Gocce di nostalgia = Ventimiglia, un liceo scientifico che doveva esser intitolato ad Einstein e che invece prese il nome di Angelico Aprosio

Grosso modo 50 anni fa (cinquanta e più anni fa!…che nostalgia…anche per la giovane età, essendo commissario interno, il Presidente di Commissione Giuseppe Bestagno alla riunione preliminare mi scambiò per un allievo in qualche modo intrufolatosi!), in un tiepido autunno del 1975, il Liceo Scientifico di Ventimiglia (IM), già semplice sezione staccata del grande Vieusseux di Imperia, divenuto autonomo, ottenne la sua attuale nominazione: già v’era il suo primo preside l’italianista Prof. Oreste Allavena, che mi fu insegnante al liceo classico Rossi di Ventimiglia, ed un segretario, il bravo e compianto poeta dialettale Giannino Orengo che assunse la carica amministrativa ufficiale avendo come collaboratore il buon Squizzato, che già v’era e che in un certo modo, anche per la costante disponibilità, era diventato “leggenda”.

La scuola non era nell’attuale prestigiosa sede, ma qui come sopra si vede e si intuisce in una foto di molti anni prima = stava, come si soleva dire, e non senza una casuale ironia, “sopra il Mercato dei Pesci” (al terminale occidentale dell’allora fiorente Mercato dei Fiori) che, in forza della logistica, occupava il piano terra. I locali della scuola, cui si accedeva da un portale non visibile nell’immagine proposta, ospitarono dapprima un’altra sezione staccata, quella dell'”Istituto per Ragionieri”, a sua volta sede staccata del Colombo di Sanremo, ma destinato, per il rapido incremento degli allievi, ad ottenere una sua vera e propria nuova sede al Centro Studi di Ventimiglia: contestualmente, man mano che la “Ragioneria” si staccava da questa sede per la nuova, i locali pervennero allo “scientifico” ancora anonimo: ricordo bene tutti, allievi e colleghi, compreso l’anziano preside Lonardi, uomo sofisticato e colto, dal modo di fare ottocentesco.

Ero giovanissimo quanto fortunato, dati anche i tempi, mai avendo conosciuto il vero e proprio precariato…ed avevo già un buon rapporto con l’ambiente: in quel giorno d’autunno del 1975 si doveva, ad opera del Collegio dei Docenti, decidere il nome da conferire alla nuova scuola di Ventimiglia…io, in verità, non avevo preferenze ma altri sì e, forse non a torto, si cercava un nome in relazione al corso di studi, quindi il nome di un “patrono laico, per così dire scientifico“. Sarebbe stato quasi naturale scegliere quello del grande astronomo Cassini, ma esistevano in zona già altre scuole prestigiose! Si sparse quindi la voce di conferire alla scuola la titolazione “Einstein” ed i più, tra i colleghi, erano concordi su ciò: anche per me andava benissimo intitolare l’Istituto al grande fisico e matematico tedesco!

Ma a quel giorno di decisioni da prendere faceva già da contraltare una piccola quanto curiosa “preistoria”!
Il Preside Allavena (cultore e studioso di storia locale oltre che, al tempo, acclarato e premiato studioso di Pirandello e Leopardi = si vedano le sue opere sul catalogo del Servizio Biblioteconomico Nazionale) giorni prima mi aveva convocato nel suo ufficio e mi aveva detto:”…ho visto che ti sei laureato a Genova con una tesi su Ventimiglia Romana, ma che hai anche dato esami con Franco Croce Bermondi, illustre studioso del Marino e di conseguenza del nostro ventimigliese Aprosio, che partecipò alla polemica Stigliani-Marino….”. Non seppi sul momento dove volesse andare a parare: era vero quanto da lui detto ma io mi ero laureato con una tesi su “Ventimiglia Romana”!. Obbiettai con siffatta considerazione e sul fatto che, seppur languidamente, frequentavo ancora il “Perfezionamento post laurea in Storia Romana“. La mia risposta era però caduta nel vuoto ed il Preside continuò con qualche considerazione su cui doveva aver riflettuto: “….Se hai studiato sui ‘Tre momenti del Barocco Italiano’ del Croce Bermondi, sul Marino e sullo Stigliani avrai per forza letto anche di Aprosio e della sua partecipazione alla disputa…e qualche cosa, se ti conosco, pur avrai approfondito“. Risposì di sì, aggiungendo comunque che Aprosio era descritto in maniera sostanzialmente negativa dal celebre docente universitario: qual stanco e petulante continuatore di una contesa letteraria in fondo ormai morta o quasi, un tardo-marinista-ortodosso senza grosse valenze e/o novità come scritto nel libro menzionato!
Non ti parlo per questo – aveva soggiunto il Preside – qua oramai quasi tutti hanno espresso l’intenzione di nominare, in occasione di uno dei punti del prossimo Collegio, ad Einstein la scuola, cosa rispettabilissima per carità, ci mancherebbe altro! Ma se invece, contro certe abitudini dell’oggi, valorizzassimo un nostro concittadino? E non per queste polemiche che hai menzionato ma per aver eretto qui a Ventimiglia una grande biblioteca! la prima pubblica in Liguria!“. L’affermazione mi colpì, anche se trovai ancora delle obiezioni da fare. “Sì certo….ma il Liceo è scientifico e in definitiva Aprosio era un letterato, coinvolto soprattutto in dispute letterarie“. La mia conoscenza era piuttosto ingessata entro gli studi fatti, in cui i molteplici interessi aprosiani erano in effetti repressi nel solo contesto letterario, anche per una globale trascuratezza del periodo barocco ed in particolare del suo operato.
Ma all’Aprosiana vi son anche parecchi libri scientifici, ed anche se non l’ho mai approfondita come avrei voluto so che, per esempio, Aprosio fu amico di Gian Domenico Cassini [N.d.R. = il cui primo maestro fu G. F. Aprosio di Vallecrosia e Rettore di Vallebona che lo portò a visitare la Biblioteca Aprosiana e le sue opere di astronomia-astrologia] e che lo raccomandò allo scienziato genovese Baliano o Baliani ponendo le basi per un’ascesa incredibile. Credo che con qualche indagine potresti trovare altri collegamenti, interessi aprosiani con scienza, matematica, opere naturalistiche ecc. ecc. e tutto questo sarebbe assai giovevole per l’intitolazione a tal promotore culturale d’una scuola, sia ad indirizzo umanistico che letterario“.
Non avevo potuto trovare altre contraddizioni a questa ultima affermazione del Preside, la cui competenza sul tema mi prese come suol dirsi “in contropiede”, ed alla fine, senza ritrosie od ipocrisia di facciata, ma apertamente lusingato della fiducia ripostami, avevo accettato l’incarico non senza raccogliere con attenzione il suo ultimo avvertimento “….Fammi un favore, una relazione sui molteplici interessi, anche scientifici dell’Aprosio….stendi quanto potrai e saprai fare entro un rendiconto abbastanza vasto, con le dovute note bibliografiche: magari riusciamo a far conferire il suo nome alla scuola!“.
Le motivazioni, connesse all’originalità e in qualche maniera all'”amor cittadino”, mi erano parse, benché genovese trapiantato a Ventimiglia, inoppugnabili e in qualche modo lodevoli!
Le documentazioni non me le procurai all’Aprosiana, che colpevolmente all’epoca conoscevo ben poco, ma a Genova in un contesto di relazioni culturali, maturate sia alla Biblioteca universitaria che nei diversi Istituti Universitari in cui meglio ero conosciuto. Integrai quanto sapevo in forza, e qui non posso far a meno di menzionare quella grande studiosa di biblioteconomia oltre che di storia romana, che fu la mia ex docente Angela Franca Bellezza, poi destinata a primeggiare nel contesto delle celebrazioni per il trecentenario della morte di Aprosio del 1981 [si veda dal volume citato – di cui qui è l’indice degli autori e dei saggi – l’integrale digitalizzazione del suo contributo = Angela Franca Bellezza, Fra classici greci e latini al tempo dell’Aprosio: il contributo della tipografia]: fu grazie a lei che appresi come Aprosio, grafomane certo, ma anche promotore culturale, ebbe contatti con uomini di ogni formazione culturale, sia letterati che collezionisti e, ancora, con esponenti sia della Scienza Aristotelica che della Scienza Nuova al punto di raggogliere gli scritti dei suoi poliedrici corrispondenti nell’epoca napoleonica con l’operazione Prospero Semino/-i portati da Ventimiglia a Genova nel progetto di un’istituenda Biblioteca centrale Ligure e, quindi, con la Restaurazione andati a costituire l’immenso Fondo Aprosio nella Biblioteca Universitaria di Genova. Allora non sapevo che da lì sarebbe sorta la mia “deviazione culturale” dalla Storia di Roma e da Albintimilium – che pure non dimenticai e su cui scrissi variamente- per specializzarmi nel contesto della Cultura del ‘600 giungendo a editare una serie di interventi sugli interessi scientifici aprosiani, senza escludere un’edizione critica delle Lettere del Redi.

Con l’aiuto di varie persone, che qui sarebbe lungo nominare, realizzai quanto richiestomi, persino con un certo anticipo e la relazione, che il Preside – dandomi un attestato di stima notevole – neppure volle supervisionare, fu letta tra l’apprezzamento generale e, riconosciutane la novità, fa avallata all’unanimità del Collegio, facendo sì che da allora l’anonimo Liceo Scientifico di Ventimiglia prendesse il nome attuale di “Liceo Scientifico Angelico Aprosio”.

Fui orgoglioso di quel piccolo successo, ignorando ancora l’input che mi avrebbe dato sul tema. Inaugurai le celebrazioni aprosiane del 1981, quindi fin a tempi recentissimi – con Delibera di Giunta sotto l’amministrazione Lorenzi essendo delegato alla Cultura l’appassionato e colto Gaspare Caramello, fui nominato “consulente scientifico della Biblioteca Aprosiana”, attività non priva di grandi soddisfazioni ed il cui apice – forse – si raggiunse, come qui si legge in lettera ufficiale di complimentazioni, con l’assegnazione alla stessa del prestigioso premio “Anthia” in forza dell’impegno culturale e delle pubblicazioni snodantesi tra i “Quaderni dell’Aprosiana” Vecchia e Nuova Serie per giungere alla nominazione di “Aprosiana” censita da “Italinemo-Riviste di Italianistica nel Mondo” tra le principali riviste scientifiche sul barocco. Nel contesto di queste operazioni culturali non si possono certo sottacere le scoperte dell’amico ispanista Mario Damonte (che individuò all’Aprosiana una variante delle Obras di Gongora) e di Anna Maria Mignone che scoprì un inedito del poeta iberico Juan Pablo Rizzo… dopo le sontuose celebrazioni del 2007 per il quattrocentenario della nascita di Aprosio cui variamente partecipai – contestualmente al pensionamento – lasciai l’incarico di Consulenza Scientifica…

Eppure, alla luce delle acquisizioni oggi assimilate,  riguardo della nominazione del Liceo Scientifico di Ventimiglia oggi, forse, non farei la stessa cosa: Aprosio ha già parecchie titolature in loco, a prescindere dalla Biblioteca a lui giustamente intitolata: alla luce di altre assimilazioni, per colmare un vuoto, caldeggerei un’altra nominazione, quella del parimenti grande II Bibliotecario dell’Aprosiana, quel discepolo di Aprosio, Domenico Antonio Gandolfo “il Concionator” e grandissimo sillogista di autori agostiniani, purtroppo poco e mal studiato, anche da Girolamo Rossi che pure deteneva documenti rilevanti sul personaggio; Gandolfo, che, pur nell’ammirazione per il Maestro, ne differì in quanto a postazione culturale, di modo che, pur mai trascurando l’operosità aprosiana e le relazioni sia con letterati che scienziati fu decisamente più interessato di Aprosio, a riguardo della Biblioteca Pubblica, quale un polo di attrazione e concentrazione degli autori locali verso cui, come si vedrà in altri interventi e tutto ciò anche in dipendenza di una distinta formazione culturale connessa in particolare ai rapporti del II Bibliotecario con le scuole di Maurini, Trappisti, Mechitaristi.

Qualcun altro provvederà…io fui e son soddisfatto di quanto fatto: una piccola traccia del mio passaggio è rimasta…erano altri tempi e, nonostante la possibilità di rimanere al Liceo di cui qualche nostalgia mi ha accompagnato nella vita, scelsi dall’anno dopo la solida cattedra di Italiano e Storia presso l’allora ben più grande in totale espansione -rispetto ai Licei e contro l’attuale tendenza panitaliana- date anche le congiunture epocali, Istituto per Ragionieri “Enrico Fermi” (in seguito rinunciando – dopo l’imposizione del Provveditorato e grazie all’ausilio del mai dimenticato Preside del Fermi Prof. Vinicio Maccario – con estremo stupore del buon preside del Classico Prof. Cormagi -in tempi di carenza di docenti vincitori qual ero di concorso ministeriale romano abilitati anche in greco- di passare al suo istituto attesa la carenza all’epoca di titolari di italiano, latino e greco) ove nel 2006 si è conclusa la mia sostanzialmente felice e fortunata attività di docente nei trienni superiori..

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

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Nicola Orengo, un grande bibliotecario di Ventimiglia

Nicola Orengo fu un grande bibliotecario, per passione forse il più prossimo ai maestri del ‘600, e basilare resta questa sua poco nota considerazione:
La Biblioteca Aprosiana, se vuole sopravvivere e rimanere un motivo di attrazione per studiosi e turisti, deve ritornare alla sua primitiva sede di fondazione, nei locali dell’antico Convento Agostiniano. Così soltanto il vecchio fondo di Padre Angelico Aprosio potrebbe essere affiancato utilmente da una dipendente biblioteca moderna, con libri contemporanei, pubblicazioni e riviste di letteratura e di storia rispondenti alle esigenze intellettuali della Città, e in modo particolare degli studenti
[vedi = Nicola Orengo, la Civica Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia, in “Giornale della Comunità”, n. 1, gennaio 1980 = consulta Nicola Orengo, Padre Angelico Aprosio e la “Biblioteca Aprosiana” di Ventimiglia (memoria custodita presso la Civica Biblioteca Aprosiana)].

L’Orengo nel corso di tutta la sua vita ebbe modo, direttamente e/o indirettamente, di prendersi cura della Biblioteca pur non potendo fare a meno -riprendendo una espressione divenuta proverbiale a riguardo della Roma Pontificia di Urbano VIII e del suo nepotismo, di annotare già nel lontano 1927 la frase Quod non fecerunt barbari fecerunto Barberini [sì che nel passato] poco scrupolosi successivi bibliotecari lasciarono asportare bellissime opere e miniature, frontespizi ed alluminature in oro, pergamene ecc.: del resto quando lui assunse la reggenza della Biblioteca questa, come scritto nel testo generale, era stata ancora un volta sfrattata onde far posto a “quattro studenti” del locale Ginnasio per esser accatastata in una cameretta dell’asilo infantile. Proprio l’Orengo, previo ricorsi vari alla Soprintendenza Bibliografica e al Ministero della Pubblica Istruzione, riuscì a far in modo che tutto il progetto decadesse ed i libri ritornassero nella decorosa sede realizzata grazie alla munificenza di T. Hanbury.

Ancora l’Orengo riferendosi all’opera di salvataggio di molti libri, incunaboli e testi pregiati soprattutto fatti riparare dai furti a Castelletto d’Orba, speditivi entro due casse, portata avanti da Nino Lamboglia nel corso della II Guerra Mondiale dovette comunque annotare Ma il grosso de volumi rimase a Ventimiglia incustodito e trascurato e il Comune lo sistemò alla rinfusa nella sacrestia della Chiesa di S. Francesco. A chiosa di queste considerazioni vale la pena di riferire un’ulteriore testimonianza dell’Orengo registrata entro il Catalogo Celebrativo del Tricentenario della Morte di Aprosio – edito 1981 (art. di Serena Leone Vatta (curatrice anche del Catalogo Miscellaneo), L’intellettuale Angelico e la sua Biblioteca, pp. 25 – 26 ove si legge “Il 24 ottobre 1945 [cioè a guerra finita, essendo sempre il materiale librario nella citata chiesa] due individui, che l’Orengo non esita a definire loschi, rubano indisturbati parte del fondo e ne vendono per 222 chilogrammi a rigattieri di Vallecrosia e di Arma di Taggia. Se ne riesce a ricuperare una piccol parte”[ dell’affermazione dell’Orengo si potrebbe aver conforto – a titolo esemplificativo- dalle vicissitudini di quello che, custodito all’Aprosiana e da non molto recuperato grazie ad un lascito testamentale, va sotto la denominazione di Fondo Bono ].

da Cultura-Barocca

Documenti della Comunità degli Otto Luoghi

Il 21 aprile 1686, a Bordighera (IM), nell’Oratorio di San Bartolomeo, i deputati delle VILLE ORIENTALI del CAPITANATO DI VENTIMIGLIA stesero un documento che costituisce l’elemento basilare – dopo secoli di contenziosi – per la sanzione della loro autonomia economica dal Capoluogo cui restarono sempre legati politicamente: si trattava di un atto di cui sopra compare l’Incipit – la SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO DELLE VILLE DA VENTIMIGLIA E LA LORO ISTITUZIONE IN “MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI”

Tra ‘600 e ‘700 vennero poi gradualmente redatti tutti i restanti DOCUMENTI E STATUTI NECESSARI (QUI TRASCRITTI E LEGGIBILI) per ratificare quel grandioso processo di separazione economica per cui le antiche ville del contado orientale, pur continuando ad essere politicamente ascritte al CAPITANATO DI VENTIMIGLIA e tramite questo connesse al DOMINIO DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA DI GENOVA, potevano usare di una totale autonomia economica, sì da sfruttare per le proprie esigenze l’annuale gettito fiscale.

Ma un’importanza rilevante -forse sfuggita a fronte delle altre regolamentazioni- ebbero anche i qui proposti i CAPITOLI CRIMINALI
finalizzati attraverso un lungo lavorio in cui compaiono echi di DIRITTO ROMANO, LEGGI DEI BARBARI, DIRITTO FEUDALE E COMUNALE CON LE GRADUALI TRASFORMAZIONI FINO AI SECOLI XVI-XVII.

In definitiva la NORMATIVA DEI CAPITOLI CRIMINALI QUI COMMENTATI valeva a dirimere le CAUSE MINORI [alias PICCOLA CRIMINALITA’] insorte nella Comunità [per i delitti gravi tutte i residenti delle località del DOMINIO GENOVESE e quindi tanto Ventimiglia che gli Otto Luoghi erano soggetti agli STATUTI CIVILI ed agli STATUTI CRIMINALI].

Il valore di questa documentazione consiste nella possibilità di far notare la varietà della normativa giuridica genovese dell’età intermedia, volta a separare la discussione delle CAUSE GRAVI da quelle di PICCOLA E MEDIA ENTITA’: con la possibilità tuttavia -secondo i dettati di uno SPECIFICO COMMA– che un recidivo venisse alla fine surrogato dall’ elenco dei PICCOLI CRIMINALI LOCALI per essere ascritto a quello dei GRANDI CRIMINALI o CRIMINALI DI RILEVANZA NAZIONALE.

A questo punto non si può far a meno di ricordare come, in definitiva, l’elemento scatenante perché la Repubblica avallasse piuttosto celermente la separazione delle Ville da Ventimiglia, per la gestione delle pubbliche risorse economiche, sia stata, per certi aspetti, la “Battaglia di San Pietro di Camporosso nella Guerra del 1672 tra Genova e Ducato Sabaudo con le inascoltate, dal Parlamento intemelio, vivaci proteste dei Camporossini per il mancato risarcimento dei danni subiti non solo dai miliziani sabaudi ma anche dalle truppe genovesi agli ordini del generale Prato.

E del resto nemmeno si può dimenticare che l’erudito ventimigliese Angelico Aprosio in qualche modo già trascinato nei lunghi contrasti all’interno del Capitanato in rapporto alla situazione dell’epoca abbia scritto Erano tempi di turbolenze di soldatesche” [ non si dimentichino con le citate guerre del XVII secolo tra Genova e Piemonte Sabaudo anche i problemi intestini della Repubblica non riducibili alla sola, per quanto eclatante fra tutti gli eventi, congiura filosabauda di Cesare Giulio Vachero (1628)] = i menzionati tempi di turbolenze soldatesche erano ancora più pericolosi ai “Baluardi occidentali del Dominio” dove Ventimiglia era importante e strategica piazzaforte ma con la necessità di stendere degli aggiornati “Ordinamenti Militari” onde render più disciplinate le truppe anche nei rapporti con la popolazione ma, contestualmente, rappresentava una essenziale ed altrettanto “strategica” Diocesi di Frontiera o, per dirla con il Valsecchi, “Diocesi Usbergo.

All’interno di una globale rivisitazione del Diritto Civile e Penale con il ridimensionamento del potere delle Curie Locali a scapito di quella Centrale anche l’Esercito della Serenissima Repubblica di Genova -in cui specialmente i mercenari cercavano di eludere la legge spesso usando saccheggi anche a danno delle popolazione che avrebbero dovuto difendere- abbisognava di una rivisitazione dal punto di vista del Diritto e dei Regolamenti del resto sulla scia di quanto si andava facendo dalle Grandi Potenze d’Europa in rapporto alle esigenze dei nuovi eserciti e delle nuove guerre = innanzi a questa esigenza si stesero i qui digitalizzati e commentati Regolamenti Militari dell’Esercito di Genova del Colonnello L. Zignago (1722) con “la giunta delle gerarchie e dei reciproci doveri del Colonello Erchisia” (Indice delle voci) [per mera finalità pratica si possono qui collazionare la normativa ulteriormente rinnovata dei “Regolamenti Nuovi” fatti redigere dal Re di Sardegna Carlo Felice dopo l’assorbimento della Repubblica di Genova nello Stato Sabaudo e l’ istituzione della sabauda “Grande Liguria delle Otto Province” (leggi qui volume descrittivo della stessa digitalizzato e commentato)(Indice tematico e delle voci)].

da Cultura-Barocca

Una Biblioteca del tutto

Astuto fruitore di biblioteche il Gandolfo era ben consapevole dell’importanza che, per l’arricchimento o il semplice aggiornamento di una buona “Libraria“, avevano i munifici sostenitori, gli amici colti e lusingati dalla possibilità di far eternare nelle sue “scanzie”, scaffali od armadi, i loro libri o i tomi che parlassero di loro od almeno li ricordassero, come benefici donatori, oltre il tempo concesso dalla vita.
In questo procedimento Aprosio fu maestro e Gandolfo buon scolaro. Entrambi giocarono sull’ansia d’eterno sofferta dai dotti del tempo: la loro Biblioteca stava diventando realmente la “Biblioteca del tutto“, in cui scritti e ricordi, menzioni ed elogi, cosucce e cosacce venivano riscattate dall’impietoso oblio del tempo che passa e cancella. E i saggi, le opere, gli appunti continuarono a pervenire all’Aprosiana: l’affluente di cultura libresca escogitato dall’Aprosio non cessò quindi di funzionare a pieno regime.
Ma il Gandolfo si preoccupò, con efficienza, anche d’altro; aveva gustato spazi intellettuali molto vasti e, pur senza certe insofferenze manifestate dall’Aprosio, anche lui soffriva il provincialismo della sua nuova sistemazione.
Cercò o meglio tentò un nuovo respiro culturale nelle pubblicazioni e finalmente editò a Genova, nel 1682, presso la stamperia del Franchelli i suoi “Fiori poetici dell’eremo agostiniano“.
L’operetta (249 pagine) risultò una scelta antologica di prodotti poetici di agostiniani ma, seppur in modo gregario, si qualificava pure come esercizio elementare di ermeneutica e di indagine critica; alienato da sé il logorroico e a volte vigoroso disordine aprosiano, il Gandolfo dispose organicamente il materiale poetico e lo fece precedere da un’esaustiva documentazione bio-bibliografica sui singoli autori: in particolare la bibliografia sull’Aprosio (pp. 221-49) è sicuramente la silloge secentesca più documentata e ragionata di quanti scrissero e dei motivi per i quali scrissero sul predecessore.
Nella rassegna antologica trova posto anche il Gandolfo stesso che, al pari dell’Aprosio e come poi il terzo bibliotecario Giacomo Antonio De Lorenzi, ebbe il vezzo di comporre versi e, per un certo periodo, l’ambizione del poeta; la vena pare scarsa, prevalenti le tematiche religiose ed encomiastiche, già obsoleta la strutturazione linguistica e la strumentazione retorica: ben presto, abbandonata questa prospettiva di lavoro, il Gandolfo scelse la via, a lui più congeniale, dell’indagine erudita, cui già in fondo si era accostato coi Fiori Poetici. Della sua produzione lirica comunque restano 21 madrigali, 10 sonetti, 4 sonetti acrostici, 1 ode acrostica, 2 anagrammi puri, 1 anagramma con licenza: fra tanto la cosa migliore è forse il sonetto dall’incipit “Di riso no, di pianto vi coprite” cui, fuori delle tematiche religiose e della presunta potenzialità catartica, si riconosce una mesta visione della caducità delle cose.
E’ importante a questo punto esaminare l’atteggiamento del frate verso Ventimiglia (IM), città onusta di antichità ma all’epoca bruttina, provinciale ed isolata, certamente scomoda per il “grande giro culturale” e forse anche calunniata oltre i “demeriti” e la non facile collocazione geo-politica.
Aprosio come detto vi si adattò, con qualche malcelata indolenza e tanti confessati rimpianti per Venezia, soprattutto quando vi riuscì, con successo e soddisfazione, a sistemare quella sua Biblioteca che, viste certe precarie contingenze, avrebbe anche potuto veder disperdere.
Pure Gandolfo provò dapprima l’angoscia dell’isolamento intellettuale ma presto, senza acredine e nostalgie, seppe guardare oltre la frontiera artificiale della “Libraria” e riconoscere quei fermenti culturali che stavano maturando, specialmente ma non solo all’ombra dell’Aprosiana stessa.
E seppe ma soprattutto volle, messo da parte l’eroico ma fazioso autoisolamento del dotto aristocraticamenre pomposo, accettare e coltivare le potenzialità culturali di Ventimiglia: in particolare si sforzò nel tentativo di agganciarle ai moti intellettuali ed eruditi che si stavano manifestando in Italia. Per questo, pur continuando ad alimentare il colloquio con i vari Bacchini, Magliabechi, Cartari e pur intrattenendo cordialissimi contatti con diverse importanti Accademie, il frate si obbligò con crescente impegno a concentrare in un unicum le non organizzate forze di diversi letterati ventimigliesi.
Entrando nei dettagli si possono qui addirittura elencare alcune di siffatte, poliedriche, iniziative promozionali del nuovo ed ambizioso bibliotecario intemelio.
A riguardo dell’Aprosiana, nei “Fiori Poetici“, a p. 192, Gandolfo stesso si riconobbe, scrivendo in terza persona, le seguenti operazioni: ” …l’ha adornata nelle scanzie e nela tavola di mezzo e l’ha accresciuta di molti libri, in particolare di più di 50… ” (ma questo lo scriveva nel 1682 e vi sarebbe ufficialmente rimasto come bibliotecario ancora per diversi anni, con l’assimilazione quindi di parecchi altri volumi freschi di stampa od anche di notevole rarità).
Il rammentare qui siffatta autocitazione non vuol per nulla alimentare l’idea che i suoi meriti siano stati disconosciuti dai concittadini e in particolare dagli eruditi locali: basti qui ricordare Gio. Paolo Fenoglio che, in relazione al valore del Gandolfo, scrisse (“Elogium epitalamicum in nuptiis…”, Niciae, Romeri, 1687, p. 16) “Insignis illa Bibliotheca Aprosiana nunc a perspicacissimo Gandolfo illustrata, tot voluminibus referta ut saeculorum opus videatur et iure merito litterarum Oceanus ac mirandum Minervae Theatrum possit appellari “.

Per quanto invece concerneva la sua ferrea volontà di non perdere i contatti con gli antichi corrispondenti dell’Aprosio fa particolare fede, fra altri segnali e testimoni culturali, una lettera dell’erudito G. B. Pacichelli (già in contatto epistolare con l’Aprosio: cfr. MS. E. VI. 9 in B. U. G.; 3 lettere a. 1678-79) che scrisse al Gandolfo da Napoli (1/VIII/I687): ” Non si può che magnificar dencomi la penna ed il genio suo i quali sembran di far risorgere su le carte gli spiriti del P. Maestro Angelico Aprosio di lei compatriota (come fu anche registrato dallo stesso Gandolfo nella sua “Dissertatio historica de ducentis celeberrimis augustinianis scriptoribus…”, Romae, typis Buagni, 1704, p. 394) “.
Gandolfo dovette però superare qualche propria titubanza e le altrui diffidenze iniziali per riannodare alcuni vecchi contatti dell’Aprosio: le lettere di G. F. Ruota (Roma, 17/V/1687) e di Carlo Cartari (Roma, 24/IV|I689) pubblicate dal nuovo bibliotecario in una sua opera di varia erudizione (“Dispaccio Istorico, curioso et erudito“, Mondovì, per il Veglia, 1695 p. 110 e 102-105) sono per l’appunto la prova estrema di un lavoro anche asfissiante di persuasione e di valorizzazione, sì che che i dotti lontani non pensassero che, dopo la scomparsa del fondatore, l’Aprosiana avesse iniziato un lento degrado o non avesse invece – cosa di cui molto spesso si convincevano dopo pochi contatti epistolari – un nuovo “custode” all’altezza delle molteplici esigenze culturali dell’istituzione e del suo continuo bisogno di aggiornamento [per un riscontro dei corrispondenti dell’Aprosio divenuti in seguito fruttuosi interlocutori del Gandolfo costituisce tuttora una fondamentale base di ricerca il lavoro di Antonia Ida Fontana, “Epistolario e indice dei corrispondenti del padre Angelico Aprosio” in ” Accademie e Biblioteche d’Italia “, anno XLII (I974), n. 45].
Invece, a proposito delle relazioni erudite e culturali che il Gandolfo prese ad alimentare con crescente passione in una Ventimiglia, di cui aveva già segnalato, ma non con siffatti approfondimenti, un risveglio culturale editando “Il Beneficato beneficante, ombreggiato nella città di Ventimiglia” (Genova, per il Franchelli, 1683, p. 25), bisogna anche menzionare la concomitanza di precise e favorevoli contingenze intellettuali.
A prescindere del potenziamento dell’Aprosiana (ormai patrocinato direttamente dallo stesso Ordine agostiniano), la più importante di tali promozioni culturali fu realizzata col contributo della ” Signora Devota Maria Orengo ” che nel 1686 lasciò una cospicua somma per l’allestimento di un centro di studio e l’istituzione di cattedre ” di Grammatica e belle lettere “. L’iniziativa, la sua realizzazione e, naturalmente, la donatrice furono celebrate da un intimo del Gandolfo, il poeta nizzardo ma residente a Mentone Giovanni Francesco Martini, nell’ode “Studia literarum excitata“, Nizza, per il Romero, I686: la notazione non è priva di valore culturale, il fatto che un erudito non ventimigliese sia intervenuto a celebrare la benefattrice è un’altra prova dei vivaci contatti di letterati di altre città e ambienti culturali, non solo del genovesato, con la temperie intellettuale esorcizzata in Ventimiglia dal fiorire di iniziative di contorno a quelle, importantissime, alimentate presso la Biblioteca istituita dall’Aprosio.
Un contributo fondamentale alla conoscenza della cultura ligure occidentale coeva (e contestualmente alle sue interazioni con i fermenti culturali del basso Piemonte, delle Alpi Marittime e soprattutto del territorio compreso tra Nizza e Monaco-Mentone), il Gandolfo lo ha lasciato manoscritto, annotando e correggendo in diversi punti una copia dell’Oldoini ora conservata all’Aprosiana con questa segnatura: “OLDOINUS AUGUSTINUS, Atenaeum ligusticum, Perusiae, Ex typographia episcopali”, I680, 8° (cm. 20,5), pp. [2], 20, 623, [4], inv. 2130, coll. I, 4, 20, 4, 20 “.
La silloge sugli scrittori liguri riporta sul frontespizio lautografo: “Ad usum fratris Dominici Antonii Gandulphi Augustiniani Vintimiliensis qui emit Romae 1698… Iuliis sex : molte valutazioni del testo a stampa sono modificate spesso con la citazione ” error… (correzione) … sic Dominicus Gandulphus ” (vedi la chiosa di p. 85).
In tutto si tratta di 27 osservazioni di diverso spazio e valore nel testo, 30 correzioni nell”Index Patriae” (p. 571-623): in fine dell’opera si individuano quattro pagine manoscritte, ognuna resecata su due colonne: p. A, B. C, D, E, F. G.
La p. A intitolata “Scriptores Ligures Augustiniani” registra 34 correzioni cui seguono 8 in p. B con indicazione della pagina del testo dell’Oldoini in cui sono trattati i personaggi che riguardano siffatte correzioni e dove peraltro il Gandolfo con segno critico od opportuno lemma ha già provveduto a segnalare la svista bio-bibliografica.
Ancora nella p. B si legge poi l’intestazione ” Deficiunt in hoc Athenaeo sequentes ” cui seguono notazioni biobibliografiche, del tutto simili a quelle usate dallo stesso Oldoini, di 23 scrittori liguri individuati dal Gandolfo ma ignoti all’autore della silloge (si tratta naturalmente di un notevole campo di indagine, anche molto settoriale, al cui studio si devono qui necessariamente rimandare gli specialisti, volta per volta, interessati).

Il Gandolfo ebbe forse da sempre l’abitudine di registrare quei letterati liguri, agostiniani e non, di cui avesse conoscenza e che non fossero trattati o fossero trattati erroneamente nelle sillogi di Soprani, Giustiniani e Oldoini. Anche in dipendenza di questa consuetudine maturò la volontà di redigere repertori organici (per tematiche, sezioni, ordini ecc.) e, con molta probabilità, il disegno di un catalogo esaustivo sugli scrittori liguri.
Oltre a svariate comunicazioni, nei “Fiori Poetici” ( pp. 46-61 e pp. 221-249) ne “Il Dispaccio Istorico, curioso et erudito…”, Mondovì, Veglia, 1695, (pp. 122-133) pubblicò molto materiale inedito dell’Aprosio, sull’Aprosio e su vari letterati liguri che fiorirono poco prima di lui o sulla sua scia crebbero in fama e dignità letteraria.
Nell’opera seriore, ancora di carattere erudito ma organizzata con una specificità ed una scientificità ignota ai precedenti suoi lavori, la “Dissertatio historica de ducentis celeberrimis augustinianis sciptoribus…”, Romae, typis Buagni, 1704 a p. 396 compare quindi la precisazione di voler trattare due letterati liguri dimenticati o mal curati nei cataloghi dellepoca: Ludovico Spinola e il matematico ventimigliese Ambrogio Galleani.
Seguono poi (“Oldoini corretto”, p. 397-98) due saggi estratti da un manoscritto del Gandolfo già annunciato di imminente pubblicazione (“Ibidem”, p. 395): “Li splendori liguri svelati dalla penna del P. Fra Domenico Antonio Gandolfo… “(il sottotitolo, impressionantemente lungo, riporta i 12 capitoli in cui lopera avrebbe dovuto essere divisa, per trattare gli aspetti storico-culturali più significativi della Liguria).
Il Rossi (“Storia della città di Ventimiglia” ,cit., p. 228) considera l’opera rimasta inedita e poi persa; il Perini (“Bibliographia Augustiniana – cum notis biographicis – scriptores itali”, Firenze, 1931, II, pp. 94-95) la giudica conservata manoscritta allAprosiana: l’inedito non si trova ora in questa biblioteca e nemmeno presso l’Universitaria di Genova dove potrebbe essere affluito dopo l’operazione tardosettecentesca del Semini che trasportò a Genova, in previsione di un’istituenda biblioteca nazionale, molto materiale dell’Aprosiana (S. LEONE VATTA, “L’intellettuale Angelico e la sua biblioteca” in “L’Aprosiana di Ventimiglia, una biblioteca pubblica del Seicento“, a cura di S. Leone-Vatta, Ventimiglia, Civica Biblioteca Aprosiana, 1681, p. 22).
Nel parmense “Giornale de’ letterati” del 1686 (pp. 149-50) si avvisarono i lettori della pubblicazione di un’altra opera di argomento ligure del Gandolfo: “II valore splendido e generoso palesato nell’insigne Capitano e Eroe del nostro secolo Gio. Francesco Serra + 4 ” lettere curiose e erudite”. Tale opera, giudicata persa dal Rossi, si conserva nella genovese raccolta Durazzo in qualità di manoscritto (A.III.I2) non autografo ma fittamente corretto dall’autore (c. V + 94, mm. 217 X 146): cfr. D. PUNCUH, “I manoscritti della raccolta Durazzo“, Genova, Sagep, 1979, pp. 100- 101, n. 31.
Il titolo, per esteso, è (c. 2 recto): “Al valore splendido e generoso pubblicato nell’insigne capitano del nostro secolo Gio. Francesco Serra, marchese dell Almandreletto e di Strevi, signore dello stato di Cassano, Civita, Francavilla, Orria, gentilhuomo della camera del Re Cattolico, del suo consiglio segretario, mastro di campo generale e governatore dell armi dello stato di Milano e Catalogna, di fra Domenico Antonio Gandolfo di Ventimiglia, agostiniano, graduato in teologia, predicatore generale e priore pour la seconda volta del suo monastero e questo con la scorta della vita ms. del suddetto marchese che si conserva nella Biblioteca Aprosiana e d’altri celebri storici del nostro secolo, all’illustrissimi et eccellentissimi signori Marchesi Giuseppe e Francesco, dignissimi figli dello stesso” (acquistato però e quindi portato via dall’Aprosiana da Giacomo Filippo Durazzo nel 1801 per una lira genovese: Archivio Durazzo, conto n. 95 del 30/XII/I801).
L’incipit detta: “Nell’emporio de Liguri, dico nella città di Genova… “: parte dell’opera fu però pubblicata dal Gandolfo nella lettera VI del “Dispaccio” dal titolo: “Il valore splendido e generoso palesato dall’insigne Eroe e Capitano del nostro secolo Gio. Francesco Serra Marchese dell’Almandraletto e di Strevi ecc., Maestro di Campo generale e Governatore dell’Armi dello Stato di Milano e Catalogna all’Illustrissimo Signore e Patron mio Colendissimo il Sig. Conte D. Filippo Serra dignissimo nipote dello stesso“.
L’incipit è: “Essendomi riportato a riverire l’Illustrissima Signora Giovanna Spinola… “; ma a p. 42 (linea 12) leggesi in capoverso: “Nell’Emporio de Liguri, dico nella città di Genova… ” e di seguito sino a linea 3 di p. 48; poi alle linee 4-5, si trova scritto: “E tralasciando il resto, che mi riservo a miglior congiontura esponere assieme… ” (Genova 15/IX/1694).
Le quattro lettere annunciate dal Bacchini corrispondono poi ad altrettante tematiche pubblicate, sotto forma di epistole progressivamente numerate, nel Dispaccio (“notizie su Ventimiglia“, = lettera II; “commento su un sonetto enigmatico” = lettera XV; “scritti sul Magliabechi” = lettera VIII (in qualche modo continuata nella XXII); “ alcuni splendori dell’ordine agostiniano ” = lettera XXIV).
Da questi ed altri testimoni è facile ricostruire come il Gandolfo abbia raccolto, per tutta la sua vita intellettuale, materiale polivalente sulla civiltà e cultura ligure, soprattutto ponentina.

da Cultura-Barocca

Sull’antica Cartiera di Isolabona (IM)

La Signoria dei Doria di Dolceacqua (IM) sulla base degli Jura o diritti di siffatta Signoria Bannale deteneva  ad Isolabona (IM) una CARTIERA o aedificium papyri, già affidata al maestro Bartolomeo Villano.

Non era una novità nel genovesato e soprattutto nell’area dell’attuale località di Voltri sorgevano numerose ed attrezzate cartiere, a testimonianza di un’attività manifatturiera di rilievo nella Serenissima Repubblica, anche praticata da altre nobili famiglie.

La Cartiera, che sorgeva a valle del borgo di Isolabona della Signoria di Dolceacqua, fu eretta tra XIV e XV secolo.

La Cartiera della Val Nervia non è altro comunque che la conferma dell’estensione del fenomeno dell’industria della carta proprio del Genovesato.

A riguardo di questa cartiera di Isolabona nel 1580 Stefano Doria, per testamento, lasciò al parente, conte Geronimo Doria di Cirié, “centocinquanta balle di papiri fatti nell’edificio di Dolceacqua“.

Il Briquet (Les papiers des archives des Genes et leurs filigranes in “Atti della Società Ligure di Storia Patria”, 1888) individuò carte del XV sec. di una “Cartiera di Isolabona”, in cui vi era la filigrana dei fabbricanti genovesi, il guanto sormontato da una stella.

Analizzare la Cartiera non sarebbe solo un modo per ripensare al Castello di Dolceacqua ma a ripensarlo in connessione con almeno tre sue strutture importanti dal lato scientifico di cui è possibile scrivere ancora parecchio. Il giardino rinascimentale svolgente ruolo di orto botanico. L’ex Biblioteca del Castello che non doveva esser affatto modesta, nonostante le innumerevoli peripezie, anche per i rari manoscritti che custodiva. E finalmente quella che potrebbe modernamente definirsi Farmacia/Gabinetto Medico del Castello; anche se occorre sempre rammentare che come tutti nella loro epoca, e specie quelli che se lo potevano permettere, in questo “Gabinetto Medico” accanto a terapie strutturate secondo i principi scientifici tuttora in auge e coerenti con le attuali postulazioni della scienza o medicina allopatica, i Doria si avvalevano anche di medicine simpatetiche quali gli “essudati delle Reliquie” e parimenti dei “prodotti alchemici presunti attivatori del magnetismo universale: dall’unguento armario alla polvere simpatetica”.

Presso la Biblioteca di Ventimiglia, Fondo Bono, ms. 1 (anni 1579-80) si conservano lettere di Stefano Doria, redatte sul supporto cartaceo di questa cartiera.

I ruderi dell’edificio evidenziano una modifica italiana alla STRUMENTAZIONE ARABA di queste aziende, l’innovazione del maglio a testa di pietra azionato da ruota idraulica.

L’analisi di qualche campione di carta di questa CARTIERA di ISOLABONA, trovato in area sabauda, permette peraltro di riconoscere la metodica di collatura con gelatina animale onde conferire alla carta doti di conservabilità (documento vergato su entrambi i lati del 1436 della Certosa di Pesio= Arch. Privato).
Per la lavorazione si usavano stracci di lino e quindi di canapa.

Da lettere dei ventimigliesi Battaglino Orengo (1509) ed Antonio Orengo (1521) si evince che tal carta era commercializzata su l’arco ligure e per il Piemonte.

da Cultura-Barocca

Caravonica (IM)

Caravonica (IM) fu in origine un feudo della potente casata dei CONTI di VENTIMIGLIA e risulta citato per la prima volta in un documento del 1150 dove si legge appunto CARAVONICA.
Nella dizione dialettale però il borgo è detto Karevònega e Kaironega forma, questa seconda, che -a detta della linguista Petracco Sicardi- non “corrisponde foneticamente alla forma storica, rimasta invariata nella tradizione ufficiale”.
Si potrebbe dedurre quindi che non sia del tutto sicura la relazione del nome di luogo con le forme dell’antica lingua celto ligure: le forme Caravus e Caravanius ricorrono come nomi personali in iscrizioni latine.
L’origine preromana del sito sembra comunque documentata dalla doppio suffisso -oniko-.
Peraltro la terminazione in -a è dovuta all’unione con un nome comune femminile, presumibilmente il termine villa.
La scienza dei nomi di luogo, cioè la toponomastica, sembra qui giustificare alcune conclusioni rese possibili più dalla topografia cge dalle discipline archeologiche che non hanno rinvenuto nulla di importante per quanto riguarda questa zona in merito ai tempi della civiltà ligure e la stessa epoca romana.
Il fatto che dal nome si possa ipotizzare un qualche insediamento ligure preromano non pare strano, come non risulta improbabile che in questa zona di tradizione agricola si sia sviluppata qualche struttura insediativa romana del tipo della villa servile (senza necessariamente dover sostenere l’impianto di qualche più complessa villa pseudourbana.
La ragione di una continuità di insediamenti di CARAVONICA pare infatti suffragata dal fatto che la località sorge su un sito da alta importanza strategia e viaria, che sia anzi innestato su uno dei tre grandi percorsi mare-monti o Liguria Occidentale-Piemonte e precisamente, come si evince da una semplice lettura cartografica, sull’ASSE VIARIA DEL COL DI NAVA: e del resto a testimonianza dell’importanza di questo percorso, della sua antichità, della continuità con cui fu praticato e soprattutto dall’importanza che gli veniva attribuita, resta ancora ai giorni nostri una TARGA che indicava LA STRADA REGIA DEL PIEMONTE.
Inoltre a ulteriore testimonianza del fatto che il borgo abbia in qualche modo finito per essere una TAPPA DI PASSAGGIO dei VIANDANTI DELLA FEDE è fondamentale ricordare che, secondo vari interpreti, la frazione di S. BARTOLOMEO D’ARZENO, collocata in posizione dominante, fu nel Medioevo possedimento dei CAVALIERI DI RODI: la parrocchiale di epoca barocca conserverebbe ancora qualche traccia dell’edificio preesistente.
CARAVONICA comunque presenta oggi le caratteristiche del tipico borgo che fu ai tempi in cui per la strada del Piemonte passavano carovane di muli destinate a portare sui mercati padani il sale e l’olio: per intendere lo sviluppo medievale del borgo basta leggerne l’edilizia popolare, magari soffermandosi in modo particolare su luoghi particolarmente caratteristici come uno SCORCIO CARATTERISTICO DELLA PARROCCHIALE oppure l’affascinante CARRUGGIU DI DRAGHI”.
L’architettura religiosa del borgo si esalta spiritualmente in merito al SANTUARIO DI N.S. DELLE VIGNE edificato per celebrare un evento miracoloso poi elaborato dall’agiografia come dalla tradizione e dalla leggenda.
Per farne cenno, più di ogni commento razionale o di qualsiasi descrizione, vale la narrazione registrata in un antico manoscritto conservato nella parrocchiale:”…in cui con istorica brevità si descrivono i successi più ragguardevoli concernenti l’origine, il progresso, l’ultimazione del Pubblico Oratorio che vedesi inalzato sotto il titolo di Maria Santissima delle Vigne. Correa di nostra salute l’anno 1588, tempo in cui così dalle miserie trovavansi oppresse le Riviere tutte [anche per le conseguenze della terribile PESTILENZA del biennio 1579-’80] che gli abitatori di questa Valle d’Oneglia dal Piemonte in specie procacciavansi il necessario sostentamento. Tra la moltitudine dei mulattieri che viaggiavano a quella volta uno se ne trovò in Savigliano città del Piemonte….
Per non trascinare chi legge nei meandri dell’antico cronachista vale la pena di citare quanto scrisse del miracolo Narciso Drago (“Caravonica” in “Riviera dei Fiori”, 1981, settembre-ottobre):”Il mulattiere aveva portato con sè il figlioletto il quale, mentre il padre era intento a preparare il carico, si era messo a gironzolare nel deposito con la naturale curiosità dei bambini. Fu così che scoprì una piccola statua della Madonna abbandonata in un angolo e desiderò tanto averla che se la prese andando a nasconderla in un sacco di grano già pronto per essere caricato. Finalmente ripartirono e tutto andò bene sino al poggio in vista di Caravonica. Qui, per quanto il mulattiere ricorresse alle più gentili espressioni che infioravano il vocabolario dei conducenti di allora, uno dei muli, e voi avrete già indovinato quale, facendo onore alla qualità propria della sua specie, non si mosse più di un passo. Amche il ricorso alla frusta non cambiò la situazione ma il bambino, temendo che le frustate danneggiassero la statuina, imploro il padre affinché smettesse svelandogli il segreto. E qui il miracolo: non appena il mulattiere la tolse dal sacco, il mulo riprese la sua strada docile, docile. Si pensa che l’esperimento sia stato fatto varie vole ma che il risultato sia sempre stato lo stesso: con la statuina la bestia non si muoveva, quando veniva tolta invece riprendeva a camminare ubbidiente. Visto questo e con grande dispiacere del bambino, la piccola statua fu lasciata nel posto che aveva scelto e fu riparata con qualche pietra avvertendo poi il parroco del paese.
Da quel momento il fervore popolare crebbe e attorno a quell’immagine presto oggetto di devozione fu eretto un primo Oratorio nel XVI secolo, abbellito attraverso i secoli con donazioni popolari e col concorso economico delle più ricche famiglie del borgo: tra i pittori cui fu commissionato il compito di affrescarla è citato anche il portorino Francesco Carrega che ne dipinse la volta ed il coro tra il 1737 ed il 1740.
Molto naturalmente, come in tanti antichi borghi medievali, corre tra i confini a volte indecifrabili che separano storia e leggenda.
Fra le storie arcane di CARAVONICA -storie immerse in momenti drammatici al punto che date le frequenti guerre fu conferita al tormentato Ponente Ligure l’etichetta letteraria di BASTIONI FIAMMEGGIANTI PER SI’ TANTI E SANGUINOSI CONFLITTI– è certo da ricordare quella del PALAZZO DELLA CONTESSA (sulla destra dell’immagine inquadrata) in cui si ritiene che abbia trovato riparo la DUCHESSA ANNA MARIA D’ORLEANS , sposa di VITTORIO AMEDEO II DI SAVOIA, fuggita coi figli da TORINO ASSEDIATA DAI FRANCESI DURANTE LA GUERRA DI SUCCESSIONE AL TRONO DI SPAGNA.  Con costoro viaggiavano molti membri della corte sabauda e con questa la reliquia della SACRA SINDONE [spiritualmente e storicamente reputata un vero e proprio monumento della capitale sabauda come si legge in questo oramai rarissimo poemetto elogiativo di Torino pochi decenni dopo edito da Primo Andrea Sterpi] affidata però alla duchessa madre Giovanna Battista di Savoia Nemours.
Per quanto non esistano documenti analizzando il TRAGITTO seguito dal corteo della casa regnante sabauda non è da escludere che questo, la cui destinazione era la sabauda ONEGLIA, donde si sarebbe IMBARCATO PER GENOVA non abbia preso dimora per un brevissimo tempo nell’importante base viaria rappresentata dal borgo di CARAVONICA viste anche le cattive condizioni climatiche della stagione.
E’ invece sicuramente da escludere un’ostensione della SINDONE, in questa come in altre località liguri, stando agli ACCORDI SEGRETI intercorsi tra Vittorio Amedeo II e la Repubblica di Genova.

da Cultura-Barocca