La morte a Ventimiglia di Iulia Procilla

Uno scorcio della zona di Latte a Ventimiglia (IM)

L’Impero, dopo la morte di Nerone, fu travolto da crisi istituzionale la cui risultante immediata fu la lotta fra diversi pretendenti al trono: tra il 68 ed il 69 d.C. Galba, Otone e Vitellio si combatterono per giungere al potere.
Caduto Galba, forse il migliore dei tre, i generali di Otone marciarono per la Liguria occidentale. Li aspettava un vitelliano intransigente , il procuratore delle Alpi Marittime Mario Maturo, che, fatta una leva tra i suoi amministrati, mosse contro gli otoniani .
I soldati regolari ebbero la meglio sull’ esercito di Maturo, costituito da inopes agrestes et vilia arma (contadini male armati): però i legionari di Otone più che alla vittoria ambivano al bottino e, non trovandolo tra gli sconfitti vitelliani, marciarono verso il municipio intemelio, puntando soprattutto al nucleo urbano di Ventimiglia Romana.
Saccheggiarono i campi, il suburbio ed il nucleo urbano di Albintimilium: la capitale nervina fu distrutta e tante proprietà vennero devastate.
Tacito elencò le violenze compiute a Ventimiglia dagli Otoniani poiché la madre di suo suocero Agricola, la nobile IULIA PROCILLA, perse la vita, assieme a molte altre persone, in un suo podere nell’agro intemelio. Una tradizione, senza dati specifici ma avvalorata da RITROVAMENTI DI ROMANITA’ IN VARIE EPOCHE,  ipotizza che i poderi della donna sorgessero nel sito di LATTE, denominato, come altri, Villa Martis – MA CERTO LUOGO DI VILLEGGIATURA STORICA, CON VILLE RESIDENZIALI, PER I RESIDENTI SIA DI ALBINTIMILIUM CHE DELLA FUTURA VENTIMIGLIA – e che lì la donna sia stata assassinata.
I solenni funerali della donna si tennero poi nella città colpita dall’invasione “otoniana”.
Non si esclude, dato il prestigio sociale e militare di Agricola, che proprio questi abbia risollevato le sorti del territorio intemelio, contribuendo alla ricostruzione della distrutta città [Tacito (Agr., 43, 1) ricorda la popolarità di Agricola: alla notizia della sua morte “anche la folla e il popolo di Roma nonostante la sua indifferenza, andò frequentemente davanti alla sua dimora e parlò di lui sui luoghi e nei gruppi”. Del resto la fama di guerriero, invitto e leale, lo accompagno per l’esistenza].
Senza omettere l’intervento dello Stato che, scomparsi Otone e Vitellio, trovò nel primo esponente della nuova dinastia imperiale Flavia, Vespasiano, una guida salda oltre che un restauratore della pace.

Dopo la distruzione degli “otoniani”, il Municipio di frontiera godette di un lungo periodo di tranquillità cui diedero avvento gli imperatori della casata Flavia: PACE, che si esaltò in uno splendore di trionfi sotto molti imperatori della “Dinastia detta degli Imperatori per adozione, quando in particolare l’IMPERO raggiunse la sua MASSIMA ESPANSIONE sotto TRAIANO ed il suo ESTREMO SPLENDORE ESISTENZIALE, SOCIO-ECONOMICO e MONUMENTALE sotto ADRIANO (momenti storici di cui Ventimiglia Romana, data anche la posizione importante dal lato commerciale verso le Spagne e le Gallie usufruì notevolmente in un’esplosione demografica, urbanistica, di interventi pubblici e di realizzazioni monumentali di utilità privata e pubblica).

Così dopo i fatti del I sec. d.C. la storia non attribuisce eventi particolari ad Albintimilium che si avvantaggiò di questa situazione storica e della sua postazione commerciale, viaria e marittima, che le permetteva di diventare un NODO SEMPRE PIU’ RICCO ED IMPORTANTE visto anche l’incremento dei traffici commerciali con le Gallie e le Spagne diventate importantissime basi commerciali ed industriali, autentici polmoni economici occidentali del vasto Impero ed i cui grandi impresari non potevano far a meno di valutare la positura geografico stradale e portuale di Ventimiglia Romana destinata ad arricchirsi, in un fervore di iniziative urbanistiche rese necessarie dal notevole incremento demografico dipendente anche dal considerevole rilievo dell’immigrazione nella città di tanti operatori commerciali (di cui si ha traccia nelle lapidi scoperte) venuti in queste contrade a porre le basi per qualche azienda commerciale di terre lontane.
Albintimilium sarebbe entrata in crisi solo molto dopo, con la decadenza dell’Impero e con l’avvento dei barbari invasori: ma nulla avrebbe potuto cancellare la splendore di tanti edifici e monumenti sommersi per secoli dalla sabbia eolica ed alluvionale ma poi, seppur faticosamente e solo in parte (ma nell’auspicio di nuovi ritrovamenti) riportati alla luce da una serie di moderne e fauste campagne di scavi archeologici.

da Cultura-Barocca

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Ancora sul Dianese in epoca romana antica

Un caso particolare nel territorio “delle Diano” è costituito dal LUCUS BORMANI dove forse era aggregato un nucleo ligure preromano e dove si venerava una divinità locale che in epoca repubblicana o del primo Impero venne assimilata alla dea Diana, custode dei boschi e della caccia, che verisimilmente conservava affinità col dio ligure: un po’alla maniera di come accadde per l’alta val Nervia nel ventimigliese (territorio pignasco – sito termale di Lagu Pigu) e di come sembra intuirsi dall’indagine toponomastica della val Bormida.
Secondo l’Alessio la divinità Bormanus o Bormana rimanderebbe a un idronimo, cioè a un nume delle fonti, che non esclude il significato sacro del Lucus o bosco entro i cui confini si sarebbe venerato il dio.
Forse in epoca romana il passaggio toponomastico dal femminile al maschile di Diana si ebbe per ragioni amministrative nella conformazione di un pagus Dianius analogo a quello ricordato dalla “Tavola alimentare di Velleia” (MOLLE, Storia di Oneglia, p. 30) anche se G. Rossi richiamò l’origine DIANO dal Dianum o tempio dedicato alla dea soprattutto.
Sulla base di un periodo del De Lingua latina di Varrone (IV, 19 “… Aventinum … quod commune latinorum Dianae Templum sit constitutum”), sostenne che il borgo di DIANO ARENTINO, parte non secondaria del supposto pagus Dianius, abbia assunto tale nominazione per il dileguamento della V nella liquida R , fosse il colle che portava al tempio [sotto il profilo etimologico il nome del borgo o toponimo non è di facile lettura: la tradizione vuole che esso derivi da un latino Arentius da collegare ad un insediamento prediale romano di una gente di tale nome.

A DIANO S. PIETRO sarebbero emerse tracce concrete di un culto a Diana (su cui scrisse l’Airenti nel saggio “Sulla Stazione romana del LUCUS BORMANI “).

Il Gioffredo nella Storia delle Alpi Marittime, in “H.P.M., Scriptores”, II, Torino 1887 p. 11 sostenne che la vicina località di CERVO prendeva nome dall’attributo di Diana quale protettrice dei cervi, come si apprende da Festo: “cervos intutela Dianae).

Questa fu certo, oltre le teorie più o meno valide, area complessa: in epoca romana divenne una Mansio fervente di traffici, si trovava secondo la cartografia imperiale a 15 miglia da Albingaunum, 16 da Costa Beleni (o Balenae) e da Albintimilium ed il Lamboglia, risolvendo antiche dispute, ne individuò tracce nel territorio di DIANO MARINA fra i reperti delle chiese di S. Nazario e S. Siro (“La scoperta dei primi avanzi del Lucus Bormani” in “R.I.I.”, XII, 1957 p. 5).
Sotto la chiesa di S. Nazario, almeno sotto il primitivo impianto, si rinvennero alcune vasche romane, tracce di un grosso perimetro di “opus segnatum” a 50 metri ad occidente di tale edificio religioso ed ancora più a ponente i resti di un’abitazione romana; questo individuò il Lamboglia che anche suppose che l’antica chiesa poggiasse su un grande edificio imperiale romano.
Qui si rinvennero monete di Nerva, Agrippa, Massenzio e Nerone, purtroppo andate perdute, (Molle cit. p. 31) e nel 1730 alle falde della collina di S. Angelo si sarebbe trovata una colonna votiva ad Antonino Pio, in seguito dispersa come scrisse Agostino Bianchi nelle “Osservazioni sul clima, sul territorio, sulle acque della Liguria”, I, Genova, 1916, p. 119.
Presso il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA ROVERE, fra DIANO MARINA e S. BARTOLOMEO, si rinvenne materiale attestante un insediamento romano databile al II-III secolo d. Cristo come riconobbe N. Lamboglia (Restauri e saggi di scavo alla Madonna della Rovere in “R.I.I.”, 1958; p. 130): la stazione romana faceva capo ad un APPRODO MARITTIMO sulla cui logistica permangono dubbi, ma il ritrovamento di anfore, dolia, relitti marini, di una nave romana naufragata, nel tratto di mare tra DIANO MARINA ed IMPERIA fanno meditare sulla realtà di un centro romano con le stesse caratteristiche di Costa Beleni, ad alta importanza economica, nodo marittimo e viario prossimo alla “Julia Augusta”, circondato da un sistema longitudinale di ville e proprietà fondiarie con non casuali insediamenti verso l’interno.

Ed a questo proposito, è emblematica l’analisi di un centro di vita romana, presumibilmente rurale, nell’alta valle dello Sterio, nei pressi dell’attuale borgo di VILLA FARALDI: per varie modificazioni non sopravvissero invece molte tracce di vita rurale ligure-romana nell’entroterra onegliese anche se reperti di castellieri si rinvennero secondo Gerolamo Rossi (I.L.I., p. 24), in val di Dolcedo, di Chiusanico, a Calderara e a Pornassio, essendovi qui un monolito druidico detto Pietra delle Croci, ed anche, se due fondi della valle di Oneglia, Lucinasco e Candeasco, hanno formato il loro nome su relitti paleoliguri (L. Panizzi, “Nomi di fondi romano-liguri” in R.I.I. 1946, p. 59).
E’ ancora praticamente da scoprire, nell’architettura non meno che nella storia, tutta la vallata (del Cervo), che ha per centro VILLA FARALDI (ove si rinvenne un’ISCRIZIONE SEPOLCRALE ROMANA, e come villaggi minori Riva Faraldi e Deglio ad ovest, Tovo, Tovetto e Chiappa (dove si è trovato un MILIARE DELL’IMPERATORE AUGUSTO) ad est.

Diano Marina: secondo il magistero del Molle da questa area passava la mitica “via Eraclea” che avrebbe condotto la circolazione sino a Monaco, sede di qualche arcaico tempio, seguendo un tragitto che tuttavia Cicerone (De provinciis consularibus. XIII) giudicò un malegevole sentiero.
L’ERACLEA, forse originaria via per la CONQUISTA ROMANA, costituisce un argomento controverso: i dati sicuri si hanno solo con la realizzazione della via consolare, ancora di finalità militari, fatta costruire dal censore del 241 a.C. Aurelio Cotta e poi dalla strada imperiale Julia Augusta del 12-13 d. Cristo.
Questa, nel programma di AUGUSTO, oltre alle funzioni viarie, avrebbe dovuto assolvere a vari processi socio-politici fra cui era prioritario il PROCESSO DI ROMANIZZAZIONE DEI LIGURI OCCIDENTALI: processo che avrebbe reso sicuro il CONFINE OCCIDENTALE D’ITALIA, peraltro protetto a settentrione dalle PROVINCE DELLE ALPI, e contemporaneamente avrebbe favorita l’estensione della civiltà di ROMA a tutto l’occidente europeo ormai conquistato ma non del tutto assimilato, sì che partendo dalla fidata GALLIA NARBONESE avrebbe potuto estendersi celermente a tutti gli altri popoli sì da realizzare con la PAX AUGUSTEA il grande disegno di un MERCATO APERTO ROMANO.

La JULIA AUGUSTA, per evitare il franoso CAPO BERTA, e agevolare il futuro, auspicabile TRAFFICO MERCANTILE STRADALE (bisognoso di buoni assetti viari) verisimilmente si distaccò dall’originario sentiero ligure, recuperato per la maggior sicurezza nel Medioevo.
Dopo aver attraversato la Mansio del LUCUS BORMANI supposto nell’ area dianese e distante XVI miglia romane dalla gemella “Costa Beleni”.

Forse la strada romana aggirava Capo Berta salendo a DIANO CALDERINA e per DIANO SERRETA [destinate ad evolversi come importanti frazioni di DIANO MARINA], superando la “Colla” presso l’odierno “cimitero dei Gorleri”, giungeva nella regione “Lagui” e poi, per le Cascine, e rasentando il monte, perveniva a CASTELVECCHIO.

Nel 1975 si è individuato nel golfo di DIANO MARINA parte dello scafo ligneo di una nave mercantile lunga verosimilmente 30 metri, larga 6 e con un carico di anfore, armata di 14 dolia di terracotta fissati nella zona centrale dell’imbarcazione.
I dolia o ziri, di tale nave, erano grandi recipienti di terracotta, paragonabili nella funzione ai moderni containers, potevano contenere vino, grano ed olio fino ad alte capacità e portavano bolli a rilievo attestanti i nomi dei commercianti. Le anfore, pure di terracotta, erano recipienti minori, con una capacità media di 30 Kg.: portavano prevalentemente derrate alimentari.
La nave mercantile proveniva forse dalla Spagna, naufragò nel I secolo d. Cristo e forse non portava solo vino o grano ma anche il garum, una salsa pregiatissima a base di pesci macerati che aveva in Calabria, dove tuttora si produce, ed in Campania, dove l’imbarcazione era con probabilità diretta, il mercato naturale: non si dimentichi la straor dinaria commercializzazione del prodotto nei centri di quelle regioni, specie nelle città campane marittime e nelle locali isole dove la migliore e raffinata società romana trascorreva i suoi giorni di villeggiatura specie estiva.
Il 16 aprile 1986 un dolium, non appartenente alla stessa nave, fu recuperato nelle acque antistanti il porto di Imperia e fece ritenere la presenza di una seconda nave naufragata sempre nel I secolo d. Cristo ma tuttora non individuata: ripulito e restaurato presenta una capacità di 20 ql., un peso di 15 ql., un’altezza di 186 cm. un diametro di 174 cm., con uno spessore di 7 cm.; tale dolium già nella romanità era stato restaurato, secondo una tecnica altrove riscontrata, con graffe di piombo, indizio di intrinseco valore e di uno specifico artigianato addetto alla manutenzione.

Vi era un porto presso la Mansio di Diano Marina e, se vi era quale ne poteva essere la logistica?

La cartografia romana e bizantina tendeva a indicare, come detto, gli approdi marittimi al pari dei nodi viari ed in questo senso, per una naturale convergenza col sistema di Costa Beleni si potrebbe ipotizzare che l’organismo romano, individuato dal Lamboglia nell’area tra la chiesa di S. Nazario, poco a monte delI’attuale abitato di Diano Marina, e la chiesa di S. Siro a circa 2 Km più all’interno verso Diano S. Pietro, comportasse un approdo marittimo: del resto le alterazioni alla morfologia delle spiagge è notevolmente cambiata rispetto all’antichità e oggi può essere scomparso quanto era funzionante per i Romani e viceversa.

L'”Itinerario Marittimo”, unico di fronte agli altri repertori cartografici imperiali, non indicò il Lucus Bormani ma il PORTUS MAURICII…

da Cultura-Barocca

“Il caso Beleno/Ampelio”

Una delle parti più antiche della Chiesa di Sant’Ampelio a Bordighera (IM)

Nino Lamboglia su un passo d’Ecateo di Mileto individuò fra le colonie greco-marsigliesi della costa ligure-provenzale la località “Ampelos”, città della Liguria. La identificò col CAPO DI BORDIGHERA (IM) per la coincidenza del nome greco (AMPELOS = vite) con quello del Patrono locale che indicava la zona storica di Bordighera, cioè Capo S.Ampelio.
Le agiografie parlano di “Apélles” e la tradizione fa leva sulla trasformazione di “Apélles” in “Ampelius” senza che le tecniche storiografiche, [del passato (per es. S.Petronio e Sozomeno che menzionarono “AMPELIO DELLA TEBAIDE”, di cui furono contemporanei senza attribuirgli viaggi in Liguria) come del presente (G. Penco – p.43 del I vol. della “Storia della Chiesa” ipotesi su sovrapposizioni cultuali “il caso Beleno/Ampelio”, nota 6 di p. 43-44)]
GREGORIO PENCO, oggi in assoluto uno dei massimi studiosi della CRISTIANITA’, scrive che alle origini del cristianesimo, per un diffuso tema di ROVESCIAMENTO CULTUALE, caratterizzato da sconsacrazione dei siti cultuali pagani (come sede di FORZE MALIGNE) e dal loro inserimento in un contesto religioso cristiano, “il culto di un Santo cristiano (come nel caso in alta val Nervia della chiesa intitolata all’ASSUNTA presso LAGO PIGO) CONTINUA, per omonimia o altre ragioni, quello di un personaggio pagano o si inserisce su una istituzione preesistente, come avvenne forse per S.Ampelio di Bordighera”)] giustifichino un soggiorno eremitico dell’egiziano Ampelio.
Lamboglia per risolvere l’enigma sul nome di luogo, usato per indicare un’area importante di BORDIGHERA, ipotizzò che una greca “Ampelos”, colonia del V-VI sec. a.C. sul “Capo”, fosse sopravvissuta divenendo un “Vicus Ampelius” dopo la caduta dell’Impero per entrare fra i beni dei Benedettini di Montmajour cui i feudatari, verso il mille, cedevano terre da ripopolare e dopo le DEVASTAZIONI SARACENE del X secolo.
Lo studioso trovava però difficoltà a giustificare la persistenza di questa colonia greco-massaliota entro un’area angusta come quella del “Capo” e circondata da centri di Liguri Intemeli e Ingauni, spesso ostili ai Greci.
E’ quasi certamente l’ipotesi del Penco, in merito alle problematiche su Ampelio, la più solida e valida: essa si basa -come già si è potuto intendere- sul principio della continuità civile-culturale, per cui un pò dovunque in Italia il culto di parecchi Santi ha finito per innestarsi su quello di divinità locali con analoghi caratteri o consonanze fonetiche (proprio l’omonimia di cui spesso parla lo studioso). Per es. sul pagano APOLLO, dai molti attributi, il Cristianesimo, più di una volta, ha strutturato culti specifici o per identità (“Apollo protettore dei viandanti” = “S.Cristoforo protettore dei pellegrini”) o per omonimia, come nel nostro caso (dal dio locale BELENO ad “Apollo” ad “AMPELIO”: (BELEN) BELENUS è voce identica ad APOLLON e peraltro con molte accezioni tipiche della RELIGIONE APOLLINEA, secondo l’adattamento ligure che contrappone le sonore alle sorde ed alle aspirate delle altre lingue mediterranee > vedi G. ALESSIO, Panorama di Toponomastica Italiano, Napoli, 1939, pp. 78-79: Belenus rimanderebbe poi a Belisesama superlativo tratto dalla radice indoeuropea *bhel = “splendere” e che si ritrova nel Sud-Ovest, Centro-Nord delle Alpi come Belleme, Balesme, Blesmes, Belime, Blisme, Beleymas).
E’ da evidenziare che l’area del “Capo” nell’antichità era sempre stata “guardata” con rispetto: si va affermando che tal sito fosse base di un culto per
“BELENO” (il cui teonimo peraltro si è variamente innestato in area ligure-pedemontana, per esempio su vari toponimi dai monti Abeglio/Abellio alla stazione stradale romana di “Costa Beleni”, senza trascurare l’evidente influenza sulla formazione di voci falliche, poi elette dall’etimologia popolare al limite profano di espressioni gergali e blasfeme), dio ligure preromano della fertilità, venerato nei boschi sacri.
Non sembra affatto un caso che, nel territorio di Bordighera, come evidenziato da un mappale cittadino della “Guida del Toring Club Italiano” del 1924 si conservò per millenni il toponimo LUCO, dal latino “LUCUS”, nel senso di BOSCO SACRO, a riguardo della REGIONE LUCO chiaramente in relazione, quasi ne fosse stato un prolungamento, del “grande bosco” (documentato in atti del ‘200) fra Vallebona e Borghetto S.Nicolò, a sua volta, da non escludere quale estensione del bosco che circondava la paleocristiana, ma con evidenti tracce di insediamento romano di una certa importanza, chiesa di S.Rocco (già S.Vincenzo) in Vallecrosia: un altro sito ove, non a caso, ancora una volta si riscontra tuttora il toponimo LUCO.
La frequenza di utili segnali e l’antichità dei reperti sul COMPLESSO CENOBITICO DI S. AMPELIO induce a formulare qualche nuova ipotesi, basata sulla condivisibilissima teoria, perfezionata più che elaborata dal Penco, della SOVRAPPOSIZIONE CULTUALE ATTRAVERSO I SECOLI IN AREE TRADIZIONALMENTE VOTATE DALLA TRADIZIONE LOCALE A “BASI DI RELIGIOSITA'”: è molto probabile quindi che su un tempio celto-ligure di “Beleno” i Romani abbiano sovrapposto il loro “Apollo” e i che poi fedeli in Cristo vi abbiano eretto, sfruttando i ricchi relitti di romanità, la chiesa di un “Ampelius” dalle innegabili consonanze fonetiche: alle pp.25-26 di “Bordighera nella Storia”, A. M. Ceriolo Verrando ha proposto la questione proponendo un BREVE PAPALE (scoperto nella chiesa di St.Michel-l’Observatoire nelle Basses-Alpes) per cui S.Martino avrebbe acquistato dal Convento di S.Ampelio una reliquia del Santo: la studiosa, pur riconoscendo gli anacronismi del BREVE (la pergamena, scritta in carolino, si data del X od XI sec. e dalla lettura proposta dal Lamboglia risulterebbe che un S.Martino vissuto nel IV sec. avrebbe acquistato dai monaci di Bordighera una reliquia d’un Santo del V secolo!) ha ammesso che la semplicità di questi espedienti è testimonianza sia dei periodi storici in cui già esisteva “in loco” il culto di questo o di quel Santo sia dell’importanza pubblica e religiosa attribuita ad venerazione. E’ ancor più probabile che in questa caccia di reliquie e documenti risiedesse l’esigenza di motivare l’evoluzione del Cristianesimo nelle regioni pagane d’Occidente; spesso, sia per la semplicità degli scriventi sia per una confusione di fondo, si commisero errori grossolani nella sostanza più che riprovevoli nella forma.
Non è per esempio casuale che in Bordighera, località dal clima mite, abbia trovata collocazione (unico caso nell’Occidente europeo) il culto per l’egiziano AMPELIO”; la diffusione del Cristianesimo nella Liguria costiera e delle isole dipese peraltro dalla penetrazione (IV sec.) di correnti ascetiche egiziane, celebrate e cantate da S. Ambrogio e S. Girolamo e favorite dal soggiorno all’isola Gallinara di Albenga di S. Martino di Tours, transfuga dalle persecuzioni ariane (360) e intento a esperienze eremitiche ed ascetiche.
L’isola divenne base del monachesimo egiziano e la sua influenza si estese, con l’arrivo di altri asceti seppur non di Ampelio, da Albenga alla Provenza (Priorato di Callian) ed alla Catalogna (Priorato di Riudebittles e del castello di Cabra); poco importa citare la crisi di questa esperienza ascetica connessa allo stanziamento in ANFRATTI e GROTTE di anonimi eremiti che “propagandarono” le gesta di personaggi della loro corrente spirituale (tra cui Ampelio) accendendo tra i fedeli, come altrove nel Ponente ligure, la passione spirituale con la proposta di nuove pratiche di fede che andavano a sovrapporsi su culti per divinità, illanguidite o morte nella coscienza collettiva, o magari innestate nel socio-religioso, perché ancora vitali, sotto nuovi parametri di religiosità.

da Cultura-Barocca

Circa la Valle del Verbone

Scorcio di Val Verbone visto da Località Cian de Cui Superiore di San Biagio della Cima (IM)

Per tanti aspetti la Valle del Verbone (IM) costituì un unicum, una continuità insediativa che pur segmentata in grumi umani distinti e distinguibili li fuse entro identiche scelte operative e sulla base di un quasi identico tessuto socio-economico: e se Perinaldo (IM), che propriamente appartiene alla Valle del Verbone per l’appendice di Suseneo, ebbe sviluppo e storia abbastanza anomala come dipendenza della SIGNORIA DI DOLCEACQUA è fuor di dubbio che Vallecrosia (nelle sue diverse zone), San Biagio della Cima (IM) e Soldano (IM) furono sempre serrate nello stretto spazio di un comune destino.

E nel campo di certe scelte amministrative pare un emblema, magari di origine burocratica, la fusione di Soldano e San Biagio con Vallecrosia in un unico Comune, nominato da quest’ultimo centro (Raccolta ufficiale delle leggi e decreti del Regno d’Italia , a. 1923, Roma 1924, V. X, p. 8567, Regio Decreto n. 2769).
il regime fascista, occupandosi della concentrazione di piccole unità in iperstrutture amministrative, finì col sancire certe convergenze culturali di queste località e nello stesso tempo ribadì nelle coscienze lo spirito di antichi particolarismi (il 7-VIII-1925 Soldano ridiventò Comune autonomo, poi, il 15-IV-1928, venne aggregato a S. Biagio della Cima e infine, il 22 novembre 1946, riconsegnato alla sua attuale unicità ammi nistrativa: cfr. F. AMALBERTI, Notizie storiche sull’abitato di Soldano , in “Riviera dei Fiori”, XXVIII (1984), nn. 1-2, pp. 33-34).

I dati, attraverso i secoli, confortano comunque nel giudizio di parecchie similarità tra questi luoghi, sia a livello politico che socio-economico.
La loro origine, come ville intemelie magari incrementate per l’esodo dalle coste dopo le devastazioni barbare e saracene, può essere benissimo identica e magari egualmente incanalata entro i registri di antichissime diramazioni rurali di Albintimilium.
Egualmente similare fu il destino di ville accomunate nella loro qualità di centri rurali di rimpetto al destino urbano della Ventimiglia medioevale: con l’incrociarsi e lo scontrarsi dei rispettivi interessi.

Ed anche se Soldano fu in antico qualificato come un castrum (quasi un fortilizio destinato ad accogliere una popolazione = AMALBERTI cit., p. 35) i tre borghi ebbero in comune l’evoluzione urbanistico-demografica e la valenza di centri rurali.
E tutti, da sempre, si caratterizzarono, per questo ultimo aspetto, secondo parametri di pieno parallelismo: in antico le piante più diffuse in queste località furono la vite e il FICO e forse colture arboree da frutto ed anche prodotti cerealicoli come grano, panico, frumento, orzo (A.S.G. Sez. Not., not. Joanne de Amandolesio, cart. nn. 56-57).
Dai documenti non risulta, nell’epoca più antica di cui si hanno dati (XIII secolo), la presenza di terreni tenuti ad ulivo o castagno (a differenza che nel genovese): si ebbe poi quale ulteriore comunanza, terreni gerbidi.
Discreta fu in valle la diffusione della pastorizia (sulla quale abbiamo dati anche per Perinaldo: il 5-V-1260, in Ibidem c. 57, Arnaldo Beldies di Perinaldo dichiarò di aver ricevuto la somma di lire 10 da Jacopo Beldici promettendo, in ossequio alla sua volontà, di consegnargli usque ad proximum festum Sancti Michaelis, pastorem unum (50 capi et bestias duas inter capras, tetas et montonos invernatas, bonas et comunales).
Sul piano di tutte queste riflessioni bisogna sempre tener presente che nel PONENTE DI LIGURIA, specie nelle valli interne, la PASTORIZIA ebbe uno straordinario ruolo alimentare ed economico

Dal duecentesco notaio de Amandolesio si deduce come, per questi borghi, le proprietà fossero estremamente spezzettate, coi terreni confinanti quasi sempre appartenenti a 4 proprietari: e in tutti molte terre incolte venivano concesse ad plantandum (o ad medium plantandum ) ed in pastino, cioè furono gradualmente disboscate per favorire, in genere, la coltura delle VITI o degli alberi di FICHI (L. BALLETTO, Agricoltura e agricoltori a Ventimiglia alla metà del Duecento, in “Rassegna Storica della Liguria”, (1974), n. 1, pp. 12-3).

Un peculiare contratto di locazione (ad laborandum = per doversi lavorare) aveva la durata di sei anni e l’esempio più significante fu quello stipulato in un atto (19-V-1258, in Ibidem, cart. n. 56, atto n. 207) da Oberto Giudice del fu Raimondo che, come curatore dei fratelli Giovanni e Marineto, appunto concesse ad laborandum a Guglielmo Lorenzi, per un periodo di sei anni, omnes terras cultas et incultas, aggregatas et non aggregatas, da lui controllate in valle Vervonis, a colla de Banchis usque ad acquam Vervonis ad eccezione di quelle già ad altri concesse ad plantandum.
Una vasta proprietà sull’attuale sito di Vallecrosia sino a Vallebona venne quindi affittata a questo Lorenzi che, in qualità di canone annuale, doveva ai Giudice la quarta parte omnium blavarum e la metà dei FICHI (da portare a sue spese, data la lontananza e in segno di ossequio, a Ventimiglia, nell’abitazione di quei potenti latifondisti).

Nel XV e XVI secolo si hanno vari dati sulle caratteristiche agricole: alle colture prima ricordate si erano aggiunte quella degli olivi (che una radicata tradizione volle diffusa ab antiquo dai Benedettini), degli agrumi e degli ortaggi (A.S.G., Sez. Not., Notai Ignoti, not. Stefano Berruto, docc. del 6 gennaio, 26 febbraio e 17 marzo 1560).

A proposito della fine del XV secolo si ricavano alcune notizi dai contratti riportati dal notaio locale Bernardo Aprosio che ha lasciato alcuni dati utili sulla vita economica di Vallecrosia e del suo territorio di cui molte proprietà rurali continuavano a fiorire ai lati del rio Verbone se non addirittura alla sua foce (rogito, secondo le date espresse qui, custodito presso l’Archivio di Stato di Genova):

1486 31 Agosto. Giovanni Biamonti di Vallecrosia (scritto Valecroxia) nomina suo procuratore Stefano Gibelli di Ventimiglia.

1486 5 Settembre. Giovanni Biamonti sostituisce il suo procuratore Stefano Gibelli con Antonio Malaverna.

1486 8 Settembre. Lazzarino Sismondi di Vallecrosia riceve da Antonio Lamberto dello stesso luogo 160 lire (genovesi) come dote di Battistina sorella di detto Antonio e moglie di Lazzarino.

1486 29 Settembre. Antonio Porro figlio del defunto Giorgio Porro di Ventimiglia restituisce a Marco Aprosio figlio del defunto Bartolomeo Aprosio di Vallecrosia lire 215 che aveva ricevuto a titolo di prestito.

1486 4 Ottobre. Antonio Porro del fu Giorgio di Ventimiglia dà a Paolo di Lamberto di Vallecrosia lire 215 ad estinzione di parte del debito di lire 350 che detto Antonio aveva nei confronti di Paolo.

1486 9 Dicembre. Ludovico Aprosio di Vallecrosia dà a Simone Raibaudo di Ventimiglia una casa posta a Ventimiglia nel luogo detto Carrogio Sottan in cambio di un terreno coltivato con viti, fichi e altri alberi posto in localita detta fascia longa : è difficile identificare questa fascia longa anche se dagli altri atti stesi dal quattrocentesco notaio si evince che il l’area del torrente Verbone/Vervone continuava ad ospitare buoni insediamenti agricoli: è comunque interessante notare, in generale, la diffusione di nuove colture e in particolare il fatto che anche nell’area dei Piani vallecrosini e comunque di tutto il territorio della villa i vitigni ed il vino prodotto erano nominati ancora secondo l’uso antico e quindi in base al luogo di provenienza e produzione: in questo circostanza si trattava per esempio del vin vermiglio della fascia longa

1486 28 Dicembre. Giovanni Gibelli di Ventimiglia vende a Ludovico Aprosio di Vallecrosia una casa posta a Vallecrosia per il prezzo di lire 20.

1487 4 Gennaio. Monegino Lamberti di Vallecrosia riceve da Luca Curto di Ventimiglia lire 140, e sono lire 85 per un terreno posto nel luogo detto Vervon (area del torrente Verbone) e le restanti come dote di Gentile (?) figlia di Luca e moglie di Monegino.

1487 22 Gennaio. Teramo Lamberti (già citato in un atto dell’11-XI- 1486) di Vallecrosia, amministratore del figlio Rinaldo, riceve da Giacomo Biancheri di Vallebona lire 140 come dote di Zeneizine figlia di Giacomo e moglie di Rinaldo.

La VITICOLTURA e la produzione vinicola furono, nel ventimigliese, un’attività arcaica: e la Valle del Verbone vi ebbe un ruolo non indifferente.

Purtroppo le operazioni commerciali si svolgevano a Ventimiglia e mancano quindi per quest’area appendicolare dati in dettaglio: comunque di questi vini non si davano neppure indicazioni generiche (tipo: bianco, rosso, rosato…), al massimo se ne indicava l’area vinicola di provenienza (forse anche per la realta, nel ventimigliese, della monocoltura che rendeva superflua qualsiasi specificazione = L. BALLETTO, II vino a Ventimiglia alla metà del Duecento , in << Studi in memoria di Federigo Melis >>, 1978, I, p. 458).

Doveva però essere buon vino data la sua facile commerciabilità e la richiesta da operatori di Savona, Arenzano, Voltri, Genova, Chiavari: la vendemmia era precoce, nel morente mese di luglio comparivano i vini nuovi mentre la massa della vinificazione si teneva già a metà settembre (anche se, non essendosi ancora avuta la riforma gregoriana del calendario, esisteva una sfasatura di circa 12 giorni tra la data del calendario e l’epoca astronomico-stagionale) .

Il vino commerciabile nel ventimigliese (mancano dati su quello da consumo locale) fu nominato come vermiglio nel ‘400 (J. HEERS, Le livre de comptes de Giovanni Piccamiglio, homme d’affaire Genois (1456-1459), Paris, 1959, p. 199); nel ‘600 si elogiava il moscatello che l’erudito bibliofilo Angelico Aprosio giudicò bevanda degna degli dei (B. DURANTE, Alla ricerca di un vino perduto, in << La Regione Liguria >>, IX [1981], 10) e che testimoniò prodotto anche nell’area del Verbone: purtroppo i VITIGNI da cui si ricavava non resistettero all’assalto della filossera e della peronospora, contro cui pure si combattè un’ardua battaglia dalla metà del secolo scorso (M. DE APOLLONIA – B. DURANTE, Evoluzione della VITICOLTURA… nell’imperiese, in <>, XXV [1981], 1/2).

Dalle sue ceneri emerse comunque il Rossese un ottimo vino da pasto, specie da arrosto, di cui i centri della valle sono eccellenti produttori (Ibidem, p. 22).

Benedettini o no la valle del Verbone fu uno dei templi dell’olivicoltura: a Soldano nel 1560 erano attivi due mulini e due frantoi (A.S.G., Sez. Not., not. Stefano Berruto, f. unica, doc. del 3 gennaio 1528, Notai Ignoti, not. Stefano Berruto, docc. del 17-III e 25-VIII-1560) ed a Vallecrosia il vivere bene o male fu legato alle buone o cattive annate dell’ olivo.
Comunque in questa località si arrivò a 5 mulini e ad un’intensa copertura delle fasce di terreno con tale coltura: che, come negli altri borghi, cominciò ad essere surrogata con altre, quando aumentò la concorrenza e mutarono le esigenze di mercato, dai primi del ‘900.

Come sempre di concerto, i simboli botanici della vallata persero valore contemporaneamente a Vallecrosia, Soldano e San Biagio della Cima: per primo scomparve il fico, quindi l’olivo dovette cedere terreno alle VITI, poi anche queste, quando sembravano dover trionfare, subirono una improvvisa battuta d’arresto.

da Cultura-Barocca