Dolceacqua (IM), Portu

16_mag04c (39)

Nel XIII sec. il toponimo Portu nell’attuale Dolceacqua (IM) indicava una zona che già da parecchio aveva tal nome e che l’avrebbe conservato sin ad oggi, nonostante le alterazioni linguistiche (negli Jura del 1523 o Diritti dei Doria, alla Rubrica 26 si legge “Item aliud molendinum vocatum lo molinetto loco dicto porto” cioè ” i Signori hanno un altro mulino detto il mulinetto nel luogo detto Porto“.
Ai primi del XVI sec. il Portus del ‘200 era divenuto l’italiano Porto, ad indicare che il referente non era svanito dalla memoria collettiva ma era stato adeguato alla linguistica dall’etimologia popolare).
Da un atto del di Amandolesio (12-III-1263) si apprende che Giovanni di Airole aveva comprata una pezza di terra coltivata ed aggregata nel “Distretto di Dolceacqua” (in un’area esterna rispetto al borgo murato) ubi dicitur Portus.
I venditori erano un Guglielmo Todesca e sua moglie Verdana.
tale proprietà confinava in alto con quella di Enrico Ferrario oltre che con un fossato.
I fianchi del possedimento dolceacquino soggetto a compravendita erano limitati dai fondi di Giorgio Celiano e di un Arimanno.
L’importanza dell’atto più che nei dati catastali, sta nell’onomastica riportata: nel XIII sec. risiedeva infatti al Portus un ceppo della gens Coelia (Celianus potrebbe rimandare, per il suffisso prediale e servile in -anus, ad un gruppo famigliare di coloni dell’intemelia gens Coelia).
Arimannus è forma latinizzata, evolutasi dopo il X sec., dei nomi germanici Armanno o Ermanno: non è assolutamente da confondersi con l’esito Alemanno pur documentato nell’agro intemelio, ma piuttosto verso la linea costiera.
Si tratta di un personale longobardo che ha alla base l’hariman(n) o uomo libero, appartenente all’esercito, cui era affidata la difesa di siti strategici e la proprietà di fondi inalienabili (da *haria = esercito e *mann(o)= uomo).
L’accostamento dei due personaggi è una chiave di lettura per l’area ubi dicitur Portus.
Qui vi era forse stato un insediamento rurale dei Coelii (si ricordi la villa Coeliana oggi Ceriana e l’ iniziativa dioclezianea di legare i coloni alla terra secondo la caputiugatio) ma verso l’VIII sec. gli invasori longobardi dovettero sistemarvi dei militi-villani, che, vivendovi colle famiglie, controllavano i luoghi e le popolazioni indigene, senza l’odiato aspetto da occupanti dei soldati greco-bizantini di un secolo prima.
Ai Longobardi seguirono i Franchi di Carlo Magno e si ebbero nuovi insediamenti: troviamo così i coniugi Todesca che hanno un cognome di ascendenza francone (*theuda = popolo + l’ etnico *-isk).
Il cognome Anfosso giunse più tardi in Liguria occidentale, fra XII-XIII sec., anche se non è da escludere una sporadica diffusione in tarda epoca longobarda: questa si può collegare alla Provenza, zona di irradiazione, anche per l’ influsso monastico-spirituale che le regione esercitò nel Ponente (Anfos, Anfous ed Amphox rimanda all’uomo valoroso in battaglia).
Ferrario, da Ferrarius è invece nome di mestiere (“fabbro”) secondo una consuetudine medievale per cui alcuni individui, persa l’onomastica di origine, venivano indicati con un soprannome dal tipo di lavoro svolto (ferrarius > faber = “fabbro”, sulla cui formazione non è però possibile indicare una data precisa di evoluzione).
Due altri proprietari menzionati nel documento riguardante la località Portu di Dolceacqua erano Ugone Moto, che rimanda al concetto di motta (mota) come assemblea o rialzo del terreno (toponimo della chiesa conventuale di S. Maria, evolutosi nella prima metà del XIII sec.) ed Ortiguerius Gallusius (che deriva dal nome Gallo in relazione con un soprannome tardoromano scherzoso o all’etnico “abitante oriundo della Gallia”).
Tra la gente del Portus compaiono dunque tracce onomastiche risalenti a diversi periodi: considerando la valenza viaria del sito si deduce che tal zona godette di continuità insediative e rurali sin dall’Impero di Roma all’epoca Carolingia ed ancora al XIII-XIV sec.
In un DIPLOMA dell’Imperatore Enrico III (Ulma, 19-IV-1048) si trova una elencazione dei beni abbaziali di Novalesa.
A riguardo delle località monastiche in Pollenzo vien menzionata “la corte Colonia col suo territorio, il mercato, i mulini, il porto (Portus) ed i diritti connessi compreso quello di pesca” ed ancora il “sito detto Portus da Runcarizio sino al fiume Tanaro“.
Nelle Sanzioni fu stabilito di salvaguardare “tutte le navi dello stesso monastero che dai fratelli o da loro incaricati fossero state inviate in qualsiasi luogo italiano per ragioni di pesca o di commercio come in particolare le stazioni di Ferrara, Comacchio e Ravenna” (Monumenta Novaliciensa, p. 196).
Nel Duecento il Nervia scorreva con abbondanza e presso la sua sponda ovest, poco più in basso del fondo venduto dai Todesca, era il “luogo che si dice Porto“.
Le connessioni storiche fra diplomatica e linguistica inducono a credere che i Benedettini vi possedessero un attracco fluviale simile a quelli del diploma imperiale e che da lì con navi o meglio imbarcazioni a basso pescaggio se non utilizzando quando fattibile la tecnica della fluitazione, assai antica
commerciassero o andassero a pescare raggiungendo il Porto Canale del Nervia.
Il Nervia, trascinando detriti, aveva formato delle vere e proprie Isole nel suo alveo, ove si installavano case e mulini.
I notai le registravano quali tappe della navigazione fluviale: ancora negli Jura di Dolceacqua del 1523 il notaro Bernardo Mauro inventariò due isole nel Nervia con prati ed un casale diruto per tenervi le bestie che da secoli ormai si estendevano dal Porto sin all’ area del ponte monumentale.
Non bisogna dimenticare che i Novaliciensi, i quali prima dei Saraceni potevano far traffici navali dai loro porti in Tolone e Marsiglia, nel XIII sec. avevano sul Tirreno la sola base commerciale di Dolceacqua (dagli Atti Novaliciensi si evincono dati sugli insediamenti benedettini nel pago di Marsiglia al 5-V-739, anche in tal caso per donazioni di nobili Franchi e Re Carolingi, prima delle invasioni saracene, allo scopo di ripopolare le contrade incentivandone l’agricoltura).
Dalle carte del monastero susino apprendiamo che i Benedettini, esperti di navigazione fluviale, controllavano quasi tutte le Insulae.
L’analisi geomorfologica del Nervia, permette di riconoscerne la navigabilità fin al Portus.
Dal Manoscritto del Notaio Borfiga di Isolabona (Storia del Marchesato …cit., p. 75 e doc. XXII), e dalle considerazioni del Celesia in Porti e vie strate nella Liguria (p.8) si desume poi che lo scalo marittimo alla foce del torrente sarebbe rimasto operativo sin al XIV sec. quando gli uomini di Dolceacqua ancora se ne servivano per il commercio vinario (nel ‘200 l’ attracco ospitava Galee e Taride con cui si recavan merci, anche dai monaci, per via di baucii, come il Santa Croce ed il S. Antonio, che portavano animali e cavalli, copani e altre imbarcazioni liguri di ridotto pescaggio con cui si risaliva il torrente al Portus: di Amandolesio, doc.1, del 28-XII- 1258).
I Benedettini della Novalesa verso il IX sec. si eran messi in moto sulle tracce del sistema viario romano, utile per l’evangelizzazione e pei traffici.
Benchè combattessero l’idolatria, avevano imparato a sfruttare l’efficienza organizzativa della classicità; ai monaci non sfuggirono né la strada fluviale del Nervia nè la zona del Portus.
I relitti archeo-toponomastici rimandano al Medioevo od alla tarda romanità (vi abbondano derivati dall’onomastica imperiale come Balbo e Basso e resta notevole la consistenza numerica dei Ceriani).

da Cultura-Barocca

Annunci

Avamposti sabaudi del 1700 in Alta Valle Argentina

Nel 1736 la Repubblica di Genova mandò a Verdeggia (oggi Frazione di Triora, centro dell’Alta Valle Argentina in provincia di Imperia, la Triora famosa ormai per una certa storia di streghe) il cartografo Matteo Vinzoni. Doveva redigere una carta (Tipo dimostrativo de Verdeggia Territorio di Triora in Arch. di Stato di Genova, Racc. Cart., Busta 3, Briga 2), che delineasse i confini fra le comunità (e fra i 2 Stati), che regolasse i diritti, che costituisse un atto certo per discussioni legali su usurpazione di pascoli e coltivi nel territorio di Verdeggia ad opera dei Sudditi Sabaudi di Realdo (anche questo centro ai giorni nostri Frazione di Triora).

La carta è un riflesso del fascino che questo ambiente, aspro e straordinario, esercitava sui primi “turisti”, anche se visitatori di mestiere come il Vinzoni.

Vi si riconosce il mosaico formatosi in questa punta della Podesteria di Taggia.
Si vedono le particolarità della zona in cui s’alterna il verde della valle ed il cupo di rocce sfibrate dal tempo, dall’erosione, dall’opera dell’uomo alla ricerca di cave. Oltre le balze di Realdo, cui Vinzoni diede risalto si nota la “Rocca Barbone,” un complesso singolare che diede nome al vicino torrente “il Barbone”.

Vinzoni, nella carta, al punto A scrisse: “Sito nell’unione delli due Valloni, ove al presente manca il Termine” (per l’antichità, per qualche frode od anche solo per i lavori agricoli non si vedeva più il “termine” o “cippo confinario” che regolava l’accesso e segnava le priorità a riguardo dell'”Alpe detta Ponta di Santa Maria”).
Precisò poi che, mentre in territorio genovese di Verdeggia (punto D) erano visibili le “Tre croci o cippi di confine”, imprevedibili ragioni avevano mascherato i cippi corrispondenti in territorio sabaudo, ( punto E): “Sito dell’altre tre Croci al presente coperte da terra, e pietre scadute dalla montagna” (era un’affermazione e motivata per giustificare come i “piemontesi” di Realdo non riconoscessero alcun cippo di confine ed entrassero in territorio genovese a svolgere attività agricole: attività che poi, come attestavano le loro rimostranze, eran state sfruttate dai sudditi genovesi di Verdeggia come scrisse il Vinzoni commentando il punto G della sua cartografia: “Siti stati coltivati l’anno 1735 dalli Sudditi di Savoia, e poi seminati, e racolti dalli Sudditi di Genova”).

Il fatto é che nel corso dei secoli in quella zona, frastagliata in piccole valli e cime montuose, si era creata una complessa situazione di ordine geo-politico tra lo Stato dei Savoia e quello di Genova.

Realdo, ad esempio, era da tempo un avamposto piemontese contro Triora: il paese sopravviveva, dai 1000 metri in su, per lo sfruttamento di boschi e pascoli, per l’opera di legnaioli e pastori, forse godeva anche di un piccolo commercio di frontiera e s’avvantaggiava di un contrabbando fattibile per la posizione. Situato in Val Gerbontina o di Verdeggia (appunto!) era anche un centro compatto, fortificato dalla positura sul ciglio di un terrazzo a strapiombo e simbolo storico dell’antico INSEDIAMENTO LIGURE DI MONTAGNA sviluppatosi al di fuori delle strade di fondovalle. Per lungo tempo il borgo, sorse al confine, in fondovalle, di una fra le sacche colle quali la comunità di Briga entrava nel bacino dell’Argentina (come a Piaggia e Upega nell’Alto Tanaro).

Verdeggia era invece un piccolo centro (genovese) di fondovalle posto in sequenza lineare lungo uno stradino che procede in maniera serpiforme su una lingua di terra fra 2 fossati destinati a confluire nella valle. Fu inevitabile che insorgessero controversie tra sudditi di Stati ostili. La Serenissima Repubblica tentò di risolvere qualcosa in merito appunto con la redazione della carta del Vinzoni.

da Cultura-Barocca

Un testimone del terremoto del 1887 nel ponente ligure

Ruderi in località Costa Panera di Pompeiana (IM), causati dal terremoto del 1887
Ruderi in località Costa Panera di Pompeiana (IM), causati dal terremoto del 1887

Del TERREMOTO DEL 1887 che flagellò tutto il PONENTE LIGURE, causando oltre un MIGLIAIO TRA MORTI E FERITI, esistono alcune relazioni. Tra quelle che maggiormente coinvolgono si possono rammentare quella stesa, sotto forma di ricordanze, da LUIGI AMORETTI (nel suo volume di ricordi Le opinioni dello zio Giovanni) per quanto concerneva il territorio di ONEGLIA e soprattutto quella redatta, in qualità di testimone oculare, da DON G.B. ZUNINI (originario di Baiardo), parroco di Pompeiana, nel vasto retroterra fra Taggia e Santo Stefano al Mare. Zunini finì il suo apostolato come Parroco della Chiesa della Consolazione, meglio nota come di Sant’ Agostino, a Ventimiglia (IM). Zunini offrì una straordinaria descrizione della tragedia in un suo Diario intitolato Pompeiana/ Memorie di sua antichità, dipendenze, Opere Pie, Chiese, Rettori, Prevosti e di quante altre notizie potè trovare e raccogliere il Prevosto Don Zunini:

“…1887:1 – Finché gli uomini avran memoria [scrive nel suo DIARIO il parroco Zunini]”, non sarà dimenticato quest’anno in Pompejana [come si vede dalle immagini QUESTO PAESE, peraltro già provato da un violento sisma nel 1831, subì gravissimi danni] come in altri paesi di Liguria [in particolare BUSSANA e BAIARDO SUBIRONO DANNI TERRIFICANTI]. Quali infelici giorni, e quai disastri non apportò esso dal 23 febbrajo, giorno delle Ceneri. Nei tre giorni precedenti a questo parve, che il demonio [“per antonomasia anche la Bestia, il Drago, l’Anticristo”] più che in ogni altro Carnevale avesse acceso a scarnascialare la gioventù e quanti uomini e padri di famiglia son piuttosto dediti all’ ubbriacchezza e al disordinato operare. Il mattino stesso del 23 sunotato, poco tempo prima suonasse l’Ave Maria, la funzione e la Predica delle Ceneri, giovinastri, scorrazzavano ancora per le strade, ebbri di divertimenti, di gozzoviglie, di balli fino allora tenutisi aperti in osterie. – Però sul far del giorno, verso le sei ore, mentre il popolo trovavasi in Chiesa intento ad ascoltare la predica delle Ceneri, che si fece dopo il Vangelo della Messa, quale sorpresa! Mentre il Predicatore, certo Teologo Giacomo Moraglia di Pontedassio, asserendo “che quaggiù tutto è labile e fugace”, usciva in un infatti per le rispettive prove, s’ode come un rombo sotterraneo, indi uno scricchiolio dei tegoli della Chiesa, come fossero essi percossi da grossi chicchi di grandine. E che è? Che non è? – Tutti si mettono sull’attesa, ma non passa un’istante, che tutti capiscono di che si tratta. La Chiesa da est a ovest si muove ondulando agitata; indi traballa e par si contorca; il terrore è al colmo, quando con acuto suono sentesi come lo strappo del volto della navata di mezzo. Allora fu un gridio e strillo universale con un fuggifuggi indescrivibile: altri verso la porta, altri verso la sagristia. Ed era già vuota la Chiesa, quando durava ancora il terribile moto. Si cessò finalmente; ma volendo io, che m’ero inginocchiato presso l’altare con la pianeta, ripigliare la Messa, non trovai più chi la servisse. Solo era rimasto in coro certo Giovanni Clerici Scorrion. Pensai di qui recarmi sulla porta della Chiesa, passando nel corridoio di mezzo, ad invitare la gente, perché dalla piazza, chi non si fidava ad entrare dentro la Chiesa, sentisse la Messa, che io andava a continuare, per questi motivi: 1° per ringraziare Iddio, che non successe in Chiesa disgrazia ad alcuno – 2° perchè se Iddio avea permesso quel flagello a punizione dei nostri peccati, egli piu facilmente fosse indotto a placare il giusto suo sdegno. Devotamente infatti si inginocchiarono tutti sulla piazza, ed io a porte spalancate andai a riprendere la celebrazione del S. Sacrifizio. Se non che, era appena entrato nelle preghiere del Canone, che dopo un terrifico boato ripigliò veemente il terremoto sino a persuadermi, che fosse la fine del mondo, e a raccomandarmi, prostratto in ginocchio e invocando il patrocinio della Madonna e dei Santi, l’anima e la popolazione a Dio. Mi si rizzano i cappeli ogni qual volta penso a quegli istanti. Pregava io forte dall’altare e il popolo piangente mi rispondeva dalla piazza – gridando taluni: Fugga, Signor Prevosto, che si dirocca la Chiesa: scappi! Però, come Dio volle, finì senza danno ad alcuna persona anche questa seconda terribile scossa, e potei finire la S. Messa, che, spero, sarà stata graditissima al Cielo, non già per il raccoglimento e l’esattezza delle cerimonie, che solo sa Iddio come in questi mi sarò diportato, ma per la fede e la compunzione, che mi si eccittarono vivissime, e pel coraggio, con cui zelai il ministero, dinnanzi ad un popolo esterrefatto ed avvilito.

Le rovine della chiesa di San Nicolò di Baiardo (IM), devastata dal terremoto del 1887
Le rovine della chiesa di San Nicolò di Baiardo (IM), devastata dal terremoto del 1887 (Fonte: Wikipedia)

2. – Fin qui però non si pensò più lontano della Chiesa. Si sospettò, sì, da taluni, che da quelle scosse potea esserne venuto qualche pò di paura nelle case; ma non si sospettarono danni e disastri, perché nulla s’era visto rovinare in Chiesa. Io, ad esempio, per mia parte sospettai che case, come la mia Canonica, pregiudicate antecedentemente, si fossero aggravate – ma non credeva che ciò fosse in gran proporzione; giacché facea conto che in Chiesa la cosa fosse apparsa più grave, atteso l’argomento del predicatore, cui eravamo tutti intenti; e la vastità della Chiesa stessa; e l’oscurità della notte, che non ancor ivi dissipata nulla ci lasciava vedere -. Quando però uscimmo di Chiesa, e si riportò sulla piazza che il paese sotto la Chiesa era mezzo diroccato – che vi era gente a salvare dentro finestre riparatasi – che si teme siane altra rimasta vittima sotto le macerie – che altri grondano sangue ed altri morenti: mio Dio! fuori me stesso, piangendo, corsi sul luogo dimentico della Casa Canonica; e davvero! che le referenze non eran false. Straziato nel cuore ed attontito nella mente, vidi che l’abitato, tutto sdruscito, qui era in parte caduto dei volti, lì cadente; qui squilibrato, lì minaccioso – e che delle poche famiglie, che non eran venuti alla Chiesa, pochi andarono esenti da morte o da ferite. Vi furono infatti cinque morti, tutti trovati nel letto schiacciati, e undici gravemente feriti, che si scavarono e di cui però niuno mori. – Non parlando di quelle molte strazianti scene, cui dovetti assistere ora ascoltando confessioni a campo aperto, or intromettendomi tra rovinosi muri per assolvere, se fosser ancor vivi, i supposti morti sotto le macerie, basti sapere, che 131 famiglie dovettero abbandonare le antiche abitazioni e ritirarne alla meglio poche masserizie, per andarsi ad attendare nella vigna o Piano del Prevosto. E qui di nuovo come non piangere? Vedere tante miserie e tanti guai senza un rimedio, che crepacuore per un Parroco! – Suonarono intanto le nove ore da breve, cioé tre ore dopo la catastrofe, ed ecco nuova, più breve, ma non men terribile scossa preceduta da rombo terrifico. Si era all’aperto, eppure… tutti mettersi a strillare, e ad invocare la misericordia di Dio e della Madonna tra le lagrime e i singhiozzi, anche da parte degli uomini più ardimentosi ed ancor mezzi ubbriachi dalla notte, fu la stessa cosa. Questa scossa, che prima osservai dall’aperto, mi diede l’immagine viva di quello scotimento, che in tutto il suo corpo praticano i cavalli ed i muli dopo essersi levati da giacere. Viva, sussultoria, ed ondulante con rapidità indicibile. Decise essa a cadere molti muri, che eran rimasti, dirò così, a mezz’aria per le scosse precedenti. Finalmente il dopo pranzo verso due ore, mentre presso di mia sorella Felicina, sul Canto, m’ero assiso, come tutti gli altri sotto un’albero a sdigiunarmi e a pigliar fiato, si sentì altra scossa sensibile, che però, come le altre della notte e dei giorni seguenti, non eccitarono più a molto spavento, fino a quella degli 11 marzo seguente, che di nuovo mise in apprensione, e fece rovinare qualche muro.

In alto sulla collina Bussana Vecchia, danneggiata profondamente dal sisma in questione
In alto sulla collina Bussana Vecchia, danneggiata profondamente dal sisma in questione

3. – La prima giornata passò intanto senza che il popolo si avvedesse più che tanto dei suoi casi. Era la gente come sbalordita, e credeva d’aver sognato. Io ad esempio fino alla sera non avea ricordato di osservare la Chiesa, che tutta era stata ristorata due anni innanzi, e la Canonica, che già avea i volti abbastanza screppolati. Allor però osservai la Chiesa, e me meschino! le tre chiavi o rondini principali della navata di mezzo erano strappati; sicché il volto tutto era minaccioso avendo una fenditura dalla facciata al presbiterio ed altre fessure in cento direzioni. Più erano strappate le due chiavi o rondini della navata appoggiata al Campanile, e proprio le due, che pare si leghino col Campanile stesso. La Canonica poi faceva paura; il volto della sala s’era mezzo sfondato, e quelli delle camere, se non erano sfondati aveano pur essi marchi spaventosi. Fu di qui, che quella notte e varie altre in seguito seguii l’esempio di tutti, anche degli abitanti di Barbarasa e delle Ca-Soprane, i quali furono più rispettati dal terribile flagello benche non siano rimasti incolumi – fu di qui, dico, che non dormii in Canonica, ed accolsi l’ospitalità offertami dall’amico Vincenzo Natta Paladin, il quale colla sua famiglia ed i vicini improwiso una baracca in legni e tende coperta di tegole presso la sua casa. Eravamo assieme un 35 o 40 persone – L’indomani però quando giunsero le nuove della Liguria, qualmente cioè era stata quasi tutta colpita dall’immane disastro, sicché Savona, Finalmarina, Albenga e tutta la provincia di Porto Maurizio lamentavano danni incalcolabili – e che a Diano era successa una generale distruzione con molte vittime; a Oneglia uno sconquasso senza esempio; a Bajardo, mia patria, un’ecatombe di 231 persone schiacciate, e molte altre orribilmente ferite dal tetto a volto della Chiesa, che rovinò d’un colpo; a Bussana [scrisse ancora nel suo Diario il Parroco Zunini] il diroccamento delle case e della Chiesa, onde molti seppelliti sotto le rovine [BUSSANA VECCHIA sarebbe poi stata abbandonata dalla popolazione: in un sito prossimo alla costa venne riedificato il borgo, la NUOVA BUSSANA, destinata ad un proficuo sviluppo mentre il diroccato centro antico dopo un lungo abbandono – e tra varie controversie – divenne sede e ritrovo di molti artisti, specie stranieri, attratti dalla bellezza spettrale del sito e dallo spettacolo della terribile potenza naturale qui scatenatasi con la conseguenza tante vittime innocenti]; a Castellaro lo sfondamento del volto della Chiesa, benché a tratti, sicché molti si poterono salvare; a Ceriana, a Taggia ecc. altri guai – allora un panico più ragionato invase gli animi di tutti, ed ognuno cominciò a vedere seriamente i proprii guai, e a pensare alla giustizia di Dio – che quindi la si dovea placare con l’intercessione di Maria Vergine invocata con preghiere. Da quel dì infatti si manifesto un gran risveglio di fede; e per più tempo dopo il suono dell’Ave Maria della sera giovani e vecchi, buoni e malvagi si ritiravano nelle loro tende o dei vicini per attendere alla fervida recita del Santo Rosario, che prolungavasi per ore ed ore con altre preghiere…”

da Cultura-Barocca