Vessalico sul sistema viario del Nava

Vessalico (IM) - Fonte: Wikipedia
Vessalico (IM) – Fonte: Wikipedia

Il paese di Vessalico (IM) fu a lungo soggetto a PIEVE DI TECO.

Sorge lungo l’ASSE VIARIA che conduceva all’OLTREGIOGO e quindi al PIEMONTE.
L’insediamento delle origini stava sulla sponda destra del torrente in località detta Borgo del Ponte Nuovo: qui si notano infatti i resti di un ponte risalente forse al tardo medioevo.
Sotto il profilo politico amministrativo il complesso demico di VESSALICO apparteneva alla MEDIA VALLE DELL’ARROSCIA ed in antico era quindi soggetto all’autorità feudale dei nobili Clavesana, appertenenti ad un ramo della casata del marchese Bonifacio del Vasto, che erano andati ad insediarsi sempre più in queste contrade tra l’XI e il XII secolo. Gradualmente in quest’area territoriale si inserì la Repubblica di Genova in piena espansione: finalmente ne fece una specie di protettorato e contrafforte strategico da opporre all’altrettanto vivace espansionismo del marchesato di Ceva. Successivamente i decaduti Clavesana (1386) cedettero definitivamente a Genova tutti i diritti che avevano maturato in siffatte contrade. Quando però Genova giunse nelle mani dei Visconti, Signori di Milano, questi ultimi, nel 1421, infeudarono del territorio della VALLE ARROSCIA Francesco Spinola che qui esercitò direttamente la sua autorità per il periodo compreso tra 1426 e 1439. Il definitivo ritorno delle contrade alla Repubblica di Genova, tornata pienamente autonoma, data del XVI secolo, passando attraverso una sorta di TRANSIZIONE FISCALE SOTTO IL CONTROLLO DEL BANCO DI S. GIORGIO.

Dal punto di vista del patrimonio artistico e monumentale è interessante l’area della chiesa romanica di S. ANDREA del XII secolo che forse è di ORIGINE MONASTICA BENEDETTINA.

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Vessalico (IM), Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maddalena – Fonte: Wikipedia

La PARROCCHIALE DI S. MARIA MADDALENA data invece del XIV secolo e conserva una serie di affreschi meritevoli di una visita.

Vessalico (IM), Oratorio della Visitazione - Fonte: Wikipedia
Vessalico (IM), Oratorio della Visitazione – Fonte: Wikipedia

Un edificio religioso assai significativo di VESSALICO è la CHIESA SANTUARIO DI N. S. DELLA VISITAZIONE (nella cultura locale anche detto SANTUARIO DELLA MADONNA DEL PONTE).
Il SANTUARIO edificato ad una sola navata a pianta ellittica secondo il gusto del barocchetto ligure risale al 1778, ma fu eretto su una CAPPELLA DI VIA, aspetto cui fanno pensare alcuni ritrovamenti archeologici ed in particolare i resti di una mulattiera e il ponte antico dietro la chiesa.
Data la posizione di VESSALICO non si può far a meno di pensare che questa CAPPELLA non fosse altro che uno dei tanti edifici religiosi eretti per la SOSTA ED IL RISTORO DEI PELLEGRINI.
Peraltro è sintomatico – solo per un confronto di ordine testimoniale – il rapporto intercorrente fra questa CAPPELLA VIARIA e il SISTEMA VIARIO DEL NAVA che ha da sempre rappresentato una linea di PASSAGGIO MARE-MONTI e dove non son mancate tracce di STRUTTURE RICETTIVE PER PELLEGRINI.

da Cultura-Barocca

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ubi dicitur Banchi

San Biagio della Cima (IM)
San Biagio della Cima (IM)

In due atti del notaio di Amandolesio (17-XII-1259 e 4-I-1260, doc. 148) “ubi dicitur Banchi” stavano sia proprietà di diverse famiglie d’origine germanica, Alamano, che di un Guglielmo Calcie di Dolceacqua, che di un ordine religioso inidentificabile.
Dai “Banchi” si giunge nel territorio di San Biagio della Cima, paese che si appoggia ad una altura ripida e scoscesa detta Santa Croce o Cima della Crovairola, che fu quasi certamente anche sede di un castelliere ligure e, per quanto si evince dalla ricerca archeologica, di almeno un’azienda estrattiva romana: le ricerche in situ confortano l’idea di una lunga visitazione umana e la toponomastica rimanda talora dal periodo ligure romano a quello gotico, bizantino e longobardo; l’antico toponimo di Villa Martis attribuito a San Biagio conforta l’impressione che vi stesse, come in altri luoghi dal simile nome di luogo, un insediamento civile romano mentre la morfologia, gli atti del Duecento ed una radicata tradizione popolare suggeriscono l’idea di organismi cenobitici e di successivi edifici ecclesiali per il ritiro spirituale.

Non è semplice delineare i confini della zona da sempre indicata in modo nebuloso come Alma Antiqua, Almantiqua, Armantica: una zona in cui si sarebbero trovati ruderi e grotte risalenti alla civiltà rustica romano-imperiale; secondo atti del di Amandolesio si può ritenere che il toponimo, ancora nel ‘200, fosse esteso da San Biagio a Vallebona.

La collina di Santa Croce a Vallecrosia (IM), non lontano dal mare e dalla Chiesa, detta oggi di S. Giovanni. In primo piano, il greto del torrente Verbone.
La collina di Santa Croce a Vallecrosia (IM), non lontano dal mare e dalla Chiesa, detta oggi di S. Giovanni. In primo piano, il greto del torrente Verbone.

E’ importante notare che dalla Cima della Crovairola un asse viario di crinale correva al mare o più giustamente all’indecifrabile edificio romano che comunque presiedeva una piccola necropoli del medio Impero nel Lucus romano ai Piani di Vallecrosia, ove sorge la romanica chiesa di S. Rocco e S. Vincenzo, oggi di S. Giovanni.

Uno scorcio di Val Verbone, visto dalle alture di Vallebona (IM).
Uno scorcio di Val Verbone, visto dalle alture di Vallebona (IM).

Per quanto si possa essere scettici le convergenze sono sintomatiche. In definitiva inducono a pensare che l’ARMANTICA della tradizione orale, ed eretta a sito sacro per i Liguri, corresse per i territori di San Biagio della Cima, Vallecrosia, Borghetto San Nicolò (frazione di Bordighera), Vallebona e venisse in qualche modo a spegnersi sulla linea della strada romana.

Da Vallecrosia, centro storico, verso Vallebona
Da Vallecrosia, centro storico, verso Vallebona

I confini dell’Armantica – ma queste sono ipotesi molto più labili – avrebbero potuto “perdersi” anche per i territori più interni della Valle del Verbone, oltre il borgo di Soldano, e spingersi fin al Giuncheo, là dove una chiesa molto antica – di SANTA GIUSTINA – alla maniera dei Benedettini fosse andata a sovrapporsi a qualche insediamento ligure-romano con finalità anche sacrali ma certamente caratterizzato da elementi socio-economici che come non sfuggivano ai monaci neppure risultavano trascurabili per i Romani: terra fertile, solatia, abbastanza pianeggiante, al centro di una rete di utili vie di comunicazione tra le valli e soprattutto polle di limpida acqua sorgiva.

La parte del territorio comunale di Perinaldo (IM), che insiste su S. Giusta.
La parte del territorio comunale di Perinaldo (IM), che insiste su S. Giusta.

La fine della villa medievale del Giuncheo, come oggi più spesso si chiama S. Giusta di Perinaldo (IM), può anche esser collegata alla scelta dei Doria di aprire un itinerario montano, alternativo a quello di Val Nervia, per raggiungere l’approdo marittimo – sotto loro protezione dal 13-XI-1296, e fuori della giurisdizione fiscale di Ventimiglia (IM), con cui erano spesso in aperto disaccordo – della Ripa Nerviae ad Rotam, presso Nostra Signora della Rota aevante della malsana palude o burdiga dopo l’attuale Bordighera (IM).

da Cultura-Barocca

Bordighera (IM) nel XIII secolo

Bordighera (IM), abside della Chiesa di S. Ampelio
Bordighera (IM), abside della Chiesa di S. Ampelio

Il 13 maggio 1260 il notaio di Amandolesio scrisse un atto con cui i Canonici della Cattedrale di Ventimiglia (IM) rigovernarono le loro proprietà, suddividendole in 8 prebende da gestire direttamente o affittare a coloni. Dal documento si apprende che i Canonici della borghesia o dell’aristocrazia di città, avevano vinta una secolare controversia cogli ordini monastici.

E’ notevole che alla stesura dell’atto, compiuta nella Canonica della Cattedrale, presenziasse frate Paolo, Preposito del Monastero benedettino in Bordighera di S. Ampelio, dipendente dal Convento di Montmajour. Il Convento di S. Ampelio era in degrado, dopo la fama di XI sec., e le sue proprietà confluivano nelle 2 prebende episcopali “Dall’acqua del Nervia sin verso Genova, giunte al Preposito della Cattedrale ventimigliese Rinaldo“. I Canonici per limitare i confini prebendali agli insediamenti migliori, si valsero dei riferimenti topografici garantiti dall’esistenza di chiese, cappelle ed strutture edili spesso erette su impianti romani: fu il caso di S. Pietro in Camporosso, della Chiusa di Latte, di S. Vincenzo (poi S. Rocco) ai Piani di Vallecrosia, del complesso di S. Ampelio e forse della Chiesa della Rota tra Bordighera ed Ospedaletti. I Canonici avevano probabilmente finito per calcare, col territorio diocesano, la topografia costiera del municipio imperiale di Albintimilium, lasciando agli ordini monastici il controllo dell’entroterra, in cui gli insediamenti della romanità non si erano generalmente evoluti oltre la dimensione delle “ville rustiche“.

E’ ora importante individuare gli antichi confini fra le Diocesi di Ventimiglia ed Albenga. Fino al 1831 il limite fra i due due episcopati era costituito da un fossato sormontato dal ponte della Lissia, presso la Madonna della Rota (o Ruota) nell’area fra Bordighera ed Ospedaletti. Sino a tale epoca l’intiero agro sanremese dipendeva dall’unica parrocchia di S. Siro, desitinata a rimanere tale per il centro storico di Sanremo ancora nel XIX secolo.

Alla base di queste trasformazioni del sito più antico di Bordighera e dell’area del Capo risiedono comunque altri fattori, oltre alla crisi storica degli Ordini monastici: infatti l’area del “Capo“, come tutto il ventimigliese, fu soggetta a campagne militari di Genova in azione di conquista sì che queste terre subirono pesanti danni, cui nel momento preso qui in considerazione si tentava di porre un qualche rimedio, vista anche l’impossibilità, da parte dell’impoverito Convento di S. Ampelio, di sanare le tante rovine patite.

Negli Annali della Repubblica di Genova è dedicato molto spazio alle campagne di prima metà del XIII sec., effettuate per conquistare il Comune di Ventimiglia: a riguardo di quella del 1238-’39 si diede risalto all’impresa di Fulcone Guercio che, a capo di 13 galee, assalì gli ULTIMI RIBELLI INTEMELI, i quali, nonostante la resa della città, avevano preso quartiere, nella speranza di un’ulteriore resistenza, “dove si dice S. Ampelio“; località in cui poi i Genovesi distrussero “La torre di S. Ampelio, le case, i ricoveri e le coltivazioni“. Si comprende che il Convento bordigotto non era un'”isola spirituale nel deserto” ma che già, in quest’area, sorgevano strutture agricole e casolari, con una popolazione di ordine rurale, fatta di coloni, affittuari e forse uomini dediti alla “pescaggione“.

E’ ora opportuno affermare che se l’erezione “ufficiale” di Bordighera ad ottava villa di Ventimiglia, sita sul “Capo“, risale al 2 novembre 1470 per volontà di 32 “capifamiglia” delle ville di Borghetto e Vallebona, da altri documenti (3 atti del 1471) si apprende che questa non fu una vera e propria “fondazione“, semmai la “rifondazione” di un borgo, già distrutto ed abbandonato da tempo per ragioni che, al momento, sprofondano nel buio della memoria.

Ad un primo insediamento di Bordighera si rinviene cenno in un “focatico” o censimento provenzale (1340-1) del territorio intemelio, fatto redigere per volere di ROBERTO il SAGGIO (1278-1343), re di Napoli, duca di Calabria, conte di Provenza e re di Sicilia: alla località si attribuiva la residenza di 15 famiglie, per un numero di poco più di un centinaio d’abitanti. Su questa Primigenia Bordighera esistono altri dati, che risalgono al XIII sec., quando il notaio genovese di Amandolesio stese un atto (20 dicembre 1259) su una terra agricola al “Capo di Bordighera“, che confinava verso mare con “…una proprietà terriera del monastero di S. Ampelio…” e che risultava coltivata a fichi, viti ed altre colture arboree.

Lo stesso notaio, il 16 dicembre 1259, aveva indicato una terra, con simili colture, più a settentrione di quella appena citata e da questa distinta dalle proprietà di Ottone Balaucco latifondista della “duecentesca Bordighera”. Per nominare il luogo il di Amandolesio annotò “…nella villa di Bordighera…” e poi, per distinguere un luogo che appartiene da sempre alla cultura bordigotta, ma che non fu mai sede di residenze importanti o significative scrisse “…nel vallone de Montenigro ove si usa il nome di luogo Bolagus“.

Nel FOCATICO studiato da E. BARATIER (La démographie provençale du XIII.ème siecle) furono riportati i seguenti dati: Ventimiglia con 671 “fuochi” o “nuclei di famiglia”, Camporosso con 65, Bordighera con 15, Vallebona inferiore (verosimilmente Borghetto S. Nicolò) con 16, Vallebona superiore con 35, Vallecrosia con 20, Soldano con 28, Villa Sancti Blasii con 17: vi era poi segnata una nona villa col nome “villa Colle de Coy“, data come distrutta dai GHIBELLINI.

In un documento del 24 settembre 1262 il notaio di Amandolesio indicò l’esistenza di una casa con terre a coltura sita “sul monte della Bordigheta“: con tal nome indicava l’area del “Capo“. Il 6 aprile 1264 egli trascrisse un altro documento con cui Richelenda di Breglio, latifondista tra Vallecrosia e Bordighera, avrebbe posseduto una terra coltivata a fichi “a Bordigheta nel vallone della Fonte” (il nome di luogo era anche indicato dai caratteri geofisici: il “Capo“, la “palude“, la “Fonte“, “il vallone“, “la pineta di Vallebona“.
Il sito di questa “Fonte” si può identificare con l’altura di Bordighera che lo Hamilton, a fine ‘800, identificò con l’ “Edificio” o mulino della “Fontana vecchia“. La proprietà di Richelenda confinava a Nord con una “...proprietà della chiesa di S. Ampelio…” che era stata concessa in locazione a Rinaldo Balauco di Bordighera.

A testimoniare l’incertezza che il notaio incontrò nell’uso dei toponimi, è utile l’atto con cui (12 agosto 1260) Guglielmo Coarubeus di Bordighera e la moglie Benvenuta cedettero una terra in Vallebona, chiedendo che il notaio scrivesse il documento in una loro casa residenziale (non un casale!) presso il “Capo“.

Da queste notizie si ricavano dati fino ad ora sconosciuti: sul “Capo” a metà ‘200 si trovavano gli insediamenti di maggior pregio (come si evince dalla stima fattane per vendita o affitto), mentre altri possessi di natura agricola erano più a settentrione o sul declivio verso la piana alluvionale. In questo contesto di riflessioni, attesi anche i rapporti col monastero di S. Ampelio un significato importante, per documentare la presenza di un buon insediamento anteriore alla presunta “fondazione” di tardo 400, consiste nel fatto che all’interno del complesso murario medievale sopravvive, per indicare un’area demica precisa, il toponimo CONDAMINA storicamente usato per indicare insediamenti demici molto antichi.

Fra le colture documentate compaiono le viti (che davano un vino vermiglio, indicato col nome del proprietario o del vitigno); gli alberi di fichi (ficheti), essenziali per la dolcificazione degli alimenti in assenza di apicoltura; cereali minori; non meglio specificate colture arboree (alberi da frutta come meli e peri?) e mai l’olivicoltura.
Benché in altri atti sia menzionata in vicine località (Val Nervia e Dolceacqua per esempio), la coltura degli olivi, durante il XIII sec., era agli albori e, dopo la crisi delle scorrerie saracene, veniva rivitalizzata (secondo le tecniche a “grangia” e dei “muri a secco“) dai Benedettini, in particolare dell’abbazia di Novalesa, che tenevano nel Convento di Dolceacqua un Priorato.

da Cultura-Barocca

Persistenza di privilegi feudali a Dolceacqua (IM) ai primi del XVI secolo

Il Castello Doria a Dolceacqua (IM), Val Nervia
Il Castello Doria a Dolceacqua (IM), Val Nervia

Il Signore di Dolceacqua godeva ancora ai primi del XVI sec. di privilegi feudali e gran parte delle tassazioni gli eran versate in natura come nel passato, in genere sotto forma di un terzo dei prodotti ricavati.

Il coinvolgimento del Signore nella vita economica dei paesi era altresì correlato alla possibilità di trarre vantaggio soprattutto dall’erbatico o tassa delle bandite per il pascolo del bestiame.

Segnale importante di una cultura agreste che ha inciso sulla topografia dei luoghi è l’attenzione data alla transumanza, ai suoi percorsi storici e quindi alla regolazione di pubblici pascoli e COMUNAGLIE, sì che la figura giuridica dei Bandioti e dei Campari finì col rivestire un importante ruolo socio-economico: si evidenzia al proposito l’uso signorile di “vendere annualmente” per appalto al miglior offerente le grandi proprietà onde poterne ricavare un utile senza impiegare manodopera servile stipendiata.

Si tratta della testimonianza di una consuetudine che rivelerà col passar del tempo molti aspetti negativi, fino al punto che la grande nobiltà, in assenza di pubblici appaltatori, qui come altrove lascerà cadere in degrado molti beni comunitari di indubbia qualità.

Questo genere di governo si mantenne fin a tempi relativamente recenti, quando le nuove Potenze avevano già elaborato sistemi diversi di imposizioni: nel “Marchesato” di Dolceacqua come in tutto il Dominio di Genova le tassazioni dirette si esplicheranno invece ancora sotto un rivolo di forme sempre agganciate alla superata tradizione feudale.

da Cultura-Barocca