Predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…

L’ala dell’ex Convento di Sant’Agostino a Ventimiglia (IM), dove Angelico Aprosio installò la sua Biblioteca, la “Libraria”

A prescindere dal fatto che la golosità rientrava tra i peccati capitali, certo poco consona ad un religioso qual era, Ludovico Angelico Aprosio, detto “il Ventimiglia”, ben sapeva che l’esternazione su di lui quale poeta, nel senso di stravagante ed irrequieto, era anche connessa al giudizio di esser seguace di una vita da opsofago amante con i piaceri del locus amoenus, cercato anche in Ventimiglia, e delle gioie della tavola alla stregua dei Depnosofisti di Ateneo. Non esclusa la passione per il vino, preclusa con altre costumanze ai religiosi qual causa di crapula ed ebrietas, che gli causò non pochi attacchi da parte di Arcangela Tarabotti sin ad esser nominato da lei, nel contesto di una celebre polemica fra i due su femminismo e antifemminismo, “predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…“.

Ma ecco, nei “ricordi pieni di rabbia” entro la “Biblioteca Aprosiana”, come, in effetti, ancora nel 1673,  Aprosio giudicava l’Antisatira della sua antica amica diventata nemica, la suora “femminista” ante litteram Arcangela Tarabotti, il suo lavoro a difesa delle donne e quegli attacchi della suora che lo avevano lasciato, forse, senza respiro.

All’Ode XII del Nebulo Nebulonum di G. Flitner è accorpata appunto questa icona con il motto Hic merdam cribrando movet, apertamente riferita nel citato testo aprosiano all’agire di Arcangela Tarabotti.

Dovere filologico impone comunque di rammentare che l’acre e, per quanto erudita, certamente “volgare” espressione aprosiana avverso la Tarabotti trae il destro dal fatto che la suora veneziana per prima – dopo la grave alterazione dei suoi rapporti con Aprosio – apostrofò, come si evince dalle lettere della donna, pesantemente “il Ventimiglia” quale “predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…“, alimentando, sulla linea della sua fama di frate buongustaio e amante del buon vino, oltre che di raccoglitore di rarissime opere di enologia, la pericolosa pubblica nomea di “frate ubriacone“.

In effetti Aprosio si rivela ombroso specie quando si fa riferimento al suo passato “libertino e veneziano dell’Accademia degli Incogniti”. Quasi ne sia rimasto “scottato”, preferisce negli ultimi tempi parlare apertamente solo di “ubriachezza” quale vizio contro cui ha preso a combattere come Vicario dell’Inquisizione.

Anche per cercare, invano, di dissipare del tutto il retaggio ambiguo e negativo dell’appellativo di “poeta”, datogli a Venezia dal reggente Campiglia: poeta nel senso però di spirito bizzarro ed imprevedibile, anche impulsivo e non raramente litigioso, comunque non del tutto ancora avvezzo alla vita conventuale. Sì che, ben oltre i possibili interventi del buon Campiglia, sentite alcune voci,  Aprosio aveva temuto che si presentasse anche a lui, per indurlo a più consono comportamento, minacciosamente cinto di spada (come era suo costume e come aveva fatto contro altri) il potente ed intransigente Nunzio Apostolico di Venezia, Francesco Vitelli.

Il rispettoso formale comportamento di poi assunto da Aprosio non impedì,prescindendo dal delicato ma sempre risolvibile problema dei suoi reali rapporti con le donne e specificatamente con i “libri delle donne controcorrente, revisioniste e/o ribelli”, la persistenza a suo carico – quali maschere riflettenti antichi costumi – di almeno 10 interrogativi su pregresse stranezze comportamentali.

da Cultura-Barocca

 

 

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