Ventimiglia (IM) e le Ville nel XVII secolo

La Loggia dell’antico Magazzino dell’Abbondanza di Ventimiglia (IM)

Nel 1622 (vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli [la zona di Ventimiglia viene definita intemelia] erano arruolati come soldati locali (“militi villani” di guardia alla frontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita:”La città di Ventimiglia ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà ‘800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti”(“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).
Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)” si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull’arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.
Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE PRESUBIBILMENTE DI G. G. LANTERI indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai “nemici”) pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634): degli eventi esiste pure una contestuale RELAZIONE DEL VESCOVO GANDOLFO (questa che venne consultata presumibilmente dal Lanteri fu trascritta entro una sua opera dal II Bibliotecario dell’Aprosiana Domenico Antonio Gandolfo).
Nonostante questa loro fedeltà a Genova i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un’impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si “finse”, di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.
All’8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL’UFFICIO DELL’ABBONDANZA: manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Interna. di Studi Liguri – Bordighera). Nell’ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l’organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell’amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l’equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: ” … si provvide per gli ufficiali dell’abbondanza di fare quadrare i passi a confini…” mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì “abbondanziere” il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).
Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “…Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell’abbondanza, cioè dei viveri dei soldati…” (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d’Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).
Abbondanza od Annona che fosse, l’Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità “…un vecchio errore di economia pubblica, l’annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli…” (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l’economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l’ANNONA era più estensivamente “il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie”.

Sotto quest’ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l’Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l’Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatorie, all’8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA.
I nobili di Ventimiglia, che ne ebbero sostanzialmente il controllo a scapito degli OTTO LUOGHI, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento dell’ UFFICIO DELL’ ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all’Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell’Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l’istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l’idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell’Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell’area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.
Nel contesto dell’annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie Bordigotti che nel XVIII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l’assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell’Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale (senza calcolare la difficoltà d’accesso ad altri uffici presenti solo nella città tra cui IL LOCALE PUBBLICO OSPEDALE)
Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell’Abbondanza alle Ville dall’altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all’organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.
In effetti circa novanta anni prima (7 giugno 1543) due esponenti del COLLEGIO DEI PROTETTORI DI SAN GIORGIO Giovanni Imperiale e Antonio de Fornari con le loro ordinazioni e alla presenza dei rappresentanti delle Ville Antonio Rondelli e Giovanni Antonio Guglielmi e di Ventimiglia i “Magnifici” Battista Galeani e Luca Sperone, avevano tentato una COMPOSIZIONE IN 36 CAPITOLI
dei rapporti socio economici tra la Città di confine e le sue dipendenze rurali.
In particolare preso atto della non corretta gestione di sanità si tentò anche di instaurare un più corretto rapporto sulla gestione del pubblico ospedale (punto 34) e di meglio controllare l’operato del medico pubblico (punto 27) ma l’unico vero e concreto risultato si sarebbe ottenuto, con molto altro, solo dal 1693 con l’
equiparazione dei diritti tra villani e cittadini nella fruizione dell’OSPEDALE DI SANTO SPIRITO essendosi ormai ratificata la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi ed essendo in atto l’annosa procedura di divisione tra le aree amministrative.
L’inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di “prestigio” delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l’Abbondanza come cosa propria.
All’apparente democrazia dei nuovi capitoli “dicevano di no” gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).
E poi…in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un’ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l’Ufficio intemelio dell’Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell’Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell’Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.
Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro “tremavano” nell’attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l’esosa città.

da Cultura-Barocca

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Interpellanza del deputato Biancheri sui lavori di manutenzione della strada da Genova a Nizza, 1851

In quella sorta di diario di eventi, personali e non, dello storico locale Girolamo Rossi, intitolato Memoriale Intimo ed edito su iniziativa, nel 1983, della Cumpagnia d’i Ventemigliusi, in collaborazione con l’Istituto Internazionale di Studi Liguri a titolo meramente cronachistico l’autore scrisse:
1852 – Oggi viene deliberata al sign. Becchi di San Remo l’impresa di costruire il ponte sul torrente Nervia“.

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Il ponte sul torrente Nervia tra Camporosso (IM) e la zona Nervia di Ventimiglia (IM) in una fotografia di poco antecedente la seconda guerra mondiale

La citazione appena qui sopra mentovata del Rossi sul ponte alla foce del Nervia è forse una maniera un po’ svelta, ma certo non inutile per mentovare la risoluzione di un evento di importanza secolare, quello del ponte alla foce del Nervia [tra Camporosso (IM) e Ventimiglia (IM)], con opportuna arginatura realizzato occorre dirlo anche per l’impegno di un giurista di Camporosso Fruttuoso Biancheri di cui, qual deputato del Regno Sabaudo, si riporta qui l’appassionato intervento per la risoluzione con questo di altri gravi problemi in merito alla viabilità nel Ponente di Liguria = e per tale ragione Cultura-Barocca ha ritenuto doveroso riprodurre qui digitalizzata e commentata brevemente la fondamentale “Interpellanza del deputato Biancheri

[si tratta di Fruttuoso Biancheri di Camporosso (come leggesi nel Calendario Generale per’ Regii Stati nel 1838 ascritto entro il Reale Senato di Nizza – l’importante città era ancora sabauda – nel novero degli Avvocati, Procuratori, Liquidatori presso il Real Senato di Nizza come leggesi al nome XI della I colonna) = negli “Atti del Parlamento subalpino” sessione del 1848 tornata del 1° luglio 1848 leggesi “Lo stesso relatore propone quindi, in nome del suo ufficio, la conferma dell’elezione dell’avvocato Fruttuoso Biancheri a deputato del collegio di Ventimiglia/ la Camera conferma” = quindi nella tornata del 3 aprile 1850 leggesi = “Novelli relatore dell’ufficio III, riferisce e propone alla Camera la convalidazione dell’elezione del signor avvocato Biancheri Futtuoso a deputato del collegio d’Alassio”: scrive recentemente Andrea Gandolfo nel suo lavoro su La provincia di Imperia : storia, arti, tradizioni 1: A-L, Blue Edizioni, Torino, 2005 sotto voce Ventimiglia: Con le prime elezioni, Ventimiglia inviò al Parlamento subalino Giuseppe Cassini, Feuttuoso Biancheri ed Ercole Ricotti. Nel 1853 venne eletto Giuseppe Biancheri, autentico patriarca della politica locale, prima vicino alla sinistra liberale, poi passato ai moderati, che venne riconfermato fino al 1908, ricoprendo pure incarichi di notevole prestigio, quali la presidenza della Camera]

sui lavori di manutenzione della strada da Genova a Nizza, tornata 8/II/1851″ da “Atti del Parlamento Subalpino”, sessione del 1851″ = da capace politico ma anche da uomo realmente attento alle problematiche della “Strada della Riviera” o “Strada della Cornice” non ancora dichiarata Strada Regia ma ancora relegata allo stato di Strada Provinciale”, quindi con relativi interventi prioritari dello Stato a vantaggio delle strutture ma soprattutto della popolazione, il Biancheri organizza, per via di abile retorica, il suo intervento mescolando a dati oggettivi considerazioni morali e sociali facilmente recepibili a partire dalla discriminazione della gestione della strada quando mentre nella supposta esigenza di un viaggio reale, poi non avvenuto ma impossibile per nave come ideato, da Nizza a Genova la strada nel 1827 fu riattata celermente, con sforzi enormi, surrogando la carenza di ponti con guadi appositamente allestiti per la carrozza regale con una carenza di correttivi poi sussegita per 20 anni nonostante il verificarsi di vari disastri non escluso il più recente dramma avvenuto, guadando una diligenza il torrente tra Cervo e Diano e venendo il mezzo di trasporto travolto dalla forza delle acque con la morte di due passeggeri (senza dimenticare tra varie riflessioni su inefficienza o indifferenza l’ipotesi per una perigliosa strada di Ventimiglia da rettificare la mancanza di svolgimento dei lavori, “forse”, per favorire il clero locale proprietario di alcuni siti da modificare od espropriare)

Fruttuoso Biancheri fa ad inizio interpellanza una celere cronistoria della “Strada della Riviera” realizzata da Napoleone ma ormai in stato di grave trascuratezza (dopo la Restaurazione e l’annessione della Liguria allo Stato Sabaudo con la formazione della Grande Liguria comprendente Nizza e la sua Contea) fatta eccezione come riporta il Manoscritto Borea dovendo servire per un viaggio nel 1827 dei sovrani sabaudi Carlo Felice e Maria Cristina e attesa gli inconvenienti per la nave che doveva condurli da Nizza a Genova continuando nel su discorso Biancheri si sofferma dire che per risolvere l’impaccio dei reali personaggi si attivarono tutte le forze e in pochi giorni, pur non potendosi realizzare i ponti, la strada fu resa praticabile anche se i Sovrani poterono riprendere il viaggio con la nave da Nizza: finita l’emergenza tutto si fermò e nulla più si fece dal 1828 al 1848: salvo che il 13 marzo 1849 i deputati di Alassio Scofferi e Carli di Sanremo presero parola per riattare la strada ascrivendola fra le strade reali o regie.

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Ruderi del ponte vecchio a Castelvecchio di Imperia

Continuando nella sua disanima il Biancheri ribadisce di aver dato il suo pieno appoggio alle postulazioni dei due deputati, citando anche una commissione parlamentare istituita all’uopo ma di cui sostieene nulla essersi saputo più: continua disquisendo sulle iniziative delle amministrazioni locali per porre rimedio alle centralistiche lacune al fine di rendere fruibile il tragitto.

A questo punto entrando nel dettaglio dei fatti Fruttuoso Biancheri afferma come si Proposero quindi e deliberarono nei relativi Consigli provinciali e divisionali di costrurre intanto a proprie loro spese i due ponti principali, l’uno sul torrente Argentina, che scorre lungo il territorio di Taggia, e l’altro sul torrente Nervia, che mette foce tra Ventimiglia e Bordighera, come pure di variare e rimediare la pericolosa discesa che esiste nella città di Ventimiglia, dalla parte di levante.

Ritenendo di dover rendere edotti i parlamentari degli eventi il Biancheri elenca poi in successione le procedure concernenti gli appalti per i lavori sul ponte sull’Argentina e sul Nervia oltre che sul mentovato trafitto a rischio in Ventimiglia sostenendo di aver chiesto, attesa la mancanza di fatti concreti, le delucidazioni dell’attuale ministro dei lavori pubblici on. Paleocapa: e non senza essersi lasciato andare in merito alla mancata correzione del rischioso citato percorso in Ventimiglia il deputato ventimigliese allude esplicitamente che ragioni ecclesiastiche risiedano alla radice delle opere non fatte e cioè affermando che Si sono fatti molti progetti, si son levati diversi piani, si sono spediti sul luogo molti valenti ingegneri e personaggi distinti. Si sono già spese molte somme, e forse maggiori di quelle necessarie per rimediare quel breve trtto. Ma ora perché non si vuole toccare al giardino della Abbadesse di Sant’Antonio; ora perché si teme di impedire il libero passaggio della retroporta del palazzo vescovile, le cose si trovano tuttora all’istesso punto, i pericoli sussistono, e i denari si sprecano senza frutto.

Ritornato all’assunto dei ponti il Biancheri rammenta un incidente recente di una diligenza travolta dalle acque nel torrente tra Cervo e Diano con la morte di due passeggeri ribadendo che analoghe tragedie per i viaggiatori sono già avvenuti nel guadare i torrenti Argentina e Nervia e dopo aver aggiunto altre considerazioni a carico del Ministro dei Lavori Pubblici che mentre egli ha proposto recentemente una legge per l’arginamento del torrente Polcevera a Genova ed il ministro della Marina un’altra legge a pro delle esigenze del suo dicastero …Per questa infelice strada della Riviera per fare cosa tanto utile per lo Stato e per quelle numerose provincie non si troverà un’ora di tempo né un obolo da destinarvi?.
Il ministro Paleocapa nel contesto della sua ramificata risposta in cui a prescindere dalla linea difensiva onestamente non manca di accettare varie postulazioni del Biancheri specie sul fatto che la Strada della Riviera abbia i requisiti per esser riconosciuta Strada Regia o Strada Reale benché al momento sia Strada Provinciale non manca, pur nel contesto del discorso, di fornire al Biancheri e quindi alla Camera una risposta ad una esternazione del ventimigliese da cui è stato verosimilmente colpito = cioè che la mancata correzione della strada pericolosa a Ventimiglia non dipende in alcun modo da favoritismi a riguardo di privati (sottintendendo evidentemente Suore e Vescovo)

A questo punto importa però analizzare l’intervento dell’onorevole De Foresti che dichiara di appoggiare l’interpellanza del Biancheri, pur volendo a portare alcune precisazioni, e che a suo giudizio la Strada della Riviera da Strada Provinciale dovrebbe effettivamente essere eretta allo stato di Strada Reale = per la precisione e le conoscenze palesate in rapporto agli eventi il suo intervento deve essere analizzato per i vari settori già discussi dal Biancheri e dal Ministro dei Lavori Pubblici.

Il De Foresti, date anche sue peculiari competenze di cui parla ritiene però giusto correggere alcune insensattezze del Biancheri parlando sia del ponte sull’ Argentina che del ponte sul Nervia con spese aggravate però dalle necessità di arginatura che ancora di quella che chiama discesa di Ventimiglia precisando però che se questo lavoro non è ancora stato intrapreso, ciò avvenne perché essendosi richiesto che questa strada sia dichiarata reale, e prevedendosi che quando la strada sarà dichiarata reale, dovrà farsi probabilmente una galleria sotto Ventimiglia, onde rettilineare quella porzione di strada, si creduto che intanto dovesse sospendersi questo lavoro.

Il battagliero Biancheri – suscitando una risposta del ministro che segue a questa sua seguente affermazione – traendo spunto da quanto detto dal De Foresti chiede però ancora …per quanto concerne il ponte di Taggia, i fondi erano già stanziati sin dall’epoca in cui è stato appaltato il lavoro; egli stesso ha riconosciuto che questo lavoro venne appaltato fin dal 1846 o 1847, e la sentenza che emanò dietro i reclami dell’impresario, il quale domandava un’indennità per i lavori che non erano stati compresi nel contratto di appalto, è stata dichiarata esecutoria non ostante appello. L’onorevole deputato De Foresti ha già dichiarato esplicitamente, perché dico, ne è meglio informato di quello che io non lo sia. Io domando quindi perché, dopo una sentenza dichiarata esecutoria non ostante appello, e dietro un appalto con cauzione dato sino dal 1846, non siasi data esecuzione a siffatti lavori.

da Cultura-Barocca

L’antico Convento dei Minori Osservanti dell’Annunziata a Ventimiglia (IM)

In merito al CONVENTO DEI MINORI OSSERVANTI DELL’ANNUNZIATA di Ventimiglia (IM) scrive Fabio Piuma:

“Girolamo Rossi, insigne storico ventimigliese, riporta nella sua storia di Ventimiglia che già in tempi antichi, nel secondo giorno delle rogazioni, il Capitolo della Cattedrale aveva l’abitudine di recarsi presso la chiesuola di San Lazzaro, che si trovava fuori dalle mura vicino ad un romitorio destinato ad accogliere i lebbrosi. Negli atti del notaio Visconti si trovano i lasciti di Carlo e Jacopina Curlo rogati il 14 aprile e il 12 settembre 1349, nei quali, tra i beneficiari, compare anche la chiesa di San Lazzaro. Queste testimonianze riportano le più antiche notizie riguardante il sito dove poi sorgerà il Convento dell’Annunziata. Sempre il Rossi fa risalire la fondazione del convento al 7 febbraio 1503, data in cui il nuovo vescovo della diocesi Domenico Vaccari tenne il sinodo diocesano, fondazione a cui diede il beneplacito Luigi XII re di Francia, che nel 1499 era diventato Signore di Milano e di Genova e che aveva dato il comando su Ventimiglia a Giovanni II Grimaldi principe di Monaco. A.Casini , autore di una storia dei conventi francescani in Liguria, ritiene, sulla base di un Breve di Clemente XIV del 1773, che la fondazione sia stata fatta intorno al 1470. L’unica data certa ci viene da un Breve di Papa Leone X datato 14 marzo 1517, nel quale viene autorizzata la cessione all’ordine francescano dei Frati Minori Osservanti della chiesa dedicata a San Lazzaro e dell’annesso ospizio per poter erigere il nuovo convento. Sappiamo che gli ordini francescani preferibilmente non erigevano nuovi conventi, ma s’insediavano in strutture già esistenti e le ampliavano. Probabilmente a Ventimiglia fu seguita questa abitudine. Da descrizioni tramandateci da cronisti della fine del 1700, sappiamo che il convento era composto da una chiesa a una navata, da tre dormitori, una loggia, un chiostro, una biblioteca e, intorno, orti. Già allora viene sottolineata la formidabile posizione per la vista impareggiabile che offre. Per la costruzione della chiesa del convento, dedicata all’Annunciazione, l’importante famiglia ventimigliese degli Orengo erogò una forte somma, ottenendo il giuspatronato dell’altare maggiore davanti al quale fu posta a ricordo un iscrizione. Verso la fine del XVIII secolo, con la soppressione degli ordini religiosi, i frati ne perdono il possesso, che riavranno per breve tempo dopo la caduta di Napoleone. Nel 1831 dovranno farne definitiva cessione al governo sabaudo per l’erezione di una FORTEZZA. I beni artistici del complesso vengono dispersi, l’altare maggiore viene spostato nella chiesa di San Francesco e l’altare del Carmine in San Michele, mentre il fondo librario e la quadreria accorpati alla Biblioteca Aprosiana”

da Cultura-Barocca

Borghetto d’Arroscia (IM)

Fonte: Wikipedia

Borghetto d’Arroscia (IM) in epoca feudale fu un possedimento dei CLAVESANA i resti del cui CASTELLO si individuano in AQUILA D’ARROSCIA.
Il nome di luogo o toponimo è composto da due termini.
BORGHETTO è il diminuitivo del medievale BORGO derivato dal tardo latino BURGUS che, come scrive la Petracco Sicardi, in ambiente ligure denominava gli insediamenti non fortificati, sorti esternamente al castello o sviluppatisi dopo il crollo del sistema feudale (fenomeno che si riscontra chiaramente in molte zone, per esempio in DOLCEACQUA di Val Nervia ove si contrappose l’area del CASTELLO FEUDALE all’insediamento civile -appunto il BORGONUOVO, di epoca comunale- sviluppatosi sulla riva occidentale del torrente Nervia).
Se ne deduce che nell’area del BORGETTO (poi BORGHETTO D’ARROSCIA) presero a dimorare dapprima i villani, dipendenti dai feudatari e poi, venuta meno l’epoca feudale, gli uomini liberi e dediti perlopiù all’attività agricola e pastorale.
Il nome è documentato per la prima volta in un atto del 1496 in cui si legge la dicitura ECCLESIA SANCTI MARCI DE BURGHETTO.
Il determinativo (che in verità non si usa nella dizione locale che nomina sinteticamente il paese come u burgétu) è un idronimo, cioè un nome di fiume: nel caso quell’ARROSCIA che ha appunto dato il suo nome alla valle che dal NAVA procede verso la PIANA DI ALBENGA.
ARROSCIA compare non raramente in documenti del XII e XIII sec.: vi si leggono le forme AROCIA e AROUCIA.
Si suppone che sia un termine preromano, quindi proprio della CIVILTA’ LIGURE che qui ebbe basi importanti, non escluse quelle dei MONTANI.
Secondo la Petracco Sicardi l’idronimo, subendo varie interferenze, sostiene che il nome del fiume alla fine si fissò nelle forme al neutro plurale appunto di AROCIA o AROUCIA di cui una prima testimonianza comparirebbe in un PONS AROCIORUM menzionato negli antichi statuti di Albenga.

Il paese di BORGHETTO D’ARROSCIA proprio per queste sue origini popolari, non ebbe una significativa architettura civile.
Tra gli elementi più significativi si possono ricordare i resti di una TORRE a pianta quadrangolare, la CHIESA PARROCCHIALE intitolata a S.Marco Evangelista e soprattutto il caratteristico PONTE MEDIEVALE A SCHIENA D’ASINO.

Non si può però trascurare in merito ai PELLEGRINAGGI DEVOZIONALI E VOTIVI almeno su scala locale che a BORGHETTO D’ARROSCIA sorga il SANTUARIO DEI SANTI COSMA E DAMIANO.
Il culto per questi due SANTI risale al CRISTIANESIMO DELLE ORIGINI specie per quanto concerne la DIOCESI della città di ALBENGA.
Si tratta infatti di due SANTI TAUMATURGHI cioè GUARITORI soprattutto nei riguardi di malattie particolarmente temute nel periodo medievale: le MALATTIE DELLA PELLE E L’ERGOTISMO in particolare, forme patologiche poco frequenti nella più evoluta ROMANITA’ ma divenute usuali e micidiali nell’epoca intermedia come conseguenze alle AVITAMINOSI ed alla lacuna dell’uso scientifico delle ACQUE TERMALI E TERAPEUTICHE.
Per l’assistenza ottenuta da questi due “patroni” gli abitanti di Borghetto d’Arroscia eressero DUE SANTUARI di cui unoa fondovalle, sulla strada dell’Arroscia, ed un secondo sul crinale alla confluenza tra le valli Arroscia e Pennavaira.

da Cultura-Barocca