Rinnegati del ponente ligure

Una delle 5 Torri di Civezza (IM)

Fra i “Turcheschi”, come eran detti anche detti i componenti della flotta dell’Impero Ottomano che operava in Occidente e si adoprò per la conquista della base navale sabauda di Nizza, v’erano moltissimi nordafricani e parecchi RINNEGATI.

Il 26 giugno 1561 dei rinnegati liguri ed in particolare un Marco di Civezza, “il Gonnella” di Riva Ligure e tale “Nasomozzo” di Pompeiana, esperti dei luoghi, guidarono i Turchi a devastare Castellaro, Pietrabruna, Boscomare e altri paesi del retroterra di Taggia, per rifornirsi e catturare prigionieri da vendere come schiavi o di cui chiedere il riscatto.

Il fatto storico più eclatante ancorché tragico connesso a Civezza, come ad altri circonvicini, è il saccheggio cui fu sottoposto dai PIRATI TURCHESCHI poco oltre la metà del XVI secolo.
L’Ammiraglio turcheso o Barbaresco di nome Dragut fece sbarcare dalle sue NAVI molti MILIZIANI che razziarono il borgo.
Per arginare il pericolo GENOVA, visto che il paese apparteneva -tramite Porto Maurizio al suo DOMINIO e visto che la sua FLOTTA DA GUERRA nulla poteva CONTRO LA STERMINATA ARMATA TURCHESCA) incentivò la realizzazione di un complesso di TORRI DIFENSIVE E DISEGNALAZIONE (a CIVEZZA e a Santo Stefano al Mare ben CINQUE TORRI) in collegamento visivo sia coi complessi armati del FORTE di Santo Stefano al Mare che col forte da combattimento di San Lorenzo al Mare: espediente che finì per creare un variegato schermo difensivo che interagiva con la rete di torri che, oltre il complesso fortificato di TAGGIA controllavano e proteggevano la costa da ARMA per estendersi variamente da POMPEIANA e quindi da CIPRESSA.

Giova a questo punto la precisazione che il nome “Naso Mozzo” o “Naso Marcio” era tra gli appellativi che si conferivano a quanti – per esser immediatamente riconosciuti quali criminali incalliti- in assenza di documenti anagrafici e certificati penali venivano variamente marchiati o segnati in luoghi visibili del corpo sì da ricevere un nome specifico in merito alla lesione patita e soprattutto da render possibile ad altri il riconoscerne la caratteristica e la pericolosità [la stranezza in merito a siffatto Nasomozzo di Pompeiana personaggio ascrivibile tra gli infami di fatto e diritto è che -se vale come probabile quanto detto- qualora come probabile data la provenienza fu soggetto nel Dominio di Genova per legge ad amputazione del naso doveva esser stato condannato quale Ruffiano e lenone (6), Genitore che prostituisce le figlie contro la loro volontà (6), Avvelenatore (10), Ladro (20), Autore di false testimonianze (35) e non quale Pirata (alla stregua di Bestemmiatori (1), Assassini (11), Percuotitori (12), Aggressori di pubblici funzionari (18), Quanti fanno fuggire una serva altrui (22), Autori di Sacrilègi (25), Falsificatori di documenti (32): ed infatti nei Libri Criminali di Genova del 1556 la pena per i pirati (come per gli altri citati: i numeri indicano i capitoli) consisteva nell’amputazione delle mani. Dunque, Nasomozzo” di Pompeiana era forse un criminale transfuga già punito con l’Amputazione del naso (qualche studioso nella Cronaca del Calvi, che è fonte dei fatti, legge Naso marcio = ma la sostanza non muta granché: l’amputazione raramente non trasformava il volto in una maschera d’orrore e non solo si ricorreva ad un vero e proprio taglio netto usandosi più spesso le tenaglie roventi che strappavano parte del naso lasciando una disgustosa immagine dei lineamenti talora definita “Marcia donde anche Volto Marcio“)

Sarà, inoltre, utile riportare qui di seguito alcune norme degli Statuti Criminali di Genova, implicitamente sopra richiamati.

Capitolo XXVII (27)

Che nessuno eserciti la pirateria né sul litorale né si dia ad azioni da predone marinaresco

Nessun cittadino genovese o distrettuale e tantomeno alcun suddito dello Stato abbia l’ardire sia d’armare qualsivoglia imbarcazione per l’esercizio della pirateria che di prestar opera su un vascello piratesco allestito da chicchessia. Si condanni quindi all’impiccagione chiunque abbia violato questa norma e resti sempre obbligato alla restituzione del maltolto: faranno eccezione il caso per cui si sia riusciti a provare che lo stesso sia stato coartato a far ciò od esista qualche specifica concessione dell’Illustrissimo Senato della Repubblica. Quanti sul litorale che corre dal Corvo a Monaco abbiano perpetrato rapine per una stima inferiore a venticinque lire siano tenuti a risarcire la vittima del doppio rispetto al danno patito ed in sovrappiù versino identica somma, entro quindici giorni dalla sentenza, nelle casse del fisco. Al reo, che non abbia provveduto ad espletare questi obblighi, si taglino le mani, ma lo si condanni alla pena capitale nel caso il delitto da lui commesso sia stato stimato per un valore eccedente le venticinque lire di cui sopra si disse.

Capitolo XXVIII (28)

Di quanti offrono riparo a Pirati e Predoni

Nessun cittadino genovese o distrettuale, di qualsivoglia livello sociale, alcuna associazione collegiale di abitanti, a qualsiasi municipio o castello appartenga, per il litorale che va da Corvo a Monaco, osino offrir ricovero in lor porti, spiagge o contrade a qualunque tipo di nave piratesca o di predoni, per quanto grande o piccola possa essere, seppur anche del tipo minimo della barca a remi dal nome volgare di fregata. Contestualmente non sia lecito fornire a pirati e predoni alcun altro genere di soccorso o favore compresi il rifornimento di vettovaglie e di armi. Qualunque cittadino privato sia pervenuto in contravvenzione di queste norme paghi una multa fin a cinquanta lire e possa lecitamente esser tormentato nel corpo a titolo di punizione infamante [la condizione di infamia poteva esser sublimata attraverso l’erezione di un pubblico simulacro detto COLONNA DI INFAMIA come questa eretta a perpetua dannazione di Giulio Cesare Vachero per la congiura filosabauda ordita nel 1628 contro la Repubblica di Genova]. Nel caso però siano stati correi gli abitanti tutti di castelli e municipi, l’ammenda sia elevata da cento sin a cinquecento lire e possa esser aumentata ancora, secondo l’insindacabile arbitrio dei Magistrati a meno che non si possa dimostrare che gli inquisiti siano stati costretti senza alcuna facoltà di scampo a dar pronto ricetto alle imbarcazioni piratesche nei ricoveri del loro litorale.

Capitolo XXIX (29)

Su quanti offrono assistenza e protezione ai Predoni

Di questi tipi di brigantaggio e pirateria può certamente accadere che qualche mal fidato suddito genovese abbia procurata ospitalità o si sia data briga onde accogliere, magari tramite complici od interposte persone, un predone se non addirittura un pirata, cui s’addebiti d’aver rapinato alcuni residenti distrettuali o qualsivoglia cittadino genovese. In questo capitolo criminale degli Statuti sanciamo pertanto che si debba condannare senza remore chiunque, così mal oprando, abbia procurato gran nocumento allo Stato trasformandone qualsivoglia sito in ricetto sicuro pei briganti e al riguardo ribadiamo, per filo e segno, che i limiti territoriali del Dominio, cui si fa cenno, corrono da Corvo a Monaco e si estendono da Novi, Gavi, Palodio, Capriata, come in definitiva da qualsiasi altra terra genovese dell’oltregiogo, fin alle riviere del mare. La condanna verrà sempre fissata tempestivamente, sì da obbligare il reo all’intero risarcimento di chi sia stato vittima dei misfatti di pirati o predoni da lui ignominiosamente soccorsi: per inciso si stabilisce che pari ammende spettino a quei cattivi soggetti che, pur avendone licenza e facoltà, non si siano adoprati affatto al fine di catturare i ladroni ma li abbiano semmai lasciati scappare.
In relazione a quanto venne summenzionato qui sanciamo che, allorquando ne abbia fatta esplicita richiesta una qualsiasi fra le vittime di quei predoni, il Pretore di Genova od altri Giudici nei Distretti conservino obbligo di confiscar tutti i beni che, dopo oculata investigazione, si siano trovati in città come nel Dominio, appartenere lecitamente al malavitoso ch’abbia ospitato quei criminali predatori: a detti Magistrati resti tra l’altro ampia e piena facoltà di incarcerare chi sia stato accusato poi d’aver dato illecito ricetto ai briganti sì che per conseguenza gli stessi Giudici possano procedere d’ufficio a sommi capi onde obbligare siffatti delinquenti, puranco valendosi di tutti i leciti strumenti inquisitoriali, a risarcire, compiutamente e nel tempo da lor fissato, le persone lese e danneggiate senza necessità alcuna di trascrizione o pegno di bannalità: nel caso però che il colpevole sia riuscito a sfuggire, il Giudice potrà comunque valersi sui beni sequestrati sì che, rimossa ogni plausibile eccezione e finalmente venduti quelli al pubblico incanto, si sia in grado di dar completa soddisfazione ai danneggiati.

da Cultura-Barocca

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Dolceacqua in un atto notarile del Duecento

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Dolceacqua (IM): un angolo della “Tera”

Un atto del notaio di Amandolesio, che chiarisce la TOPOGRAFIA DUECENTESCA di Dolceacqua, fu redatto il 3 maggio 1260 “in Ventimiglia, davanti alla chiesa di Santa Maria”.
Con esso il podestà di Dolceacqua Guglielmo Malocello sentenziò che certa Benvenuta, vedova di Guglielmo Bonanato, avesse alcuni beni in Dolceacqua a saldo della sua dote, corrispondente a 30 lire di genovini.
La donna, sulla base di un atto del 30 gennaio 1243 relativo al contratto nuziale, si era appellata al Podestà per entrare in possesso dei beni che aveva “trasmesso” al marito defunto.
Secondo la trafila dei tempi, il Podestà (un forestiero neutrale preposto al Comune che poteva farsi sostituire temporaneamente da un Rettore per qualche pratica: come fece il Malocello con Giacomo Calcia) aveva incaricato i Rettori del luogo (funzionari elettivi e collegiali, con incarichi amministrativi, giudiziari e governativi di numero variabile, ora 3 ora 4) di ingiungere al praeco o messo locale di bandire ad intellegibile et alta voce per Dulcem Aquam (da intendersi quale distretto) se mai qualcuno avesse maturato diritti su quei beni od intendesse esserne Curatore”.
Passato il tempo di 3 giorni, gli “estimatori” del Comune, Rollando Montaltino e Guglielmo Pinello, depositarono la loro perizia: trattandosi di un atto pubblico e non di scrittura privata, il documento acquista valore sia per la precisione dei riferimenti topografici che quale testimonianza di civiltà medievale.

Benvenuta aveva una DOMUS in Dolceacqua (casa residenziale della Tera) prossima ad un’altra domus di Durante Caravelli e presso cui “di sopra e di sotto” correvano due viae ( i vicoli del complesso della Tera: le case non eran né prossime al fiume né al Castello).
Il corredo della casa di Benvenuta a Dolceacqua era rustico ma di qualità; vi appartenevano una mastra o madia per il pane, una tina o recipiente per sardine salate, due botti di castagno o rovere per il vino [veges = sulla diffusione di tale coltura e della vinificazione non mancano testimonianze ed anche a proposito dei beni terrieri della stessa vedova che, stando ai rogiti sembrerebbe quasi esercitare una sorta di monopolio della vinificazione: il che evidentemente non era cisto che -per quanto il peso economico di Benvenuta nel settore dovesse essere notevole- da altri atti non mancano si possono citazioni di ulteriori produttori, tra cui si può qui citare un privato cittadino di Dolceacqua ed un altro possidente ancora specializzatosi nella coltura del vino, visto anche che nell’atto che lo riguarda è registrata una località che prendeva sicuramente il nome dalla presenza di una fabbrica locale di butis e veges].
Oltre a ciò il notaio elenca pure tre tavoli di legno di noce, due letti coll’intelaiatura di legno (i più umili dovevano accontentarsi di un pagliericcio per terra).
Appartenevano alla casa una pelle animale o “cuoio”, una falce per “fare erba”, una catena, tre quartarii di grano, un magaglio, una roncola, una fiala per l’olio, tre asce ben affilate, una lancia, un LEBETE, una sauma (unità di misura identificata con un recipiente), un paiolo, un mantello bruno di Lombardia, due ramaioli, 4 scalpelli di cui uno tagliente, una certa quantità di tela (tutto ciò fu stimato 11 Lire).
La casa aveva un “magazzino” ed una “stalla piccola” nella parte inferiore sulla strada, con ingresso autonomo: i proprietari erano ascritti alla borghesia duecentesca o “popolo grasso” di Dolceacqua.
La strumentazione dei beni testimonia origine contadina della famiglia di provenienza della vedova ma il possesso di letti, stoffe ed apparecchi sofisticati per quei tempi prova una volta di più l’elevazione in senso borghese di parecchie famiglie del luogo: il possesso di armi permette di inquadrare i padroni della casa fra quei liberi che all’interno della Compagna avevano dato vita al Comune di Dolceacqua.
I fondi della famiglia erano disseminati su una superficie estesa, fuori complesso urbano del borgo vecchio: si estendevano da zone prossime alla Tera ma proseguivano a mezzacosta fin alla “località San Giorgio”.
“Dove si dice Clapa” (quindi sempre a Dolceacqua) Benvenuta possedeva una “pezza di terra ortiva” (con colture da “bassa corte”, per un fabbisogno donestico di fave e cavoli): questo “orto” confinava con una terra dei fratelli Giovanni e Rainerius Frenguelli ed era delimitato da vie interpoderali.
Anche se non esistono dati ulteriori, la ramificazione di tali percorsi induce a credere che ubi dicitur Clapa fosse località con piccoli poderi e vari orti: la stima (14 soldi) rimanda a un fondo di piccole dimensioni.

Benvenuta possedeva in Prael una “pezza di terra arborata a viti e fichi ed altri alberi” (quotata 5 Lire) i cui confini vennero indicati “di sopra da una Rocca…di sotto dall’acqua del Nervia..per un lato dalla terra di Obertus Rubaldus…e per un altro lato dalla terra di Berno Satalee ed Oberto suo fratello”.
La scansione topografica del sito risulta semplice (anche se confrontata ad una ricostruzione moderna informatizzata) sia per la conservazione del toponimo ad una località rurale sita oltre il Nervia, di fronte al cimitero, sia per esser stata identificata la Rocha in una moderna abitazione in retta linea d’aria colla Rocha gemella inglobata nell’edificio di S.Giorgio, donde era possibile sfruttare un guado verso la riva est del Nervia (la strada di fondovalle era tornata nel ‘200 via principale dei commerci, specie verso il Piemonte, e per l’evoluzione del Borgonuovo: nello stesso tempo la sopravvivenza di queste strutture fortificate, del guado e dell’insieme topografico sembra avvalorare l’impressione che, attraverso i secoli, la gente abbia atteso la riattivazione di quel percorso tormentato da tante vicissitudini ed un ulteriore segnale sembra da collegarsi con l’ipotesi non peregrina che l’area del Borgonuovo avesse fruito nel passato di un insediamento demico poi abbandonato per tante emergenze ma sempre agognato per la sua importanza viaria e ambientale).

In terra Praelli la donna teneva un LINUM stimato 3 soldi: si alludeva a un campo per coltura del lino ma il testo non indica se il casato di Benvenuta ne facesse vendita alle manifatture od operasse in proprio sin alla trasformazione in tessuti.
Il bialdo de tela della stima dei beni di casa potrebbe anche intendersi come il risultato della coltura e poi della lavorazione, per autoconsumo e vendita al dettaglio, di quel campo di Linum in terra Praelli.

da Cultura-Barocca

La presenza del Banco di San Giorgio nel ponente ligure

Bassorilevo che raffigura San Giorgio, simbolo del Banco, in lotta contro il drago, collocato in Ventimiglia (IM)

GENOVA, indebitatasi dopo tanti CONFLITTI DI POTERE col BANCO DI SAN GIORGIO, onde riacquistare indipendenza dal Regno di Francia,per saldo gli concesse, con quella di altri territori (come per esempio la VALLE ARROSCIA), la lucrosa AMMINISTRAZIONE del CAPITANATO INTEMELIO (che durò per il periodo corrente dal 1514 al 1562): per una trattazione esaustive vedi anche le pagine importanti dedicate a questo periodo di storia intemelia da G. De Moro.

I Protettori o “Supremi Amministratori” del Banco non ebbero gran cura di un territorio che politicamente era di Genova e che a Genova sarebbe ritornato.
Peggiorarono così i rapporti fra Ventimiglia e Ville: la città, per le “convenzioni”, poteva aumentare la pressione fiscale a danno delle dipendenze. Essa e le “ville” oltre che a costituire un “CAPITANATO” di Genova, erano una sola cosa dal lato giuridico-fiscale: ma il Parlamento intemelio, che deliberava sull’ amministrazione coi due terzi dei voti disponibili spettandone solo uno ai “villani”, cercava, con questa maggioranza, di privilegiare le esigenze di città (i voti erano controllati da nobiltà locale, clero e molti asserviti e clienti).

Pur ammettendo i limiti congeniti dell’amministrazione che il Banco di San Giorgio fece del Ponente Ligure, bisogna tuttavia riconoscere che l’epoca in cui i Protettori di S. Giorgio amministrarono l’agro ligure occidentale fu difficile e complessa sia per ragioni interne allo Stato genovese che, soprattutto, per la gravissima situazione politica continentale.
Esplosa nel 1521 la guerra franco-imperiale, che era poi una guerra di supremazia europea tra Francesco I di Francia e Carlo V re di Spagna e Imperatore di Germania, Genova scelse un prudente assoggettamento agli Spagnoli.
Fu in questo momento che sulla scena della grande storia irruppe ANDREA DORIA già ambizioso ammiraglio al servizio della Francia che, in seguito all’ascesa della famiglia rivale degli Adorno, si vide costretto ad abbandonare Genova per trovar rifugio a Monaco.
Una versione storica che rifugge dall’agiografia del “Padre della Patria” con cui si è spesso delineato il Doria, è stata prudentemente ma con intelligenza portata avanti già da Enzo Bernardini in un suo bel libro (pp.73 – 74).
Per giudizio, non privo di motivazioni di questo storico, ANDREA DORIA sarebbe addirittura stato alla base del crimine con cui BARTOLOMEO DORIA Signore di Dolceacqua avrebbe assassinato Luciano Grimaldi.
Bartolomeo Doria non sarebbe stato altro che l’esecutore di un piano ordito da Andrea per impossessarsi di Monaco dopo averne soppresso il reggente.
Come è noto il tentativo andò a vuoto per il risoluto intervento di AGOSTINO GRIMALDI che occupò Dolceacqua mettendo in fuga Bartolomeo Doria. Il Bernardini costruisce a questo punto un condivisibile teorema di coinvolgimenti di Andrea Doria mettendo in evidenza il suo operato dopo la vittoriosa impresa di Agostino Grimaldi.
L’ammiraglio genovese, forse per un patto già stretto con Bartolomeo Doria, uscì infatti allo scoperto più di quanto convenisse ad un personaggio del suo rango.
Per ripristinare il casato dei Doria di Dolceacqua non si astenne infatti dal bombardare Monaco e quindi di occupare militarmente Dolceacqua in modo da far poi presentare da Bartolomeo Doria, da lui sempre protetto, un atto di vassallaggio al duca di Savoia (1524), atto che finì per concedergli l’impunità dal crimine perpetrato.
Analizzando lo scorrere degli eventi non si può non concordare con l’assunto del Bernardini, pur facendo notare che col suo atteggiamento ambiguo ANDREA DORIA, cui in epoca di una riscoperta romantica dell’Italia furono irragionevolmente attribuiti i panni del “patriota”, era in effetti un figlio ambizioso del suo tempo, sempre sospeso sul labirinto di quegli intrighi e di quelle bassezze (anche costruite su un raffinato esercizio della CRIMINALITA’), che per se stessi a volte erano necessaria onde sostenere grandi e impreviste fortune.
In effetti la mutevolezza e la ricerca dell’utile politico (sia considerando il guicciardiniano “particulare” che la “realtà effettuale” del Machiavelli) caratterizzarono molte azioni del condottiero di Genova che senza dubbio aveva una chiara percezione dei grandi eventi politici
Fondamentale per esempio, dopo i servigi prestati per Francesco I, fu il suo passaggio alla Spagna di Carlo V che rispondeva sostanzialmente a quel programma politico che lo avrebbe portato ad esercitare il controllo sulla Repubblica pur senza mai essere eletto Doge.

Prescindendo comunque dalle ombre e dagli indubbi bagliori che avvolgono la figura del Doria, resta comunque fuori di discussione che a fronte di simili fatti dettati dalla politica mondiale il PONENTE LIGURE era sostanzialmente indifeso: e per esempio il SACCO DI VENTIMIGLIA perpetrato nel 1526 dal Connestabile di Borbone (che in effetti poco a che fare avrebbe avuto con questa città dovendosi recare a Genova per soffocare una sommossa contro il ducato degli Adorno) fu apertamente condotto non tanto contro la città di frontiera quanto piuttosto contro i partigiani di Andrea Doria (e quindi contro la fazione filospagnola) che in Ventimiglia erano numerosi (vedi: Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, p. 171).
Il fatto che gli EVENTI DEL LUNGO CONFLITTO conflitto fecero passare per Ventimiglia e per l’estremo ponente ligure Carlo III di Savoia (in una data però imprecisabile tra il 1522 ed il 1588), Papa Paolo III Farnese (Luglio 1538) e in particolare CARLO V nel 1536 e quindi suo figlio e successore Filippo II nel 1548 induce a credere che il DOMINIO OCCIDENTALE DI GENOVA finì per essere coinvolto in grandi trasformazioni e soprattutto condizionato dalla presenza di forze ed eserciti contro cui, ad onor del vero, la politica dei Protettori del Banco di S.Giorgio di invitare le popolazioni alla sopportazione, proponendo dei risarcimenti che più volte non mancarono di arrivare, fu forse nel momento la sola applicabile e in grado di offrire una minima salvaguardia.

da Cultura-Barocca

Correzioni al corso del torrente Nervia ai primi del 1800

Dopo che si procedette ad una migliore arginatura della sponda occidentale del torrente e in dipendenza di alcuni processi geo-morfologici, il Nervia abbandonò questo alveo e se ne aprì nel XVIII secolo uno alternativo, che deviava in modo brusco, per il tramite di un braccio ad ansa, verso l’area delle BRAIE DI CAMPOROSSO (probabilmente la più importante ma non certo l’unico conformazione rurale col toponimo BRAIA nel Ponente ligure) per poi avvolgere, con due punti di impatto, la vecchia strada che attraverso tale località portava dall’area costiera a Camporosso Mare (oggi identificabile con la via comunale che congiunge questa grossa frazione, per il tramite del ponte dell’Amicizia e poi della provinciale, al borgo antico).

Nei periodi di piena e di alluvione, le proprietà agricole della contrada, subirono gravi danni sino al punto che parve inderogabile un grosso intervento di arginatura onde ricomporre il torrente entro un alveo più rettilineo e meno suscettibile di deflagrazioni alluvionali sulle proprietà.

Il programma correttivo venne ideato nei primi decenni del 1800 dopo che una serie di disastri climatici e di anormali perturbazioni atmosferiche aveva contribuito a trasformare il Nervia in un “proiettile idrico” capace di produrre ovunque reiterati disastri.

Questa politica venne promossa da tutte le comunità interessate al Nervia, che di fronte a tale emergenza misero, provvisoriamente, da parte i reciproci campanilismi.
I lavori di progettazione furono affidati a due professionisti ventimigliesi, gli architetti STEFANO e PIETRO NOTARI, che il 19 maggio 1820 presentarono alle autorità municipali di Vallecrosia una dettagliata proposta tecnica (Carta e relaz. Notari in Arch. Comunale di Camporosso).

Data la carenza di immagini, l’ottocentesca relazione scrittografica e topografica degli architetti Notari, stesa in previsione di un rifacimento degli ARGINI STORICAMENTE MUTEVOLI del Nervia, offre l’idea dell’antico PORTO CANALE formato da una sorta di diga alluvionale che impediva al fiume di sfociare direttamente nel mediterraneo ma ne “fletteva” il corso guidandolo entro un canale che continuava il suo tragitto sin all’area dei PIANI DI VALLECROSIA in un’area ove, forse non è solo un caso, sorsero attraverso i secoli degli approdi la cui principale testimonianza fu quella del PORTO COMMERCIALE ANCORA ATTIVO AI PRIMI DEL ‘900.

Dalla RELAZIONE SCRITTOGRAFICA degli architetti Notari (tuttora estremamente utile per visionare le caratteristiche del torrente nel XVIII secolo) furono chiariti sia i fattori incidenti che le eventuali soluzioni.

Essi evidenziarono in primo luogo come l’antico Bastione di S.Pietro (un’opera muraria che non qualificarono, sita nell’alveo quasi all’altezza dell’attuale campo sportivo “R. Zaccari”: un probabile retaggio delle fortificazioni austro-sarde di metà ‘700) fosse da demolire immediatamente poiché tagliava il corso d’acqua in due settori: “un braccio maestro che scorre con forte declivo e pendio” e un “braccio minore”.
Quest’ultimo si ricongiungeva col “maestro” dopo circa 260 metri di percorso autonomo, con un punto massimo di divergenza rispetto a quello di 70 metri in direzione Est.
Dopo che, per 50 metri scorreva nuovamente per il tramite di un unico braccio, il Nervia si imbatteva in una vasta conformazione di “Grava e Terra supperiore in livello ai terreni opposti” , uno di quei depositi alluvionali che, sotto il nome di Isole, nel medioevo erano state sedi di impianti rurali o di ricetto; dal punto di impatto si originava quindi, con direzione Sud-Est, un ulteriore braccio minore che si ricongiungeva solo dopo 750 metri col tronco “maestro”.
Questo, a sua volta, frenato da una nuova conformazione di “Grava e Terra supperiore in livello ai terreni opposti una volta letto antico del fiume” aveva piegato lentamente in direzione Sud-Est.
Il punto di impatto dei due “bracci” era un’area che per 40 m. superava la “Strada da Camporosso in Bordighera” che quindi risultava coperta dal corso d’acqua.
Nel frattempo il “braccio minore”, filiforme (massima larghezza = 10 metri), da cui a sua volta si ramificava un braccio minimo della larghezza di 4 metri, si ricongiungeva e si diversificava a più riprese in rapporto a questo ultimo creando sacche paludose o di ristagno e soprattutto, sfondata la strada citata, ne trasformava in acquitrino un tratto di 110 metri, sì da allagare le proprietà “Fratelli Biancheri fu Michele”,”Eredi del Sig. Augusto Bernardino Aprosio”,”Cauvin”.
Ritornato unico, il Nervia, giunto ad una divergenza massima di 220 metri dalla linea (ben evidenziata dagli autori) del “letto antico”, investiva le proprietà “Eredi Carlo Lanfredi”,”Gio.Battista Squarciafichi”,”Signor Sebastiano Biamonti Giudice di Bordighera”,”Pietro Paolo Rebaudo”,”Eredi del Sig, G.C.Rossi”, sino al punto di minacciare con una grande ansa la strada già in questione e la “strada antica” (strada romana proveniente da S. Rocco) da cui tutte le proprietà sono genericamente nominate mel progetto “Terreni di prima qualità appartenenti a differenti particolari di Vallecrosia minacciati dal fiume”.
Di questi ultimi vengono citati, poichè i loro terreni non sono solo minacciati ma ormai in parte letto del torrente impazzito, gli “Eredi del S. Angelo Benedetto Aprosio, Giuseppe Porro, Fenoglio Angelo”.
Vengono altresì registrati, a circa 110 metri (direzione Sud-Est) dalla “Strada aperta dal Governo Francese” (verosimilmente costruita secondo le contingenze del Nervia), una “Batteria costrutta dagli Austriaci nel 1800 (di disegno quadrangolare, lato di 40 metri) ormai intaccata nell’angolo Sud-Ovest” e poi il “prato dei Sig.ri fratelli Aprosio fu Bartolomeo”, sempre possidenti di Vallecrosia.
Prima di entrare nel “Mare Mediterraneo”, il Nervia formava una falsa foce ad estuario della larghezza massima di 160 metri, da cui si staccava un braccio (larghezza massima 40 metri-minima 10) lungo 240 metri in linea d’aria (dir. Sud-Est) dal falso estuario.
Dall’oculatissima diagnosi si evidenziarono i gravissimi danni patiti dal territorio di Vallecrosia in parte stabilmente occupato dal fiume anche in periodo di normale regime.

La mancanza di qualsiasi difesa rendeva fattibile l’alluvione quasi sino all’area di S. Rocco, con l’investimento delle case “Amalberti, Biamonti, Aprosio, Curti” (oltre, è naturale, della “strada antica e di quella Aperta dal Governo Francese”).
Ma anche prima del Bastione di S. Pietro il Nervia, pur scorrendo ad Est del “letto del fiume antico” originava diversi “bracci minimi” che potevano investire, ingrossati da eventuali piene, la “casa di Bartolomeo Rondelli”, la “casa dello scarello”, la “Casa di Luca Andrea Garzo” e soprattutto il “predio di Paulo Biancheri”.
Procedendo sempre in direzione Sud-Est paiono relativamente esposte le proprietà in gran parte ad Est della strada “Camporosso-Bordighera” del “Conte Lingueglia” (con 3 case di cui 2 “distrutte”), di “L. Andrea Garzo”, di tal “Ferreri”, di una “Vedova Biamonti”, di “Saverio Gibelli fu Sebastiano”: molto esposti dovevano essere invece “l’orbasco I e II”.

da Cultura-Barocca