Su alcune presunte streghe del ponente ligure

Baiardo (IM)
Baiardo (IM)

Il Governo genovese voleva ricondurre questi procedimenti (il caso delle presunte STREGHE DI TRIORA) nella giurisprudenza penale con l’arrivo in Triora (8 giugno 1588) di un commissario straordinario, tal Giulio Scribani, che non ebbe però occasione di indagare sulle “streghe” ivi detenute, trasferite poco dopo in carcere a Genova per dar momentanea soddisfazione all’orgoglio ferito del Padre Inquisitore che aveva preso a rivendicare i suoi diritti per la revisione del processo a loro carico.
Il commissario governativo rimase invece nella Podesteria di Triora, indagando su altri casi di stregoneria e concentrando le sue indagini anche sulle dipendenze del borgo principale, come Andagna.

L’inchiesta sul caso di Triora  procedette fra continue contraddizioni e qualche condono di legge come quello per un’altra minore, una ragazza di 13 o 14 anni di Baiardo, tale Giovannetta Ozenda, che confessò d’aver partecipato ad una sorta di sabba e di aver appreso l’arte di “far la polvere, con quale queste malefiche attossicano le persone cioè di ROSPI ARROSTITI” (come riporta il Ferraironi (p. 73): stando alle indagini del Ginzburg (p.287) questa POLVERE DI ROSPO non sarebbe stata pura voce di fantasia ma uno fra i vari tipi di UNGUENTO STREGONESCO tenendo conto del fatto che nella pelle di rospo è contenuta la BUFOTENINA sostanza cui sono attribuite delle spiccate PROPRIETA’ ALLUCINOGENE.

La Ozenda fu comunque perdonata, vista la giovane età, con la momentanea ideazione d’affidarla ad un tutore o ad un monastero: perdoni suggeriti di legge, come detto, a vantaggio dei minori di anni 14 sia entro gli Statuti Criminali genovesi che nei più aggiornati testi di commenti giuridici ad uso degli Inquisitori eclesiastici) lo Scribani finalmente spedì il 22 luglio 588 i processi di quattro streghe di Andagna, con la proposta della condanna a morte. Leggendo i documenti riportati dal Ferraironi si intende altrettanto bene che, a ragione di un evidente piano governativo a salvaguardia delle leggi criminali statali, lo Scribani aveva proposto la pena di morte per delitti non di provata stregoneria ma sicuramente connessi con reati punibili secondo gli Statuti Criminali (avvelenamenti, procura d’aborti, esercizio colpevole della funzione di balie ecc. ma nessuna attestazione d’eresia, tale ciò da dover passare la pratica all’Inquisitore ecclesiastico.

La più eclatante dimostrazione di questo concerto governativo, per eludere le interferenze dell’autorità ecclesiastica, lo suggerisce altresì il fatto che il Governo da un lato prorogò da due a tre mesi la missione in Triora e circondario dello Scribani (coll’esplicita richiesta di indagare non su delitti comuni ma solo su veri casi di stregoneria: ottima formula per soddisfare alla luce del sole le proteste dell’Inquisitore ecclesiastico e le richieste della popolazione locale ma con lo scopo vero di concedere al commissario tempo ulteriore al fine di ammorbidire le tensioni e quindi formulare una risposta comoda ed evasiva – onde cancellare la fastidiosa vicenda – come quella di “non poter più raccogliere prove significative per esser tanti indizi, vista la longhezza di tempo [ormai trascorsa],andati in oblivione“). Dall’altro lato la Signoria affidò la revisione dei processi e delle condanne capitali all’uditore Serafino Petrozzi che, più o meno intenzionalmente accentuando la generale confusione, negò il valore giuridico delle condanne, perché lo Scribani aveva formulato le sue sentenze di morte per delitti condannabili secondo gli Statuti Criminali (senza tuttavia possedere, a giudizio del Petrozzi, prove esaustive) mentre, anche se ree confesse per stregoneria (sic), le donne in causa, a giudizio del Petrozzi, non si sarebbero dovute condannare dall’autorità laica perché sulle loro presunte attività diaboliche solo al tribunale ecclesiastico sarebbe spettato sentenziare, trattandosi di materia religiosa.

Per quanto molti abbiano scritto su questa vicenda, l’impressione è che tanto l’autorità ecclesiastica che quella dello Stato mirassero a sminuire la sostanza dei fatti: sì da giungere a un ridimensionamento della questione (principio discutibile secondo i capi 10 e 90 del libro II degli Statuti criminali genovesi del ’56).
I deliberati del Petrozzi, a rigor di una letteratura giuridica che interpretava la “stregoneria” come emanazione dell’ “”Idra eretica”, avrebbero potuto risolvere il tema basilare delle priorità inquisitoriali; l’interpretazione , avversa a quella dello Scribani, aveva dimensionato il problema delle “streghe di Triora” entro i parametri dell’Inquisizione ecclesiastica, stabilendo con forzatura nell’interpretazione dei capitoli criminali genovesi 10, 25 e 90, la priorità del Santo Ufficio sulle Curie.
La Signoria e il Senato, nonostante le pressioni ricevute per ratificare questa soluzione “ecclesiale” del problema della “stregoneria”, non intesero dar prova di debolezza a fronte del Sant’Ufficio, dell’Arcivescovo e dell’episcopo ingauno), temendo il dilagare del problema ed una pratica impossibilità a controllarlo: ne è prova che la sentenza del Petrozzi non venne ratificata e allo stesso magistrato, per una revisione del processo, furono affiancati due commissari, Giuseppe Torre e Pietro Alaria (od Allaria) Caracciolo.

Castelvittorio (IM), al tempo dei fatti qui narrati ancora  Castelfranco
Castelvittorio (IM), al tempo dei fatti qui narrati ancora Castelfranco

Questo triumvirato di nuovi consultori operanti sul caso delle Streghe di Triora, dotati di ampia facoltà inquisitoriale (assieme ad altre sanzioni di condanne, poi cassate, contro streghe individuate nei siti fra Triora e CASTELFRANCO – oggi Castelvittorio (IM)-), rovesciando il giudizio del Petrozzi confermarono le 6 condanne capitali dello Scribani.
Il Senato ratificò 5 esecuzioni (tramite impiccagione e conseguente bruciatura dei cadaveri in conformità dei capi criminali avverso profanatori di luoghi santi, peccatori contro natura, falsari, ed altro: con attenzione al capo 20 “dei Ladri”, del libro II, ove si cita la morte sul rogo applicabile contro eretici e sacrilegi): dalla sanzione senatoriale a tergo della relazione dei 3 commissari (A.S.G., Lettere del 1588) – nonostante o forse proprio per una richiesta, in base ai toni del comandamento, da inoltrare al vescovo di Albenga onde far riconciliare con la Chiesa le condannate prima della sentenza – si evince che il consenso per l’esecuzione voleva essere una pubblica affermazione governativa, la quale ancora una volta puniva col capestro (impiccagione) le donne come “criminali comuni”, concedendo all’Inquisizione il rogo post mortem (con dispersione in luoghi profani di ceneri o resti) applicato per quei delitti, non di “stregoneria”, che risultassero avversi alle leggi dello Stato ed alla morale, sia cristiana che della società onesta (St. Crim., II, 2 “Su quanti peccano contro natura >sodomiti – omosessuali” e capo 3 “Sugli adulteri e stupratori”).

Come annota il Ferraironi (p.79) si sarebbe quindi dovuto procedere (4 in Triora o in Andagna e 1 in Castelfranco) all’esecuzione pubblica delle sentenze capitali [Pene combinate> Stat. Crim., II, 18, 64, 70 ecc.: l’esecuzione della GENTILE di CASTELFRANCO sarebbe avvenuta nel borgo natio “per essere di essempio et gran terrore a molte altre malefiche esperte“) con impiccagione lenta e rogo post mortem, al limite l’inumazione in terra non consacrata conformemente a suggerimenti contenuti nel t.III, sez. XIX delle Disquisitiones Magicae di M. DELRIO].
La procedura fu sospesa, vista una subitanea, ma non imprevista, opposizione del Padre Inquisitore di Genova che, con rigida interpretazione degli ordini del Sant’Ufficio, avanzò eccezione che spettasse all’Inquisizione il diritto di istituire i processi di “stregoneria”.
Lo Stato, che aveva proceduto con cautela, non disdegnò l’opportunità di sospendere le esecuzioni capitali facendo scrivere alla Congregazione del S. Ufficio di aver accolto la petizione dell’Inquisitore genovese “con quel perpetuo zelo che viene in noi di servire a codesta Santa Sede et a compiacere Vostre Signorie Illustrissime (i Cardinali del Sant’Ufficio)”.

Questo accondiscendimento del governo non deve confondersi con arrendevolezza.
La convenienza politica e diplomatica di intrattenere prudenti rapporti col Sacro Palazzo di Roma si manifestava specie in occasione di “cause miste”, come quelle connesse coi sempre strani “delitti di stregoneria” in cui spesso si intrecciavano violazioni tanto dell’elemento profano che di quello spirituale, di modo che, insorgendo conflitti giurisdizionali fra giudici laici ed ecclesiastici, potevano evolversi ulteriori contenziosi fra uno Stato tradizionalmente geloso delle sue prerogative e l’organizzazione della Chiesa intenta ad affermare la propria autorità [riaffermando con decisione il cap.89 del lib. II degli Statuti Criminali del 1556 -negli Advertimenti sopra il governo della giustitia in Genova- al cap. XI si legge: “Che li ministri di giustizia siano obligati favorire et con tutte le loro forze agiutare il Sant’Offizio dell’Inquisizione, et la corte dell’Arcivescovo di Genova, dandogli il braccio seculare gagliardo, ad ogni minima requisitione loro”.
Questo punto verrà fuso nel cap. I “Sulla religione” delle “Leggi Nuove” del 1576, v. F.RUFFINI, Relazioni tra stato e chiesa. Lineamenti storici e sistematici, Bologna, 1974.

Tuttavia, a prova di una soluzione mai veramente raggiunta, è da notare che ancora nel triennio 1587-1590 si conducevano tra Stato ed Arcivescovo genovese trattative per definire le rispettive sfere di giurisdizione.
Nel marzo del 1590 si tennero incontri fra la delegazione genovese (Stefano Lazagna, G.B.Senarega, Pasquale Sauli e Gio.Andrea Costapellegrina) e quella arcivescovile a riguardo dei delitti di competenza del foro ecclesiastico o di quello civile, quali mixti fori, e sulle pene che la Curia arcivescovile potesse comminare ai laici.

La questione delle “streghe di Triora” era esplosa in concomitanza con un problema di competenze giurisdizionali, controverso o da definire.

In questo contesto si potrebbe anche ricondurre l’ambiguità di atteggiamento di volta in volta assunto dalle due Istituzioni, laica e religiosa, allo scopo di non compromettere la difficoltà di progressi, sempre lenti in questa materia].
Il commissario di Triora, su sollecitazione governativa, non tardò ad inviare nelle carceri dell’Inquisitore di Genova, per mare, partendosi dal porto di Sanremo, le 5 “streghe” facendo, in una lettera Doge e Governatori di Genova, cenno alla delusione di “questi populi (che) sono restati molto attoniti di questo fatto (la mancata esecuzione) poichè per esempio averiano avuto grandissimo piacere si fusse eseguita la sentenza, contro loro (le presunte streghe) data, in questo paese” (FERRAIRONI, p.80).

Gli studiosi si sono interrogati sulla fine di queste streghe, se le ultime 5 fossero state aggregate nelle carceri dell’Inquisitore di Genova alle 13 “fattucchiere” della precedente inchiesta (sempre che queste non fossero già state liberate e in segreto rinviate a casa): ma in fondo, al diritto ed alla diplomazia poco importava ormai quante fossero le streghe, se alcune di loro languissero per salute malferma, se in tempi diversi ne morissero alcune (su 5 sussiste relativa certezza).
Per quanto l’argomento sia interessante -e ben trattato dal FERRAIRONI, cap. IX e X- è importante evidenziare l’insignificanza del problema “stregonesco” a fronte della sua composizione giurisdizionale.

Questo risultato (specificatamente al contenzioso in oggetto e giammai trasformato in normativa) lo ottenne la diplomazia genovese con petizioni al Sacro Palazzo (tra febbraio e aprile 1589) e coll’ausilio di Cardinali filogenovesi in seno alla Congregazione come Giustiniani, Sauli e Pinelli.
Dopo una lettera personale (23-IV-1589) del cardinale Antonio Sauli (che difendeva presso la Santa Sede i diritti della Repubblica: vedi M. ROSI, Storia delle relazioni tra la Rep. di Genova e la Chiesa romana specialmente in rapporto alla riforma religiosa, in “Memorie della Regia Accademia dei Lincei”, XXX, 1898), si ebbe una sanzione definitiva con una epistola (28-IV-1589) del cardinale Giulio Antonio Santori di Caserta, reggente della Diocesi calabrese di Sanseverina, che, scrivendo alla Signoria, comunicò ch’eran stati dati gli ordini necessari onde porre fine alla causa, procurando per un verso di “salvare la vita a sudditi della Signoria” e facendo sì che “in breve si manderà l’ordine per l’espedizione di quelle che sono state processate e condannate dal detto commissario, secondo la dotta e religiosa risoluzione di questa sacra Congregazione”.
Da qui il Ferraironi (p.83) deduce una graduale, ma silente liberazione ( o emarginazione, in residenze coatte?) delle donne accusate di stregoneria, detenute dal giugno 1588 nelle carceri genovesi.

da Cultura-Barocca

Annunci

Sulle origini di Porto Maurizio

Ponte antico sul torrente Caramagna ad Imperia
Ponte antico sul torrente Caramagna ad Imperia

E’ ormai ben noto che i Bizantini opposero una notevole resistenza agli ultimi invasori, servendosi sia della loro forte flotta da guerra sia di un complesso sistema di BARRIERE MILITARI erette attraverso molti anni a tutela della costa ligure, cioè dell’ultimo territorio nord-italico destinato a restare in loro possesso col nome di “Liguria Maritima“.
Ed allora, a fronte della varietà di informazioni sul periodo bizantino per l’area di PORTO MAURIZIO (ONEGLIA) ed a fronte della citata penuria di dati sulla romanità del sito, si può contestare la CARTA IMPERIALE, teoricamente del IV secolo, che attribuiva un approdo al PORTO MAURIZIO.

L’Itinerario Marittimo, unico di fronte agli altri repertori cartografici imperiali, non indicò il Lucus Bormani ma il PORTUS MAURICII; questo documento cartografico segnava espressamente per i marinai gli scali portuali, con relative distanze “… Albingaunum portus . . . portus Maurici . . . Tabia fluvius (XII) … Vintimilio plagia (XVI) … “(“It. Marit.” p. 502): proprio questo discusso documento rappresenta un punto fisso da cui far partire varie discussioni sull’ORIGINE DI “PORTO MAURIZIO”.
E’ quindi fattibile ritenere sulla scorta di Nino Lamboglia (per quanto contestato dal Molle a p.44 della sua “Storia di Oneglia”) che quel documento del IV secolo (propriamente l'”Itinerario Marittimo“) sia stato manipolato nel VII secolo per soddisfare le esigenze nuove dei BIZANTINI, bisognosi di una cartografia stradale e di portolani aggiornati.

Se ancora col Lamboglia si accetta il principio che il luogo abbia preso nome dall’imperatore bizantino MAURICIUS (TIBERIUS) si possono intendere svariati segnali topografici e storici, altrimenti indecifrabili attribuendo -come fatto da alcuni tuttora e storicamente fatto quasi ovvio- la paternità del toponimo al patrono della città, appunto S.MAURIZIO.

L’IMPERATORE MAURIZIO, nel difficile tentativo di continuare i buoni rapporti dei suoi predecessori con la Chiesa, non cessò di favorire l’attività missionaria verso quei reparti militari di Longobardi che, defezionando, passavano tra le fila bizantine abiurando dall’arianesimo e optando per il culto cristiano tenacemente sostenuto dalla corte di Bisanzio.

Dopo l’occupazione longobarda (589) da parte di Autari dell’isola di Comacina, nel ramo occidentale del lago di Como, e della fortezza di Crisopoli nella stessa isola, la Liguria bizantina finì per identificarsi con la piccola regione odierna e le sue città principali erano “Vintimilium”, la “civitas Varicottis”, “Vadum”, la “civitas di Soana” (Savona), la capitale “Genova marittima” e a levante “Portus Veneris (Portovenere). Essa faceva ormai parte dei sette grandi governatorati in cui era stata divisa dai Bizantini la PROVINCIA D’ITALIA: a capo di ognuno di essi stava un “Duca” detto anche “Magister equitum”. Il prestigio di Bisanzio e di Maurizio (grazie anche al ricordo delle straordinarie imprese militari di Giustiniano) era ancora grande. L’imperatore, in forza degli ottimi rapporti con le grandi case barbare di Gallia e Spagna, potè garantirsi, specie con l’alleanza dei Franchi, una sudditanza almeno formale dei duchi longobardi (583) e procedere all’assimilazione di nuomerosi barbari nella compagine dell’Impero e tutto ciò oprando sempre in stretta collaborazione con la potente Chiesa. Proprio sotto il regno di MAURIZIO, ad esempio, si riscontra di stanza a Genova (590) un numerus felicum Letorum cioè un grosso contingente militare composto non da greci, anatolici o – come solito per la Liguria – da truppe orientali ma costituito da discendenti degli Alamanni e dei Taifili stabilitisi in Emilia nel IV secolo. Durante il dominio di questo Imperatore la “Liguria maritima” godette peraltro di una certa ripresa, cui sono forse da porre in relazione alcuni interventi pubblici o comunque di risanamento.

Per quanto ci informano l’archeologia e la stratigrafia, la facies generale del I strato di terreno a Ventimiglia romana documenta al livello I B tracce di rifacimenti bizantini del VI-VII secolo, con reperti di ceramica greca, mentre all’anteriore strato I C si hanno segni di distruzione con cenere e carbone (V-IV sec. d.C) ed allo strato superiore (I A) si trova l'”arena”, cioè la duna di sabbia che nell’alto medioevo coprì la città romana. Il regno di MAURIZIO, in un clima sostanzialmente favorevole a Bisanzio, anche se destinato ad una rapida evoluzione negativa, induce a credere che sotto questo imperatore si sia tentato di ridare vita a parecchi centri liguri gravemente danneggiati e che, in linea più generale, si sia provveduto a rinvigorire o in qualche caso ristrutturare ex novo il sistema portuale di estrema importanza per una potenza militare come Bisanzio che anteponeva in molte circostanze allo stesso esercito la sua efficiente ed evoluta MARINA MILITARE.

Sulla linea di queste considerazioni è allora possibile portare più di un contributo sulla genesi di PORTO MAURIZIO. Allo sbocco del torrente Prino ( e nell’area di BORGO PRINO) non son mancati rinvenimenti di romanità e si sarebbero scoperti i resti di un ponte adrianeo e per ultimo Ludovico mostrò di credere all’esistenza di un’iscrizione “TROPHEA AUGUSTI” individuata sul poggio di PORTO MAURIZIO. Più in dettaglio è doveroso premette che gli Statuti di Porto Maurizio alla rubrica 46 (“de vicis reficiendis”) ordinano “…stratam romanam et fublicame facere providere, ampliare, explanare et meliorare ab aque Unelie ad aquam Sancits Laurentii…“.

Ed ancora, come registra anche il Molle a p.39, n.104 della sua citata opera, alla rubrica 58 (“De Fenestris”) si legge “...domos contiguas stratae Romanae...”. Quindi ancora nell’età di mezzo sopravvivevano tracce di una strada romana e reperti di un ponte alle foce del Prino, come scoprì il Lamboglia (Resti di un ponte romano alla foce del torrente Prino, in “Rivista Ingauna Intemelia”, 1934, p.66).

Il Giordano poi, secondo l’autorità del colonnello Elena Setti, sostenne esservi stata sul poggio di Porto Maurizio un’iscrizione TROPHEA CAESARIS (od AUGUSTI) da lui posta in relazione con quella della Turbia. Non condivise tale giudizio il Molle (op. cit. p.31, n.82) e ritenne che si trattasse di un’invenzione settecentesca. Però, nel 1600, il notaio di Cosio Giovanni Castaldi (autore di una sua opera “Liguria” rimasta manoscritta) alla carta 16, recto e verso, scrisse: “…Porto Morise – Borgo di 300 fuochi, bello per l’eminenza d’un monte vicino al mare dove egli è posto, ridotto al presente in fortezza reale con baloardi inespugnabili e la Repubblica vi mantiene un Presidio di soldati con un gentiluomo dei suoi cittadini e della Città, sotto nome di Capitano…Vien così nominato dal porto marittimo che era dalla parte del monte a levante, di cui si vede ancora un antico molo con una torre nella quale si legge in un marmo l’anno 1368 essere stato 120 piedi e dal nome del santo suo titolare”.

Queste note sembrano confermare quanto il Lamboglia trascrisse nella sua Topografia storica dell’Ingaunia (p.77): non sembra affatto da escludere che il documento dell’Itinerario Marittimo del IV secolo sia stato corretto per inserirvi un un “PORTUS MAURICII” che fu potenziato da un imperatore bizantino e per un certo tempo ne prese il nome anche se ben presto ci si sarebbe dimenticati di questo monarca per ritenere che il toponimo sia poi stato considerato un omaggio al Patrono, appunto il martiere della legione tebea S. MAURIZIO.

Non è facile dire per qual motivo i Bizantini abbiano abbandonato il sito di “Oneglia” per potenziare quello che verisimilmente era un minore insediamento della tarda romanità. Non è però da escludere che “Oneglia” avesse ormai perso il suo attracco se questo – secondo la tecnica romana consueta dei “porti canale”- era stato realizzato sfruttando la foce dell’Impero. Per linea comparativa non è affatto da escludere che tale corso d’acqua, come spesso accade ed è accaduto in Liguria occidentale, modificando per ragioni alluvionali la sua foce, poi spostata ad oriente verso il Borgo del Moro, avesse resa necessaria la realizzazione di un approdo alternativo più ad occidente. Su tutto l’arco ponentino i corsi d’acqua dalla portata irregolare, caratterizzati da piene alternatesi a periodi di siccità, hanno spesso finito con lo stravolgere la tpografia delle linee di costa rendendone difficile la lettura geo-topografica: questo si riscontra analizzando sia il ROIA che il NERVIA nel territorio ventimigliese [dove gli spostamenti d’alveo hanno determinato l’evolversi o il decadere di PORTI CANALE e dove i detriti alluvionali delle piene hanno finito col formare all’interno dei letti, sproppositatamente grandi, vere e proprie ISOLE ora destinate a decadere, seppur dopo lunghi periodi di tempo, ora tanto stabili da costituire vere e proprie entità territoriali sedi di complessi demici come nel caso di ISOLABONA in val Nervia]. Le caratteristiche dei corsi d’acqua e della linea di costa hanno comunque condizionato tutte le località tra Ventimiglia ed Imperia: per esempio BORDIGHERA trae il nome da una palude la quale nel medioevo coprì una zona costiera che al contrario nella romanità era occupata da insediamenti e strutture varie.

Il torrente IMPERO non è sfuggito a questa regola e la grande massa di detriti alluvionali trasportati da monte a valle nei periodi di piena ha parimenti modificato il letto del torrente creando in esso delle isole oppure alterandone la foce. Presso l’ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA si ricava da un manoscritto cinquecentesco una CARTOGRAFIA DEL TORRENTE IMPERO che spiega di per sè il fatto che per secoli onde raggiungere le due rive si dovette ricorrere all’ausilio di un’IMBARCAZIONE FLUVIALE E DI UN TRAGHETTATORE. Anche se l’ostacolo venne poi superato in forza della realizzazione dell’ARGINATURA DEL TORRENTE e della REALIZZAZIONE DI UN PONTE, risalendo a tempi recenti, si riesce a leggere, seppur provvisoriamente e non in maniera speculare, l’antica topografia dell’area quasi solo nella contingenza di grossi momenti alluvionali come in occasione del piovoso periodo ottobre-novembre del 1907 quando si formò una DUNA DI MATERIALE DI RIPORTO [documentata fotograficamente, in A.S.I., già Archivio ex Comune di Oneglia] che finì per ostacolare il deflusso delle acque alla foce, deviandone il naturale percorso. Ancora per linea comparativa, questo fenomeno alluvionale dei primi del secolo può essere proposto a modello-esempio di analoghi processi verificatisi in tempi anche molto antichi nel corso e soprattutto alla foce dell’IMPERO, eventi naturali capaci, in determinate situazioni climatiche ed in assenza di adeguate strutture di intervento riparativo, di vanificare funzioni peculiari, come quelle dell’approdo a sistema di PORTO CANALE (come fu anche quello del porto romano di ONEGLIA), che è meccanismo di attracco comodo da sfruttare ma per la cui funzionalità è vitale una particolare conformazione del fiume o torrente che si immette nel mare, sì da formare un’ansa tranquilla e profonda entro cui, dal ramo che permette alle acque fluviali di scorrere nel mare, possano trovar riparo le navi o le imbarcazioni senza correre pericolo di incagliarsi sui detriti alluvionali. Fra tante, l’ipotesi da privilegiare è che l’approdo onegliese sia degradato proprio per uno di questi eventi climatico-alluvionali e che – data anche l’evidente necessità di impiegare uno sforzo di restauro tecnicamente ed economicamente sconveniente – i Bizantini (pur sempre avvezzi ad operare in tutta quella parte d’Italia che non fosse l’Esarcato o la Pentapoli con la mentalità pragmatica dell’esercito d’occupazione) abbiano prediletto la soluzione più celere e strategicamente utile di trovare nella prossimità del sito di Oneglia un attracco alternativo, peraltro facilmente individuabile nel sito che sarebbe poi stato occupato da PORTO MAURIZIO. L’area del PORTO MAURIZIO peraltro, ad un’indagine topografica e di computo strategico, non solo rispondeva alle esigenze di un approdo ma soddisfaceva anche alle funzioni di base militare, locata nello stesso areale di Oneglia…

per via comparativa si può notare che la posizione geografica di PORTO MAURIZIO ha molte affinità con quella di VENTIMIGLIA. Entrambi i siti sono posti infatti su un ganglio di percorsi ove si intrecciana e ei intrecciavano la STRADA COSTIERA e le VIE MARENCHE che regolavano il traffico per l’oltregiogo (rispettivamente quella del NAVA e quella della STRADA ROMEA DEL NERVIA. Siffatta logistica faceva combaciare molteplici aspetti delle due località e finì col determinarne sia le fortune (grantite dal traffico in tempo di pace) sia i problemi (emblematicamente docuti alla pressione sabauda per raggiungere un approdo al mare o comunque controllare il traffico di quei percorsiI. Dal XII-XIII secolo sia Ventimiglia che Porto Maurizio entrarono come basi importanti nel grande fenomeno dei percorsi dei PELLEGRINAGGI DI FEDE. Per quanto l’argomento meriti approfondimenti v’è anzi da dire che data la posizione è attestato, per RAGIONI STORICHE, il graduale venir meno dei PELLEGRINAGGI IN TERRASANTA che notoriamente facevano leva sul sistema portuale e ricettivo di GENOVA mentre per molto più tempo, nella CULTURA DEVOZIONALE CRISTIANA, perdurarono il PELLEGRINAGGI AL SANTUARIO SPAGNOLO DI S. GIACOMO DI COMPOSTELA …

da Cultura-Barocca

Un illustre pignasco, Carlo Fea

Pigna (IM), Alta Val Nervia
Pigna (IM), Alta Val Nervia

Un illustre pignasco fu l’archeologo e storico dell’arte, di formazione neoclassica, Carlo Fea.
Nacque a Pigna (IM) nel 1753, proprio mentre si stava riscoprendo, a scapito delle ridondanze barocche, la linearità dell’arte classica, fenomeno ampiamente integrato dalle prime vere ricerche archeologiche e dalla riscoperta della città di Ercolano, Stabia e Pompei nel I secolo d. C., ricoperte dalla lava e dai lapilli del Vesuvio e, per uno straordinario fenomeno geomorfologico, consegnate dopo millenni agli studiosi parzialmente intatte con molti dei loro tesori da analizzare.

Sulla scia della riscoperta della cultura classica e dell’ideale platonico di bellezza, il Fea studiò dapprima a NIZZA, quindi si trasferì a ROMA, ove venne ospitato da uno zio che era rettore del Collegio degli Orfanelli e che gli permise di completare gli studi umanistici diventando contemporaneamente sacerdote. Ed a tal proposito non è da dimenticare che questo personaggio di vasta cultura conseguì anche la laurea in entrambi i diritti, cioé quello civile e quello canonico.

2015giu (9)

La naturale predisposizione per la ricerca archeologica lo indusse però a ben altra carriera che quella forense e presto, dopo aver a lungo indagato fra le stupende rovine di Roma antica, diede alle stampe un importante saggio intitolato “Sulle Rovine di Roma“. Questo saggio finì poi per diventare un’appendice del III volume della celebre opera “Storia dell’arte nell’antichità” di Giovanni Gioacchino Winckelmann il grande e sventurato storico dell’arte tedesco che, assieme al Mengs ed al Milizia, ma con maggior profondità critica, pose le basi della dottrina neoclassica, che tanto influenzò l’arte (Canova) e la letteratura (Biamonti, Monti e soprattutto Foscolo).

Il FEA fu sempre spiritualmente legato al grande tedesco continuandone, anche dopo la tragica morte per omicidio, l’impegnativa opera per il recupero della classicità: non è quindi un caso che ne abbia curata la ristampa della traduzione italiana della “Storia dell’arte” negli anni 1783-’84.

Dovette però abbandonare le ricerche travolto come tutti dagli eventi della Rivoluzione di Francia e dal suo influsso politico sugli stati italici legati all’Antico Regime delle Monarchie assolute.
Considerato filopapista e reazionario, ai tempi della Rivoluzionaria Repubblica Romana del 1798-’99, eretta sui trionfi di Napoleone, conobbe dapprima la prigionia e quindi l’esilio.
Le sue responsabilità (era peraltro uno studioso appassionato e non un politico) alla luce delle inchieste furono trovate insignificanti se non nulle e potè quindi non solo ritornare dall’esilio, ma riprendere le sue ricerche.
Tenendo conto dell’elevatissima preparazione e del fatto che Napoleone voleva costruire il suo Impero sui fasti dell’Impero di Roma, così lontani da certe meschinerie dinastiche degli Stati moderni e assoluti, il FEA ottenne la nomina a COMMISSARIO DELLE ANTICHITA’ DELLO STATO PONTIFICIO.
Successivamente fu scelto per dirigere la preziosissima biblioteca del Principe Chigi, raggiungendo in seguito la somma carica di PRESIDENTE DEL MUSEO CAPITOLINO.

Era sua consuetudine scientifica quella di condurre le indagine archeologiche seguendo un importante criterio storico-deduttivo: egli aveva elaborato questa dottrina, perché in tempi non lontani aveva visto sì estrarre dal sottosuolo romano autentici, incredibili capolavori ma a scapito di grandi dannificazioni apportate ad altro prezioso materiale nel corso di esacavazioni condotte eminentemente con uno scopo mirato e col principio di eludere e magari distruggere quanto non corrispondesse alla meta di ricerca progettata.

Grazie al suo magistero l’archeologia divenne una scienza, che era regolata da norme esatte che preludevano contemporaneamente a recuperare i reperti e ad eludere il saccheggio di quanto, al momento, non potesse venire riportato alla luce.

2015giu (3)

I risultati furono eccellenti e costituirono veri antemurali del recupero e della salvaguardia dei monumenti: come tuttoggi si può constatare ammirando a Roma il foro Traiano, il Pantheon, il Pincio straordinari siti archeologici dove il FEA espletò la sua opera.
Scrisse ben 125 opere di vario formato ed importanza; tra queste, soprattutto per l’insegnamento che trasmisero nel momento fulgido della cultura neoclassica, meritano di essere ricordate “L’integrità del Pantheon di M. Agrippa” e la “Relazione di un viaggio ad Ostia” (entrambe edite nel 1802), la “Notizia degli scavi dell’Anfiteatro Flavio” (del 1813), i 3 volumi del 1822 intitolati “Descrizione di Roma con vedute“, l’opera dal titolo “La fossa Traiana” (del 1824) e, frutto delle sue indagini sul complesso sistema idrotermale dei classici, soprattutto romani, la “Miscellanea antiquario-idraulica” edita nel 1827 ad una diecina d’anni dalla morte, che lo colse nel 1836 a Roma ancora intento nei suoi studi.

da Cultura-Barocca