La Rivoluzione del 1753 a Sanremo

Sanremo (IM), Forte di Santa Tecla
Sanremo (IM), Forte di Santa Tecla

A Sanremo la popolazione esasperata [peraltro non erano mancate più antiche sollevazioni popolari contro Genova] scatenò nel 1753 un’ INSURREZIONE ARMATA contro i soldati genovesi. Questa città, tra liti e pacificazioni, specie per ragioni economiche, aveva sopportato, ma non amato il lungo dominio genovese.

Nel 1729, disordini e rivolte eran scoppiati contro la politica della Repubblica per i nuovi dazi e gabelle su sapone, acquavite, polvere da sparo, tabacco.
Nel 1753 le cose s’aggravarono per ragioni anche amministrative: Genova intendeva far di Coldirodi (detto La Colla) centro autonomo da San Remo causando danni economico-politici alla città.

I primi tumulti (stando all’unica e fondamentale ricostruzione degli eventi, quella di Nilo Calvini) scoppiarono alle 22,00 del 6-VI-1753 presso il Palazzo Pubblico: il Commissario Giuseppe Doria reggente Sanremo per parte della Repubblica già al suo arrivo (6-VII-1753) incaricò il cartografo-ingegnere di guerra Matteo Vinzoni di procedere alla posa dei cippi confinari tra Sanremo e Coldirodi: questi come da usanza nel Dominio genovese chiese la nomina di due deputati per sovrintendere alle sue rilevazioni.

Il Consiglio di Sanremo oppose l’eccezione che per far ciò era necessaria una seduta straordinaria del Parlamento: essendo però in corso una nuova riunione su richiesta del Commissario per esaminare l’eccezione diversi cittadini invasero la sala ove si teneva l’incontro chiedendo minacciosamente la ventilata seduta del Parlamento.

Sopraggiunsero diversi soldati ed uno di loro esplose un colpo d’archibugio che nessuno ferì ma innescò l’insurrezione. La gran folla dunatasi ebbe la meglio dei soldati, che furono disarmati: nelle locali prigioni oltre ai miliziani finirono addirittura il Commissario Doria con tutta la famiglia e lo stesso Vinzoni, vieppiù sgradito per una contestazione risalente al 1729 (addirittura, per l’esarcebazione degli animi, gli fu intimato che se non avesse rimesso il suo incarico avrebbero i cittadini rivoltosi provveduto ad usare lui qual “cippo di confine”, interrandolo ben ben al posto dei termini istituzioneli).

Il resto della popolazione, convocato col suono della campana maggiore della chiesa di San Siro, prese ad invocare l’adunanza del Parlamento con grida che potevano segnare un’aperta rivoluzione contro Genova: non solo “Viva San Romolo, che poteva segnare un inno al locale patriottismo, quanto soprattutto “Viva Savoia” che, dati i rapporti sempre tesi fra Genova e Piemonte poteva preludere ad un organizzato tradimento (col conseguente reato di “lesa maestà”).
In effetti i Savoia, nemici istituzionali di Genova, erano sentiti da un popolo, che paventava la sicura e rapida ritorsione della Serenissima, un’ancora di salvezza: la folla, adunatasi nella chiesa di S. germano, optò quindi per l’inoltro di una petizione di soccorso ai Savoia e ne incaricò quali latori i capipopolo Lorenzo Anselmi, Antonio Palmari, Giovanni Sardi, Giorgio Musso assieme al notaio Tommaso Bracco (quale legale rappresentante della missione diplomatica) I cittadini guidati da G.B. Berta, spedirono, con una deputazione, al Re di Sardegna un documento in cui si riconosceva la sovranità sabauda sulla città. Per evitare incidenti di politica internazionale la risposta fu però fredda: Genova rafforzò quindi i presidi per evitare che la rivolta si estendesse.

Per domare la RIVOLTA in San Remo la Repubblica di Genova inviati 1000 soldati agli ordini di Agostino Pinelli.
Dopo un vano ultimatum, la flotta genovese, su cui stava il contingente, alla sera del 13 giugno, prese a bombardare la città, continuando il cannoneggiamento il giorno dopo per coprire lo sbarco di truppe, 2 miglia ad ovest dal centro in sito Pietralunga.

Il 15, dopo trattativa coi deputati cittadini, il Pinelli entrò in citta coi soldati: Genova punì i ribelli con interrogatori, processi, confische, torture e col sequestro dell’archivio comunale. Nei primi mesi del 1754 giunsero buone notizie per San Remo destinato a esser dichiarato FEUDO IMPERIALE; il Consiglio Imperiale di Vienna aveva promulgato (22-IV-1754) un Concluso che imponeva a Genova di ben trattare i Sanremesi, domandando ragione delle violenze perpetrate.

La Repubblica ottenne l’appoggio di Spagna e Francia ma per non acuire le tensioni internazionali, mitigò l’intransigenza contro la popolazione.
I Sanremesi, come altre genti del Dominio, non smisero di nutrire sogni di rivincita contro l’arrogante Capitale che con la violenza mal nascondeva l’inarrestabile decadenza: e del resto a SANREMO l’erezione del FORTE DI SANTA TECLA finì per costituire un prolungamento del regime poliziesco instaurato da Genova contro Sanremo, regime poliziesco destinato a cessare con gli eventi della Rivoluzione Francese e delle Campagne Napoleoniche che al contrario non sarebbero state in grado di tacitare l’ormai insanabile distacco della località ligure ponentina rispetto alla Capitale.

Genova andava ormai definitivamente perdendo autorità morale su tutte le genti ponentine che apertamente ambivano al dominio di Piemonte o Francia [N. CALVINI, La Rivoluzione del 1753 a Sanremo, Sanremo, 1953, Parti I e II.].

Questo episodio è solo un esempio dell’allentamento di legami fra sudditi del Dominio: da Aquisgrana alla Rivoluzione Francese, la Riviera di Ponente avrebbe perduto molte relazioni storiche con Genova esponendosi all’espansionismo sabaudo e francese che, in poco più di un secolo, ne avrebbe determinata la spartizione (Nizzardo alla Francia, l’Imperiese al Regno d’Italia).

Sul tema, dal Manoscritto Borea, invece: “1753. Il 1° Febrajo il Senato di Genova decretò che San Remo e Colla formassero due distinte Comuni, separate di beni e di distretto. Smembramento eseguito dal Commissario Doria e dal Colonnello Vinzoni. I San Remaschi ne furono egreterenti e cercarono coll’armi di opporvisi. Il Senato spedì allora tre galee ed alcuni Bastimenti carichi di milizie sotto il comando del Generale Agostino Pinelli, il quale giunto fece fuoco contro le mura con alcuni Cannoni ed una bombarda, e sbarcata la soldatesca s’impadronì de luoghi adjacenti per esser meglio a tiro di vincere. Allora San Remo mandò due Deputati ad implorare perdono, e a promettere Sottomissione. Però Pinelli co’ suoi entrò in Città e s’impossessò del Castello, de forti, e dell’Artiglieria, disciolse il parlamento, trasmise il pubblico Archivio a Genova, non che la grossa campana del Consiglio, demolì la somimità del Campanile, fece in pezzi le armi della Città, imprigionò parecchi Ecclesiastici, e primarij possidenti, e quattordici furono condennati, chi alla morte, chi all’esiglio. In ultimo impose una contribuzione di 80 m. lire da pagarsi in due ore e poco dopo un’ altra di L. 100 m. da sborsarsi in 6 giorni…”

da Cultura-Barocca

Annunci

Quei fiori a Vallecrosia (IM) più di un secolo fa

vallecrosia.veg1

Nicola Orengo in una operetta ormai introvabile (Guida dell’estrema Liguria Occidentale = una copia fotostatica in Bibl. Aprosiana di Ventimiglia), scrisse decenni fa: Il piano Vallecrosino è una specie di Valle di Tanipe, ricco di selve, di ulivi, e di deliziosi boschetti di aranci e di arbusti di tutte le varieta; un vero Eldorado, un Eden di Sori d’ogni maniera: rose, violette, garofani e narcisi che profumano l’aere di mille soavi fragranze (p. 128).

A prescindere dai toni romantici, l’Orengo diede una notazione esatta: nei primi decenni del ‘900 a Vallecrosia (IM) – e contestualmente, seppur in modo meno clamoroso, nei borghi viciniori -, l’attività floricola costituì un rilevante caso economico, cui finirono per fare da corrispettivo i mercati dei fiori di Ventimiglia e della stessa Vallecrosia.

Uno dei patriarchi dell’attività nuova in quest’ultimo borgo fu Antonio Diana, che fece curare a fiori (per lo più garofani) le sue proprietà nell’area di S. Rocco ad oriente del Verbone.

Per la floricoltura nella valle del Verbone ebbe un ruolo positivo proprio un originario di Vallecrosia, Mario Aprosio, nato a Genova il 17-II-1880 da una famiglia là trasferitasi.

La nostalgia riportò il padre, distintosi nella seconda guerra di indipendenza, a Vallecrosia; nostalgia e pragmatismo riportarono in Liguria occidentale anche quel Mario Aprosio che intensificò i suoi impegni nel settore floricolo. Rivestì un’infinità di cariche e fu onorato con una tante titolature pubbliche, ma si rivelò utile, per l’economia del Ponente ligustico, quale presidente (per 15 anni) della Società esportatori di fiori e particolarmente quale “membro della Commissione Nazionale per lo sviluppo della Floricoltura e dell’Industria dei Profumi” (ORENGO cit., p. 132).

La sua attività ebbero una precisa finalita pubblica e pare fuor di dubbio che l’esplosione della coltura di fiori commerciabili in tutto il “ventimigliese” sia da collegare col suo intelligente dinamismo.

Vallecrosia, San Biagio della Cima e Soldano si trovarono comunque ancora una volta incastrate su un identico vettore socio-economico, anzi, contestualmente a quella dei fiori, i tre borghi attuarono anche la scelta dei PROFUMI .

Il terminale della coltura di piante da profumo fu in verità locato nella zona logisticamente più comoda della vallata intiera: i Piani di Vallecrosia.

Nei primi decenni del XX secolo lo Stabilimento Italo-Francese Profumi e Prodotti Chimici, diretto dal Prof. Guido Rovesti e dal Chimico Dott. Paolo Rovesti, si presentava, stante la documentazione dell’Orengo (p. 128), quale un’efficiente struttura destinata ad un brillante futuro; purtroppo poi distrutto da mutate scelte economiche.

Nelle sale di distillazione si provvedeva a lavorazioni intensive ed i prodotti risultarono costantemente di buon livello e universalmente riconosciuti: le piante più frequentemente lavorate, e in abbondanza provenienti dai borghi lambiti dal Verbone, appartenevano in genere alla flora locale ed avevano alle loro spalle un’archeologia fatta delle diverse manipolazioni (V. GUIDO DONTE – G. GARIBBO – P. STACCHINI, La provincia di Imperia, Imperia, 1934, pp. 42-5).
I fiori d’arancio amaro, le rose, il gelsomino, le violette e la lavanda erano in particolare le qualità botaniche del programma industriale di distillazione: e ciò per tanti aspetti non fu casuale. In particolare la lavanda, pianta simbolo della ligusticità, rientrò per secoli, attraverso i suoi poliedrici usi nella cultura domestica e nella spiritualità delle genti della Val Verbone (come anche di tutta la Liguria, pur attraverso diverse fruizioni).

Qualcuno potrebbe dire che l’ industria dei profumi è anche espressione di rottura coi termini della “vita rustica”, uno iato tra presente e passato; ma ciò non è vero: nella sua espressione macroscopica e scientifica essa fu il risultato estremo di antiche intuizioni contadine che fecero di un’empirica conoscenza del mondo vegetale uno strumento interventista contro i mali dell’esistenza: l’attività legata ai profumi e quindi a un certo anche rozzo edonismo, la distillazione, la fitoterapia furono un patrimonio ligustico vetustissimo (D. MANTA – D. SEMOLLI, Le erbe nostre amiche, Ginevra, 1976, I-III).

da Cultura-Barocca

Da Ripa Uneliae a Oneglia

15_gen04c (16)

Per tutto il 1200 la storia della Ripa Uneliae (oggi Oneglia di Imperia) si identifica con quella del “castrum” nella cui chiesa matrice erano svolte le pratiche più importanti di vita civile e religiosa.
La “Riva” venne stabilmente insediata fin dal medioevo ed un nucleo marittimo si evolse alle pendici del Capo Berta (Borgo Peri), dove i Benedettini fondarono la chiesa di San Martino, oggi scomparsa.

Il centro fiorì specialmente nella seconda metà del Quattrocento quando vi prese dimora Domenico Doria.

La fondazione, nel 1470, del convento e della chiesa degli Agostiniani in località Galita (andati poi distrutti nella prima metà dell’Ottocento) conforta l’idea di un insediamento in fase di crescente sviluppo.

La contrastata costruzione del castello (1488) sorto sul lato occidentale dell’abitato e delle mura cittadine, mise il Doria e il “luogo” (come allora si nominavano tutti i centri demici ad eccezione di Genova, unica ad essere definita “città”) al centro di contrasti con gli Sforza in quel tempo signori anche dalla repubblica di Genova.

Il castello e le mura furono in parte distrutti, ma, morto il Doria nel 1505, vennero presto ricostruiti.

La chiesa che aveva in aderenza sul lato destro l’oratorio di S. Maria della Pietà, luogo in cui si riunirono “a parlamento” gli Onegliesi per far giuramento di fedeltà ai Doria, divenne parrocchiale nel 1513 con il trasferimento da Castelvecchio dell’intero capitolo.

Nella seconda metà del ‘500 la famiglia Doria decise, essendo i rapporti con la comunità onegliese assai difficili, di mettere vendita città e distretto.

I Savoia, che cercavano di dotare il proprio stato di un comodo sbocco sul mare (e non si dimentichi che con minor fortuna svolsero questa pressione sull’agro ventimigliese relativamente alla via del Nervia quanto a quella del Roia ove al loro espansionismo nel XV sec. Ventimiglia -per parte di Genova- aveva opposto i suoi forti e l’importante colonia di Airole), colsero la favorevole occasione e nel 1576 ne divennero proprietari.

Tuttavia, a causa dei difficili collegamenti con il Piemonte e per la mancanza di un porto naturale, Oneglia si rivelò poco adatta ad assolvere i compiti assegnati: ed anche per siffatta ragione non venne mai meno la pressione anche diplomatica esercitata dai Savoia sull’area di Ventimiglia, sfruttando la loro importante base di Pigna al capo settentrionale della val Nervia.
I Savoia in un primo tempo progettarono la costruzione di una darsena, ma in seguito al potenziamento del porto di Nizza il progetto venne abbandonato.

Fu riproposto verso il 1670 dopo l’incerta guerra con Genova del 1625 e quindi poco prima del conflitto del 1672 che comunque avrebbe riproposto sia l’importanza della base militare di Oneglia che la sua difficile posizione strategica.

Verso il 1698 si ipotizzò l’edificazione di un molo, ma nulla si concretizzò: soltanto nel 1825 la cittadina, in virtù di un lascito privato, fu in grado di realizzare un molo verso occidente.

Nel Sei-Settecento la città conobbe un discreto sviluppo calcolando i tanti assedi che subì.

Un cenno particolare meritano gli eventi della Guerra di successione al trono imperiale d’Austria: si contrapposero nel Ponente Ligure grandi forze di alleati Franco-Spagnoli contro gli Austro-Piemontesi, pur essendo ufficialmente neutrale Genova (anche se nascostamente favorevole alla Spagna), sul cui terreno pur si combatteva.

Molte spie e osservatori, anche specializzati “cartografi di guerra” spiarono, reciprocamente, il territorio ora dell’una ora dell’altra parte.

A proposito di Oneglia è da citare la carta, datata 1744, attribuita fra molti dubbi all’Accinelli e conservata a Bordighera in collezione privata, intitolata PRINCIPATO DI ONEGLIA SPETTANTE AL RE DI SARDEGNA E VIA CHE CONDUCE DA MONACO AD ONEGLIA.

Documenti come questo erano utili agli ufficiali di guerra, specie se stranieri e poco pratici dei luoghi come il comandante generale austro-sardo Barone di Leutrum.

Nei primi tempi della guerra di Successione Austriaca nel Ponente Ligure le truppe spagnole del generalissimo Las Minas, fra altre conquiste, presero anche ONEGLIA, ma non riuscirono ad andare oltre questa importante città vista la resistenza dei carabinieri piemontesi ritiratisi con ordine sulle alture e peraltro protetti dal mare dalla flotta dell’Inghilterra, alleata di Austria e Piemonte, che cannoneggiava continuamente le armate francese e iberica.

In seguito, mutate le sorti militari, gli Austro-Sardi ripresero Oneglia facendo di questa città una formidabile base per una loro inarrestabile avanzata sin ai forti di Ventimiglia dove si stavano ritirando e asserragliando le ancora potenti forze nemiche: ma da quel momento, fino agli eventi della Rivoluzione francese, la città di Oneglia sarebbe sempre rimasta nelle salde mani dello Stato Sabaudo che nei suoi riguardi e in quelli dei suoi coraggiosi cittadini dimostrò una cura particolare.

da Cultura-Barocca