la località, prima designata come pagus, divenne castellum, poi mons; e queste variazioni sembrano indicare l’effetto delle incursioni barbariche e saracene e dell’emigrazione degli abitanti. L’accenno alla presenza di Annibale nella zona dove fu decapitato S., che leggiamo nella nostra “passio”, ci fa persuasi, dopo questo richiamo sui toponimi, che l’agiografo non escogitò una falsa etimologia, come affermò il Lanzoni, ma riferì esatte notizie di avvenimenti antichi, il cui ricordo non doveva essersi spento negli abitanti, come il passaggio del generale africano e il suo scontro con i Romani. Gli antichi Vittimuli dovevano custodire le spoglie del martire, altrimenti non si comprenderebbe perché la loro pieve portasse il nome di S. Secondo; né si può accettare l’ipotesi che essi dedicassero un oratorio o memoria in onore di un cristiano ucciso nella lontana città di Ventimiglia, senza possederne le reliquie. La stessa “passio”, oltre ad essere precisa quanto al luogo del martirio, informa pure che il suo corpo “perductum est usque ad urbem Taurinensem… iuxta fluvium qui Duria nuncupatur”. Questa traslazione non avvenne in tempo vicino alla esecuzione capitale, ma molto più tardi, come si può dedurre da memorie documentate, e la notizia che la riferisce dovette essere aggiunta al testo primitivo. La regione dei Vittimuli subì gravi incursioni durante le invasioni barbariche a partire dal sec. V, in modo più grave e persistente a causa delle scorrerie dei saraceni, i quali, dal castello di Frassineto in Provenza, di cui si erano impossessati, comparivamo improvvisamente al di qua delle Alpi a saccheggiare, uccidere e devastare le popolazioni indifese. Una Vita medievale del b. Pietro Levita, del quale erano state trasferite le reliquie da Roma a Vittimulo probabilmente nel sec. VII, lamenta che questo luogo fu devastato da ripetute incursioni, quantunque esso si trovasse in posizione naturalmente forte, ed afferma che le difese (“moenia”) disposte dagli abitanti furono smantellate e le chiese devastate e abbattute. In queste tragiche circostanze è facile pensare che la popolazione, nel fuggire in cerca di luoghi sicuri, abbia portato con sé il sacro presidio del proprio martire, per collocarlo presso la Dora Riparia, non lungi da Torino, come dice la “passio”. E’ documentata infatti l’esistenza di una chiesa dedicata al nostro S. in tale località, appartenente al monastero della Novalesa. Avendo anch’essa subito devastazioni dai saraceni, i monaci non abbandonarono colà le reliquie del martire, ma le portarono con loro durante i primi anni del sec. X quando fuggirono dalla valle di Susa, dove sorgeva il loro famoso monastero, e si raccolsero in un altro presso le mura di Torino, in posizione meno esposta alle incursioni. [N. d. R = approfondimento critico : l’invasione dei Saraceni quindi la fuga dei monaci da Novalesa e la traslazione delle reliquie di S. Secondo a Torino ed ancora la Crociata Cristiana contro il rassineto, la sconfitta dei Saraceni: un Vescovo di Ventimiglia riconsacra il liberato territorio dal mar ligure sin all’agro susino]. Le reliquie del martire ebbero poi venerata collocazione nella cattedrale torinese di S. Giovanni, dove tuttora sono conservate. La chiesa di S. Secondo presso la Dora fu poi donata da Landolfo vescovo di Torino al monastero di S. Giovanni d’Angely presso La Rochelle in Francia con atto databile tra il 1010 e il 1018; essa però non fu accettata a causa dello stato di abbandono in cui giaceva, e perciò il successore Guido la concesse più tardi ad altri monaci. Un documento dello stesso Guido, del 1044, si occupa ancora della chiesa di S. Secondo presso la Dora, ed afferma che era ridotta in rovina dai pagani, cioè dai saraceni: “ecclesia Sancti martyris Secundi, sita non procul a Taurinate urbe super flumen Doriae, quae a paganis corrupta nondum fuerat usquequaque reparata”. Questi documenti si accordano dunque perfettamente con la “passio”, che indica il luogo della prima traslazione da Vittimulo alla località sulla riva della Dora presso Torino. Si può quindi concludere che la “passio” stessa merita fiducia non solo quando indica nel Vittimulo dalle reminiscenze cartaginesi il luogo del martirio del nostro S., ma anche quando riferisce la prima traslazione delle reliquie. Più tardi esse furono una seconda volta trasferite a cura dei monaci della Novalesa, che si erano rifugiati presso le mura di Torino, come abbiamo ricordato. San Secondo non può quindi avere alcun rapporto con Ventimiglia; egli è un martire della regione dei Vittimuli, decapitato non prima del 286 e non dopo il 306, sotto Diocleziano e Massimiano. La comunità cristiana del luogo dedicò a lui una memoria od oratorio, che divenne centro ecclesiastico della pieve di S. Secondo, organizzata dal protovescovo vercellese S. Eusebio nella seconda metà del IV sec., o poco più tardi da uno dei suoi successori. La Chiesa vercellese commemorava S. martire il 28 agosto, anche dopo 1’abolizione del rito eusebiano, come risulta da un calendario del sec. XVII e da una pubblicazione del 1740. Ora non se ne fa più menzione nel Proprio vercellese. Torino [splendida città qui celebrata per il lato sia profano che sacro in un rarissimo poemetto settecentesco digitalizzato] venera nel santo uno dei patroni della città e ne conserva le reliquie nella cattedrale. Una ricognizione fu eseguita nel 1584 dal visitatore apostolico, che descrisse il reliquiario nel quale erano allora conservate, opera pregevole di argento fatta a guisa di torre, sormontata da una mezza figura di guerriero armato di clava. Ora le reliquie sono custodite nella stessa cattedrale, in una cappella fregiata dello stemma del comune con altare marmoreo e nicchia che contiene la statua argentea del santo. Vi fu anche eretta la Confraternita di S. Secondo martire con bolla di Alessandro VII del 1657, dopo che nel 1630, durante la terribile peste, il martire venne dal comune e dal popolo proclamato patrono della città. Una grandiosa chiesa parrocchiale, aperta al culto nel 1882, dedicata a S., conserva una reliquia insigne avuta dalla cattedrale, e conferma la venerazione dei torinesi verso il loro protettore. Ventimiglia conserva nella cattedrale la reliquia del capo di un Secondo, che taluni vogliono sia il Secondo venerato a Torino“.[A giudizio della Passio Acaunensium martyrum (= “Passione dei martiri di Acauno”), scritta da Eucherio vescovo di Lione (Lione 380 – 449/50)), vescovo di Lione (c. 434–450), questa legione era composta interamente da cristiani egiziani e prestava servizio ai confini orientali dell’impero. Negli ultimi anni del III secolo la legione sarebbe stata trasferita nell’Europa centrale, operando tra Colonia e il versante settentrionale delle Alpi sotto il comando del generale Massimiano, che nel 285 venne nominato Caesar dall’imperatore Diocleziano e che l’anno successivo ricevette il titolo di Augustus. Come responsabile della parte occidentale dell’Impero, Massimiano era impegnato contro Quadi e Marcomanni, che dopo aver oltrepassato il Reno facevano incursioni in Gallia, e contro le rivolte contadine dei Bagaudi. Eucherio narra che i soldati eseguirono brillantemente la loro missione; tuttavia, quando Massimiano ordinò di perseguitare (ed uccidere) alcune popolazioni locali del Vallese convertite al cristianesimo, molti tra i soldati tebani si rifiutarono. Massimiano ordinò una severa punizione per l’unità e, non bastando la sola flagellazione dei soldati ribelli, si decise di applicare la decimazione, una punizione militare che consiste nell’uccisione di un soldato su dieci, mediante lapidazione o bastonate. Seguirono altri ordini che la legione rifiutò ancora di eseguire, sotto l’incoraggiamento del suo comandante Maurizio, anch’egli cristiano. Venne quindi ordinata una seconda decimazione ed infine l’intera legione venne sterminata (6.600 uomini). Il luogo del massacro viene indicato in Agaunum, oggi San Maurizio in Vallese, sede dell’omonima abbazia = è tuttavia da precisare che San Secondo sarebbe stato invece giustiziato prima di valicare le Alpi a “Vittimulo” nel vercellese, avendo palesato con altri la sua fede in Cristo (N. d. R. = approfondimento critico = vedi anche in merito a quella che chiamò emblematicamente “Leggenda del Martirio di S. Secondo” già nel XIX secolo cosa scrisse Padre Semeria specialmente da metà di pag. 483 trattando della Diocesi di Ventimiglia entro la sua monumentale opera Secoli Cristiani della Liguria qui integralmente digitalizzata = a questo punto stupisce quanto, a fronte di un libro del 1843, scrive lo storico locale intemelio Girolamo Rossi laddove nella sua definitiva Storia della Città di Ventimiglia del 1886 ancora attribuisce al vallone di S. Secondo –in Resantello– il sito dell’esecuzione del martire cristiano: a prescindere dall’analisi dei presunti spostamente della “Legione Tebea”, che poco avrebbero avuto a che fare con questo areale ponentino, lo studioso, per cautelarsi date le lunghe controversie sull’argomento si avvale del Paganetti da lui preferito al Semeria, ma come annota ancora il Semeria il Paganetti era pieno di dubbi scrivendo che gli Atti di S. Secondo sono pieni di errori ed invitando i ricercatori ad attenersi ai soli martirologi, cosa che il Semeria fa e, si direbbe, con risultati inoppugnabili anche per una visura diretta degli stessi martirologi, con occurata analisi filologica, non esclusa una utile supervisione -1833- “in loco”, nel vercellese). A chiosa del tutto e a titolo integrativo occorre dire che l’esistenza di una Legio I Maximiana, anche nota come Maximiana Thebaeorum è riportata nella romana Notitia Dignitatum: Denis Van Bercham, dell’Università di Ginevra, mise in dubbio, seppur con qualche ombra, la veridicità della leggenda della legione Tebana (Denis Van Bercham, The Martyrdom of the Theban Legion, Basilea 1956. ) atteso il fatto che la militanza dei cristiani in una legione prima di Costantino I era un fatto abbastanza raro. Forse più esatte sono le ragioni proposte da David Woods, professore alla University College Cork, che si concentrò sui racconti di Eucherio di Lione (quasi collegandosi alla fine del Capitolo IX del Trattato sulla tolleranza di Voltaire che propendeva per l’improponibilità della narrazione di Eucherio) reputandoli una assoluta finzione = David Woods, The Origin of the Legend of Maurice and the Theban Legion, in “Journal of Ecclesiastical History”, XLV (1994), pp. 385-395]

da Cultura-Barocca

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La Diocesi di Ventimiglia, crocevia di antichi pellegrinaggi

Un momento importante nella storia della Diocesi di Ventimiglia (IM), in merito alla suddivisione del suo territorio, si fa risalire a poco oltre la metà del 1200 quando i Canonici del Capitolo della Cattedrale (in quella particolare contingenza panitaliana che vide il clero secolare prevalere su alcuni grandi Ordini monastici in decadenza) procedettero ad una RIPARTIZIONE del patrimonio terriero ecclesiastico in 8 prebende.

Il torrente Garavano in questa divisione rappresentava un punto fermo della suddivisione di quel territorio diocesano i cui confini orientali (a differenza appunto di quelli occidentali) risultarono a lungo poco decifrabili e di cui solo in tempi recenti il compianto Nilo Calvini ha fornito un’esauriente identificazione al Ponte della Lissia presso Ospedaletti; sì che, secondo tale motivata interpretazione, prima delle revisioni ottocentesche e dell’ampliamento del territorio della cattedra intemelia coll’agro sanremese e vari siti circonvicini, il territorio della diocesi intemelia anche nei tempi più antichi calcava la “giurisdizione ecclesiastica” che in una sua carta del 1752, sulla linea di costa, Panfilo Vinzoni identificò tra il limite occidentale presso Roccabruna e quello orientale segnato, per l’appunto, al ponte della Lissia.
Quest’ultima cittadina, con cui si “chiudeva” la parte orientale della Diocesi intemelia, racchiude nel suo nome una vicenda secolare di organi assistenziali, con terapie anche empiriche contro le grandi malattie dell’epoca, che si svilupparono proprio dal torrente Garavano sino alla medesima Ospedaletti coinvolgendo anche tutto il territorio delle antiche ville intemelie.
La ragione del fiorire di questi organismi assistenziali non era però legato solo a ragioni curative e di ricovero ma anche, se non principalmente, all’esigenza di dare ospitalità sotto un tetto e su dei letti decenti ai tanti viandanti che proprio in quest’epoca percorrevano il territorio ventimigliese.
Il rinnovato, intenso traffico, sia per la pur ardua linea di costa sia per il citato tragitto alpestre di val Nervia [arcaico TRAGITTO di genesi ligure, quasi certamente potenziato dai Romani, che per lungo tempo fu via di comunicazione fra Liguria Occidentale e Basso Piemonte] è citato soprattutto negli atti scritti a metà del ‘200 dal notaio Giovanni Di Amandolesio: esso risiedette in un grandioso fenomeno di espansione del Cristianesimo a scapito dell’ormai rallentato espansionismo islamico.
In un primo momento si ebbe infatti il grande fenomeno delle Crociate che raggiunsero pur provvisoriamente lo scopo di riconquistare alla Cristianità gran parte della Terra Santa e Gerusalemme in particolare: nello stesso tempo, seppur tra il lugubre bagliore dei roghi specie nella dolce PROVENZA dopo la feroce Crociata contro gli Albigesi, andava trionfando l’annosa lotta della Chiesa contro le ERESIE ANTICHE, già temute, coll’emblematico nome di Idra Eretica, quali espressioni di un inganno diabolico ma, in verità, ormai sfiancate da anni di lotte e persecuzioni.

Sulla secolare vicenda si innestò, dopo la vicenda puramente militare, un fervente fenomeno di pellegrinaggi alla volta dei Luoghi Santi della Cristianità.

Il notaio di Amandolesio in quel periodo in atti da lui vergati fece cenno ad un fervore di viaggiatori che dal Ponente ligure, ove si radunavano, si imbarcavano su vascelli di vario tipo per fare vela alla volta di Gerusalemme e recarsi alla ricerca dei siti in cui il Cristo predicò la sua dottrina: il di Amandolesio, oltre a ciò, fece spesso riferimento ad una intensità sempre in crescendo del traffico marittimo di merci e persone, che in un piano di generale rinascita dopo gli antichi terrori dei Saraceni, si stava sviluppando nel mare che da Ventimiglia e Ville portava verso Arles e Marsiglia come verso Roma: negli atti il notaio registrò un movimento davvero continuo di imbarcazioni di diversa stazza che sfruttava sia i due porti canale di Ventimiglia, quello antico del Nervia e quello del Roia, ma che si avvaleva anche di imbarcazioni a ridotto pescaggio come i copani per sfruttare dove possibile la navigabilità dei due corsi fluviali, all’epoca di portata molto superiore a quella odierna come hanno dimostrato tanti studi storici e idro-geologici.

A proposito del gran flusso di VIANDANTI e PELLEGRINI è sintomatico che tra i documenti redatti dal di Amandolesio compaia un testamento fatto redigere a metà XII secolo da tal Ugo Botario che, fra altri lasciti, stabiliva delle somme di denaro da lasciare alle Confraternite dell’Opera del Ponte sia del Nervia che del Roia: si trattava di uno dei vari donativi, registrati dallo stesso notaio, fatti anche da altri testatori a vantaggio di questi due ponti che per essere in legno dovevano annualmente, con spese non indifferenti, essere restaurati dalle Confraternite.
Con lo stesso testamento il Botario lasciava altresì delle somme di denaro per alcuni Ospedali, retti da Confraternite religiose e sparsi per l’agro Ventimigliese tra Garavano e Ospedaletti.
Il denaro, stando a quanto si legge nel documento, sarebbe servito per comprare “sacconi e giacigli per i poveri viandanti”: si intende che gli ospedali oltre che a svolgere funzioni curative per gli ammalati erano anche dei ricoveri ove a pochissimo prezzo erano ospitati i viandanti ed in particolare i pellegrini che giungendo dal Basso Piemonte in particolare, ma anche da altri siti di Liguria, si valevano, come detto, del territorio di Ventimiglia e Ville come di un nodo di partenza verso i luoghi di Terrasanta liberati dalle imprese dei Crociati e da altri cavalieri cristiani tra cui un ruolo importante ebbero i Templari che nell’agro di Ventimiglia e Ville tenevano un loro Ospedale ove ospitavano i pellegrini di fede che spesso scortavano verso i luoghi santi della Cristianità.
Tanto fervore di viaggi e spedizioni, militari e no, era solo parzialmente legato alle Spedizioni in Terrasanta liberata dalle Crociate: in effetti altri porti erano da anteporre a quelli di Ventimiglia e ville per spedizioni in Terrasanta, tuttavia la grande frequentazione del Ponente ligure ad opera di viandanti e pellegrini provenienti dall’Italia ma anche da terre straniere del Settentrione trovava una particolare motivazione in una specifica contingenza di generale riscatto del Cristianesimo che, per le prospettive geografiche del tempo, finì per costituire un fenomeno planetario.
Infatti, dopo aspre campagne di guerra, i Sovrani cattolici della Spagna, secoli prima quasi interamente asservita agli Arabi, con la trionfale vittoria del 1212 a Las Navas de Tolosa, avevano quasi portato a termine la Riconquista cattolica della Penisola iberica relegando i nemici islamici nell’area di Granada donde sarebbero stati cacciati solo nel 1492.
La vittoria cristiana in Spagna fu intesa presto come un’impresa sostenuta dalla potenza divina e il Santuario di Santiago di Compostela, propugnacolo della Riconquista eretto dopo una vittoriosa impresa cristiana, finì per essere ascritto con Roma e la Terrasanta fra i luoghi tradizionali del pellegrinaggio di fede.
Esso raggiunse anzi tanta fama da diventare una meta storica dei viandanti della fede che vi si recavano (o mandavano loro emissari a portarvi qualche ex voto) sfruttando un documento, che divenne celebre ed ambito, il cui nome era, semplicisticamente, Visitandum: si trattava di un’utile guida per raggiungere, attraverso la Gallia, le Spagne e poi spingersi fin all’Atlantico presso cui sorgeva il Santuario
Questo fenomeno spiega la presenza a Ventimiglia di cavalli di buona razza, non destinati alla macellazione ma ad esser commerciati per dar ricambio ai viandanti, ai Santi pellegrini ed a quei bizzarri messaggeri di pietà cristiana che erano i cavalieri della fede a pagamento, veri e propri avventurieri che, per quanti non avessero le forze o mancassero di coraggio, tramite un particolare accordo, spesso redatto su un atto notarile, affrontavano il non facile viaggio per Compostela.
Sull’antica carta erano minuziosamente indicati tutti i luoghi spirituali che si sarebbero incontrati durante il lungo tragitto, spesso fatto per luoghi aspri e popolati di briganti: a partire dalle Gallie come si può notare tuttora sulla Carta del Visitandum erano segnati i 4 tragitti storici per Santiago, elencati partendo da Sud a Settentrione: il I Tragitto era identificato nell’area di Arles donde si recavano molti viandanti che eran giunti da tutta Italia nell’agro ventimigliese prendendo riposo ed ospitalità nei ricoveri ed Ospedali sparsi nei dintorni e di cui, dagli atti notarili, si son recuperati sì diversi nomi ma non tutti certamente, data la rilevanza del fenomeno pellegrino (e senza contare i ricoveri privati non retti da Confratelli ma da semplici cittadini che, dando ospitalità a prezzo più elevato e generalmente a ricchi borghesi od a nobili, si arricchivano in modo non indifferente).
Queste convergenze tra Pellegrinaggi, la rinnovata affermazione del Cristianesimo, l’aumento dei traffici viari e marittimi per contrade relativamente liberate dai predoni e fatte salve da Arabi e Saraceni ebbero un singolare effetto su tutta la Diocesi e l’agro di Ventimiglia dislocati geopoliticamente in un’area fondamentale di passaggi ed itinerari, dove si intrecciavano flussi di viandanti, ove soprattutto si poteva riposare e rifornirsi in previsione di partenze per destinazioni anche molto diverse.
In chiave pratica siffatti eventi, come accadde ai tempi di Roma imperiale ed alla maniera che si è constatata per secoli determinarono contingenze particolarmente favorevoli per la città e le sue ville.
Tutti questi centri, coi relativi luoghi di ricetto, fiorirono nel XIII secolo di una vita di relazione intensissima ed in funzione di ciò, nonostante l’epoca sempre pervasa da tensioni socio-politiche e militari, il capoluogo come le sue dipendenze rurali e marinare si confermarono in identità precise e distinte, videro intensificare un certo benessere, conobbero una fioritura demografica insolita, soprattutto si distinsero in certe specificità ed ancora confusamente ed in modo autonomo e campanilistico le ville maturarono indecifrabili speranze di autonomia economica e gestionale da una città capoluogo che, dal lato economico, amministrava se stessa ed il suo contado attraverso, sulla base delle Convenzioni con Genova, attraverso un “Parlamento” che finiva per utilizzare le risorse di tutti a vantaggio principale della città di Ventimiglia o per esser più precisi dei suoi “Magnifici”, cioè della sua nobiltà ben protetta dalle norme statutarie, dalle ricchezze accumulate e dalle splendide case disposte soprattutto nel quartiere di Piazza, là dove sorgeva la Cattedrale simbolo spirituale ma anche temporale dei privilegi di Ventimiglia e del suo ruolo nell’ambito di tutto il Capitanato.

da Cultura-Barocca

Le invasioni barbariche nel ponente ligure

Resti di mura romane a Ventimiglia (IM)

La CONQUISTA BARBARICA DELLA LIGURIA OCCIDENTALE resta un evento nebuloso, anche perché le fonti scritte sono poche e lacunose.
Sostanzialmente il crollo di Roma, per quanto storicamente motivato da oltre un secolo, per convenzione cronologica lo si data da Romolo Augustolo ultimo imperatore romano d’Occidente (475-476) che fu innalzato al trono dal padre il patrizio Oreste generale romano, già segretario di Attila verso il 448, poi nominato patrizio dall’Imperatore romano d’Occidente Giulio Nepote e posto a capo degli eserciti della Gallia.
Oreste riuscì ad insediare sul trono il proprio figlio propio ribellandosi a Giulio Nepote nel 475: il giovane imperatore (di appena 16 anni) dovette a sua volta patire l’anno dopo l’ammutinamento delle truppe, quasi tutte reclutate fra barbari che proclamarono re Odoacre il quale arrestò ed uccise Oreste a Pavia nel 476 a mentre confinò Romolo Augustolo in Campania.

A parte le devastazioni saltuarie di tempi diversi (come quelle sempre oggetto di discussione dei Vandali) non si può dimenticare che, prima delle grandi invasioni di cui di seguito si parla, son da menzionare alcuni importanti, seppur casuali ed episodici, sfondamenti di popolazioni germaniche presto ricacciate oltre i lontani confini imperiali.

Tra il 264/265 gli ALAMANNI distrussero molte città della Liguria, tra cui “Ventimiglia Romana“, come risulta attestato anche dall’archeologia viste le tracce di incendi e crolli, con susseguenti restauri, individuati in parecchi importanti centri liguri anche costieri> L’intervento degli Alamanni dovette incidere notevolmente sull’economia ligure ed in particolare a parere di F.Pallarés (Alcune considerazioni sulle anfore del Battistero di Albenga in “Rivista di Studi Liguri”, 1987, pp.280-281) il grave saccheggio avrebbe determinato, a giudizio non del tutto condiviso dell’autrice, l’arresto della COLTIVAZIONE DELL’OLIVO in Liguria con l’incentivazione dell’importazione (l’analisi delle anfore e di altri reperti, oltre che più generali considerazioni di storia economica, sembrerebbe avallare l’idea che fino a metà III secolo l’Italia avesse importato olio d’oliva dalla Spagna -dalla Boetica in particolare- e che invece dalla metà di quello stesso secolo in Italia ed in Liguria si prendesse ad importare il più economico e concorrenziale olio africano, specie quello delle grandi aziende della Tripolitania gestite da famiglie di rango senatorio).
L’indagine sul sito di Ventimiglia romana offre qualche dato: l’analisi dei reperti e la presenza in loco di rozzi restauri – son evidenti quelli bizantini e Longobardi in una Parodos del teatro – suggeriscono l’ idea di un degrado, dell’alternarsi di saccheggi e dominazioni con un calo demografico e l’interruzione (per il timore di predoni e la distruzione di numerosi ponti) della via Julia Augusta.

Si sta altresì sviluppando l’ipotesi che, difronte ai pericoli delle invasioni barbariche, la popolazione costiera sia andata concentrandosi in siti riparati, come il Cavo di Ventimiglia (già sede di complessi romani imperiali, ove si rinvennero 8 tombe romane a cappuccina, altri tumuli medievali e resti murari di un edificio che han fatto pensare allo sviluppo di una villa rustica d’epoca imperiale se non di un sobborgo tardoromano: U.MARTINI, Nuovi ritrovamenti sul “Cavo” di Ventimiglia Alta in “R.S.L.”, XI, 1945, nn. 1-3, pp. 31-36).
Peraltro nel sito di Ventimiglia alta, nel 1857, “Nel taglio della trincea che s’apriva sotto l’oratorio di S.Giovanni Battista per le costruzioni della nuova traversa… (G. ROSSI, Notizie degli Scavi, 1887, p. 289) si rinvenne un sigillo romano imperiale di ottima fattura, uno strumento (del II sec.d.C., di forma ellittica -cm.2×4- con impugnatura ad anello) utilizzato per vidimare sulla ceralacca, col nome del personaggio loro propietario, documenti pubblici o privati. Nel sigillo, su tre linee, si legge M(arci)/ Aemili(i)/ Bassi quasi unanimente identificato con uno dei più importanti cittadini romani di Ventimiglia Romana, appunto Marco Emilio Basso.

Oratorio di San Giovanni Battista a Ventimglia (IM)

V’è peraltro da dire che l’oratorio di S. Giovanni Battista, un tempo intitolato a S. Chiara, sorgeva in un sito particolare della città alta, cioè prossimo al porto del Roia ed alla via imperiale sin a far pensare che vi potesse sorgere un qualche edificio pubblico, con funzioni doganali, amministrative o comunque di valenza sociale: tutte queste considerazioni hanno bisogno di ulteriori, non facili, verifiche archeologiche ma sembra ormai abbastanza certo che, a prescindere dalle ipotetiche dimensione urbane del sito, i residenti intemeli che, ai tempi delle lotte fra barbari e bizantini, presero a sistemarsi nel luogo riparato di Ventimiglia Alta, si spostassero non tanto su aree relativamente deserte ma su un sistema suburbano romano imperiale non privo di strutture e di complessi d’utilità pubblica e sociale evolutisi da tempo [la popolazione dei fondi dell’ entroterra prese intanto a concentrarsi dal V sec. in nuclei di fondovalle sì da abbandonare quelle Villae, di singoli ceppi di famiglia, che sorgessero lontane, in luoghi anche ottimali, favorevoli e assolati su mezzacosta, ma isolati in rapporto alle nuove strategie.
Secondo il Formentini (Genova nel Basso Impero e nell’ Alto Medioevo in Storia di Genova dalle origini al tempo nostro, Milano, 1941, I , p. 68) il re ALARICO I nel 400, a capo dei VISIGOTI o GOTI VALOROSI, distrutta Aquileia e cercato invano di occupare Milano, avrebbe devastata l’Italia fino alla terra dei Tusci. Poi, minacciato dal condottiero imperiale Stilicone, si sarebbe mosso verso le Gallie, passando per la Liguria di cui sarebbero state distrutte vie e città, sin alla sconfitta patita a Pollenzo per opera dello stesso Stilicone nel 402.

A parere del Barocelli, ALARICO avrebbe invece posto a sacco le città liguri e del Basso Piemonte, poi durante la II invasione, del 408-410 (quella che portò alla presa ed al sacco di Roma da parte dello stesso Alarico), una seconda armata di VISIGOTI, guidati da ATAULFO, alla ricerca di un’uscita verso le Gallie, avrebbe devastato il municipio di Albintimilium (il poeta latino Claudiano, nel De sexto cons. Honor. Aug. pp. 440-4, scrisse che Alarico aveva mosso le armate profittando dell’inverno contro le trepidanti città liguri).
Tale esercito visigotico dovette seguire la via imperiale di costa, sul cui percorso esistevano nuclei insediativi senza difese, ove era semplice far saccheggi e rifornire l’armata: il caso più celebre fu quello di Albenga, ormai divenuta centro paleocristiano, che pei gravi danni subiti venne riedificata fra 414 e 417 dall’imperatore Costanzo III.

Uno scorcio della Val Roia

Lo spostamento dei Visigoti si sviluppò tuttavia su un fronte assai ampio, fra costa ligure e Piemonte cispadano, perché, seguendo con probabilità i tragitti e le diramazioni delle vie Postumia e Julia Augusta, vennero investiti molti centri del Piemonte centro-meridionale ed in particolare le città di Libarna, Industria, Pollenzo (anche Alba Pompeja ed Hasta) senza escludere il nodo viario di Acqui (Aquae Statiellae) da cui la Giulia Augusta scendeva al mar ligure per fondersi, presso Vado (Vada Sabatia) con l’Aurelia, che proveniva da Luni e Genova, e sostituirla quale strada di commercio verso la Provenza (E.COLLA, Gli Statuti Comunali Acquesi, Cavallermaggiore, 1987, Appendice di ritrovamenti archeologici).

Si potrebbe ritenere, sulla base di riscontri di onomastica gotica, che il grosso delle forze di Ataulfo fosse avanzato su 2 direttrici, di cui quella costiera conduceva ai siti portuali di Albenga, Capo Don di Taggia e Ventimiglia mentre la “piemontese” arrivava a Pedo. Al centro di questa “tenaglia barbarica” fu gravemente colpita la città di COEBA (oggi Ceva), già insediamento degli Ingauni e quindi colonia romana e forse anche municipio: secondo l’interpretazione di alcuni storici, oltre che dalle invasioni barbariche, la città, di cui si sa purtroppo poco, sarebbe stata cancellata -prima di risorgere nel Medioevo ed essere eretta in Marchesato da Bonifacio del Vasto in favore del figlio Anselmo- dai predoni saraceni.

Ai Visigoti successero per poco (476) gli ERULI (antico popolo germanico) che, appoggiando Odoacre, gli consentì di incorporare la Liguria nel suo regno barbarico (i VANDALI, per quanto citati dalla storia, procedettero più a saccheggi della Liguria con la loro flotta, nel V sec. operando dalla base di Cartagine specie all’epoca del vigoroso re Genserico). Sempre nel V sec. giunsero poi gli OSTROGOTI di Teodorico che, distrutti i nemici, impose un ordinamento germanico alle contrade italiche e, essendo di fede ariana, in contrapposizione alla Chiesa di Roma, che in molte pubbliche funzioni aveva ormai surrogato lo Stato, procedette ad una distribuzione di terre, anche ecclesiastiche, ai suoi militi congedati od Arimanni, sistemandoli in zone strategiche come la Val Nervia e contrapponendo le chiese ariane a quelle cattolico-romane attorno a cui gli italici andavano recuperando una guida unitaria ( ENNOD., Vita Epiph., 130,138,132: L. CRACCO RUGGINI, Esperienze economiche e sociali nel mondo romano in Nuove questioni di storia antica, Milano, 1969, p. 787).

Una diramazione della Val Nervia

Al pari dei Visigoti, e come avrebbero fatto molti invasori compreso i Saraceni, anche gli OSTROGOTI erano scesi al mare intemelio dal territorio di Borgo S. Dalmazzo e come i predecessori si erano trovati nella necessità di seguire il percorso mare-monti del periodo classico, quello che portava a Tenda e quindi a Briga, Saorgio (in Val Roia), Passo Muratone al tragitto imperiale di Val Nervia (Marcora, Veonegi, ” Portu”) giungendo a Dolceacqua e Camporosso (area di S.Andrea – S.Pietro).
La toponomastica prova che i GOTI raggiunsero un buon controllo del territorio e dei suoi nodi viari. Discreta importanza fu riconosciuta al quadrivio di Marcora. Dal sito i germani sarebbero penetrati nel vecchio fondo romano di Oggia o sistemarsi come coloni nel pignasco, nei piccoli insediamenti tardo-romani di Argeleu e del Marburgu (sul vallone che limita a Sud la spianata della chiesa di San Tommaso), del vicino Marbuscu o bosco cattivo e della supposta area sacrale di Lago Pigo.
Grazie ai rami viari i Barbari non avrebbero trovato ostacoli a raggiungere l’ area di Apricale (tragitto Val Nervia – Isolabona – Apricale – Summus Vicus \ Semoigo); da lì sarebbero potuti arrivare in VALLE ARGENTINA (direttrice di Apricale-Baiardo-S.Romolo).
L’importanza di questa II^ valle, crocevia di scambi sin al tardo Impero, anche per l’approdo portuale di Costa Beleni \ Balena in Riva Ligure-Arma di Taggia, induce però a credere che i Goti vi siano piuttosto giunti in modo autonomo rispetto alla val Nervia.
Procedendo da Pedona sin a Briga era una trasversale, da “Madonna delle Fontane” al Colle Ardente fino a Triora, donde era facile raggiungere i latifondi tra Sanremo e Valle Argentina.

Uno scorcio di Valle Argentina

Il castello di Campomarzio/S.Giorgio, ove son riconoscibili costruzioni bizantine su resti di un avamposto romano a sua volta eretto sul cuspidale di un castelliere ligure, restò per secoli a guardia del percorso vallivo dell’Argentina.

La zona di Costa Beleni

Dai primi del 1800 una serie di scavi archeologici ha fatto individuare come la stazione stradale romana di Costa Beleni, si sia evoluta in un nucleo urbano e portuale del medio Impero e poi in un insediamento paleocristiano, ove si son individuate 2 basiliche primigenie ed una necropoli.
Documenti di varia antichità si son reperiti per questo territorio né mancano tracce di distruzioni e restauri, con qualche scoperta riguardante sia il periodo gotico del V sec. che della riconquista bizantina del VI (N.CALVINI-A.SARCHI, Il Principato di Villaregia, Sanremo, 1977, Introduzione storica di Aldo Sarchi).

da Cultura-Barocca

Bordighera e l’oppressione della gabella sul pescato

Lo stato attuale di alcune zone storicamente marinare di Bordighera (IM)

… per secoli la storia dell’area di frontiera dell’estremo ponente ligure vide interagire gli interessi del capoluogo VENTIMIGLIA e delle sue dipendenze occidentali con quella del CONTADO ORIENTALE, popoloso e costantemente in cerca di riscatto, a fronte della palese superiorità gestionale della CITTA’. Tra ripetute difficoltà ed incomprensioni, quindi, la storia delle “VILLE ORIENTALI” o “8 LUOGHI” (CAMPOROSSO, VALLECROSIA, S. BIAGIO DELLA CIMA, SOLDANO, BORGHETTO S. NICOLO’, VALLEBONA, SASSO, BORDIGHERA) seguì sempre quella di Ventimiglia e dell’amministrazione politica istituitavi, attraverso i secoli e la sua storia controversa, dalla SIGNORIA DI GENOVA, quella Genova di cui parimenti si seguivano i destini…

La TASSA o GABELLA SUL PESCATO, in effetti rischiò, nel contesto della storia della MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI 8 LUOGHI, di colpire mortalmente la VILLA DI BORDIGHERA che, per conformazione territoriale (al pari di altre località del Ponente ligure come per esempio Cervo) a differenza delle altre ville intemelie fondava la sua economia sulla più pura tradizione della MARINERIA ed ancor più specificatamente dipendeva dalla monoproduzione della PESCA, un’attività antichissima (sia a livello di PESCA IN MARE che di PESCA IN ACQUA DOLCE come si evince dal rinvenimento di REPERTI ROMANI) del consorzio umano che oscillava tra gli estremi del LAVORO PER LA SOPRAVVIVENZA e dell’ATTIVITA’ SVOLTA PER SCOPO DI RAFFINATO DIVERTIMENTO (tra gli appassionato di pesca – stando a quanto scrisse l’erudito intemelio Aprosio – nel ‘500 e ‘600 godevano grande estimazione le “TROTE DEL FIUME ROIA”).

Per ironia della sorte proprio questo contenzioso degli abitanti di Bordighera col Parlamento di Ventimiglia ha finito per tramandare i più significativi ed importanti dati sulle vicende della “pescagione” nell’estremo ponente ligure.

La PESCA e il trasporto per cabotaggio di merci e persone, costituivano di fatto l’attività economica di quasi tutti i residenti di Bordighera, i quali come scrisse l’erudito del ‘600 di Ventimiglia Angelico Aprosio avevano meno alternative degli altri villani il cui territorio si prestava ad una produzione agricola discreta e comunque decisamente più varia.

La popolazione di questa villa marinara fu particolarmente colpita dalla legge e parecchi furono i processi che colpirono i pescatori bordigotti: naturalmente, come si legge di seguito, a monte di questa disperata situazione stava ancora una normativa fiscale subdolamente introdotta dal Parlamento di Ventimiglia.

Nel 1502 il Parlamento intemelio, senza valutare la situazione di povertà dignitosa che governava in Bordighera (come nella quasi totalità delle ville orientali), algidamente, era infatti riuscito a imporre il trattato della GABELLA DEI PESCI per cui il pescato si doveva vendere a prezzi controllati sempre e prioritariamente in “chiappa di città” (di Ventimiglia) alla “Porta Orientale” e che un quinto del ricavato fosse riscosso come imposta della Comunità intemelia. I Bordigotti, marinai e pescatori a differenza degli altri “villani” perlopiù agricoltori, in tal caso furono i più penalizzati, sin ad avere parziali seppur mai complete soddisfazioni, dalle Autorità di Genova cui s’appellarono: il problema non venne mai risolto e costituì una tra le cause d’ attrito fra Ventimiglia e Bordighera, nè le successive amministrazioni avrebbero fatto nulla per sminuire le tensioni. Gli abitanti di Bordighera, per sopravvivere e non impoverirsi vendendo in Ventimiglia a basso prezzo il frutto del lavoro in mare, sfidarono l’autorità del Parlamento e navigando di notte o sull’alba, si recarono in altri porti a vendere i pesci a prezzo tale da giustificare la fatica fatta e portare a casa giusto guadagno. La polizia fiscale intemelia (“Gabellotti” e “Gabellieri”), e le guardie del Parlamento presero a pattugliare il mare con barche armate, mettendo posti di controllo sulla spiaggia: non pochi furono i pescatori di Bordighera caduti nelle della Giustizia di Parlamento” sin ad essere denunciati, arrestati e quindi rinchiusi in CARCERE, subendo processi in cui era implicita l’idea di colpa e punizione (in genere sotto forma di multa in denaro).

Nella “Biblioteca Aprosiana” di Ventimiglia, nel Ms 1 del “Fondo Bono”, si trovano (carte 53-56 r e v) i rescritti del Cancelliere Rituis della Curia (tribunale) di Ventimiglia sotto la dicitura Processi ai Bordigotti per la vendita di pescato fuori piazza.

Il 4 marzo 1573, il patrone di barca da pesca Battistino Raineri (evidentemente arrestato dal Bargello o comunque fermato dal Braccio Regio dello Stato) al “Banco del diritto di Ventimiglia” confessò che Giacomo Rolando di Bordighera, con altri , s’era recato a vendere in Sanremo cestini di sardine appena pescate. Il giorno dopo Paola Gerbaldi o Giribaldi confessò che lei e tal Geronima Biancheri (che confermò) avevano venduto a Sanremo un quantitativo di sardine acquistate dal Rolando. Costui ammise d’aver venduto il pesce alle donne perché lo piazzassero sul fruttuoso mercato di Sanremo ma precisò d’aver provveduto a vendere anche del pesce calmierato in Chiappa di Ventimiglia.
Gli inquirenti (G.B. Orengo, Guglielmo Oliva e Giacomo Piana) gli estorsero però anche altre confessioni: la CONFESSIONE nel DIRITTO INTERMEDIO quando si era sempre REI se accusati, a meno che non intercorressero prove o testimoni a favore dell’innocenza, era davvero l’essenza di qualsiasi processo, civile o penale e ai giudici era concesso estremo arbitrio, che spesso addirittura esasperavano con mezzi coercitivi oltre le stesse ampie normative statutarie, pur di ottenere una completa confessione che ponesse fine al procedimento di legge e giustificasse ogni volta l’autorità di Stato e Giustizia.
Così l’inquisito, mai sapremo se sottoposto a pressioni morali e fisiche di varia natura, ammise che il 4 marzo Battistino Raineri aveva pescato molti “pesci biancheti” che mandò a vendere per mare (“con un leudo”= tipo di imbarcazione) a Sanremo: il Rolando (l’unico di cui si sanno condanna e multa inflitte: di 15 lire-moneta vecchia di Ventimiglia) finì poi col coinvolgere un altro bordigotto fin a quel punto non menzionato, certo Francesco Pallanca di Bordighera che avrebbe venduto il pescato (un quantitativo di “biancheti”) al cuoco Pietro di Celle Ligure.
Non si tratta di pagine onorevoli ma fanno intendere la situazione dei Bordigotti: erano uomini (e donne) semplici (spesso analfabeti) che si impaurivano difronte al latino arrogante e soprattutto all’ARBITRIO ASSOLUTO dei GIUDICI (tanto della CURIA di GENOVA che delle CURIE LOCALI) operanti secondo le normative del DIRITTO INTERMEDIO…persone umili, insomma, che soprattutto temevano di dover scendere per i “gradini della disperazione”, quelli che conducevano alla CAMERA DELLE TORTURE, allestita sempre presso ogni giurisdizione del DOMINIO DI TERRAFERMA, sia che fosse GIURISDIZIONE CENTRALE o “di CITTA'” (ove era la CURIA DI GENOVA presso cui si trattavano i gravi reati penali od i casi di criminali minori recidivi: dove la giustizia era amministrata dai massimi magistrati del diritto genovese come il Pretore di Città ed il Giudice dei Malefici) o delle RIVIERE sotto le varie forme di GOVERNATORATO (come nel caso di Sanremo) di CAPITANATO (qual fu VENTIMIGLIA) o di semplice PODESTERIA come nel caso di TRIORA E SUO TERRITORIO in Valle Argentina, la cui “CAMERA DEL DOLORE” fu tanto tristemente “frequentata” in questi tempi da sventurate donne, accusate d’esser streghe.
Anche per questi terrori, per la suggestione paurosa del dolore inferto dagli inquisitori…soprattutto per l’angoscia di essere INFAMATI o MUTILATI PER PUBBLICA VERGOGNA (cosa più frequente, specie fra i ceti non abbienti, della condanna capitale, comminata con una certa riluttanza, e della pena del CARCERE, ancora molto rara) i semplici, blanditi pure da occulte persuasioni, finivano per denunciarsi o tradirsi a vicenda!…

da Cultura-Barocca