Sulla civiltà del mulo

Dintorni di Perinaldo (IM)
Dintorni di Perinaldo (IM)

In Liguria occidentale il MULO era molto diffuso essendo il MULO l’animale ideale per viaggiare lungo percorsi aspri e disagevoli sia lungo la costa che per i tragitti LIGURIA-PIEMONTE.
Il MULO godette per tutta la “Provincia di Imperia” una notevole “fortuna” nel passato.
Ovunque si parla di MULATTIERI soprattutto per quanto concerneva il loro interminabile succedersi tanto sulla via del Nava avendo come punto nodale il sito di Caravonica nell’onegliese, autentica tappa secolare di muli e mulattieri, quanto sull’areale della zona di Taggia e della valle Argentina [ma neppure bisogna dimenticare l’estremo ponente ligure ed in particolare le sue valli ove muli e mulattieri svolsero svariati e secolari lavori].
Per queste contrade generazioni di uomini, in compagnia dei loro animali, svolsero un lavoro fondamentale incentrato sul trasporto a pagamento di prodotti da condurre sulle piazze commerciali del Piemonte o da queste ai porti liguri od ancora dal Ponente di Liguria in direzione della Provenza quanto di Genova.
Le tracce di questa “CIVILTA’ RUSTICA DEL MULO” si riscontrano un pò ovunque nel ponente ligustico, tuttavia per quanto riguarda l’area appena menzionata si hanno tracce documentarie di un certo rilievo (senza dimenticare la scelta che sino a non molti anni fa si faceva dei MULI allevati in valle Argentina per essere utilizzati nelle Forze Armate Italiane).
Questa CIVILTA’ DEL MULO E DEI MULATTIERI ha lasciato per esempio significative tracce nel folklore e nelle usanze sia religiose che laiche.
Per esempio nell’area tra le valli dell’Argentina e del San Lorenzo, nella località di POMPEIANA in particolare, si scoprono tracce di un folklore antico connesso alla cura dei MULI.
Proprio a POMPEIANA esistono per esempio i ruderi di una CAPPELLA o CHIESA CAMPESTRE che la popolazione aveva eretto ad un SANTO tra i cui attributi era quello di essere protettore dei maniscalchi, CAPPELLA che nella dizione locale è detta, impropriamente, CAPPELLA DI S. ALO’ piccolo ed ormai quasi dimenticato “tempietto cristiano” all’antica, quanto decaduta, CIVILTA’ LIGURE DEL MULO: in occasione della festa di questo Santo i muli venivano portati sul sagrato della chiesa per essere benedetti dal sacerdote (si benedicevano le bestie, come semplicemente anche si diceva, grazie a cui i mulattieri del circondario avrebbero potuto svolgere la loro attività di trasporto in ogni direzione e per ogni tragitto: il culto rimase anche quando la cappella fu distrutta dal terremoto del 1831 ma si prese l’abitudine, sino a tempi relativamente a noi recenti, di procedere alla benedizione sul sagrato della chiesa parrocchiale del borgo).
Nella storia ligure ponentina i lunghi tragitti commerciali, verso il Basso Piemonte quanto verso la Provenza e comunque la Francia (senza escludere naturalmente il territorio metropolitano di Genova) avvenivano tramite MULI, aggiogati quando possibili, altrimenti operanti individualmente (od incolonnati, tenendo conto della frequente asperità di vie e percorsi: senza dimenticare quelle emergenze rappresentate da tronchi stradali ormai entrati nel mito come la via Eraclea in definitiva calco della posteriore e parimenti leggentaria strada di Santa Maria Maddalena) carichi della soma [e peraltro molti lavori erano svolti con l’unico, sostanziale aiuto del paziente e forte MULO, animale più adattabile del cavallo e dell’asino, utile in guerra com in pace, capace di onerosi trasporti per tragitti ardui, come spesso erano quelli della Liguria occidentale, e finalmente utilizzate anche per ragioni di trasporto sanitario laddove non poteva intervenire l’ambulanza volante adattata per scopi civili dalla strumentazione bellica.

In un MANOSCRITTO OTTOCENTESCO DI ARGOMENTO MEDICO detto MANOSCRITTO WENZEL, fra altre attestazioni e documenti, una RICETTA MEDICA PER EQUINI.
Con grafia, diversa sia da quella del testo del manoscritto e della ricetta veterinaria, si legge poi in un foglio volante inserito a guisa di frontespizio: “LIBRO DE L’ILL.MO SIGNORE WENZEL TEDESCO/ si mettano nel libro anco le Note, da comunicarsi per quando si daranno li ordini, contra li Unguentarii di vie perché non dieno tormento contro la gente di questo luogo del Perinaldo che va con le bestie mulattine in terra foresta, all’oltregioghi e sinanco in Livorno, allora che è tempo delli limoni per li Ebrei “.
Si potrebbe intendere che un anonimo autore – forse un qualche esponente della municipalità – abbia inteso rammentare al medico estensore del manoscritto di fornire una serie di notizie pratiche di medicina e soprattutto di pronto intervento ai MULATTIERI (quanti cioè lavoravano con le bestie mulatine (o mulattine) come venivano preferibilmente chiamati i MULI alla maniera che si evince analizzando un qualsivoglia ARTICOLO del REGOLAMENTO AGRICOLO della COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI, confinante proprio con il territorio perinaldenco).
Da tanti paesi dell’entroterra di Perinaldo i MULATTIERI si recavano a far lavoro di trasporto di merci per la costa ligure sin a Genova ed oltre e poi anche in territorio francese (dopo la frontiera come anche si soleva dire, sia quando si andava in Provenza che nelle Alpi Marittime che ancora, ad esempio, al Portofranco sabaudo di Nizza e Villafranca).
I MULATTIERI eseguivano tantissimi compiti ma vale qui la pena di menzionare alcuni trasporti tipici, che cioè caratterizzarono la loro attività, sia che si trattasse di spostamenti singoli (su percorsi limitati, per esempio si ai porti e agli scali commerciali) sia su tragitti lunghi, specialmente quando le bestie mulatine (o mulattine) venivano organizzate secondo il sistema della caravana o carovana cioè per grossi contingenti di animali ed uomini destinati a procedere incolonnati attraverso le asprezze dei malandati percorsi litoranei.
Fu con siffatto sistema che questi trasportatori liguri condussero per secoli nelle regioni più lontane le merci e, nella fattispecie della Liguria ponentina, alcuni suoi prodotti storici: tra cui giova citare l’OLIO D’OLIVA, gli AGRUMI, PALME – PALMIZI – PALMURELI ed il VINO (senza dimenticare quei prodotti che, magari per lunghi periodi prima di decadere, hanno costituito una voce significativa della produzione ligustica come, ad esempio, il CORALLO che i MULATTIERI LIGURI OCCIDENTALI trasportarono per secoli verso il Piemonte e la “Padania”).
La citata nota del MANOSCRITTO WENZEL è, specificatamente, interessante in quanto permette di dedurre che ancora ai primi del 1800, sugli ardui tragitti che lentamente sarebbero stati “calcati” dalla via della Cornice, i MULATTIERI dovevano verisimilmente confrontarsi con malattie e pericoli d’animali selvatici o rinselvatichiti (anche linci ed orsi ma soprattutto lupi) oltre con quei quei tanti criminali (in particolare pirati, banditi, contrabbandieri, briganti da strada), che da metà del XVI secolo il Codice Penale di Genova aveva tentato, con ben limitati successi, di piegare.
Gli unici che di fatto, senza peculiari necessità osassero avventurarsi assieme ai MULATTIERI, senza scorta e lungo i tormentati percorsi del ponente ligustico (specie fra fine XVI e XVIII secolo), furono quegli avventurieri genericamente noti con l’epiteto di mercanti di meraviglie tra cui risultavano tanti ciarlatani e “medici di strada” che ancora nei primi decenni del XIX secolo si industriavano a vendere qual panacea contro ogni male sciroppi, tisane e soprattutto balsamici unguenti.
Tra questa variegata umanità si potevano facilmente individuare quanti vendevano balsami rozzamente fatti derivare da quei medicamenti già esaltati dalla medicina spagirica o spagiria quali l’unguento armario e la polvere simpatetica, già ritenuti eccellenti, pur fra infinite polemiche e contraddizioni, come rimedi contro le ferite inflitte sia con armi bianche che “da fuoco”.

da Cultura-Barocca

Annunci

Monache da Caramagna Piemonte al ponente ligure

Imperia: incrocio tra Via XX Settembre e Via Felice Cascione
Imperia: incrocio tra Via XX Settembre e Via Felice Cascione

Il ruolo delle MONACHE DELL’ORDINE BENEDETTINO, per quanto estremamente inferiore a quello dei confratelli dello stesso potente ordine religioso, è stato abbastanza trascurato negli studi sul ponente ligure, sia in merito alla pochezza del loro numero sia -e soprattutto- in dipendenza di una notevole resistenza feudale alla loro opera.
Verso i primi dell’XI secolo come laboriosa conseguenza del crollo dell’IMPERO CAROLINGIO con la morte nell’888 dell’IMPERATORE CARLO IL GROSSO l’Italia feudale risultò frazionata in una serie di stati pseudonazionali mediamente identificati in grandi Marche (Marchesati), a loro volta suddivisi in un mosaico di “stati vassali”, in genere Contee.
La Liguria Occidentale, in quest’opera di frazionamento, era pervenuta fra i possessi della MARCA DI TORINO, facilmente detta MARCA ARDUINICA: essa giunse al potente OLDERICO MANFREDI che nel 1028, assieme alla moglie BERTA fondò a CARAMAGNA PIEMONTE un MONASTERO BENEDETTINO FEMMINILE: secondo l’uso feudale concesse poi alle monache vari beni per il loro sostentamento e tra questi vari luoghi e paesi in Piemonte e, a guisa di accesso alla linea del mare, una metà del CASTELLO DI PORTO MAURIZIO col la relativa CORTE DI PRINO E DI CARAMAGNA.
Si trattava di una procedura usuale a favore delle grandi case religiose pedemontane e non (si veda l’emblematico caso di NOVALESA il cui principato ecclesiastico fu esteso con possessi nella media VALLE DEL NERVIA) incoraggiate dalla feudalità nel finalizzare un enorme sforzo di apostolato su larga scala, teso sì a portare la voce del vangelo in ogni contrada ma soprattutto a rinvigorire contrade che erano state desolata dalle incursioni dei SARACENI.
Le religiose, ispirandosi all’attivismo religioso e civile del loro Ordine, istituirono quindi a PORTO MAURIZIO un grande MONASTERO (nel sito oggi all’incrocio tra le vie Cascione e XX Settembre) cui fu annessa la limitrofa CHIESA DI S. MARIA ASSUNTA.
Tutto l’XI secolo fu caratterizzato dall’opera delle monache che finalizzarono quelli che erano i programmi dell’Ordine e del potere civile che le aveva favorite: così intorno al MONASTERO si coagularono piccoli insediamenti di villani e rurali: le suore, acquisendo sempre più meriti fra la popolazione, non ebbero difficoltà -a fronte di un potere civile lontano e indifferente o piuttosto impotente- ad estendere la loro influenza anche sul territorio di DOLCEDO che assorbirono nel loro PRINCIPATO.
Le BENEDETTINE tra l’altro andavano ottenendo sempre maggiori consensi (superando nettamente in ciò i più moderati confratelli) anche perché invece di assumere un ruolo di prudente neutralità si espressero spesso in sostegno dell’idea antifeudale di autonomia che andava serpeggiando ovunque e che preludeva alla svolta del LIBERO COMUNE.
I MARCHESI DI TORINO, pur sempre gelosi dei loro diritti feudali, non potevano certo accettare questa situazione e -qui come altrove- pur cercando di non inimicarsi il prestigios Ordine ritennero opportuno un mutamento istituzionale.
Così -per effetto delle pressioni della GRANDE NOBILTA’- il Vescovo di Albenga -alla cui DIOCESI spettava il territorio di DOLCEDO- scorporò dal PRINCIPATO ECCLESIASTICO FEMMINILE DI CARAMAGNA la CHIESA DI DOLCEDO e l’affidò ai MONACI DI LERINO parimenti di tradizione benedettina ma derivanti da quel fenomeno monastico insulare -più antico ancora dell’esperienza benedettina- che aveva dato ottime prove di amministrazione territoriale senza interferenze col potere temporale.

da Cultura-Barocca

Sulla diffusione dell’olivicoltura nel ponente ligure

Pompeiana (IM)
Pompeiana (IM)

G. MOLLE in un un lavoro edito a Milano nel 1971 – Oneglia nella Storia – aveva sostenuto una PACIFICA IMPORTAZIONE DELL’OLIVICOLTURA DALL’AREA GRECO-PROVENZALE ed aveva altresì dubitato di un’arcaica guerra di frontiera fra Greci e Liguri nel IV-III sec. a. C., sia perché l’archeologia ha riportato tracce di una pacifica commercializzazione di prodotti massalioti nei castellari del Ponente. Sia per il fatto che i grecismi ” MAGAGLIO” [che deriva da un tipo di zappa greco, la MAKELLA (in latino Ligo: il nome attuale, attraverso i millenni, salva restando la tipologia dell’attrezzo, si evolse – caso isolato in Italia – nell’italiano-ligure ponentino, di evidente connotazione dialettale, “MAGAGLIO”, donde il verbo “MAGAGLIARE”, sia nel significato proprio di “lavorare il campo o l’orto” sia nell’accezione proverbiale, con timbro critico” di “non far vita da fannullone e dedicarsi ad un lavoro utile quanto faticoso“] e “CARASSA” [un sistema di sostenimento pei vitigni], nonché la tecnica colturale marsigliese della colombara paiono introdotti pacificamente nel Ponente ligure ad opera di coloni greci. Peraltro, nonostante gli sforzi e le investigazioni -patrocinati soprattutto dall’Istituto di Studi Liguri di Bordighera- una pagina ancora da verificare è quella dei contatti dei Liguri ponentini col mondo greco nella sua totalità e non solo con Marsiglia: ed un oggetto di studio interessante sarebbe quello delle relazioni con la potente isola greca di RODI le cui navi – nel suo periodo di massimo splendore, frequentavano per ragioni commerciali tutto il Mediterraneo sui cui mercati erano sempre ben gradite le ottime MONETE nella zecca dell’isola.

Le ultime indagini sui reperti suggeriscono che dal VI sec. agricoltori greco-marsigliesi si siano insediati senza contrasti nel territorio degli Intemeli, non lungi dall’odierno confine costiero tra Francia ed Italia.

I MONACI BENEDETTINI, dal IX al X secolo, diedero impulso all’olivicoltura ligure; furono probabilmente loro che importarono da Cassino nell’area tabiense, dove esercitavano l’opera apostolica, una pianta di buona qualità, poi detta TAGGIASCA (cfr. FORNARA, I Benedettini e la Madonna di Canneto a Taggia, Chieri, 1928, pp. 49 e 97).

Il Formentini (in Studi velleiati e bobbiesi, La Spezia, 1938, p. 25) citò un diploma di Carlo Magno, datato 5 giugno 774, con cui in qualità di rex Longobardorum concedette a Guinibaldo, abate di Bobbio, un podere con oliveto sulla via del Bracco (anticamente Petra Calice).
Nella ricordata concessione del vescovo Teodolfo (X sec.) l’olivo viene menzionato accanto ad altre qualità di piante e di alberi; questo però é l’unico documento dell’epoca che ne registra sì antica presenza nel Ponente ligustico.
Infatti in un successivo atto (4-VII-1049, ma forse correggibile al 1036-1038) con cui Adelaide di Susa donò al monastero genovese di S. Stefano il fondo Porciano (a Santo  Stefano al Mare), nonostante la quantità di elementi, piante, coltivazioni citate, l’olivo non compare.

La coltivazione intensiva dell’olivo e lo sfruttamento artigianale dell’olio (su cui, a livello generale, una fra le prime opere scientifiche fu quella settecentesca di Pietro Vittori) sono databili alcuni secoli dopo. La coltura si affermò a livello intensivo dal pieno ‘500, mentre tra fine XV e primi del XVI secolo non era ancora particolarmente diffusa pur se, a riguardo dell’areale della Val Nervia sia negli atti del notaio di Amandolesio non mancano citazioni di terre coltivate ad olivi (in particolare quelle del caso di una vedova di Dolceacqua, certa Benvenuta -XIII secolo- che possedeva, oltre a varie altre terre a differenti specializzazioni agricole, alcune piantagioni di olivi) sia, ancora, entro gli Statuti del borgo di Apricale alla Rubrica 38 si leggono precise norme contro i furti perpetrati a danno degli olivicoltori.
Su questo argomento concorrono utilmente le rilevazioni fatte da Fausto Amalberti nel suo saggio Popolazione di Soldano nel secolo XVI ed ancor meglio quello di Beatrice Palmero nel contributo Proprietà catastale e struttura familiare (pp.161-162): entrambi i lavori sono stati editi nell’opera Il Catasto della Magnifica Comunità di Ventimiglia...(1545 – 1554).
Grazie alla sua più estesa ed organica visione dei problemi, la Palmero sviluppa un esaustivo piano comparativo sulla diffusione dell’olivicoltura nel Ponente ligure, sottolineando però con cura un’anticipazione della coltura e dell’annessa civiltà dell’olio propria delle valli di Diano.
La studiosa sulla base dello strumento notarile, appunto il Catasto, arriva a segnalare una modestia tale della coltura nell’agro intemelio da giustificare sia l’importazione del prodotto dalla Provenza sia il principio che tra metà 1200 e metà XVI secolo l’incremento dell’olivicoltura, a fronte delle colture predominanti della vite e dell’olivo, non avesse fatto registrare alcun significativo incremento.

Sempre Beatrice Palmero riporta per esteso le terre dell’amministrazione di Ventimiglia, che, sulla base del catasto, risultavano poste a olivicoltura: una terra ad Airole (in località Pian) di cui era titolare un certo Jancherius, una a Bordighera in località Ponte di un Gerbaldus, una a Borghetto di certo Aproxius, una a Vallebona (località Toria) di un Pallancha, una appartenente a tutta la comunità di Soldano (Universitas Soldani) in località Sagrao, una ancora a Vallebona di tal Allavena in località Savel, sempre a Vallebona un’altra di tal Guillelmus in luogo Cazetta, di nuovo a Vallebona, del Guillelmus, un’altra terra ad olivi in zona Vallon de Vi, sempre a Vallebona la terra olivata Pian de Lora di certo Arnaldus ed ancora, nello stessa villa, le terre di Iancherus in località Savel, di Leonus in zona Chiaforno, di un Pallancha in sito Fontana.
Il facile calcolo fatto dalla studiosa registra quindi un il numero di 10 oliveti e calcola successivamente un numero ancora limitato di frantoi, una ventina circa, a fronte degli oltre 30 mulini necessari alla Comunità per la macinazione del grano di autoconsumo.

Secondo l’Amalberti, e sulla base di una sua condivisibile constatazione, proprio dalla metà del ‘500 (periodo di stesura del catasto) l’olivicoltura registra la sua crescita: il ricercatore d’archivio ci rende edotti di alcuni dati interessanti che evince dall’Archivio di Stato di Genova (Notai Antichi, n. 1808 bis, notaio Stefano Berruto).

Tra i segnali del sempre maggior valore attribuito ai campi posti a coltura di olivi egli adduce, per esempio, un atto del 1524 col quale tal Domenico Fenoglio di Isolabona vende 35 rubbi di olio ad Antonio Orengo di Ventimiglia ed un altro ancora, del 1532, per cui Luigino Moro di Apricale che accusa un debito di 10 scudi nei confronti di certo Francesco Massa di Ventimiglia si impegna a saldare il suo debito in natura e specifatamente con una convenuta quantità di olio.

E’ comunque curioso ricordare che, alla origine della sua storia moderna, la pianta serviva frequentemente da recinzione delle proprietà, per lo più lavorate a colture tradizionali (intarziato ).

La lavorazione degli olivi ha una sua chiave di lettura nell’analisi dei documenti notarili riguardanti i più antichi FRANTOI (MULINI AD OLIO/ AEDIFICIA/ U DEFISSIU) noti nel PONENTE LIGURE e destinati attraverso i secoli ad un CONSISTENTE SVILUPPO

Uno dei primi FRANTOI venne menzionato in un atto del 28-XII-1205 per cui un certo Bonaventura Marzano di Ardizzone cede all’abate di S. Stefano un fondo di Villaregia, a pagamento di un legato di 19 soldi ed è anche nota l’esistenza di un processo di molitura svolto secondo la tecnica della NORIA o POZZO A SANGUE con trazione animale…

Nel documento, studiato da N. Calvini – A. Sarchi (op cit., pp. 56-57 e 125) e conservato nell’ Archivio di Stato di Genova (Ab. S. Stefano, 1509, m. II, fasc. perg. 161, indizione genovese), compare la frase “… usque ad Gombum per rectam lineam , dove il GOMBO veicolato sino ad oggi a livello dialettale, è sinonimo di mulino da olio: la forza motrice, con l’evolversi delle tecniche, prese ad essere fornita, sia per i mulini che per i frantoi, dall’incanalamento delle acque per via di veri e propri ACQUEDOTTI (BEODI), di cui rimangono tracce, anche monumentali, come nel caso di uno, i cui considerevoli reperti si trovano a Pompeiana in località Loghi.
Solo più tardi entro nell’uso aedificius ab oleo, che l’etimologia popolare ha poi deformato nel dialettale u defissiu.
L’uso dell’espressione edificium ab oleo (con aferesi della A iniziale) è riscontrabile in scritti del XV secolo, come quello che regolarizza la divisione confinaria tra le chiese di Pompeiana, Lingueglietta e Riva (A.S.G., Ms. Perasso, manoscritti 843, p. 270).

Per rilevare i rapporti di sinonimia tra frantoio ed i suoi equivalenti ligustici è interessante riportare un inedito documento (12-V-1692) redatto nei locali della Confraternita dello Spirito Santo (detta anche Congregazione della Carità) di Pompeiana.
Si tratta dell’enunciazione di un ricorso, accolto dalla Marchesa Teodora Spinola, contro i Gombaroli rei di trattenere, contro le norme prefissate, le sanse.
Nell’atto si legge: ” … Sig.i dovete sapere che essendo stato fatto ricorso dai nostri predecessori all’Ill.ma Sig.a Marchesa Teodora Spinola per caosa che dalli Gombaroli osij fitavoli dell’edificij d’oglio del presente luogo ci vengono usurpate le sanse delle olive che d’ogn’uno del presente luogo si mandano a frangere alli Gombi suddetti con supplicarla che dovesse ordinare a Gombaroli osij fitavoli che dovessero puntualmente restituire e consignare a ogni persona le sanse predette doppo cavarne l’oglio secondo il solito…”.
Risultano qui evidenti gli interessi legati all’olivicoltura; tutto era sfruttato e gli stessi residui, come la sansa che si utilizzava quale mangime, combustibile (specie per i forni) e olio alternativo (per es. da saponi), rivestivano particolare importanza nella vita di tutti i giorni.

La ricerca di nuove frontiere commerciali e quindi di lunghi viaggi marittimi, che portarono alla scoperta dell’America, comportarono dal XV sec. il problema di un’economica conservazione dei cibi.

Ed a questo punto ebbe origine la moderna fortuna dell’olivo.
Si scoprì infatti che l’olio non acido si conservava ed aveva la proprietà di mantenere inalterati gli alimenti.
La coltura della pianta venne in breve tempo intensificata sino a ridurre la distanza tra calza e calza dell’albero (per tradizione di 10 m) a soli 5 metri.
I risultati pratici furono mediocri ma l’abitudine venne conservata ed il successo dell’olivicoltura fu ufficialmente ratificato.
Tutto ciò si rivelò, col tempo, un inconveniente, perché l’agricoltura ligure si concentrò troppo su questa monocoltura senza predisporre valide alternative (G. MOLLE, op. cit., p. 316).

da Cultura-Barocca

I Francescani nel Ponente Ligure

Uno scorcio di Pigna (IM), in Alta Val Nervia
Uno scorcio di Pigna (IM), in Alta Val Nervia

Dall’analisi di due atti del notaio di Amandolesio (3-4 maggio 1263) apprendiamo il nome di due Crociati, tali Michele de la Turbie e Guglielmo di Voltaggio, ma soprattutto si viene a sapere che alla stesura dei documenti, come testimoni e consiglieri, eran presenti dei monaci FRANCESCANI.
La presenza di Frati Minori in Val Nervia si può datare con certezza dal 1230 perchè il I marzo di tale anno un certo fra Giovanni, accompagnato dai confratelli Zenone e Brito, aveva pronunciata una sentenza arbitrale per rimettere concordia fra gli uomini di Pigna ed Apricale relativamente ai confini amministrativi dei monti ansa et marcola: il religioso aveva pronunciato il suo parere in via ad passum bonda.Dal rescritto è possibile apprendere che tale località alpestre era un bene indiviso fra Pigna ed Apricale, mentre alcune sue aree limitanee costituivano una bandita degli uomini “de rocchetta”  (Rocchetta Nervina) ed un’altra degli “uomini de Argeleto”. Dalla lettura dell’atto si intende che i Francescani erano stati fatti intervenire, oltre che per le controversie territoriali, onde dirimere un vecchio nodo giurisdizionale pei diritti di pedaggio sui tragitti della zona.
Il riparo a “terruzzo” (terrizzo, dial. = * terrissi ), ricovero per pastori e bestie, che raggiunse l’acme architettonico fra XV-XVII sec., rappresenta l’espressione storica di questa strada della transumanza.
E’ pure fatto di rilievo che per tutto l’arco medievale sia esistito un praedium de Veonexi sul percorso della via romea, con colture di tipo vario, aggregate, vineate, olivate ed ortive, e la presenza di numerosi terrissi.  La presenza dei Francescani in Val Nervia dal 1230 aveva costituito un evento importante e precoce, tenuto conto del fatto che il Fondatore era morto da poco, nel 1226: l’evento sarebbe vieppiù interessante, se si potesse provare la contemporanea esistenza di una Domus di Frati Minori a Ventimiglia (IM) o nel Contado.
La tradizione locale e qualche storico di valore come G. Rossi avvalorano in verità questa ipotesi, che collocherebbe nel distretto un Convento francescano molto antico, eretto in concomitanze colle storiche Case di Torino (1228), Moncalieri (1232), Acqui (1244).
Tuttavia la DOMUS SANCTI FRANCISCI risulta legalmente documentata a Ventimiglia solo dalla II^ metà del Duecento: si apprende ciò dal testamento di Alassina, moglie di Oberto de Dandolo, che dimorava nel forte del Colle di Ventimiglia e che, come fece scrivere, avrebbe voluto esser sepolta presso la Chiesa di San Francesco.
La Casa conventuale nel 1258 sorgeva “extra moenia”, cioè fuori circuito murario di Ventimiglia. Certo Bonifacio ne era frate guardiano, mentre un frater Rainerius occupava tra i monaci un soprendente prestigio morale (secondo altri studiosi il nome di Porta Sancti Franciscii in Ventimiglia medievale deriverebbe dalla casa dei Frati Minori che avrebbero abbandonato il primitivo convento, nei pressi di forte S. Paolo, onde trasferirsi verso il XIV sec. in questa zona ove si trovano, oltre l’arco romanico della porta originaria, le ampie porzioni murarie ad essa collegate).
La popolazione locale faceva molti lasciti a questo Convento di Francescani ed al suo Ospedale pei poveretti: la Chiesa inoltre stava a capo di un’area cimiteriale ormai “prediletta” dalla popolazione per le inumazioni, a scapito dei vecchi cimiteri di matrice benedettina o canonicale dell'”Oliveto” o “S. Michele” , “S. Maria” (not. di Amandolesio, doc.42, del 16 marzo 1259: si veda il caso di Raimondo Soranda che il 19-XII-1260 lasciò a questo convento 20 soldi, il doppio che ad ogni altra Casa intemelia – doc.334).
La rapida comparsa di Francescani nell’agro (intemelio) era probabilmente connessa sia al fenomeno “Crociato”, sia ai “pellegrinaggi nei Luoghi Santi”, sia alla riscoperta viaria del Ponente ligustico.
I Francescani, che pure mal vedevano certe devianze imperialistiche delle Crociate, erano accetti dalle autorità e già amati dal popolo per il soccorso che portavano in ogni pubblica emergenza: dal concordato che ebbe arbitro il citato fratello Giovanni si apprende inoltre che costui aveva ormai tal conoscenza topografica della valle del Nervia da far pensare che l’avesse percorsa più volte.
Al riguardo può indirettamente convenire lo studio di un testamento, del 29-XII-1258, fatto redigere al di Amandolesio per volere di un certo Ugo Botario. Questo lasciò 10 soldi genovini all’ospedale de Clusa ed a quello de Rota: tali somme sarebbero servite per comprar “sacconi”, cioè giacigli per il riposo degli stanchi pellegrini. Il Botario lasciò pure 10 soldi all’ opera della chiesa di San Michele (presso il cui chiostro voleva esser sepolto) ed altrettanto donò alla cattedrale di S. Maria. All’opera della chiesa di San Francesco dei frati minori il testatore stabilì invece che spettassero 20 soldi genovini: intendeva egli che con quei danari si vestissero dieci poveri con tuniche, un pari numero con camicie ed altrettanti ancora con pantaloni. Anche il Botario, pur senza dimenticarsi degli altri Ordini, aveva quindi risentito del messaggio francescano: sì da lasciare a questo Convento il doppio di quanto aveva stabilito per le altre chiese. Egli lasciò contestualmente 10 soldi sia all’pellegrinaggi religiosi ma pure per le importanti relazioni commerciali.
I porti di Ventimiglia, gli Ospedali, le vie costiere e vallive, soprattutto i ponti lignei da restaurare in continuazione su quei due ribelli corsi fluviali, costituivano ai tempi del Botario un promettente arabesco di porte spalancatesi da poco sul resto del mondo.
Il lascito ai Francescani, relativamente cospicuo, ribadisce a suo modo una giusta ipotesi della Nada Patrone secondo cui la rapida affermazione dei Frati Minori in Piemonte e Liguria era legata alle nuove esigenze economiche, ai processi di urbanizzazione e soprattutto ai riscoperti bisogni di comunicazione internazionale (A.M. NADA PATRONE, Il Piemonte medievale IX,1-2 in PATRONE-AIRALDI, Comuni e Signorie nell’Italia Settentrionale: il Piemonte e la Liguria, in Storia d’Italia, V, Torino, 1986).
Per questa partecipazione alla vita comunitaria i Francescani, più dei Canonici della Cattedrale, risultarono dal 1230 impegnati a conciliare e guidare la borghesia imprenditoriale ed i popolani del territorio intemelio: ancor più dei Benedettini svilupparono l’idea di una grande via di costa che surrogasse il faticoso percorso di sublitorale e si andarono impegnando costantemente alla salvaguardia di quel flusso di viandanti che da ogni dove giungevano sin Ventimiglia onde prender via per le destinazioni più lontane.

da Cultura-Barocca

Emblematiche villeggiature antiche in quel di Latte di Ventimiglia (IM)

 

A fronte delle “Ville” del Contado Orientale di Ventimiglia (IM), poi organizzatisi nella Comunità degli Otto Luoghi, dediti principalmente a una vita agronomica di grande rilievo, con l’eccezione marinaresca di Bordighera, soprattutto all’inizio dell’epoca moderna i meno popolosi centri del Contado Occidentale ebbero sorti diverse.

Decisamente emblematico fu il caso di LATTE (sopra ben visibile in settecentesca cartografia vinzoniana) che, oggi frazione di Ventimiglia (IM), ebbe – pur tra esperienze agronomiche e di commercio di bestiame – un’antica valenza turistico-ambientale. Quest’ultima in parte derivata dall’usanza praticata dai residenti facoltosi di Ventimiglia di lasciare per determinati periodi il capoluogo, cui era attribuita fama di sito malsano e d’aria pesante.

Nella convinzione derivata dalla medicina del tempo che la villeggiatura in zone reputate climaticamente salubri fosse, oltre che un modo per ritemprarsi, anche – specie fra ‘500 e ‘600 – una soluzione per aggirare i pericoli della grande pandemia della Morte Nera. Così che, seppur con lo sfarzo possibile ai più modesti mezzi d’una borghesia e d’una nobiltà provinciali, presero a sorgere ville signorili anche nel progetto di imitare le ben più ricche ville del contado di Genova. Anche se altri nobili come i Clavesana non disdegnavano luoghi alternativi per ritempare spirito e salute come la splendida località di “Rezzo” destinata a divenire scenario entro un romanzo del seicentesco romanziere genovese Bernardo Morando.

Effettivamente tra ‘500 e ‘600 a livello panitaliano correva l’opinione che Ventimiglia non fosse città salubre e che risiedendovi si potessero contrarre facilmente, anche mortali, febbri (malariche).

Contro siffatto giudizio, anche per giustificare la sua scelta di ritornare in Ventimiglia ed erigervi la sua “Libraria”, si adoperò Angelico Aprosio, cercando semmai di evidenziare (pur con alcune quasi necessarie precisazioni) i pregi del capoluogo.

La bontà climatica di LATTE si radicò comunque per lungo tempo nell’opinione generale prendendo piede anche tra chi proveniva da lontano, così che, per esempio, la località fu frequentata nel ‘600 anche dall’allora famosa poetessa romana Camilla Bertelli – celebrata alquanto da Prospero Mandosio -. La Bertelli abitava a Nizza, perché aveva sposato un esponente della ricca casata locale Martini avendone un figlio letterato, Francesco Martini. Fu molto amica di Angelico Aprosio, che era solita ospitare nella sua proprietà di Latte, appunto. Varie tracce di insediamenti romani inducono comunque a pensare che siffatta dimensione residenziale della piana di Latte risalisse molto indietro nel tempo, sin forse alla romanità, soprattutto alla romanità imperiale.

 

da Cultura-Barocca 

Mulattieri, medici ambulanti, mercanti di meraviglie

La Torre Grimaldi di Ventimiglia (IM), posta sull'attuale confine con la Francia, ma già per secoli segno della frontiera occidentale della Serenissima Repubblica di Genova
La Torre Grimaldi di Ventimiglia (IM), posta sull’attuale confine con la Francia, ma già per secoli segno della frontiera occidentale della Serenissima Repubblica di Genova

Ancora ai primi del 1800, sugli ardui tragitti che lentamente sarebbero stati “calcati” dalla via della Cornice, i MULATTIERI dovevano verisimilmente confrontarsi con malattie e pericoli d’animali selvatici o rinselvatichiti (anche linci ed orsi ma soprattutto lupi), oltre con quei tanti criminali (in particolare pirati, banditi, contrabbandieri, briganti da strada), che da metà del XVI secolo il Codice Penale di Genova aveva tentato, con ben limitati successi, di piegare.

Gli unici che, di fatto, senza peculiari necessità osassero avventurarsi assieme ai MULATTIERI, senza scorta e lungo i tormentati percorsi del ponente ligustico (specie fra fine XVI e XVIII secolo), furono quegli avventurieri, genericamente noti con l’epiteto di mercanti di meraviglie tra cui risultavano tanti ciarlatani e “medici di strada”, che ancora nei primi decenni del XIX secolo si industriavano a vendere qual panacea contro ogni male sciroppi, tisane e soprattutto balsamici unguenti.

Tra questa variegata umanità si potevano facilmente individuare quanti vendevano balsami rozzamente fatti derivare da quei medicamenti già esaltati dalla medicina spagirica o spagiria, quali l’unguento armario e la polvere simpatetica, già ritenuti eccellenti, pur fra infinite polemiche e contraddizioni, come rimedi contro le ferite inflitte sia con armi bianche che “da fuoco”.

E peraltro i DORIA di Dolceacqua ancora nel XVIII secolo facevano uso di sostanze medicamentose notoriamente connesse alla teoria delle antipatie e simpatie tra micro e macrocosmo: un sistema interpretativo, cui tra molte perplessità, specialmente in merito alla giustificazione di certi culti delle reliquie aveva spesso finito per avvicinarsi la Chiesa Romana, come ad esempio nell’interpretazione del miracolo di San Gennaro.

L’origine di questi medici ambulanti venditori di balsami, spacciati per prodigiosi, ma talora forse anche per suggestione non privi di effetti (per esempio, lo iatrochimico belga Van Helmont dopo i fallimenti di tanti medici ufficiali fu guarito dalla scabbia proprio da uno di questi terapeuti da strada italiani), logicamente fiorì intorno ai presidi militari e come codazzo di eserciti in cui i medici vulnerari, cioè i medici militari erano pochi e sempre provvisti di una strumentazione ancora rudimentale e di farmaci dai limitati effetti: del resto fra la truppa non era il morire la cosa più temuta, ma era il dolore, cioè una sofferenza fisica non alleviabile da alcun sedativo e spesso acuita dall’opera di chirurghi assai poco esperti.

Per questa ragione ci si rivolgeva anche a praticanti della mai morta medicina popolare, alle medichesse superstiti dalla lotta alla stregoneria e quindi ai praticanti di medicina alternativa, compresi appunto i venditori di unguenti (unguentarii).

Ed i mulatieri si recavano a far lavoro di trasporto di merci per la costa ligure sin a Genova ed oltre e poi anche in territorio francese. Dopo la frontiera come anche si soleva dire, sia quando si andava in Provenza che nelle Alpi Marittime che ancora, ad esempio, al Portofranco sabaudo di Nizza e Villafranca).

Eseguivano tantissimi compiti, ma vale qui la pena di menzionare alcuni trasporti tipici, che cioè caratterizzarono la loro attività, sia che si trattasse di spostamenti singoli (su percorsi limitati, per esempio si ai porti e agli scali commerciali) sia su tragitti lunghi, specialmente quando le bestie mulatine (o mulattine) venivano organizzate secondo il sistema della caravana o carovana cioè per grossi contingenti di animali ed uomini destinati a procedere incolonnati attraverso le asprezze dei malandati percorsi litoranei.

Fu con siffatto sistema che questi trasportatori liguri condussero per secoli nelle regioni più lontane le merci e, nella fattispecie della Liguria ponentina, alcuni suoi prodotti storici: tra cui giova citare l’OLIO D’OLIVA, gli AGRUMI, PALME – PALMIZI – PALMURELI ed il VINO (senza dimenticare quei prodotti che, magari per lunghi periodi prima di decadere, hanno costituito una voce significativa della produzione ligustica come, ad esempio, il CORALLO che i MULATTIERI LIGURI OCCIDENTALI trasportarono per secoli verso il Piemonte e la “Padania”).

da Cultura-Barocca