Arma di Taggia ed un Santuario-Grotta

Sulla sinistra la Grotta dell'Arma
Sulla sinistra la Grotta dell’Arma

La storia di ARMA DI TAGGIA (località destinata ad avere un grande sviluppo -anche turistico e come CENTRO BALNEARE- soprattutto nel ‘900) ha verosimilmente ascendenze molto antiche che ricadono sin nella CIVILTA’ DEI LIGURI e quindi risalgono all’epoca di ROMA, del suo IMPERO e della particolare connotazione che la LIGURIA DELL’ESTREMO OCCIDENTE acquisì in funzione del notevole impulso dato da OTTAVIANO AUGUSTO in rapporto al suo programma di romanizzazione dell’Occidente.

Sotto il DOMINIO DI AUGUSTO la LIGURIA COSTIERA godette di un notevole incremento urbanistico e demografico volutamente delineato dall’Imperatore e dai suoi ministri.

Il TROFEO DELLA TURBIA finì per segnare in qualche modo il particolare destino del PONENTE LIGURE reso peraltro zona di transito mercantile anche terrestre con la realizzazione della VIA GIULIA AUGUSTA.

Da VENTIMIGLIA ROMANA una sequenza di insediamenti continuavano lungo il litorale sia in direzione della PROVENZA fino a CEMENELUM sia alla volta dei territori tra SANREMO e TAGGIA dove si son avute testimonianze dell’esistenza di un complesso sistema di VILLE ed AZIENDE RURALI.
Questi insediamenti probabilmente rientrarono nei piani operativi, come detto, disegnati dalla politica augustea: contemporaneamente l’urbanizzazione dell’area tra Sanremo e Taggia dipese anche da una serie di valutazioni STRATEGICHE E COMMERCIALI connesse sia alla particolare posizione di questo territorio sia in rapporto alla VIA GIULIA AUGUSTA, sia ai PERCORSI MARE-MONTI VERSO IL PIEMONTE sia al fatto che alla foce del TORRENTE ARGENTINA (comune denominatore di tutta la valle altrimenti detta anche “di Taggia”) stava presumibilmente la STAZIONE STRADALE (E MARITTIMA) DI COSTA BELENI/ BALENAE.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, le INVASIONI BARBARICHE, la resistenza dell’IMPERO ROMANO D’ORIENTE la cui capitale, BISANZIO, riuscì momentanea a recuperare gli antichi possessi di Roma sotto l’imperatore GIUSTINIANO.

L’avvento dei LONGOBARDI nel VI secolo risparmiò la LIGURIA ma si completò a metà del VII secolo sotto il re Rotari che stroncò l’OPPOSIZIONE BIZANTINA che aveva un suo caposaldo proprio nell’area del TAVIA FLUVIUS.
Secoli “senza storia” segnarono il passaggio di altri conquistatori come i FRANCHI ed appena blandirono i primi vagiti di quell’epoca ferrea che verrà poi detta EPOCA FEUDALE.

La linea costiera un tempo fervente di vita cominciò ad essere disertata dalle popolazioni che temendo i saccheggi presero a spostarsi nell’entroterra.
I SARACENI per quanto temibili non furono che l’ultimo popolo di distruttori che mise a sacco queste contrade.

Di fronte al tracollo del POTERE CIVILE per la gente sgomenta l’unica certezza era rappresentata dall’efficienza del CRISTIANESIMO: la CHIESA si affermò tuttavia attraverso i secoli e per via di molteplici esperienze.

Fra queste quella che maggiormente toccò per prima la LIGURIA COSTIERA fu l’esperienza del MONACHESIMO EREMITICO E BALMITICO DI TRADIZIONE ORIENTALE che ebbe un punto di diffusione importante dall’ISOLA DI GALLINARA ma che parimenti godette di manifestazioni significative nell’AREA FRA TAGGIA, ARMA DI TAGGIA, RIVA LIGURE E S. STEFANO.
Poche tracce sono rimaste della grande tradizione dei MONACI BALMITICI che (come fu anche il caso di AMPELIO di Bordighera) vissero l’esperienza ascetica dell’eremitaggio: la loro memoria sarebbe stata presto cancellata dal trionfo dell’attivo apostolato dei BENEDETTINI.
Sono tuttavia rimasti ricordi di quei tempi lontani, ricordi salvati dalla tradizione e dalla fede delle popolazioni, ricordi materializzatisi nel culto di un Santo Patrono come Ampelio nel caso di BORDIGHERA o nella persistenza di tradizioni religiose connesse a qualche luogo sacro identificato dove sorgeva un’antica ARMA, dove cioè avevano operato i MONACI BALMITICI al punto magari di entrare come un insondabile patrimonio nella memoria collettiva delle generazioni future.

Senza ombra di dubbio è questo il caso di ARMA DI TAGGIA, area costiera del territorio del TAVIA FLUVIUS, destinata per lungo tempo a costituire un’appendice casuale e marinara dell’importante centro demico di TAGGIA.
Ad ARMA DI TAGGIA, una linea costiera importante dove pure non son mancati ritrovamenti di presenze notevoli di romanità, il segnale più importante del passato giunge proprio dal MESSAGGIO CRISTIANO ed in particolare da quel MESSAGGIO che portarono gli EREMITI che talora resero alcune ARME (cioè alcune GROTTE) importanti LUOGHI DI CULTO veri e propri SANTUARI.

Ad ARMA DI TAGGIA, proprio affacciato sulla passeggiata a mare, sorge il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELL’ANNUNZIATA, uno dei POCHISSIMI SANTUARI DI GROTTA attualmente presenti in Liguria.
Il toponimo, cioè il nome di luogo, della cittadina [destinata a svilupparsi come tutti i centri di costa dal XIX secolo con la realzzazione della STRADA DELLA CORNICE], la particolare caratteristica di una GROTTA oggetto di un culto che affonda nella tradizione più antica induce il lettore degli eventi della spiritualità a sostenere l’idea di una CONTINUITA? CULTUALE E CULTURALE nell’area di ARMA DI TAGGIA collegata alla radice storica dell’apostolato degli antichi EREMITI se non meglio ancora del MONACHESIMO INSULARE DI TRADIZIONE ORIENTALEGGIANTE.

La lettura storico-architettonica del SANTUARIO DI ARMA DI TAGGIA è argomento da storici dell’arte e qui basta dire che la GROTTA fu stabilmente aperta al culto nel XVI secolo e che, successivamente fu arricchita, qualificata con opportuni interventi, ornata di dipinti devozionali, di una balaustra marmorea e di pregevoli bassorilievi: attraverso i secoli il SANTUARIO fu sede di un culto che mai venne meno ed anzi dopo il TERREMOTO DEL 1887 che devastò BUSSANA questo particolare edificio sacro sostituì per i fedeli di quella parrocchia la chiesa caduta con tanta rovina: data la particolarità dell’evento il fatto che la sgomenta popolazione di Bussana sia stata indirizzata a valersi di questa luogo di culto (e in situazioni tanto drammatiche la gente -che va perdendo le storiche certezze- deve quasi obbligatoriamente essere indirizzata alla frequentazione dei luoghi spiritualmente radicati come altamente benevoli nella coscienza e nell’immaginario collettivi) comprova il peso culturale e spirituale del Santuario di Arma per l’area di un ben vasto comprensorio.
Il miracolo che sottende l’origine del SANTUARIO appartiene ad una casistica abbastanza documentata (come nel caso di N.S.DI LAMPEDUSA DI CASTELLARO).

Una grotta per secoli usata come un ovile, quindi una ragazza sordomuta cui apparve un giorno una donna splendente che le consegnò un quadro.
La volontà popolare di sistemare il quadro in un’apposita cappella, la sua misteriosa sparizione ed il costante ritorno nel sito dell’apparizione: la ripetizione degli esperimenti con lo stesso inutile risultato e quindi ancora la decisione di adattare la grotta come sede irrinunciabilmente scelta dalla sacra immagine: ancora per fare un confronto tipologico si può pensare alla genesi miracolistica del SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLE VIGNE DI CARAVONICA.
Per leggere storicamente -e non solo artisticamente o spiritualmente- un LUOGO SANTO è necessario però sfuggire all’agiografia e consultare con precisione gli eventi cronologici.

Senza mettere in discussione il MIRACOLO è però da dire che esso avviene nel 1546 e che il 15546 è in qualche maniera un anno infaustamente emblematico per la Liguria di Ponente: l’IMPERO TURCO è in grande espansione, i suoi SOLDATI e le sue NAVI stanno soccorrendo il re di Francia FRANCESCO I in difficile lotta col potentissimo CARLO V di Spagna: il SOLIMANO soccorre ben volentieri il re francese ideando un intervento globale contro una CRISTIANITA’ DIVISA.
Glia assalti dei TURCHESCHI o BARBARESCHI contro il TERRITORIO DI VENTIMIGLIA E SUE VILLE suscitano il panico in tutta la LIGURIA PONENTINA.
Il panico diviene terrore ed anche giustificabile sgomento quando i TURCHESCHI nel 1543 portano lo scompiglio in tutto l’agro orientale di Ventimiglia saccheggiandolo sin al territorio interno di VALLEBONA.

Siamo nel secolo delle grandi paure collettive, nel secolo della perdita di certezze allorché la CHIESA DI ROMA deve far fronte con tutte le sue energie ad una RIBELLIONE TEOLOGICA CHE E’ ANCHE E SOPRATTUTTO RIVOLTA POLITICA.
Molte radicate certezze vengono meno, i TURCHESCI -difetto tuttora abbastanza comune- vengono confusi coi SARACENI trasformati dal tempo e dalla pubblicistica in emissari del demonio: i timori del misterioso serpeggiano ovunque, anche in Liguria, le STREGHE riempiono le fantasie (e qualche decennio dopo delle “STREGHE” pagheranno il fio delle superstizioni a TRIORA in ALTA VALLE ARGENTINA non lontano da ARMA): in questo clima i TURCHESCHI finiscono per assumere i connotati dei CAVALIERI DELL’APOCALISSE.

La realtà sociale e storica (eccitata dalla giusta convinzione popolare dell’incapacità di Genova di sconfiggere sul mare gli infedeli e persino di approntare per tempo un tanto proclamato SISTEMA DIFENSIVO DI TORRI DA AVVISTAMENTO E DA COMBATTIMENTO) finisce per sfibrarsi (e come accadde ed accadrà per le PESTILENZE) la popolazione trova un importante rifugio emozionale in sincere manifestazioni di fede non istituzionale.
Antiche credenze, luoghi giudicati sacri ma talvolta non ascritti dalla Chiesa fra le stazioni ufficiali del culto vengono spontaneamente riconsegnati alla pubblica speranza: le apparizioni miracolistiche si moltiplicano (anche il miracolo di N.S. di Lampedusa seppur datato posteriormente esalta in qualche modo la fuga di un cristiano dalla prigionia presso gli infedeli).

Qui non si vuol mettere in discussione né il significato religioso del SANTUARIO DI ARMA DI TAGGIA: al di là dell’evento misterico su cui è impossibile indagare vi è comunque da segnalare la correlazione fra le date: il 1543, anno in cui i TURCHESCHI saccheggiarono il territorio di Ventimiglia ed il 1546 anno in cui la GROTTA DI ARMA fu eretta a SANTUARIO.
Se vogliamo dimensionare la funzione apotropaica bisogna comunque dire che se da un lato le lugubri previsioni si avverarono (una ventina di anni dopo i TURCHESCHI sarebbero comparvero su questi litorali, a CASTELLARO e poi a CIPRESSA, POMPEIANA E TERZORIO) non si può misconoscere il sorprendente significato della salvazione di TAGGIA resa possibile oltre che dal valore dei suoi cittadini dall’imprevista e imprevedibile ma utilissima delazione di un CRISTIANO DETENUTO DAI TURCHI AD ALGERI.

Scavare nel mistero può essere blasfemo o ridicolo: quello che conta, a conclusione di queste riflessioni, è che la località di ARMA DI TAGGIA pur caratterizzata da una vita civile minima nei secoli dell’età intermedia, visse sempre la sua identità culturale in merito ad una grotta la cui storia affondava probabilmente nella preistoria ma la cui dignità spirituale venne proposta da antichissimi monaci eremiti il cui messaggio divenne magari un sussurro nel ricordo degli uomini, ma un sussurro pronto ad esplodere in una manifestazione di forza devozionale ogni volta che s’avvicendava qualche grave calamità: come a dire che quella grotta, quell’arma dal tempo dei tempi in qualche modo custodiva la spiritualità e la socialità di quanti si sarebbero poi identificati colla “zona costiera di Arma di Taggia”.

da Cultura-Barocca

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Porto Maurizio in età bizantina

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Il cuore sociale e spirituale di PORTO MAURIZIO è certamente il PARRASIO [l’area medievale che ha conservato nella dizione locale il nome del PALAZZO del GOVERNATORE DI GENOVA, edificio oggi non più esistente] dove l’edilizia del borgo storico [con case e edifici che risalgono anche al XII secolo] si fonde in un insieme architettonico di notevole effetto col complesso monumentale della BASILICA DI S. MAURIZIO.

Come detta il nome la caratteristica che ha da sempre contraddistinto questa città è stata il porto: studiare quindi il PORTO di questa cittadina equivale a formulare un primo importante contributo alla sua storia civile e religiosa.

Concentrando gli eventi sviluppatisi attraverso i secoli, prima di tutto, è opportuno precisare che, per quanto le tracce archeologiche siano limitate, la storia di PORTO MAURIZIO affonda sicuramente nella CIVILTA’ LIGURE PAGENSE, quindi nel complesso periodo della DOMINAZIONE DI ROMA ed ancora nell’epoca i cui i BIZANTINI contesero ai BARBARI, attraverso una terribile GUERRA CHE RIDISEGNO’ LA TOPOGRAFIA DELL’ITALIA il territorio del decaduto IMPERO di ROMA.

Nel tardo Impero, per quanto ci suggerisce una CARTA VIARIA E MARITTIMA, il sito di PORTO MAURIZIO risulterebbe segnalato quale scalo marittimo: ed anche se i rinvenimenti archeologici marini non sono mai stati significativi, ad onta di quanto individuato nello spazio di mare antistante ONEGLIA e DIANO MARINA, si potrebbe anche pensare che qui vi fosse un qualche tipo di attracco.
A questo punto interviene però una nuova serie di riflessioni, connesse agli eventi che, dopo le calate dei Barbari determinarono l’intervento dell’Impero romano d’Oriente.

E’ ormai ben noto che i Bizantini opposero una notevole resistenza agli ultimi invasori, servendosi sia della loro forte flotta da guerra sia di un complesso sistema di BARRIERE MILITARI erette attraverso molti anni a tutela della costa ligure, cioè dell’ultimo territorio nord-italico destinato a restare in loro possesso col nome di “Liguria Maritima”.

Ed allora, a fronte della varietà di informazioni sul periodo bizantino per l’area di PORTO MAURIZIO ed a fronte della citata penuria di dati sulla romanità del sito, si può contestare la CARTA IMPERIALE, teoricamente del IV secolo, che attribuiva un approdo al PORTO MAURIZIO (a differenza della restante coeva cartografia) e ritenere sulla scorta di Nino Lamboglia (per quanto contestato dal Molle a p.44 della sua “Storia di Oneglia”) che quel documento del IV secolo (propriamente l'”Itinerario Marittimo”) sia stato manipolato nel VII secolo per soddisfare le esigenze nuove dei BIZANTINI bisognosi di una cartografia stradale e di portolani aggiornati.
Se ancora col Lamboglia si accetta il principio che il luogo abbia preso nome dall’imperatore bizantino MAURICIUS (TIBERIUS) si possono intendere svariati segnali topografici e storici, altrimenti indecifrabili attribuendo -come fatto da alcuni tuttora e storicamente fatto quasi ovvio- la paternità del toponimo al patrono della città, appunto S.MAURIZIO.
L’IMPERATORE MAURIZIO, nel difficile tentativo di continuare i buoni rapporti dei suoi predecessori con la Chiesa, non cessò di favorire l’attività missionaria verso quei reparti militari di Longobardi che, defezionando, passavano tra le fila bizantine abiurando dall’arianesimo e optando per il culto cristiano tenacemente sostenuto dalla corte di Bisanzio.
Dopo l’occupazione longobarda (589) da parte di Autari dell’isola di Comacina, nel ramo occidentale del lago di Como, e della fortezza di Crisopoli nella stessa isola, la Liguria bizantina finì per identificarsi con la piccola regione odierna e le sue città principali erano “Vintimilium”, la “civitas Varicottis”, “Vadum”, la “civitas di Soana” (Savona), la capitale “Genova marittima” e a levante “Portus Veneris (Portovenere).
Essa faceva ormai parte dei sette grandi governatorati in cui era stata divisa dai Bizantini la PROVINCIA D’ITALIA: a capo di ognuno di essi stava un “Duca” detto anche “Magister equitum”.
Il prestigio di Bisanzio e di Maurizio (grazie anche al ricordo delle straordinarie imprese militari di Giustiniano) era ancora grande.
L’imperatore, in forza degli ottimi rapporti con le grandi case barbare di Gallia e Spagna, potè garantirsi, specie con l’alleanza dei Franchi, una sudditanza almeno formale dei duchi longobardi (583) e procedere all’assimilazione di nuomerosi barbari nella compagine dell’Impero e tutto ciò oprando sempre in stretta collaborazione con la potente Chiesa.

Proprio sotto il regno di MAURIZIO, ad esempio, si riscontra di stanza a Genova (590) un numerus felicum Letorum cioè un grosso contingente militare composto non da greci, anatolici o – come solito per la Liguria – da truppe orientali ma costituito da discendenti degli Alamanni e dei Taifili stabilitisi in Emilia nel IV secolo.
Durante il dominio di questo Imperatore la “Liguria maritima” godette peraltro di una certa ripresa, cui sono forse da porre in relazione alcuni interventi pubblici o comunque di risanamento.
Per quanto ci informano l’archeologia e la stratigrafia, la facies generale del I strato di terreno a Ventimiglia romana documenta al livello I B tracce di rifacimenti bizantini del VI-VII secolo, con reperti di ceramica greca, mentre all’anteriore strato I C si hanno segni di distruzione con cenere e carbone (V-IV sec. d.C) ed allo strato superiore (I A) si trova l'”arena”, cioè la duna di sabbia che nell’alto medioevo coprì la città romana.
Il regno di MAURIZIO, in un clima sostanzialmente favorevole a Bisanzio, anche se destinato ad una rapida evoluzione negativa, induce a credere che sotto questo imperatore si sia tentato di ridare vita a parecchi centri liguri gravemente danneggiati e che, in linea più generale, si sia provveduto a rinvigorire o in qualche caso ristrutturare ex novo il sistema portuale di estrema importanza per una potenza militare come Bisanzio che anteponeva in molte circostanze allo stesso esercito la sua efficiente ed evoluta MARINA MILITARE.
Sulla linea di queste considerazioni è allora possibile portare più di un contributo sulla genesi di PORTO MAURIZIO.
Allo sbocco del torrente Prino ( e nell’area di BORGO PRINO) non son mancati rinvenimenti di romanità e si sarebbero scoperti i resti di un ponte adrianeo e per ultimo Ludovico mostrò di credere all’esistenza di un’iscrizione “TROPHEA AUGUSTI” individuata sul poggio di PORTO MAURIZIO.
Più in dettaglio è doveroso premette che gli Statuti di Porto Maurizio alla rubrica 46 (“de vicis reficiendis”) ordinano “…stratam romanam et fublicame facere providere, ampliare, explanare et meliorare ab aque Unelie ad aquam Sancits Laurentii…”.
Ed ancora, come registra anche il Molle a p.39, n.104 della sua citata opera, alla rubrica 58 (“De Fenestris”) si legge “…domos contiguas stratae Romanae…”.
Quindi ancora nell’età di mezzo sopravvivevano tracce di una strada romana e reperti di un ponte alle foce del Prino, come scoprì il Lamboglia (Resti di un ponte romano alla foce del torrente Prino, in “Rivista Ingauna Intemelia”, 1934, p.66).
Il Giordano poi, secondo l’autorità del colonnello Elena Setti, sostenne esservi stata sul poggio di Porto Maurizio un’iscrizione TROPHEA CAESARIS (od AUGUSTI) da lui posta in relazione con quella della Turbia.
Non condivise tale giudizio il Molle (op. cit. p.31, n.82) e ritenne che si trattasse di un’invenzione settecentesca.
Però, nel 1600, il notaio di Cosio Giovanni Castaldi (autore di una sua opera “Liguria” rimasta manoscritta) alla carta 16, recto e verso, scrisse: “…Porto Morise – Borgo di 300 fuochi, bello per l’eminenza d’un monte vicino al mare dove egli è posto, ridotto al presente in fortezza reale con baloardi inespugnabili e la Repubblica vi mantiene un Presidio di soldati con un gentiluomo dei suoi cittadini e della Città, sotto nome di Capitano…Vien così nominato dal porto marittimo che era dalla parte del monte a levante, di cui si vede ancora un antico molo con una torre nella quale si legge in un marmo l’anno 1368 essere stato 120 piedi e dal nome del santo suo titolare”.
Queste note sembrano confermare quanto il Lamboglia trascrisse nella sua Topografia storica dell’Ingaunia (p.77): non sembra affatto da escludere che il documento dell’Itinerario Marittimo del IV secolo sia stato corretto per inserirvi un un “PORTUS MAURICII” che fu potenziato da un imperatore bizantino e per un certo tempo ne prese il nome anche se ben presto ci si sarebbe dimenticati di questo monarca per ritenere che il toponimo sia poi stato considerato un omaggio al Patrono appunto il martiere della legione tebea S. MAURIZIO.

Non è facile dire per qual motivo i Bizantini abbiano abbandonato il sito di “Oneglia” per potenziare quello che verisimilmente era un minore insediamento della tarda romanità.
Non è però da escludere che “Oneglia” avesse ormai perso il suo attracco se questo -secondo la tecnica romana consueta dei “porti canale”- era stato realizzato sfruttando la foce dell’Impero.
Per linea comparativa non è affatto da escludere che tale corso d’acqua, come spesso accade ed è accaduto in Liguria occidentale, modificando per ragioni alluvionali la sua foce, poi spostata ad oriente verso il Borgo del Moro, avesse resa necessaria la realizzazione di un approdo alternativo più ad occidente.

da Cultura-Barocca

I Benedettini a Taggia e circondario

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Risulta credibile che l’agro di Sanremo e Taggia fosse giunto al vescovado di Genova in tempi antichi e che in tal zona si fossero favoriti insediamenti eremitici dal IV secolo.

I Bizantini, circa 200 anni dopo, forse, ufficializzarono un dato di fatto, come donazione all’episcopato genovese, a loro favorevole: molti territori costieri e vecchi fondi abbandonati furono assegnati dal fisco imperiale alla Chiesa di Genova.
Alcuni studiosi individuano nel Capo Don, sito di Riva Ligure, un relitto toponomastico del donum dei Bizantini all’Ecclesia genovese nella II metà del VI secolo.
La donazione fu celata sotto la leggenda del vescovo genovese S. Siro cui l’ufficiale GALLIONE avrebbe donato poderi nei territori matuziani e di Taggia per avergli liberata una figlia dal demonio.
Nella leggenda si elenca la “curtem que Tabia nuncupatur… positam iuxta fumen Tabia“.
Non è da escludere che il fisco imperiale abbia riconosciuto altri beni al vescovado genovese tra cui una proprietà rustica fra Terzorio e Cipressa detta di S. Siro giunta probabilmente ai Benedettini, prima delle donazioni feudali, attraverso l’evoluzione del monachesimo cittadino.
La donazione di Gallione è certo una leggenda, ma può celare una verità di fondo. Secondo il documento, nei terreni vicini al Tavia, presso il mare, sarebbe esistita una cappella del Beato Pietro.
Sarebbe da verificare, come suggerì Aldo Sarchi, se il battistero paleocristiano qui identificato appartenesse a tale edificio religioso, quale sia stata l’influenza di Lerino su questo complesso cultuale e se la vasca battesimale sia oggi la traccia più eclatante della matrice paleocristiana donde si evolsero le chiese di S. Pietro Apostolo di Castellaro e S. Maurizio di Riva Ligure.

Ai monaci di Lerino, nel Ponente ligure (anche se i dati più certi li possediamo per l’area di Taggia e Santo Stefano al Mare) si affiancarono nel VII sec. i BENEDETTINI di PEDONA.
Da una piccola base, dedicata ai Santi FAUSTINO e GIOVITA presso il paesino di AIGOVO, scesero appunto a Tabia (Taggia), dopo le presumibili devastazioni longobarde. E’ arduo dire come trovarono Costa Beleni, il circondario e la sede “lerinese“; il Boeri sostiene che trovarono una popolazione provata e procedettero ad immediati restauri.
Per formulare un’idea dell’impianto di questi Benedettini o dei lavori loro attribuiti valgono sempre le indagini del Boeri (pp. 32-35). Egli scrive che il primo insediamento dei frati fu sul Colletto dove iniziarono a costruire case di cui sopravvivono le fondazioni ad occidente ed in positura solatia. Ai piani terreni di questi edifici esisterebbero le tracce dell’opera dei frati ed in una i segni di un affresco rudimentale. Non avrebbero eretta la chiesa ora dedicata a San Benedetto da Taggia, che risale a tempi molto posteriori e fu costruita dalla Confraternita per la liberazione degli schiavi (ora dei Bianchi ) nel 1452.

Lo studioso ancora annota: “Naturalmente, e come era loro abitudine, i frati per prima cosa iniziarono la coltivazione dei terreni, per procurarsi il cibo, e probabilmente iniziarono anche la piantagione dell’ulivo, portandone le piantine dalle loro coltivazioni di Cassino. L’edicola di San Cristoforo presenta molte caratteristiche che ne dimostrano la sua antichità che potrebbe benissimo risalire al VII secolo e quindi essa fu opera dei Benedettini, che erano anche usi ad elevarle vicino ai crocicchi delle strade come un simbolo per i cristiani di portare Gesù nel cuore così come, nella leggenda, il Santo lo aveva portato sulle sue robuste spalle. Opera dei Benedettini furono le due chiese: quella inferiore dedicata a SANTA ANNA e quella superiore dedicata alla MADONNA DEL CANNETO, dove i frati avevano portato dal lontano santuario di Settefrati una immagine della Vergine che porta in braccio il Bambino Gesu ed entrambi reggevano, come per una lontana profezia, un mazzetto di fiori: i fiori che dopo dodici secoli sarebbero diventati il lavoro e la fortuna delle nostre zone“.

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Il Boeri poi scrive: “Il complesso monastico ebbe pure un’altra casa, che era la sede dell’Abate ed è all’incirca l’attuale Villa Eleonora, nonché un chiostro, le cui colonne vennero poi usate per la costruzione del convento di San Domenico verso il 1470. Inoltre i Benedettini, oltre alla coltivazione dei terreni, edificarono varie altre opere e di queste certamente: il secondo arco del ponte proseguendo quello romano, per la comodità di accesso ai terreni oltre il torrente, e gli archetti intermedi; la CHIESA DI SANTA MARIA MADDALENA DEL BOSCO, con annesse varie celle e condotte di acqua; la chiesa di San Martino, ora proprieta privata, nella zona che da quella prese il nome; una grangia e forse anche una chiesa nella zona sopra Costa Bellene, che dopo il XII secolo venne ampliata dai frati Benedettini dell’Abbazia di Santo Stefano di Genova (Villaregia); una chiesetta, ora totalmente scomparsa, nella zona Cardune, dedicata a Sant’Antonino; una torre di vedetta o specola sopra il complesso del Colletto; inoltre costruirono anche mulini da grano e frantoi, che sono ancora citati negli statuti del 1381, come molendina monacorum; probabilmente fu loro opera anche la costruzione di una chiesetta dedicata a Santa Caterina Martire, nei pressi del Convento di San Domenico e della quale restano pochi resti a fianco della strada.”
Di alcune opere restano solo pochi ruderi e non vi è possibilità di documentazione.
Inoltre nella zona, ora detta Ciappe, doveva esistere una grossa vigna, che è ricordata in documenti del XII secolo come vinea monacorum.
Questi terreni ancora nel secolo scorso erano gravati di una tassa, detta livello, a favor della chiesa di Taggia.

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Taggia (IM): Villa Eleonora [Curlo]
da Cultura-Barocca

 

Quando sorse la Biblioteca Aprosiana a Ventimiglia (IM)

L'ex Convento - dove Aprosio eresse la sua "Libraria" - di S. Agostino a Ventimiglia (IM) nello stato attuale
L’ex Convento – dove Aprosio eresse la sua “Libraria” – di S. Agostino a Ventimiglia (IM) nello stato attuale

Angelico Aprosio “il Ventimiglia” fu l’erudito che intendeva esser anche “Tromba delle altrui glorie”, specie in forza della sua grande Biblioteca, che eresse – prima Biblioteca pubblica in Liguria – nella natia Ventimiglia, presso il locale Convento Agostiniano.

Si attendeva una vasta eco di consensi per il noto prestigio suo, ma soprattutto della sua “Libraria”, enfatizzata nella stessa opinione corrente dalle onorevoli e talora pressanti proposte ricevute di sistemarla in altre sedi. Non si può non citare la rilevanza della lusinghiera proposta di accorparla – con l’aggiunta di indubbi privilegi anche per la sua persona – alla celebre Biblioteca Angelica di Roma, perché caratterizzata da rarità di manoscritti, incunaboli e di molti libri, a volte unici, di autori italiani ma del pari anche europei. In effetti, a Ventimiglia Aprosio non soltanto rimase abbastanza deluso da un’accoglienza piuttosto tiepida, ma anche dal contestuale insorgere in alcuni casi di impensati oppositori, talora anche esageratamente rancorosi.

Ma, infine, Aprosio aveva preferito la non facile situazione della città natale, tormentata da vari problemi, partendo da quella sorta di “guerra civile”, più legale che insurrezionale, che contrapponeva da tempo il capoluogo Ventimiglia alla Ville orientali che si ritenevano vessate economicamente e che aspiravano ad un’autonomia economica che avrebbero raggiunto nel 1686 come “Magnifica Comunità degli otto Luoghi”.

Il provincialismo e la limitatezza culturale degli antagonisti indusse gli oppositori di Aprosio a privilegiare superabili scelte formali, estetiche e burocratiche – ad esempio come questa -. Senza cogliere l’aspetto che avrebbe potuto davvero “far male” ad Aprosio ed all’erezione della sua “Libraria” in Ventimiglia, vale a dire il fatto che la Biblioteca Aprosiana, se analizzata, studiata e comparata, tramite almeno una certa competenza, con altre biblioteche della stessa tipologia, sarebbe apparsa nella sua essenza, secondo l’ottica ancora prevalente degli spiriti conformisti, quale in ultima analisi poi era, cioè una Biblioteca formalmente ma di fatto certamente non soltanto fratesca; e per certi aspetti esponibile ad una supervisione, con il suo autore, da parte del Sant’Uffizio.

Questo insieme di fattori indubbiamente giocò a scapito del suo impegno pubblico ed intellettuale.  Aprosio, l’erudito frate agostiniano, fu tuttavia tante “cose” e  tanti problemi incontrò, assieme a successi mondani e culturali indubbi. Nonostante la fama di fatto raggiunta, fu costretto a indubbi e spesso non amati adeguamenti, in quanto “figlio di nessuno di importante nemmeno in Liguria“: non possedeva appoggi tali da emanciparsi dall’accettazione incondizionata della cultura egemonica di chi “contava davvero“.

Non riusciva a rinunciare, magari operando segretamente, a correre dei rischi pur seri, onde soddisfare la sua strutturale volontà, oltre che di segnalarsi, di conoscere il più possibile; e contemporanemente di aggiornarsi sempre e comunque anche in merito a questioni per cui, dati i tempi, occorreva prudenza ed eran mediamente preferite inanità, conformismo ed inerzia. Sì che l’appellativo “veneziano” di Poeta, dato all’Aprosio nel senso di religioso irrequieto, può oggi risultare un encomio, piuttosto che alla maniera e al tempo in cui fu detto una velata minaccia. Encomio per la ferrea volontà di conoscere il conoscibile e raccogliere il catalogabile, compreso quanto all’epoca vietato per le lotte tra Riforma e Controriforma, sin al punto d’elaborare con astuzia, anche criticabile, l’espediente di stemperare i giudizi su di sé e farsi conferire l’incarico di Vicario dell’Inquisizione per la Diocesi di Ventimiglia: certo per acquisire un incarico allora di prestigio e garanzia, ma soprattutto onde poter leggere quei “libri proibiti” a quasi tutti impossibili da consultare.

Con lo scorrere degli anni e l’intrecciarsi coi successi delle delusioni ed ancora i disastri che spesso trascinano storia personale, maturazione, raziocinio e soprattutto prudenza, o “dissimulazione onesta” per dirla alla maniera di Torquato Accetto, presero il sopravvento, a guisa di salvaguardare quell’animo mai veramente domabile da “Poeta“, relegandolo nei meandri di coscienza ed alchimie intellettuali. Ma comportarono anche una sorta di autoisolamento fra i suoi libri. Prediligendo l’Aprosio la corrispondenza assidua e spesso non solo frenetica, ma anche pensosa, acuita verosimilmente da un’accoglienza in patria più tiepida delle aspettative e in qualche caso anche rancorosa, specie in merito all’erezione della “Libraria”.

Forse alla fine della sua vita fu un po’ così come il bibliotecario nel dipinto (da collezione privata e di Alessandro Magnasco, intitolato La biblioteca del Convento ed edito nel Primo Volume delle Celebrazioni Aprosiane per la nascita del grande bibliotecario), sì da rifugiarsi non di rado, nonostante l’affettuosa presenza di un sopraggiunto grande discepolo, come Domenico Antonio Gandolfo “il Concionator”, nei segreti della comunicazione per iniziati; quella che aveva appresa in varie forme, dal metalinguismo alla metaletteratura, dalle scritture criptiche od in codice alfanumerico, specie trattando di un argomento mai obliato ma periglioso, quello degli scrittori dannati e dei libri proibiti.

Ed il frate, curiosissimo, ma ingrigito e dimezzato da una critica riduttiva quanto incompleta (che sarebbe col tempo vieppiù inaspritasi) entro i canoni del polemista conservatore e misogino, forse, stette come nel quadro citato a meditare qualche volta oltre che sulla fragilità delle “cose umane” e sul senso di vita e morte, anche sul fatto se mai si fosse intesa la sua reale evoluzione culturale da Genova a Venezia alla natale Ventimiglia ove si spense nel 1681.

da Cultura-Barocca