La sentinella dei Conti di Ventimiglia

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BADALUCCO (IM) è uno dei più antichi centri di MEDIA Val Argentina, che quasi mille anni fu “La sentinella dei Conti di Ventimiglia”.
Costituisce un tipico esempio di BORGO COMPATTO di valle su un lembo a spatola che si CHIUDE NELL’ANSA dell’imprevedibile torrente Argentina, che ha segnato la storia del centro scavandogli lo spazio sottratto all’altra sponda e proteggendolo nel suo arco, oltre che sopportando i 2 ponti, quello vecchio e quello nuovo, a monte e valle.

Di origine feudale, Badalucco sorse intorno al castello dei Conti suoi feudatari, che sfruttarono la postazione atrategica e la protezione del corso d’acqua. Il nome è documentato nel XIII sec. come “Baaluco” o “Badaluco” ed è forse da collegare al verbo onomatopeico “*batare” donde deriva l’italiano “badare” come “sorvegliare o fare la guardia”.

Può stupire che quando la Repubblica di Genova, acquistando dai decadenti Conti di Ventimiglia il controllo su queste terre, non abbia concesso un ruolo significativo a Badalucco, relegando il paese in una apparente condizione di secondo piano rispetto a Triora capoluogo dell’omonima “Podesteria” e ad inglobare Badalucco (con l’importante borgo di Montalto) nella sua giurisdizione.

Le ragioni non sono molte né dipendono da scarsa considerazione di Genova per la storia antica di questi due centri; semmai si potrebbe parlare del contrario!

Badalucco fu, anche nei tempi oscuri di lotte fra feudatari e Comuni e poi tra Guelfi e Ghibellini, un “porto” fedele e sicuro per i Conti di Ventimiglia che, al contrario, non godevano di partito e simpatie in Triora. Quest’ultima, come è anche naturale, parve ai genovesi la base più sicura su cui fare affidamento, il luogo che – a differenza di Badalucco e Montalto – non avrebbe mai rimpianto i signori feudali, né avrebbe dato loro ospitalità in caso di guerre, nè con loro, in occasione di qualche pretesa, sarebbe sceso in campo contro le truppe della Repubblica marinara.

Ma ciò non basta ancora per spiegare le scelte di Genova: Badalucco e Montalto, dopo l’incorporazione nel Dominio di Genova, vennero a trovarsi in un’area relativamente sicura, lontana sia dal mare che dai fragili confini dell’Oltregiogo.

Per quanto fossero borghi importanti avevano quindi perso molta di quella importanza strategico-militare che li aveva contraddistinti nel microcosmo dei confronti medievali su scala locale e paesana.

Per Genova, nella situazione storica in cui si eresse la Podesteria di Triora, era prevalente custodire le vie dell’Oltregiogo dove la Signoria temeva i continui spostamenti dei tanti feudatari, laici ed ecclesiastici, del Basso Piemonte ancora in lotta per una definitiva supremazia e dove il Governo ligure paventava che prima o poi, come sarebbe accaduto coi Savoia, si venisse presto a costituire un forte Stato, storicamente bisognoso di un accesso al mare – specie per il commercio del sale – ed abbastanza potente da mettere in crisi il Dominio stretto e lineare della Repubblica. A meno che questa, in aree tattiche e fedeli (come Triora) non fosse in grado di dar quartiere e fortificazioni a sue truppe ed a militi coscritti fra la gente del luogo, capaci di costituire un deterrente ed un antemurale contro le possibili pressioni piemontesi sulla via del mare.

Se Triora fosse stata troppo debole le forze nemiche, sfondato l’Oltregiogo, avrebbero potuto penetrare facilmente in valle Argentina e, per quanto Badalucco e Montalto potessero pur sempre costituire una barriera solida da superare, quegli eventuali invasori si sarebbero trovati troppo vicini a centri costieri vitali per Genova, come Sanremo e Taggia!

da Cultura-Barocca

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Sulla peste del 1348 a Dolceacqua (IM)

Un angolo del centro storico di Dolceacqua (IM), Val Nervia
Un angolo del centro storico di Dolceacqua (IM), Val Nervia

La peste del 1348 nel ponente ligure era stata ben terribile se dopo dieci anni ancora gran parte del territorio agricolo del contado intemelio era in crisi.

Secondo alcuni interpreti il morbo sarebbe stato introdotto dalla Provenza mentre altri, tenendo conto dei commerci centralizzati sul porto canale di Nervia, ipotizzano un contagio portato, come nel caso di Marsiglia, da qualche nave genovese, sì da sostenere con qualche fondamento, che il Male sia risalito per le vie del Sale e la Strada del Nervia fino al Basso Piemonte, dove peraltro si manifestò un anno più tardi che nel resto d’Italia, verso il pieno 1349.

Dal MARTIROLOGIO trecentesco, che il Rossi scoprì nella cattedrale ventimigliese, si apprende che l’ epidemia dapprima era giunta nella valle (1347) e successivamente in Ventimiglia (20 aprile 1348) e quindi nelle sue Ville, dove si sarebbe conclusa un anno dopo (1349), rispetto a Dolceacqua, Pigna ed altri borghi. In assenza di barriere sanitarie la diffusione del morbo procedeva quindi sulle linee commerciali e questa anticipazione di contagio in val Nervia sembrerebbe da collegare all’intensità di commercianti da terre lontane che vi giungevano, in numero superiore che a Ventimiglia città murata, procedendo per la via di sublitorale o risalendovi dopo esser giunti per mare all’approdo di Nervia.
Negli agri vallivi, a differenza che nella mercantile Ventimiglia e nell’area marinara di Bordighera, si viveva soprattutto di agricoltura e zootecnia; le terre inaridirono presto perché la popolazione temeva, lavorandole, di esporsi al contagio: divennero deserte anche le bandite dei pastori, si arrestò la transumanza, molti animali rimasti senza cure o morirono o, fuggendo, ritornarono allo stato selvatico.

La peste a Dolceacqua (IM) dovette peraltro avere esiti terrificanti: Girolamo Rossi pubblicò nel testo originale latino (Storia del Marchesato…, doc. XXI, originale pergamenaceo conservato in Archivio Comunale di Dolceacqua) l’unico documento davvero importante sulla peste in val Nervia: era una “Sentenza arbitrale tra Ruffino vescovo intemelio, i canonici della cattedrale e la comunità di Dolceacqua” (25 settembre 1358), motivata dalla risoluzione di controversie fiscali (il Vescovo non percepiva da anni il censo o DECIME, dovute dalla comunità alla Cattedrale ed aveva INTERDETTO dal culto gli abitanti di Dolceacqua: questi al contrario adducevano l’impossibilità di corrispondere il dovuto per la gravissima situazione socioeconomca che persisteva ancora 10 anni dopo la fine della epidemia).
Il notaio Vivaldo Rubia, nel palazzo episcopale di Ventimiglia, alla presenza del Vescovo, dei Sindaci e Procuratori di Dolceacqua oltre che di testimoni di rango, redasse dopo il vespro la conclusione pacifica della vertenza.
Per descrivere la grave situazione del borgo egli annotò “…dal giorno della mortalità portata dalla peste, che devastò grandemente le terre tutte del mondo ed in particolare i luoghi di Dolceacqua nell’intiero anno 1348…..ed anche a riguardo delle guerre e delle liti che, durante il persistere della controversia (col Vescovo), sorsero tra detti uomini di Dolceacqua sì da favorire il nemici che fomentava le discordie, di modo che detti uomini diminuirono in numero ed in beni, poiché a ragione della loro miseria e povertà non furono in grado di versare il reddito dovuto (al Vescovo) né possono versarlo ora e tantomeno potranno in futuro pagare i menzionati seicento quartini di frumento, mentre gli stessi uomini di Dolceacqua, per la miseria e la mancanza di gente nei campi e per l’aridità delle terre che coltivano, le quali peraltro danno pochi frutti se non e spesso alcun frutto, a malapena sono in grado di sostenere se stessi ed il vitto dei congiunti…“.
Non esiste la necessità di commentare questo quadro disastroso di MORBO e CARESTIA: lo stesso Vescovo di fronte ad inoppugnabili testimonianze dovette ridimensionare la pretesa di decime che da secoli la sua chiesa raccoglieva nel territorio dolceacquino.
Egli rinunciò ad esigere il frumento di produzione locale (300 mine) ed accettò il pagamento delle decime secondo un nuovo canone, per cui ad ogni “mina” venne dato il valore di un fiorino d’ oro.
Concordate le parti in Dolceacqua, fu salvato il patrimonio delle sementi (dato il rincaro del grano conveniva versare denaro liquido secondo il valore teorico che il prodotto aveva prima della pestilenza): gli abitanti del borgo poterono così rientrare nella Cristianità, essendo stato tolto l’INTERDETTO, sì da cominciare a rivivere i sacramenti e l’ordinaria vita socio-comunitaria degli Ordinamenti ecclesiastici.
I Francescani acquisirono grandi meriti pei soccorsi portati alle popolazioni derelitte sia di Ventimiglia che dei centri rurali delle ville come dell’entroterra e vennero presto gratificati di gran seguito e varie donazioni: il Rossi sostenne al riguardo che grazie a ciò essi avrebbero potuto erigere in Ventimiglia una più ampia casa conventuale (Storia della città di Ventimiglia…, p. 459), anche se a parere di ricercatori più moderni si va sostenendo che con quei donativi i Frati minori avessero semmai ristrutturata la Casa in cui già vivevano…

da Cultura-Barocca

Un missionario di Taggia (IM), nell’Estremo Oriente

Uno scorcio di Taggia (IM)

Giovanni Filippo De Marini nasce a Taggia nel 1608 e della gente dell’estremo Ponente conserva per tutta la vita le doti migliori: senso pratico, capacità innate di raziocinio e quello spirito di adattamento che è spesso temprato da un’umanissima comprensione dei problemi altrui.
In più ha una fede sincera, una spontanea convinzione che il credo cristiano sia valido ed accettabile a qualsiasi latitudine, a condizione che vi sia portato con logica cautela e prudente analisi della verita effettuale dell’area di operazione missionaria.
La fede lo sottrae a Taggia e lo consegna alla Compagnia di Gesù nel 1625; dopo 13 anni, nel corso dei quali matura ed affina le doti potenziali di missionario , s’imbarca per le Indie nel 1638.
Nel Tonkino esperisce con successo le sue funzioni, adattandosi brillantemente all’ambiente, sondandone con mente lucida le condizioni socio-politiche ed impadronendosi del lessico indigeno.
Il successo lo eleva a grande dignità e gli conferisce, agli occhi dei locali, la nomea del giusto e del saggio; riconoscendone le buone capacità e l’indubbio carisma l’autorità ecclesiastica gli attribuisce ia prestigiosa carica di Rettore del Collegio Gesuitico di Macao.
All’ombra dei Portoghesi, ma sempre curioso e attento ai problemi degli indigeni, affina la sua sensibilità Missionaria, emancipandosi dai residui pregiudizi europei, consequenziali del resto di una formazione culturale ancora nebulosa nei confronti dell’estremo oriente.
Ritornato a Roma nel 1660 riesamina letterariamente le sue esperienze missionarie ma, nonostante l’effettivo. successo dei suoi sforzi intellettuali, prova nostalgia delle antiche, esotiche esperienze e finalmente, nel 1674, riprende la via dell’Oriente.
Risiede dapprima in Giappone, svolgendo in questo paese, divenuto pericolosamente impermeabile all’infiltrazione cattolica, la delicata funzione di padre provinciale della missione gesuitica.
In funzione dell’esperienza accumulata e di una raffinata potenzialità di comprensione e di analisi il De Marini non manca di ottenere anche in questa occasione ; ottimi successi missionari, pur dovendo barcamenarsi nei labirinti di una cultura sottilmente ambigua come quella orientale e nonostante gli estri di un potere locale (e centrale) in genere modellato secondo una apparente formale cordialità ma sempre ancorato alla prepotente autocrazia di un insuperabile feudalesimo.
Non ritorna più in Italia! Rispettato ed amato conclude la sua esperienza terrena a Macao il 7 luglio 1682, lasciando quale retaggio spirituale i suoi insegnamenti di brillante missionario, uno scarno epistolario e la versione dal portoghese di un testo per la preparazione catechistica, strutturato ed organizzato da Antonio Rubino ad uso delle popolazioni asiatiche convertitesi alla dottrina di Cristo.
Il suo lavoro letterario più interessante rimane comunque l’Istoria e relazione del Tunkino e del Giappone, comparsa nel 1663, ma di cui si ricorda un’edizione veneziana del 1665.
L’opera, formalmente agile e moderatamente appesantita dal gusto barocco per l’erudizione, gode discreto favore tra i lettori; l’intento programmaticamente didascalico (l’autore dichiara di voler “giovare alle anime”) non sottrae energia al resoconto, che conserva un’indubbia piacevolezza e che, per vari aspetti, è tuttora fruibile.
Nonostante il De Marini sentenzi seriosamente che rinuncia al “delectare”, tanto in voga nel secolo, per il più dimenticato ma utile “prodesse”, è altresì fuor di dubbio che il lettore moderno si accosta ai suoi scritti con curiosità non esclusivamente spirituale ma anche con edonistico e scientifico interesse per le pregevoli descrizioni geografiche, ambientali e socio-culturali.
Basti pensare all’ariosa e garbata macrosequenza narrativa dedicata alle gare tra i vogatori tonchinesi, che nello sforzo di sopraffarsi e vincere la competizione, si danno “da se la battuta a schiusi denti e labbra ristrette, con battere il piè sopracoperta”.
Il De Marini osserva la scena con occhio attento, diremmo etnologico, e nell’oggettivizzare letterariamente il fatto risulta del tutto scevro di condizionamenti culturali o di freni retorici tipicamente occidentali egli valuta gli eventi attraverso la lente spregiudicata di un ottica mentale aperta e per questo profondamente cristiana; nel suo messaggio gli indigeni perdono la convenzionale e stantia caratura di selvaggi senza direttive etiche, essi sono soprattutto uomini, etnicamente e culturalmente diversi ma sempre uomini, nel senso più completo del termine.
Il pezzo pregiato e più significante in senso lato rimane comunque il celebre “Elogio di Confucio”, in cui il De Marini, riprendendo una delle migliori convenzioni letterarie barocche, procede ad un’attenta demistificazione di ogni aspetto di conformismo mentale.
Il De Marini si colloca nella giusta dimensione di chi consuma la sua vita per far avvicinare due mondi; ed è ancor più di un missionario in quanto non solo si fa apostolo del Cristianesimo ma “profeta” di un incontro tra genti ritenute antitetiche.

da Cultura-Barocca

Briganti a Triora (IM) nel 1498

Triora (IM), uno scorcio Foto: Wikipedia
Triora (IM), uno scorcio
Foto: Wikipedia

Per comprendere la varietà del sistema militare genovese di Triora giova proporre quanto Matteo Vinzoni scrisse sulla pianta topografica della Podesteria:”La Podesteria di Triora confina da mezzogiorno con la Podesteria di Taggia; parte col Governo di S.Remo, e parte con la Podesteria di Ceriana; da levante con il Contado e Podesteria della Lengueglia, col Capitanato del Porto Maurizio, col Contado di Prelata, col Marchesato del Maro ambi della Valle d’Oneglia, col Marchesato di Rezzo e parte con le Castellanie di Pornassio, Cosio e Mendatica; da Tramontana mediante i Monti Apennini con la Castellania di Mendatica, e con la Briga del Contado di Tenda; e da Ponente con la detta Briga, con Buggio e Pigna del detto Contado di Tenda, e con Apricale del Marchesato di Dolceacqua“.

Anche i trioresi ebbero dissapori con Genova: non tanto nell’insurrezione del 1356 (quando si ribellarono alla pressione fiscale del Signore di Milano Giovanni Galeazzo Visconti che dall’Impero era stato investito di Genova e sue terre) ma nel 1383 e nel 1405 quando presero le armi contro la Repubblica -tornata autonoma- non accettando le sequelle e l’avaria.

Nel 1405 le cose presero un brutta piega: i trioresi erano sfibrati da tasse e necessità di fornire balestrieri e buonavoglia (rematori stipendiati per galee da guerra genovesi) oltre che dall’obbligo di spedire a Genova legname per la costruzione di navi nell’arsenale di Porto Vecchio. Presero le armi per i loro diritti e contro la situazione economica: gli abitanti dei borghi erano spesso impossibilitati a pagare le tasse (specie dopo qualche carestia) perché se parte del danaro giungeva al “Fisco” genovese una porzione non minore, per convenzioni colla Chiesa, spettava (tramite esattori investiti dai Vescovi) alla Diocesi di Albenga donde dipendeva il borgo.

Nonostante queste tensioni Triora fu sempre ghibellina (laica ed antipapale: termini certo da soppesare in funzione di quei tempi particolari, in cui la fede mai era discussa) e quindi in sintonia con Genova, restia a intromissioni del potere spirituale nella vita statale (nel XIII e XIV sec. a Triora si rifugiarono esuli ghibellini ma vi tornarono pure dei fuoriusciti originari del paese, incapaci di resistere in località guelfe: la postazione politica del paese creò qualche contrasto con ambienti guelfi, ma senza clamori prescindendo, nel ‘300, da attriti con borghi di val Nervia e colla fazione guelfa dei paesi di valle Arroscia). Triora conobbe un incremento tra ‘400 e ‘600 senza dover pagare “dazi” gravi a guerre, calamità ed epidemie.

L’episodio più drammatico fu costituito da un fenomeno di delinquenza organizzata (che Genova avrebbe poi punito nei capi del libro II o “delle pene” degli Statuti Criminali del 1556) che portavano varie bande a far quartiere nell’entroterra in siti a cavallo tra Basso Piemonte e DOMINIO DI TERRAFERMA.
Questi briganti (che taglieggiavano i sudditi con tecnica di stampo “mafioso”: non a caso la giustizia usava il termine di “parentelle“, trattandosi di bande vincolate da legami di famiglia), aggredivano anche grossi paesi.

Così nel 1498, agli ordini di tal Serranono, fuorilegge provvisti d’armi e pistole “a miechia” (miccia), misero sacco a Triora e, prima di fuggire col bottino, incendiarono il paese.

Triora si riprese dalla sventura, sfruttando il favorevole momento storico ed economico: su questo si innestò in modo un notevole attivismo religioso stimolato da predicazioni in zona di S. Vincenzo Ferrer e S. Bernardino da Siena.

Così mentre da un lato a Triora (come in tanti centri di valle Argentina) si prese ad erigere nuove chiese o a restaurare antichi edifici di culto, cominciarono a fiorire parecchie Confraternite (famosa quella dei “Flagellanti”) che, oltre i fini spirituali connessi al culto di qualche Santo, affrontavano vari problemi sociali, dall’educazione dei giovani, alla tutela dei malati e dei poveri, alla cura delle sepolture per i loro adepti. Nello stesso tempo pure in questo centro d’alta valle Argentina prese ad esercitare una certa influenza il Rinascimento italiano.

da Cultura-Barocca

Prelà (IM) in Val Prino, già PETRA LATA

PRELA’ (IM) rimanda con il nome alla sua importante storia medievale nella VALLE DEL PRINO.
Il toponimo o nome di luogo deriva chiaramente da un latino PETRA LATA, cioè “grossa rocca”, con cui evidentemente si alludeva alle fortificazioni che caratterizzarono questo paese a carattere sparso, già citato nel XII secolo, visto che in un atto di tale epoca risultano menzionati gli “uomini di Prelà”: HOMINES DE PETRALATA, alludendosi al loro inserimento giurisdizionale nella DIOCESI di ALBENGA.
Il CASTELLO (che ha poi dato nome alla frazione di PRELA’ CASTELLO) dovette esservi eretto almeno nel XIII secolo: il suo controllo (era ufficialmente noto come “CASTELLO DE PETRALATA”) passò alternativamente dai Doria di Genova ai Lascaris di Ventimiglia e quindi ai duchi di Savoia.
Attualmente se ne conservano solo i RESTI che risalgono ai secoli XII e XIII: si tratta di parte del circuito murario con torri circolari agli angoli [a lato vi sorge la Chiesa di S. Giacomo e S. Filippo di origine medievale ma ristrutturata in stile tardorinascimentale e barocco].
I ruderi del castello di Pietralata sono tuttora imponenti.

Nella frazione di PRELA’ detta VALLORIA, e che costituisce un caratteristico borgo di montagna dalla genuina architettura medievale, è da visitare la CHIESA PARROCCHIALE di gusto barocco, in cui si trova un altro polittico di Agostino Casanova risalente al 1537.
Era molto importante qui – a giudizio di Nino Lamboglia – la scomparsa CHIESA DEI SANTI GERVASIO E PROTASIO, che probabilmente rappresentava la più antica PIEVE del territorio di PRELA’.

Altra importante frazione di questo comune “sparso” (cioè composto di più nuclei) è VILLATALLA a 551 m.s.l.m.: dove la PARROCCHIALE , che ancora conserva un polittico del Casanova, replica lo stile barocco.

A MOLINI DI PRELA’, importante frazione del borgo di PRELA’, si ammira poi la PARROCCHIALE DI S. GIOVANNI BATTISTA DEL GROPPO,  la quale, ad onta del fatto che per le caratteristiche architettoniche e l’antichità costituisca uno dei monumenti più importanti delle valli di Imperia,  è spesso congedata nelle guide con qualche breve cenno senza valutarne davvero il profondo significato religioso ed artistico: in effetti il solo contributo importante è quello di EMILIO FERRUA MAGLIANI, edito sulla RIVIERA DEI FIORI (Marzo-Aprile 1981, pp.3-19), alle cui documentatissime ricerche è debitrice in assoluto la presente nota.
Il toponimo è già interessante: è legato al fatto che la costruzione sorge su una vasta roccia: un groppo come indica la dizione locale.
Il Ferrua Magliani riporta un passo del Sacro e vago Giardinello (redatto nel XVII secolo dal canonico Paneri, che iniziò a stendere l’opera manoscritta dal 1624 per conto della Diocesi di Albenga, cui spettava la giurisdizione su queste contrade); vi si legge: “S’appigliò il nome di GROPPO, che non è da meravigliare, perché il sito stesso soprabonda d’un elevato groppo di sasso nella medesima chiesa sotto cui scaturisce un rivolo d’acqua.”
Lo stesso autore del seicento, dovendo in qualche modo datare la chiesa, scrisse: “stimasi la suddetta machina, non mediocre chiesa a tutti nota, molto antica per la costruzione se ben si veda un 1492 registrato sul muro di una cappelletta di S. Lucia“.
Il Ferrua Magliani concorda sull’antichità della chiesa e tentando una qualche datazione – naturalmente con maggior fortuna del Paneri – propone, motivandole, diverse ipotesi; ma in ogni caso datando l’edificio, più su segnali archivistici e giuste intuizioni che su difficili investigazioni archeologiche, al XII-XIII secolo.
Si può essere in accordo con le sue considerazioni e si può, scegliendo fra le ipotesi da lui formulate, ritenere che l’edificio sia da attribuire all’attività monastica dei BENEDETTINI, pur se è difficile identificare di quale cenobio si sia precisamente trattato: per comparazione tipologica, oltre i segnali documentari addotti dallo studioso, un segnale importante di una genesi benedettina può esser dato proprio dalla presenza di una polla d’acqua; tenendo conto anche della metodologia, quasi istituzionale dei Benedettini, di edificare le loro case in prossimità di sorgenti, sia per ragioni pratiche, sia per rispettare l’antica consegna apostolica di RICONSACRARE AL CULTO CRISTIANO quelle numerose sorgenti che, per tutta Italia, erano state sede di culti pagani.
Riprendendo le parole del Ferrua Magliani, si può poi scrivere per l’architettura attuale della chiesa (che nel corso dei secoli ha subito interventi vari e complessi rifacimenti) che la FACCIATA è di pietre battute scalpellinate, che durante il rinascimento fu aggiunto il PORTICO (sorretto da 2 colonnine in pietra nera lavorate a trecce verticali) ed ancora che il LOGGIATO, che dà sulla pubblica via, è invece aggiunta tarda, del XVIII secolo.  Al suo INTERNO la chiesa è a pianta basilicale a 3 navate distinte da “sei grosse colonne oltre a due semi colonne sul retro della facciata ed altre due semicolonne nel presbiterio”.
La chiesa conserva molte opere d’arte (quadri, affreschi, stature): si ricorda per esempio un Sacro Cuore di Gesù attribuito al pittore di Porto Maurizio Leonardo Massabò vissuto tra il 1812 ed 1886.
Un’opera di notevole livello è  sulla parete della navata di sinistra presso la porta di accesso alla sacrestia: il TRITTICO DI SAN SEBASTIANO, già custodito nell’Oratorio della distrutta frazione di Magliani ad un Km. di distanza da Molini di Prelà.

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Ventimiglia (IM), fase comunale e Dominio di Genova

Il Teatro Romano in Frazione Nervia di Ventimiglia (IM): testimonianza dell'antica Albintimilium
Il Teatro Romano in Frazione Nervia di Ventimiglia (IM): testimonianza dell’antica Albintimilium

In Ventimiglia (IM), dopo le distruzioni degli Alamanni e i secoli bui delle invasioni barbariche, dell’effimera impresa greco-bizantina del VI sec. che, grazie ad una flotta formidabile e all’incredibile arma del fuoco greco riconquistò parti dell’antico impero di Roma e della successiva vana difesa contro altri conquistatori, oltre anche l’occupazione longobarda dal VII sec. (peraltro non priva di lati ancora oscuri), oltrepassati quindi i tempi di un possibile protettorato dei Franchi, della conquista carolingia e infine delle scorrerie saracene e della vittoria cristiana (arco tormentato di tempo in cui la popolazione abbandonò del tutto la città romana di Nervia per rifugiarsi sull’altura ben protetta della città medievale) e dell’EPOCA FEUDALE, caratterizzata dall’egemonia dei Conti di Ventimiglia,
sui ruderi del cui castello sorge dal 1668 il convento delle Canonichesse Lateranensi), si ebbe la FASE COMUNALE.

“a Porta d’u Ciòussu”
“a Porta d’u Ciòussu”

Nonostante i contrasti tra le fazioni e le contrapposizioni tra Guelfi e Ghibellini la FASE COMUNALE conobbe momenti di fulgore anche se non durò a lungo: troppo gravi stavano diventando infatti le contrapposizioni fra le fazioni sì da aprire la “strada delle ingerenze” a potenze straniere che manipolavano, pei loro intenti, i gruppi di potere che andavano dividendosi, nel XIII sec., Ventimiglia: ed ecco quindi che all’influenza degli ANGIOINI, si contrappose la presenza dei Doria di Dolceacqua in qualche modo vassalli di GENOVA palesemente, ma in maniera non sempre fortunata, antagonista degli ANGIOINI alla cui precaria amministrazione si debbono comunque i primi dati ufficiali su VENTIMIGLIA e VILLE ] destinati (oltre che a parare i colpi dei loro naturali antagonisti, cioè gli ARAGONESI) ad affrontare difficoltà politico-militari e poi ancora, per contese dinastiche, a contrapporsi internamente fra le postazioni di Ladislao il Magnanimo re di Napoli e del rivale Luigi II) ed ancora gli oscuri e contorti interessi di quella DELUSA NOBILTA’ INTEMELIA che tentava di recuperare vigore barcamenandosi tra Guelfi e Ghibellini, mentre i decaduti conti di Ventimiglia (dopo aver inutilmente difeso tanti loro privilegi nella preziosa e purtroppo perduta valle del Nervia) potevano ormai soltanto cercare di far da arbitri, dalle basi loro rimaste, tra Angioini, nobiltà locale, Doria di Dolceacqua, strapotere genovese e prime importanti fasi dell’espansionismo sabaudo-piemontese presto impegnato ad aprirsi (naturalmente contro le direttive politico-militari di Genova) una STRADA VERSO IL MARE INTEMELIO, sfruttando anche il prestigio di grandi Case monastiche pedemontane contro le cui possibili connivenze col Piemonte-Sabaudo assunse una posizione sospettosa, per il diplomatico ed il militare, la Repubblica di Genova.

Rocchetta Nervina (IM)
Rocchetta Nervina (IM)

L’episodio comunque più significativo dal punto di vista militare in merito ai contrasti tra Guelfi e Ghibellini resta l’episodio della lunga guerra condotta da Imperiale Doria che portò alla distruzione di Rocchetta Nervina e finalmente alla sofferta ma importantissima PACE DI LAGO PIGO (tra Pigna e Castelvittorio).

Pigna (IM), vista da Castelvittorio (IM): Alta Val Nervia
Pigna (IM), vista da Castelvittorio (IM): Alta Val Nervia

Già prima di queste varie traversie bisogna comunque precisare che Ventimiglia comunale fu comunque destinata a scomparire, nonostante prove di reiterato valore degli abitanti gelosi della propria autonomia, dall’ESPANSIONISMO DI GENOVA dal XII secolo (proprio per i crescenti contrasti con Genova dal 1140 si ampliò la cinta muraria, poi rimpiazzata da quella del ‘500, e di cui restano pochi avanzi nella Porta del Ciòsu – o, in dialetto locale, “a Porta d’u Ciòussu” -): la conquista peraltro non sarebbe stata semplice e l’orgoglio intemelio non sarebbe stato abbattuto facilmente.

La collina delle Maule tra Camporosso (IM) e Ventimiglia (IM)
La collina delle Maule tra Camporosso (IM) e Ventimiglia (IM)

Nel XIII sec. (1219-1222) [dopo aspra lotta e il martellamento cui la sottopose il comandante genovese LOTARINGO DI MARTINENGO dalle alture ad oriente del Roia variamente dette di S. GIACOMO, MAURE (o MAULE) E SIESTRO (servendosi degli eccellenti BALESTRIERI GENOVESI ed utilizzando macchine nervobalistiche simili alle catapulte dei Romani) e infine piegata con l’impaludamento del porto canale del Roia (base sicura per la flotta da guerra intemelia)], Ventimiglia fu conquistata da Genova e ne diventò BASE DI FRONTIERA FORTIFICATA (purtroppo anche tormentata da guerre ed invasioni di eserciti nemici della Repubblica).

Ventimiglia fu così inserita nel DOMINIO DI GENOVA perdendo speranza di evolversi in potenza marittima. L’atteggiamento filogenovese dei De Giudici, storici nemici dei Curlo, esasperò l’urto fra le fazioni, destinate a inserirsi nel generale urto fra Guelfi e Ghibellini.
Prese a regnare il disordine, documentato dalle facili gesta del pirata Guglielmo da Ventimiglia e dall’espandersi di una jacquerie nelle Alpi Marittime sin nei pressi di Ventimiglia (F. SURDICH, Rivolte rurali nella Liguria occidentale all’inizio del XIII secolo, in “Rivista Storia Agricoltura”, Xl, 1971, pp.355-360).
Nel 1238 Savona, Albenga e Ventimiglia comunque si ribellarono: a Ventimiglia le truppe genovesi dovettero rifugiarsi nei castelli. Ma poco dopo la città venne liberata dai rinforzi. Inutili per quanto eroiche furono le gesta di pochi indomabili ribelli ventimigliesi. Negli Annali della Repubblica di Genova è dedicato molto spazio alle campagne di prima metà del XIII sec. per conquistare il Comune di Ventimiglia. A riguardo di quella del 1238-’39 si diede risalto all’impresa di Fulcone Guercio che, a capo di 13 galee, assalì questi irriducibili intemeli che, nonostante la resa della città, avevano preso quartiere, nella speranza di un’ulteriore resistenza, “dove si dice S. Ampelio“, in una zona dell’attuale Bordighera (IM), ove poi i Genovesi distrussero “La torre di S. Ampelio, le case, i ricoveri e le coltivazioni“> [il Convento bordigotto non era quindi un'”isola spirituale nel deserto” ma nel XIII sec., in quest’area, già sorgevano strutture agricole e casolari, con una popolazione rurale, fatta di coloni, affittuari e forse uomini dediti alla “pescaggione”.

La Chiesa di S. Ampelio a Bordighera (IM)
La Chiesa di S. Ampelio a Bordighera (IM)

La storia “genovese” di Ventimiglia e suo contado è documentata dall’8-VII-1251, quando Fulco Curlo e Ardizzone De Giudici si recarono a Genova dal Podestà Menabò Torricella per le convenzioni, che sancirono la fine del Comune intemelio proiettandolo nel “DOMINIO” della Repubblica.
Le convenzioni che dal XIII sec. legarono VENTIMIGLIA e le sue VILLE (o LUOGHI) a Genova rimasero valide quando la “città di frontiera” cadde sotto controllo non genovese: furono migliorate nel 1396 allorché Genova, per compensare Ventimiglia d’aver resistito agli invasori Grimaldi di Monaco , concesse il riconoscimento di “genovesità” ai suoi cittadini.

da Cultura-Barocca

La malaria nel Ponente Ligure del Settecento

In primo piano una parte della zona dei “Paschei” in Ventimiglia (IM), oggi
In primo piano una parte della zona dei “Paschei” in Ventimiglia (IM), oggi

L’impaludamento dei porti canale sul Nervia e sul Roia, il proliferare di canneti selvatici, come nell’area di Bordighera (IM), ma anche alle foci di Nervia e Roia – specie nel sito dei “Paschei”, area dell’attuale casa comunale di Ventimiglia (IM) -, l’ignoranza delle tecniche romane sulle arginature di acque fluviali avevano determinato, già a partire dall’Alto Medio Evo, la riproduzione della zanzara anofele nell’estremo ponente dell’attuale provincia di Imperia.

Sia la malaria maligna (terzana continua) che la benigna (duplicis o triplicis) vennero citate fra le cause di morte, anche se a volte si alluse solo ad “inspiegabili febbri”: le comunità non furono tuttavia molto spaventate da questo pericolo, anche se le norme pubbliche ribadivano l’utilità di canalizzare le acque e prosciugare i luoghi paludosi.

In merito a ciò può esser utile citare una Lettera di Ser Teofrasto Mastigoforo a Filippo Buttari da Osimo scritta nell’anno 1744, in cui si legge a giudizio dell’areale intemelio (quello qui preso in esame): “l’aria è pestilenziale, e non può esser di più. Se è non mi crede, vada a guardar solo in viso i grami abitatori, e si chiarirà nel suo dubbio che lo fa manifesto il lor colore che pare cera gialla di candele” quindi “è giuocoforza di soggiornare in Villa per isfuggire l’aria nocivissima e pestilenziale di Ventimiglia”.

Tale considerazione induce a valutare una lettera, scoperta e studiata da Antonio Martino di Savona, del notaio originario di Sassello (SV) Gio.Batta Gavotti, operante nel 1750 la sua attività a Ventimiglia (ufficio nel quartiere dell’Oliveto), quindi a Bussana e a Taggia (ufficio nel quartiere Pantano); l’8 novembre 1750 morì sua moglie ed egli annotò: “è passata da questa all’altra vita la detta mia consorte con aver prima sofferta una malattia cronica dalla metà circa d’agosto fino al giorno della sua morte ed il di lei cadavere si è sepellito nella chiesa de RR.PP. della Annunziata fuori di Ventimiglia. Fin dalli primi giorni di sua malattia che si trovò con grave pericolo fece atti dal Not. Simone Maria Muraglia nel luogo di Bordighera, dove si trovammo a caso di cambiare aria, nel quale fece legato a mio favore delle lire 300”.

Interpretando l’espressione “cambiare aria”, il Martino pensò proprio ad una forma di malaria (altresì connessa al fatto che pure tutti i figli del notaio, che videro la luce in Ventimiglia, morirono in età infantile).

da Cultura-Barocca