Piemonte e ponente ligure

Airole (IM): uno scorcio

L’influenza pedemontana sulla Liguria e specialmente su quell’area strategica di grande importanza che da sempre fu l’estremo Ponente Ligure risale a tempi remoti e – senza poter elencare tutte le circostanze – si può già citare a titolo proemiale l’influsso che le grandi case monastiche pedemontane ebbero in forza della loro espansione e su un tragitto di pellegrinaggi della fede dal Cenisio al mare di Ventimiglia (IM) dopo la sconfitta (alla fine del X secolo) dei Saraceni del Frassineto.

Le ragioni fideistiche si coniugarono presto con motivazioni temporali e commerciali legate al controllo di tratti importanti per le diramazioni delle vie dell’allume, delle spezie e soprattutto del sale.

Tra gli obbiettivi pedemontani e quindi sabaudi rientrava il controllo della via del Nervia, attesa l’asperrima Valle del Roia al cui terminale dopo l’esperienza certosina fungeva da guardia – con altre località – il centro di Airole di cui Ventimiglia si definiva “Consignora”.

Lo Stato Sabaudo si trovò con il tempo nella condizione di controllare la base navale di Nizza e quindi quello che sarebbe divenuto il Principato di Oneglia. Più lenta e graduale fu la penetrazione sabauda verso il mare di Ventimiglia di maniera che un punto cardine può esser giudicata l’assimilazione di Pigna di rimpetto alla quale stava la forte, genovese base di Castelfranco poi Castelvittorio (IM).

E’ nel XVI secolo che in Val Nervia gli equilibri assunsero una piega che si rivelò – specie col tempo – favorevole allo Stato Sabaudo. Lo scontro successivo all’omicidio (1523) del Signore di Monaco, perpetrato da Bartolomeo Doria dell’omonima Signoria di Dolceacqua e Val Nervia, si evolse con la reazione di Agostino Grimaldi, che conquistò il territorio del nemico al punto che, data la generale condanna dei vari Potentati, al fuggiasco Bartolomeo Doria non rimase altra soluzione che cedere i suoi possessi con atto di vassallaggio ai Savoia per esserne contesualmente investito. Tramite simile evento, nonostante la sostanziale autonomia della Signoria dei Doria, il loro possedimento, di indubbia valenza strategica, divenne un punto chiave nella valle per i rapporti tra la Repubblica di Genova e lo Stato Sabaudo che, dato l’atto di vassallaggio dei Doria, poteva comunque partire da una posizione vantaggiosa.

Ed è proprio nel XVII secolo che prendono corpo quei conflitti aperti tra Genova ed il Ducato Sabaudo che coinvolgono espressamente il Ponente di Liguria.
Il primo conflitto è databile al 1625. Le difficoltà di Genova non sono solo di rimpetto ad un nemico oggettivamente più interno, ma nel contesto del Ponente stesso già contrastato da varie problematiche, tra cui lo stato di perenne tensione tra ville e città nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, aggravato da una rivolta popolare avverso la nobiltà locale, bensì anche l’inerzia di Genova e dei suoi comandanti militari a fronte di un nemico vincente. Ed è in siffatto clima che si predispone la congiura filosabauda che prende nome da Giulio Cesare Vachero.

Il secondo conflitto del 1672 è del pari connesso alle mire espansionisiche sabaude ed ancora ad una congiura antigenovese, capeggiata da Raffaello della Torre al fine di organizzare una rivolta in grado di abbattere il governo repubblicano genovese o quantomeno creare nel Dominio ligure un disordine bastante a poter conquistare l’importante piazza di Savona.
I provvedimenti presi da Genova per rinforzare Savona concorrono a capovolgere la situazione sino al punto che le forze sabaude entrano in aperta crisi e necessitano di un pronto intervento di ulteriori contingenti per riconquistare la perduta base di Oneglia.
A questo momento interviene la diplomazia ma nel suo contesto a testimonianza degli intrighi esistenti in seno alla Repubblica emerge anche l’ambigua posizione del pubblicista genovese Francesco Fulvio Frugoni – assunto per attestare le responsabilità dello Stato Sabaudo connivente con il della Torre – sul cui ondivago comportamento filosabaudo alcune cose si sanno anche in funzione di quattro sue lettere all’Aprosio.

La Savoia continuò più o meno occultamente a covare ambizioni di espansionismo in Liguria. La persistenza di contenziosi, più diplomatici che guerreschi tra Genova e Piemonte Sabaudo in effetti si manifestò sempre, seppur in forme men eclatanti, sui limiti di un contrastato confine. A titolo esemplificativo si può qui citare il caso nell’estremo Ponente dell’antichissimo possedimento monastico di Seborga, detto anche “Feudo della Seborga”, alla fine, nell’ambito di una questione tuttora assai controversa, assimilato dai Savoia – fra le opposizioni genovesi – per acquisto dalla Casa Madre.

La soluzione da parte della Serenissima Repubblica di Genova dei contrasti seicenteschi con il Piemonte Sabaudo sancisce però l’avvento di destini diversi fra le due Potenze (anche se non sempre intercorsero rapporti competitivi. Genova anzi accettò di ospitare la Corte Sabauda che portava con sé la Sindone quando Torino fu sotto assedio durante la “Guerra di Successione al trono di Spagna.

In effetti si stavano oramai aprendo nuovi percorsi al tempo e purtroppo alle guerre con l’insorgere di quei conflitti continentali e non solo destinati a fare del Piemonte una Potenza di rilievo, evolutosi al segno di pianificare l’Unità d’Italia grazie anche ad un’industria bellica avanzata e di rilievo esperita già dal ‘700.
Al contrario si dovette assistere alla graduale relegazione di Genova e del Dominio in un posizione geopoliticamente subordinata e di difficile neutralità, nonostante atti di valore come la rivolta – nominata dal “Balilla”- contro le vessazioni austriache. Del resto nell’ arco temporale in cui si decidono i destini d’Europa, e in parte del Mondo, la Repubblica si trova obbligata a risolvere con dispendio di energie gravi problemi interni come l’annosa questione del conteso Marchesato di Finale, ma anche – tra altre cose – a domare a Sanremo una rivoluzione popolare, duramente piegata con le armi e presupposto dell’erezione di un Forte alla Marina, come si legge qui nel “Manoscritto Borea” che indica anche le truppe scelte per controllare la popolazione della città.

E’ arduo dire se tutte queste difficoltà intestine, senza dubbio centrifughe e destabilizzanti, dell’antichissima e gloriosa Repubblica abbiano condizionato le scelte future in merito al suo destino. Fatto sta che non venne più restaurata – dopo tante illusioni ai tempi della Repubblica Democratica Ligure susseguente alla Rivoluzione Francese e alle gesta napoleoniche per cui caddero gli Stati del Vecchio Regime – quale “secolare libero Stato” – una volta finita l’esperienza napoleonica innovatrice certo ma nemmeno priva di responsabilità, a riguardo della gestione di quella che fu una Grande e Possente Repubblica – ma, piuttosto, in forza dei deliberati del Congresso di Vienna fu, tra lo sgomento di molti, assimilata quale possedimento del Regno di Savoia e quindi organizzata entro la “Grande Liguria delle Otto Province”, destinata abbastanza presto ad essere ridimensionata per la cessione di Nizza (con la Savoia) allo scopo di ottenere a fianco di Vittorio Emanuele II l’intervento di Napoleone III Imperatore dei Francesi nella II Guerra di Indipendenza presupposto basilare per l’Unità d’Italia.

da Cultura-Barocca

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Chiusavecchia (IM)

Fonte: Wikipedia

Chiusavecchia (IM) é centro di fondovalle un tempo appartenente alla castellania del monte Arosio la cui OSSERVAZIONE NOTTURNA è sempre affascinante.

Le sue origini sono postmedievali e dipendono dalla sua caratteristica storica di borgo agricolo.
Il nome del paese è documentato da un documento del 1473 dove il luogo risulta nominato dall’antica cappella di San Biagio: CAPELLA SANCTII BLAXII DE CLUSAVETULA.
Da questo si comprende che la nominazione del luogo dipende dalla presenza di un’antica CHIUSA del torrente presso cui sorgeva la citata Cappella di San Biagio.

Il monumento principale é la CHIESA PARROCCHIALE CONDEDICATA A S. BIAGIO E S. FRANCESCO DI SALES, edificata all’inizio della seconda metà del Seicento.
Presenta un discreto vano rettangolare con cappelle laterali scandite da lesene; I’asse longitudinale é concluso da una abside poligonale.
La facciata, caratterizzata da una finestra a serliana ripetuta anche sui lati, é conclusa da un coronamento curvilineo.

Tra il patrimonio architettonico religioso di CHIUSAVECCHIA merita però di essere citato il SANTUARIO DI N.S. DELL’OLIVETO (che tra l’altro conserva uno splendido organo a 25 registri realizzato dagli Agati nel 1861) di cui C. Alassio ha steso una valida cronistoria per la rivista “Riviera dei Fiori” della Camera di Commercio di Imperia (anno 1997, n.1).
Si tratta di un edificio più volte rivisitato dal lato architettonico e comunque dipendente dalla Parrocchiale di Chiusavecchia, che ne affidava l’amministrazione a due “Massari” (di carica biennale).
L’origine del Santuario non è stata completamente decifrata anche se sembra da connettere al XVI secolo ed in particolare al lascito di un certo Giovanni Gandolfo avvenuto nel 1524. In effetti in quel legato testamentario si parlava di restauro di un più vecchio edificio religioso connesso al culto mariano ma è probabile che, come spesso accadeva nel passato, si sia poi trattato di un vero e proprio rifacimento. Non a caso ancora oggi alla base sinistra della facciata si vede una pietra su cui è incisa la data del 1562: come se si alludesse alla conclusione di un’opera di vasto respiro, alla maniera -anche in questo caso- solita in liguria per la ristrutturazione di molte chiese.
Da altri documenti si apprende che la chiesa fu adornata nel ‘600 e quindi che (ai primi del XVIII secolo come si intuisce anche dalla data 1707 incisa su un’altra pietra murata a mezz’altezza nella parete laterale di sinistra) fu dotata di un vano destinato a sacrestia e da un sopralzo di quest’ultimo destinato ad un “eremita” come si legge nei documenti del tempo. Con il termine mediamente, all’epoca, si indicavano quei religiosi che si ritiravano in chiese solitarie, per un certo periodo di tempo, a far penitenza od esercizi devozionali.

Forse proprio nel XVIII secolo venne anche eretto il camapanile.

Lo stile originario della chiesa venne quasi certamente alterato nella I metà dell”800 trasformando l’edificio religioso in una struttura architettonica di gusto neoclassico.
Nello stesso periodo si incaricò il Piccardi, pittore veneto, di affrescare all’INTERNO DELLA CHIESA le volte delle navate: opera completata entro il 1854.
La navata centrale venne affrescata rappresentandovi un ciclo mariano: furono rappresentati il Transito, l’Assunzione della Vergine (cui la chiesa venne intitolata il 6 novembre 1646 ad opera del vescovo di Albenga Raffaele Biale: cerimonia ripetuta l’8 settembre 1876 dal vescovo G. Alimonda e quindi l’8 settembre 1946 dal vescovo R. De Giuli per commemorare il centenario della consacrazione), l’Incoronazione di Maria.
Nelle navate laterali vennero invece affrescate sei miracolose apparizioni della Vergine ad altrettanti personaggi: rispettivamente i fondatori dell’Ordine della Mercede, San Domenico di Guzman, il Beato Simone Stock, i sette Beati fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria, Antonio Botta [apparizione avvenuta nella “Val di Savona”] ed i pastori Massimiano e Melania [apparizione avvenuta sulla montagna di Salette in Francia nel 1846].

da Cultura-Barocca

Seborga (IM) e antichi misteri di ponti, acque, ninfe…

Nella tradizione, letteraria e non, i Ponti oltre il significato pratico di strumento per collegare le 2 rive di un corso d’acqua  – già presso gli stessi Romani i ponti avevano molteplici significati – sono la linea di passaggio, discriminante fra due mondi. Spesso anche in campo esoterico si delineava questa postulazione. Sì che per eccellenza, come si narra anche nel Ponente Ligure, il luogo di passaggio per eccellenza, il “Ponte Sovrano” – che determinava trasmutazioni e passaggi, da uno stato all’altro, come da un mondo all’altro (in senso benigno in epoca classica e pagana, assai più ambiguamente anche in direzione malefica con le sovrapposizioni cristiane ai culti dei Gentili) – era l’ARCOBALENO.

E del resto, contrariamente a quanto si pensa, spesso l’area della Diocesi di Ventimiglia (IM) nell’estremo Ponente Ligure, proprio perchè di transizione, era connessa a persistenze di paganesimo. Invero spesso culti delicati di Ninfe, Madri e Fate, di Luci o Boschi Sacri, di Montagne votate a qualche Dio, di antiche e sante Sorgenti e Fonti, tutte “cose” rimaste nel cuore e nel “folklore” degli antichi. Contro cui la Chiesa però – senza distinzioni tipologiche – svolgeva da tempo un’opera intensa, iniziata da Gregorio Magno e affidata ai Benedettini. E, quindi, pari a quella avverso le infiltrazioni di eretici specie dalla Francia. Mentre per un verso gli eretici furono talora equiparati a streghe e maghi per altro verso risultarono primieramente perseguiti streghe e maghi eretici, cioè ritenuti conniventi col Demonio.

Il “minuscolo ponte ligneo di un areale” di Seborga, che ben si vede su una riana forse sempre esistita, “può considerarsi il “segno”, il “simbolo” che unisce e divide due mondi e due ere. Una quella romana, travolta da infausti destini. L’altra quella del Cristo, rafforzata dall’operosità dei frati. Nonostante le sconsacrazioni dei siti e delle tradizioni dei Gentili e poi le riconsacrazioni al culto nuovo del Dio Unico, non poco rimase delle vecchie credenze, specie legate a Ninfe e Fate oltre che alle protettrici Matres.

Quasi a sospendere il tutto in una dimensione sincretica e onirica in cui le sovrapposizioni cristiane non cancellarono del tutto il mondo passato ma lo evolsero in favolosa e delicata vicenda per i cuori semplici con buona pace forse di quel virtuale cittadino di Ventimiglia Romana da noi immaginato durante un giorno qualunque della sua vita e per un attimo, sempre da noi, “visto” tutto preso da pensieri profondi sui destini del suo Mondo e della sua Religione, che sentiva oramai decadere.

E così su una “scia sospesa tra sogno e realtà sempre per via di quel ponticello”, nonostante tutto – compresi gli interventi della modernità che talora si vedono in secondo piano ma giammai deturpano – si entra, anche od ancora (dobbiamo dire?), in virtù d’un VIAGGIO VIRTUALE in un passato coinvolgente e, come detto, sotteso tra fiaba, mito, storia e leggenda, che potrebbe fungere da scenario per qualsiasi rappresentazione romanzesca e/o filmografica.
Se non fosse per certi dettagli e per la tipologia della vegetazione ma per i bimbi in particolare che, con la loro gioiosa presenza, segnano l’inizio della piacevole avventura e ne attestano la semplicità scevra di pericoli, a patto di una guida adulta, saggia, riflessiva e rispettosa dell’habitat, ciò che appare da questo punto potrebbe, qui come in altri luoghi d’Italia, appartenere a qualsiasi avventura narrativa, magari ambientata nella lontana Amazzonia o in terre misteriose del Nuovo Mondo, ove la vegetazione ha invaso intiere città di antichissime civiltà e dove il mistero aleggia ancora sulla linea sottile di un passaggio, magari sospeso proprio ed anche lì su un ponte fatto di giunchi, liane o vecchio legno.
Anche questi luoghi, che riguardano Seborga, ma il cui aspetto è replicato in altre zone dell’areale d’appartenenza nel “triangolo” VallecrosiaPerinaldoBordighera, sono la testimonianza di una civiltà antichissima.
Purtroppo di frequente dimenticata sulla linea dei percorsi del tanto agognato “turismo diverso”, quella che, dall’epoca celto – ligure e quindi romana dei boschi sacri, è passata attraverso le vicende dei Saraceni del Frassineto e la Riconquista Cristiana, e che dalla ripopolazione garantita dai Benedettini (naturalmente con la riappropriazione in forza anche di Cavalieri e Crociati e tragici conflitti dei Grandi Tragitti della Fede e del Commercio), dopo infinite esperienze storiche, è gloriosamente giunta alla secolare cultura dei “Muri a Secco”, i Macieri (che hanno contribuito a segnare l’architettura rurale, la civiltà agreste e le tradizioni, i costumi ed il folklore). Non esclusi gli spazi esoterici e le concessioni ai segni del passaggio, compresi i segni della vita e della morte di un mondo che va scomparendo.
di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

Una “Dedica a Esculapio” a Ventimiglia

A Ventimiglia (IM) fu trovata anche una “Dedica a Esculapio” (notoriamente venerato come dio guaritore in tanti Santuari di cui, nell’ecumene romana dopo quello matrice e celeberrimo di Epidauro, fu famosissimo in Italia, tra altri, quello a Roma dell'”Isola Tiberina” ) [registrata dai Suppl. Ital. 10 (1992) p. 112, n. 1 (AE 1992, 659)] di cui non è nota l’esatta provenienza (mentre la datazione è posta alla II metà del I secolo dopo Cristo = misure cm. 27×39,5×24).

Il fatto che la dedica sia stato ottenuta valendosi della bella e locale pietra della Turbia come molto altro materiale della città romana (ad esempio il Teatro), induce a credere che il manufatto sia stato realizzato da un’officina locale (o comunque tipica dell’areale) di lapicidi e che di conseguenza ( senza rientrare tra quelle epigrafi spurie giuntevi nell’abbastanza caotica epoca degli scavi su grande scala di G. Rossi di cui a suo tempo dopo lunghe ricerche fece menzione Giovanni Mennella) tale dedica risulti assolutamente genuina = in merito dello stesso Mennella vedi anche le osservazioni sul ritrovamento entro l’articolo Aesculapius a Ventimiglia, in Religio Deorum in ” Actas del coloquio Internacional de Epigrafia ‘Culto y Sociedad en Occidente, Tarragona, 6-8 X 1989″, Sabadell 1992, pp. 357-361.

Il frammento è incompleto e molto consunto ma tuttora leggibile = Aescula[pio] / Q(uintus) Dillius Iep[- – -] / telus v(otum) s(olvit) l(ibens) [l(aetus) m(erito)] da interpretarsi come “Qunto Dillio Iep…, fa sciolto il voto a Esculapio volentieri e lieto per il merito”.

Verosimilmente parimenti ad altra lapide (ma giova precisarlo non l’unico reperto romano ivi rinvenuto di epoca romana) con cui pressoché similmente si scioglieva ad Apollo (che tra i suoi tanti attributi ebbe anche quello del dio delle guargioni) un voto e che fu rinvenuta presso la chiesa prebendale di S. Vincenzo (in seguito non casualmente cointestata come qui si legge pure a S. Rocco protettore contro le epidemie e taumaturgo dalla fama inferiore forse solo a S. Bartolomeo il Santo una cui chiesa ab antiquo andò a sovrapporsi nell’Isola Tiberina al Santuario di Esculapio) doveva recare sulla cuspide una statuetta votiva asportata per lucro ma anche i processi di destabilizzazione cristiana delle divinità pagane: con necessaria sintesi la scheda dei Suppl. Ital. si limita ad alcune considerazioni sul culto del dio guaritore Esculapio, culto proveniente dalla Tessaglia, ma introdotto a Roma già dal III secolo avanti Cristo. L’estensore della notazione epigrafica non senza motivazioni, accennando alla limitata diffusione di tale culto a siffatta divinità nell’areale dell’Italia Nord-Occidentale, ipotizza ad una possibile influsso per tale manufatto alla presenza di militi di ambiente illirico-balcanico, documentati a Cemenelum presso l’odierna Nizza.

Però qualche ulteriore constatazione, e tenendo conto che rinvenimenti impensati talora suffragano ipotesi ritenute vacue, è da farsi: e questo ha a che vedere con la presenza di Luci o Boschi Sacri e Monti Sacri e Sorgenti ed Acque Lustrali magari a a valenza terapeutica influenzanti ritorni cultuali sincretizzati come, per esempio, nel caso dei Santuari della Tregua con viciniori testimonianze archeologiche, sia per la valle del Nervia quanto per l’areale corrente da Vallecrosia a Bordighera ed ancora nella così detta area delle “Diano” caratterizzate dal Lucus Bormani. Contro certi luoghi comuni e divulgativi è da dire che come scrisse il geografo greco Strabone il municipio imperiale di Albintimilium di cui il nucleo demico principale di quella che oggi si dice “Ventimiglia Romana” aveva l’aspetto in forza delle aree suburbane di una “grande città”.
La storia lunga, fiorente ma anche tormentata di Albintimilium, il cui nucleo demico base sorse in prossimità del grande torrente o fiume, il Nervia, che diede nome all’area ove si rinvennero i monumenti principali della romanità finì seppur con gradualità e misurata lentezza con il susseguirsi delle le invasioni barbariche: soprattutto con l’invasione dei Longobardi e la conseguenza che le aree costiere vennero via via abbandonate a vantaggio dei centri d’altura e dei borghi vallivi

da Cultura-Barocca