Urbs Ingens est Albion Intemelium … Albintimilium è una città grande…

Ventimiglia (IM) – Teatro Romano

Urbs Ingens est Albion Intemelium … Albintimilium è una città grande…
scrisse il geografo Strabone quasi duemila anni fa = e non senza ragione l’erudito seicentesco Angelico Aprosio riprese in questo passo di una sua opera basilare la definizione per cui
“Ventimiglia Romana era da considerarsi una città grande”
anche se poi destinata al pari della mitica Troia a svanire dalla vista degli uomini per secoli e secoli sì che ancora nel XIX secolo il suo nucleo principale giaceva sotto la sabbia là dove per primo proprio Aprosio aveva intuito esservi sulla base di vari ritrovamenti e del resto Aprosio come si legge nelle sue Antichità di Ventimiglia oltre a dover confrontarsi con quanti in loco volevano che la sede del più grande complesso demico del municipio imperiale di Albintimilium, vale a dire della
città romana monumentale con mura, foro, teatro, terme, ville, insulae ecc. non fosse a Nervia di Ventimiglia (come giustamente egli sosteneva da sempre o quasi)
ma ebbe anche la necessità di confrontarsi pure con una tradizione filologica italiana e soprattutto straniera che giudicava come la matrice reale di Ventimiglia Romana fosse da identificarsi in una
leggendaria e parimenti perduta città di “Tempio” (Templum).

Tavola di Peutinger

Del resto come è fuor di dubbio che fatte le debite considerazioni sussiste consonanza tra il paesaggio della leggendaria città omerica come vide il Visconte di Marcellus e la stessa Ventimiglia Romana o meglio il territorio sotto cui giaceva la sua parte monumentale come per secoli la si vide del pari per vari aspetti altrettante ragioni spettavano a
Strabone anche a dare questa definizione della città romana di Ventimiglia o meglio del più esteso complesso municipale di Albintimilium vista anche la registrazione demica nelle carte geografiche imperiale come nel caso della sopra riportata Peutingeriana.
Già ad una visualizzazione dal mare il complesso urbano sarebbe parso un continuum insediativo che si estendeva ad oriente e ad occidente della città quadrata indubbiamente piccola ove stava quella che potremmo dire la “capitale nervina” di Albintimilium e similmente l’antica cartografia propone rilevazioni non su un centro piccolo quanto su una città minore sì ma disposta in linea retta per uno spazio abbastanza grande lungo il percorso della via Iulia Augusta per la non piccola area municipale.
Il territorio amministrativo di spettanza del municipio imperiale di Albintimilium [probemi e opinioni diverse esistono sia per l’esatta identificazione del confine occidentale del territorio amministrativo di Albintimilium come a proposito del confine orientale, come qui si legge di seguito, nell’areale dell’odierna Sanremo (San Remo)] dalla “capitale nervina” si estendeva fino a Monaco, penetrava saldamente nell’interno ligure sino ai limiti del Cuneese e fissava nell’area dell ‘attuale Sanremo (san Remo) i suoi confini orientali
[è da precisare che all’uso romano nelle conquiste e poi nella organizzazione delle città in Italia il municipio prendeva nome dal centro demico o città principale strutturato dalla cultura locale e sviluppatosi autonomamente (nel caso arroccato all’altura detta tuttora di Colla Sgarba sovrastante Nervia di Ventimiglia e mediamente legato al popolo guida locale: nel caso gli Intemelii) ma che si estendeva amministrativamente su un territorio molto vasto che entrava magari nella cultura del popolo conquistato che si identificò per un certo tempo con tale capitale ancestrale come, qui, nel caso di Nervia di Ventimiglia preesistente alla conquista romana ma affiancata –in attesa di una romanizzazione più o meno celere– dalla realizzazione di una efficiente struttura romana in pianura, predemica e murata, originariamente di pianta castrense e poi comunque militare: divenute inutili le mura con la piena romanizzazione vennero dirute od inglobate nella rapida e vivace espansione urbanistica e conseguentemente nella fusione del nucleo antico con quello moderno dei conquistatori].

Così di fatto l’odierna Ventimiglia (IM), nel nome alterato ma mantenuto attraverso i secoli e soprattutto nella sostanza giurisdizionale sancita dalla cinta muraria o pomerio, era di fatto la capitale dell’omonima e ben più vasta entità amministrativa che, secondo una partizione poi replicata, e dopo la caduta di Roma divenuta un’alternativa amministrativa oltre che religiosa, di tipo diocesano o provinciale, coinvolgeva vari altri centri, destinati molto tempo dopo ad avere nome e storia autonomi, quali, tra tanti, Mentone, Roquebrune, La Turbie, Saorge, Camporosso, Dolceacqua (analizza e scorri qui il mappale multimediale sin all’Oltregiogo) quindi ancora Vallecrosia e Bordighera, con il retroterra (vedi anche qui il mappale con le valli del Crosa, di Borghetto-Vallebona ed’altre diramazioni ancora) e via discorrendo = tutto un complesso agro-residenziale stava poi seppur alquanto più rarefatto nell’entroterra dando da lontano l’impressione di un insediamento unico e vasto: e così come nell’area di Costa Balena – Costa Beleni e Campomarzio stava una successione di ville rurali o pseudorustiche al punto da dare l’idea d’un solo complesso demico di cui indubbiamente son rimaste attestazioni archeologiche superiori, del pari, se non a maggior ragione, risultava per l’osservatore defilato il territorio rustico interno rispetto al suburbio orientale che occidentale di Albintimilium rispetto al complesso demico in qualche maniera “capoluogo” dell’area municipale sito a Nervia di Ventimiglia (e naturalmente alla sua “continuazione” nei suburbi costieri in linea con la via Iulia Augusta ) strutturato sulla scia di percorsi secondari su siti in genere vicini a sorgenti o a rifornimenti d’acqua come nel caso di Seborga)
In questo lavoro si sono volute riannodare le fila di un proliferare di luoghi e centri di vita tali da suggerire a Strabone l’idea di un’unica vasta città dipartentesi dal corpo compatto di Ventimiglia per tutto il tessuto municipale sotto la forma di insediamenti ora esili orà più sostanziosi, sempre in contatto fra loro in virtù di una rete viaria assai evoluta sotto l’aspetto tecnico e caratterizzata dalla presenza di ville pseudourbane o rurali, a volte relativamente isolate ma circondate da giardini, campi se non da edifici minori.
In effetti se la località intemelia di Nervia conserva monumenti importanti di epoca romana e se gli scavi archeologici vi hanno evidenziato tracce addirittura sontuose di vita sociale e di relazione, il suburbio di questa “capitale” (grossomodo la periferia o, se usiamo un’equivalente accezione usata già da Nino Lamboglia, il Pagus Civitatis) non manca di “segnali” importanti lasciati dalla civiltà imperiale, che talora sfuggono per il relativo isolamento ma che sorprendono ed affascinano se vengono posti in relazione tra loro e con il centro principale, nella volontà di ricostruire una mappa ed una topografia del municipio romano.
Albintimilium, inteso sotto il più corretto profilo giuridico di “vasto complesso amministrativo”, risulta ad analisi compiuta un’area straordinariamente densa, compatta e ricca di ricordi di romanità, nodo di interminabili traffici tra Italia e Gallie come tra Piemonte e Liguria, luogo di incontro tra culture greco-orientali, centroitaliche, pedemontane, franco-iberiche e poi germaniche.

da Cultura-Barocca

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Antichi allevamenti nel ponente ligure

Uno scorcio di Val Nervia

Atti, geografia, ambiente, inducono a credere che, da sempre, la medio-alta val Nervia ebbe nell’oltregiogo il referente per approvvigionamento vaccino e che le aziende piemontesi tenessero sulla costa basi commerciali.
Le indagini hanno chiarito l’espansione territoriale della razza bovino-piemontese: fra XIII e XV sec. uno dei primi approdi dei produttori pedemontani della razza era in Ventimiglia dove gli animali eran commercializzati al porto vecchio del Nervia e soprattutto a quello nuovo del Roia per raggiungere altre destinazioni o essere macellati in loco per alimenti o conservazione. Sull’asse BreglioDolceacqua si son rinvenuti resti fossili che rimandano, secondo l’esame al C. 14, ad un arco cronologico di 20 secoli sì da confortare l’idea d’una via delle mandrie che dai tempi romani si snodava, tra Piemonte di Sud-Ovest e Liguria occidentale, nel fondovalle nervino: l’arco dei ritrovamenti scema, XIV-XV secoli al massimo, a proposito della diramazione da Dolceacqua per Airole e risulta insignificante per media e alta val Roia. L’interesse per questo percorso della transumanza non deve far dimenticare altri itinerari come quello Pigna-Saorgio.
Nel pignasco è un gruppo di case detto Brighetta, presso cui in una carta del 1760 era indicato un La Briga (di deriv.gallica, per “altura”) di Teglia (ligure medievale da tilia = tiglio) ora scomparso: forse Brighetta si connette con Briga Marittima donde, in inverno, i pastori scendevano per Buggio al mare, come risulta da pergamene del ‘300.
I rogiti del notaio di Amandolesio ragguagliano su pastori e mandrie pedemontane che giungevano alla costa per la strada del Nervia.
L’asse Tenda-Ventimiglia fu interessata, il 3-VI-1259, dalla commercializzazione d’una mandria di 575 capi di bestiame tra capre, immaturi e pecore, stipulata in carreria Merçarie della cittadina intemelia.
I contraenti erano Guglielmo Curlo Boveto di Ventimiglia e Guglielmo Ardizzone di Tenda (docc 61-62) ed il primo aveva soprannome di mestiere Bovetus (Boveto poi Boero = mandriano); significativo pare il toponimo Latte, alla confluenza sulla costa della trasversale dalla val Nervia pei siti del Roia e Bevera, ove si rinvennero tracce archeologiche di recinti per animali: nel ‘200 vi stavano diverse famiglie Vache (doc.243), più tardi evolutesi in Vacca cognome di mestiere attestato in tal luogo sin ad oggi [vedi anche sotto voce il De Felice e consulta (p.133, col. 2) il Catasto del territorio di Ventimiglia di metà XVI secolo laddove sono attestati tra i proprietari due esiti cognominali Vacha di personaggi residenti nel quartiere Ollivetto].
Il 2-V-1260 Rainaldo Bulferio Maior vendette a Raimondo Marchisio ed a Pietro Boso, pastori della Briga, 350 capi di immaturi e capre per 105 lire di genovini.
Il 16-V-1260, a Ventimiglia in carreria (doc.246) Rainaldo Bulferio ed i fratelli Oberto ed Ottone Agacie stipularono una soccida [contratto per l’allevamento del bestiame, secondo cui sorge società fra chi dispone il bestiame o soccidante ed il soccidario che lo prende per allevarlo con l’ accordo di dividersi gli utili) per lo sfruttamento di due vacche brune, di proprietà di Rinaldo, a partire dal prossimo carniprivio (domenica di quinquagesima da cui i chierici iniziavano il digiuno dalle carni) e per la durata di 2 anni = è comunque interessante analizzare la partizione che l’ottocentesco Codice di Napoleone il Grande fece del contratto della locazione a soccida].
Atti duecenteschi su pastori di Breglio, Gavi, Pavia, di Briga e Saorgio ma anche Chieri, Moncalieri, Pancalieri provano spostamenti di pedemontani sulla costa ligure sia per commercializzare il bestiame sia per organizzarvi attività mercantili e aziende agricole (Albintimilium cit., cap. II, 8 passim = G.C. GHINAMO, Problemi e prospettive del settore zootecnico da carne nel cuneese: la razza bovino-piemontese, Dissertazione di laurea a.a. 1988-9, Facoltà di Economia e Commercio, Università di Genova-Istituto di Economia e Politica Agraria, 1 copia dattiloscritta).
L’alta e media Val Roia, Tenda, La Briga, Saorgio (oggi: Saorge) e Breglio (attuale Breil) rappresentano un unicum di tragitti su Ventimiglia (v. T. OSSIAN DE NEGRI, Il Ponente Ligustico : incrocio di civiltà, Genova, 1974, p. 39 sgg).
Una carta del ‘700 (Ibidem, figg. 25-6) o Carta Generale del contado di Nizza ed il piano topografico del luogo di Saorgio indica però un’importante strada da Pigna a Castelvittorio e quindi Baiardo mentre dal rio Muratone si stacca una via che, per la displuviale di monte Alto tra Nervia e Barbaira, giunge a Dolceacqua e devia per Airole – Ventimiglia.
Nella carta risalta la planimetria di Saorgio allineato sulla cresta ed in parte sul pendio a precipizio del monte : al fondo fu segnata la Strada grande da Nizza a Torino ed a levante, non lungi dalla basilica di S. Bernardino, si rappresentò la Strada di Pigna: per essa i pastori giunsero sin ai primi del ‘900 ai pascoli d’alta valle del Nervia e da Lago Pigo molti di loro procedevano verso l’agro sanremasco e Triora.

I doc. di XIII-XIV sec. attestano l’esistenza in Ventimiglia di una CORPORAZIONE o “compagna” di macellarii. Il 18-I-1264 Ardizzone “macellario” si dichiarò debitore di Corrado Guarachio per 100 capi di bestiame, vendutigli per 30 lire di genovini, e sancì di saldare il debito entro la festa di S.Michele (di Amandolesio cit., doc. 603). La macellazione in Ventimiglia è documentata in un atto dello stesso notaio (doc.524, del 7-I-1263) quando i coniugi Giovanni Columberio e India si impegnarono a restituire 9 lire e 3 soldi genovini ricevuti in mutuo per acquistare bestie da macello. Dalla zona del Convento di Dolceacqua si raggiungeva Airole per raggiungere il porto sul Roia o l’agro di Ventimiglia. Questi percorsi trasversali, i tratti di edilizia romano-imperiale scoperti dalla Mortola a Latte sin a Bevera (luogo dall’idronimo emblematico per segnalare possibilità di abbeveraggio e dove nel XIII sec. erano insediamenti rurali, casali e stalle) inducono a credere che queste diramazioni fossero ancora più antiche, per il traffico bovino, di quanto affermino i reperti ossei. Secondo le superstiti fonti si può dire che nel ‘200 il traffico di mandrie fosse principalmente innestato sulla strada BreglioDolceacqua, con pascoli, bandite, e ricoveri in successione: dal sito dolceacquino donde si accedeva a Ventimiglia marciando in linea colla strada sì da aggirare a Nervia il castello di Portiloria nell’agro nervino a guardia della via di valle.
Sfruttando le deviazioni per le valli del Roia o del Verbone (Vallecrosia) si giungeva ai prati del Roia (area della stazione ferroviaria, ove si individuarono tracce di un pozzo medioevale), alla piazza per il commercio locale o marittimo del Convento S. Agostino (ove in quel tempo era una cappella di S.Simeone che serviva per il nucleo abitato ai fianchi della Rocca detta di Bastia o Bastita) e poi ai recinti di Latte, sui tratti della superstite via romana di costa, fra area intemelia e frontiera (Turbita, Castellaro il Vecchio, Villafranca, Monaco e Mentone.

Atto importante su transumanza e vantaggi economici procurati alla comunità dagli affitti per pedaggi, pascoli e bandite che i pastori pagavano a Gabellieri e Massari, risulta la convenzione stretta fra le comunità di Castrum de Doy (Castelfranco-Castelvittorio, nell’alta valle) e di Triora, del 13-VII-1280. Identificati i confini territoriali, il notaio Giovanni de Castro, coi deputati dei borghi, precisò nel rogito che “il comune di Triora e gli uomini di detto Castello debbano tenere e possedere in pace ed accordo le terre che son fuori di detti confini ed in esse possano far pascolare le bestie, lavorare, imporre tasse ai foresti, cacciare e fare qualsiasi altra azione pubblica…e che nessuna persona delle due comunità possa dar licenza ad alcun forestiero di pascolare, fermarsi o passare con bestie per tal terra senza l’autorizzazione di entrambe le comunità…”.
Si legge che “i prati degli uomini di Castrum Doy che sono e saranno in Langano, quelli che sono e saranno arati, segnati e disgregati e quelli che avranno voluto tenere arati per dieci anni senza frode siano Bandite dal primo di aprile sin alla metà del mese di Luglio oppure quelli che sieno stati tenuti per fienagione e taglio, una volta che questa sia avvenuta, sino al prato di S. Quirico. E se saran state trovate bestie in detti prati il loro padrone paghi per bannalità soldi cinque di giorno e due di notte se si sarà trattato di bestie piccole (capre, pecore) di numero superiore ed inferiore a dieci, per qualunque bestia grande il padrone pagherà due denari e se saranno buoi e vacche da cinque in più pagherà per bannalità quattro denari per ogni bestia e se sarà un mulo, un giumento od un asino un soldo” ( nel doc. compaiono altre figure giuriduche: dai conciliatori di controversie, uno per comunità, ai pastori servi al titolare della mandria, con elenco delle responsabilità).
Il documento (che il Rossi ricavò da una copia del XVII sec. del comune di Castelvittorio, e che trascrisse nel doc. XV della Storia del Marchesato cit.) non è importante solo per l’indicazione delle pene, degli obblighi dei pastori foresti o per l’indicazione globale che la zootecnia era caratterizzata da caprini ed ovini, bestie piccole, bovini, le bestie grandi, da animali di fatica come asini e muli ma riferisce un dato utile sui collegamenti tra Castelvittorio e Triora per una trasversale che dalla val Nervia procedeva (Nord-Est) verso Triora donde i pastori del taggiasco e del finalese si ritrovavano per procedere verso le bandite d’ alta valle nervina.
Dati zootecnici sull’alta valle si deducono poi dagli Statuti di Pigna del 18-XII-1575: alla rubrica 247 sono i Capitoli estratti dal libro vecchio dei Capitoli del XV sec.: alla 301 sotto la voce Limiti delle Alpi, vennero elencate ben 31 Montagne, destinate a bandite o pubblici pascoli a pagamento.
Si trattava dei monti Gordale, Lausegno, Canon, Pertusio, Aorno, Torraggio, Monte Maggiore, Avino, Ubago di Maria, Arvegno [per Orvegno], Ouri, Morga, Argelato, Bondone, Lonando, Monte Comune, Castagnaterca, Verduno, Veragno, Ubago, Fossarelli, Brassio, Peagne, Tanarde, Passale, Fontane, Preabeco e Giove. La sproporzione fra l’enorme area delle bandite e la popolazione, relativamente bassa, del borgo é prova che i pascoli pubblici ospitavano foresti sia per la transumanza che la commercializzazione delle “bestie” o dei prodotti sulla costa ligure. Come si evince da altri documenti del di Amandolesio l’evoluzione stradale-insediativa in vallata é databile al XII-XIII sec.: le Comunità d’alta e media valle ottennero buoni cespiti dall’affitto delle bandite e per il riparo stagionale di pastori ed animali nei ricetti coperti (terrissi) dai diritti di pedaggio, foraggio ed abbeveraggio delle mandrie.

da Cultura-Barocca

Molendina Monacorum

Del CENOBIO BENEDETTINO DI VILLAREGIA [sorto grossomodo nel contesto dell’areale in cui proliferò sulla VIA IULIA la MANSIO O STAZIONE STRADALE ROMANA DI COSTA BALENA TALORA ANCHE DETTA BELENI O BALENAE (anche BELLENI come nella copia medievale della Tabula Peutingeriana del IV secolo = REPERTI DELLA MANSIO in qualche modo riportati alla luce dai lavori per la realizzazione dell’ottocentesca via litoranea della Liguria = vedi qui anche le RELAZIONI DEL CANONICO LOTTI e poi del MOLON)] pur con investigazioni ancora in essere ] -anche se mai è da dimenticare la pregressa influenza sull’arale di MONACI DI LERINO– invero LUIGI RICCA (che ne tratta nella LETTERA IX DEL SUO VIAGGIO DA GENOVA A NIZZA) ha varie nozioni pur non sapendo spiegarsi il toponimo = egli cita qui la rilevanza del recupero agronomico dei Benedettini con il sistema colturale della GRANGIA caratterizzato da una variegata tecnica di terrazzamenti ed irrigamenti (con tecniche poi riprese da coloni laici) resi possibili da condotti interrati quanto da PONTI CANALI (ACQUEDOTTI) COME QUESTO i cui reperti si riscontrano tuttora a Pompeiana vale a dire una delle terre su cui i monaci esercitarono notevole influenza e in un areale, quello del S. Lorenzo ove si sono ritrovati sin dal ‘600 reperti di romanità e di presumibili acquedotti romani con una lapide accennante a possibili restauri = i BENEDETTINI non si limitarono alla coltivazione ma realizzarono varie opere tra cui son citati negli statuti del 1381 i MOLENDINA MONACORUM = purtroppo queste CONTRADE FURONO DEVASTATE DAI SARACENI NEL IX SECOLO SI’ DA INDURRE IL VESCOVO GENOVESE TEODOLFO AD INCORAGGIARE INSEDIAMENTO DI COLONI NEI TERRITORI DELLA CHIESA: coloni (vedi qui le dipendenze rurali rette da coloni di Villaregia: vale a dire TERZORIO E CIPRESSA -POI DESTINATI CON LA CRISI DI VILLAREGIA AD ENTRARE, COME SI EVINCE DAGLI STATUTI DEL XV SECOLO, NELLA PODESTERIA POI CONSOLATO DI SANTO STEFANO – OBBLIGHI DUECENTESCHI VERSO IL CENOBIO) che attraverso i secoli andarono a realizzare sulla ispirazione del sistema grangitico il complessi dei TERRAZZAMENTI O FASCE CON I MURI A SECCO TALORA VOLGRIZZATI IN MACIERI = contestualmente essi appresero a valersi delle strutture tecnologiche dei monaci elaborando quella CIVILTA’ RUSTICA che qui si vede VARIAMENTE ELABORATA NELL’INSIEME DEGLI ASPETTI ANCHE TECNOLOGICI

da Cultura-Barocca

I Trinitari nel ponente ligure

I TRINITARI (importante espressione del FENOMENO CAVALLERESCO RELIGIOSO di cui tra i primi il Contarini fornì un utile ELENCO RAGIONATO) sono un Ordine religioso (nome ufficiale “Ordo SS.Trinitatis redemptionis captivorum”) fondato da S.Giovanni di Matha e da S.Felice di Valois nell’eremo di Cerfroid (diocesi di Meaux-Francia) nel XII secolo.
Eretti i primi tre conventi i fondatori si recarono a Roma per ottenere da Papa Innocenzo III nel 1198 una propria REGOLA.
Nel 1213 esistevano già una quarantina di conventi tra Francia, Spagna, Italia, Portogallo, isole britanniche, Grecia, Cipro, Gerusalemme ecc.
Nel 1244 le case erano salite a 600.
L’Ordine fiorì soprattutto in Francia (100 conventi) e nelle isole britanniche (40): e, attesa pur tra trasformazioni varie, la sua vita ed opera per tutto il XVII secolo e sin agli interventi anticlericali di alcuni sovrani nel XVIII secolo si propone qui, per una visualizzazione antiquaria, l’ELENCO RAGIONATO DA TESTO ANTIQUARIO DIGITALIZZATO DI TUTTE LE DIOCESI DELLA CHIESA ROMANA SPARSE PER IL MONDO CONOSCIUTO FIN AI PRIMI DEL ‘700.
con un cenno niente affatto inutile alla PECULIARITA’ DELLA DIOCESI DI VENTIMIGLIA storicamente DIPENDENTE DALL’ ARCIDIOCESI DI MILANO a fronte delle limitrofa DIOCESI DI ALBENGA come altre Diocesi liguri dipendente dall’ ARCIVESCOVADO DI GENOVA.
Dalla PROVENZA l’Ordine esercitò un certo influsso sulla Liguria ponentina sì che tuttora a TAGGIA si può ammirare la (*)CHIESA – ORATORIO INTITOLATA ALLA SANTA TRINITA’ e per questo detto ORATORIO DEI TRINITARI ma sulle cui particolarità e sulla cui vera identità cultuale e culturale, con il vero nome di ORATORIO DEI ROSSI ha indagato e scritto con competenza Antonio Zencovich [non è comunque da dimenticare l’analoga, più recente ma altrettanto importante, CONFRATERNITA DEI TRINITARI istituita presso la CHIESA CONVENTO DI S. CROCE o SANTUARIO DEL MONTE CALVARIO IN PORTO MAURIZIO].

(*)[I Trinitari erano soliti dedicarsi al riscatto degli schiavi cristiani, rappresentati in massima parte dalle prede delle razzie piratesche. A Taggia, però stranamente, di ciò pare che si occupassero i Bianchi, aderenti alla più antica confraternita del Gonfalone.
In effetti i Rossi non si ricollegavano all’Ordine istituito alla fine del secolo XII dai SS. Giovanni di Matha e Felice di Valois (non sarebbero stati infatti rossi per abbigliamento ma biancocrociati), ma all’Arciconfraternita romana dei Pellegrini e dei Convalescenti, fondata nel Cinquecento da S. Filippo Neri.
Ora attraversiamo la chiesa fino al presbiterio.
A sinistra sta la porta della sacrestia: là sopra, dalla parte interna – se le cose non sono cambiate in questi ultimi tempi – è appeso un quadro di circa un metro di larghezza e qualcosa di più in altezza (cm. 121 x 99, per i pignoli), con una scena che a prima vista può lasciare perplessi.
Niente Madonne o Santi: qui ci sono degli scheletri.
E’ una cosa un po’ strana, sebbene non si possa negare che anche loro abbiano una parte di rilievo nella religione cristiana, sviluppatasi tra gli ossari delle catacombe e che per questo qualcuno ha accusato di necrofilia. E più che mai una simile tendenza era viva nell’epoca barocca.
Dicevamo infatti che si tratta di un’opera seicentesca: Padre Angelico potrebbe quindi averla vista, lui che a Taggia era abbastanza di casa. Al tempo in cui vi si aggirava per frequentare la locale accademia dei “Vagabondi”, il dipinto aveva poco più di tre lustri e la dedica in basso a sinistra (per chi guarda), che purtroppo non possiamo più decifrare, era sicuramente leggibile.
Forse ci avrà dato un’occhiata, per curiosità, ma poi si sarà messo a parlare d’altro. In verità quella roba non poteva dire molto a uno come lui che, prima di venire via da Venezia, si era fatto raffigurare da Carlo Ridolfi, pittore alla moda, e in seguito si era fatto corrispondente del Casoni e del Fiasella, e che teneva nella biblioteca le Vite del Soprani con i ritratti dei più famosi artisti del tempo: con le cose del popolo aveva poco da spartire.
Perché proprio di cose del popolo si trattava: quella ingenua scenetta dei morti che accorrevano in soccorso del malcapitato signore in nero, pur nella sua modestia, rappresentava un piccolo trattato di escatologia contadina, quasi una summa embrionale delle teorie diffuse in zona riguardo a ciò che si credeva potessero operare i morti in favore dei vivi, dal posto che occupavano nell’altro mondo.
Anche i religiosi, s’intende, avevano le loro responsabilità nell’infondere simili credenze, ma ben prima di loro l’argomento aveva rappresentato uno dei cardini della spiritualità pagana. E i relativi rituali, in una zona conservatrice e appartata come la valle Argentina, si erano abbarbicati alla memoria collettiva, pronti a riemergere dal letargo, al pari di certi olivi vecchi secolari che, quando uno pensa siano definitivamente seccati, a un certo punto mettono di nuovo i germogli e ricominciano a fare i frutti….

Un “ex voto” dedicato ai morti

Il quadro dei Defunti che difendono i vivi, di autori ignoti (al plurale, come vedremo), si trovava da tempo nella sacrestia dell’Oratorio della Confraternita dei Rossi, in condizioni di scarsa visibilità a causa dell’altezza e del buio.
Perciò si è dovuto aspettare a lungo prima che qualche studioso si decidesse a osservarlo con attenzione: il che, per quanto ne sappiamo, è accaduto una prima volta nel 1989, al tempo della catalogazione ministeriale, quindi l’anno successivo, con la comparsa di un articolo di Fulvio Cervini sul Bollettino della Comunità di Villaregia.
Più di recente, in occasione della mostra “Il mare tra insidia e devozione” (Taggia, Oratorio dei Rossi, 15. XII. 1999 – 15. II. 2000), una delle quattro organizzate dalla Regione Liguria per la serie “La devozione e il mare”, ne è stato effettuato il restauro, di cui si sentiva molto la necessità, e che ha fatto scoprire alcune singolari caratteristiche prima difficilmente rilevabili.
Diciamo subito qualcosa a proposito del dipinto che, come osserva il Cervini, si può considerare un atipico ex voto dedicato ai morti.
Il suo valore è quindi soprattutto etnografico, piuttosto che storico-artistico.
Esso raffigura, sullo sfondo di un paesaggio che si presume voglia alludere alla valle di Taggia, una cappella in primo piano che dovrebbe essere l’oratorio dei Rossi.
In realtà né l’uno né l’altra si approssimano al corrispettivo reale, ma di ciò parleremo in seguito.
Dalla chiesa, provvista di triplice portale e campanile a vela, sulla cui facciata campeggia il motto, già riferito, non toccate li nostri amici e benefattori, fuoriesce uno stuolo di scheletri che, brandendo ossa umane, si lancia contro un gruppo di uomini armati di spada, con giubbe di vari colori. Intanto, a destra, un personaggio in cappa nera, col Rosario in mano e al petto una croce di Malta, che compare anche sul mantello a terra, sta in piedi attonito al centro della zuffa, senza prendervi parte.
La pulitura ha messo in evidenza l’intervento di due mani diverse: la prima di chi ha realizzato il paesaggio (e si direbbe quella di un professionista); l’altra del dilettante che ha eseguito la scena in primo piano.
Una radiografia potrebbe dirci se sotto quest’ultima si nasconde qualcosa che costituiva il soggetto principale di un’opera preesistente, o se invece il quadro è stato eseguito in due tempi.
Nella seconda ipotesi si dovrebbe ritenere che l’autore dello sfondo non risiedesse sul posto, ma in qualche centro artistico maggiore: Genova forse, o magari anche Roma, città alla quale i Taggiaschi guardavano con maggiore interesse che non alla propria Dominante.
Da quelle parti, infatti, per chi aveva bisogno di un pittore, non c’era che l’imbarazzo della scelta, potendosi rivolgere tanto alle piccole botteghe artigianali quanto agli atelier dei maggiori artisti.
All’ombra di questi ultimi, in particolare, vivevano schiere di aiutanti specializzati a raffigurare singoli elementi del prodotto finito, in una sorta di catena di montaggio.
Si trattava di semplici artigiani, pagati di conseguenza, che non perdevano l’occasione di arrotondare i propri guadagni, se qualcuno gli proponeva di dipingere i soggetti con cui erano soliti cimentarsi nel loro “primo lavoro”.
Benché, nel loro campo, possedessero una notevole abilità e fossero in grado di operare in un tempo minore e anche meglio del padrone, di rado è accaduto che qualcuno dei loro nomi giungesse fino a noi.
Tra di loro non dovevano mancare quelli specializzati negli sfondi i quali infatti, spesso, anche nelle tele dei pittori famosi, si vedono ricorrere in forme ripetitive, tali da far presumere l’intervento degli aiuti.
A uno di questi avrebbe potuto rivolgersi il committente del dipinto, fornendo una generica descrizione della valle di Taggia, oppure acquistando un paesaggio già pronto.
L’altra novità emersa dal restauro è la data 1652 che si legge nel cartiglio in basso a sinistra.
La scritta (che, a decifrarla per intero, avrebbe soddisfatto ogni nostra curiosità) era troppo rovinata per risultare recuperabile nella sua interezza.
Comunque la datazione, un po’ più tarda di quanto si sarebbe potuto presumere sulla base dei riscontri stilistici, ci aiuta a collocare l’opera in un preciso contesto storico, caratterizzato da una estrema intransigenza sulle questioni religiose: quello successivo alla guerra dei Trent’anni.]

Specialmente nel XVII secolo la storia e la vita dell’ORDINE furono segnate da una serie pubblicazioni, alcune ormai piuttosto rare, come questo prezioso VOLUME del 1637 che racchiude fra le sue pagine le vicende istituzionali e storiche dell’ORDINE, l’elenco dei PREVILEGI e dei DOVERI dei Confratelli il regolamento e le sue modificazioni attraverso i secoli, la rassegna completa delle Bolle papali concernenti l’ORDINE con l’indicazione delle varie indulgenze, dei doveri degli ascritti, delle opportune indicazioni sulle manifestazioni processionali e liturgiche.
Le riforme illuministiche di Giuseppe II posero fine all’esistenza dei conventi di TRINITARI in Serbia, Polonia, Rutenia, Austra, Ungheria, Boemia ecc.
In Italia tali conventi vennero soppressi da Napoleone dopo le sue conquiste.
In Spagna e Portogallo la soppressione -per ordine dei Governi- data invece dal 1835.
L’Ordine è lentamente risorto in Italia dal 1870 (in Spagna dal 1879) e si è sparso in varie contrade del mondo.

SCOPO dell’Ordine era quello di RISCATTARE i cristiani caduti prigionieri dei musulmani e ridotti in SCHIAVITU’.
L’ORDINE ne otteneva la libertà sia pagandone il prezzo sia scambiandoli con prigionieri infedeli.
I mezzi forniti per il riscatto erano le elemosine raccolte da speciali collettori.
Un terzo di esse serviva per il mantenimento dei religiosi dell’Ordine, un terzo valeva per il riscatto degli schaivi dei musulmani ed un terzo ancora serviva per la manutenzione di quegli OSPEDALI che l’Ordine dapprima curò per il ristoro dei PELLEGRINI e quindi come vere e proprie STRUTTURE DI CURA E DEGENZA.
Per quanto concerneva nel ‘600 la REPUBBLICA DI GENOVA nel contesto del suo variegato SISTEMA POLITICO, AMMINISTRATIVO E MILITARE  in effetti esisteva un MAGISTRATO DEL RISCATTO DEGLI SCHIAVI il cui ruolo avrebbe però avuto peso limitato senza il potente aiutato da organismi religiosi appunto come quello dei TRINITARI.
L’Ordine ebbe varie suddivisioni nei secoli.
Nel 1578 i padri Claudio Aleph e Giulio di Nantoville per desiderio di maggior perfezione vollero tornare all’austerità originaria ottenendo l’approvazione da Gregorio XIII.
Si costituirono le branche degli SCALZI e dei CALZATI.
Nel 1599 il beato Giovanni Battista della Concezione (1561-1613) si staccava dai CALZATI.
Papa Clemente XIV riuniva poi le varie branche sotto il nome di CANONICI REGOLARI DELLA SS.ma TRINITA’.
I TRINITARI vestivano di bianco e poratavano sul petto una croce rossa e azzurra mentre la cappa ed il cappuccio erano neri.
In Francia erano anche detti “Mathurins” visto che il loro principale convento era dedicato a S. Maturino.
Diversi furono i rami femminili dell’Ordine.
Le TRINITARIE OSPEDALIERE votate all’assistenza degli infermi sorsero nel XIII secolo e parteciparono del vasto fenomeno delle strutture ospitaliere collegate al fenomeno dei PELLEGRINAGGI DI FEDE.
Nel ‘500 queste si fecero suore di clausura prendendo nome di TRINITARIE CALZATE.
Le TRINITARIE SCALZE furono istituite nel 1609 dal beato Giovanni Battista della Concezione.
Le RECOLLETTE TRINITARIE furono poi istituite nel 1681 dalla Venerabile Angela Maria della Concezione.

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Dalla Iulia Augusta all’Aurelia: ponti sull’Argentina e sul Nervia, una storia interminabile

Alarico aveva mosso le armate profittando dell’inverno “contro le trepidanti città liguri” e poi il tempo, con i ruderi, cancellò anche ogni notizia sui ponti distrutti dai Barbari nella Liguria ponentina ai confini tra Italia e Gallie, mentre è noto che si salvarono e vennero anche restaurati ad opera di Flavio Costanzo i ponti romani nell’Ingaunia e nell’agro savonese.

I disagi sulla litoranea nel Ponente Ligure furono durevoli nei secoli e solo con la napoleonica “Strada della Cornice” poi caduta in degrado fin ai restauri sabaudi, i tragitti nel Ponente divennero praticabili in carrozza ma ardui specie per la carenza di ponti adeguati al viaggio.

Per esempio, benché celebre, non era carrozzabile il ponte medievale sull’Argentina di Taggia da cui il “Dottor Antonio” dell’omonimo romanzo di Giovanni Ruffini mostrò a Lucy Davenne il borgo di Castellaro nel corso del viaggio al Santuario di N. S. di Lampedusa.

Lo si può analizzare qui in un contesto, anche iconografico, più esteso e per via di ragionamenti distinti, valutando quanto si adoprò il deputato sabaudo Fruttuoso Biancheri, avvocato di Camporosso, per la realizzazione del nuovo ponte carrozzabile ad Arma sull’Argentina nel piano del perfezionamento della strada litoranea ligure.

Il Ricca in “Viaggio da Genova a Nizza scritto da un ligure nel 1865” ama molto Taggia che definisce culla di uomini illustri ma la celebra anche per la storia e la natura, specie “della sua pianura ove sorgono a guisa di bosco, fichi, pesche, mandorli, peri, ciriegi, aranci, melogranati, abbelliti da rigogliose viti a festoni, che fanno incurvare i loro rami fino a terra, e sopra tutto ulivi giganteschi, che formano una variazione piacevole“.

L’autore rammenta però pure un suo dispiacere e cioè che al pari di altri casi e di altri stranieri gli inglesi, a suo parere, si siano in qualche modo “impadroniti” della figura di Giovanni Ruffini e delle sue opere.

Contestualmente Luigi Ricca analizza anche la vasta trattazione condotta dallo stesso deputato relativa al territorio intemelio concernente in particolare il ponte carrozzabile alla foce del Nervia e “…come pure di variare e rimediare la pericolosa discesa che esiste nella città di Ventimiglia, dalla parte di levante…”

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Monaci e pellegrini nell’estremo ponente ligure

Tra luci ed ombre si è ricostruita la DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO ORIGINARIO NEL PONENTE LIGURE nell’ambito del quale hanno avuto dapprima peso varie esperienze monastiche [anche di natura eremitica ed ascetica orientale] e sviluppatesi su tutto l’arco ligure, senza escludere gli importanti insediamenti anacoretici in grotte e ripari dell’agro intemelio e delle future ville in particolare specialmente (oltre che nell’area di Bordighera) nel complesso della Cima della Crovairola tra Vallecrosia e S. Biagio della Cima: alle origini di questo primo apostolato risiedette, ed il processo durò a lungo sin oltre i tempi di Gregorio Magno, l’esigenza di deprimere la vitalità degli antichi culti idolatri attraverso processi di loro assimilazione nella teologia cristiana o di rovesciamento cultuale.

Dopo queste basilari esperienze religiose la Liguria, come tutta la Cristianità europea, fu caratterizzata dal grande e fondamentale apostolato dei BENEDETTINI cui (prescindendo dal mruolo essenziale avuto nella riscossa cristiana contro i Saraceni) risultarono strettamente legate alcune innovazioni importanti sia nel settore generale dell’agronomia e dell’alimentazione, in contrade prostrate dalle invasioni arabe sia in rapporto allo specifico settore della diffusione e del potenziamento dell’olivicoltura.

Attorno ai conventi, ai monasteri, alle più disparate strutture agricole e insediative benedettine, cosa non sempre citata a sufficienza, si concentrò una popolazione dispersa, ancora sgomenta per le violenze dei Saraceni: proprio dalla relazione di un vescovo genovese apprendiamo questa drammatica condizione di tanta povera gente: anche se i suoi dati si riferiscono all’area di Sanremo e Taggia dove i Benedettini del monastero piemontese di Pedona portarono conforto spirituale e ristoro socio-economico, per semplice linea comparativa oltre che sulla base di altri dati, è facile intendere quale enorme peso la missione benedettina abbia avuto per la ricostruzione del devastato Ponente ligure.
Nel territorio ventimigliese, come si è ricostruito dall’analisi di vari insediamenti monastici contemporanei a quelli delle aree di Taggia e Sanremo, si può anzi giungere alla conclusione che proprio intorno a Case benedettine si sia evoluto il ramificato complesso dei borghi minori e delle ville: meno lentamente di quanto si possa credere la popolazione rurale prese a concentrarsi sotto la protezione spirituale e temporale di questi monaci graditi ai feudatari locali e due caso emblematici, nella loro distinzione, sono quelli del Convento di S. Ampelio a Bordighera (in cui all’originaria esperienza eremitica si sovrappose una chiara matrice benedettina) e quello della chiesa benedettina di S. Pietro in Camporosso presso la quale si concentrarono i primi insediamenti urbani di tal paese della valle del Nervia.

Quando il Monastero di Pedona, a sua volta pesantemente colpito da assalti di Saraceni fu distrutto ed entrò in crisi irreversibile, le sue veci vennero, nel territorio intemelio, recuperate dai BENEDETTINI DI S. PIETRO DI NOVALESA in val Cenischia non lontano da Susa, che, scendendo verso il mare e superando le giogaie montane per la via del Nervia, portarono il loro apostolato nel territorio ventimigliese ed eressero un importante Priorato nell’area di Dolceacqua (il sito oggi detto del “Convento”) da dove irradiarono la loro opera e la loro spiritualità, attirando coloni e sparsi agricoltori che nei pressi del cenobio presero residenza fissa erigendo casolari e dando vita ad una notevole esperienza socio-religiosa di relazione: accanto ai Benedettini, ed alle loro esperienze “riformate”, dei Cluniacensi e dei Cistercensi, tra XI e prima metà del XIII secolo, si affermarono altri importanti ORDINI MONASTICI tra cui però, per l’agro intemelio, il suo entroterra e le sue ville, un ruolo di straordinaria portata, un èò come in tutta Italia, ebbero i FRANCESCANI che raggiunsero presto, per il loro infaticabile operato, grande rinomanza tra i ceti umili e gli abitanti delle ville agricole o marinare.

La genesi della Diocesi di Ventimiglia, per la stessa antichità affonda nelle nebbie del passato ma il suo studio è essenziale per inquadrare la trasformazione dell’antico municipio romano in un nuovo complesso geopolitico laddove la Diocesi, ancor più della Contea e del Comune, finiva per influenzare la delimitazione del territorio e la distinzione, pur all’interno di un solo corpo giurisdizionale e spirituale di Ventimiglia e delle sue ville, specie di quelle orientali destinate ad una grossa evoluzione, e poi ad una tormentata contrapposizione al capoluogo, sin a costituirsi autonomamente sotto il profilo economico, amministrativo e spirituale nella Magnifica Comunità degli Otto Luoghi.

Un momento importante nella storia della Diocesi ventimigliese, in merito alla suddivisione del suo territorio, si fa risalire a poco oltre la metà del 1200 quando i Canonici del Capitolo della Cattedrale (in quella particolare contingenza panitaliana che vide il clero secolare prevalere su alcuni grandi Ordini monastici in decadenza) procedettero ad una RIPARTIZIONE del patrimonio terriero ecclesiastico in 8 prebende.

Il torrente Garavano in questa divisione rappresentava un punto fermo della suddivisione di quel territorio diocesano i cui confini orientali (a differenza appunto di quelli occidentali) risultarono a lungo poco decifrabili e di cui solo in tempi recenti il compianto Nilo Calvini ha fornito un’esauriente identificazione al Ponte della Lissia presso Ospedaletti sì che, secondo tale motivata interpretazione, prima delle revisioni ottocentesche e dell’ampliamento del territorio della cattedra intemelia coll’agro sanremese e vari siti circonvicini, il territorio della diocesi intemelia anche nei tempi più antichi calcava la “giurisdizione ecclesiastica” che in una sua carta del 1752, sulla linea di costa, Panfilo Vinzoni identificò tra il limite occidentale presso Roccabruna e quello orientale segnato, per l’appunto, al ponte della Lissia.
Quest’ultima cittadina, con cui si “chiudeva” la parte orientale della Diocesi intemelia, racchiude nel suo nome una vicenda secolare di organi assistenziali, con terapie anche empiriche contro le grandi malattie dell’epoca, che si svilupparono proprio dal torrente Garavano sino alla medesima Ospedaletti coinvolgendo anche tutto il territorio delle antiche ville intemelie.
La ragione del fiorire di questi organismi assistenziali non era però legato solo a ragioni curative e di ricovero ma anche, se non principalmente, all’esigenza di dare ospitalità sotto un tetto e su dei letti decenti ai tanti viandanti che proprio in quest’epoca percorrevano il territorio ventimigliese.

Il rinnovato, intenso traffico, sia per la pur ardua linea di costa sia per il citato tragitto alpestre di val Nervia [arcaico TRAGITTO di genesi ligure, quasi certamente potenziato dai Romani, che per lungo tempo fu via di comunicazione fra Liguria Occidentale e Basso Piemonte] è citato soprattutto negli atti scritti a metà del ‘200 dal notaio Giovanni Di Amandolesio: esso risiedette in un grandioso fenomeno di espansione del Cristianesimo a scapito dell’ormai rallentato espansionismo islamico.

In un primo momento si ebbe infatti il grande fenomeno delle Crociate che raggiunsero pur provvisoriamente lo scopo di riconquistare alla Cristianità gran parte della Terra Santa e Gerusalemme in particolare: nello stesso tempo, seppur tra il lugubre bagliore dei roghi specie nella dolce PROVENZA dopo la feroce Crociata contro gli Albigesi, andava trionfando l’annosa lotta della Chiesa contro le ERESIE ANTICHE, già temute, coll’emblematico nome di Idra Eretica, quali espressioni di un inganno diabolico ma, in verità, ormai sfiancate da anni di lotte e persecuzioni.

Sulla secolare vicenda si innestò, dopo la vicenda puramente militare, un fervente fenomeno di pellegrinaggi alla volta dei Luoghi Santi della Cristianità

Il notaio di Amandolesio fece cenno ad un fervore di viaggiatori che dal Ponente ligure, ove si radunavano, si imbarcavano su vascelli di vario tipo per fare vela alla volta di Gerusalemme e recarsi alla ricerca dei siti in cui il Cristo predicò la sua dottrina: il di Amandolesio, oltre a ciò, fece spesso riferimento ad una intensità sempre in crescendo del traffico marittimo di merci e persone, che in un piano di generale rinascita dopo gli antichi terrori dei Saraceni, si stava sviluppando nel mare che da Ventimiglia e Ville portava verso Arles e Marsiglia come verso Roma: negli atti il notaio registrò un movimento davvero continuo di imbarcazioni di diversa stazza che sfruttava sia i due porti canale di Ventimiglia, quello antico del Nervia e quello del Roia, ma che si avvaleva anche di imbarcazioni a ridotto pescaggio come i copani per sfruttare dove possibile la navigabilità dei due corsi fluviali, all’epoca di portata molto superiore a quella odierna come hanno dimostrato tanti studi storici e idro-geologici.

A proposito del gran flusso di VIANDANTI e PELLEGRINI è sintomatico che tra i documenti redatti dal di Amandolesio compaia un testamento fatto redigere a metà XIII secolo da tal Ugo Botario che, fra altri lasciti, stabiliva delle somme di denaro da lasciare alle Confraternite dell’Opera del Ponte sia del Nervia che del Roia: si trattava di uno dei vari donativi, registrati dallo stesso notaio, fatti anche da altri testatori a vantaggio di questi due ponti che per essere in legno dovevano annualmente, con spese non indifferenti, essere restaurati dalle Confraternite.
Con lo stesso testamento il Botario lasciava altresì delle somme di denaro per alcuni Ospedali, retti da Confraternite religiose e sparsi per l’agro Ventimigliese tra Garavano e Ospedaletti.
Il denaro, stando a quanto si legge nel documento, sarebbe servito per comprare “sacconi e giacigli per i poveri viandanti”: si intende che gli ospedali oltre che a svolgere funzioni curative per gli ammalati erano anche dei ricoveri ove a pochissimo prezzo erano ospitati i viandanti ed in particolare i pellegrini che giungendo dal Basso Piemonte in particolare, ma anche da altri siti di Liguria, si valevano, come detto, del territorio di Ventimiglia e Ville come di un nodo di partenza verso i luoghi di Terrasanta liberati dalle imprese dei Crociati e da altri cavalieri cristiani tra cui un ruolo importante ebbero i Templari che nell’agro di Ventimiglia e Ville tenevano un loro Ospedale ove ospitavano i pellegrini di fede che spesso scortavano verso i luoghi santi della Cristianità.
Tanto fervore di viaggi e spedizioni, militari e no, era solo parzialmente legato alle Spedizioni in Terrasanta liberata dalle Crociate: in effetti altri porti erano da anteporre a quelli di Ventimiglia e ville per spedizioni in Terrasanta, tuttavia la grande frequentazione del Ponente ligure ad opera di viandanti e pellegrini provenienti dall’Italia ma anche da terre straniere del Settentrione trovava una particolare motivazione in una specifica contingenza di generale riscatto del Cristianesimo che, per le prospettive geografiche del tempo, finì per costituire un fenomeno planetario.
Infatti, dopo aspre campagne di guerra, i Sovrani cattolici della Spagna, secoli prima quasi interamente asservita agli Arabi, con la trionfale vittoria del 1212 a Las Navas de Tolosa, avevano quasi portato a termine la Riconquista cattolica della Penisola iberica relegando i nemici islamici nell’area di Granada donde sarebbero stati cacciati solo nel 1492.
La vittoria cristiana in Spagna fu intesa presto come un’impresa sostenuta dalla potenza divina e il Santuario di Santiago di Compostela, propugnacolo della Riconquista eretto dopo una vittoriosa impresa cristiana, finì per essere ascritto con Roma e la Terrasanta fra i luoghi tradizionali del pellegrinaggio di fede.
Esso raggiunse anzi tanta fama da diventare una meta storica dei viandanti della fede che vi si recavano (o mandavano loro emissari a portarvi qualche ex voto) sfruttando un documento, che divenne celebre ed ambito, il cui nome era, semplicisticamente, Visitandum: si trattava di un’utile guida per raggiungere, attraverso la Gallia, le Spagne e poi spingersi fin all’Atlantico presso cui sorgeva il Santuario
Questo fenomeno spiega la presenza a Ventimiglia di cavalli di buona razza, non destinati alla macellazione ma ad esser commerciati per dar ricambio ai viandanti, ai Santi pellegrini ed a quei bizzarri messaggeri di pietà cristiana che erano i cavalieri della fede a pagamento, veri e propri avventurieri che, per quanti non avessero le forze o mancassero di coraggio, tramite un particolare accordo, spesso redatto su un atto notarile, affrontavano il non facile viaggio per Compostela.
Sull’antica carta erano minuziosamente indicati tutti i luoghi spirituali che si sarebbero incontrati durante il lungo tragitto, spesso fatto per luoghi aspri e popolati di briganti: a partire dalle Gallie come si può notare tuttora sulla Carta del Visitandum erano segnati i 4 tragitti storici per Santiago, elencati partendo da Sud a Settentrione: il I Tragitto era identificato nell’area di Arles donde si recavano molti viandanti che eran giunti da tutta Italia nell’agro ventimigliese prendendo riposo ed ospitalità nei ricoveri ed Ospedali sparsi nei dintorni e di cui, dagli atti notarili, si son recuperati sì diversi nomi ma non tutti certamente, data la rilevanza del fenomeno pellegrino (e senza contare i ricoveri privati non retti da Confratelli ma da semplici cittadini che, dando ospitalità a prezzo più elevato e generalmente a ricchi borghesi od a nobili, si arricchivano in modo non indifferente).

Queste convergenze tra Pellegrinaggi, la rinnovata affermazione del Cristianesimo, l’aumento dei traffici viari e marittimi per contrade relativamente liberate dai predoni e fatte salve da Arabi e Saraceni ebbero un singolare effetto su tutta la Diocesi e l’agro di Ventimiglia dislocati geopoliticamente in un’area fondamentale di passaggi ed itinerari, dove si intrecciavano flussi di viandanti, ove soprattutto si poteva riposare e rifornirsi in previsione di partenze per destinazioni anche molto diverse.

POSTILLA SU CAMPOROSSO:

CAMPUS RUBEUS
originario insediamento rurale di origine romana [ il cui primigenio complesso demico nello straordinario areale topografico della CHIESA DI S.PIETRO ( inevitabilmente soggetta all’influsso delle case monastiche pedemontane e delle loro appendici sino al Convento dolceacquino di N.S. della Mota (Muta) e quindi all’influenza monastica dei Benedettini oltre che della loro vigorosa ripresa dell’agronomia in forza del sistema della Grangia ma anche, dopo la cacciata dei Saraceni del Frassineto e il ricontrollo cristiano dei tragitti, sito strategicamente eccezionale per i “Viaggi e i Pellegrinaggi della Fede” nei diversi Luoghi Santi), in epoche successive dimensionato quale contrata (contrada) = siti tutti, verosimilmente da tempi lontanissimi, raggiungibili per un ponte (guado? romano a pedate di tipo medievale?) sul Nervia imboccata, provenendo da est, una DEVIAZIONE DELLA STRATA ANTIQUA O “STRADA ANTICA” (GIA’ DELLA STRADA ROMANA?) secondo la direttrice delle Braie ] dovette per qualche scelta demografica o rurale esser “scivolato”, per quanto sappiamo dal XIII secolo, nell’attuale logistica.
per agevolare la lettura visualizza qui dalla CARTA NOTARI UN DISCORSO SULLE POSSIBILI TAPPE
DI UNA ANTICA VIA DEI PELLEGRINAGGI A SANTIAGO DI COMPOSTELA seguendo questo tragitto
chiesetta di San Rocco, a Vallecrosia, di San Giacomo di Camporosso, crinale di Ciaixe,” [in questo contesto assume importanza a riguardo di Camporosso qual storico produttore di mandorle la moderna constatazione a riguardo della località Ruge, sotto il vallone di Ciaixe verosimilmente un Castellaro proprio della Civiltà ligure preromana, ove vasta è tuttora la presenza di mandorli, anche inselvatichiti e in pratica divenuti un endemismo] rovine della grangia sottostante i Martinazzi, Santuario delle Virtù, San Rocco presso Bevera, Sant’Antonio sul crinale della valle di Latte e perduta chiesuola di San Gaetano sulla Spiaggia di Latte
[a proposito di questo auspicato approfondimento in merito allo spostamento di Pellegrini di Fede ma anche della conservazione di certi percorsi medievali colpisce questa  ******************CARTA DEL ‘700******************
in cui si indica il recupero di un tragitto con sorprendenti analogie con quello descritto dall’autore di un articolo edito nel sito della Cumpagnia d’i Ventemigliusi sotto la Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE (Pubblicato on line: 24 Novembre 2016) specificatamente per quanto concerne le notazioni alla nota 10 (della carta si può vedere qui con integrazione critica
la specificità del superamento, tramite una deviazione, del Nervia, nell’areale di Camporosso
per ulteriori tragitti montani)]

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Aurigo (IM)

Fonte: Wikipedia

In età medievale Aurigo (IM), sito a 431 m.s.m., fu sede di un CASTELLO (datato del XII secolo ed oggi parzialmente inglobato nel quattrocentesco PALAZZO DE GUBERNATIS) dei CONTI (ramo Lascaris) di VENTIMIGLIA.
Pervenne quindi ai SAVOIA da cui giunse in feudo ai DORIA nel 1575, seguendo in pratica le vicende di BORGOMARO, capitale del Dominio feudale.
Il paese originario sorse probabilmente più in altura rispetto all’odierno: quasi di sicuro raggruppato intorno all’edificio sacro della romanica CHIESA DI S. ANDREA.
Questa ricostruzione ha indotto alcuni storici a dare una particolare spiegazione del nome del paese.
Il Lamboglia per esempio, sviluppando un confronto con la topografia ed il nome di APRICALE in VALLE DEL NERVIA, ha ipotizzato che AURIGO derivi il nome dalla base APRICUS nel senso di “SOLATIO”: ed indubbiamente osservando la posizione di AURIGO uno spettatore moderno ha l’impressione di osservare davvero un sito esposto nel miglior modo possibile ai raggi del sole e quindi ideale per la vita agreste di relazione e di produzione.
Tuttavia per quanto suggestiva l’ipotesi si scontra con certe norme della linguistica e della toponomastica ligure: infatti sarebbe anomala l’evoluzione del gruppo APR- nel gruppo AVR-.
Siffatta osservazione ha indotto altri studiosi tra cui la glottologa Petracco Sicardi ad ipotizzare -quasi certamente essendo nel giusto- che il moderno AURIGO sia un derivato dal nome di persona germanico AURIGIS e che si sia sviluppato alla maniera di molti altri toponimi di siffatto genere, seguendo la tipologia: CASTRUM AURIGIS>AURIGO.
Questa valutazione sembrerebbe peraltro avvalorata da un confronto storico.
Il paese si è infatti evoluto in un’area di alta importanza strategica laddove i BARBARI hanno lasciato significative tracce (onomastiche, toponomastiche ed insediative) della loro presenza, soprattutto dei tempi in cui qui esercitavano pressione militare e demografica contro il SISTEMA DIFENSIVO in tempi diversi attivato dai BIZANTINI, che per ultimi contesero agli ultimi “Barbari invasori”, i LONGOBARDI, l’accesso definitivo alle terre italiche, come la LIGURIA, non ancora cadute sotto il loro DOMINIO.
Oltre queste congetture AURIGO, come molte altre località non offre segnali peculiari che permettano di inquadrare meglio la sua genesi.
A prescindere dalla chiesa romanica di cui si è detto (e fatta naturalmente eccezione per i reperti del CASTELLO come della sua evoluzione quattrocentesca, cioè il PALAZZO DE GUBERNATIS, gli altri edifici pubblici sono decisamente recenti.
Come la Parrocchiale che risale al XVIII secolo o la Chiesa di S. Paolo.

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