Sulla distruzione del Castello di Dolceacqua (IM)

L’analisi sistemica del castello di Dolceacqua ha permesso di enucleare almeno quattro fondamentali interventi architettonici, il primo dei quali è stato datato, un pò genericamente, fra i secoli antecedenti il Mille e la II metà del Duecento: vi si riconobbe un piccolo complesso feudale, con MASTIO angolare a pianta quadrata e cinta difensiva turrita con evidenti derivazioni dai fortilizi di guardia altomediovali.

A prescindere dalla peculiarità che il tipo strutturale della torre circolare sia comparso nel settentrione italiano solo nel XV sec. mentre nel Lazio era stato un retaggio della DOMINAZIONE BIZANTINA e del sistema difensivo militare su cui vertevano sia Esarcato sia la Pentapoli: bisogna comunque precisare che la torre cilindrica del forte di Dolceacqua non svolse mai funzione di MASTIO ma appartenne ad una struttura difensiva perimetrale propria del rifacimento della più antica cinta muraria conosciuta.
In base alle ultime ricerche si può affermare che il fortilizio di Dolceacqua, nel XII sec., doveva già essere il risultato di varie stratificazioni murarie: fra i relitti delle costruzioni precedenti risulta significativo il basamento di una più antica torre quadrata mentre vari ambienti per servizi, scoperti a Nord del cortile, fanno ipotizzare l’ arcaica esistenza di un piccolo organismo militare che si avvaleva in origine della protezione naturale offerta in gran parte dallo strapiombo a picco del colle.
La genesi morfologica di quanto è ricostruibile su tale struttura rimanda per vari aspetti ai connotati del sito difendibile con pochi uomini purchè provvisto di un meccanismo di approvvigionamenti (ed in questo caso si deve segnalare la cisterna, per il rifornimento idrico, del più antico cortile): in linea comparativa con la struttura limitanea greca di Campomarzio, è sostenibile che negli strati inferiori del castello di Dolceacqua possa occultarsi una GENESI BIZANTINA, tenendo anche conto del fatto che gli ingegneri imperiali di Costanzo, per ovviare alle carenze di organico militare, progettavano i fortilizi del Limes in modo da sfruttare al massimo le posizioni strategiche e le protezioni naturali del terreno (secondo la tecnica romana delle fortificazioni limitanee nei Balcani, laddove castelli e forti stavano a guardia di inaccessibili passi e gole, rimanendo in contatto fra loro per via di un controllo capillare delle strade montane).

Il castello di Dolceacqua proprio perchè dominava la valle del Nervia, con enormi vantaggi militari per chi lo occupasse, patì DIVERSI ASSEDI con armi specifiche di cui è rimasta menzione in alcuni CODICI DISEGNATI E MANOSCRITTI.

Nel 1181 il castro dolceacquino venne ricordato, assieme a quello di Barbaira (Rocchetta), dal conte Oberto di Ventimiglia che, essendo in guerra coi suoi cittadini, espresse pubblica lagnanza pei danni arrecatigli dai ribelli in questa parte del contado: è interessante notare che suo figlio, quasi avesse seguito un percorso strategico, per sfuggire ai nemici aveva abbandonato al saccheggio il castello di Dolceacqua onde rifugiarsi coi suoi in quello di Rocchetta Nervina: dopo una nuova sconfitta, sceso in val Roia, s’era trincerato nel forte comitale di Sancta Agneta (S.Agnes) ove fu ancora sconfitto dai ribelli, che tra l’altro uccisero il castellano del luogo, 3 uomini ed una donna.
Nell’agosto 1454 e nell’aprile 1458 il Castrum Dulcisaquae patì 2 altri assedi, ad opera dei Guelfi, appoggiati dai Signori di Monaco: in occasione dell’ultimo, come si evince da un atto del notaio Giraudus, gli Ufficiali di Guerra intemeli, che (oltre alle solite BALISTAE ed ONAGRI) avevan portate alcune BOMBARDE o rudimentali bocche da fuoco, allo scopo di prendere il castro fecero scavare un fosso che correva sulla sponda sinistra del Nervia dalla barbacana (terrapieno difensivo della cinta muraria) in direzione Sud.

Delle prime BOMBARDE si ha notizia già nel XIII sec. ed erano fatte di verghe di ferro disposte come le doghe delle botti e saldate e rinforzate esternamente da cerchi di ferro> in tempi successivi vennero fuse in ferro, bronzo od altre leghe metalliche (erano costituite di due parti: la tromba in cui si metteva la palla in pietra , od anche vario materiale contundente, e la posteriore -detta gola o coda- dove stava la carica di lancio. Vista la data dell’assedio è fattibile che si trattasse di un’arma già più evoluta -con il termine bombarda si indicò generalmente l’artiglieria fino all’avvento del cannone a fine ‘400- e, tenendo conto che ci si riferisce a truppe assedianti è fattibile che le nominate bombarde corrispondessero alla tipologia del mortaro o trabocco tipico delle forze di terra impegnate in un assedio: non è da escludere invece che il castello avesso una dotazione di spingarde a mascolo: il nome spingarda dapprima indicava artiglierie sottili e ad anima lunga e quindi passò ad indicare armi da fuoco portatili a canna più lunga dell’ordinario, quasi sempre a mascolo cioè incavalcate su affusti a ruote.
Dal documento notarile emerge quello che sarà un difetto costituzionale del Castro, ideato in tempi antichi per ben altre armi: se nel XV sec. già preoccupavano le Bombarde che scagliavano per breve tratto ed imprecisamente i proiettili di pietra, è evidente che il fortilizio sarebbe stato inerme difronte alla buona artiglieria con cui i Gallo-Ispani avrebbero poi tormentata Dolceacqua nel XVIII sec.

La DISTRUZIONE DEL CASTELLO di Dolceacqua, nonostante i diversi assedi patiti nei secoli, risale al periodo della guerra di successione al trono imperiale austriaco di metà ‘700 quando, nell’ambito di questo conflitto europeo e coloniale, il fronte occidentale assunse un rilevo straordinario nella contesa tra le armate congiunte di Francesi e Spagnoli, [per cui Ventimiglia medievale divenne in vari momenti una sorta di fronte avanzato e fortificato] protette sulla costa ligure dalla flotta inglese, e gli eserciti di Austria e Piemonte (Regno di Sardegna) i quali, dopo varie difficoltà, avrebbero realizzato e controllato un vasto sistema di fortificazioni che procedeva dal pignasco, si potenziava sulle alture di Dolceacqua e si estendeva verso la foce del Nervia [entro cui eressero postazioni di batterie, realizzandovi anche un “bastione militare detto di San Pietro” e le cui sponde collegarono per via di un ponte ligneo, disposto sfruttando certe isole nel torrente, che permetteva loro di stare in contatto con la ridotta Guibert, l’agro dei Piani di Vallecrosia ed i quartieri militari di Bordighera] il Campo di Nervia ove [a causa di tonnellate di sabbia trasportata per secoli dal vento e poi per i ripascimenti di un vasto terreno agricolo divenuto verso metà del XIII sec. Prebenda del Capitolo della Chiesa Cattedrale di Ventimiglia medievale] stavano sepolti i resti della Ventimiglia romana.

Dal Theatrum Sabaudiae, Amsterdam, 1682 in B. Durante-R. Capaccio “Marciando per le Alpi…” , Cavallermaggiore [Gribaudo-Paravia], 1993

Dal Theatrum Sabaudiae, Amsterdam, 1682 in B. Durante-R. Capaccio “Marciando per le Alpi…” , Cavallermaggiore [Gribaudo-Paravia], 1993

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ma con la distruzione del castello, giunse anche quella di uno dei suoi gioielli dell’epoca signorile, quel GIARDINO RINASCIMENTALE, cui dal castello si accedeva tramite il ponte sul Nervia. Il GIARDINO -per la cui manutenzione si era ultimamente fatto ricorso agli insegnamenti tanto di M. Bidet, “uffiziale” della Corte di Francia quanto di Fra Agostino Mandirola… nel XVII sec. questo GIARDINO era uno dei pochi luoghi del Ponente di Liguria in cui erano coltivate piante che si sarebbero affermate a fini alimentari dal sec. XVIII come il “Pomo di Terra” e il “Pomo d’Oro”. A Dolceacqua fu emotivamente legato il secondo bibliotecario dell’Aprosiana di Ventimiglia (IM), quel Domenico Antonio Gandolfo, che altresì si interessò di erboristeria – fitterapia e che del giardino rinascimentale e d’alcune esperienze botaniche parlò in un suo rescritto definendolo un nuovo “GIARDINO DEL PIACERE”]

Dal piano del Campo le fortificazioni austro-sarde giungevano sin alla loro testa di ponte ricavata nel fortificato (tra 1746-’47) Convento di S. Agostino nell’attuale sito di Ventimiglia moderna mentre altre fortificazioni, nel pieno della guerra e dopo le grandi opere di edilizia militare portate avanti dagli austriaci, si ramificarono ovunque provenendo dall’area del Convento di Dolceacqua e seguendo antichi tragitti, provvisti di complessi bellici di difesa o di attacco snodantisi fin al sistema montuoso minacciosamente gravitante su Ventimiglia di Maure/Siestro/S.Giacomo e già usato ai tempi della conquista genovese della città.
Nei primi anni della guerra, ai tempi dell’avanzata dei Francesi e degli Spagnoli, che facilmente conquistarono Ventimiglia [a scapito delle forze nemiche ma anche della repubblica di Genova, ambiguamente neutrale quanto strategicamente importante, soprattutto indifesa e con un Dominio destinato ad esser percorso più volte da eserciti stranieri in guerra da loro e causa di danni gravissimi] il GENERALE SPAGNOLO MARCHESE LAS MINAS fu il vero “DISTRUGGITORE” del CASTELLO di DOLCEACQUA che costituiva ormai un sistema fortificato del tutto superato e rispondente piuttosto ai criteri bellici del rinascimento.
Esso era difeso mirando infatti soprattutto alla protezione del ponte sul fiume e non delle colline circostanti. Sui bastioni si potevano contare tre cannoni in bronzo, due “sagri” o “colubrine” (armi tipiche del XVI secolo che sparavano palle in ferro del peso di 12 libbre), un mortaio, quattro spingarde calibro 15.
Gli uditori generali sabaudi prevedendo degli attacchi a questa principale difesa del Marchesato avevano fatto dotare il castello di artiglieria pesande provvedendo pure all’eliminazione dei loggioni rinascimentali sì che il bel maniero era di fatto divenuto una fortificazione in cui avevano sede anche le aule del tribunale, delle carceri e dell’autorità sabauda come è annotato alla nota 23 di p. 67 del volume MARCIANDO PER LE ALPI….

Forte del suo ruolo di comandante dell’armata spagnola, per dare ai nemici in ritirata una prova d’efficienza bellica (mentre si dava con 3670 soldati iberici al loro inseguimento sin alla sabauda ONEGLIA che prese ma dove però gli Austro-Sardi lo fermarono tenendo ben saldo il controllo dell’entroterra) il Las Minas il 7-V-1744 ordinò ad una colonna di 800 uomini (forniti di una moderna ARTIGLIERIA DA CAMPAGNA), proveniente da Sospel, di calare su Dolceacqua e prenderne, anche distruggendolo, il castello a guardia della via del Nervia e difeso da una guarnigione di piemontesi al servizio del Sabaudo Conte Rivara [il Marchesato di Dolceacqua abbandonata una politica ambigua che lo collocava tra Genova, cui per tradizione appartenevano i Doria, ed il forte Stato Piemontese dei Savoia in espansione verso la costa ligure ponentina] oltre che potenziato da una postazione d’artiglieria, purtroppo fissa e non quindi in grado di spostare il tiro su eventuali bersagli in movimento o siti fuori del suo raggio d’intervento.

Tre MODERNE BATTERIE DI CANNONI SPAGNOLI DA CAMPAGNA, per un giorno e quasi indisturbate, bombardarono DOLCEACQUA e il CASTELLO: le batterie erano state ben disposte, in modo da sviluppare un micidiale fuoco incrociato.
Esse sparavano dal sito del Convento dolceacquino, ove la colonna era giunta subito, e dalle postazioni, successivamente raggiunte, del monte Bottone e della chiesa di S. Giorgio.
I danni si rivelarono presto ingenti e lo stesso giorno dell’attacco (17 maggio 1744) il Conte Rivara ritenne conveniente arrendersi, visto anche che non solo il forte ma anche molte case venivano colpite e mutilate con perdite umane.
Franco-Spagnoli ed Austro-Sardi si sarebbero poi ripetutamente contesa la base militare del castello di Dolceacqua, in un alternarsi di avanzate e fughe più o meno ragionate in funzione dell’importanza strategica degli itinerari che ad esso conducevano.
Di questo percorso che collegava VENTIMIGLIA con AIROLE QUASI A GUARDIA DELLA VAL ROIA/ROJA E DI CUI VENTIMIGLIA ERA DETTA “CONSIGNORA” e quindi, naturalmente, con DOLCEACQUA E LA VALLE DEL NERVIA per immettersi sulla DIRETTRICE NERVINA VERSO L’OLTREGIOGO si valse, seppur a ritroso, durante la guerra di successione al trono imperiale il re piemontese CARLO EMANUELE III.
Passando per Dolceacqua [momentaneamente ripresa] con 2000 soldati il 10 ottobre 1746, osservando i ruderi del castello dal sito del Convento di Nostra Signora della Muta (Mota), mentre appunto prendeva la diramazione per Ventimiglia e la strada del Roia, si rese conto della sua inefficienza (e quindi dell’inutilità di un possibile restauro) contro i moderni cannoni e decise di farlo smantellare come baluardo militare.
Sapeva bene il condottiero piemontese che per la strategia del suo tempo erano necessarie, in quei siti, fortificazioni d’altura, certo meno pittoresche ma più efficienti e che egli fece lestamente realizzare dagli ingegneri di guerra Guibert e Rombò e che furono poi abilmente gestite dal condottiero germanico al servizio dei Savoia, Barone di Leutrum.

da Cultura-Barocca

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La vita quotidiana ad Albintimilium

Ventimiglia (IM) – scavi delle Terme di Albintimilium

Ventimiglia (IM) romana [Albintimilium] era punto d’incontro, sistema dove interagivano vari meccanismi commerciali.

L’incremento demografico e l’aumento di benessere sono da connettere, tra I e III secolo d.C., al suo ruolo di nodo viario commerciale.
E’ quindi evidente che, pur contro il giudizio dei benpensanti, vi si radunassero persone di dubbia reputazione, affaristi e cambiavalute, che vi soggiornassero mulattieri e sgualdrine.
L’economia della città ruotò su questo sistema di scambi e, viceversa, la città entrò in crisi nel IV secolo d.C., perchè, a parte i saccheggi veri o presunti, nell’economia generale dell’Impero, coll’arresto di molte iniziative commerciali, essa perse parecchi dei suoi ruoli antichi e non le giungeva più la linfa vitale di un discutibile brulicare di umanità impiegata nel settore economico o comunque legata, anche in modo parassitario, a tale organismo, portatore di un benessere che le era negato dalla terra, da un mare non ricchissimo, dall’assenza di grosse imprese locali: il porto e la via Julia Augusta segnarono i destini di Ventimiglia, nel bene quanto nel male (V.R.2, intr., passim e pp. 90-101).

In epoca romana i traffici erano assai più intensi, sia per l’economia aperta sia per la peculiare posizione frontaliera, sotto la veste portuale e viaria, del municipio di Albintimilium.

Il nodo principale del traffico era verisimilmente alla Mansio di Lumo o Lumone, segnata dall’Itinerario Antonino a X miglia dalla città nervina ed identificata dal Lamboglia in resti murari d’epoca romana ritrovati nella zona di Cap Martin, su una linea longitudinale dove si ebbero reiterate scoperte di monete di via d’epoca imperiale ma di tempi diversi: segni non vaghi di un lungo traffico stradale.
Era forse questo il luogo dove si pagava la dogana di passaggio dall’Italia alla Gallia, ma, a prescindere dal dettaglio, e certo che tutti questi siti furono coinvolti da un cospicuo passaggio di trasportatori ed operatori commerciali.

Nel centro urbano di Nervia il porto convogliava un ulteriore movimento di prodotti, i quali solo parzialmente si vendevano in area municipale, ma venivano variamente smistati, secondo la provenienza, verso le Gallie, l’Italia centrale o subpadana.

Un’autentica marea di commercianti, di esportatori ed importatori, soprattutto di conduttori di veicoli e di marinai, doveva necessariamente usufruire di ospizi ove fermarsi, di uffici dove contrattare e di spacci ove rifornirsi.

Secondo la Lex Iulia Municipalis (C.I.L., I, 206 = DESSAU, 6085) era vietato di giorno il traffico dei cocchi ma non quello dei carri pesanti che portassero materiale per la costruzione dei templi o di opere pubbliche; così mentre i plaustra da trasporto, carichi di sale e varia merce, si spostavano di notte, i muli carichi e i facchini, con le loro gerle pesanti, si muovevano in una frenetica attiviàa quasi diuturna.
Come scrive U. E. Paoli, nella romanità si ebbe un notevole rispetto legale del traffico pedonale ma, concentrando il grande movimento commerciale nelle ore notturne, si ottenne il risultato che i carri pesanti ingombravano di giorno le strade, mentre i conduttori trovavano precari tipi di ospitalità.
Poi, di notte, una variegata umanità, composta anche di avventurieri, si rimetteva in viaggio, con gran fretta, per arrivare presto ai porti o ai centri di smistamento delle merci, magari con una pausa brevissima in qualche pubblico locale, come quelle taverne, le popinae, che restavano aperte pure di notte.

Nella città nervina di Albintimilium si riconosce tuttora qualche traccia di tale pubblica attività, di una civiltà come quella romana che, a differenza della medievale, non conosceva le grosse pause della notte.

Verso il I secolo d.C. un Publio Nonio Primo, su un marmo cinerognolo di forma poligonale, fece incidere dal lapicida una frase emblematica: ” Passaggio e proibito, se non con il consenso del proprietario Publio Nonio Primo”.
Quella lapide, più tardi destinata ad essere riutilizzata, sul retro, per la citazione funebre della piccola Maia Paterna, era verisimilmente posta all’ingresso di qualche via privata, forse su una casa o su qualche struttura portante. Fu collocata quale espressione di proprietà e divieto, ma le sue caratteristiche sono importanti: si comunica per iscritto in un ambiente ad alto tasso di alfabetizzazione e si collocano divieti d’accesso, a proprietà private, quando esiste un traffico abbastanza elevato, che può non rispettare le pubbliche normative.
Tra gli amministratori del municipio di Albintimilium esistevano gli “edili” che, come forza di controllo sul traffico, sui mercati, sul pronto intervento per pubbliche calamità e incendi in particolare, si valevano, anche a proprie spese, dei “vigili”: questi erano probabilmente sempre insufficienti e così le famiglie piu agiate provvedevano a proprie spese e con propri servi alla tutela delle loro proprietà.

Il tempo ha cancellato ogni ricordo di Publio Nonio Primo, ma il personaggio doveva essere stato di rilievo sociale.
Per vaghe consonanze, può essere avvicinato a nomi celebri, di uomini che vissero in una città immensa quale Roma e che, se non lasciarono lapidi marmoree di divieto, per le loro doti artistiche seppero comunicare, poeticamente, il “dramma”, vissuto da tutti, di un traffico notturno fastidioso, di opprimenti e illeciti parcheggi diurni dei grossi veicoli, di agitati e prepotenti conduttori di carri: si tratta di Marziale (XII, 57), del più antico Orazio (Epist., II, 2, 79), di Giovenale (8, 158 sgg.).
Questi e altri poeti, a differenza di Nonio Primo e delle numerose vittime dell’incultura cittadina, ebbero pure l’arguzia di ricordare ai posteri il lato oscuro della societa del benessere: dal codazzo di accattoni, al seguito dei traffici commerciali, senza mezzi per pagarsi un moderno ricovero e capaci di ripararsi in ogni luogo, senza rispetto degli altrui diritti (GIOVENALE, 5, 8), agli angiporti che comportavano, come ora, un insieme di illegali bische e precarie taverne, le quali incentivavano al libertinaggio (CATULLO, 58, 4-5; PROPERZIO, IV, 7, 19-20), ai giovinastri che approfittavano dei fermenti notturni per concedersi ad eccessi, imperdonabili di giorno (ORAZIO, Od., I, 17, 25-28), fino all’attuale deprecabile abitudine di abbandonare sulla pubblica strada cani latranti (ORAZIO, Epist., II, 2, 75).

La città nervina aveva un porto di rilievo e un angiporto di cui si sono purtroppo perse le tracce: l’attività commerciale collegata allo scalo comportava la presenza di un sistema di magazzini, di aziende, sedi di corporazioni, che non poteva prescindere da tre apparati integrativi, quali la redazione di contratti, la contabilita ed un sistema postale.

Nella città nervina, a testimonianza di un elevato tenore esistenziale dei ceti abbienti, che nei momenti migliori ricalcarono i costumi stessi della nobiltà di Roma, tra il corredo funerario, che Lucius Afranius Maritimus volle per il figlio Severo, si rinvenne “un calamaio, composto di tre cilindri metallici, i quali come appare dalle saldature, erano riuniti; i due più ampi, eguali fra loro e interamente aperti, pare fossero destinati a dare ricetto ai calamai, il terzo cilindro, alquanto più piccolo ma munito di coperchio a forma di cono, serba ancora i resti dell'”atramentum” (inchiostro nero) ed e perfettamente simile a quel disegno, che ne dà il Rich al vocabolo arundo o penna da scrivere.
Afranio Severo, che morì a 14 anni, pote servirsi poco di questo oggetto prezioso, ricco anche per l’inchiostro di ottima qualità, “di fuliggine di resina o pece, feccia di vino o nero di seppia”: gli appunti e le quietanze dei funzionari commerciali e portuali erano però scritte su tavolette cerate (cerae) legate, in una sorta di archiviazione, con un cordoncino passante tra i fori praticati nell’orlo, prendendo il nome di duplices, triplices o quinquiplices, a seconda delle diverse tavole di legno utilizzate.

La costruzione delle CASE ROMANE esigeva la fabbricazione di travi, cui attendevano i fabri tignarii.
Nei negozi (tabernae) scoperti nella domus del Cavalcavia a Nervia si sono individuate tracce di un soppalco ligneo e restano visibili nella casa i segni dei cardini di una porta, dello stesso materiale, a tre ante.
In tale edificio un vano conteneva una scala, che portava ai piani superiori e al tetto: le intelaiature di questo erano legnee, con la falda delle tabernae e del vestibolo inclinata verso l’esterno (V.R.2, pp 94-95).
Di LEGNO erano naturalmente i mobili e i letti; i residenti del municipio di Albintimilium per il rifornimento di materiale potevano accedere, come detto, a un vasto patrimonio boschivo: in particolare di abeti, castagni, faggi, pini e di buon larice.
Tale albero era così fiiorente in queste regioni che, secondo l’Alessio, dette il nome alle isole Lerine di fronte a Cannes (oggi Ile de Saint Marguerete e de Saint Honorat) cioe Lero (STRAB., IV, 185) e Lerina (PLIN., N.h., III, 79): fenomeno ricordato anche da DIOSCORIDE (I, 71) e in senso più lato da VITRUVIO (II, 9, 14-16).
Le aree migliori di approvvigionamento erano probabilmente nell’alta e media val Nervia, al Giunco di Perinaldo, forse ad Cagalupum (dove il 15 gennaio 1260 il notaio di Amandolesio indicò una via antiqua, alla Pineta di Vallebona e ai boschi di abeti di Passalovo (o Passalupo) e del “Montenero” di Bordighera.
Come scrive il Paoli, nella mensa signorile la tavola (orbis) risultava di pregiato legno di importazione (il più prezioso era la thuia = citrus, un albero della famiglia del cipresso proprio del Marocco) ma il sostegno centrale (trapezophorus) era in genere di metallo od avorio: la tavola circondata dai letti dei triclini, in muratura e coperti di cuscini, veniva fatta invece, perlopiù, con marmo o pietra e di rado si sono trovati reperti lignei di questa.
Panche, cassettoni ed armadi, simili ai nostri, erano in legno e così pure le casseforti o arcae, adeguatamente rinforzate con borchie, barre di bronzo e vari congegni a chiave.
La casa romana non era provvista di arredamento come quella moderna (per esempio la biblioteca si ricavava entro scomparti murari di un apposito locale = bibliotheca) ma quella signorile aveva i letti: triclinari, letti bassi a divano (lectus locubratorius) e il letto per dormire ( lectus cubicularis).
Questo era fatto di un telaio di legno rettangolare ( sponda), sostenuto da 4 o 6 piedi, con una spalliera (pluteus), volta alla parete, e un sostegno nel lato anteriore (fulerum).
Nelle varianti sontuose, il legno a volte era incrostato di avorio, tartaruga od oro: la sponda veniva coperta da fasce tese che davano elasticita (instintae, fasciae, lora) ai materassi sovrapposti (torus, culcita).
Su questi si stendevano le coperte (stramenta, stragula, peristomata) e poi la toral o plagula, fine copertura di lino.

Nelle INSULAE (in pratica “case condominiali o da affitto a più piani) i ceti meno abbienti usufruivano di un parco arredo nel quale il legno, di qualità comune, preponderava in modo assoluto, come un’anticipazione storica della civiltà medievale del legname.
Il letto ligneo (grabatus, scimpodium) era semplice e la mensa tripes era una modesta tavola di legno locale, citata con ironia da Orazio (Sat., I, 3, 13) e da Marziale (XII, 32, 11).
Negli appartamenti la sedia usuale (ben diversa dalla raffinata sella , con bracciuoli ma senza spalliera, o dalla cathedra , con spalliera lunga ed arcuata) era uno sgabello ( scamnum, subsellium ) privo, come tutti i sedili romani, di imbottitura fissa e talora provvisto di semplici cuscini.
L’arredamento nelle case popolari della città nervina di Albintimilium si ispirava a questi criteri…

da Cultura-Barocca

Quando un Vescovo chiamò a predicare nel ponente ligure il massimo oratore sacro del XVII secolo!

Camporosso (IM) – Chiesa Parrocchiale di San Marco

Quando nel 1690 il Vescovo di Ventimiglia (IM) G. Naselli chiamò a predicare nella sua Cattedrale e nella Parrocchiale di Camporosso il massimo orator sacro del XVII secolo!

Conflitti, specie per l’amministrazione, tra il Capitanato di Ventimiglia e le sue “ville orientali” esistevano da tempo ma che s’erano acuiti nel ‘600 attesi i conflitti tra Genova e lo Stato Sabaudo.

Due guerre accesero vieppiù gli animi tra ceto dirigente e Magnifici intemeli e popolani a soprattutto residenti delle 8 ville (Bordighera, Camporosso, Vallebona, Borghetto S. Nicolò, Vallecrosia, Sasso, San Biagio, Soldano).

Primo grave momento (detto anche il giorno dell’ira) – e di cui si propongono qui due relazioni coeve – risale al 1625 quando, essendovi guerra tra Genova e Piemonte, nell’accerchaiata Ventimiglia si scatenò una ribellione popolare e villana (IL GIORNO DELL’IRA) contro i Magnifici locali e i Dirigenti genovesi.

Il secondo momento si ascrive (1672) ad una II guerra fra le due Potenze ed evidenziandosi in esso la vera scintilla per indurre Genova a trovare una soluzione definitiva sancendo la separazione per l’economico cioè per l’uso degli introiti fiscali tra Ventimiglia e 8 ville organizzate nella MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI.

Motore del provvedimento fu in particolare la villa agricola di Camporosso, la più prossima a Ventimiglia.

Proprio nella sua Parrocchiale il vescovo Naselli chiamò a predicare PAOLO SEGNERI nel tentativo, col suo carisma, di stornare i perduranti contrasti, nonostante l’avvenuta separazione, tra Ventimiglia e Ville. Soprattutto tra Ventimigliesi e Camporossini i rapporti erano rimasti difficili visto che questi ultimi avevano conservato acceso rancore verso l’antico capoluogo per il mancato e dovuto risarcimento da parte del Parlamento ventimigliese dei gravi danni subiti dal territorio e dale persone ad opera delle truppe (genovesi! e quindi teoricamente del proproprio Stato) dopo la battaglia presso la chiesa di San Pietro di Camporosso.

Nel giudizio del vescovo Naselli e dell’amico suo Domenico Antonio Gandolfo, secondo bibliotecario dell’Aprosiana, la predicatoria del Segneri era quanto mai adatta -al di là dei riferimenti spirituali- ad affrontere temi civilistici ed a sostenere con forza la concordia fra le genti così che, anche se per la morte, riuscì a postulare ma non a praticare materialmente, demandandola ai suoi seguaci, ne la Pratica delle Missioni (qui digitalizzata, con altro materiale, ma anche discussa, grazie pure all’ausilio di indici moderni), siffatta sua idea, quanto mai adatta ad un secolo così complesso come il XVII.

Del resto, scorrendo la sua vasta opera scrittografica, si notano chiaramente i presupposti di questo messaggio di fratellanza e resta assolutamente plausibile che il Segneri abbia attinto per esso, onde fortificarlo, parecchio materiale già dal suo capolavoro (ovvero Il Quaresimale) per invocare da parte dei fedeli un RISPETTO PER LA CHIESA QUANTO, DEL PARI, RECIPROCO DI RIMPETTO ALLE IMPREVEDIBILITA’ DELLA VITA SI’ DA RISOLVERE LE DISCORDIE ED EVITARE SCANDALOSI COMPORTAMENTI (FORTIFICATI DA FALSE DICERIE, MORMORAZIONI, ACCUSE IMMOTIVATE ECC.) GENERATORI DI VIOLENZA ED AGGRESSIVITA’.

E per concludere questa dissertazione, su cui molto altro si potrebbe ancora scrivere, giammai bisogna dimenticare, alla guisa che seppur con una certa moderazione evidenziò poi A. Manzoni ne I Promessi Sposi, che curati e parroci non sempre si attenevano a loro sacri doveri, al punto che il Segneri scrisse in un’altra opera cardine del suo pensiero che fu Il Parroco Istruito in cui segnalava con acume critico i vari irrinunciabili compiti di Parroci e Curati non solo nell’adempiere ai loro compiti istituzionali, ma anche nel risolvere le prepotenze e pacificare le genti in contrasto, dirimendo le cause d’attrito insorte fra i parrocchiani.

da Cultura-Barocca

I Balzi Rossi di Ventimiglia (IM) in una carta di Matteo Vinzoni

DALL’ATLANTE DEL “DOMINIO DI GENOVA” DI MATTEO VINZONI

DELLA BARRIERA E TORRE DE BALZI ROSSI

IN CASETTA DI LEGNO CON PIAZZA AVANTI ARMATA DI DUE MOSCHETTI A CAVALETTO
IN TUTTO UOMINI OTTO SCIELTI SI DI GIORNO CHE DI NOTTE DISTACCATI DALLA CITTA’ E CAMPAGNA DI VENTIMIGLIA CAPORALI 5 UOMINI 125
DISTANTI LA CITTA’ DI VENTIMIGLIA QUATTRO MIGLIE CIRCA ED IL SIMILE GL’ALTRI
ANNO DI VACANZA GIORNI N. 15
VI ASSISTE UN DEPUTATO DELLI PRINCIPALI CITTADINI DI VENTIMIGLIA
LE DETTE GUARDIE DEL MICIORE’, FRANPAURE, OLIVA, BARRIERA E TORRE DE BALZI ROSSI SONO IN DENTRO DA CONFINI, SUL QUALE NON SI SON POSTE, ESTENDENDOSI QUESTO, COME SI E’ DETTO, NELLA SPIAGGIA DI MENTONE AL VALLONE GARRAVANO E SINO AL PRINCIPIO DEL CANALE DELLA ROSSA, TRATTO DI QUASI DUE MIGLIE, LA MAGGIOR PARTE IN PIANO COLTIVATO D’ALBERI D’OLIVE E LIMONI, CHE PER CUSTODIRLO VI SAREBBE STATA NECESSARIA QUANTITA’ DI RASTELLI, CORPI DI GUARDIA E MOLTA GENTE, E DIFFICILE L’IMPEDIMENTO DEL COMMERCIO CON QUELLI DI MENTONE SENZA QUALCHE CIMENTO D’ARMI E DISORDINE, ATTESO CHE TUTTO QUESTO TRATTO DI PAESE, SINO SOTTO LA BARRIERA SUDETTA DE BALZI ROSSI CHIAMATO LE CUSE, ABENCHE’ TUTTO DOMINIO DELLA SER.MA REPUBBLICA, VIEN POSSEDUTO DALLI UOMINI DI MENTONE, CHE VI HANNO OLIVETI, GIARDINI E VIGNE. ONDE SI PER NON AGRAVARE LI POPOLI DI TANTE GUARDIE NON ESSENDONE CAPACE LA POCA GENTE DI QUESTO COMMISSARIATO, COME PER RENDERE PIU’ FACILE IL GUARDAR LA FRONTIERA A TUTTI LI PASSI, SI SONO RITIRATI IN DENTRO NE SCOGLI, CHE SONO INACESSIBILI AD ESCLUSIONE D’UN PICCOLO SENTIERO CHE CONDUCE ALLA BARRIERA. ANZI PER RENDERE DEL TUTTO IMPRATICABILE LA STRADA ROMANA CHE PASSA A RIVA DEL MARE LLE FALDE DI DETTI SCOGLI, SI E’ ROTTO IL PONTE, CHE SERVIVA IN DETTA STRADA PER COMMUNICAZIONE DA UN SCOGLIO ALL’ALTRO, E TUTTO QUESTO CON LA DIREZIONE DEL SIG.R SERGENTE MAGGIOR PORO DI VENTIMIGLIA IN TEMPO DEL PRIMO ILL.MO SIGNOR COMMISSARIO VENUTO A VENTIMIGLIA CESARE MARI 1720 DI 7BRE, E POI FATTONE DECRETO DALL’ILL.MO SIGNOR GIO BATTA GRIMALDI PURE COMMISSARIO LI 30 8BRE 1720.
NELLA DETTA PIAZZA DELLA BARRIERA DUE VOLTE LA SETTIMANA SI RICEVANO E PROFUMANO AL DI FUORI LI PIEGHI DI NIZZA E MONACO CON L’ASSISTENZA DEL DETTO MAGGIORE E IL CANCELLIERE DELLA SANITA’, E SI CONSEGNANO QUELLI DI GENOVA PER RICAVARNE PUBLICA QUITANZA.
A PONENTE DI DETTO POSTO ALLE FALDE DE SCOGLI AD UNA CAPELLETTA DI S. LUIGGI NELLA SPIAGGIA SI FA LA CONSEGNA DE COMESTIBILI CHE PROVENGONO DAL SITO DI GENOVA PER PASSAR A MENTONE.
QUESTA, SECONDO IL MIO DEBOLE INTENDIMENTO, SI DOVREBBE FARE NELLA SPIAGGIA DI LATTE, A MOTIVO CHE RESTEREBBERO LI FORASTIERI NON SOLO SOTTO IL CALORE DI NOSTRE GUARDIE, MA ANCHE SOTTO IL TIRO DEL CANONE DEL FORTE S. PAOLO, E FACILE AD ACORRERVI PRONTAMENTE SOCCORSO DE NOSTRI PAESANI PER QUALSISIA ACCIDENTE, O SUPERCHIERIA; TUTTO AL CONTRARIO COLA’ SENZA NE MENO PER COSI’ DIRE IL SOCCORSO DELLE GUARDIE DE BALZI ROSSI, PERCHE’ FUORI DEL TIRO DEL FUCILE, E QUASI DA QUELLI NON SCOPERTI.

DALL’ATLANTE DI SANITA’ DI MATTEO VINZONI

in Cultura-Barocca

Sui Castellari

Cima Tramontina, La Colla, Cima d’Aurin

La colonia greco-focese di Massalia dall’VIII sec. estese la sua influenza sulla Liguria di Ponente grazie alle basi di Tauroentio, Olbia, Antibes e Nizza (Iustin., XLVIII,3,8 e 5) ed il Portus Herculis Monoeci ne sarebbe stato il punto di massima espansione verso l’ oriente italico (Strabo, IV,1,5 e Amm. Marcell., XV,10,9). Secondo alcuni studiosi i coloni di Marsiglia, dopo le sconfitte ad Imera nel 480 dei rivali Cartaginesi e a Cuma nel 474 degli Etruschi, avrebbero intensificato la loro colonizzazione (Scymn-pseudo, orbis descrip., 201-3,215-9) sin al IV-III sec. quando i loro possessi sarebbero stati accerchiati da invasori Celti: per alcuni ricercatori invece i GRECI di Marsiglia avrebbero urtato contro un sistema di forti liguri, detti Castellieri o Castellari, che ne avrebbe fermato l’espansionismo (v.Riccardo Urgese Rolandi nelle Considerazioni sui castellari della Liguria in “Rivista di Studi Liguri”, XLVIII, 1977, nn. 1-4).

Altra ipotesi fu divulgata da E. Bernardini in Liguria-itinerari archeologici (Roma, 1981, p.49 seg.) ove fu ricostruito un mappale della presunta muraglia di castellieri atti a difendere il sistema pagense dei Liguri, organizzati in una serie di conformazioni territoriali rette da tribù [gli “Intemeli” per il territorio di Ventimiglia (da Monaco-Mentone a Sanremo circa estendendosi alla dorsale del Tenda), gli “Ingauni” per il vasto agro di Albenga, i “Sabazi” per il complesso cui oggi fanno capo i sistemi demici di Vado e Savona]: le osservazioni del Bernardini non sempre son state esaurienti (specie per il supposto castellaro in val Nervia di CIMA TRAMONTINA ove le fortificazioni sono del XVIII sec. e non si son riscontrati i ritrovamenti ceramici citati dallo studioso ma tracce di insediamento romano seppur sparse su un’area limitata [rivelazioni Eremita, in Guida di Dolceacqua e della val Nervia…, pp.13 e seguenti]).

G.  MOLLE in un un lavoro edito a Milano nel 1971 – Oneglia nella Storia – aveva dubitato di questa guerra di frontiera fra Greci e Liguri nel IV-III sec. a. C., sia perché l’archeologia ha riportato tracce di una pacifica commercializzazione di prodotti massalioti nei castellari del Ponente sia per il fatto che i grecismi ” MAGAGLIO” [che deriva da un tipo di zappa greco, la MAKELLA (in latino Ligo: la nostra rara e antica riproduzione è tratta da AA.VV., Hesiodi Ascraei…[opera omnia], Amstelodami, apud G. Gallet, 1701, inter pp. 260-261) il cui nome attuale, attraverso i millenni, salva restando la tipologia dell’attrezzo, si evolse (caso isolato in Italia) nell’italiano / ligure ponentino, di evidente connotazione dialettale, “MAGAGLIO”, donde il verbo “MAGAGLIARE” sia nel significato proprio di “lavorare il campo o l’orto” sia nell’accezione proverbiale, con timbro critico” di “non far vita da fannullone e dedicarsi ad un lavoro utile quanto faticoso”] e ” CARASSA” [un sistema di sostenimento pei vitigni] e la tecnica colturale marsigliese della colombara (per olio da combustione ed unguenti) paiono introdotti pacificamente nel Ponente ligure ad opera di coloni greci.

Le ultime indagini sui reperti suggeriscono che dal VI sec. agricoltori greco-marsigliesi si siano insediati senza contrasti nel territorio degli Intemeli, non lungi dall’odierno confine costiero tra Francia ed Italia. All’imboccatura della val Nervia, presso l’omonima frazione di Ventimiglia, gli archeologi han scoperte, in località Collasgarba tracce di un oppido (centro fortificato ligure preromano) con reperti di ceramica massaliota (N. LAMBOGLIA, Le prime vestigia di Albintimilium preromana, in “Rivista di Studi Liguri”, XIV, 1948, pp. 119-28).

Verso il IV-III sec. a.C. dalla Gallia Belgica gruppi di Nervii si sarebbero poi qui insediati in pace colle genti autoctone ed avrebbero trasmesso al luogo, al suo torrente e ad un pagus o villaggio sul tratto terminale di questo il loro etnico sotto forma di idronimo ( P.W.R.E., su Nervii – Holder, 726): la Petracco Sicardi, studiando il territorio, si è imbattuta in voci galliche che testimoniano ancora altre pacifiche infiltrazioni in siti agricoli e pastorali della val Nervia (Toponomastica di Pigna in Dizionario di Toponomastica Ligure, Bordighera, 1962, p. 105, n. 319).

Nell’agro di Sanremo si cita per primo il supposto CASTELLARO DEL MONTE CAGGIO sulla cui cuspide si trova un terrapieno costituito da pietre e terra dove si è individuata una costruzione quadrangolare (6 m. x 6 m. circa) che fu portata a fine servendosi di grosse pietre a secco discretamente squadrate.
Nella stessa area si sono individuati poi frammenti ceramici realizzati con la tecnica ad impasto.

LA VALENZA ARCHEOLOGICA DEL SITO DI MONTE CAGGIO ERA GIA’ STATA SEGNALATA NEL XVII SECOLO DA UN ERUDITO CHE DELLO STESSO TRACCIO’ ANCHE UNA MAPPA ED UN’IPOTETICA RISCOSTRUZIONE

Il manoscritto in questione è stato pubblicato dal De Pasquale in “Sanremo Romana”.
Lo stesso manoscritto [custodito presso l’Archivio di Stato di Genova al n. 253 della “Pandetta della collezione dei manoscritti e libri rari” sotto la dicitura “Antichità di Sanremo (ms. forse dell’abate Bernardo Poch, sec. XVIII)] fu però studiato criticamente da Andrea Eremita in “Corso di Aggiornamento, Storia Locale II”, presso I.T. C. Fermi di Ventimiglia, anno scolastico 1991-2 (“…sulla cima del monte Caggio si rinvenne un cumulo terroso di tipologia tronco – conica, alla cui base furono individuati i reperti di un castellaro…nel 1992 A. Eremita, sulla base di un mappale in “Archivio di Stato di Genova – Manoscritto n. 253″, carte 37-8 – ha individuato una descrizione anonima seicentesca del castellaro, a 8 gradoni, cui fu allegata una carta del luogo ed una sua ricostruzione ipotetica…”: così venne registrato nella relazione del corso).
Rimandandone la lettura integrale, conservativa e critica al lavoro del De Pasquale (appendice) del documento viene qui proposta, in grafia e morfologia modernizzate, la trascrizione che concerne la descrizione antiquaria del presunto castellaro del MONTE CAGGIO:”…Nel suddetto ciglio [del Monte Caggio, verso levante] fatto a guisa di pigna si vede che all’intorno girano un mucchio di dirupati sassi e rovinate macerie e verso ponente e mezzogiorno più distintamente si vedono le soglie e fondamenta di otto muri tutti gli uni sopra gli altri e per quanto si veda di che siano stati impastati non si scerne però se di terra o calcina, mentre facendone la prova subito si tritola e in polvere si riduce. Molto bene però si distingue, in alcune parti, simili muri in tale luogo alti ancora sino a tre palmi, e distanti l’uno dall’altro 4 palmi e così successivamente l’uno all’altro sino al numero di 8 succedono che giudicheresti questo monte coronato con 8 corone di rozzi sassi. Il primo di questi 8 muri posa con le sue fondamenta in una piazza, quale verso ponente e mezzogiorno, e sostenuta da una ben regolata macerie di grossi sassi ivi artificiosamente lavorata e detta piazza si vede fatta dall’arte e in dette parti gira passi 98 e dalle fondamenta del primo muro sino al margine di essa piazza sono passi 12, in questo verso mezzogiorno si vedono le vestigia e mura di una casetta diroccata e in alcuna parte dette mura sono ancora all’altezza di cinque palmi in alcune altre tre; in essa piazza si vedono alcuni sassi lavorati dall’arte e si scorgono in qualche parte squadrati: ve n’è uno qual piano forma una tavola, ne sono altri ivi dispersi che forman sedili. Verso tramontana e levante non gira così detta piazza per incontrar ivi rupi grossissime, formando in qualche sito precipizi e in altri quasi aprendosi il seno aprono due caverne capaci di ricevere centinaia di persone [A. Eremita tentò un’ispezione all’area, riscontrando però che se vi esistevano delle grotte la loro ispezione poteva essere pericolosa per il rischio di frane] e difenderle da ogni ingiuria de tempi e restano più bassi dei suddetti muri. In detta piazza e nel sito ove si formano dette rupi vi sono le 8 macerie che ancora tante si contano dalle vestigia: l’una sopra l’altra e distanti l’uno dall’altro da quattro in cinque palmi, l’ottavo e ultimo muro questo forma una piazzetta quasi ovata (dissi quasi perché non è tonda perfetta e è di diametro passi 24)…”

Sempre nei dintorni di Sanremo (località COSTA BEVINO) sono stati segnalati da E. Bernardini: “…Imponenti muraglioni che sembrano delimitare un grande recinto rettangolare”: si resta comunque in attesa di un’investigazione archeologica sul campo.

Un castelliere sarebbe stato identificato sul MONTE MUCCHIO DELLE SCAGLIE (o DI POGGIO PINO).
Sarebbero state scoperte grosse muraglie realizzate in pietre a secco e un edificio rettangolare presso cui si sarebbero rinvenuti reperti di ceramica campana del tipo A che permetterebbero di datare il complesso al II-III secolo, pur se questo insediamento parrebbe essere prosecuzione di un altro precedente.

Il castellaro sanremese di CROCE DI PADRE POGGI (anche CASTELLO DELLE ROCCHE) potrebbe essere segnalato dalla scoperta di anelli murari in grandi pietre presso cui si sono viste tracce di materiale ceramico massaliota databile al IV-V sec. a. Cristo.

Monte Bignone
PIANTA TRATTA (E RITOCCATA) DA “RIVISTA INGAUNA INTEMELIA”, X, 1955

Il CASTELLARO DI MONTE BIGNONE presso Sanremo presenta i relitti di due edifici grossomodo quadrangolari, di circa 5 m. per lato e sprovvisti sia di porte che di finestre.
Il sondaggio archeologico di uno di questi edifici ha permesso di notare che i muri erano stati fatti in modo da presentare da un duplice paramento (esterno ed interno) entro cui era stato costituita un’intercapedine di terra e pietre minuzzate.
All’interno si vide che gli spigoli di questo complesso erano stati arrotondati forse per conferire maggiore solidità all’edificio.
Non si sono scoperte tracce di alcun pavimento ma piuttosto quelle di un focolare di forma ellittica.

Altri ritrovamenti che hanno fatto pensare ad un CASTELLARO si son trovati sempre nell’agro sanremese in LOCALITA’ LA VILLETTA – POGGIO RADINO dove si son riscontrati reperti di un sistema difensivo facente capo ad un terrapieno che segue l’andamento circolare della vetta del monte.

A Verezzo, Sanremo (IM), e precisamente in LOCALITA’ PIAN DEI BOSCI si sono di recente individuati, come conseguenza dei lavori per la realizzazione del metanodotto, i resti di un ulteriore CASTELLIERE ed il rinvenimento più significativo è stato dato da vari frammenti di ceramica protostorica.

Monte Colma

Molto importante nel territorio di Sanremo, nella frazione di Verezzo, fu il CASTELLIERE di MONTE COLMA dotato di una cinta muraria poligonale di circa un centinaio di metri e di dimensione abbastanza consistente.
I tratti a settentrione ed a meridione sono spessi quasi 9 metri e risultano composti da un bastione in pietre a secco a due e a tre paramenti di muro.
Si sono scoperte poi le tracce di un villaggio ed in particolare una capanna di forma rotonda che alla fine fu quasi assimilata entro strutture erette in tempi posteriori.
Secondo quanto riporta l’attento De Pasquale la capanna aveva una pavimentazione realizzata in terra battuta mentre le pareti erano state realizzate con cannicciato e rivestite di argilla cotta.

DA “RIVISTA INGAUNA INTEMELIA”, XVIII, 1963

LA VALENZA ARCHEOLOGICA DEL MONTE COLMA E’ FUORI DISCUSSIONE: M. RICCI (SCOPERTA DEL CASTELLARO DI MONTE COLMA IN “RIVISTA INGAUNA E INTEMELIA”, XVIII, 1-4, BORDIGHERA, 1962, PP. 58-62) HA DOVIZIOSAMENTE ILLUSTRATO QUESTO “MONUMENTO” DEI LIGURI PREROMANI IN CUI SI SONO RINVENUTE TRACCE DI CONTATTI CON L’AREA PROVENZALE E CON IL TERRITORIO SOGGETTO AL CONTROLLO DELLA GRECA MASSALIA, TRACCE COSTITUITE DA OGGETTI, ESPOSTI AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI SANREMO E GIA’ RIPRODOTTE IN VARIE PUBBLICAZIONI MA CHE COMUNQUE GIOVA RIPRESENTARE AL PUBBLICO, COME QUESTO FRAMMENTO DI ANFORA MASSALIOTA DEL V-IV SECOLO A. C. ED ANCORA QUESTO FRAMMENTO IN TERRA SIGILLATA SUD GALLICA DATATA DEL I SECOLO DOPO CRISTO

Tracce di un CASTELLARO a CERIANA secondo A. De Pasquale sarebbero identificabili in LOCALITA’ CASTELLO.
Il toponimo CASTELLO a suo dire è giustificato dall’esistenza in loco dei resti di due edifici già difesi da mura e nelle cui vicinanze si sono trovati reperti di ceramica ad impasto.
Sempre nelle prossimità si vede un ulteriore accumulo di pietre che in qualche mondo circonda gli avanzi di una costruzione di cui non si son potute ridisegnare nè le funzioni nè la pianta originaria e che, stando alle ipotesi avanzate, dovette a sua volta esser circondata da mura.

Tracce di un altro CASTELLARO si individuarono secondo il De Pasquale in LOCALITA’ POGGIO di TAGGIA.
Nell’area si sarebbero infatti individuati discreti reperti di ceramica protocampana.

A MOLINI DI TRIORA nella LOCALITA’ COLLETTA DI BREGALON si sarebbero scoperti (vedi a p.27, n. 11 il De Pasquale) reperti di materiale fittile in misura e tipologia tale da identificare nell’area un antico insediamento preromano della locale civiltà ligure.
Secondo alcune interpretazioni si potrebbe pensare, vista la geomorfologia dei luoghi, ad un vero e proprio CASTELLARO.

Ancora nell’area di MOLINI DI TRIORA e precisamente alla ROCCA DI DREGO il suddetto A. De Pasquale descrive sull’omonima vetta “sul lato non a picco sulla valle e alla distanza di 20 – 30 metri dalla cima, un muro che segue, in linea leggermente serpeggiante, un arco di cerchio; è spesso tra i 75 cm. al metro e 25 e si innalza in certi punti per un metro e mezzo. E’ significativa la scoperta di ceramica protostorica” (p. 27, n. 13).

Nell’AREA DI RIVA LIGURE, CASTELLARO E MONTE GRANGE nella LOCALITA’ MONTE DELLE ANIME, secondo il De Pasquale la scoperat di molti reprti frantumati di ceramica romana, massaliota, protocampana e del periodo altorepubblicano della romanità (IV-III sec. a.C.) portano a individuare in questa area un ulteriore insediamento romano.

Sempre nella zona, nell’area del paese di CASTELLARO, alla LOCALITA’ MONTE SETTEFONTANE si sono viste mura in buon stato di conservazione che raggiungono in altezza il metro e mezzo e che fanno pensare all’esistenza qui di un CASTELLARO LIGURE o comunque di un insediamento preromano.

Ancora nell’area geografica di CASTELLARO e precisamente al MONTE FOLLIA gli scavi archeologici hanno riesumato una “struttura di contenimento, di cui sono stati individuati solo la base realizzata da grossi pietroni a secco e il materiale di riempimento, consistente in pietre perlopiù piatte e disposte in senso obliquo e verticale. E’ emersa inoltre ceramica preromana in frammenti e resti di scorie metalliche forse consentono di individuare in loco un’officina per la fusione di oggetti di ferro” (vedi De Pasquale).

Le prime testimonianze di insediamenti umani nella valle sono sono state individuate su una CUSPIDE MONTANA prossima al MONTE FAUDO e precisamente sull’importante MONTE FOLLIA, dove si sono scoperti relitti abbastanza significativi di un arcaico presumibile CASTELLARO LIGURE – PREROMANO. Sul FAUDO, per quanto riguarda la CIVILTA’ RURALE ARCAICA LIGURE PONENTINA risultano di rilevante interesse storico-documentario le “supenne” o “caselle”, costruzioni tronco-coniche in pietra (vedi sopra l’immagine) per il riparo dei contadini, del bestiame e per custodire gli attrezzi; la loro particolare metodica di realizzazione che si è tramandata nei secoli in mode pressoché immutato. IMMAGINE DA REPERTORIO TURISTICO – PROMOZIONALE CURATO DAL COMUNE DI DOLCEDO

da Cultura-Barocca

Vallecrosia (IM): una lite di quasi due secoli fa per la scuola pubblica

Nel borgo di Vallecrosia (IM) ancora ai primi del XIX secolo e come in altri paesi liguri non esisteva una scuola comunale, cioè una scuola amministrata coi fondi dell’amministrazione comunale,  ma dal 1632 una Scuola Pubblica di leggere, scrivere ed elementi di Lingua Latina. Questi ultimi impartiti a pagamento e su richiesta = 9 allievi su 32 nel 1822. Con pochi soldi, da 30 anni, il Parroco Pasquale Aprosio teneva scuola con buoni risultati ed era benvoluto! Fu lui che, in margine ad una “Circolare ” dello Spinola, Viceintendente di Sanremo, con cui (21-IX-1820) si chiedeva “quali siano i Libri d’Insegnamento de’ quali si fa uso nelle Scuole elementari“, scrisse con preziosa grafia: “L’Alfabeto, ovvero Salterio così detto comunemente, l’Uffizio della Beata Vergine, Rudimenti della Lingua Latina, Gramatichetta, La Grammatica Porresi, Cornelio Nipote” (pubblica lettera in “Archivio storico del Comune di Vallecrosia – Libro della corrispondenza”, ad anno 1820).
Ora, in base alle “Regie Patenti del 23 Luglio 1822 “le scuole comunali e di “latenità” sarebbero state incompatibili: ma si cercò di conservare lo stato delle cose ed il lavoro per il buon Aprosio, anche perché a Vallecrosia “sarebbe impossibile dividere le due scuole perché non vi sarebbe chi volesse incaricarsene per una sì modica paga“.

Verso gli anni ’20 però gli eredi obbligati a far rispettare il legato entrarono in disaccordo fra loro e con il Comune e smisero di versare il dovuto per il mantenimento della scuola, obbligando l’amministrazione ad aprire un contenzioso: la lite durò a lungo e, fra mille compromessi e momentanee soluzioni, una risoluzione definitiva dell’istruzione in Vallecrosia si raggiunse solo con le pubbliche, ottocentesche e globali, trasformazioni dell’istruzione.

[““Al Delegato della Riforma li 9 ottobre 1824
Domenica scorsa 7 del corrente convocai questo Comunale Consiglio per consultarlo circa la scuola pubblica, ed indi fornire a V.S. Ill.ma i schiarimenti dimandatimi. Dietro dunque le informazioni avute ecco quanto mi occorre significarle. Non abbiamo qui scuola Comunale ” (si intende ‘scuola gestita con i contributi dello Stato’)” perché sarebbe impossibile pagarne il Maestro coi fondi pubblici essendo la nostra Comune priva di rendite. Esiste però una Scuola Pubblica di leggere, scrivere, ed elementi di Lingua latina, che si arenpisce da un solo Maestro in forza d’una lascita istituita sin dal 1632 da certo Gio: Battista Aprosio. I fondi assegnati dall’istitutore a quest’oggetto devono anche servire per una Messa da celebrarsi sull’Altare del S.S. Rosario di questa Parrochia come si rileva da una lapide marmorea che esiste in detta Chiesa. Tali fondi sono ora posseduti dagl’Eredi di Bartolomeo Lamberti fu Ignazio, che fanno, e fecero sempre adempire il legato mediante l’annua somma di L. 100 fu B. (il Sindaco che scrive non prevede ancora che di lì a poco sarebbe insorto un contenzioso con nuovi eredi che non ottemperano invece questo loro obbligo testamentario)” Il Maestro attuale della Scuola è questo Reverendo Parroco che ha tale incarico da 30 circa anni. Ho riandato il Regolamento annesso alle Regie Patenti 23 Luglio 1822 e osservo, che non prevede simili casi. E’ vero che parla delle Scuole Comunali, e di latenità come di due Scuole separate da farsi da diversi Maestri, e ciò deve neccessariamente praticarsi nelle Città, e ne luoghi dove vi sono i comodi; ma non proibisce espressamente ad un solo Maestro di fare l’una, e l’altra. Nel caso nostro poi stante l’istituzione anzidetta, sarebbe impossibile dividere le due scuole perché non vi sarebbe chi volesse incaricarsene per una sì modica paga. L’articolo 78 del precitato regolamento permette il privato insegnamento degl’Elementi di lingua latina in quei luoghi dove non vi sono scuole pubbliche di tal sorta; ciò mi fa credere che l’Eccelentissimo Magistrato della Riforma non avrebbe difficoltà di accordare che il Maestro di leggere, e scrivere potesse anche insegnare gli Elementi di lingua latina avuto riguardo al piccol numero degl’Alunni che fornisce il Comune.
Questo è quanto possa dirle in adempimento delle promesse mie, e sempre pronto a cooperarmi a vant aggio del pubblico insegnamento ho il bene di raffermarmi coi sensi della più perfetta considerazione.
(Sindaco Aprosio).]

Si veda di seguito la Petizione dell’Amministrazione di Vallecrosia all’Intendente della Provincia del 1828.

“”L’Anno del Signore mille otto cento vent’otto, ed alli venti nove del mese di Decembre in Valle Crosia nella Sala Comunale.
Il Consiglio Comunale di Valle Crosia convocato in raddoppiata conga d’ordine del Sig. Paolo Vincenzo Aprosio Sindaco, si è riunito nella Casa Comunale previo il suono della Campana, e l’avviso verbale recato ad ognuno degl’Amministratori dal pubblico serviente Ampeglio Aprosio, come il medesimo qui riferisce.
Sono intervenuti alla congrega oltre il prefato Sig. Sindaco i Sig.ri Giacomo Filippo Aprosio, Gio Battista Aprosio, e Giuseppe Soldano Consilieri, ed i Sig.ri Pietro Lamberti, Giuseppe Gandolfo, Sebastiano Curti, Antonio Aprosio Aggionti. Presente il Sig. Francesco Aprosio Castellano. Assistente il Sig. Gaetano Aprosio Secretaro, niuno assente.
Aperta la seduta il Sig. Sindaco espone, che sin dall’Anno 1632 il fu Giovanni Battista Aprosio di questo luogo, con suo final testamento rogato Notajo Marc’Antonio Lamberti avrebbe istituito un legato perpetuo di certe messe da celebrarsi sull’Altare del SS. Rosario eretto in questa Chiesa Parrochiale, imponendo obbligo al Cappellano “pro tempore” d’istruire “gratis” la Gioventù del Comune insegnando a leggere, scrivere, ed anche i primi rudimenti della Grammatica, al cui effetto lasciò varj beni fondi ordinando a suoi eredi di venderli, e collocarne il prezzo ad annuo perpetuo censo, e prodotto farne adempire il legato suddetto in perpetuo.
Che coll’andar del tempo essendo il suddetto legato stato diviso fra le famiglie d’Ignazio Lamberti e Carlo Lamberti, restando al primo l’onere della Scuola, ed al secondo quello della celebrazione delle Messe, questi in virtù d’una legge dell’ex Governo Ligure ne avrebbe redonta la porzione pagandone tutt’ora annuo interesse all’Ospedale di Ventimiglia.
Che ciò malgrado i successori dell’Ignazio Lamberti feccero sempre adempire, e provvidere di Maestro di Scuola questo Comune, e solamente tralasciarono l’adempimento da un’anno a questa parte; motivo per cui, dopo averne informato l’IIl.mo Sig. Riformatore della Provincia furono chiamati nanti del Consiglio Comunale i Signori Gio Battista e Bernardo fratelli Lamberti, ed il Sig. Angelo Lamberti investiti del pio Patronato dell’Opera suddetta, e furono invitati a dire i motivi per cui ne tralasciaro no l’adempimento, su di che i fratelli Gio Battista, e Bernardo Lamberti risposero che per quanto loro riguarda non dissentivano, e non avrebbero mai dissentito di adempiere al loro dovere, ed il Sig. Francesco Aprosio nella sua qualità di Tutore del summentonato Angelo Lamberti allegò in primo luogo che non si potrebbe provare essere il suo minore al possesso de beni lasciati pel pubblico insegnamento, ed in secondo luogo, che quando anche ciò si provasse da che il Pio benefattore avrebbe istituito per Maestro di Scuola il Capellano destinato alla cellebrazione delle Messe, e mancando il medesimo per la redenzione del legato il suo minore non poteva esser obbligato senza adempimento dell’ intiera disposizione del testatore.
Che frattanto il Paese sfornito di Maestro di Scuola a danno gravissimo della pubblica istruzione, si rende di tutta importanza prendere quei provvedimenti che il Consiglio crederà utili, e vantaggiosi al pubblico bene.
Il Consiglio vista la proposta, considerando, che sebbene sia a decidersi se il Carlo Lamberti abbia potuto, o no reddimere la sua porzione di legato, tuttavia l’aver egli ciò operato non formerebbe una ragione agl’eredi dell’Ignazio Lamberti, onde esimersi dall’onere della Scuola.
Considerando altresì che la parte toccata in sorte al detto Ignazio fu suddivisa fra i suoi figlj, e nuovamente fra i figlj de figlj; Che promettendo gli uni di adempire all’obbligo, e ricusando gli altri, col mostrarsi eziandio alieni da ogni amichevole componimento non rimarrebbe altra via che quella di muovere contro di essi azion giudiciale.
Considerando infine, che il Pio benefattore avrebbe nominati, ed istituiti fideicommissarj, ed esecutori testamentarj del legato i Priori pro tempore della suddetta Capella del SS. Rosario, e perciò resterebbe a vedere se fosse competente ai medesimi richiamare al loro dovere i trasgressori dell’Opera.
Per questi ed altri motivi il Consiglio stabilisce d’unanime consenso di unire al presente copia dell’articolo del testamento riguardante l’oggetto, e sottoporlo, in colle ragioni sopra espresse, all’esame dell’Ill.mo Sig. Intendente della Provincia, supplicandola nel caso che creda neccessaria una lite a questo riguardo, e che competa alla Comune lo intavolarla voglia a ciò autorizarla degnandosi intercederle presso di chi spetta l’Ammissione al beneficio de Poveri giacché per la scarsezza de suoi redditi ” (il Comune)” sarebbe incapace di sostenerla.
P. V. Aprosio- Sindaco
Gio Batta Aprosio
Giuseppe Soldano
Giacomo Filippo Aprosio
Antonio Aprosio Giuseppe Gandolfo
Sebastiano Curti
Francesco Aprosio – Castellaro
G. Aprosio – Secretaro”””
(in “Archivio Comunale di Vallecrosia – Libro delle deliberazioni…, 1828”).

da Cultura-Barocca

Triora (IM) tra X e XIII secolo

Fonte: Wikipedia

Verso la metà del X secolo il re d’Italia Berengario II, per difendere le Alpi Marittime dalle incursioni saracene, divise il territorio ligure in tre grandi MARCHE: la Arduinica, la Aleramica e l’Obertenga.
Triora venne assegnata alla marca Arduinica o contea di Albenga, che si estendeva lungo il litorale da Nizza a Finale.
A ponente la marca Arduinica confinava con la contea di Ventimiglia presso il torrente Armea nei pressi di Bussana.
La marca cessò di esistere nel 1091 con la morte dell’ultima contessa di Albenga, Adelaide.
Durante il IX e il X secolo si sviluppò in tutto il Ponente di Liguria l’economia feudale, basata sullo sfruttamento della terra quale unica ricchezza sociale.
Fulcro dell’economia feudale era il sistema curtense, che si irradiava intorno al castello del feudatario.
A Triora (IM) il castello dovette essere costituito dal Forte di San Dalmazzo, a cui era annessa la chiesa omonima e l’abitazione del signore.
La corte era una vera e propria cittadella completamente autosufficiente, con i suoi magazzini, coloni e artigiani, e vendeva, comprava e barattava con i trioresi i prodotti della terra e i manufatti locali.
Nel territorio del feudo si distinguevano le terre dominiche, lavorate da coloni, e quelle massaricie, costituite da poderi abitati da coloni che pagavano un tributo al feudatario.
Sul territorio di Triora erano ubicate circa una dozzina di queste massaricie o “mansuarie” (masserie), di cui si conservano ancora i resti sparsi sulle alture prospicienti il paese. In seguito, al feudatario successero i feudatari minori, detti anche vassalli, che dettero origine alle tre o quattro famiglie nobili e potenti del luogo.
Estinti i conti, questi signorotti acquistarono quasi tutte le terre del paese, mentre le altre famiglie, più povere, dovettero accontentarsi di lavorare a mezzadria i terreni restanti.
Frattanto, intorno al 1000, si era verificata una generale ribellione dei coloni nei confronti dei feudatari, a cui essi si rifiutarono di pagare i tributi e lavorare gratuitamente e occuparono le terre, obbligando i feudatari a venire a patti cedendo i terreni, mediante livelli e enfiteusi, ai coloni, che col tempo sarebbero diventati gli unici proprietari delle terre un tempo appartenenti ai feudatari.
Nella prima metà del secolo XII, dopo l’estinzione dei conti di Albenga con la morte della contessa Adelaide di Susa e il conseguente scioglimento della marca arduinica, Triora passò sotto il dominio dei conti di Ventimiglia, pur rimanendo sotto la giurisdizione religiosa del vescovo di Albenga.
In tale occasione i conti di Ventimiglia accrebbero notevolmente il proprio territorio, inglobando, oltre a Triora, gli altri paesi della valle Argentina, e le valli del Maro, dell’Impero e dell’Arroscia.
Tali possedimenti erano stati in precedenza oggetto di aspre e sanguinose contese con gli Aleramici.
Fu proprio durante questi dissidi che la Repubblica di Genova riuscì a stringere il 2 luglio 1140 un patto di alleanza con i figli di Bonifacio, marchese di Savona, i quali si impegnarono a soggiogare Ventimiglia e la sua contea e ad assoggettare con le armi le popolazioni che abitavano dal fiume Armea sino a Finale e nel relativo entroterra.
La stipulazione di tale trattato può essere orientativamente indicata come l’inizio dell’espansione ventimigliese oltre il fiume Armea e del passaggio di Triora sotto il dominio dei conti di Ventimiglia, ma propriamente del conte di Badalucco, che apparteneva ad un ramo collaterale della casata comitale di Ventimiglia.
Nel 1153 Anselmo de Quadraginta, signore feudale di Linguila, intervenne in Triora per far riscuotere da parte della popolazione locale le decime ecclesiastiche spettanti al vescovo di Albenga, alla cui diocesi il paese apparteneva.
Impossibilitato però a riscuoterle personalmente, Anselmo inviò allora a Triora e in altri trenta paesi un energico esattore, che effettuò l’operazione di riscossione dei tributi.
Il fatto non riveste particolare importanza dal punto di vista politico in quanto Triora dipendeva allora politicamente da Ventimiglia, quanto piuttosto da quello religioso, che attesta inconfutabilmente la presenza di una parrocchia a Triora all’epoca della richiesta delle decime da parte della curia vescovile di Albenga.
Quattro anni dopo, nel 1157, secondo però un’interpretazione alquanto controversa, Guido Guerra, conte di Ventimiglia, avrebbe giurata fedeltà a Genova, cedendo tutti i castra della comitato, tra i quali anche Triora, ricevendoli contemporaneamente in feudo per investitura.
Tra gli eventi accaduti nell’agro triorese in questo periodo viene soprattutto menzionata la sentenza, pronunciata nel 1162 dal conte Gerbardo di Lussemburgo, legato dell’imperatore Federico Barbarossa, relativa alle controversie sorte tra Triora e Briga per motivi di pascolo nel territorio confinante tra i due paesi. Il 15 ottobre dello stesso anno Triora fu invece teatro di un incontro, voluto dal conte Guido Guerra, a cui parteciparono il fratello di Guido Ottone IV e i rappresentanti dei comuni di Tenda e Briga, per addivenire ad un accordo tra le parti in merito all’eredità della signoria di Tenda e Briga, che era stata attribuita a Guido. Dopo diversi giorni di trattative si pervenne ad un concordato, che venne però duramente contestato dagli abitanti dei due paesi. Intorno al 1190 Triora e il resto della Liguria occidentale passarono definitivamente sotto la sfera di influenza politica e economica della Repubblica di Genova.
Nella seconda metà del XIII secolo, inoltre, contemporaneamente al progressivo esautoramento dell’autorità dei conti di Ventimiglia, che più volte non avevano rispettato i patti sanciti con le popolazioni sottomesse commettendo soprusi, molte comunità aspirarono ad emanciparsi dal dominio feudale.
Sorsero allora associazioni di cittadini, dette Compagnie o Compagne, che si proponevano di incentivare l’esercizio del commercio e garantire la mutua collaborazione tra i cittadini del paese.
I mercanti, eletti per svolgere le mansioni di giudici commerciali delle Compagnie, cominciarono quindi a farsi chiamare con il nome di consoli.

da Cultura-Barocca