Circa il fundus Pompeianus

Quando la necessità di contenere popoli non domati venne meno (49 a.C.), subentrò da parte di Roma un programma socio-economico e culturale. Lo sforzo principale fu di assimilare i Liguri occidentali, ed è quindi probabile che lo stanziamento di civili romani in queste contrade sia diventato un fatto consistente e incoraggiato dal potere centrale proprio a partire dal 49 a.C.: è risaputo che scambi costruttivi avvengono meglio con elementi stanziali, quali civili immigrati, che non con individui fluttuanti come i militari. In tal modo si agevolò la diffusione di civili ad elevata romanizzazione in parecchie aree della Liguria ponentina. La presenza di militari non venne meno, ma acquisì un significato diverso per una popolazione indigena, che ormai vedeva lavorare pacificamente antiche proprietà agresti da civili Romani ed Italici, coi quali era più fattibile un rapporto di collaborazione. A proposito della maggior parte dei fondi agricoli si è sempre lamentata la scarsezza dei ritrovamenti archeologici, e questo fatto ha maturato delle perplessità sulla loro esistenza, anche perchè nei loro riguardi si è mediamente usata la medievale denominazione di villae.
In particolare per POMPEIANA la mancanza di tracce d’edilizia romana sembra contraddire l’eventualità ch vi fosse stanziata una villa secondo i crismi dell’edilizia, ancor poco chiara in verità di simili EDIFICI-AZIENDE: anche se lo studio di una fotografia aerea permette tuttoggi di identificare la peculiarità del sito, spazioso, vicino al mare ed alle sorgenti, parimenti prossimo alle vie di comunicazione e ad un centro di sufficiente importanza coma COSTA BALENA – BELENI, una di quelle peculiarità che da Catone a Columella si ritennero basilari per la scelta di un terreno su cui impiantare un’azienda agricola anche di tipo residenziale del ceppo padronale.
Pompeiana, come i centri vicini prescindendo dalle attuali lacune di documentazione archeologia, doveva quindi esser stata un “praedium” , cioè un “fundus rusticus” , il cui centro residenziale era la “villa rustica” , ben diversa dalle “villae urbanae” , che, come quelle di Cicerone a Formia e di Plinio il Giovane a Laurento, avevano così splendida conformazione architettonica da poterne vedere tuttora gli opulenti resti.
La struttura della “villa rustica” , delineatasi in modo definitivo solo dal I sec. a.C., rispondeva ad esigenze pratiche, essendo destinata alla residenza della “familia rustica” , cioè l’insieme di quanti svolgevano i lavori agrico-pastorali ed a capo dei quali era il “villicus” .
Di tali “villae” i ritrovamenti archeologici sono poco evidenti: i contadini abitavano capanne di una sola stanza, che quasi mai si evolsero in struttura più complesse .
E’ possibile che presto gli antichi proprietari o i loro eredi si fossero trasferiti (inizi I sec. d.C.) nei centri di costa ove l’esistenza era più confortevole: Catone, prodigo di consigli per gli agricoltori, invitò i titolari di poderi agricoli di amministrarli attraverso l’opera di un villicus fidato, uno sorta di servo amministratore e sovraintendente.
L’argomento è forse irrisolvibile alla luce delle attuali conoscenze; peraltro esistono dei problemi non da poco connessi alla toponomastica dei fondi (specie per il Porcianus, che a seconda delle interpretazioni si può giudicare più o meno esteso di quanto fosse in realtà ). A proposito del fundus Pompeianus si può comunque ritenere che i suoi assegnatari si fossero trasferiti nei centri di Costa Beleni se non di Albingaunum ed Albintimilium già alla fine del I sec. a.C.: in questa seconda città, in virtù delle epigrafi recuperate dalla necropoli romana, abbiamo testimonianza di nomi di individui della gens Pompeia.
La tradizione attribuisce a Pompeo Magno la fondazione della villa, ma si tratta di leggenda senza prove. Pompeo avrebbe infatti dovuto attuare questo progetto agli inizi del 71 a.C., mentre procedeva dalla Spagna, dove aveva sconfitto Sertorio, contro l’esercito servile di Spartaco, ribelle a Roma e incalzato dall’armata di Crasso. L’intervento di Pompeo, come quello di Crasso, venne ordinato tramite un senatus consultum ultinum: la gravità della situazione richiedeva un’ azione rapida, senza dispersione di uomini, tantomeno in una regione non ancora coinvolta dalla sommossa servile come la Liguria.
In linea teorica Pompeiana avrebbe potuto prendere corpo e nome da Pompeo Strabone, padre del precedente: fu questi che avviò le trasformazioni della Gallia Cisalpina, attraverso la concessione dello Jus Latii e d’altri benefici. In Piemonte le città di Alba Pompeia e Laus Pompeia presero il nome proprio da questo benefattore; si trattava, però , di località di importanza strategica, commerciale e demografica. Pompeiana antica presentava invece il suffisso -ana o -anus , sempre in funzione attributiva del termine villa o locus : per quanto si ricava dai più arcaici documenti. Tali suffissi sono esclusivi di toponimi prediali, servivano cioè a nominare, dalla gente o famiglia proprietaria, poderi agricoli, anche vasti ma sempre indegni di essere nominati da qualche illustre personaggio pubblico. In ultima analisi sarebbe più accettabile se Costa Beleni , centro di un certo rilievo, fosse stato nominato Costa Pompeia per celebrare tale glorioso generale di Roma.
Non si trascuri, altresì, il fatto che, se si ammettesse per Pompeiana un sì celebre fondatore, non si giustificherebbero i toponimi abbastanza anonimi delle altre ville, a meno che per l’eventuale VILLA DI CERIANA, con molta fantasia, non si supponga un intervento di M. Celio Rufo, corrispondente di Cicerone; tenendo poi conto che i toponimi si originarono simultaneamente, si dovrebbe ipotizzare che parecchie celebrità di Roma, quasi nello stesso tempo, si fossero adoprate popolare il territorio del Tabia con ville di proprietà, gestite da loro seguaci: evento che pare difficile da accettare visto pure il ruolo ancora marginale che la Liguria aveva nel giudizio dei Romani.
La villa Pompeiana (o fundus Pompeianus ) non ebbe alcun illustre fondatore; l’identificazione di questo con Pompeo Magno o Strabone avvenne in quanto di frequente gli eruditi del passato onde spiegare un toponimo ricorrevano ad un eponimo (cioè ad un fondatore che avrebbe dato il suo nome al luogo) quasi sempre illustre, ricavato sulla scia delle favole e della mitologia, come nel caso di Romolo per Roma o, più modestamente, dell’eroe antiromano Intemelio per Ventimiglia.
Pare più plausibile che il fondo Pompeiano, coi limitrofi, sia stato costituito nel corso od alla fine della contesa tra Cesare e Pompeo; il primo in particolare godette di appoggi in Liguria e nella Cisalpina, dove reclutò armati e largheggiò nella concessione della cittadinanza romana.
Tuttavia in queste zone non gli mancarono focolai di opposizione pompeiana, e questo si verificò proprio nella delicata area intemelia, prossima a Costa Beleni ed all’insicura Gallia Transalpina.
Anche per questo Cesare, mentre da un lato con la Lex Julia municipalis sanciva le strutture amministrative dei centri maggiori, dall’altro proponeva distribuzioni di terre ai suoi veterani, specie con prole numerosa.
In cambio della concessione della cittadinanza romana gli sarebbe stato semplice confiscare territori agli Ingauni per poi distribuirli ai suoi legionari, che, divenuti agricoltori, avrebbero popolato le zone rurali presso Costa Beleni ed avrebbero svolto a suo vantaggio la citata funzione strategica, economica ed acculturante: ed in tal caso la realizzazione dei fondi rustici sarebbe da datare entro un periodo compreso tra il 46 e il 44 avanti Cristo.

Una certa macchinosità di queste riflessioni, la celerità degli avvenimenti che coinvolsero Cesare, il poco tempo che avrebbe comunque avuto per curarsi della realtà socio-economica del Ponente di Liguria, rendono l’ipotesi, per quanto suggestiva e plausibile, di non equilibrata solidità.

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Albingaunum

Foto: Wikipedia

Nel periodo più prospero dell’impero l’abitato di Albingaunum (Albenga in provincia di Savona) si estese anche fuori del perimetro delle mura fin sotto la collina del Monte.

Infatti, nel corso di lavori nell’attuale letto del fiume Centa si sono scoperti un complesso termale con numerosi ambienti (fra il II e il IV sec. d.C.), che sono stati messi in relazione con terme ricordate da un iscrizione, oggi perduta, ma nota da una trascrizione, e sette piloni dell’acquedotto; più oltre la necropoli (II-III sec. d.C.) con tombe a recinto lungo la strada romana e, a ridosso della collina, la zona paleocristiana di San Calogero con il complesso delle rovine della basilica e del monastero nelle sue varie fasi con il reimpiego di materiali romani.

Sull’altro lato della città, a occidente, fuori dalle mura ma in asse con il decumano massimo, è stata scoperta a livello di fondazione una vasta costruzione a quadriportico, con al centro un monumento a grandi blocchi, databile al I secolo d.C., in seguito abbandonata e utilizzata per una necropoli tardoromana e bizantina. L’edificio, caratterizzato dalla sua ubicazione ed assialità con il decumano, è da ritenersi un mercato extra-moenia come quello di recente scoperto (e nuovamente interrato) ad Aquileia.

Ad Albingaunum non vi sono dunque edifici urbani romani emergenti fuori terra, ma l’impianto romano è più evidente che altrove attraverso la città medievale che lo conserva in modo così vivo e in più con la suggestione di un mondo comunale preservato fuori dal tempo.

Fuori città, sulla spianata della collina del Monte, che è stato probabilmente il luogo dell’insediamento fortificato preromano, sorgeva l’anfiteatro, ora in gran parte demolito. Insolitamente costruito al sommo di una collina, di esso restano tratti del muro perimetrale esterno con contrafforti, dell’ellisse interna che circondava l’arena e uno degli ingressi principali di grandi proporzioni. Sul colle si segue, in una pittoresca passeggiata archeologica in zona agreste, il percorso della via Julia Augusta, conservata a tratti in tagli nella roccia e nel lastricato a pietrame e gradini, rimaneggiata nel medioevo con fasce laterizie, che si snoda a mezzacosta fino ad Alassio fiancheggiata da una serie di mausolei e di ruderi; spicca, all’inizio, il cosiddetto ‘Pilone’, monumento funerario del II secolo d.C., molto restaurato dal d’Andrade nel 1892 e danneggiato nell’ultima guerra. È del tipo detto ‘tromba a torre’, e consta di tre corpi quadrangolari (in muratura in conglomerato piena a paramento di blocchetti spaccati) sovrapposti, coronati in alto da un attico che formava due nicchie con le statue dei defunti. Sulla fronte a mare è una nicchia a volta entro la quale sono due nicchie per le urne funerarie.

Presso Cisano sul Neva è un monumento funerario simile, detto ‘torre dei Saraceni’. Una serie di sepolcri monumentali a fianco della strada, convenzionalmente indicati con lettere dell’alfabeto, rappresentano, con i recinti funerari di Ventimiglia (in gran parte non più conservati), un raro esempio in Liguria di architettura funeraria del tipo ‘a recinto’ con nicchia semicircolare o colombario con loculi, oltre che di strutture a piccolo apparato con inserti opus reticulatum (blocchetti disposti diagonalmente a losanga) e di opus incertum rivestito di intonaco (all’interno tracce di affresco) del I secolo d.C. Alcune miniature appartengono invece a una villa che non è stata esplorata. Come a Ventimiglia (IM), anche se in proporzione assai minore, la necropoli ha restituito corredi funerari, per lo più reperti in ceramica, e, inoltre, un’urnetta funeraria marmorea decorata con motivi vegetali e uccelli; più raro è un puteale marmoreo decorato con bucrani e festoni secondo la tipologia delle are rotonde sconosciuta in Liguria. Un solo pavimento musivo recuperato si affianca alla maggior documentazione di Ventimiglia; si tratta di un mosaico geometrico del I secolo, con motivi quadrangolari e a losanga che sono più propri dell’opus sectile. Numerose epigrafi funerarie e onorarie, di cui molte anche paleocristiane, testimoniano l’attività di lapicidi.

Albenga paleocristiana nella sua forma urbis venne riedificata da Costanzo III, dopo le devastazioni dei Goti e dei Vandali, tra il 414 ed il 417, come si ricava da un’iscrizione (C.I.L., V, 7781) e da un passo di Rutilio Numaziano (F. DELLA CORTE, La ricostruzione di Albingaunum [414-417 d.C.], in “Rivista di Studi Liguri“, L, 1984, pp. 18-25). Le fonti attribuiscono a Costanzo III il restauro del porto, delle mura, di case private e di pubblici edifici ma non gli attribuiscono interventi a favore degli edifici ecclesiastici, opere forse avvenute in modo autonomo su committenza vescovile. Tuttavia il complesso vescovile era incastonato nel tessuto della città romana e la Cattedrale si trovava nel sito dell’antico foro (J. COSTA RESTAGNO, Albenga, topografia medievale, immagini della città, Bordighera, 1959 ed Ead., Albenga, le città della Liguria, 4, Genova, 1985).

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La Chiesa di San Giorgio a Dolceacqua (IM)

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Nel XIII sec. la chiesa romanica in Dolceacqua di S. GIORGIO era officiata da un collegio di Canonici, retta da un capitolo collegiale (si trattava quindi di una chiesa collegiata) che nelle chiese non cattedrali esercitava il servizio divino. Presso l’Arch. di Stato di Genova (notai ignoti, filza IV) secondo un documento del 28-IX-1296 il canonico Jacopo Manfredo “coadiutore” si dichiarava unico reggente di S.Giorgio per la morte di Ottone “presbitero” (ecclesiastico del secondo grado gerarchico, fra diacono e vescovo, dell’ordine cattolico) e “preposito” (in senso generico “superiore di una comunità” ed in senso stretto “priore claustrale di una abbazia benedettina”). Il canonico supplicava Arghisius abate di S.Siro in Genova, affinché gli inviasse il ” religioso e onesto frate Damiano” come “preposito”.
Il fenomeno di S.Giorgio riflette un processo spirituale dell’Italia del Centro-Nord: l’esperienza canonicale, tipica di sacerdoti preposti all’ ufficiatura di una chiesa ed impegnati nella vita comunitaria, per quanto poliedrica nelle forme, aveva acquisito sempre maggior credito a partire dall’XI secolo. Questo movimento ebbe diffusione nel settentrione peninsulare perché in tale area nell’istituto plebano, a differenza del Sud, aveva persistito una vita comunitaria del clero in rapporto agli insediamenti rurali circostanti: dopo il Mille la chiesa plebana si organizzò secondo le regole della vita canonicale costituendo un Capitolo, cioè un consesso di sacerdoti il cui capo mutò rapidamente la titolatura originaria di archipresibiter in quella di prepositus o di prior.
Dal XII al XIII sec. gli Ordini di canonici regolari, unificati secondo la Regola di S.Agostino, si segnalarono nell’assistenza ospedaliera (si formarono i primi Ordini ospedalieri, staccati dai Capitoli ma a questi ancora assimilati per vari aspetti).

Nel XVII sec. P. Gioffredo (DISEGNO DI GIOVANNI TOMMASO BORGONIO IN THEATRUM SABAUDIAE) descrivendo Dolceacqua nel Theatrum Sabaudiae rappresentò S. Giorgio con un’errata visione prospettica: visualizzando Dolceacqua da un sito di Sud-Ovest superiore in altura al Convento egli alterò la chiave ottica posizionando S.Giorgio in linea col lato meridionale delle mura inferiori del castro.
La chiesa fu descritta dopo le modificazioni seicentesche: il fronte romanico, oggi restaurato, era ricoperto ed intonacato lasciando visibile una monofora ed il campanile era stato “fasciato” con una calotta barocca (a lato si vede nella carta la canonica, già sede dell’Ospizio canonicale e soppressa dopo la trasformazione di S. Giorgio in chiesa cimiteriale).
Il Gioffredo evidenziò il doppio percorso che dalla chiesa di S. Giorgio portava nel greto del Nervia e a un guado a pedate [la cui “lettura critica”, oltre che nell’utile sublimazione monocromatica informatizzata, qui si propone anche nell’originale a colori del Gioffredo] al di là del quale si giungeva alla torre di guardia nella località dei Praelli [il ponte monumentale pseudoromanico ma tardorinascimentale serviva solo per passeggeri portando più che sulla via di transito al Belvedere nel “giardino rinascimentale” dei Doria, la cui realizzazione si può rimandare ai miglioramenti architettonici fatti dalla Signoria fra XV e XVI sec. quando avvennero le ristrutturazioni di Castello e Camminata(“Loggia o Corridoio”)].

In quel tempo S. Giorgio non era più parrocchiale: dal 1468 Paolo di Soncino, canonico di S.Stefano di Marliano e Vicario generale del vescovo de Robiis raccolse infatti le decime degli uomini di Gorbio e S.Agnes nella Prepositura o Parrocchiale di S.Antonio in Dolceacqua=Storia del Marchesato…cit., p.87 e nota 1).

S. Giorgio aveva costituito per tutta la vallata una chiesa davvero importante, un nodo di riferimento spirituale: nel Necrologio della Cattedrale di Ventimiglia si rammenta la morte, al 23-V-1346, di un presibterus Obertus Dulcisaqua prepositus vigintimiliensis canonicus = il 22-IX-1902 il Vescovo intemelio Ambrogio Daffra, edotto di queste scoperte su questa antichissima chiesa di Dolceacqua volle riportar la vetusta Parrocchiale al posto che le competeva, di collegiata retta da due canonici.
Il prelato precisò nel suo rescritto che da sempre la tradizione popolare aveva sostenuto questa condizione ecclesiale ma che per le tante guerre combattute in val Nervia se ne era perso ricordo nei documenti della Diocesi sicchè la chiesa di S. Giorgio privata dei suoi beni temporali aveva preso a languire.
E’ interessante quanto venne fatto scrivere dal Daffra:”in verità i templi dei pagani dal rito cristiano all’epoca della chiesa primigenia venivano aperti alla fede in Dio od anche sulle loro rovine vi si costruivano chiese novelle sì che la Sede Romana conserva l’usanza di nominare Vescovi su sedi antiche di cui non sopravvive che il nome”: l’Episcopo faceva riferimento alla storica abitudine ecclesiastica di riconsacrare i luoghi sacrali del paganesimo, innestando il culto in Cristo sulle vecchie religioni o ristrutturando in chiese templi diruti. Lo stesso suo riferimento alla convenzione della Sede Apostolica di nominar Vescovi in sedi ormai insignificanti seppur celebri nella Romanità o nel Medioevo accenna all’idea mai teoricamente esplicitata ma di fatto concretizzata dall’apostolato romano di quella sovrapposizione dei culti su siti storici cui si fa spesso riferimento nella presente indagine).
Da un precedente atto del notaio di Amandolesio si ricava che nel 1262 fu “preposito” di S.Giorgio tal Bonipar Donnavilla: il 27 maggio 1263 erano convenuti presso la sua chiesa Guglielmo Praello, Guglielmo medicus, Oberto Cassino ed Enrico Berno di Dolceacqua, procuratori degli uomini del borgo, onde dare procura legale a Rolando Advocato e Lanfranchino pignolo contro il capo ghibellino Fulcone Curlo.
La chiesa di S.Giorgio era quindi già vecchia nel Duecento e svolgeva funzioni importanti, anche sotto il profilo pubblico: il “preposito” di S.Giorgio risultava personaggio di rilievo sociopolitico superiore a quello di qualsiasi altro religioso della vallata.
Se i Francescani andavano oramai acquisendo credibilità fra le plebi rurali che li convocavano come giudici imparziali (furono arbitri l’1-III-1230 di una controversia fra Apricale e Pigna sui diritti confinari nell’asse viaria montana di Ansa e Marcola) le autorità continuavano a valersi di Benedettini e Canonici che godevano gran credito presso la Curia Romana e tutte le Corti (più o meno direttamente si deduce ciò dal fatto che solo il “preposito” di S.Giorgio Jacopo era a fianco del console di Dolceacqua Carlevario allorché il 16-X-1242 la loro comunità, nel castello di Portiloria alla foce del Nervia, aveva stretto un vincolo di alleanza col conte intemelio Emanuele contro la Repubblica di Genova).

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Rastrelli del ponente ligure

La Torre Grimaldi nell’omonima attuale Frazione di Ventimiglia (IM) incombeva sul Rastrello Genovese dei Balzi Rossi

I Rastrelli di Genova, oltre che per l’esazione di tasse ed imposte di pedaggio, furono a lungo assai utili per bloccare i traffici e non far entrare nei borghi i viandanti sospettati d’esser contagiosi o comunque privi di lasciapassare sanitario, vidimato da un medico pubblico in tempi recenti.

I Rastrelli posti sulla via del Nervia [di cui restano solo POCHI RUDERI del RASTRELLO sulla via corriera, al confine, tra CAMPOROSSO e DOLCEACQUA] sin dalla PESTE del XVI sec., e potenziati nel XVII con l’impianto -in luoghi vicini e strategici- di Compagnie scelte di coscritti dei borghi per guardare il traffico, restano non solo esempio di un certo modo di gestire finanze, quarantene e Sanità ma provano, come si evince da lettere ufficiali dei governi di Genova, Francia, Piemonte e Marchesato, durante la peste del ‘600, che il male epidemico (come era accaduto nel 1348) se fosse entrato nell’ estremo Ponente Ligure (cosa che per fortuna non avvenne) sarebbe giunto pei tragitti di val Nervia, risalendo dal mare o scendendo dal Piemonte: il contagio avrebbe però potuto giungere anche da diramazioni trasversali (alcuni malati, in marcia dal Nizzardo, furon arrestati al RASTRELLO dei Balzi Rossi rinchiusi in annesse casermette o, più facilmente spediti per la “quarantena” al vicino LAZZARETTO: alcuni riuscirono a fuggire pei passi dello Strafforco e la via di Airole sin al Convento di Dolceacqua ove eran attesi dai fucili delle guardie dei Rastrelli mentre altri pervennero fin nei siti di Apricale e Perinaldo).

Il RASTRELLO confinario fra Camporosso, appartenente alla Repubblica genovese, e Dolceacqua, capitale dell’omonimo Marchesato, stato vassallo prima di Genova e poi del Piemonte, costituisce, nonostante sia ridotto ad un rudere, l’ultimo reperto di questi baluardi militari, che servivano sia come posti di frontiera che di controllo sul sistema viario in occasione sia di guerre che di operazioni di polizia, criminale e sanitaria.
Nell’immagine si vede solo la parte in muratura destinata all’alloggiamento di un plotone armato e alla sede degli ufficiali comandanti (talora vi era collegato un piccolissimo carcere destinato ad ospitare per il tempo strettamente necessario le persone fermate in quanto sospette).
Dal punto di vista strategico l’edificio era integrato da una serie di ostacoli, compresi “cavalli di frisia” e “palizzate mobili” alle quali i viandanti dovevano fermarsi per i controlli di rito.
In casi estremi le forze militari di servizio al RASTRELLO potevano essere raddoppiate e dotate di qualche pezzo di artiglieria: e ciò specialmente in occasione di periodi di crisi, d’aperta lotta al banditismo organizzato e, naturalmente, nei tempi non rari di conflitti militari.

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