Poggio di Sanremo (IM)

15_dic08 (81)A. Canepa (Illustrazione di antichi documenti relativi al castello di San Romolo in “Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria“, Sezione Ingauna e Intemelia, II, 1, 1938, pp.41-42 e 48-50) cita una serie di atti concernenti la storia originaria del POGGIO. Tra le ragioni di una serie di documenti risiederebbe un contenzioso sviluppatosi fra la gente di SAN ROMOLO e quella di CERIANA in merito al controllo del MONTE DELLA VALLE, vale a dire l’area di crinale che procedendo dal MONTE BIGNONE raggiunge la linea marina nella zona di CAPO VERDE.
L’arbitro della diatriba, l’arcivescovo di Genova Siro II, avrebbe provveduto, tra il 1143 ed il 1154, a scindere l’agro in tre zone, trattenendo per sè la migliore (o TERZIERE INFERIORE che comprendeva San Romolo ed altri territori viciniori), concedendo la PARTE DI MEZZO (per lo più a coltivi vari) alla comunità di Ceriana ed infine assegnando TERZIERE DI SOPRA (caratterizzato da pascoli) alla gente di San Romolo.
Un successivo atto (2 agosto 1154) faceva sì che gli abitanti di SAN ROMOLO ottenessero anche la PARTE INFERIORE dall’aricivescovo legandosi ad un CONTRATTO DI ENFITEUSI PERPETUA in un funzione del quale essi si obbligavano a colere et meliorare il territorio che procedeva dall’elece verso Bussana e verso mare.
Le prime abitazioni, in quest’area “da migliorare e popolare” (come sosteneva l’atto) si svilupparono soprattutto nella sella sita fra il lato meridionale del MONTE COLMA ed il MONTE CALVO.
Gradualmente si venne quindi a formare la VILLA PODII SANCTI ROMULI i cui residenti, proprio in forza degli accordi presi, dovettero versare alla CURIA GENOVESE la quattordicesima porzione dei raccolti di granaglie, orzo, fave oltre ad un ottavo del vino prodotto.
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Gli studiosi del POGGIO ritengono che tale sito abbia risentito di una duplice fase di sviluppo e che l’ultima e definitiva sia da colegare alla fine del XV secolo: probabilmente da connettere con lo sviluppo della COLTURA DEGLI OLIVI ed in qualche modo simboleggiata dall’ampliamento della CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARGHERITA a partire dal 1488.
Verso il 1511, sotto il profilo demografico, il POGGIO DI SANREMO contava per 112 FUOCHI grossomo 400-500 ABITANTI che, verso il 1664, raggiunsero le 726 unità (i FUOCHI ascesero al numero di 194) finchè nel ‘700 risultarono censiti 900 ABITANTI.
Il progresso demografico fu versimilmente connesso alla discreta fruibilità agricola della zona: in essa si segnalarono le colture di OLIVI, VITI, FICHI, MANDORLE, PLAME, LIMONI ed ORTAGGI che andavano a caratterizzare un’ECONOMIA PREVALENTEMENTE DI AUTOCONSUMO pur se sopravvivono tracce documentarie di COMMERCIALIZZAZIONE DI OLIO, AGRUMI, PALME E VINO.
L’INCREMENTO DEMOGRAFICO determinò nel XVI secolo la realizzazione di un nucleo insediativo nella PARTE BASSA DELLA SELLA, in prossimità del tragitto che collegava la località con SANREMO.
Qui si siluppò una CONTRADA che oggi risulta architettonicamente fusa con il BORGO ANTICO: in proposito sopra il COLLE DELLE BANCHETTE sono tuttora visibili i reperti di una TORRE , detta DEI MORAGLIA, che sarebbe stata edificata verso il 1562 in funzione ANTIBARBARESCA.
I PIRATI TURCHESCHI giunsero nell’AREA DI SAN MARTINO verso il 1561 ma furono respinti dal fuoco della BOMBARDA del CASTELLO DI SANREMO.
La CHIESA PARROCCHIALE DEL POGGIO DI SANREMO e che è intitolata a SANTA MARGHERITA (la cui mole è in posizione centrale rispetto a tutto il complesso demico) venne ampliata nel 1488 ma l’edificio originario risultava già separato, per le competenze ecclesiastiche e fiscali, dal 1452 rispetto alla CHIESA MADRE DI SAN SIRO: gli estremi di questa separazione si posso leggere tuttora scorrendo il MANOSCRITTO BOREA sotto la CRONACA DELL’ANNO 1452 ove si legge che la CHIESA DEL POGGIO ottenne che le venissero assegnate “Tutte la decime di coloro che prendono li Sacramenti nella nuova Chiesa coll’onere a Consoli della Villa di pagare in ricognizione alla CHIESA MATRICE (cioè a San Siro) l’annuo censo di fiorini 7 in perpetuo“.

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Soldati della Repubblica di Genova nel ponente ligure

Sino al 1528 Genova utilizzò forze militari mercenarie dislocate solo nel Palazzo del Doge e nei castelli strategici: dal 1529 la Repubblica procedette all’arruolamento di soldati corsi e tedeschi.

Nello stesso tempo Genova, come altri Stati italiani, organizzò una milizia nazionale non retribuita che affiancasse, completasse o sostituisse le non sempre fidate truppe mercenarie che pur controllavano i punti nevralgici e spesso con scontento delle popolazioni anche angariate e dannificate con razzie.
Il 31-X-1551 fu creato l’Ufficio di Milizia (dal 13-XII-1625 Magistrato di Guerra) di 5 cittadini nobili eletti per 2 anni dai Serenissimi Collegi e dal Minor Consiglio, sotto la Presidenza (1590) di uno degli 8 Procuratori.

Conoscendosi per esperienza quanto ogni stato sia più sicuro et diffeso dall’armi proprie che dalle esterne e mercenarie” con decreto del 28-VI-1566 si armarono le genti del Dominio e il 10-VII-1572 si pubblicarono gli “Ordini e Previlegi delle Compagnie scelte et ordinarie dello Stato di Terraferma (edito a Genova nel 1641): dagli STATUTI CRIMINALI genovesi di metà ‘500, e poi dalle aggiunte o RIFORME di tempi diversi (comunque fin a tutto il ‘600) si ricava che, oltre le armi bianche (dai pugnali alle spade di varia foggia alle picche) un peso enorme per l’efficienza dell’armamento risiedeva nelle ARMI DA GETTO, sia da fuoco che no, sia individuali che collettive, intendendosi con ciò le ARTIGLIERIE.
Tra queste vengono menzionate ARCHIBUGGI, PISTOLE DA RUOTA, PISTOLE DA MIECHIA, BALESTRIGLIE (indicando però in quest’ultimo caso la ormai variegata serie delle balestre: non tanto più quelle a STAFFA che resero famosi i BALESTRIERI GENOVESI ANTICHI quanto balestre moderne, più maneggevoli, nelle varietà che si sarebbero conservate, negli eserciti ma anche nell’utenza civile (per difesa ma pure per atti criminali) della BALESTRA A MARTINETTO e della ancor più comoda, sebbene meno potente, BALESTRA A PALLOTTOLE.

Nel 1598 secondo la relazione Senarega, a parte la milizia urbana di Genova, il Dominio di Terraferma (escluse quindi la Corsica e le colonie) era diviso in 10 colonnellati agli ordini di un Colonnello o Sergente Maggiore, e 126 compagnie, per 35.184 fanti (A.S.G., Ms. Bibliot. n. 117), di “gente tutta colletitia delle Terre e Ville“.

Il colonnellato di Ventimiglia nel 1598 era dotato di 32 compagnie > con 11.295 fanti: esso controllava il territorio sino al colonnellato di Porto Maurizio (di 10 compagnie per 2300 fanti).
Dal colonnellato intemelio (1601) furono staccate le 16 compagnie e i 3800 fanti che ricostituirono il colonnellato di Albenga e Pieve di Teco (esistente dal 1586 ma aggregato a quello ventimigliese nel 1598).
I fanti erano di 2 classi: Scelti e Ordinari.
Gli Scelti, selezionati prima dai Commissari delle Armi e poi dai giusdicenti locali come il Commissario di Sanremo, si reclutavano nel luogo natio tra i “più habili e disoccupati non minori d’Anni 20 ne’ maggiori di 60 da descriversi con ordine d’uno per casa”.
Andavano a formare compagnie con non oltre 150 fanti, di cui un sesto armati di picca ed il resto moschettieri: erano comandati da un capitano e altri ufficiali nativi del luogo eletti ogni 2 anni dal Magistrato della Guerra: godevano di immunità perché non salariati e preposti alla cura dei confini (collaboravano pure ai servizi di polizia, cui ufficialmente eran preposti i miliziani di Corsica).
Qualche volta abusarono delle immunità ma mai tanto come i soldati a paga dei castelli e delle guarnigioni usi a far danni e razzie.

Gli Scelti potevano girare armati di spada e pugnale, avevano diritto alla dilazione di un mese per saldare i debiti, se non nei casi capitali evitavano la tortura, per delitti lievi avevano la pena ridotta di un terzo, i “picchieri non erano obbligati all’angaria; essi (“se non per furto, assassinio, bestemmia, falsa testimonianza e altri simili delitti”) evitavano la tortura mutilante sotto forma di amputazione del naso, delle orecchie o d’altre parti del corpo ed erano esenti dalle pene vergognose della mitria (berretto conico di carta posto sul capo al reo, poi condotto per dileggio in groppa ad un asino) e della scopa (il condannato legato ad una colonna o sul dorso di un asino era flagellato a colpi di scopa).
Gli Scelti esenti dalle guardie ordinarie per li Corsari, banditi, Sanità e simili godevano franchigia d’alloggio di soldatesca nelle loro case a e per ottenere queste, come le precedenti immunita, bastava dimostrassero il possesso delle armi stabilite e segnate col loro nome.
I fanti iscritti nei ruoli ordinari erano scelti tra uomini dai 18 ai 70 anni habili al maneggio dell’armi, inquadrati in compagnie di circa 200 uomini con un capitano, un alfiere, un luogotenente, un sergente e quattro caporali ogni cento uomini, eletti per un biennio tra i locali dal Magistrato di Guerra: si dovevano provvedere delle armi (a differenza degli Scelti che le avevano a spese della comunità) secondo gli ordini dello Stipendiato (detto anche spagnolescamente Trattenido o soldato esperto, fermato e pagato con 40 lire mensili che doveva istruirli); gli Ordinari avevano il compito di guardare contro li Corsari, banditi, Sanità e simili, tranne il capitano non potevano girare armati, godevano solo della dilazione di un mese per i debiti e dell’esenzione dal taglio di naso od orecchie, mitria o scopa per i relativi reati.

Dagli inizi del 1600, il 24 Aprile (S. Giorgio) e il 12 Settembre (Festa dell’Unione) si teneva per ogni colonnellato la MOSTRA (“RASSEGNA”), con sfilate ed esercitazioni delle compagnie di Scelti ed Ordinari; alla presenza di un Deputato del Magistrato della Guerra e del Colonnello o Sergente Maggiore (eletto per due anni dai Collegi e dal Minor Consiglio, con uno stipendio mensile di 80 lire, una casa onorevole ed un servitore a carico della comunita, assistito da un Sergente mensilmente pagato con 15 lire e da un Tamburo dalla paga di 10 lire: i Colonnelli dovevano avere più di 30 anni, con due di anzianità nel grado di capitano, luogotenente, alfiere o sergente in terra o mare, per Genova o altro Principe).

Nonostante i giudizi poco lusinghieri della relazione Senarega sull’addestramento di queste forze nazionali, nel 1631 Gio. Vincenzo Imperiale, visitando le milizie del Ponente quale Commissario, pur riconoscendone la povertà d’armamento, giudicò gli Scelti ottima gente e ottimamente disciplinata (A. G. BARRILI, Gio. Vincenzo Imperiale, ragguaglio del commissariato per la Serenissima Repubblica tenuto in Riviera l’anno 1631 in “Atti della Società Ligure di Storia Patria”, XXIX, Genova, 1848).

Galeazzo Gualdo Priorato (Relatione della Citta di Genova e suo Dominio, Colonia, 1668, pp. 84-85) giudicò positivamente gli Scelti: ed in effetti durante gli eventi bellici di Genova del 1625, del 1672 e poi del 1745-49 risulta inoppugnabile che gli Scelti si batterono assai meglio dei mercenari tedeschi e svizzeri (per esempio finirono con essere per lo più Scelti, in particolare dell’alta Valle Arroscia, i soldati che andavano a costituire le compagnie paeselle, arruolate in servizio permanente con una paga, nel 1691, di lire 17.7.6 il mese, con la detrazione di 6 lire per il pane, 1.10 per l’uniforme e 7 soldi per la strapunta: le tre compagnie paeselle del 1691, erano composte quasi integralmente da Scelti, ammontanti a 582 soldati, impiegati con altri stipendiati nelle fortezze del Dominio).

In Ventimiglia, al tempo della guerra del 1625 gli 800 Fanti Villani e Plebei , evidentemente Scelti ed Ordinari e per la maggioranza di Vallebona e Camporosso, benché coscritti e quindi in servizio né permanente né retribuito ben si comportarono di rimpetto all’aggressione Sabauda, mentre la Soldatesca pagata, che in tutto erano 240 Fanti… a gran furia s’andarono ad imbarcare su le due Galee (del generale genovese Giustiniani in ritirata: I Graffiti, p. 162-63, relazione del Vescovo intemelio Gandolfo).
Gli Ordinari si meritano un cenno postumo, ed in particolare quelli di Vallebona che validamente sempre si opposero agli assalti dei Pirati, Turcheschi e no, per XVI e XVII secolo.

Questa abitudine alla disciplina militare valse parecchio ai Villani in diverse occasioni, e certamente a far superare all’interno delle Compagnie di Ordinari o Scelti, in cui furono inquadrati, antichi campanilismi: gli Ordinamenti Militari di Genova più volte rivisti subirono qualche modifica più tarda (vedi qui Sez. II, 2 e R. Musso, Compagnie Scelte e Ordinarie dello Stato di Terraferma in ” Liguria “, 53, 1986, I-II) ma alla sua fine (1797) la Repubblica di Genova contava in tali ruoli ancora 30.000 Scelti e forse 50.000 Ordinari, poi entrati nella rivoluzionaria Guardia Nazionale.

La realtà di queste milizie, cioé di una tradizione militare nazionale con reclutamento temporaneo nei luoghi di nascita, giustifica la gran quantità tra i Villani di individui col titolo di capitani: da intendersi comandanti temporanei, non stipendiati di compagnie di Scelti od Ordinari, che conservarono nell’onomastica la qualificazione del grado ricoperto (con terminologia recente: riservisti o ufficiali della Riserva).

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All’alba della storia: le genti liguri preromane

In epoca preromana il territorio dei LIGURI includeva il Piemonte a Sud del Po od Eridano, confinando a ponente col Varo, a levante con Trebbia e Magra, a sud col mare.
Per quanto concerneva il suo occidente o “Ponente ligustico” (ferme restando certe contrapposizioni di scuole in merito all’identificazione di LIGURI E CELTOLIGURI) la regione denotava la presenza di vari insediamenti umani, talvolta anche parecchio differenziati tra di loro sotto il profilo socio-culturale ed economico.
Nella Liguria storica occidentale da ponente comparivano (da settentrione) gli ECTINI, i NERUSII, soprattutto i forti DECIATES e gli OXUBII, disposti intorno ad Antipolis e nel massiccio dell’Esterel, oltre che presso Aegitna : Ligauni, Camatullici ed Anatelli erano localizzati presso il Rodano, i Salii occupavano il territorio circostante Marsiglia, e v’erano poi i VESUBIANI ed i VEDIANTII con capitale Cemenelum (Cimiéz).
Tra le genti liguri che sarebbero rientrate nella IX regio augustea (una delle grandi regioni in cui l’imperatore Ottaviano Augusto avrebbe poi diviso l’Italia, centro del suo Dominio) sono da collocare gli INTEMELII o INTIMILII con capitale nell’oppidum di Nervia (attuale frazione levantina di Ventimiglia, sede degli scavi archeologici), gli INGAUNI di Albingaunum (vasto municipio con omonima capitale che inglobava Costa Beleni o Balena, “Stazione stradale” sulla via Julia Augusta – ove si son recuperate tracce di edifici medievali eretti in prossimità della “stazione” – sita al terminale, sul mare, della valle Argentina), gli EPANTERII e quindi le genti di Vada Sabatia (matrice dei futuri centri di Vado e Savona).
Dalle prime alture delle Alpi Marittime, in direzione della Padania, le tribù guerriere e primitive dei Liguri erano invece denominate in senso lato con l’appellativo di MONTANI: e secondo una certa interpretazione, specie per giustificare criticamente sia la ROMANIZZAZIONE DELLA VALLE BORMIDA sia l’area strategica tra queste contrade e il TERRITORIO DI ACQUI TERME, si sono citati i gruppi etnici degli STATIELLI e soprattutto degli EPANTERII MONTANI.
Sotto il profilo etnografico gli antichi Liguri facevano parte di uno strato di popolazione di stirpe mediterranea preindoeuropea, su cui oltre che testimonianze letterarie, restano dati antropologici ed archeologici.
Gelose della loro autonomia, tali genti furono parsimoniose nei contatti colle popolazioni limitrofe e ciò fu in qualche modo di pregiudizio per la loro evoluzione culturale e politica.
Ancora in epoca storica esse mantenevano infatti caratteri abbastanza primitivi, se molti scrittori greci e latini (pur esagerando le “tinte”, come era nei loro costumi) ne parlavano in termini di meraviglia e quasi di timore.
La loro semplice società, per quanto influenzata da una buona conoscenza della metallurgia, conservava diversi caratteri propri del cuprolitico e del neolitico, come le rustiche abitazioni, costituite da capanne o caverne, l’alimentazione connessa ai prodotti della pastorizia e di un’agricoltura piuttosto elementare.
Tali popolazioni, a lungo estranee agli sconvolgimenti politici del Mediterraneo, in seguito alla fondazione di Massalia (Marsiglia), colonia greca di Focea, avvenuta intorno al 660 a.C. sul vicino Golfo del Leone, presero però a migliorare rapidamente le loro condizioni di vita e i popoli liguri di costa, decisamente, si staccarono dai costumi antichi dei Montani, assai meno favoriti, vista la logistica dei loro disagevoli territori, dall’influsso greco-marsigliese (CLUVERIUS, It. Ant., p. 49, che riprende Marcianus Heraclaensis).
Oltre ai Vediantii, esposti ai progetti espansionistici di Massalia, dalla vicinanza commerciale dei Greci trassero profitto oltre agli Ingauni ed ai Sabatii anche gli Intemelii.
La genesi di quest’ultimo popolo, e del suo centro più importante a Nervia di Ventimiglia, si perde nel passato.
Esso in verità non si distingueva culturalmente nè politicamente dagli altri gruppi liguri: la sua terra, più selvaggia di quella degli Ingauni, influenzò semmai il quadro ecologico che ne fecero gli eruditi greci Diodoro Siculo e Strabone.
Gli Intemelii, appartenenti al ceppo dei Liguri costieri, ben noto ai marinai greci e cartaginesi anche per una certa attitudine ad imprese “piratesche”, avevano doti di robustezza, agilità e sobrietà, tali da stupire gli stranieri.
Non è semplice indicare con sicurezza le loro originarie caratteristiche etniche, viste le infiltrazioni greche, romane e celtiche: tuttavia, sulla base di parecchi autori classici che ne hanno sottolineata la complessione asciutta e nervosa, la resistenza alla fatica e l’agilità, oltre che un’innata bellicosità, si può credere che fossero dei normotipi, con una discreta presenza di longilinei ipertiroidei ed iposurrenalici.
Oltre che la comparazione dei pochi reperti archeologici e letterari con gli odierni biotipi, conforta questa ipotesi l’ecologia del loro antico “habitat”, molto compresso su una striscia di costa, con vegetazione mediterranea o di macchia sempre più abbondante procedendo verso il montuoso interno, con fauna numerosa ma di piccola taglia, clima temperato tendente al secco, con escursione termica fra le punte estreme di -2 e +32 gradi centigradi.
Come tutti i Liguri antichi, anche gli INTEMELII conobbero l’INSEDIAMENTO PAGENSE.
Col PAGO si indicava un’unità territoriale che ebbe nel CASTELUM il presidio difensivo più antico; il raggruppamento etnico tradizionale era invece la TRIBU’, mentre l’OPPIDUM costituiva il complesso fortificato di più tribù tra loro confederate: in media veniva eretto in alture, a volte persino vicine alla costa sì da sorvegliare il mare.
I CASTELA erano rudimentali fortificazioni megalitiche, costituite da cinte murarie anulari disposte sulla cima di qualche colle: questi complessi, in cui l’idea del riparo dagli invasori si fondeva spesso coll’idea prioritaria dell’insediamento umano stabile, furono definiti CASTELLIERI o, con vocabolo tardo romano linguisticamente più adeguato alla tradizione ligure, CASTELLARI.
Tali strutture risultavano dislocate secondo un certo ordine strategico ed erano costruite sì da essere abbastanza fruibili dalla popolazione indigena che abitava nei pressi, anche in modeste capanne, e da sorgere, nell’ambito del possibile, in funzione di particolari emergenze socio-politiche ed economiche: un ricco, seppur elementare, insieme di percorsi poneva peraltro in relazione tra loro questi siti, agevolando spostamenti rapidi lungo direttrici ardue e talora non praticabili per degli stranieri.
I tragitti più semplici, quelli di crinale, si svilupparono in una originaria epoca di nomadismo ed avevano le caratteristiche di sentieri legati ai movimenti della selvaggina, snodantisi di conseguenza in altura e lontano dai corsi d’acqua.
Ad essi successero percorsi di media altura sui crinali secondari, aventi in genere la forma di piste senza insediamenti dato il perdurante stato di nomadismo.
Durante la civiltà pagense si sviluppò sui crinali secondari una fitta ragnatela di sistemi di collegamento: ed in ultimo, poco prima dell’occupazione romana, si ebbe il momento dei percorsi di fondovalle che permettevano un controllo capillare del territorio; con tale sistema di itinerari migliorarono alquanto le comunicazioni delle popolazioni “montane”, ancora di cultura guerriera e pastorale, con quelle di mezza costa e fondovalle già dedite all’agricoltura ed al commercio.
Benché forniti di buone capacità di adattamento all’ambiente ed alle più disparate situazioni, gli “Intemeli”, al pari degli “Ingauni” e di altri Liguri costieri, possedevano una struttura politica elementare ancora nel III secolo, quando cominciarono ad incontrarsi coi Romani: gli antichi scrittori parlavano genericamente di tribù liguri, di “genti” od al limite di principes vale a dire “capi” o “Principi” che, in collaborazione con una sorta di assemblea o conciliabulum, prendevano direttive militari in caso di necessità.
In ambienti sociali tanto modesti la guerra, quasi sempre difensiva, costituiva per eccellenza un caso di necessità e in siffatta circostanza i centri della Liguria occidentale, normalmente autonomi, costituivano una federazione di guerra (molto alla larga paragonabile a quella antipersiana dei Greci), operante sotto la guida dei principes, i cui membri si radunavano con probabilità nella più potente città ligure occidentale, cioè Albingaunum.
Al riguardo giunge significativo il foedus (o “patto”) che, nel 180 a.C., il condottiero romano Lucio Emilio Paolo stipulò apparentemente coi soli “Ingauni” ma che, in effetti, essendo stato accettato o forse è meglio dire “subito” dal conciliabulum di tutti i “capi” liguri ponentini convenuti ad “Albenga”, contribuì a pacificare l’intiera Liguria occidentale.
A livello spirituale gli INTEMELII, come tutti i Liguri d’Occidente, coltivavano una religione ricca di significati naturalistici i cui cardini si stendevano su un territorio illimitato, dall’intero complesso della val Nervia, col centro basilare nell’agro della futura Dolceacqua avendo naturalmente gli assi portanti dell’intero sistema spirituale nei veri e propri olimpi montani dell’Abeglio, del monte Toraggio, della Valle delle meraviglie, della drammatica Vetta del Bego.
Ricostruire nei dettagli i contenuti di siffatta religione politeistica oggi sembra davvero arduo: comunque al pari di molte genti settentrionali, gli Intemelii davano grande rilievo alle foreste, i cosidetti LUCI: famoso nel territorio delle Diano il LUCUS BORMANI, meno noto ma non meno significativo il LUCUS ravvisato nel grande bosco, oggi scomparso, al cui centro – in Vallecrosia – sarebbe poi sorta la chiesa romanica di S. Rocco, forse eretta su un tempietto ad “Apollo protettore e guaritore” come si deduce da una lapide al Dio in essa tuttora conservata ed un altro [ ma anche probabile continuum del precedente che, ancora stando ai dati del ‘200, si estendeva forse -pur tra ipotesi non assolutamente confortabili specie su supporto di evoluzione linguistica del sito) sin qui dai passando per l’area di Borghetto S. Nicolò e Vallebona], attestato nella REGIONE LUCO di Bordighera (descritta in una carta della Guida d’Italia del Toring Club Italiano, I, II ed., Milano, 1924).
Le Foreste sacre, i Boschi Sacri, i Luci (il Nemeton come anche si diceva) erano sedi di arcane cerimonie votive per varie manifestazioni naturali curate e venerate da SACERDOTI che detenevano il sapere e conoscenze su cui lo scorrere dei secoli ha sparso polvere ed incolmabili lacune.
Fra tante espressioni dell’ambiente naturale che erano oggetto di culto per i Liguri primigeni individuate di frequente nelle più disparate espressioni atmosferiche e biologiche non si possono certo dimenticare le grandi manifestazioni che essi potevano scorgere in cielo: tra queste assumevano un ruolo importantissimo le eclissi e l’apparizione di stelle cadenti o di comete (del resto tutte le culture hanno ereditato dagli antichissimi popoli una sorta di timorosa venerazione per i fenomeni astrali, caricandoli di interpretazioni fauste o pessimistiche (ancora nel XVII secolo, assieme alle eclissi, l’apparire di COMETE spalancava la strada ad interpretazioni contrastanti ma emotivamente fortissime, non dissimili nonostante i secoli di distanza, dallo stupore provato dai Liguri antichi di fronte a simili “prodigi”.
Tipico, in particolare, della religiosità degli Intemelii e degli Ingauni era il LUCUS o foresta sacra (come il LUCUS BORMANI) sede di riti religiosi di cui sembrano essere state individuate preziose testimonianze.
A tali divinità naturalistiche e all’ambiente spirituale dei Luci, si accompagnarono altresì vari nomi di dei, tra cui fa spicco BELEN, venerato in ambiente gallo-ligure che, forse, per orgoglio cittadino fu assorbito nella mitologia del fondatore della città, INTEMELION, alla stregua di un “(semi)dio protettore” cui far sacrifici (per poi riproporlo, ai tempi della romanità, quale un corrispondente locale di ciò che Romolo rappresentava per la capitale).
Divinità molto antiche per “Intemeli” ed “Ingauni” erano poi quelle collegate alla vita pastorale, come l’oracolo di Bekko e la dea Futri, che sovraintendeva alla riproduzione di greggi ed armenti.
A queste ed altre divinità consimili erano dedicate molte cerimonie praticate degli Intemelii (e da altri popoli liguri) con processioni ai luoghi sacri del monte Bego e sin a quelli altrettanto “magici” della Rocca e del Valle delle Meraviglie, ora in territorio francese, vero santuario degli antichi pastori protoliguri che vi incisero innumerevoli graffiti ed incisioni di matrice misterico-spirituale.

da Cultura-Barocca

Pregressi fermenti culturali in Bordighera (IM)

Uno scorcio di Bordighera (IM) e zona
Uno scorcio di Bordighera (IM) e zona

Un giudizio su Elio Lentini ed i fermenti culturali (1960 – ’70) a Bordighera “città d’arte” nel prezioso ricordo di un significativo critico d’arte: Giorgio I Principe di Seborga (Giorgio Carbone).

Conosco Elio Lentini da anni, tanti da trasformare il tempo trascorso in un mondo lontano dai luoghi e dalla realtà del Ponente Ligure e più specificatamente della Provincia di Imperia in cui entrambi ancora operiamo e viviamo.
Erano gli anni in cui a Bordighera si viveva un’atmosfera diversa e dove l’odore salmastro, costante nei pescatori, si univa al profumo dolciastro lasciato dai forestieri” [N.d.R.= non bisogna dimenticare l’appellativo storico di Bordighera quale “Città più inglese d’Italia”] “ dove il sentore un po’ acre, emanato dai contadini e dagli operai, si fondeva con l’aroma compassato che permane negli abiti degli scrittori e dei poeti, dissimile ma non discorde dal classico aroma che stagnava sulle tute dei marmisti e degli scultori, come l’odoramento dei coloranti restava nel vestiario usato dai pittori, così come quello del talco impregnava i vestitini degli infanti e le gonne materne sulle quali i bimbi consuetudinariamente sedevano, nei bar più affollati.
Coloro che in quegli anni abitavano, soggiornavano, si ritrovavano a Bordighera respiravano l’ossigeno delle colline, l’azoto della campagna, lo iodio del mare e l’atmosfera artistica e umana amalgamata perfettamente con l’ambiente frugale dei nativi del luogo ” [N.d.R. = l’autore si riferisce non solo all’amatissima Seborga quanto a tutto lo straordinario triangolo che da Vallecrosia corre sin a Bordighera risalendo fin a Perinaldo con tutto il suo incredibile fascino di vita che si sublima sia nelle quasi fiabesche dei luoghi pregni di civiltà millenaria che corre dal sistema grangitico benedettino all’esperienza laica dei “macieri” o muri a secco quanto nella luminosità pittorica dei quadri di Monet]
Dopo le due guerre mondiali, che hanno lasciate miracolosamente intatte, o parzialmente efficienti le inventive e le opere inglesi, tedesche, francesi e di casa Savoia, attuate a fine ottocento e nel primo novecento, e dopo una stasi esistenziale evolutiva durata quasi mezzo secolo, quell’insieme di odori e profumi diversi che era diventato l’aroma costante respirato da tutti, soprattutto nei Ritrovi della città, aveva trasformato la stasi pubblica, dei Bordigotti e non, in un grande collage politico, variopinto, attivo stravagante e piacevole, che era stato creato dalle idee di pochi accettate e seguite da tanti, non sempre conforme, più volte azzardato nei toni e nei sovrapposti colori poco accademici, ma valido nei risultati e di grande effetto artistico, economico e culturale.
Nell’ambito dell’accademia del pittore Giuseppe Balbo era nato, negli anni 50 il “Premio Cinque Bettole” che aveva ridato vitalità alla Città Alta, l’antica e bella Bordighera, chiamata “La Maddalena”,  facendola diventare un notevole punto d’incontro di famosi letterati e artisti italiani, e di artisti provenienti dalla Costa Azzurra.
Il libraio Cesare Perfetto, chiamato Cesarino, nella libreria del quale già si riunivano gli artisti e i letterati locali e il quale meditava da tempo di istituire un Premio internazionale da assegnare ai Vignettisti onde prolungare ed ampliare il successo ed i consensi ottenuti dal “premio Cinque Bettole”, aveva negli anni ’60 inaugurato il “Salone dell’Umorismo”, che ha trasformato e rivitalizzato anche i Ritrovi della Città Bassa, divisa dalla Città Alta dalla sola e signorile Via Romana, e che ha regalato a Bordighera l’ambito riconoscimento internazionale di “Città d’Arte”.
Con la successiva apertura del Festival del Cinema Umoristico Cesarino Perfetto ha poi conseguito per la “Città dell’Arte” il riconoscimento internazionale del mondo cinematografico.
Quel successo raggiunto e attivato attraverso l’appoggio politico e amministrativo di alcuni uomini di lungimiranza, quali il Dott. Giribaldi-Laurenti, Coromines e Allavena, oltre al considerevole afflusso di noti poeti, scrittori, scultori, pittori, vignettisti e attori, aveva incentivato considerevolmente l’economico afflusso turistico, attirando l’interesse e la curiosità di chi segue, attornia, o viene attorniato dall’ambiente dello spettacolo.
In breve, le fantasiose idee un po’ stravaganti scaturite da pochi ma accettate e seguite da tanti, erano riuscite in quegli anni ad unire il dilettevole all’utile dell’intera Comunità bordigotta e delle Comunità circostanti, le quali traevano grande sussistenza dalla floricoltura e per le quali è stata creata la “Festa della mamma”, istituita a Bordighera (chiamata anche Città dei Fiori) con il supporto dell’allora Sindaco Zaccari, eletto Senatore della Repubblica Italiana.
Ricordando gli avvenimenti di quegli anni e i momenti più salienti di quelle riunioni, rivedo gli atteggiamenti e i distinti comportamenti delle persone più attive, i loro volti, e soprattutto lo sguardo dei letterati presenti: quello attento del poeta Laurano, quello sornione di Giacomo Natta, quello ansioso di Guido Seborga, quello vivace di Fernanda Pivano [reputata dall’onnipresente scrittore e critico Antonio Aniante – uso ospitarla nella sua celebre villa “I Pini” di Latte frazione di Ventimiglia, vera fucina di incontri culturali- una autentica forza della natura, ispiratrice di dibattiti ed iniziative], quello vago ma pensieroso di Francesco Biamonti (che è lo sguardo di colui che ti ascolta ma vede altrove) e quello audace ma non meno svagato di Marino Magliani, come è lo sguardo degli abitanti della val Prino.
Ben diverso era, invece, lo sguardo solitamente vagante e pensoso dei pittori, dei disegnatori e degli scultori, dai quali però si distinguevano, nel modo in cui ti penetravano fissandoti acutamente quando venivano contrariati, il disegnatore Enzo Maiolino (insegnante di professione), il pittore Truzzi (seguace e sostenitore della “linea Morlotti”) e il pittore e scultore di immagini e figure cementificate Marcello Cammi (amante della danza, muratore di professione e nell’Arte).
Se escludiamo il Caposcuola del gruppo Giuseppe Balbo (il non più giovane Maestro e allievo di pittori insigni), la benestante Bea di Vigliano e il grande astrattista Gian Antonio Porcheddu (insigne consumatore di pipe marchiate e di bevande alcoliche), i restanti pittori, per altro alcuni giovanissimi, dell’allora Accademia bordigotta di cui facevano parte Sergio Gagliolo, Pagnini, Raimondo alias Barbadirame, Ciacio Biancheri, Franco Franzoni, Ercole Lorenzi ed Elio Lentini (le opere dei quali godono oggi del riconoscimento dei critici d’Arte e dell’interesse del pubblico), in quegli anni non beneficiavano ancora dell’apporto pittorico: Elio Lentini portava negli abiti usati l’odore ed il profumo d’un cinquecentesco laboratorio.
Dalla lavorativa esperienza professionale, dalla scuola accademica di Giuseppe Balbo, dalle discussioni e dagli incontri e scontri fatti con i noti disegnatori, scultori e pittori che hanno partecipato al “premio Cinque Bettole” e al Salone dell’Umorismo, Elio Lentini ha costruto, maggiorato e maturato, nel tempo, quel naturale impulso artistico che lo ha portato all’attuale raffinatezza scultore e pittorica, espressa e trasmessa attraverso le lastre in acciaio o in rame.
Operare nel mondo dell’Arte non è uno svago, né la tentata evasione mentale da proprio ambiente, ma è ricercare, comparare ed anche soffrire.
L’Arte non cresce per caso [scrive ancora qui Giorgio Carbone] ma ognuno la costruisce con gli insegnamenti ricevuti e cercati, con la conoscenza e con le esperienze, prima vissute e poi tralasciate, indi riprese, elaborate e rielaborate: come succede con i testardi rapporti della propria esistenza.
Oggi, per me, riportare la memoria alle vicende di quegli anni in cui ho incontrato e conosciuto Elio Lentini con quell’attivo piccolo gruppo di Artisti spesso riuniti nel bar Giglio di Bordighera, è simile al rammentare una favola, rimasta impressa e fondamentale nel periodo dell’infanzia, e ricordarla con nostalgia.
E ciò che stupisce il mio pensiero, ancora una volta, è invece il constatare che quelle vicende hanno costituito per tutti una vissuta, normale realtà“.

Giorgio Carbone (1936-2009) in Cultura-Barocca

La guerra di successione austriaca a Ventimiglia (IM) e dintorni

La Chiesa di S. Agostino di Ventimiglia (IM), oggi
La Chiesa di S. Agostino di Ventimiglia (IM), oggi

Nel 1748 il convento di S. Agostino di Ventimiglia (IM), semidistrutto precedentemente dalle truppe imperiali-piemontesi, fu ristrutturato dalle medesime come fortilizio: furono praticate feritoie, costruite palizzate; si scavò un fosso con ponte levatoio sull’entrata principale mentre si chiusero la porta della Chiesa e del Chiostro con mura a secco e di calcina. Nonostante l’impossibilità di piazzarvi batterie di cannone, per via delle vicine case che ne avrebbero impedito il tiro verso forte S. Paolo, il convento era considerato di grandissima importanza strategica: per questo gli Austro-sardi lo presidiavano con due compagnie ed un altro picchetto di imperiali era accampato intorno alla foce del Roia a difesa del ponte sul fiume.

Le colline di Sietro e delle Maule
Le colline di Sietro e delle Maule

Tra S. Agostino e la foce del torrente Nervia vi erano poi diversi corpi di guardia a presidiare le cascine lungo i “Ciotti” e le “Asse”.

La collina di Collasgarba
La collina di Collasgarba

Alle falde di Collasgarba, verso la riva occidentale del Nervia, fu fortificata la cascina di proprietà di un tal Rocco Orengo. A questo scopo venne spianato un dosso nelle vicinanze della casa per collocarvi una batteria da 3 cannoni, le mura del giardino furono rafforzate, costruite baracche per l’alloggio delle truppe, erette palizzate e scavati fossati. La cascina Orengo, di grande importanza strategica perché sita all’imbocco della Val Nervia e a poche centinaia di metri dal mare, era presidiata da un intero battaglione.

La zona - vista dalla parte bassa della collina di Collasgarba - della cascina Orengo a Nervia di Ventimiglia (IM); oltre l'attuale corso del torrente Nervia, i siti di altre operazioni qui descritte
La zona – vista dalla parte bassa della collina di Collasgarba – della cascina Orengo a Nervia di Ventimiglia (IM); oltre l’attuale corso del torrente Nervia, i siti di altre operazioni qui descritte

Un’altra piccola fortificazione fu creata poco più ad est vicino alla Cappella di S. Rocco in Vallecrosia. A poche decine di metri a nord-est della foce del torrente Nervia gli Austro-sardi costruirono un nuovo fortilizio intorno alla cascina del Moro. Essendo tale zona piuttosto paludosa, i soldati dovettero parzialmente bonificarla, scavando un canale che riversava le acque dei laghi salmastri vicini nel fosso quadrangolare che circondava la cascina. L’interno del fossato fu subito fortificato con muraglioni e con una batteria di cannoni puntati contro la spiaggia.
L’ex cascina ristrutturata come fortilizio fu ribattezzata come ridotta Guibert o forte S. Ignazio.

Una vista da S. Giacomo
Una vista da S. Giacomo su Castel d’Appio (al centro)

Tutta la linea del crinale tra le colline di Siestro e S. Giacomo, anche se trincerata, restava esposta al tiro dei cannoni di forte S. Paolo; le postazioni austro-sarde sulla pianura costiera tra il Roia e il Nervia erano oggetto di bombardamento da parte degli 11 cannoni e 2 mortai sul bastione del Cavo in Ventimiglia.
Un’altra batteria di 3 cannoni i Gallo-ispani la schierarono all’angolo di S. Croce vicino al vecchio cimitero del borgo medioevale, potendo da lì facilmente colpire il convento di S. Agostino.

Le postazioni franco-spagnole piu avanzate erano invece quelle che presidiavano la riva occidentale del Roia e la foce dello stesso dal lato della spiaggia di S. Giuseppe. Gli Austro-sardi dalla collina di Siestro potevano agevolmente spiare tutti i movimenti delle truppe nemiche.
Diversamente durante i bagliori nell’estremo ponente ligure del conflitto settecentesco noto come guerra di successione al Trono Imperiale il comando franco-spagnolo, per valutare l’entità delle opere di fortificazione nemiche nella pianura, dovette affidarsi a una ricognizione della costa fatta dal mare con l’ausilio di una felucca il 23 dicembre 1747.

Infatti, dopo un inizio travolgente sublimato dalla presa e distruzione del castello comitale di Dolceacqua tenuto da forza sabaude l’armata franco-iberica era stata bloccata e costretta a ritirarsi sin oltre il fiume Roia in forza anche dell’abilità del comandante generale austro piemontese Leutrum.
Questi, ipotizzando una guerra di posizione diede incarico all’ingegnere di guerra Guibert di realizzare una serie di fortificazioni, tra Roia e Nervia e per tutta la valle del Nervia, che furono poi riassunte in una carta ufficiale di cui si tentarono dai nemici reiterate riscostruzioni.

Una vista - da Bordighera (IM) - sulla costa in questione
Una vista – da Bordighera (IM) – sulla costa in questione

Dopo pochi giorni dalla ricognizione costiera il comandante della guarnigione gallo- ispana Conte de Broglie, giudicando al momento non particolarmente attivate le postazioni austriache dell”area nervina”, diede ordine a 60 miliziani e a 2 compagnie di granatieri con picchetti del reggimento Poitou (per complessivi 500 fanti) di effettuare una sortita oltre il Roia.

La notte il 13 e il 14 gennaio 1748 fu sferrato – diretto dall’ufficiale francese La Moliere – l’assalto contro il Convento di S. Agostino, avamposto austriaco – e, purtroppo, anche contro la Biblioteca Aprosiana, situata nel sito in parola -. Il contingente franco-spagnolo si divise in 3 colonne: la prima attaccò l’altura di Siestro e le altre due il convento di S. Agostino con il mai mascherato intento di riunirsi, superando ostacoli impreparati, nell’area dei prati dei frati retrostante il Convento agostiniano.
Subito gli Austro-sardi inviarono rinforzi da Nervia, ma non impedirono che i Gallo-ispani s’impadronissero delle palizzate intorno al cenobio e della sua entrata principale.
Gli assediati furono messi alle strette, ma si difesero accanitamente essendosi ritirati nella sopraelevazione della biblioteca aprosiana.
Nel caos generale andarono verisimilmente persi mobili, suppellettili, scansie della Libraria, ma anche libri e quadri della pinacoteca. E’ facile pensare che, in quei momenti drammatici, di disordini, saccheggi e sostanziale anarchia, tanti oggetti di pregio siano stati distrutti magari per ripararsi, per essere usati come oggetti da scagliare sui nemici o, nel caso delle monete, siano finiti nelle tasche dei soldati occupanti o di qualche ufficiale: certo è che l’esser stato eretto in baluardo militare fu per il convento un disastro mai veramente soppesato nella sua reale dimensione!). Nel caotico combattimento il francese La Moliere fu ferito a morte, insieme a diversi suoi granatieri, da una scarica di moschetteria nemica: espressione di una tipologia di guerra che sempre più abbandonava l’uso delle armi bianche a tutto favore di artiglierie ed armi da fuoco in genere.

L’estemporanea resistenza austriaca organizzata dai locali della Biblioteca alla fine ottenne i risultati attesi ed indusse gli attaccanti a ritirarsi velocemente sulla riva opposta del Roia.

Alla sera del 14 il comando austro-sardo radunò, dai vicini borghi, 3.000 soldati pronti ad impedire una nuova sortita del nemico.

Un tratto di Val Roia nel comune di Olivetta San Michele (IM), sottostante Penna, oggi la francese Piène-Haute
Un tratto di Val Roia nel comune di Olivetta San Michele (IM), sottostante Penna, oggi la francese Piène-Haute; poco sopra Airole (IM)

La notte tra il 21 e il 22 gennaio 1748 un reparto di 250 soldati franco-spagnoli uscì dalle postazioni di Penna, Olivetta e Bevera e dopo essersi divisi in due colonne attaccarono il villaggio di Airole.
Il capitano Borea che difendeva tale presidio con un reparto regolare piemontese e compagnie di miliziani fu catturato: venne ripreso al mattino dopo per il ritiro degli occupanti.

Monti e colline tra Val Roia e Val Nervia
Monti e colline tra Val Roia e Val Nervia

La notte tra il 25 e il 26 gennaio un corpo di spedizione borbonico forte di 1.000 uomini divisi in quattro colonne marciò dal col de Brouis verso Breglio: anche questa operazione non fu conclusa per la reazione dell’esercito piemontese che mandò rinforzi da Saorgio.
La sera del 26 il barone Leutrum comandò al III battaglione Salis di stanza a Pigna (IM), in Alta Val Nervia, di portarsi a Fontan e a Saorge per rafforzare quelle posizioni: le perdite gallo-ispane di quest’ultima sortita ammontarono a 18 unita48. I Francesi non rinunciarono comunque ad attaccare il passo del Fourquin che fu anche per un po’ preso.
Il 15 febbraio un’altra scaramuccia tra Austriaci e Francesi alla foce del Roia causò la morte di alcuni fanti imperiali e 4 borbonici.

A fine febbraio i Gallo- ispani attaccarono con successo la postazione di La Giandola poco a nord di Breglio. Negli stessi giorni, nelle acque prospicenti la Riviera di Ponente, i vascelli inglesi riuscirono a mettere fuori combattimento 9 unità francesi cariche di soldati imbarcati a Nizza e diretti a Genova.
Il generale Mirepoix in marzo, in vista di una imminente nuova offensiva, diede ordine di fare allargare la strada che da Nizza conduce al Col de Brouis e in Val Roia: ormai una nuova campagna militare condotta per l’occupazione della Riviera sembrava inevitabile.

In primavera il comando borbonico aveva fatto concentrare a Ventimiglia, Latte e Bevera 50 battaglioni pronti all’attacco delle fortificazioni avverse, che provenivano dai quartieri invernali della Provenza.

Castel d'Appio, in Ventimiglia (IM)
Castel d’Appio, in Ventimiglia (IM)

Il comando della nuova armata fu fissato a Castel d’Appio sì che i civili del luogo erano convinti che sulle loro terre si sarebbero ripetute le carneficine di 4 anni prima alle fortificazioni di Montalbano e Villafranca.
La guerra di trincea era più dispendiosa in termini di perdite che quella di movimento e soprattutto impediva alle popolazioni una pur minima attività economica, in genere possibile dopo ogni singola rapida campagna.

Fortunatamente per i ventimigliesi l’armata gallo-ispana non attaccò i 28.000 Austro-sardi posti a difesa della linea fortificata perché  il 30 aprile 1748 furono firmati i preliminari di pace ad Aquisgrana.

Il 31 maggio il conte de Chavanne a nome del Re di Sardegna siglò l’accordo raggiunto dalle altre potenze in campo. L’armistizio fu fissato per il 21 giugno ma già antecedentemente a questa data tra gli schieramenti contrapposti nel Ponente esisteva una tregua di fatto , anche se i gallo-ispani avevano rafforzate le proprie posizioni con una armata di ormai 75 battaglioni di 4 corpi: 2 intorno a Luceram e nella valle de Lantosque, un altro a Sospello e l’ultimo a Ventimiglia e intorno alle campagne di Latte e Bevera.
Gli accordi sul cessate il fuoco nella Riviera di Ponente furono condotti dal barone Leutrum e dal Belleisle attraverso una corrispondenza epistolare tra l’8 e il 13 giugno. Il 17 giugno il conte Viacino partì per Nizza allo scopo di trattare direttamente i dettagli dell’accordo raggiunto tra i due comandanti. La pubblicazione del testo sulla sospensione delle ostilità avvenne il 14 luglio presso il convento di S. Agostino in Ventimiglia. Il grosso dei gallo-ispani smobilitò dal Ponente già dal 17-18 luglio 1748; si fermarono solo due battaglioni di Medoc a Latte; un presidio a forte S. Paolo e un battaglione di fucilieri a servizio della Francia a Bevera. Il battaglione di Medoc il 20 ottobre si trasferì a Mentone e a Ventimiglia restò solo un contingente di fucilieri.
In campo austro-sardo gli imperiali del generale Newhaus, obbedendo agli ordini di Brown, il 3 giugno 1748 avevano già iniziato il ritiro dalla Riviera diretti a Ovada. Il 5 febbraio 1749 gli Austro-sardi abbandonarono la posizione di S. Agostino, che ancora presidiavano, e le alture di Siestro e S. Giacomo. L’11 febbraio in forte S. Paolo entrò una compagnia corsa proveniente da Genova a sostituire la guarnigione francese. Il 16 transitò da Ventimiglia Don Filippo diretto al Ducato finalmente conferitogli dalla pace di Aquisgrana: negli stessi giorni passarono gli ultimi battaglioni gallo-ispani provenienti dalla difesa di Genova e diretti in Francia.

Fortunatamente la guerra era terminata, anche se aveva avuto conseguenze disastrose per l’economia ligure.
La popolazione di Ventimiglia onde ringraziare il Signore di averla risparmiata da ancor più tragici fatti il 25 marzo 1749 fece celebrare una solenne messa di ringraziamento, preceduta da un “Magnifico Triduo di preghiera con illuminazioni, spari e altri pubblici segni dell’Universale contento“.
Furono le uniche manifestazioni di gioia della città in quegli anni, manifestazioni che però non potevano far dimenticare le condizioni di indigenza e le scarse prospettive economiche di quelle zone.

da Cultura-Barocca