Vallecrosia: agli albori di una scuola pubblica

Vallecrosia: scorcio del centro storico di Vallecrosia Alta con la Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio abate

Nel borgo di Vallecrosia, ancora ai primi del XIX secolo e come in altri paesi liguri, non esisteva una scuola comunale (cioè una scuola amministrata coi fondi dell’amministrazione comunale), ma, dal 1632, una Scuola Pubblica di leggere, scrivere ed elementi di Lingua Latina (questi ultimi impartiti a pagamento e su richiesta). 9 allievi su 32 nel 1822: con pochi soldi, da 30 anni, il Parroco Pasquale Aprosio teneva scuola con buoni risultati ed era benvoluto! Fu lui che, in margine ad una Circolare dello Spinola, Vice Intendente di Sanremo, con cui (21-IX-1820) si chiedeva quali siano i Libri d’Insegnamento de’ quali si fa uso nelle Scuole elementari, scrisse con preziosa grafia: L’Alfabeto, ovvero Salterio così detto comunemente, l’Uffizio della Beata Vergine, Rudimenti della Lingua Latina, Gramatichetta, La Grammatica Porresi, Cornelio Nipote (pubblica lettera in “Archivio storico del Comune di Vallecrosia – Libro della corrispondenza”, ad anno 1820.
Ora, in base alle Regie Patenti del 23 Luglio 1822 le scuole comunali e di latenita sarebbero state incompatibili: ma si cercò di conservare lo stato delle cose ed il lavoro per il buon Aprosio, anche perché a Vallecrosia sarebbe impossibile dividere le due scuole perché non vi sarebbe chi volesse incaricarsene per una sì modica paga (verso la fine degli anni ’20 però gli eredi obbligati a far rispettare il legato entrarono in disaccordo fra loro e con il Comune e smisero di versare il dovuto per il mantenimento della scuola obbligando l’amministrazione ad aprire un contenzioso: la lite durò a lungo e, fra mille compromessi e momentanee soluzioni, una risoluzione definitiva dell’istruzione in Vallecrosia si raggiunse solo con le pubbliche, ottocentesche e globali, trasformazioni dell’istruzione: vedi di seguito la Petizione dell’Amministrazione di Vallecrosia all’Intendente della Provincia del 1828).

da Cultura-Barocca

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Prima della moderna Via Aurelia

La Torre Grimaldi di Ventimiglia, da secoli posta su di un confine, oggi con la Francia

Marco Foscarini, ambasciatore veneto a Torino nel 1743, in una operetta manoscritta, parlando della strada litoranea annotò: “ La strada alla ripa del mare è angustissima e dominata dagli Appennini, dove s’incontrano frequenti passi impraticabili per una armata e li soli paesani, essendo gente armigera, bastano a guardarli“.

Una turista inglese, lady Blessington, desiderando nel 1823 compiere un viaggio da Nizza a Genova scrisse: “Siccome noi sentivamo una grande contrarietà a viaggiar sopra una feluca, determinammo di procedere verso Genova attraverso la strada detta Cornice, che ammette due modi di trasporto: la sedia con portatori o il dorso del cavallo, o meglio il dorso del mulo…Non vi può essere un modo più piacevole di viaggiare che sul dorso dei muli. Il loro passo e l’ambio, un modo intermedio tra il rapido e il trotto. Non è affaticante, gli animali hanno un piede così sicuro che non fanno un passo falso anche sulla peggior strada. La nostra compagnia comprendeva 13 persone e ad esse erano addetti due mulattieri, il cui compito era quello di frustare i muli ed allontanarli da quella parte della strada che era considerata pericolosa. E’ penoso vedere questi poveri uomini che trottano su e giù lungo la comitiva sotto i raggi del sote che è realmente bruciante sebbene siamo soltanto alla fine di marzo. La strada talvolta diverge dalla riva del mare e passa su burroni fittamente boscosi il cui tappeto erboso pestato dalle zampe dei muli esala un delizioso odore di timo silvestre e altre piante aromatiche che qui crescono in abbondanza. Ma il mare raramente è perduto di vista per più di quindici minuti ed il ritorno ad esso fa sempre piacere. Fino a che non vidi il Mediterraneo, non avevo altro aggettivo per il mare che sublime, ma qui è bellissimo“. La passione esotico-turistica della nobildonna inglese tendeva ad esaltare la natura ligure-mediterranea ma, sotto il profilo più prosaicamente utilitaristico, permette di evincere oggi che la napoleonica STRADA DELLA CORNICE nei primissimi anni ’20 del XIX secolo non aveva la strutturazione di un’arteria di vera utilità: non erano quindi granché cambiate le condizioni viarie da quando PIO VII rientrando in Italia dalla prigionia a Fontainebleau, nel 1814, attraversò la riviera ligure su una portantina.

Quando Napoleone cadde, la strada fu abbandonata e andò abbastanza velocemente in rovina data la carenza di pronte riparazioni. L’occasione di riattarla si presentò tuttavia nel 1826, quando fu prospettata l’eventualità che Carlo Fellce vi transitasse.
Carlo Felice, diventato re di Sardegna dopo l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I nel 1821, avrebbe dovuto raggiungere NIZZA partendo da GENOVA: in un primo tempo, tra l’aspettativa generale, si ipotizzò un innovativo viaggio per la strada corriera della Cornice ma quasi subito si apprese ovunque, da lettera del Governatore Generale della Divisione di Genova del 4/XI/1826, che il corte regale avrebbe proceduto su vascelli della flotta, partendo dal porto di Genova.
Nella stessa missiva, seppur fra vari punti interrogativi, si avanzava comunque l’ipotesi che il ritorno per il ritorno da Nizza potesse invece avvenire per via di terra.

In funzione dell’ipotesi di un VIAGGIO REGALE si inaugurarono frenetici lavori per riattare la già cadente strada della Cornice, lavori che, data la ristrettezza del tempo a disposizione, furono portati avanti anche nei giorni di festa e alla domenica stessa.
In data 16/XII/1826, venne tradotta alle autorità di Oneglia un’epistola del Governo Generale della Divisione di Nizza che sembra preludere ad un effettivo viaggio di ritorno di Carlo Felice e della consorte Maria Cristina seguendo la via di terra e conseguentemente il tracciato della Strada della Cornice:
Sembra fuor di dubbio che le Loro Maestà, partendo da Nizza per far ritorno in Genova, passeranno per la strada del litorale. Quindi con questo corriere raccomando a codesto signor Intendente di dare tutte le possibili disposizioni affinché la strada Provinciale sia sollecitamente riattata in modo che non presenti alcun pericolo ed offra un comodo passaggio in carrozza agli augusti personaggi. Due o tre giorni prima della partenza dei sovrani spedirò questo Signor Ispettore del Genio Civile a riconoscere lo stato delle strade. Intanto io mi lusingo che ta Signoria Vostra Illustrissima di concerto col prefato signor Intendente non lascerà nulla d’intentato, affinché, per quanto è possibile non vi sia alcuna cosa a desiderare. Quanto alle pubbliche dimostrazioni di gioia, che le Comunità della Provincia vorranno senza dubbio esternare per festeggiare la fausta circostanza del passaggio delle Loro Maestà io esorto la Signoria Vostra Illustrissima a non apporvi altro limite che quello dell’ordine, di cui hanno in ogni occasione dato prove ed a secondarne lo slancio in tutto ciò che non potrà essere causa di turbamento o sconcerto. Però siccome la strada Provinciale non è molto spaziosa, e che ogni benché minimo fragore spaventerebbe i cavalli e produrrebbe inconvenienti io Le ingiungo così di proibire severamente ogni sparo di mortaretti, fucili od altra arma qualunque al tempo del passaggio delle Loro Maestà“. Il 23 dicembre il senatore Giacomo Antonio Melissano da Nizza scrisse quindi al sindaco di Oneglia d’aver fatta pressione al fine che Carlo Felice optasse per il persorso litoraneo della riviera “potendo col mezzo della portantina supplire in alcuni punti all’incomodo e alla difficoltà della carrozza“.
Nella Storia della città e del principato di Oneglia del Pira al proposito di questa circostanza si legge poi: “Questa civica amministrazione assicurata che Sua Maesta avrebbe qui pernottato, tutti i possibili preparativi ordinò per ben riceverla. Fu scelto per suo alloggio il casamento della famiglia Belgrano, siccome avente a mezzogiorno un’ampia loggia, ove lo sguardo piacevolmente si spazia sul mare, e situato sulla piazza S. Francesco di Paola, in facile comunicazione con i casamenti laterali. Non starò ad accennare ad una ad una le dimostrazioni di giubilo a cui preparavasi questo popolo innamorato del suo re. Non devo per altro tacere che una marittima illuminazione formata sopra dei battelli doveva rappresentare la figura del nuovo porto a cui si aspira“. A disilludere tutti intervenne però una seconda lettera con cui ancora il senatore Melissano, il 25 dicembre troncò le aspettative da lui stesso suscitate: “…purtroppo il re non passerà per via terra…“.
La delusione fu considerevole e solo parzialmente venne dissipata la convinzione di stare realizzando un’importante opera pubblica: così i lavori sulla strada litoranea continuarono sino a quando la Vice Intendenza informò il 24/I/1827 che erano stati ultimati.
Da questa data in effetti si può in effetti datare l’efficienza della moderna STRADA DELLA CORNICE pur riconoscendo i meriti e le intuizioni di Napoleone I, senza la cui moderna capacità di prevedere le esigenze future probabilmente la Liguria avrabba ancora tardato a riavere un’efficiente asse viaria.
E nonostante tutto rimasero vari lavori da completare.
Per esempio nel Ponente estremo il tratto di STRADA DELLA CORNICE che portava dal torrente Nervia al fiume Roia venne CONCLUSO solo anni dopo, precisamente nel 1836.
Parimenti nell’areale di Oneglia sia il TORRENTE PRINO che il TORRENTE IMPERO dovettero ancora essere superati per via di un GUADO. Ci vollero ancora 20 anni circa prima che l’impresario Giordano realizzasse il PONTE SUL PRINO e parimenti occorse parecchio tempo affinché il TORRENTE IMPERO risultasse superabile in forza del PONTE SOSPESO costruito da Luigi Bonardet.

da Cultura-Barocca

L’Ospedale De Arena

Il grande OSPEDALE DE ARENA, per quanto si ricava da diversi documenti, doveva avere due sedi, una nell’attuale Ventimiglia (IM), nella prebenda alla sinistra del Nervia (nell’edificio ad ovest del locale Consorzio Agrario, dove si sono individuate tracce di IMPIANTO MURARIO a celle del medioevo) e l’altra nel territorio di Vallecrosia (IM),  della “TERRA DEI FRATI o VIGNASSE”  presso la chiesa di S. Vincenzo e S. Rocco (oggi di S. Giovanni), ove agli inizi del secolo scorso si rinvennero tracce di un approdo marittimo medioevale. Mentre poco più a Nord, in edifici delle proprietà Nari e Renosi, durante lavori sterro furono scoperti di recente resti murari medioevali ed un’architettura di ordine monastico a celle comunicanti, reperti di un forno e di lavatoi della stessa epoca (per quanto da leggere topograficamente, si ricorda atto -14\IV\1305- per cui “Rubaldo di Lavagno pellicciaio e Bonommo suo figlio, vendono a Oddone Ferrari ed altri una casa posta in Vallecrosia sul suolo del monastero di S.Siro di Genova” in A.S.G., Archivio Segreto, Buste Paesi, n.g.364; B.DURANTE-F.POGGI-E.TRIPODI, I graffiti della storia…cit., p. 155, nota 31 e sez. IV,1= in tale area pseudomonastica fin ad alcuni decenni fa stava una casa ora demolita in proprietà Nari, sopra la chiesetta romanica di S.Rocco, con l’aspetto architettonico della domus fortificata genovese dai paramenti esterni a scarpa; furono pure lette due date incise, del 1410 e del 1517, in un muro edificato verso il ‘500 sopra lo stesso presunto corpo monastico. E’ pensabile che il complesso, conclusa l’esperienza cenobitica, fosse rientrato nelle fortificazioni militari repubblicane contro i Catalani (particolarmente nel periodo in cui questi contesero a Genova il controllo della Corsica) e che sia stato alterato nel XVI sec. come Torre antiturchesca in collegamento visivo con quella da combattimento in Vallecrosia-costa, il Torrione, e colle Casette a Sud-Est del borgo medioevale, dove tra il 1816 e ’24 si rinvennero reperti medioevali su strutture romane= A.C. Vallecrosia, Registri delle Deliberazioni comunali, anni 1816-24).
Sulla base di 2 atti del 24-VIII-1262 (di Amandolesio, doc. 488-9) si evince che per giungere da questo “Ospedale de Arena” alla casa episcopale di Ventimiglia, procedendo con moderazione, poteva occorrere più di un’ora: l’arco cronologico si è ricostruito seguendo il tragitto fatto, evidentemente su una lettiga o portantina, dalla direttrice ed amministratrice del ricovero, tale Alamanna che, mortalmente malata o ferita, si era fatta condurre presso il vescovo Azone Visconti nella Canonica della Cattedrale intemelia, onde trasferire la sua carica al marito confrater Giovanni Cavugio (la vaga ma percettibile indicazione del superamento di due corsi d’acqua avvalorerebbe vieppiù l’ipotesi di una provenienza dal sito vallecrosino).
La transazione dei poteri dovette avere il consenso dell’arcidiacono Nicolao, del sacrista Ottone, del Preposito Rainaldo, del canonico Iacobus de Unelia; la presenza di Vescovo ed Arcidiacono era istituzionale come quella del Sacrista (questo non aveva prebende ma percepiva dagli altri Canonici 30 soldi di genovini alla Festa di S. Martino pei suoi diritti su tutte le proprietà; doveva presiedere ad ogni atto pubblico o privato che le concernesse ed era l’unico esponente del Capitolo la cui carica risultasse annualmente elettiva, durante la festività dell’Epifania). La presenza dei soli canonici Rainaldo e Iacobus documenta invece che le sedi dell’Ospedale de Arena eran 2 e locate sulle loro 2 prebende, quelle “dal Nervia a Bordighera” e “dallo stesso torrente al fiume Rodoria(Roia)”.

Per ricostruire la TIPOLOGIA di queste STRUTTURE DI RICETTO E CURA bisogna rifarsi alle strutture superstiti di cui si ha certezza come nel caso della COMMENDA DI S.GIOVANNI DI PRE’ A GENOVA.
Verisimilmente erano distinte in due aule, non comunicanti tra loro: una riservata agli ammalati veri e propri e l’altra ai pellegrini in cerca soltanto di riposo.
Una successione di giacigli (i “sacconi” come si legge nei documenti del XIII secolo) serviva per ospitare malati e pellegrini: questi verisimilmente potevano poggiare su delle panche o delle NICCHIE ricavate nel muro il loro modesto bagaglio.
Qualche rilevazione in effetti si può produrre anche per gli OSPIZI DEL VENTIMIGLIESE nè si deve obbligatoriamente uniformare in assoluto la tipologia di tutti gli OSPIZI ad un superstite tipo iconico: è comunque plausibile ritenere -stando alla logistica ed alla tradizione locale- che i retsi di una struttura ospedaliera fossero da ravvisare in un COMPLESSO PRESUMIBILMENTE MONASTICO al terminale della VALLE DEL CROSA, nella zona dei PIANI, in prossimità dell’antica chiesa e prebenda di S.VINCENZO-S.ROCCO, in linea quindi coi resti della VIA ROMANA -fino a non molto tempo fa testimoniati da un GUADO nel corso del Rio Verbone o Crosa ed in rapporto ad una costa che conobbe una sua vita marinara antica -come si evince da vaghi segnali archeologici.
Non è certo da escludere la promiscuità date le limitate potenzialità terapeutiche e tenedo peraltro conto delle consuetudini medievali.
A prescindere dalla buona volontà, e dalle prime nozioni teoriche apprese dagli Arabi interpreti della grande medicina greca molti interventi curativi erano affidati all’improvvisazione senza una reale valutazione delle eziologie e delle patologie.
Anche per questo dei buoni sacconi cioè dei giacigli comodi erano, per tanti sciagurati, un primo importante intervento per dare almeno del sollievo.
Tuttavia per i “confrari” ed i laici che gestivano queste strutture un importante contributo venne dai MONACI BENEDETTINI che in quest’epoca stavano sviluppando la grande esperienza agronomica della GRANGIA e che scoprendo dai libri antichi (che andavano salvando come quello di Pedanio Dioscoride medico e letterato romano) i rudimenti delle terapie e soprattutto l’ERBORISTERIA RAZIONALE se ne fecero interpreti allestendo i primi davvero efficienti laboratori di DISTILLERIA e, dopo un breve periodo di transizione, fecero in modo che varie conoscenze erboristiche pervenissero anche a persone estranee al loro Ordine, compresi gli ancora titubanti MEDICI.
Per quanto lo scorrere dei secoli abbia prodotto indubbi mutamenti, le differenze fra le vecchie e le nuove istituzioni ospedaliere non dovettero essere consistenti: del resto per lungo tempo il giudizio della MALATTIA oscillò fra credenze e pallide proposte di indagine razionale.

da Cultura-Barocca