Divisione di confini amministrativi tra Ventimiglia (IM) e Camporosso (IM) nel XVII secolo

Verso Ciaixe
Verso Ciaixe

La delineazione di una DIRAMAZIONE VENTIMIGLIA (IM) – VIA DEL NERVIA (tale percorso era verosimilmente una DIRAMAZIONE STORICA della via romana di fondovalle e altresì delimitava i territori delle comunità di Ventimiglia e Camporosso: ancor più, in un passato ormai remoto, aveva costituito il TRAGITTO DEI MONACI BENEDETTINI cioè il percorso d’altura di cui si servivano per congiungere i loro possedimenti, per accedere all’area delle MAURE/MAULE e del S. CRISTOFORO/S. GIACOMO o magari anche al fine di intraprendere uno dei grandi percorsi di fede nei Luoghi Santi della Cristianità) non è peraltro così misconosciuta dal lato storico e topografico come si è creduto a lungo: dal lato storico infatti ci confortano varie osservazioni, tra cui in particolare gli SPOSTAMENTI BELLICI SETTECENTESCHI DI CARLO EMANUELE III DI SAVOIA mentre sotto il profilo di agrimensori, geografi, geologi e topografi la ricognizione più esauriente è data dalla trascrizione notarile (e quindi legalmente ineccepibile) della RICOGNIZIONE AVVENUTA PROPRIO SU QUESTI SITI nel XVII secolo, allorché dopo lunga controversia, e l’approvazione genovese della MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI in siffatte contrade, con concorso di ufficiali, pubblico di Ventimiglia e delle Ville e soprattutto di esperti agrimensori ed attendibili testiimoni si procedette ad una scientifica visualizzazione dei luoghi per l’applicazione dei CIPPI CONFINARI che garantissero stabilmente e senza più controversie le competenze amministrative (di Ventimiglia o delle Ville) sul complesso sistema di siffatta DIRAMAZIONE TRA VAL ROIA E VAL NERVIA.

Nel 1686, infatti, avendo ottenuto il borgo di Camporosso, con le altre ville intemelie, una divisione economica dal capoluogo, si dovettero tracciare dei VERI CONFINI cui provvidero il giudice genovese Bartolomeo De Rustici ed il magistrato Geronimo Invrea, che faticosamente risolsero la questione apponendo dei CIPPI CRUCIFORMI O STRUTTURE A FORMA DI CROCE secondo uso abbastanza consueto in Liguria.

Da Ventimiglia (IM) veso Camporosso (IM) via colline (a sinistra, quella di Siestro)
Da Ventimiglia (IM) verso Camporosso (IM) via colline (a sinistra, quella di Siestro)

Onde stabilire un esatto confine tra Ventimiglia e questo borgo nervino si scelse quell’antico tragitto su cui avrebbe marciato il Leutrum dopo più di sessanta anni e dove Ugo Foscolo avrebbe inventata una Natura tanto cruda.

Il centro urbano di Camporosso (IM)
Il centro urbano di Camporosso (IM)

Giovedì 2 maggio 1686 i rappresentanti di Ventimiglia e Camporosso al seguito del notaio Cancelliere Baldi intrapresero dal Colle della Croce un’ispezione (che sarebbe durata ben 4 giorni) su quei luoghi (analizzando il Testamento del defunto nobile ventimigliese Giovanni Battista Giudice, il Baldi si rese altresì conto che lungo tutta la VIA NERVINA diverse casate patrizie intemelie avevan tenute proprietà, quasi senza soluzione di continuità (utilizzando pure una fondamentale, antichissima DIRAMAZIONE tra val Roia e val Nervia) dalle terre di Bevera ed AIROLE, ai campi alla FOCE DEL NERVIA, ai campi di CIAIXE, ai poderi di PIGNA).
In questa colossale visitazione sui siti per distinguere i reciproci diritti economici, originarimente UN SOLO PRINCIPIO risultava davvero INTANGIBILE e cioè la FUNZIONE “CONFINARIA” O COMUNQUE STRATEGICA attribuita al TORRENTE NERVIA impetuoso CORSO D’ACQUA che, come nel lontano ‘200, rappresentava, anche con le sue ISOLE, un DISCRIMINANTE di grande importanza logistica -per quanto soggetto sempre a rischi di INONDAZIONI ed a ripetute CORREZIONI E RIPARAZIONI DEI MEDIOCRI ARGINI, intorno al quale si potevano “disegnare” le competenze sia di ordine ecclesiastico che laico e civile.

Magauda
Magauda

Le segnature effettive dei termini confinari amministrativo-economici tra Ventimiglia e Comunità delle Ville ripresero quindi Lunedì 20 maggio e Venerdì 24 maggio 1686: il 20 si cominciarono a sistemare 11 CROCI o (Termini) seguendo questa successione: “Capo d’Orino, Case Bonsignore, luogo le Rollande, Collina delli Alessandrei, in altro sito delli Alessandrei, in Collina, li abrighi (leggi dal dialetto = alberi) di Magauda, Bauso dove si dice il Terrogliato, Collina alta chiamata li Balzi, altra parte delli Bausi, proprietà Padri di S. Agostino, Collina contigua tra proprietà Agostino Sperone, Eredi Giulio Gibelli di Camporosso, da Siestro o Silvestro per la costa in confine del bosco del Magnifico Giovanni Francesco Orengo alla scoperta del Vallone di S. Martino” (il termine 11 fatto con tre pietre alte da terra mezzo palmo, guarda la collina delli Chiotti, tutti i termini sono provvisori e dovranno essere sostituiti con idoneo pilastro segnato e numerato, indicante su un lato l’area pertinente Ventimiglia e sull’altro quella delle Ville. Ore 23 sospese per la notte le operazioni).

Zona Seborrino
Zona Seborrino

Il giorno 24 Geronimo Invrea, la sua scorta , il Cancelliere Cesare Baldi ed i rappresentanti delle Comunità apposero le ultime due croci, la n. 12 a le Maore e la 13 nel riano o torrentello (probabilmente il Seborrino che un tempo alimentava l’acquedotto romano) affluente del Nervia dividente le proprietà di Sebastiano Lanfredo di Camporosso ed Ottavio Rosso di Ventimiglia (Manoscritto notaio Lanfredi).

Ventimiglia (IM): scorcio della Val Roia e, a destra, della collina di Siestro
Ventimiglia (IM): scorcio della Val Roia e, a destra, della collina di Siestro

Confrontando questa rassegna secentesca di luoghi poco occorre a identificarli con quelli della cartografia austro-sabauda del ‘700: come i magistrati genovesi, Foscolo per arrivare a Siestro, donde avrebbe osservata Ventimiglia ed il Roia, passò davanti alle fortezze abbandonate, presso cui stavano i limiti a croce (mai sostituiti ed individuabili fin a non molto tempo fa) e, forse stupefatto da quella successione (nulla fa sospettare che dovesse riconoscerli per cippi confinari: bisogna semmai rammentare che procedendo per Dolceacqua partendo da Bordighera doveva aver visto numerosi limiti consimili tra questa, Vallecrosia, San Biagio della Cima e Camporosso) li interpretò come tombe di viandanti assassinati (ma giunge altresì sintomatico che, con poetica intuizione, abbia parlato istintivamente di viandanti e non di soldati o masnadieri, sentendo o da altri intuendo che quella era soprattutto una via pacifica, a parte le recenti drammatiche situazioni). Foscolo si può definire viandante antico, di quel tragitto antico, perché con lui si chiuse in pratica la storia plurisecolare dei tanti marciatori della storia vecchia: lo eran stati infatti i pastori guerrieri ed i mercanti greci della civiltà ligure dei castellari, i Romani poi, soldati e commercianti dapprima ed in seguito studenti, preti od avventurieri, ed ancora i Barbari e quindi gli innumerevoli monaci d’antica tradizione o meno, gli amatissimi frati mendicanti, i religiosi impegnati nella lotta contro le malattie, i temuti monaci guerrieri, i cavalieri che di lì sarebbero direttamente giunti a Ventimiglia, al I e poi al II porto, alle vie delle Gallie, senza lottare nei tempi infami dei secoli più scuri colle paludi del Nervia, ove la corrente aveva magari spazzato qualche fragile ponte ed i guadi fra isole capricciose eran sempre a rischio nei momenti di piena.

da Cultura-Barocca

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A ceve, Teico, Teicum, Teucho, Teyco, Pieve di Teco (IM)

Scorcio di Pieve di Teco (IM) - Fonte: Wikipedia
Scorcio di Pieve di Teco (IM) – Fonte: Wikipedia

Il centro di PIEVE DI TECO (IM), la cui posizione strategica e topografica fu di rilevante importanza per la Repubblica di Genova, costituisce da sempre un punto storico di incrocio fra due assi viarie provenienti dalla piana di Albenga e dal territorio di Imperia [vie che fanno naturalmente riferimento ai cardini storici di COSIO – PORNASSIO – NAVA (COLLE DI NAVA)]; il punto ove si intersecavano i molti antichi PERCORSI “MAR LIGURE-PIANURA PADANA”. La prima parte del toponimo è infatti PIEVE che nella dizione locale suona come A CEVE quindi la PIEVE per antonomasia.
Col termine PIEVE nel CRISTIANESIMO ORIGINARIO si indicava storicamente, all’interno di una DIOCESI CRISTIANA, una STRUTTURA BATTESIMALE MINORE: la notazione è importante perchè rende possibile iscrivere dalle prime organizzazioni cristiane in Liguria la dipendenza di PIEVE DI TECO dalla grande DIOCESI DI ALBENGA in cui l’ISTITUTO PIEVANO fioriva alla maniera tipicamente italica e non alla DIOCESI DI VENTIMIGLIA la cui straordinaria conformazione già segnalata da N. Calvini di DIOCESI SENZA ORGANISMI PIEVANI la trasformava in un COMPLESSO GIURISDIZIONALE DI TRANSIZIONE tra AMBIENTE ITALICO ed AREA GALLICANA sì da replicare in AMBITO AMMINISTRATIVO RELIGIOSO la caratteristica di AREA DI PASSAGGIO TRA DUE AMBIENTI ETNICI E CULTURALI DIVERSI tipica, nell’ambito dell’ IMPERO DI AUGUSTO, delle PROVINCE OCCIDENTALI DELLA ALPI e dell’ESTREMO CONFINE OCCIDENTALE D’ITALIA reso in qualche modo caratteristico dalle particolari caratteristiche del MUNICIPIO DI ALBINTIMILIUM particolarmente se viste in relazione al MESSAGGIO POLITICO-CULTURALE emesso dal TROFEO DELLA TURBIA.

La II parte del toponimo PIEVE DI TECO rimanda ad un “TECO” [citato quale “TEICO” nel 1170, “TEUCUM” nel 1194, “TEUCHO” nel 1204, “TEYCO” nel 1235) con cui si indicava il CASTELLO e la CASTELLANIA che da esso dipendeva.

La Petracco Sicardi (nel suo intervento su PIEVE DI TECO nel DIZIONARIO DI TOPONOMASTICA edito dalla UTET di Torino) giustamente, come al solito, usa prudenza e oscilla fra due ipotesi: suppone ciè che il termine possa derivare da una base ligure indoeuropea o che possa derivare dal greco “TEIKOS” nel senso di “MURO DI DIFESA”.

Nino Lamboglia, forse meno prudente, sapeva però spesso dare il via ad ipotesi lungimiranti: senza soffermarsi troppo sui “distinguo” che di frequente non concludono interpretava senza esitazioni TECO come un derivato da TEIKOS e sosteneva la sua ipotesi con osservazioni di strategia e di topografia per nulla peregrine: alla logica dell’arte bellica greco-bizantina stava infatti la possibilità -come scrisse l’illustre archeologo- che fosse stata organizzata una postazione militare greca sul colle sovrastante il paese proprio dove sarebbe poi stato eretto il castello dei Clavesana.
Questa osservazione si rafforza peraltro alla luce di quanto lo stesso Lamboglia individuò per CAMPOMARZIO DI VALLE ARGENTINA e per quanto si va osservando in merito alle ORIGINI del CASTELLO COMITALE di DOLCEACQUA.
Se poi si fa cenno alla peculiare logistica, in tapporto al centro di PIEVE DI TECO, dei paesi di ARMO e di TORRAZZA (in riferimento soprattutto alla frazione di CALVI) [oltre al fatto che verisimilmente la vicina località di PORNASSIO era ancora un importante insediamento romano innestato sulla VIA DEL NAVA] si forgia davvero l’idea di un complesso organismo bizantino che risaliva la VALLE DEL PRINO per incentrare il suo cuneo difensivo verso l’Oltregiogo nella VALLE D’ARROSCIA, nell’area soprattutto di COSIO D’ARROSCIA.

La storicità medievale di PIEVE DI TECO in base ai documenti data dal 1233.

A tale data ricorre la fondazione del paese fatta attorno alla PIEVE, ad un POZZO e ad un MULINO in quel sito della pianura dell’importante VALLE che vede confluire le strade della zona destinate a superare il NAVA ed a procedere verso il PIEMONTE.
La ragione che presiedette a questa scelta fu chiaramente di natura mercantile e commerciale, fatta in un momento storico, in cui, spegnendosi lentamente col medioevo la sua economia chiusa e curtense, si scopriva la nuova esigenza di scambi commerciale.
Dopo le esperienze del MERCATO APERTO ROMANO il principio dei viaggi e dello sfruttamento degli antichi percorsi fu dapprima intrapreso dai BENEDETTINI e quindi praticato anche da CROCIATI e CAVALIERI oltre che da PELLEGRINI DI FEDE.
Su questo percorso si sarebbero comunque presto innestati i MERCANTI TARDO MEDIEVALI sì che PIEVE DI TECO divenne un’importante piazza mercantile ed una sede di manifatture della carta, delle calzature, del sapone, delle corde, del panno e del cuoio: per tale mercato, da una carta del XVI secolo, si apprede che passò una certa quantità di involti di carta prodotta dalla CARTIERA DEI DORIA DI ISOLABONA (forse per l’alto quantitativo e l’ingombro delle merci non ci si era potuti servire del meno comodo tragitto della VIA DELLE NEVI DEL NERVIA).
Da queste note è chiaro che molte potenze ambirono a controllare la piazza commerciale di PIEVE DI TECO.
Dapprima essa fu un possedimento dei CLAVESANA anche se il borgo già a fine XIV secolo (precisamente nel 1386) sarebbe entrato a far parte del DOMINIO DI GENOVA.
Naturalmente l’area non mancò di essere causa di altre interferenza, soprattutto ad opera dei SAVOIA in piena espansione dal PIEMONTE verso la costa: soprattutto nel 1600, precisamente nel 1625 e quindi nel 1672 l’area fu al centro di grossi scontri tra GENOVA E PIEMONTE in cui cominciarono a far prova gli ESERCITI DELL’ETA’ MODERNA.

Dopo gli EVENTI POLITICI E MILITARI DEL XVIII SECOLO E DEI PRIMI DEL 1800 la piazza mercantile e viaria di PIEVE fin a quando entrò fra i possessi del REGNO DI SARDEGNA dopo che fu soppressa, coi deliberati del Congresso di Vienna, la vecchia REPUBBLICA DI GENOVA, conobbe straordinari e terribili momenti storici.

Sotto il profilo topografico PIEVE DI TECO, di cui si può utilmente confrontare la splendida CARTA settecentesca del “Dominio della Serenissima Repubblica” del 1773 di Matteo Vinzoni con la STAMPA dal volume statistico del 1824 dello Chabrol, è interessante quanto sotto quello storico e civile.

Pieve di Teco (IM), scorcio dei portici del centro storico - Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), scorcio dei portici del centro storico – Fonte: Wikipedia

Il GROSSO PAESE risulta distinto in due parti dalla VIA CENTRALE PORTICATA su cui davano sia i negozi degli artigiani che le case di nobiltà ed alta borghesia locale: particolarmente interessante è a questo proposito il tratto dei PORTICI DI VIA PONZONI opera di maestranze locali del XIV-XV secolo.
Tra le famiglie che hanno residenza in quest’area privilegiata si possono citare i Clavesana, i Ventimiglia, i Linguilia, i Borelli (il cui palazzo ha dato poi la sede all’attuale Municipio), e l’OSPEDALE DI S. LAZZARO (una delle numerose strutture decentrate appartenenti al SISTEMA SANITARIO ASSISTENZIALE DELLA REPUBBLICA DI GENOVA contraddistinto da un caratteristico PORTALE.

Pieve di Teco (IM), Santuario della Madonna dei Fanghi - Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), Santuario della Madonna dei Fanghi – Fonte: Wikipedia

Interessante è a PIEVE DI TECO il SANTUARIO DELLA MADONNA DEI FANGHI cui si arriva sulla strada che da PIEVE porta ad ARMO.
La CHIESA sta in una zona anticamente paludosa alla confluenza tra i corsi dell’Armo e dell’Arogna.
Inizialmente qui era solo un PILONE in cui era custodita un’immagine della VISITAZIONE: fu eretto da certo Antonio Aicardo di Pieve di Teco.
In seguito il nobile locale Giovanni Domenico Ferrero fece edificare una cappella ottagonale.
La chiesa attuale risale al ‘700: ricalca vagamente uno stile classicheggiante, che spicca soprattutto per la caratteristica dei due avancorpi aggettanti e porticati, e suscita incredibili sensazioni di pace per la quieta della natura incontaminata in cui è inserita tra boschi, laghi, sorgenti.

Pieve di Teco (IM), Chiesa Collegiata di San Giovanni Battista nel centro storico - Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), Chiesa Collegiata di San Giovanni Battista nel centro storico – Fonte: Wikipedia

Un altro importante edificio religioso è la PARROCCHIALE, l’antica chiesa collegiata di S. GIOVANNI BATTISTA.
La struttura era quella di una fabbrica maestosa a tre navate, con absidi rettangolari tipiche del tardo gotico caratteristico del ponente ligure. A sinistra furono aggiunte in un secondo tempo una quarta navata e numerose cappelle gentilizie .
Secondo la tradizione sarebbe stata eretta nel 1234, ma gli specialisti moderni, documentati anche dal rinvenimento di una lapide, tendono a postdare l’edificazione al 1333.
La chiesa comunque, verso la fine del XVIII secolo ha subito una ristrutturazione tale da lasciare sempre aperti degli interrogativi sulla lettura genuina del suo primitivo assetto architettonico.
Nell’anno 1785, dato il decadimento dell’edificio avvalorato da perizi di mastri carpentieri, superati i contrasti tra le “fazioni” createsi fra restauratori e innovatori, quasi interamente il corpo della chiesa fu abbattuto.
Alcune tracce della vecchia parte absidale sono riemerse nella spazio della canonica, a destra dell’odierna fronte della nuova chiesa. Sullo stesso luogo dell’antico edificio sacro, tra 1785 e 1806, su progettazione dell’architetto Gaetano Cantoni, venne realizzata la nuova collegiata a una sola navata, di stile neoclassico, opera che a detta degli specialisti presenta significativa originalità. La fabbrica ha una stretta facciata con ambulacro e protiro che poggia su dei pilastri ricavati da pietra locale.
Tre archivolti sostengono quindi la grande cupola che s’innalza dietro il campanile.
Le pareti sono invece sorrette da una sequenza armonica di trentadue colonne a capitello corinzio .
Cupola e archivolti sono poi abbelliti con pitture del genovese Michele .
La soluzione per il grande edificio di una pianta centrale a triangolo fu quasi certamente suggerita dalla necessità di utilizzare completamente lo spazio a disposizione.

Pieve di Teco (IM), Oratorio di San Giovanni Battista - Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), Oratorio di San Giovanni Battista – Fonte: Wikipedia

E’ altresì meritevole di una visita l’antico ORATORIO DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE.

Pieve di Teco (IM), Teatro Salvini - Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), Teatro Salvini – Fonte: Wikipedia

Per il Teatro Salvini si rimanda a questo link.

Pieve di Teco (IM), Teatro Rambaldi - Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), Teatro Rambaldi – Fonte: Wikipedia

Un altro edificio interessante è poi il TEATRO CIVICO RAMBALDI, con cupola rinascimentale, ricavato in un’ala del CONVENTO DELLE MONACHE AGOSTINIANE.

Pieve di Teco (IM), Chiesa della Madonna della Ripa- Fonte: Wikipedia
Pieve di Teco (IM), Chiesa della Madonna della Ripa- Fonte: Wikipedia

La CHIESA DELLA MADONNA DELLA RIPA, nonostante sia stata a lungo lasciata in degrado prima di una serie di interventi restauratori, costituisce un monumento di rilievo del ‘400 ligure.
Essa risponde alle caratteristiche dell’architettura ligure tardo-gorica come si può notare dalle colonne in pietra nera, dai capitelli stilizzati, dagli archi ogivali e a doppia ghiera.
E’ inoltre completamente rivestita, negli archi e nelle pareti, di stucco dipinto a fasce bianche e nere, coi muri parzialmente affrescati.
La sua abside è quadrangolare.
N. Lamboglia scrisse di questa chiesa nei Monumenti del Ponente Ligure (Torino, 1970, p.107):”[la chiesa] non possiede più la facciata, conglobata nelle posteriori sovrastrutture dell’Oratorio di S.Giovanni: l’ingresso principale fu probabilmente quello laterale, rivolto verso il borgo e ancor oggi contrassegnato da un grande portale gotico; ha pure quasi integro il campanile, tipico del secolo XV, bisognoso tuttavia di vivere in armonia con la chiesa e la sua architettura, ripristinando i suoi tre piani di bifore che danno il tono al paesaggio della valle“.

Chiostro del convento agostiniano a Pieve di Teco (IM) - Fonte: http://www.cassiciaco.it
Chiostro del convento agostiniano a Pieve di Teco (IM) – Fonte: http://www.cassiciaco.it

Lo stesso Lamboglia scrisse poi: “Pure esterno al BORGO DELLA PIEVE, fin dalle origini, fu il grande CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI SCALZI ridotto in stato avvilente negli ultimi decenni, con la chiesa ed il campanile di costruzione cinquecentesca; unico e meravigliosamente integro resta il chiostro del XVI secolo, il più vasto di tutta la Liguria occidentale e il più arioso di proporzioni e di volumi, già largamente permeato di echi rinascimentali; colonne, capitelli ed archi sono tuttavia ancora scolpiti secondo la tecnica tradizionale e completano il panorama dell’arte ligure medievale nella sua espressione più attardata“.

da Cultura-Barocca

Oltre Collasgarba… sino al Rio Seborrino e agli Acquedotti di Ventimiglia Romana

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Il rio Seborrino è un affluente del torrente Nervia che nasce a pochi Km. dal sito nervino, sulle alture a levante del corso d’acqua, in linea col Ponte dell’Amicizia che congiunge la provinciale del Nervia, fin a quel punto calco presumibile dell’antico tragitto romano per l’entroterra, e la via delle Braie nel sito di Camporosso Mare, appendice costiera del borgo nervino di Camporosso (IM).

Gli archeologi Rossi e Barocelli ritenevano che esso costituisse la sorgente dell’ACQUEDOTTO (o meglio degli ACQUEDOTTI ) di Ventimiglia Romana, divenuta centro urbano di discreta dimensione e bisognosa di un comodo rifornimento idrico: probabilmente prima della realizzazione degli acquedotti oltre a forme diverse di prelievo manuale di acqua dal Nervia si ricorreva alla tecnologia greco-romana delle cisterne per la raccolta di acqua piovana.
Però nelle vicinanze del ruscello non si son trovati reperti né del più recente acquedotto di epoca imperiale né di quello più piccolo del tardo periodo repubblicano di cui, procedendo verso Nervia, saltuariamente e per tratti di diversa lunghezza, si son pur trovati discreti reperti in vari siti da molto tempo sottoposti a quei ripascimenti agricoli che certamente attraverso i secoli hanno in buona parte contribuito alla demolizione delle condotte degli acquedotti.

Alla luce delle attuali conoscenze sul campo si è potuto solo rinvenire, presso un vecchio frantoio, la GALLERIA DI CAPTAZIONE del RIO SEBORRINO (per gli ACQUEDOTTI), destinata a convogliare verso valle le acque del torrente: si tratta in definitiva di untunnel lungo circa 40 m. con copertura a volta in calcestruzzo e con pareti scavate nella roccia su cui, a distinti livelli, si individuano i depositi calcarei lasciati dallo scorrere della acque.
La galleria si apre a N. con un arco di 2,90 m. di luce ed a S. con un arco di 3,20 metri: il fondo è ghiaioso e verso la fine del tunnel è individuabile uno sbarramento, una sorta di chiusa realizzata con blocchi di pietra dalle misure di circa 1 m. di spessore (non si può dire in assenza di conforto documentario per una datazione a che epoca risalga questo muro: potrebbe benissimo trattarsi di un intervento edile medievale connesso alla necessità di deviare l’acqua per il rifornimento di forza motrice al frantoio di cui si è fatto cenno).

Da lì, seguendo i dolci pendii del sito, DUE ACQUEDOTTI scorrevano verso valle.

L’ACQUEDOTTO SUPPOSTO DI ETA’ REPUBBLICANA, caratterizzato dalla tecnica dell’emplecton è più piccolo ma l’uso della calce sembra farlo datare all’epoca di Silla o di Cesare quando si edificarono le mura della città nervina.

L’ACQUEDOTTO MAGGIORE, realizzato in OPUS CERTUM e internamente rivestito di cocciopesto sembrerebbe, per tipologia e tecnica edile, da datare tra fine I e inizi II sec. d.C. quando l’incremento urbanistico di Ventimiglia romana e la costruzione dell’apparato termale -in cui si riconosce un tratto dell’acquedotto imperiale- determinarono un aumentato fabbisogno di acqua: al momento non è facile dire se il condotto imperiale abbia sostituito quello repubblicano o, cosa più probabile, se i due, che spesso correvano affiancati, per quanto si è potuto analizzare sul campo nelle varie proprietà degli attuali siti in cui se ne son trovate tracce, si integrassero: M. RICCI, Osservazioni sull’acquedotto di Albintimilium in “Rivista Ingauna Intemelia”, 1986, pp.22-30).
E’ pure arduo sostenere con quale meccanismo gli acquedotti entrassero in città anche se si è avanzata l’ipotesi che, come accade per Forum Iulii, essi si servissero del percorso delle mura repubblicane ormai demolite o sostituite con moderni edifici.
Purtroppo in mancanza di scavi si deve procedere parzialmente per ipotesi come a riguardo della collocazione del CASTRUM (CASTELUM – CASTELLUM) AQUAE [la grande cisterna per la raccolta e la distribuzione delle acque potabili in forza di condutture anche costituite da fistulae (tubi di piombo)] che, stando alle rilevazioni del Rossi e del Lamboglia, visto che da esso procedevano poi le varie diramazioni idriche per i diversi servizi della città, doveva trovarsi di necessità nella parte più alta possibile del complesso urbano, forse presso le mura di N.E. dell’abitato, laddove il Rossi aveva scoperto un condotto: non è da escludere che fosse sito nell’area del medievale Castello di Portiloria e quindi del predio Orengo (poi forte/ ridotta Orengo rinforzata dal Barone di Leutrum ai tempi settecenteschi della Guerra di Successione al Trono imperiale d’Austria), già prebenda vescovile, nell’area a settentrione dell’attuale via Aurelia, un po’ sopra l’attuale chiesa parrocchiale nervina di Cristo Re.

La tipologia architettonica del CASTELUM AQUAE degli ACQUEDOTTI di Ventimiglia Romana, fatte salve alcune distinzioni determinate dal sito in cui veniva eretto, rispondeva comunque nella romanità a criteri abbastanza uniformi: così che a titolo di documentazione si può recuperare il superstite complesso del CASTELUM AQUAE della città di Pompei, che al pari di Ventimiglia romana era un centro demico provinciale, per quanto lussuoso, con una popolazione forse prossima a quella della città ligure (20.000 abitanti): non dissimile, a maggior ragione per la specificità idrodinamica e per la strutturazione tecnica, doveva poi essere, forse ancora a maggior ragione, tanto l’aspetto INTERNO che quello ESTERNO del CASTELUM AQUAE intemelio, qui ancora ricostruito sulla base dei reperti che una spaventosa eruzione vesuviana del I secolo d. C. ci ha conservato in merito alla cittadina campana di Pompei.

da Cultura-Barocca

Il Balcone di Marta e le fortificazioni dell’ultima guerra

Il BALCONE DI MARTA è un costone roccioso che procede dalla CIMA DI MARTA, sita sullo spartiacque tra le valli Argentina e Roia.
Tra il “BALCONE DI MARTA e il CASTELLO DI MARTA”, cioè l’altura sottostante, venne realizzata tra il 1938 e il 1940 una gigantesca fortificazione sotterranea, che costituì parte strategica del VALLO ALPINO OCCIDENTALE (gergalmente detto pure LINEA MUSSOLINI – che era costituita da un’ininterrotta LINEA DI FORTIFICAZIONI che procedeva dal MARE DI VENTIMIGLIA sino al confine settentrionale con la SVIZZERA), costituito da tre opere sotterranee collegate fra loro.
La grande STRUTTURA FORTIFICATA era composta da una batteria di artiglieria, detta anche BATTERIA DEL BARCONE o 605ª BATTERIA S.P. (S.P.= SUBITO PRONTA), sistemata proprio sotto la cuspide del BALCONE DI MARTA, e da due centri di resistenza di fanteria, detti CENTRO 35 BIS e CENTRO 35, dislocati nel costone roccioso tra il BALCONE e il CASTELLO DI MARTA e sotto al CASTELLO. Lo sviluppo del fortilizio si snodava orizzontalmente per 550 m. e su un dislivello complessivo di 135 m. GALLERIE e SISTEMI VARI DI COMUNICAZIONI permettevano di attraversare il complesso mettendone in contatto le diverse parti per via di GALLERIE A SCALA.
La BATTERIA DEL BARCONE (così nella topografia militare che dovette registrare ed interpretare erroneamente il dialettale rotacismo della liquida del toponimo storico, cioè BALCONE), nota anche come 605ª BATTERIA SEMPRE PRONTA risultava costituita da quattro CASEMATTE D’ARTIGLIERIA (rifornite di munizioni tramite un sistema di ROTAIE NELLE GALLERIE) che interagivano con una galleria trasversale di servizio alle cui estremità giungevano due corridoi d’ingresso. Nella galleria di servizio erano custoditi i DEPOSITI DELLE MUNIZIONI ed il vano con le apparecchiature per la ventilazione delle casematte. Il personale assegnato alla fortificazione veniva invece ospitato in un’altra più grande galleria trasversale. Diversamente dalle opere del VALLO OCCIDENTALE i locali di servizio (destinati ad ospitare il gruppo elettrogeno, il deposito munizioni principale, la riserva d’acqua ed ulteriori emergenze) non vennero qui strutturati vicino agli ingressi ma furono disposti nel corridoio dell’Ingresso Artiglieria.
Cosa altrettanto rara per le fortificazioni del VALLO nella BATTERIA DEL BARCONE era stato realizzato un binario per i carrelli deputati a trasportare le munizioni nel corridoio dell’Ingresso Artiglieria e lungo la galleria trasversale di servizio. Le quattro casematte d’artiglieria erano armate con cannoni da 75/27 modello 06 e brandeggiavano sulla strada statale n° 20 della Val Roia e sul sottostante Vallone di Grò che, fino alla confluenza del Vallone di Lugo, segnava il confine italo-francese prima del trattato di pace del 1947.

da Cultura-Barocca

 

Artiglieria pesante del Regio Esercito Italiano organizzata in una batteria di cannoni 149/150 a rinculo, disposta sul Monte Vetta di (Castelvittorio (IM), al terminale della Val Nervia, costituente il vasto territorio alle spalle di Ventimiglia (IM) ai tempi della battaglia delle Alpi Occidentali (in francese Bataille des Alpes)