Petrarca, pellegrini e viandanti nel ponente ligure

Scorcio della zona di Ventimiglia (IM)
Scorcio della zona di Ventimiglia (IM)

Dal XII-XIII secolo sia Ventimiglia che Porto Maurizio entrarono come basi importanti nel grande fenomeno dei percorsi dei PELLEGRINAGGI DI FEDE.
Per quanto l’argomento meriti approfondimenti, v’è anzi da dire che data la posizione è attestato, per RAGIONI STORICHE, il graduale venir meno dei PELLEGRINAGGI IN TERRASANTA, che notoriamente facevano leva sul sistema portuale e ricettivo di GENOVA; mentre per molto più tempo, nella CULTURA DEVOZIONALE CRISTIANA, perdurarono i PELLEGRINAGGI AL SANTUARIO SPAGNOLO DI S. GIACOMO DI COMPOSTELA.

PORTO MAURIZIO, al pari di VENTIMIGLIA, era geograficamente avvantaggiato, visto che i rispettivi PORTI potevano servire tanto i viandanti (magari più che PELLEGRINI, dei COMMERCIANTI o dei CROCIATI ancora impegnati nel proseguio delle campagne contro ARABI e poi TURCHI) quanto i “PELLEGRINI PER SANTIAGO”, dato che VENTIMIGLIA e PORTO MAURIZIO erano relativamente prossimi agli approdi della PROVENZA ed a quelle BASI PROVENZALI da dove prendeva via il I TRAGITTO PER SANTIAGO DI COMPOSTELA.
Inoltre le due località si sarebbero presto trovate in una posizione ideale sia per gli spostamenti tra ROMA ed AVIGNONE, dopo che la CURIA PAPALE fu ai primi del XIV secolo costretta a prendere sede in questa cittadina francese. Altresì la posizione dei porti di VENTIMIGLIA e PORTO MAURIZIO continuava ad essere eccellente per quanti, dalle SPAGNA, dalla FRANCIA o dallo stesso NORD-OVEST EUROPEO, ambivano a far PELLEGRINAGGIO verso OSTIA e quindi ROMA in conformità ai dettati sanciti da papa Bonifacio VIII nei dettami del suo GIUBILEO del 1300.

E’ assodata la TIPOLOGIA E TOPOGRAFIA DEGLI OSPITALI DI VENTIMIGLIA E CIRCONDARIO: si è anzi ricostruita la significanza della STRADA MARENCA DEL NERVIA e parimenti si è notato che questa aveva il suo naturale referente ben oltre la “Padania”: sino al territorio di SUSA, all’Abbazia della Novalesa e quindi ad uno di quei grandi OSPITALI DI TRANSIZIONE TRA AREE GEOGRAFICHE DISTINTE, che era l’OSPEDALE DEL CENISIO.

Anche PORTO MAURIZIO, come detto, aveva alle sue spalle una STRADA MARENCA (peraltro riprodotta ancora nel XVIII secolo in una CARTA del suo “Atlante del Dominio di Genova da M. Vinzoni) e ad essa i tragitti dall’area di susina potevano pervenire in contemporanea con quelli sul territorio ventimigliese.
Al terminale meridionale di questa strada, sul mare, dovevano esservi degli OSPEDALI simili a quanto segnalato per VENTIMIGLIA: essi dovevano funzionare sia per COMMERCIANTI, che per CAVALIERI e PELLEGRINI.

Nel caso di PORTO MAURIZIO, su eventuali OSPIZI e sul PORTO, la documentazione al proposito più significativa non proviene però da documenti notarili ma da una EPISTOLA di uno dei più grandi letterati italiani di tutti i tempi: FRANCESCO PETRARCA (1304-1374).
La lettera (appartenente al libro delle “Familiari”) fu stesa nel 1343 e venne indirizzata a Giovanni Colonna.
Per i letterati essa ha sostanzialmente un alto valore morale volendo biasimare le “turpitudini della corte di Napoli” ma accanto a questo tema primario essa produce altre informazioni.
Visto che nella prima parte costituisce il resoconto del viaggio marittimo intrapreso da PETRARCA, che lasciata AVIGNONE ed ancor più l’amatissima VALCHIUSA – due centri indissolubilmente legati all’immortale amore del poeta per LAURA NOVES DE SADE – raggiunse il mare onde per tal via portarsi a ROMA e quindi a NAPOLI, la LETTERA può essere presa come un assunto delle SU UN PARTICOLARE TIPO DI VIAGGIO DALLE GALLIE SINO ALLA CITTA’ SANTA.

Poco importa che il PETRARCA non abbia compiuto il viaggio per RAGIONI RELIGIOSE SULLA SCORTA DEI GRANDI TRAGITTI DELLA FEDE (VEDI QUI LA CARTOGRAFIA DIGITALIZZATA), egli comunque si valse delle stesse strutture e degli identici percorsi che venivano abitualmente compiuti dai PELLEGRINI ALLA VOLTA DI ROMA NEL CONTESTO DI QUESTA COSTUMANZA EPOCALE (VEDI QUI INDICI).
Nello specifico e per quanto di suo interesse FRANCESCO PETRARCA finì come quasi naturale per innestarsi sul GRANDE FLUSSO DEI VIANDANTI DELLA FEDE e nella circostanza sul I TRAGITTO, quello meridionale segnato dalla “GUIDA PER SANTIAGO DI COMPOSTELA” = IL VISITANDUM EST ovvero come qui si vede anche cartograficamente il TRATTO ROMA – ARLES – SANTIAGO DI GALIZIA (E VICEVERSA: CARATTERIZZATO DA PERCORRENZE SIA VIA TERRA CHE VIA MARE).

Scrisse in latino il poeta :”…Ti avevo promesso di fare il VIAGGIO PER MARE non per altro motivo se non per il fatto che mediamente si ritiene che si proceda meglio e con maggior rapidità per via di mare che per i percorsi terrestri“.
Aggiunse quindi:”…imbarcatomi a NIZZA presso il Varo, che è la prima città d’Italia a ponente, giunsi a MONACO che il cielo era stellato“.

Le notazioni del Petrarca ci ragguagliano su convinzioni storiche assodate: i percorsi di terra – scomparsa in gran parte la VIA ROMANA JULIA AUGUSTA – erano disagevoli e il porto nizzardo costituiva una base storica per la navigazione verso l’Italia.

La navigazione era – cosa parimenti nota – di cabotaggio, con frequenti approdi per ripararsi e vettovagliarsi: la prima tappa fu però a MONACO E NON IN VENTIMIGLIA (fatto non del tutto chiaribile ma forse connesso al sopraggiungere di qualche mutamento di tempo, tale da suggerire un pronto riparo = Ventimiglia, nodo viario per eccellenza dei Pellegrinaggi in Liguria Occidentale, all’epoca aveva strutture e fama superiori a Monaco, per dar ricetto ed offrire utili alternative di viaggio a seconda delle esigenze e delle mete prescelte).
Subito dopo infatti si legge:”…mi adiravo con me. Sostamme a Monaco di mal animo il giorno seguente, tentato senza successo di salpare“.
Non alludendosi ad avarie di sorta è veramente da credere che il sopraggiungere di qualche fortunale abbia costretto la nave in quel porto.
Ed a comprova di ciò, proseguendo nella lettura, si apprende che “...il giorno seguente, con tempo incerto, salpammo e sbattuti in continuazione dalle onde arrivammo a PORTO MAURIZIO nel pieno della notte“.

Scorcio di Imperia Porto Maurizio
Scorcio di Imperia Porto Maurizio

La sosta al MAURITII PORTUM non dovette essere un espediente: da come scrisse il Petrarca, l’attracco sembrava previsto dal programma di viaggio.
Egli aggiunse:”Non ci fu permesso di entrare nel castello. Trovata per caso in un OSPIZIO SULLA SPIAGGIA una cuccetta da marinaio condii la cena con la fame e fui debitore del sonno alla stanchezza“.
Ed ancora: “a questo punto fui preso dall’ira e mi resi conto dei gran brutti tiri che fa il mare. Quindi fatti tornare sulla nave i servi coi bagagli, io solo con un compagno preferii restare sul lido di Porto Maurizio. Finalmente mi capitò un poco di fortuna. Fra quegli scogli liguri per qualche inspiegabile caso si vendevano dei CAVALLI TEDESCHI, forti ed agili. Non impiegai gran tempo ad acquistarli e rièpresi così il viaggio senza essermi del tutto liberato dalla nause del tragitto fatto per mare“.
Anche se si tratta del PETRARCA, qualche sua considerazione è spocchiosa; ma, al pari di altri dati pur venati di letteratura, giungono tutte utili allo storico.

Anche se verisimilmente il PETRARCA soffriva lo scomodo viaggio per nave era questo comunque – nel giudizio di tutti – il modo migliore per giungere a ROMA: i servi ed i bagagli dovettero procedere per nave in quanto il percorso stradale, tanto accidentato, era impraticabile o quasi per chi fosse impacciato da mezzi pesanti od oggenti di ingombro.
Il riposo fu preso sulla spiaggia di PORTO MAURIZIO in un “HOSPITIUM“: qualche traduttore corregge con ALBERGO, ma è difficile dire se si fosse trattato di un OSPIZIO PER PELLEGRINI o di uno di quegli OSPIZI RETTI DA PRIVATI di cui talora è giunta notiza.
Il POCO CIBO cui fa cenno il PETRARCA, assieme alla menzione della CUCCETTA, potrebbe far pensare alla TIPOLOGIA di un OSPIZIO PER PELLEGRINI.
Bisogna però tener conto che si ha pur sempre a che fare con un umanista, per casta dotto quanto narcisista ed abituato a certi lussi avignonesi: quindi non è da escludere il RICOVERO PRESSO UNA SORTA DI LOCANDA PRIVATA, al modo che in Ventimiglia tempo prima fece il nobile cortigiano spagnolo GIOVANNI DE PORTA (come verosimilmente tanti altri CAVALIERI E CROCIATI ED ANCHE PELLEGRINI DI FEDE).

Il Petrarca scrive di aver trovato, per caso, dei CAVALLI DI RAZZA in vendita. Se confrontiamo l’episodio con quello di GIOVANNI DE PORTA si direbbe invece che la COMPRAVENDITA DI CAVALLI era quasi un fatto istituzionale nei PORTI, sia a Ventimiglia che a Porto Maurizio.
La ragione non sarebbe poi indecifrabile: i CAVALLI erano lasciati presso gli OSPIZI per varie ragioni: per cambiare a costo minimo animali freschi con altri pronti per il viaggio, erano commerciati per le esigenze dei viandanti che potevano spendere (come GIOVANNI DE PORTA od il PETRARCA); ed ancora venivano allevati localmente da imprenditori e proprietari di ospizi privati per farne oggetto di vendita o di affitto a quei pellegrini che potessero permetterseli o dovessero, come GIOVANNI DE PORTA, lasciare il “percorso marino” per addentrarsi lungo una qualche via di penetrazione nell’entroterra.
E’ infattibile ricostruire topografia e topologia dell’OSPIZIO visitato dal PETRARCA: l’unica certezza è che si trovava in prossimità dell’approdo: “LITOREUM HOSPITIUM”.

Stando alle rilevazioni archeologiche si può pensare che strutture di ricovero per pellegrini nel XIV secolo dovevano trovarsi proprio in “riva al porto” o comunque alla “Marina”: peraltro proprio alla foce del torrente Prino e nell’area di BORGO PRINO si son reperite le più antiche testimonianze di insediamenti nella zona.

Una testimonianza di queste sembrerebbe essere data dalla CHIESA DETTA DEI CAVALIERI DI MALTA di PORTO MAURIZIO in cui, nonostante le trasformazioni e le alterazioni, N. Lamboglia lesse criticamente l’abside. QUESTA nella parte superiore, che è del XIV secolo, denota consonanze architettoniche con gli edifici di S. PIETRO DI LINGUEGLIETTA e della CATTEDRALE DI ALBENGA. Tuttavia lo ZOCCOLO dell’abside di questa CHIESA di PORTO MAURIZIO sembra il residuo di un edificio più antico, del XII secolo, su cui sarebbe stata poi costruita la chiesa nel 1362 “IN COMMODUM PEREGRINORUM” secondo un’iscrizione che comunque già vi esisteva (analogamente a quanto fu ritrovato in Ventimiglia da G.Rossi in merito all’iscrizione di una FONTANA che dettava “ad commoditatem navigantium”).

L’edificio detto dei “CAVALIERI DI MALTA” sito in prossimità del porto e sulla linea del mare costituiva dunque un ricettacolo per viandanti e pellegrini.
E’ quindi probabilissimo che la parte più antica appartenesse ad un più vecchio edificio, un OSPEDALE del XIII secolo che già vi esisteva.
E non sembra difficile pensare che questa CHIESA ED OSPEDALE DEI CAVALIERI DI MALTA possa esser stata una ristrutturazione, ampliamento con relativa rinominazione di un originario OSPEDALE del XII-XIII secolo eretto dai CAVALIERI GEROSOLIMITANI, cioè di quell’ordine cavalleresco di cui si è ipotizzato non senza dubbi anche un RICOVERO ad Ospedaletti.

da Cultura-Barocca

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Cycnus, Liguria: il mito, cenni

Scorrendo la mitologia erudita dalle Dicerie Sacre di G.B. Marino alle Trasformazioni di Antonio Liberale, emerge anche un Cycnus-Cigno, re di Liguria, che, mentre piangeva la morte di Fetonte, avrebbe ricevuto da Apollo, compassionevole, il dono del canto.

Ipotesi culturalmente accettabile, seppur erudita, atteso che Cycnus è connesso alla religione apollinea e che il dio celto-ligure Belen fu un’accezione mediterranea del nume greco.

Del resto i cigni, come indica il nome Cicno, nella mitologia classico-apollinea e nei suoi derivati mediterranei, come quella di Belen, erano preposti a trasportare le anime dei re nel Paradiso Settentrionale.

Quando Apollo, per esempio, appare, nelle opere d’arte, a cavallo di un cigno o su un cocchio trainato da cigni per visitare la terra settentrionale degli “Iperborei”, l’immagine rappresenta in modo figurato la sua morte a mezza estate.

I cigni dunque cantano dirigendosi verso il circolo polare artico, loro terra natale, ed emettono due note a mo’ di tromba. Per questo Pausania afferma che i cigni sono versati nell’arte delle Muse: “Il cigno canta prima di morire, cioè l’anima del re sacro si allontana dal mondo accompagnato dal suono della musica”.

Si resta naturalmente nel campo delle ipotesi, specie quando si tratta di argomenti di arcaica spiritualità, ma non è da escludere che questa interpretazione sulla funzione sacrale del cigno nei riti funerari sia più collegata di quanto si creda alla tipologia delle sepolture principesche dei Liguri preromani; le più significative delle quali sono state trovate in posizioni particolari e dominanti; in siti tali da raccogliere i raggi del sole “sorgente e morente”, quasi a prova di una voluta sensibilità dei “pastori-guerrieri” del bronzo finale e della prima età del ferro verso i loro capi più prestigiosi.

L’osservazione, dalla linea di tali sepolcri a tumulo, è stupefacente: verso sud la linea dell’orizzonte e del mare splendente, simbolo dei destini marittimi di questa terra ligure, ma anche segno spirituale della vita che sorge, ed alle spalle l’aspra linea montana, che quasi taglia il cielo, quasi immagine del SACRO CANCELLO per il volo dei cigni e delle anime dei re verso i “Paradisi settentrionali”.

da Cultura-Barocca

Bordighera (IM), Burdigheta, Burdigea

Bordighera (IM), Porta del Capo
Bordighera (IM), Porta del Capo

Bordighera (IM), visti i ritrovamenti della lapide e di una tomba monumentale di famiglia di un certo LUCREZIANO, ebbe origine romana come suburbio della capitale del municipio di Albintimilium, la Ventimiglia romana di Nervia .

Il suo nome attuale però compare nel 1200, tra i più antichi atti dei notai. Dapprima si trova la forma Burdigheta, la cui pronuncia in dialetto doveva essere Burdigea con esito gutturale. Con tal nome di luogo o toponimo, che ha alla base il termine burdiga, si voleva indicare un recinto di canne o giunchi in un canale o lacuna per la pesca (significato simile lo troviamo nel provenzale bordiga e nel francese bordigue). In epoca medievale con tal nome si indicava qui non tanto un borgo ma piuttosto un’area specifica (quella pianeggiante ove ora sorge la moderna Bordighera) in cui operavano pescatori e traghettatori per lavori di vario tipo: era un sito riparato e percorribile con l’ausilio di barche medievali, di basso pescaggio (copani e bauccii) adatti per acque basse e paludose. Proprio nella bordiga nacque l’antica tradizione marinara dei Bordigotti.

L’erezione ufficiale di Bordighera ad ottava Villa (nucleo abitato, borgo) di Ventimiglia, sita sul Capo, risale al 2-IX-1470 (per volontà di 32 capifamiglia delle ville di Borghetto San Nicolò e Vallebona). Da altri documenti (3 del 1471) si apprende che in vero questa non fu autentica fondazione. ma semmai rifondazione di un borgo, già distrutto ed abbandonato da tempo per ragioni che, al momento, sprofondano nel buio della memoria. Al primo insediamento di Bordighera in effetti era stato fatto cenno in un focatico o censimento provenzale (1340-1) del territorio intemelio, secondo cui alla località veniva attribuita la residenza di 15 famiglie, per un numero di poco più d’un centinaio d’abitanti. Ma su questa primigenia Bordighera esistono anche dati che risalgono al XIII sec., quando il notaio genovese di Amandolesio stese un atto (20 dicembre 1259) su una terra agricola sita al Capo di Bordighera.

Fino alla Rivoluzione Ligure del 1797 Bordighera, in un crescente sviluppo, visse all’interno della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, insieme delle Ville del Capitanato di Ventimiglia, Ville (Bordighera, Camporosso, San Biagio della Cima, Soldano, Sasso, Vallecrosia, Vallebona, Borghetto San Nicolò) che dal 1686 si erano rese indipendenti per il lato amministrativo dal controllo fiscale intemelio.

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Lettera di uno schiavo in Algeri

Uno scorcio di Taggia (IM) e Castellaro (IM)
Uno scorcio di Taggia (IM) e Castellaro (IM)

Nilo Calvini, in merito agli assalti nel Ponente ligure della flotta turchesca, riporta una lettera di uno schiavo in Algeri, dove si parla (20 Luglio 1564) di ulteriori preparativi per un assalto alle muraglie di Taggia, più precisamente dell’allestimento di un copano (erroneamente scritto o trascritto capano), una sottile imbarcazione, un palinschermo leggero da laguna il cui etimo deriva probabilmente dal latino caupalus e sicuramente dal latino medioevale copanus, che nominò in genere un tipo di barca spagnola e portoghese.
Come scrisse lo schiavo in Algeri, Ulugh-Alì se ne sarebbe valso “per derivar le muraglie”, cioé per essere affondato carico di materiale di riporto in prossimità delle fortificazioni del luogo e così deviare il corso d’acqua o lo sbarramento idrico, che ne faceva da primo schermo difensivo e rendere quindi fattibile un assalto diretto alle fortificazioni.

La forte TAGGIA, con autorizzazione del Senato, ma a spese della Comunità, dal 1540 si era andata dotando di una buona cinta muraria, i cui lavori con lunghe pause terminarono soltanto nel 1564, essendo stati ripresi sveltamente dopo l’assalto del 28 Giugno 1561: dalla relazione del Calvi apprendiamo che la grossa Taggia, come previsto nella lettera dello schiavo di Algeri fu poi di fatto ASSALITA NEL 1564 ma che l’artiglieria, lo schermo primario alle mura dell’Argentina ed il valore dei difensori ebbero la meglio dei Turcheschi.

Nel 1563 i corsari investirono direttamente i borghi meno forti di Pompeiana, Cipressa e Terzorio: la fortificata Taggia sarebbe stata un “osso troppo duro”, tenendo conto che la squadra navale d’attacco ora era di soli 9 vascelli, contro i 17 (o 18) del 1561, e che già in qualche modo aveva dovuto preoccuparsi dell’artiglieria del forte San Lorenzo: Ulugh-Alì, che poi era un rinnegato calabrese di nome Luca Galerni, sapeva ormai che per Taggia era opportuna una forza maggiore, un copano per deviare le acque, le “scale di corde e i ganci di ferro”, oltre che una adeguata attrezzatura, per l’assedio e la scalata alle muraglie, e tutto ciò spiega il contenuto della lettera dello schiavo in Algeri che nel Luglio 1564 paventava, su fondate voci, un massiccio assalto a Taggia.

Per ironia della sorte la forza di dissuasione di Taggia spinse in due riprese questi predatori verso POMPEIANA: il paese era povero, la Comunità a sue spese difiicilmente si sarebbe potuta armare e fortificare contro i Turcheschi, per giunta guidati da cristiani rinnegati, a volte ottimi conoscitori dei siti, come nel 1561 un tal Nasomozzo di Pompeiana.

Qui di seguito la lettera richiamata:

Carissimo Cognato, questa sera per darli aviso como per la gratia di Dio sono sano et anchor li miei figlioli et le vostre anchor stano benisimo et vi si racomandano et ogni giorno stavo inseme con luoro. Et perche avemo inteso qua in Algeri che voleno venir per Taglia et per quanto ho inteso che Aciovall deve meter in ordine schale di corde et ganci di fero, pero vi prego abiatevi bona cura et fatte far che siatte sicuri perche questi sono grandamente disperati per non aver fatto prese nisune.
Et vi prego che faciate intendere a questi nostri in Taglia che s’abiano bona cura peroche una sera over matina ne veranno sopra che non ve ne acorgerete; et hora cominciano a stirminar trenta o trenta cinque vaselli, questo di 16 luglio presente, siche vi prego caramente farlo intendere per sino in signoria aciò possano dar ricapito a le sue terre.
Et queste l’ò avuto da renegatti che stano sopra li vaseli molto secretamente et m’ano ditto che portera doi o trei canoni per mettere in terra. Et potete intendere quali che sono che m’ano ditto tale cosa che sono paesani nostri, et uno paesano che stava con doi cento Turchi che volevano andar a Barauccho et se il capitano loro non era ferito di dui archibusate lo pigliavano.
Però fatteli intendere che m’ano ditto che li voleno tornar; et che sono statti per sino in San Salvator et anchor li farete intendere a quelli di Seriana che faciano bona cura che anchor loro sono in la orma.
Et doi nostri paesani che fanno questo officio di volerli portar li ano promessi di farli pigliar un milion d’oro et per questo li vene di bona voglia. Et vi dicho di più che portano sto capano* per derivar le muraglie et pali di ferri venti cinque. Et vi dicho che li avesino quando che venero. Et questo ve lo dicho che li ò visti me di veduta.
Et ho veduto comperar li organi et li ferri per far le ostie, non me li à voluto donar che li dava scudi vinti cinque. Et li libri del convento. Et un renegatto che e statto in lo convento et che a veduto doi Turchi che tiravano friciate a Nostra Dona et che le tiravano in ochi et mi ha detto che subito che furno in Cattalogna le prime archibusatte che furno tiratte li donar in li ochi a loro, però a me pare che sia statto gran miracolo che a fatto il Signor Idio in castigarli del medesimo flagelo.
Et anche dite a queli del Castela che faciano le porte di ferro che se li an fatto mai di bisogno li faran hora.
Et non mi ocorendo altro se non che fattene bona provisione in le tere et statte de bon animo et combattete valerosamente per amor di Dio, et per la fede nostra et nostre robe et figlioli.
Et ancor mi vi ricomando con li miei figlioli et a mia molgera io l’o mandata et mi ricomandate a le mie sorele et a miei cugnati et parenti et amici, et mi ricomandate a mio socero messer Giorgio Barla, et a tutti li suoi di casa.
Et il figlio di Bastian Cergo se ricomanda bene a sua madre et a suo barba Berto Filipi et che non si pigliano fastidio di ricattarlo che tiene speranza in io che lo debia aiutar.
Et Filipo Nivoron se ricomanda a sua molgera et a li suoi figlioli et parenti et amici. Simon Garibaldo se ricomanda a sua sorela et a suo cugnato Batista Filipo condam*… et lo prega che venda tutto il suo et che lo mandano a ricattar, et li da posanza che possano vendere ogni cosa et li prega che se nisun (qualcuno) li volesse impedir, che vada in Signoria che li darian un dicreto che possa vendere. Ne altro.

Da Algeri il dì 20 luglio 1564.

Et vedo ogni giorno questi nostri di Pompiana et li pregano che li vogliano ricattar afinche non debiano rinegar la fede. Il figlio di Simon del Cogno che sta in Fesa se mi dattano aviso che lo facio rischatar; il patron di mia figlia mi à promesso che lo farà portare in Algeri overo, se voro andar, mi mandarà con merchanti et tornar con merchanti.

Vostro bon cugnato

Giacomo Filipo condam* Antonio”.

* intendi = copano; condam per quondam = “figlio del fu”.

 

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Dolceacqua (IM), Chiesa di S. Giorgio

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Nel XIII sec. la chiesa romanica in Dolceacqua di S. GIORGIO era officiata da un collegio di Canonici, retta da un capitolo collegiale (si trattava quindi di una chiesa collegiata) che nelle chiese non cattedrali esercitava il servizio divino. Presso l’Arch. di Stato di Genova (notai ignoti, filza IV) secondo un documento del 28-IX-1296 il canonico Jacopo Manfredo “coadiutore” si dichiarava unico reggente di S.Giorgio per la morte di Ottone “presbitero” (ecclesiastico del secondo grado gerarchico, fra diacono e vescovo, dell’ordine cattolico) e “preposito” (in senso generico “superiore di una comunità” ed in senso stretto “priore claustrale di una abbazia benedettina”). Il canonico supplicava Arghisius abate di S.Siro in Genova, affinché gli inviasse il ” religioso e onesto frate Damiano” come “preposito”.
Il fenomeno di S.Giorgio riflette un processo spirituale dell’Italia del Centro-Nord: l’esperienza canonicale, tipica di sacerdoti preposti all’ ufficiatura di una chiesa ed impegnati nella vita comunitaria, per quanto poliedrica nelle forme, aveva acquisito sempre maggior credito a partire dall’XI secolo. Questo movimento ebbe diffusione nel settentrione peninsulare perché in tale area nell’istituto plebano, a differenza del Sud, aveva persistito una vita comunitaria del clero in rapporto agli insediamenti rurali circostanti: dopo il Mille la chiesa plebana si organizzò secondo le regole della vita canonicale costituendo un Capitolo, cioè un consesso di sacerdoti il cui capo mutò rapidamente la titolatura originaria di archipresibiter in quella di prepositus o di prior.
Dal XII al XIII sec. gli Ordini di canonici regolari, unificati secondo la Regola di S.Agostino, si segnalarono nell’assistenza ospedaliera (si formarono i primi Ordini ospedalieri, staccati dai Capitoli ma a questi ancora assimilati per vari aspetti).

Nel XVII sec. P. Gioffredo (DISEGNO DI GIOVANNI TOMMASO BORGONIO) descrivendo Dolceacqua nel Theatrum Sabaudiae rappresentò S. Giorgio con un’errata visione prospettica: visualizzando Dolceacqua da un sito di Sud-Ovest superiore in altura al Convento egli alterò la chiave ottica posizionando S.Giorgio in linea col lato meridionale delle mura inferiori del castro.
La chiesa fu descritta dopo le modificazioni seicentesche: il fronte romanico, oggi restaurato, era ricoperto ed intonacato lasciando visibile una monofora ed il campanile era stato “fasciato” con una calotta barocca (a lato si vede nella carta la canonica, già sede dell’Ospizio canonicale e soppressa dopo la trasformazione di S.Giorgio in chiesa cimiteriale).
Il Gioffredo evidenziò il doppio percorso che dalla chiesa di S. Giorgio portava nel greto del Nervia e a un guado a pedate [la cui “lettura critica”, oltre che nell’utile sublimazione monocromatica informatizzata, qui si propone anche nell’originale a colori del Gioffredo] al di là del quale si giungeva alla torre di guardia nella località dei Praelli [il ponte monumentale pseudoromanico ma tardorinascimentale serviva solo per passeggeri portando più che sulla via di transito al Belvedere nel “giardino rinascimentale” dei Doria, la cui realizzazione si può rimandare ai miglioramenti architettonici fatti dalla Signoria fra XV e XVI sec. quando avvennero le ristrutturazioni di Castello e Camminata(“Loggia o Corridoio”)].

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In quel tempo S. Giorgio non era più parrocchiale: dal 1468 Paolo di Soncino, canonico di S.Stefano di Marliano e Vicario generale del vescovo de Robiis raccolse infatti le decime degli uomini di Gorbio e S. Agnes nella Prepositura o Parrocchiale di S. Antonio in Dolceacqua.

S. Giorgio aveva costituito per tutta la vallata una chiesa davvero importante, un nodo di riferimento spirituale: nel Necrologio della Cattedrale di Ventimiglia si rammenta la morte, al 23-V-1346, di un presibterus Obertus Dulcisaqua prepositus vigintimiliensis canonicus = il 22-IX-1902 il Vescovo intemelio Ambrogio Daffra, edotto di queste scoperte su questa antichissima chiesa di Dolceacqua volle riportar la vetusta Parrocchiale al posto che le competeva, di collegiata retta da due canonici.
Il prelato precisò nel suo rescritto che da sempre la tradizione popolare aveva sostenuto questa condizione ecclesiale ma che per le tante guerre combattute in val Nervia se ne era perso ricordo nei documenti della Diocesi sicchè la chiesa di S. Giorgio privata dei suoi beni temporali aveva preso a languire.
E’ interessante quanto venne fatto scrivere dal Daffra:”in verità i templi dei pagani dal rito cristiano all’epoca della chiesa primigenia venivano aperti alla fede in Dio od anche sulle loro rovine vi si costruivano chiese novelle sì che la Sede Romana conserva l’usanza di nominare Vescovi su sedi antiche di cui non sopravvive che il nome”: l’Episcopo faceva riferimento alla storica abitudine ecclesiastica di riconsacrare i luoghi sacrali del paganesimo, innestando il culto in Cristo sulle vecchie religioni o ristrutturando in chiese templi diruti. Lo stesso suo riferimento alla convenzione della Sede Apostolica di nominar Vescovi in sedi ormai insignificanti seppur celebri nella Romanità o nel Medioevo accenna all’idea mai teoricamente esplicitata ma di fatto concretizzata dall’apostolato romano di quella sovrapposizione dei culti su siti storici cui si fa spesso riferimento nella presente indagine).
Da un precedente atto del notaio di Amandolesio si ricava che nel 1262 fu “preposito” di S. Giorgio tal Bonipar Donnavilla: il 27 maggio 1263 erano convenuti presso la sua chiesa Guglielmo Praello, Guglielmo medicus, Oberto Cassino ed Enrico Berno di Dolceacqua, procuratori degli uomini del borgo, onde dare procura legale a Rolando Advocato e Lanfranchino pignolo contro il capo ghibellino Fulcone Curlo.
La chiesa di S. Giorgio era quindi già vecchia nel Duecento, ma svolgeva funzioni importanti, anche sotto il profilo pubblico: il “preposito” di S.Giorgio risultava personaggio di rilievo sociopolitico superiore a quello di qualsiasi altro religioso della vallata.
Se i Francescani andavano oramai acquisendo credibilità fra le plebi rurali che li convocavano come giudici imparziali (furono arbitri l’1-III-1230 di una controversia fra Apricale e Pigna sui diritti confinari nell’asse viaria montana di Ansa e Marcola) le autorità continuavano a valersi di Benedettini e Canonici che godevano gran credito presso la Curia Romana e tutte le Corti (più o meno direttamente si deduce ciò dal fatto che solo il “preposito” di S.Giorgio Jacopo era a fianco del console di Dolceacqua Carlevario allorché il 16-X-1242 la loro comunità, nel castello di Portiloria alla foce del Nervia, aveva stretto un vincolo di alleanza col conte intemelio Emanuele contro la Repubblica di Genova).

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Cosio d’Arroscia (IM) tra impero romano e Medio Evo

cosio.arrosciaIl paese di COSIO D’ARROSCIA, paese di MONTAGNA in cui si identificano tracce di tipica ARCHITETTURA MEDIEVALE ligure d’alta quota, ha sicuramente origini molto antiche e la sua storia si coniuga strettamente con quella di PORNASSIO e dell’ALTA VALLE ARROSCIA. Per la posizione, le caratteristiche agronomiche e l’importanza di luogo di transito non è certo impossibile che in epoca romana sia stato sede di qualche azienda rustica romana di tipo servile se non proprio di una villa pseudourbana.

Il nome del paese in qualche modo può aiutare a ricostruire o comunque intuire le origini di questo insediamento storico.

Sul paese i primi dati pubblici, redatti da notai, sono legati a convenzioni per il bestiame, l’alpeggio e la transumanza che gli abitanti del luogo ritennero di dover stipulare coi paesi della val Roia e della val Nervia.

Come scrive la glottologa G. Petracco Sicardi il nome del paese è un prediale romano senza suffisso derivato dal gentilizio “Cusius” fissatosi quindi nel medioevo in una forma storica che risulta dalla citazione di un certo Lanfrancus Martinus de Cusiis in un documento pubblico del 1254: forma poi ricomposta al singolare nella toponomastica ufficiale come si ricava leggendo il nome in Cusio in un atto di poco posteriore rispetto al precedente, un documento cioè del 1274.
Queste considerazioni, come si va affermando sempre più a scapito delle passate interpretazioni storiche alquanto limitative, basano la loro efficacia sul principio ormai assodato che l’Impero di Roma nel suo fiorire abbia visto un insediamento abbastanza capillare del territorio italiano e che le massime autorità abbiano favorito lo sviluppo di aziende rustiche, agronomiche e zotecniche allo scopo di popolare tutte le aree economicamente fruibili.
 
Secondo alcuni interpreti il “CASTRUM COSII” avrebbe addirittura avuto origine dal COMPLESSO LIMITANEO contro le invasioni barbare eretto dai BIZANTINI e, chiaramente, in collegamento strategico con le basi greche del “limes greco” erette sul nodo strategico di PIEVE DI TECO [ed ARMO]: un riferimento a ciò – a detta di alcuni – sarebbe da individuare nelle tracce di una torre antichissima in seguito inglobata nel CAMPANILE DELL’ORATORIO DELL’ASSUNTA.

cosio1Tutte queste restano ipotesi suggestive ma resta fuor di dubbio che il territorio di COSIO (che costituì poi una “CASTELLANIA” coi borghi di MONTEGROSSO e MENDATICA) aveva molti fattori che non potevano sfuggire agli esperti di economia romana: quasi a capo di due valli (la valle Arroscia e la valle Tanarello nell’alto bacino del Tanaro), sito all’altitudine di 721 m.s.l.m. COSIO D’ARROSCIA è circondato dai monti delle Prealpi Liguri ed in particolare da vette importanti come ad ovest il Monte Fronté (che supera i 2000 m.) e quindi il Monte Monega verso sud ed ancora la CIMA PRATI COSIO verso nord.


E’ ricco di acque e i torrenti che ne percorrono il vasto territorio comunale (circa 4000 ha.) sono tra i meno inquinati della liguria e a testimonianza di ciò ospitano abbondanti quantità di trote ed anguille: gli ingegneri romani, teoricamente ed a ragione assertori di insediamenti che sorgessero presso corsi d’acqua puri e pescosi, non potevano aver trascurato queste osservazioni.
Peraltro, ancora oggi, il territorio di Cosio si segnala per una grande quantità di boschi: e ben si sa quanto, oltre che nell’età di mezzo, pure ai tempi della grande espansione demografica e edilizia del mondo romano si impiantassero aziende di sfruttamento per il patrimonio ligneo da utilizzare in molteplici campi, da quello dell’edilizia (per le travature delle abitazioni monofamiliari o condominiali) a quello nautico per avere sempre sotto mano legname pronto per i ricambi e soprattutto i restauri delle navi, soprattutto quelle da commercio, le onerariae.

L’insediamento demico che però si può tuttoggi ammirare è quello di un borgo medievale dotato di scorci din indubbia carica emotiva: come quello che permette allo SGUARDO DI “SEGUIRE” PER I CARRUGGI LA STORIA SECOLARE o come l’INTUIZIONE VISIVA CHE SCOPRE IL PAESE SUL CRESTONE CHE DOMINA LA VALLE TRA MENDATICA E PORNASSIO.

Ma anche uno sguardo da lontano permette di evocare, quasi dentro un ambiente naturale quieto come una favola buona, l’IMPIANTO DEMICO DI COSIO D’ARROSCIA e che, procedendo nell’indagine curiosa, arriva a scoprire, piccolo gioiello rustico, il MONDO DELLE CHIESE, “DOVE SI PREGA” e fra queste, oltre alla PARROCCHIALE DI S.PIETRO APOSTOLO [l’antica PARROCCHIALE DI S. PIETRO DEL FOSSATO sorgeva fuori del centro storico e ne restano solo i ruderi tra cui un’abside con tracce di affreschi del XV sec.] in forme tardo rinascimentali influenzate però dal gusto del barocco ligure, si scopre con un certo interesse il campanile dell’ORATORIO DELL’ASSUNTA probabilmente del XIV secolo ma che secondo alcune interpretazioni, e nonostante lo stile romanico che lo caratterizza, era forse in origine la TORRE dell’antico e scomparso CENTRO FORTIFICATO.

[NOTA BENE: gli STATUTI DI COSIO si conservano in un FALDONE a Camporosso presso la BIBLIOTECA “OBERTO DORIA”] 

 

da Cultura-Barocca

L’estremo Ponente Ligure agli inizi del Medio Evo

Il Teatro Romano a Ventimiglia (IM), Frazione Nervia - antica Albintimilium -, dove in una parte delimitata  venne eretta una chiesa paleocristiana, ormai scomparsa.
Il Teatro Romano a Ventimiglia (IM), Frazione Nervia – antica Albintimilium -, dove in una parte delimitata venne eretta una chiesa paleocristiana, ormai scomparsa.

Non è possibile affermare se dal IV sec., come in altre aree del Nord Italia in crisi socio-economica e poi anche demografica, si siano costituiti dei latifondi nel territorio ingauno ed intemelio: al riguardo mancano troppi dati. E’ più facile sostenere che dal V sec. la Chiesa (uscita con Costantino dall’illegalità), ormai sempre più collaboratrice di uno Stato sempre meno forte, abbia assimilato alcune di queste proprietà; e che ciò si sia verificato in occasione di crisi belliche o di carestie, quando molti fedeli donavano parte dei beni (spesso fondiari) alla Chiesa, ricevendone “tuitio” o patronato (cioè protezione). Nel V sec. le popolazioni della costa ligure presero poi a migrare verso l’interno, terrorizzate delle devastazioni dei Visigoti di Alarico (410) e dei Vandali di Genserico (429-435).
Nel 476 la LIGURIA MARITIMA venne incorporata nel regno di Odoacre; funzionari barbari amministravano le città, mentre gli antichi possedimenti erano depauperati di un terzo, assegnato agli “hospites” cioè a famiglie di barbari invasori.
Tutte le aree agricole tra Ventimiglia ed Albenga patirono questa sorte, in particolare quando si trattava di terre favorevoli a buoni insediamenti stabili. Non sussistono molti dati archeologici su queste trasformazioni (per quanto tracce di parecchi fondi rurali – “visitati” dalla buona età dell’Impero all’epoca medievale – siano stati rintracciati da ricerche nella valle del Nervia) comunque sia in media ed Alta Val Nervia (al pari che in quella dell’Argentina) si individuano (dai documenti più antichi reperibili sino ad oggi) cognomi provenienti dalla buona latinità o dalla grecità bizantina (come Balbo, Basso, Ceriani da una gente Coelia, Maccario/Macario, Filippi e via dicendo) posti a confronto (in un clima tuttavia ormai pienamente pacifico per quanto riportato dai più antichi atti scritti reperibili) con genti dai cognomi di derivazione germanica, che fanno riferimento a gruppi di invasori stanziatisi su territori rurali, trasformandosi spesso da guerrieri in agricoltori e pastori (si ricordino cognomi come “Arnaldi, Airaldi, Garibaldi, Lanteri, Lombardi” ecc.).  Qualche considerazione si può fare per le grosse VILLE RURALI (o “pseudourbane”) della bassa valle Argentina e site tra Sanremo, Riva Ligure e Bussana (della I e della III sopravvivono tracce archeologiche, sotto forma di ruderi di complessi residenziali e rurali). Ma se abbiamo queste referenze della villa “Matuciana” (in qualche modo matrice di Sanremo) e di quella di Bussana (forse nominata da una famiglia “Vibia”), altrettanto rilevanti dovevano essere le “ville imperiali”, circondate da fertili ed ampi territori (forse frutto di donativi terrieri a legionari), denominate “POMPEIANA” (donde poi si staccò il peculiare complesso di “TERZORIO”), “Porciana” (S.Stefano al mare), “Ceriana” (poco o nulla si può dire delle ville “Periana” e “Luvisiana” su cui N. Lamboglia dette vaghe supposizioni e, verisimilmente, di altre proprietà ruotanti intorno alla strada romana, la “STAZIONE STRADALE” sulla via Giulia Augusta – oggi l’Aurelia, grossomodo – nominata nelle carte imperiali “COSTA BELENI” o “BALENA” centro ingauno ai confini dell’area intemelia, sede di un certo inurbamento e di un interessante attivismo commerciale, per la presenza di un porto e la prossimità sia alla via di costa che a quella di penetrazione, per la valle Argentina, in Padania, oppure, con una deviazione da Baiardo, nel territorio di Ventimiglia romana). I fondi rurali di val Nervia, le ville suburbane che si succedevano da questo torrente, sin al territorio di Bordighera ed Ospedaletti, e le antiche VILLE del Tabia fluvius subirono delle trasformazioni marcate , peraltro accentuate dall’ostrogoto Teodorico, che, di fede ariana, procedette ad una spoliazione dei beni della CHIESA TRINITARIA DI ROMA.
Questa finì per dover appoggiare Bisanzio (nonostante l’ambiguo comportamento di imperatori come Costanzo II e Valerio, non estranei – per contrapporre il loro clero fedele a quello “troppo” autonomo di Roma – dal far concessioni a barbari ariani nel IV sec.). L’ambizioso GIUSTINIANO, che progettava la restaurazione dell’Impero di Roma, in cui anche la Chiesa occidentale fosse dipendente dallo Stato, colse l’occasione di riprendere l’Italia e Roma, che nell’opinione mondiale pur sempre erano ancora il “centro del tutto” : così i generali greci Narsete e Belisario, nel corso della GUERRA GRECO-GOTICA (535-553), riuscirono nell’impresa. Dopo la vittoria bizantina fu emanata la Prammatica Sanzione per cui Giustiniano restituì agli antichi proprietari le terre confiscate dai Goti. Fra tali conquiste si annoverò, senza dubbio, con la LIGURIA MARITIMA ITALORUM l’ancora importante base di Ventimiglia. Pochi fra i vecchi possessores erano superstiti e spesso non si trovavano neppure loro eredi: i Bizantini donarono poi alla Chiesa, nel caso alla Diocesi di Genova, quei territori che risultavano ormai privi di legittimi padroni o pretendenti. Gli storici hanno visto in tali concessioni una contropartita per l’atteggiamento filobizantino dei Vescovi genovesi durante la GUERRA GRECO-GOTICA, nel corso della quale i re goti Totila e Teia si scontrarono contro formidabili ma feroci truppe greco-bizantine, spesso reclutate tra selvaggi popoli di frontiera, vassalli dell’Impero orientale: come un proverbio (riportato da Paolo Diacono) per decenni – viste le angherie fatte da contingenti greci alla popolazione locale, serpeggiò fra gli indigeni la frase che “era meglio esser servi dei Goti che alleati dei Greci”.  Per comprendere queste REGALIE BIZANTINE alla Chiesa di Genova bisogna tenere conto delle condizioni socio-politiche e della radicale trasformazione dei contingenti greci in truppe di occupazione più che di liberazione. All’ epoca dello SCISMA TRICAPITOLINO, nel 537 Giustiniano, volendo accentuare il controllo sull’ episcopato italiano che cercava di sfuggire al controllo dei suoi ministri e governatori, costrinse Papa Vigilio a condannare i Tre Capitoli (le dottrine di Teodoreto di Ciro, Teodoreto di Mopsuestia, Iba di Edessa), le quali stavano alla base del cristianesimo trinitario occidentale e vennero sancite dal Concilio Calcedonese del 451. La Liguria costiera o Maritima Italorum aderì alla condanna dei “Tre Capitoli”, anche perchè quasi obbligata dalla dominazione bizantina (gran parte dell’Italia dal 568 passò invece sotto il controllo dei Longobardi). A Genova dal 569 risiedeva il fuggiasco arcivescovo di Milano, che, allacciati contatti con le filo-greche Roma e Ravenna, condannò quella dottrina dei Tre Capitoli, che gran parte d’Italia, Milano compresa, professava. L’atteggiamento della Diocesi genovese indusse i Bizantini, bisognosi di alleati, non solo a compensarla ma a potenziarla, in previsione di una sua contrapposizione alla Diocesi milanese. Nell’area fra “Albintimilium” ed “Albingaunum”, in particolare nei territori di “COSTA BELENI” le donazioni alla Chiesa genovese furono di rilievo.

da Cultura-Barocca