Tommaso Reggio, storico vescovo di Ventimiglia (IM)

La figura di MONS. TOMMASO REGGIO è legata alle SUORE DI SANTA MARTA di Ventimiglia (IM), volute da lui, e da lui seguite con amore di padre che pretende una sempre maggiore coerenza con la loro consacrazione a Dio e il loro servizio generoso al prossimo. Nel progetto della nuova famiglia religiosa, si rispecchia la sua personalità di uomo forte e leale, di cristiano tutto dedito alla sequela di Cristo, di prete e di vescovo speso nel servizio pastorale, nel bene della Chiesa e del mondo. Tommaso Reggio non è un mistico che fonda una famiglia religiosa per realizzare un proprio sogno di intimità con Dio, ma è il Vescovo che, vedendo situazioni difficili e urgenze drammatiche, non può accontentarsi di esortazioni o di qualche episodio sporadico, ma vuole una risposta coraggiosa e continua, un coinvolgimento concreto, il lievito evangelico che fermenta e smuove la massa. Le Suore di Santa Marta nascono quasi spontaneamente nella sua mente di vescovo appena giunto a Ventimiglia, di fronte alla situazione deplorevole del Seminario. Accanto a una ristrutturazione materiale e culturale urge una presenza umile e silenziosa ma operosa e fattiva, una presenza di donne consacrate a Dio e attente al bisogni quotidiani dei giovani che frequentano il Seminario. C’è bisogno di donne che sappiano accogliere e servire con la sensibilità e l’attenzione femminile, e creare una atmosfera religiosa indispensabile nel contesto della preparazione al sacerdozio. Essere a disposizione di un Seminario esige una profonda apertura al mistero di Dio, una condivisione del dono di sé, una esperienza di intimità con Dio e di comunione tra le persone. Dovranno essere come Santa Marta che accoglie il Signore e lo serve materialmente nella casa di Betania dove si può ascoltare la voce e l’insegnamento di Gesù. “Me le formerò lo le Suore che mi vadano bene!” esclamò un giorno e si mise al lavoro con tanto impegno e generosità. II 15 ottobre 1878 nasce il primo germoglio delle Suore che lui stesso chiamerà “Suore di Santa Marta”. Come la “beata sorella di Lazzaro e Maria, Santa Marta ebbe non solamente la somma ventura di accogliere nella sua casa di Betania il Divin Redentore, ma quella altresì di adoperarsi colle sue mani a servire Gesù e a preparargli nell’umile servizio casalingo ogni cosa necessaria alla vita” così le Suore di Santa Marta si ispireranno a questa Santa nell’attuare tutta la loro esistenza. La sua esperienza come Rettore del Seminario a Chiavari, e la se rietà del suo sacerdozio vissuto a Carignano, in una continua tensione di sintesi tra umano e divino, tra formazione e cultura, saranno fondamento per una nuova famiglia religiosa. I tre consigli evangelici tradotti nei tre “voti” di povertà, castità e obbedienza che sono propri alla vita consacrata, diventano per le Suore di Santa Marta il modo per attuare la loro caratteristica ed essere sempre meglio disponibili alla accoglienza di Gesù in una donazione totale a lui. Agli inizi del 1879, al Convegno ligure dell’Opera dei Congressi, lui stesso le presenta così: “Nuovo il nome, nuova la istituzione. Un tentativo, o Signori, un mio audace tentativo, affine di dare al Seminari ed al clero buone Marie somiglianti a quelle, onde ci parla il Vangelo, che servivano a Gesù e agli Apostoli”. Alla prima destinazione nel Seminario di Ventimiglia, succedono altre, come risposta a situazioni drammatiche che non possono essere disattese da chi vuole servire il Signore. II colera scoppia in Liguria, e le Suore vengono mandate in un paese presso la frontiera francese, Latte, nel luglio 1884, per curare i colpiti dalla epidemia. Tre anni dopo, un tremendo terremoto sconvolge e distrugge paesi liguri nella regione occidentale e il Vescovo di Ventimiglia non solo organizza i soccorsi, ma manda le sue Suore che impegnano tutte le loro forze per alleviare i sinistrati e risolvere i disagi più gravi. Come dice lui stesso nella “Regola di vita” pensata per loro, le Suore “voleranno in aiuto alla indigenza” senza ri sparmiare nessun sacrificio. L’accoglienza, caratteristica di queste Suore, comprende ed esige tanti atteggiamenti: dall’ospitalità al conforto, dall’insegnamento alla educazione e formazione, dalla presenza negli ospedali alle visite infermieristiche nelle case, dalla comunione di fede e di preghiera alla attenzione fraterna a chi non condivide la medesima fede. Sempre, e l’espressione di un animo aperto al Signore che viene e vive sotto le apparenze più disparate: perciò e necessaria anche una “competenza” che bisogna acquisire e obbliga le Suore a una formazione umana e professionale per i vari compiti a cui sono chiamate. L’idea di Tommaso Reggio era quella di rinnovare nel mondo un’oasi di accoglienza, di servizio, di fratellanza: pensa perciò di costituire tante case che siano una “Betania” sempre aperta per accogliere ogni persona, per amarla, capirla, accettarla, servirla con l’amore che viene da Dio e a lui ritorna nel la persona dei suoi figli. Di fatto, da Ventimiglia la famiglia religiosa si allarga all’ltalia e cresce e arriva in Libano, in America Latina, in India: dappertutto e lo spirito evangelico che vuole fecondare il mondo e creare la gioia di una accoglienza generosa come a Betania. Questa provvidenziale apertura a regioni e culture diverse, a civiltà lontane dal criterio latino, mentre gia afferma una disponibilità alle ispirazioni dello Spirito che “soffia dove vuole” richiede anche che l’animo di ogni Suora si apra a tutte le direzioni accogliendo e confrontandosi con spiritualità e tradizioni che provocano nuovi atteggiamenti di fede e di opere. Tommaso Reggio non si accontenta di considerazioni teoriche, e vuole che le sue Suore realizzino una presenza concreta, affascinante di Gesù accolto con amore: perciò descrive anche l’atteggiamento esteriore che deve rivelare l’animo della Suora. “La vera religiosa di Santa Marta deve essere un’anima forte, morta a se medesima ma vivente di luce, di giustizia, di verità e di virtù virile. Il suo eroismo non deve essere disgiunto da una soave semplicità. Essa vive con vero gaudio nel cuore luminosamente riflesso nel volto” anche quando l’interno è sbattuto dalla tempesta e l’animo è “angosciato da un intenso dolore” E aggiunge: “La gioia del Paradiso vi irraggia la fronte e rivela il trionfo e tradisce il segreto di un cuore beato nel possedimento di Dio. Quanto è bella e grande la felicità di una religiosa osservante! La gioia che trabocca dall’anima, lo stesso aspetto vostro che parla sì eloquente, rivela un mistero, scopre un segreto di angelica compiacenza che voi stesse e gli altri fa consapevoli di una dignità nuova e di una gloria che vi solleva al di sopra di tutte le cose create”

[testo e immagini riprodotte da “LA CASANA”, GENOVA, ANNO XLII, SUPPLEMENTO 2/2000 – articolo di Giorgio Basadonna, L’episcopato a Ventimiglia – Le Suore di “Santa Marta” – La sua spiritualità (pp.40-42)]

IL VESCOVO TOMMASO REGGIO, IN QUESTO DIPINTO DEI PRIMI DEL NOVECENTO [CUSTODITO A CHIAVARI NEL CONVENTO DELLE SUORE DI SANTA MARTA] E’ EFFIGIATO NEL MOMENTO IN CUI CONSEGNA LA “REGOLA DI VITA” ALLE “SUORE DI SANTA MARTA” CHE LUI STESSO ISTITUI’ IN VENTIMIGLIA IL 15 OTTOBRE 1877 (IMMAGINE DA “LA CASANA…” CIT.)

BIOGRAFIA DI TOMMASO REGGIO:

9 gennaio 1818

Tommaso Reggio nasce a Genova dal marchese Giacomo e dalla marchesa Angela Maria Pareto; il giorno seguente è battezzato in San Lorenzo.

10 aprile 1828

Da Mons. Antonio Podestà, vescovo di Saluzzo, riceve il Sacramento della Confermazione e la Prima Comunione.

1 agosto 1838

Ottiene il Bacellierato in Giurisprudenza presso l’università di Genova.

18 settembre 1841

E’ ordinato sacerdote dal Cardinale Placido Maria Tadini e celebra la Prima Messa a Gavi (AIessandria) nella Chiesa di S. Maurizio.

20 dicembre 1 841

Entra nella Congregazione dei Missionari rurali e urbani (che hanno il fine di predicare gli Esercizi e le Missioni nelle parrocchie), come franzoniano è impegnato nella chiesa di San Giovanni di Prè.

15 luglio 1842

Si laurea in Teologia all’Università di Genova, I’anno successivo ottiene il dottorato e viene iscritto nel Collegio dei Dottori della Regia Università. E’ nominato vice-rettore del Seminario di Genova e nel 1845 diviene rettore del Seminario di Chiavari.

26 luglio 1849

E’ tra i fondatori del primo quotidiano cattolico italiano “Il Cattolico di Genova” che, nel 1851, diventerà “Il Cattolico” e, nel 1861, lo “Stendardo Cattolico”, I’ultimo numero esce il 14 marzo 1874. Dagli inizi degli anni ’60 I’abate Reggio è il direttore del giornale e se ne fa carico anche dal punto di vista economico.

26 maggio 1851

E’ nominato Abate della Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano. Si iscrive alla Compagnia della Misericordia, che si propone di assistere i carcerati e i loro familiari, e alle Conferenze di San Vincenzo De’ Paoli; per molti anni è assistente spirituale di queste e di altre associazioni di solidarietà. Come franzoniano è “Direttore della dottrina di notte” nella Chiesa della Madre di Dio: dall’alba è a disposizione degli emarginati, che si vergognavano ad andare in chiesa di giorno, e dei lavoratori.

1854

Aderisce alla società operaia cattolica di S. Giovanni Battista.

20 marzo 1877

Da papa Pio IX è nominato Vescovo di Ventimiglia, e consacrato da Mons. Salvatore Magnasco il 6 maggio nella cattedrale di San Lorenzo.

15 ottobre 1878

Fonda le Suore di Santa Marta, nel 1885 consegnerà loro le Regole da lui redatte; il 21 gennaio 1879 ne dà notizia alla Chiesa ligure durante l’adunanza regionale dell’Opera dei Congressi, nel 1885 e nel 1889, con due lunghe lettere, presenta la nuova Congregazione al papa Leone XIII.

1878

Per incrementare lo studio del Catechismo istituisce nelle parrocchie la Congregazione della Dottrina cristiana e, per rendere duratura l’efficacia della Visita Pastorale, istituisce la Congregazione della Santa Visita. Le tre visite pastorali da lui attuate in questa diocesi hanno avvio negli anni 1877, 1882 e 1889.

8 marzo 1880

Inaugura l’Accademia di San Tommaso d’Aquino per incrementare gli studi teologici. L’anno dopo celebra il primo Sinodo diocesano, (nel corso dei 15 anni di episcopato ne celebrerà altri due) costituisce una Unione di preghiere per ottenere da Dio buoni sacerdoti e la Società per gli interessi cattolici, a questo scopo invita i Parroci a costituire Comitati parrocchiali.

23 febbraio 1887

Un terremoto colpisce la Liguria occidentale, Mons. Reggio si impegna per soccorrere e consolare i suoi diocesani, in particolare si fa carico degli orfani: crea due orfanotrofi, a Sanremo per i ragazzi e a Ventimiglia per le bambine, ambedue sono affidati alle sue Suore e sono da lui personalmente seguiti. Come riconoscimento il governo italiano gli conferisce la Croce di Cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro; nel 1892, in occasione delle feste colombiane, è insignito della Croce di Grand’Ufficiale.

11 luglio 1892

E’ nominato Arcivescovo di Genova. Entra ufficialmente in diocesi il 10 agosto 1892, partecipa al X Congresso Cattolico Nazionale e presiede quello sugli Studi Sociali da lui particolarmente sostenuti. In nove anni attuerà due Visite Pastorali e celebrerà, dopo sessant’anni, il Sinodo diocesano.

3 dicembre 1892

Erige la diocesi di Chiavari che, fino al 1896, dipenderà ancora dall’arcivescovo di Genova.

7 giugno 1893

Istituisce l’Ufficio del Contenzioso Ecclesiastico, costituito da avvocati impegnati nella tutela dei diritti della Chiesa, I’omonima rivista diffonde le informazioni.

10 giugno 1894

Tommaso Reggio incorona solennemente la statue della Madonna della Guardia.

28 aprile 1895

Comunica al clero le nuove direttive per il Seminario diocesano e nomina come Rettore il Padre Antonio Piccardo. Nello stesso anno inizia il restauro della Cattedrale di San Lorenzo in stretta collaborazione con il Comune di Genova.

17 giugno 1897

Con un’interpellanza al ministro Di Rudinì, I’arcivescovo ottiene il ripristino della solenne processione del Corpus Domini per le vie della città. Nello stesso anno istituisce la Pontificia Facoltà Giuridica e la Scuola Superiore di Religione per i laici.

24 aprile 1898

Approva con un suo decreto la riforma dei confini delle Parrocchie e fa costruire nuove chiese per far fronte alle esigenze urbanistiche della città che va estendendosi nelle zone periferiche. In questi anni, in collaborazione con il beato Scalabrini e con Mons. Geremia Bonomelli, promuove iniziative in favore degli emigranti che transitavano per Genova o che si recavano nel nord-Europa in cerca di fortuna.

13 settembre 1901

Si reca a Triora per inaugurare la statua del Redentore sul Saccarello.

22 novembre 1901

Muore a Triora all’età di 83 anni, le ultime sue parole furono: “Dio solo Dio solo mi basta, sia fatta in tutto la volontà di Dio”.
I Genovesi hanno subito aperto una sottoscrizione per erigere un monumento in suo onore; tuttavia, consapevoli della sua profonda carità, hanno aderito alla proposta di padre Semeria, grande estimatore di Mons. Reggio, e hanno donato la somma raccolta, 14.000 franchi francesi, alle Piccole Sorelle dei Poveri (da lui accolte pochi mesi prima in diocesi per assistere le persone anziane indigenti) piccolo contributo per la costruzione dell’edificio che stave sorgendo in via Corridoni 6 che doveva essere come un “monumento vivo” all’anziano arcivescovo.

1901

“Ho assistito alla morte di un santo” aveva assicurato Mons. Ambrogio Daffra, vescovo di Ventimiglia, subito dopo il decesso di Mons. Tommaso Reggio. Questa era anche la convinzione dell’opinione pubblica, se possiamo dar credito alla stampa locale.

1926

E’ pubblicata la prima biografia che contiene un’ampia raccolta di testimonianze.

1975- 1981

Vengono effettuate radicali ricerche a completamento delle precedenti; I’accesso alla consultazione dei numerosi documenti dell’Archivio Vaticano consente di ampliare le conoscenze e di rettificare alcune notizie errate che ostacolavano l’introduzione della causa di beatificazione.

1983-1984

Si celebra il Processo Diocesano: una Commissione Storica esamina la ricca documentazione precedentemente raccolta e il Tribunale Ecclesiastico interroga numerosi testimoni per verificare la “fama di santità”. Da questo momento Mons. Tommaso Reggio è riconosciuto “SERVO Dl DIO”.

1984-1992

Tutta la documentazione è depositata nell’apposito ufficio della Congregazione delle Cause dei Santi a Roma e viene redatta la “Positio”: una dettagliata biog rafia fondata su documenti storici.

1992

La seduta di sei Consultori Storici si conclude con unanime giudizio positivo sul Servo di Dio, sulla ricca documentazione e sulla “Positio”.

1993

Il Postulatore Padre Antonio Ricciardi viene sostituito dall’avvocato Andrea Ambrosi per motivi di salute.

1 settembre 1997

Durante la seduta della Commissione teologica i nove teologi unanimemente riconoscono l’eroicità delle virtù di Tommaso Reggio.

2 dicembre 1997

Il Cardinale Giovanni Canestri convoca la consulta dei Cardinali e Arcivescovi i quali confermano che Tommaso Reggio ha vissuto le virtù in modo eroico e ne informano il Santo Padre.

18 dicembre 1997

Nella sale del Concistoro, il Santo Padre, Giovanni Paolo II, firma il Decreto sulla eroicità delle virtù. Con questo documento la Chiesa proclama il servo di Dio “Venerabile”.

21 dicembre 1998

Il Santo Padre firma il Decreto che riconosce il miracolo ottenuto per intercessione di Tommaso Reggio.

3 settembre 2000

Beatificazione in piazza San Pietro a Roma.

NOTIZIE SUL MIRACOLO

Secondo gli esperti almeno tre delle “grazie ricevute” per intercessione di Mons. Reggio possono essere ritenute straordinarie. Poiché per la beatificazione basta un solo “miracolo” è stata scelta la “grazia” che permetteva la consultazione di un maggior numero di testimoni ed è risultata quella avvenuta nel 1986, a Paula Valdenegro Romero, un’alunna di 6 anni della scuola rnaterna “Santa Marta” di Valparaiso. Era stata ricoverata nel novembre 1984 in Pediatria per pneumopatia acuta sinistra e piodermite e, nel novembre dell’anno successivo, in neurologia per sindrome di Guillain-Barre e atelettasia polmonare, con complicazioni tanto gravi da far temere per la vita della bambina. Quando i medici hanno informato la famiglia che la piccola non sarebbe sopravvissuta a causa delle gravi complicazioni, la mamma si è rivolta alle Suore di Santa Marta. Insieme hanno iniziato ad invocare con fervore l’intercessione di “Tomasito” e hanno collocato nel lettino l’immagine del Servo di Dio. La guarigione straordinaria è avvenuta in un drammatico momento in cui la bambina ha avuto un arresto cardiaco; i testimoni assicurano che non ha respirato per piu di 10 minuti mentre i medici cercavano di rianimarla e di collegarla al respiratore che non riuscivano a far funzionare. Gli esperti ritengono un evento straordinario il fatto che, dopo un tempo così prolungato, il cuore di Paulita abbia ripreso a battere, ma ancor più straordinario è che non vi siano state conseguenze, dato che il cervello di Paula non è stato ossigenato per piu di dieci minuti. La miracolata frequenta ora l’università dopo aver completato felicemente gli studi presso il liceo “Santa Marta” di Valparaiso.

1995-1996

Si celebra il Processo Diocesano a Valparaiso sulla “grazia” ottenuta per intercessione del Servo di Dio Mons. Tommaso Reggio. Tale processo ha esito positivo.

29 gennaio 1998

La Consulta dei Medici conferma l’opinione degli esperti del Cile; all’unanimità i cinque professori riconoscono che la scienza non sa spiegare la guarigione di Paula Valdenegro Romero.

5 maggio 1998

La Commissione dei Teologi conferma che la guarigione miracolosa di Paula Valdenegro è stata ottenuta per intercessione di Tommaso Reggio.

6 ottobre 1998

La Consulta dei Cardinali e Arcivescovi esamina il materiale riguardante il miracolo, conferma il parere dei medici e dei teologi e informa il Santo Padre.

21 dicembre 1998

Giovanni Paolo II firma il Decreto sul miracolo ottenuto per intercessione di Tommaso Reggio.

BIOGRAFIA REDATTA DALLE SUORE DI SANTA MARTA PER LA PUBBLICAZIONE COMMEMORATIVA  SU “LA CASANA”, ” CIT.)

 

da Cultura-Barocca

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Su Dolcedo (IM)

Dolcedo (IM) – Fonte: Wikipedia

La storia di Dolcedo (IM), principale centro della VALLE DEL PRINO, è molto antica.
Il nome del borgo è un piccolo interrogativo.
Secondo una specialista di linguistica, Giulia Petracco Sicardi, il toponimo si è formato nell’età di mezzo ma non è semplice da interpretare.
Secondo alcune versioni potrebbe avere alla sua base la forma “dolsa” indicante uno “spicchio d’aglio”, forma passata quindi per metonimia ad indicare un tipo di pianta; secondo altre interpretazioni il nome “Dolcedo” sarebbe invece da collegare colla forma greca “dolikos” con cui veniva indicata una qualità di legumi: v’è comunque da tenere presente che le forme nominali di paesi e città che terminano in “eto”, proprio come Dolcedo, mediamente stanno ad indicare delle specie arboree del genere frassineto, acereto, pineta ecc.
La Petracco (come scrive nel “Dizionario di Toponomastica” (edito a Torino per l’editrice UTET) sostanzialmente si rifà al primo documento in cui è nominato il paese: si tratta di una convenzione del 1194 stipulata dagli homines Dulcedi coi Marchesi di Clavesana.
La vicenda del borgo non può peraltro essere scissa dall’evoluzione del cristianesimo nel suo territorio e in particolare dall’opera dei monaci benedettini che anche qui portarono il loro contributo di fede e di apostolato sia religioso che civile.
Una data fondamentale per la storia della chiesa in Dolcedo è data dal momento in cui il Vescovo di Albenga (in antico il borgo dal lato spirituale apparteneva alla grande DIOCESI DI ALBENGA) cedette la CHIESA DI S.TOMMASO ai MONACI DI LERINO staccandola dal MONASTERO DI S.MARIA ASSUNTA delle MONACHE BENEDETTINE DI CARAMAGNA.
DOLCEDO aveva preso a istituirsi ed a prosperare sotto le BENEDETTINE e tale fenomeno prosperò ugualmente sotto i MONACI DI LERINO: crebbero le case rurali, si formarono aziende ed opifici, presto la COLTURA DELL’OLIVO avrebbe assunto un ruolo vitale tra la popolazione, in definitiva il paese di Dolcedo avrebbe preso a svilupparsi.
Questo stato di cose continuò a fiorire mentre il potere temporale che governava la località raggiungeva il suo acme e poi decadeva per cedere ad altri il proprio possedimento: i naturali antagonisti dei popolani e dei borghesi in piena espansione erano i nobili locali, appunto quei MARCHESI DI CLAVESANA di cui si è scritto e che furono signori di queste contrade dall’XI al XII secolo.
Gli abitanti di DOLCEDO di fronte all’opposizione dei feudatari si trovarono intanto legati per comunità di interessi a agli abitanti di S.GIORGIO DI TORRAZZA e a quelli di PORTO MAURIZIO con cui, allendosi, costituirono nel 1161 il COMUNE TRIPARTITO DI PORTO MAURIZIO.
Questo accordo fu, come in tante altre contrade italiane, un momento storico, alla base della grande vicenda dei LIBERI COMUNI.
Esso infatti traeva origine dall’accordo della COMPAGNE che operavano all’interno del reciproco TERZIERE: tutte e tre già tenevano delle proprietà e gestivano un buon giro d’affari, in particolare quella di DOLCEDO controllava un MERCATO COPERTO PER TRATTARE GLI AFFARI, possedeva una TORRE evarie CASE D’ABITAZIONE e tutti questi stabilimenti si erano sviluppati proprio in vicinanza della CHIESA DI S.TOMMASO che costituiva il vero e proprio centro pulasante dell’economia e della vita sociale del borgo: ed in essa gli uomini della COMPAGNA concorrevano a PARLAMENTO quando si doveva deliberare collettivamente su questioni di capitale importanza
DOLCEDO date queste premesse prese a progredire in modo fruttuoso e la sua prosperità non venne meno dopo che perse la sua autonomia politica entrando, con gran parte del Ponente Ligure, a far parte del DOMINIO DELLA REPUBBLICA DI GENOVA.
Col mutamento di rotta politica neppure la CHIESA ebbe a patire: del resto la popolazione quasi totalmente di PARTE GUELFA se nutriva una storica diffidenza tanto verso la vecchia feudalità quanto nei confronti della nuova aristocrazia “genovese” non aveva certo da mascherare la simpatia per il mondo ecclesiastico e soprattutto verso l’ORDINE BENEDETTINO di cui era debitrice soprattutto per alcune innovazioni agronomiche: dai perfezionamenti colturali legati soprattutto all’introduzione tecnica della GRANGIA al grande sviluppo dell’OLIVICOLTURA.

Tuttavia l’antica chiesa, quasi certamente in stile romanico dovette essere abbattuta!
Ben si intende che a tale iniziativa non concorse alcun atto di ribellione al mondo ecclesiastico, anzi!
L’operazione si era resa necessaria perchè il vecchio tempio, relativamente piccolo, col passar degli anni non risultava più idoneo ad accogliere l’aumentata popolazione di DOLCEDO che ancora nel XVI secolo, secondo i dati del geografo genovese Agostino Giustiniani, era il centro più popoloso della val di Prino, contando una popolazione di 500 fuochi (o nuclei di famiglia) per una stima di circa 2000 abitanti quanti all’epoca neppure aveva Porto Maurizio (che ammontava a soli 300 fuochi).
La nuova fabbrica della CHIESA DI S.TOMASO fu realizzata entro l’anno 1320.
La prosperità del paese perdurò a lungo.
Venne dotato di un OSPEDALE per l’assistenza agli infermi (dove naturalmente si praticavano le terapie possibili -cioè modeste- in rapporto alla limitata CONOSCENZA MEDICA E CHIRURGICA DEL TEMPO.
Vi fu quindi eretta una SCUOLA L’istituzione del MONTE DI PIETA’ rese fattibile inoltre incentivare nuove importanti attività come quella della fabbrica del panno arbasino, fatto di lana nostrale.
L’aumentata ricchezza e la possibilità di sfrurùttare discrete risorse finanziarie portò ad ulteriori sviluppi dell’OLIVICOLTURA e all’impianto di nuovi e più moderni FRANTOI.
Il popolo intanto si andava sempre più organizzando in Compagnie, Confraternite o Confrarie con finalità caritatevoli: si ricordano in particolare delle di S.LORENZO o dei BIANCHI e quella di S.CARLO o DELLA BUONA MORTE O DEI NERI.
La CHIESA si trova eretta al centro del ideale del complesso demico nel “quartiere” del Borgo, detto anche Piazza che in definitiva costituisce il punto di incontro tra le varie frazioni che costituiscono il grosso paese.
Le FRAZIONI che appunto costituiscono gran parte del tessuto demico del COMUNE DI DOLCEDO sono COSTA, BELLISSIMI, LECCHIORE, RIPALTA, ISOLALUNGA, CASTELLAZZO, MAGLIANI, TRINCHERI.

Ingrandendosi il paese ha finito per svilupparsi sulle due rive del torrente Prino laddove esso si incontra col Torrente dei Boschi o Tigna: i due corsi d’acqua risultano superati da ben 5 ponti di cui il più antico o Ponte Grande -del 1292- è strutturato ad una sola arcata in declivio.
Ed ancora una volta per DOLCEDO si pone il problema di adeguare all’incremento demopgrafico la Chiesa Parrocchiale: ancora una volta -secondo una consuetudine ligure- la vecchia chiesa tardo gotica fu demolita e fu eretto un edificio ancora più grande.
La realizzazione della CHIESA PARROCCHIALE DI S.TOMMASO, su progetto dell’architetto Marvaldi di Pantasina, avviene in due fondamentali passaggi: nell’anno 1719 e quindi nel 1738 quando l’edificio è realizzato compiutamente nel suo stile barocco-ligure come si evidenzia anche dalla lettura del suo INTERNO che è a tre navate a croce greca (sono da segnalare l’altar maggiore in stile baorocco ed in marmo sul cui frontale spicca un altorilievo che rappresenta S.Tommaso che pone il dito nel costato del Cristo: altre opere di rilievo -stando ai critici d’arte ed agli studiosi locali e non- sono poi alcuni quadri custoditi nella chiesa tra cui in particolare un S.Pietro Martire opera del 1671 di Gregorio De Ferrari].
Piuttosto agile risulta invece la FACCIATA della chiesa: come detto si conserva della chiesa quattrocentesca il portale datato 1492 che reca un’iscrizione tesa a tramandare la memoria dei due consoli che presiedettero ai lavori: Bernardo Berta e Tommaso Rebuttato.

Nella frazione di LECCHIORE, presso Dolcedo e quindi in un ambiente di straordinarie valenze storico culturali come la VALLE DEL PRINO [quasi in “bilico spirituale” tra antichissime interferenze provenienti dalla Padania, dalle Gallie, dall’area intemelia (con le fondamentali propaggini di val Roia, di Alta e Media Valle del Nervia), dal variegato complesseo territoriale che procede oltre le valli del Maro e dell’Impero sin a quelle dell’Arroscia e del Dianese] sorge il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELL’ACQUASANTA che al pari di altri SANTUARI (liguri e non) porta nel nome la problematica, a volte oggetto di DISCUSSIONI PERFINO INUTILI, della sua origine come evoluzione/derivazione di un SANTUARIO e di CICLO CRISTIANO dalla potente interferenza storica di una BASE CLASSICA E PAGANA CONNESSA COL CULTO DELLE ACQUE TAUMATURGICHE.
La vicenda storica del SANTUARIO è stata naturalmente sviluppata entro un sistema culturale metastorico: lo sviluppo o la trasformazione di un culto, specie di matrice popolare, deve pur sempre essere innestato in un complesso di riferimenti oggettivi, come peraltro indicava (pur tra qualche enfasi metaforica propria dei suoi tempi), in diversi suggerimenti di apostolato ai BENEDETTINI, lo stesso PAPA GREGORIO MAGNO.
Nel ‘600 la guerra tra Piemonte e Genova aveva funestato queste terre (è difficile dire se l’estensore della notizia si riferisse al CONfLITTO DEL 1625 od a quello del 1672, ma non ci si dovrebbe discostare da questi due momenti): come sempre avveniva le TRUPPE (sia che fossero nemiche – e questo poteva avere una sua giustificazione – sia che – retaggio di tempi oscuri – fossero alleate o della “patria stessa”, avevano saccheggiato le campagne per procurarsi cibo: non era ancora sviluppato il nuovo CODICE MILITARE DEL XVIII SECOLO, redatto per i NUOVI ESERCITI, che avrebbe bandito le ruberie come atti criminali, non giudicandole più forme di autovettovagliamento.
Le popolazioni, scampato il pericolo, ponevano degli ex-voto: questo accadeva ovunque e accadde pure a LECCHIORE.
In una nicchia alpestre fu deposta quindi una STATUA MARMOREA DELLA VERGINE.
Ad un certo punto l’ACQUA prese a zampillare e le si attribuirono quasi subito proprietà medicamentose giustificate da prove e guarigioni.

da Cultura-Barocca

Le antiche mura di Oneglia

In una RELAZIONE del 12 ottobre 1970 il geometra Luigi Teodori per incarico del Genio Civile ricostruì il CIRCUITO DELL’ANTICA CINTA MURARIA e ciò in rapporto ai lavori per bonificare (dai processi di minamento e di fortificazione della II guerra mondiale) il PORTO.

Egli lasciò scritto:
“Durante gli scavi per il congiungimento delle due banchine vennero alla luce tre torri del diametro di m 5, distanti l’una dall’altra m 3.
Terminata la posa dei massi per la formazione della banchina (Impresa Fincosit di Genova) e fatto il riempimento a tergo per formare il piazzale di lavoro, ebbi l’ordine di iniziare la demolizione dell’edifico del Circolo Andrea Doria (ex stabilimento bagni); appena terminata la demolizione si dava corso alla costruzione della nuova Capitaneria: tale costruzione veniva eseguita con pietre di recupero dell’ex Circolo Doria.
Nel proseguire tali lavori sono venute alla luce altre tre torri identiche a quelle su cui sorgeva la vecchia capitaneria e la scala reale tra le due banchine della Calata.
Le tre torri su cui era innalzato il Circolo Doria erano un capolavoro come opera muraria; anche per queste torri ho fatto il rilievo, anzi, qui ho esteso per mia iniziativa la ricerca più completa fino a raggiungere i portici della Calata, in prossimità del cantiere Terrizzano e, verso la parte di levante, sino al Rio S. Lucia.
Qui venne alla luce un ponticello in pietra da taglio di pregiata fattura lavorata a punta e mazzetta e due spalle che indicavano l’entrata al forte o alle mura… (ponticello di cui demolito nel 1851 e ricostruito in robustissimo legno ) …Verso monte il muro andava a congiungersi con quello del bastione che si può vedere ancora oggi.
Dalle mie ricerche posso assicurare che il palazzo di interesse nazionale che fa angolo con piazza Nino Bixio e via del Collegio è stato costruito sul vecchio forte.
Infatti, a monte dell’edificio esiste ancora un muro con la scarpata e marcapiano in pietra lavorata.
Mi sono spostato nella ricerca verso ponente, nella zona del tribunale; cominciamo dal palazzo ancor oggi denominato De Amicis: questo caseggiato è parzialmente costruito sui resti delle mura di Oneglia, così pure una parte del Palazzo di Giustizia.
In questa zona ho trovato un cunicolo, in pietra lavorata, che porta nella zona in cui sorgeva la caserma degli alpini (l’ex convento di San Francesco di Paola) e sfocia nell’angolo tra la banchina e il molo corto.
Si può pensare che questo cunicolo fosse quello che portava l’acqua intorno al castello Doria, il quale sorgeva proprio dove era la caserma sopraddetta.
Qui si può vedere ancora una delle quattro torri a tergo del fabbricato dove aveva sede la caserma dei Vigili del Fuoco.
Sempre a monte del fabbricato esiste un tratto di muro identico a quello del Rio S. Lucia.
Vorrei precisare un particolare riguardo alla caserma per la strana forma a tenaglia: essa, secondo la mia versione, sarebbe costruita sulle fondamenta delle mura di protezione del castello, come dimostra la veduta d’insieme.
Ci spostiamo ancora sulla Calata: qui ho esaminato attentamente alcuni tratti dei portici, sono più che certo vi sorgessero le mura di Oneglia, mura che correvano dalle tre torri a le vante, dal Rio S. Lucia, alle tre torri a ponente, dal torrente Impero.
Infatti qui, durante i lavori di scavo per la costruzione di un caseggiato di civile abitazione, era venuto alla luce un tratto di mura.
Vorrei precisare che le mura dt Oneglia sono state più volte distrutte e ricostruite, perché durante le mie ricerche mi son trovato spesso di fronte a tratti di muro di diverso periodo”.

Come scrive Narciso Drago, che ha peraltro riportata la suddetta RELAZIONE, ai primi dell’Ottocento la cittadina di Oneglia era ancora chiusa entro la CINTA MURARIA: verso il 1833, l’amministrazione locale faceva presente al Ministero della Guerra “che pel cattivo stato in cui trovasi il muro di cinta verso il mare il quale essendosi avvicinato in alcuni punti sino a tre metri, si giudica imminente pericolo di rovina, locché venendo a succedere, sarebbe la conseguenza che le retroposte case rovinerebbero puranche, e che fra le dette mura e le stesse case esiste uno spazio di due o tre metri di larghezza, il quale, malgrado le indefesse cure per ripulirlo è divenuto ricettacolo d’immondezze le quali tramandano fetide esalazioni e perciò gran danno arrecano alle adiacenti abitazioni”.
In relazione a ciò si chiedeva la demolizione di questo tratto di mura e il Ministero acconsentiva tanto più che non era di alcuna utilità per la difesa della piazza.
L’Ammiragliato in Genova osservava tuttavia che “siccome nella demolizione della cinta vi si troverebbe compresa la Batteria di S. Barbara esistente nel centro dell’abitato, sarebbe a desiderarsi che dalla medesima Città si contribuisse all’ingrandimento di quella di S. Erasmo che si trova a levante e non esposta ad essere danneggiata dal fuoco de’ legni nemici”.
Di conseguenza per delibera comunale si procedette alla demolizione del bastione S. Barbara il cui definitivo abbattimento si concluse nel 1851: lo stesso poi avvenne anche per il bastione di S. Erasmo o di S. Elmo visto che costituiva un grave impedimento al passaggio necessario al fine del prolungamento del molo orientale.

da Cultura-Barocca

Le tragiche vicende di Striglioni, religioso ed artista

Uno scorcio di Badalucco (IM), Valle Argentina

Tra le celebrità di Badalucco (IM), all’epoca borgo del Dominio della Serenissima Repubblica di Genova, oggi ingiustamente misconosciute, ricordiamo Giovanni Mattia Striglioni, nato il 25 febbraio 1628 da Giovanni Bartolomeo e da Bianchinetta Jiugales.

Dopo una fanciullezza qualsiasi, nè bella nè brutta, prese i voti religiosi, divenendo prete quasi soltanto per un voto fatto dalla madre, quando egli venne alla luce con qualche tribolamento di troppo.

Finiti gli studi religiosi si diede, fra la sorpresa di tutti, a quelli della pittura e dell’incisione in Genova, avendo quale maestro Giulio Benso di Pieve di Teco.

Scoperta questa sua vocazione autentica, lo Striglioni si lasciò coinvolgere presto nel mondo degli artisti, spesso ai limiti della provocazione e dei sospetti inquisitoriali, specie in merito ad opere tacciabili di oscenità e/o sensualità, oggetto di una formidabile disputa culturale e giuridica anche nella Genova apparentemente quieta del suo tempo!
Prese così a frequentare le botteghe ed i cenacoli d’arte, divenne amico del Fiasella e di Domenico Piola, pittori di vaglia, apprese le tecniche rare dell’incisione da artigiani eccellenti come Cesare Bassano, Luciano Borzone, Giuseppe Testana.

Presto riuscì ad ottenere ottimi successi e gran reputazione in un ambiente difficile e per un lavoro tanto complesso quanto poco retribuito come quello dell’incisore, cui si dedicò per pubblicazioni di gran pregio: amico dell’Aprosio e del Piola realizzò, per esempio, su disegno di quest’ultimo la bella incisione per il frontespizio della tragedia Belisa, al cui testo Aprosio fece allegare, in accordo con l’autore Antonio Muscettola, un suo elogio critico intitolato Le Bellezze della Belisa.

Parecchio dopo sarebbe ritornato proprio per Aprosio all’arte dell’incisione realizzando su disegno del Fiasella l’eterea antiporta del volume La Biblioteca Aprosiana, la più significativa opera di Angelico Aprosio, che , forse per gratificarlo dell’impegno profuso ne parlò con espliciti elogi in un brano del suo repertorio bibliografico, riportandovi anche un saggio poetico non disprezzabile dell’incisore di Badalucco.

Pur volendo apparire un sostenitore dell’arte destinata a non turbare le coscienze, Aprosio era comunque un assertore dell’arte nuova che s’andava affermando; e pur dissertando con moderazione su vari aspetti del dilettare o giovare dell’arte proprio in questa antiporta (contro la feroce opposizione dei numerosi e potenti ecclesiastici conservatori estremi dell’arte antica ed intransigenti partigiani dell’assoluta intangibilità degli edifici ecclesiali) per certi versi il frate bibliofilo riassunse alcuni concetti della sua opinione sulle iridescenti interazioni fra prodotti artistici e luoghi di loro conservazione: quasi un segnale della sua volontà di creare una sorta di Camera delle Meraviglie, in cui il contenuto (cioè Libri, Quadri, Raccolte antiquarie ecc.) operasse in inscindibile sinergia con il contenente (cioè l’Edificio Murario della Biblioteca), producendo messaggi crittati ma decifrabili ad una ricerca stretta di iniziati o “Fautori”.

E non pare un caso la realizzazione, senza finalizzazione a stampa, di un’enigmatica icona o chiave di decrittazione della Biblioteca Aprosiana da noi scoperta e qui proposta, verosimilmente lasciata a livello di manoscritto grafico e testuale proprio in forza delle problematiche esistenziali che resero impossibile finalizzare per lo Striglioni un progetto proprio a lui proposto.

Lo Striglioni infatti, che fu anche poeta e che a giudizio di molti aveva ben più talento di altri incisori in auge, dovette abbandonare presto Genova, riducendo di parecchio la sua attività artistica, mai però abbandonata, quasi fosse un’esigenza profonda del suo spirito.

Comunemente si dice che il ritorno dello Striglioni nel Ponente ligure sia dipeso da sopraggiunte difficoltà economiche e dalle pressioni dei parenti che lo volevano vicino: si sa che vinse per concorso la parrocchia di Riva Ligure ove si trasferì vivendo meglio col soccorso dei redditi o prebende della chiesetta. Poi nel 1666 ottenne un’altra parrocchia, quella della natia Badalucco, dove si recò a visionare la bella chiesa che si stava ampliando ed abbellendo: egli stesso dispiegò il suo talento in qualche intervento pittorico all’interno dell’edificio sacro. Così narra una certa prudente riscostruzione storica: ma la fuga da Genova, un pò troppo repentina, fa pensare che le cose siano andate diversamente nella forma e nella sostanza.

Certo lo Striglioni tornò a casa; ma cosa v’era nel profondo delle cose? Non lo si potrà mai affermare con certezza ma è probabile che, alla base di tutto, vi fosse l’insofferenza della sua vita, una serie di incomprensioni inusuali per un religioso controriformista, soprattutto un tenore di vita stridente, nella voce corrente, coi dettami della “condotta normale”.

Aveva 52 anni il raffinato artista quando fu accusato di Sodomia, reato terribile, per Chiesa e Stato, nel crepuscolo della Controriforma, quando si cercava di reprimere i costumi, per celare la crisi di un’epoca caratterizzata da splendori, ma anche da bassezze e colpevoli emarginazioni sotto il velame degli “Atti di Fede”. Momento storico dei “Libri Proibiti”, del terrore di Malie e perversioni diaboliche esorcizzate spesso attraverso una caccia intransigente non solo alle “streghe”, ma al variegato ed incolpevole mondo dei “Diversi”.

Striglioni era pure un religioso e, secondo le norme intercorrenti tra Stato e Chiesa, doveva esser giudicato dal foro ecclesiastico, al limite dal foro misto, non dalla sola legge dello Stato genovese. E, per quanto debba rimanere solo un’ipotesi, nella totale mancanza di riguardo per il prete-artista potrebbero risiedere anche delle aggravanti, quali il suo comportamento notoriamente irrequieto non solo in ambito della sfera sessuale ma pure delle opinioni espresse e delle scelte artistiche. Non escluso il fatto d’aver partecipato a favore di Aprosio ad una querelle sull’erezione della Biblioteca Aprosiana, che doveva aver lasciato degli strascichi e fatte sopravvivere antipatie ed odi. Attesa la stessa cautela usata da Aprosio nel congedare la fine degli scontri con gli oppositori delle sue iniziative progettuali ed artistiche.

Lo Striglioni venne interrogato, torturato senza riguardo, tenuto prigioniero in carceri oscure e maleodoranti: il suo stesso nome non si pronunciava più con sicurezza, quasi fosse un segreto da non svelare il fatto d’averlo conosciuto e d’esserne stato amico.

Finché tutto finì, o così parve, nel 1682: l’accusa cadde quasi di colpo, anche se il prete artista, sfinito ed innocente per Stato e Chiesa, non venne mai giustificato dall’opinione popolare, solo poco prima accesa contro di lui per via di una certa propaganda giudiziale alimentata soprattutto da “fama e dicerie”, i “Media” primordiali che anticipavano, di molto ma con una certa elementare efficacia, i gazzettini scandalistici.

Era grigia, quasi cupa la sera del primo settembre del 1685, quando Gio. Mattia Striglioni se ne stava solo in Badalucco, forse a meditare sul suo destino di solitudine: chissà se aveva presagito la propria morte, quell’archibugiata di “nessuno” che l’avrebbe fulminato nel silenzio del paese, dove forse molti erano al corrente, ma in cui nessuno mai parlò né denunciò l’omicida o l’assassino (allora i due termini non indicavano lo stesso tipo di criminale), che a parere di qualcuno sarebbe stato personaggio noto a tutti.

Ma questa era la legge del tempo: la legge feroce della violenza contadina o popolana o della violenza locale.

E sul sangue versato, come avvenne da sempre e sarebbe avvenuto, anche in questo caso alla fine cadde il silenzio.

da Cultura-Barocca