I facchini di Oneglia ed il Regolamento di due secoli fa’

Il porto di Imperia Oneglia
Il porto di Imperia Oneglia

Una lettera del 22 luglio 1816 ci fa apprendere che i FACCHINI DI ONEGLIA mancavano di una REGOLAMENTAZIONE SCRITTA sì che per il loro comportamento, talora fin troppo estroso non erano mancate le lagnanze, al punto che la stessa Amministrazione Civica aveva dovuto sottoscrivere una giustificazione di questa forma: Non si può negare che alle volte non sia questa condotta poco regolare, ma chi speri menta tale classe di gente riconosce ben presto che sono più clamorosi che insolenti ed irrispettosi. Persone avvezze al silenzio di paesi agricoli non capiscono sul principio i clamori delle popolazioni marittime, ma col tempo si persuadono facilmente che i gridi e l’alto parlare figli sono di circostanze puramente locali e che la forza dell’abitudine fa sì che un marinaio o in facchino parli in casa come alla sponda del mare quando convien colla voce superare il ramore delle onde.
L’excustio non inficiò tuttavia la stesura di un REGOLAMENTO, già pubblicato da N. Drago verismilmente venne negli anni successivi al 1816 ma CHE costituisce un documento di archeoletteratura in quanto, nel suo contesto, finisce per riproporre CODIFICAZIONI ORALI estremamente arcaiche.

REGOLAMENTO PER I FACCHINI DELLA CITTA’ DI IMPERIA
La classe dei facchini sarà divisa in quattro compagnie, ciascuna di cinquanta individui, ed avrà un Console per suo direttore.
Il facchino sarà munito d’una medaglia d’ottone in cui sarà inciso il numero d’ordine e il numero della compagnia a proprie spese; e questa sarà portata dal facchino visibile senza nessun adorno di nastro. Nessun facchino potrà portarsi al travaglio senza di questa.
I facchini saranno diretti da un Console il quale verrà nominato dalla Civica Amministrazione. I facchini gli presteranno ubbidienza e rispetto siccome loro Capo; a difetto di ciò potrà il Console castigarli coll’escluderli dal travaglio per due sino a dieci giorni; e se saranno insubordinati e recidivi il Console avrà ta facoltà di cassarli dalle compagnie; e se causassero maggiori disordini saranno dal Consote denunciati a’ Tribunali competenti per l’applicazione delle pene in cui potessero essere incorsi. In caso di bisogno potrà il Console implorare la forza del Corpo di guardia, come pure quella dei Carabinieri Reali per l’immediato arresto.
I facchini non potranno portare che un carico nella loro compagnia, quando spetta il loro giro; quelli che saranno trovati in contravvenzione saranno dal Console condannati alla doppia restitizione, cioè di quaranta centesimi e ciò a benefizio metà alla Cappella di S. Cristoforo loro protettore e metà ai Capi compagnia.
I facchini sono indispensabilmente obbligati a tirare tutti i battelli a terra, che vengono carichi di marcanzie acciò non vengano bagnate e avariate dal mare e quelli che non si troveranno a tirare i battelli non avranno luogo al travaglio, salvo che fossero indisposti o che ne avessero per giusti motivi domandato al Console la dispensa.
Il Console nominerà quattro Capicompagnia a suo piacimento, cioè uno per compagnia i quali saranno riconosciuti dai facchini e i detti Capicompagnia faranno le veci del Console in caso di malattia o di assenza; come pure per assistere alle merci e al tavoro quando si travaglierà in più scali e per più mani: dovranno i facchini prestarli la medesima obbedienza come al console e in caso di bisogno potranno essi pure implorare la forza. I suddetti Capicompagnia avranno il diritto di portare il carico per i primi nella loro compagnia.
Il facchino più vecchio avrà la medaglia col N° 1 e così successivamente in tutte le compagnie: i facchini porteranno il carico l’uno dopo l’altro secondo l’ordine del numero e del torno della compagnia. Finito che avrà una compagnia di portare i carichi, chi sarà stato assente non potrà riportare sin a che non ritorni il suo giro.
Occorrendo che qualche facchino per insubordinazione o per ubriachezza od attri motivi si opponesse al pubblico esercizio degli impiegati delle Regie Dogane, avrà il Console facoltà ta di ritirargli la medaglia e questo sarà portato alla polizia acciò sia castigato secondo la mancanza commessa ed anche cassato dalla compagnia se fosse recidivo.
Nessuno potrà esercitare il mestiere di facchino se non sarà ascritto alle già stabilite compagnie ed in avvenire ad esse non saranno ascritti che i figli dei facchini.
Coloro che favorissero la frode saranno dal Console denunciati ai Tribunali competenti per l’applicazione delle pene in cui potessero essere incorsi. Nessuno potrà toccare le merci sui battelli senza il permesso delle Regie Dogane e quello dei Negozianti: e quando avrà luogo la leva delle merci non potranno salire sopra i battelli se non due misuratori e tre facchini a vicenda.
I facchini che non frequenteranno la spiaggia o che eserciteranno altre arti come sarebbero il muratore, carrettiere, stalliere, vermicellajo, campagnolo od altro, volessero profittare o del buono o del cattivo tempo a seconda dei propri interessi a pregiudizio de’ veri facchini, questi non solo perderanno il loro giro, ma saranno dal Console cancellati dal Ruolo dei facchini e saranno esclusi per sempre da detto mestiere.
Tutto il ceto de’ facchini resta obbligato in caso d’argenza, di andare in ajuto di quel bastimento, che il cattivo tempo l’obbligasse a naufragare alla spiaggia o lungo il litorale della Città sotto pena di essere cassato dalle compagnie.
Il facchino sarà munito di un sacco capace della mina
(misura di capacità corrispondente ad hl. 1,2) e questo sarà in buon ordine, cioè ben cucito senza nessun buco ne tasca né dentro né fuori, in caso diverso sarà dal Console condannato a perdere il suo giro e se si presenterà un’altra volta col medesimo sacco sarà il sacco dal Console tagliato da cima a fondo. Il facchino dovrà avere sempre in pronto anche una stanga e una corda, e non avendo questa non avrà luogo al trasporto delle merci qualora detta stanga facesse d ‘uopo.
Resta speciale dovere dei facchini Massari di S. Cristoforo di avvertire gli altri facchini a portarsi alla marina per tirare a terra i battelli carichi di merci e se qualche facchino non volesse obbedire adducendo scuse o pretesti, ne faranno avvertito il Console e questi castigherà il facchino coll’escluderlo dal travaglio per uno o più giorni e se sarà recidivo per tre volte, sarà cassato dalle compagnie. La retribuzione solita pagarsi dai Negozianti di quaranta centesimi alla cappella di San Cristoforo per tirare i battelli a terra resta in vigore.
Ogni sorta, genere di merci, che per via di mare o di terra s’introdurrà in Città, sarà trasportata dai facchini; restano eccettuati l’olio, stracci, polvere di lana, dogarelle, legno per l’armamento della vigna, legno da fuoco, mattoni, frutta, erbaggio e tutto quello che è di poco valore e quello che non è uso portarsi da’ facchini.
I carrettieri e mulattieri locali avranno l’esclusiva di potere caricare e scaricare in Città senza nessuna mercede al Console né ai facchini; ma detti carrettieri non potranno caricare alla marina nessuna sorta di merce per essere trasportata in città né ai molini, ma bensì per altri paesi.
Se dai magazzini di deposito verranno imbarcate delle merci i facchini godranno dell’istesso diritto come nell’entrata. Restano soggette allo stesso diritto quelle merci cheverranno per via di terra per essere imbarcate.
Il carico ordinario dei facchini suol essere di dodici rubbi
(kg. 7,864 il “rubbo” quindi 12 “rubbi”=95 chili circa “peso di Genova”), cioè per le granaglie, farine, ma arrivando per via di mare o di terra delle merci di diverso genere in colli, casse, sacchi e simili e che il facchino non ne possa portare comodamente due o più, uno solo ne formerà il suo carico benché non arrivi al tal peso: formeranno pure carico quelle merci che avranno poco peso e molto volume, o che saranno merci da doversi portare con precauzione e facili a rompersi, come specchi, vetri e simili.
Il legname che s’introdurrà in Città per via di mare o di terra, cioè travi, travicelli, tavole ed altri simili che secondo il consueto si sono sempre portati dai facchini si trasporteranno nel seguente modo. I grossi travi saranno portati da uno o due, o quattro facchini secondo la lunghezza e grossezza, otto travicelli o Canteri sarà carico, otto così detti Torei sarà carico, dodici tavole sarà carico, diciotto Farchettine sarà carico, una cannella pattame sarà carico
(circa mq 8,85). Se vi sarà variazione nel legname il Console ne formerà i carichi.
Arrivando per via di mare chiappe da troglio, queste saranno trasportate nel seguente modo, una chiappa da quaranta barili e al di più sarà portata da quattro facchini, quelle di trenta sino alli venti da tre, e quelle che saranno più piccole saranno portate da due o uno facchino secondo l’uso consueto. Le bocche da troglio saranno portate dai facchini, tre formeranno carico. I marmi lavorati e non lavorati si trasporteranno pure dai facchini, come anche i grossi scalini detti di Lavagna, e quel che vi può essere di simile, questi verranno portati secondo il consueto da quantità di facchini e a giudizio del Console.
Arrivando per via di mare o di terra delle merci in casse, colli, sacchi, volumi, ed altri eccedenti i rubbi 18, peso di Genova, questi saranno portati sulle stanghe da due facchini colla paga di trenta centesimi caduno, e se oltrepasseranno i rubbi venti saranno portati da sufficiente numero di facchini colla medesima paga.
Quando arriveranno delle merci per via di terra i facchini che si troveranno presenti per aver luogo al trasporto, dovranno dire, io sono il primo, il secondo, il terzo, e così via sino a tanto che vi saranno i carichi sopra dei carri, e questi non perderanno il giro alla marina.
Alla marina il travaglio andrà sempre per ordine di compagnie e di numero, finito che sarà il lavoro alla marina, la compagnia che è stata l’ultima a portare resterà indietro all’indomani e proseguirà la compagnia che seguirà e il numero a cui spettava il primo.
Il facchino che prenderà un carico alla marina o in qualunque magazzino, bottega, sopra carri o bestie sarà obbligato a portarlo in tutta l’estensione della Città, se così comoda al proprietario della merce, ed il facchino non potrà percepire di più, come se avesse fatto solo due passi. Ma il facchino non è obbligato a montare scale, salvo per i negozianti che hanno i loro magazzini nelle scale.
Arrivando per via di mare granaglie, farine, sacchi, colli, involti e simili, i facchini non potranno salire sopra i battelli a servirsi da loro stessi per prendere il carico che più ii comoda, ma dovranno stare in terra e prendere quel carico che gli presenterà il facchino del negoziante di cui è la proprietà quando tocca il loro numero e ricusando perderanno il loro giro.
Ogni negoziante potrà servirsi di qualunque facchino per far trasportare quelle merci che sono eccettuate dal Regolamento. Potrà anche il Negoziante o Bottegaio farsi misurare o pesare le sue merci da qualunque facchino senza che questi perda il suo giro. Potrà anche se rvirsi di qualunque facchino il proprietario che mutasse casa per farsi trasportare la sua mobilia.
Tutti i Negozianti, Bottegai e padroni di Barca sono obbligati ad avvertire il Console, se daranno fuori dalli suoi magazzini, botteghe o barche più di dieci mine, ossia carichi di merce, acciò il Console possa mandarli la compagnia di facchini a cui spetti il suo giro. I facchini addetti ai magazzini dei negozianti saranno i primi ad aver parte al trasporto, ma una sol volta al giorno; al negoziante sarà permesso di avere quattro o sei facchini addetti al suo negozio e uno solo ai bottegai.
Il facchino che per il primo vedrà comparire una barca estera, avrà il diritto di misurare tirando in terra.
Le merci vendute in Città che vengono sui carri esteri non potranno scaricare alla fiumara per essere trasportate in Città da carri locali.
Nessun proprietario potrà portarsi né alla marina né a bordo dei battelli così detti amoli o ne’ magazzini per prendere il carico dovuto al facchino per portarlo alla sua propria abitazione sotto pena della restituzione del camallaggio in favore del facchino che si sarà opposto.
Quando si presenterà qualche battello alla spiaggia carico di merci, benché i facchini fossero occupati al lavoro, si leverà mano per tirarlo a terra.
E’ proibito a qualunque facchino di far patti con chicchessia né a favore suo né a pregiudizio di altri.
I soli facchini potranno spaccar legna da fuoco, sarà il primo a prendere la salmata alla mattina quel facchino che alla sera antecedente per il primo doveva portare il carico, e così progressivamente; Egli è obbligato a scaricar la legna, pesarla e a spaccarla tutta nel medesimo giorno, e se qualche proprietario o bottegaio non volesse far spaccar la legna, questi sarà obbligato a pagare la metà della spaccatura e il facchino resterà indietro del suo giro delle legna.
Non perderanno il lor posto o numero quei facchini che saranno chiamati dai Massari di S. Cristoforo per andare a tirare i battelli a terra, i quali fossero sopra di qualche piazza ad aspettare il lavoro per via di terra. Ma perderanno il loro posto quelli che chitteranno
(dal francese: “abbandoneranno”) il luogo per fare altri lavori.
Se qualche facchino verrà ammalato, ne farà avvertito il Console ed in tal caso gli sarà permesso di farsi portare il carico al suo giro e ciò pure sarà permesso al facchino militare ammogliato, che si troverà sotto le armi, e ritornando in patria prenderà il suo posto e il suo numero nella sua compagnia.
In tutte le difficoltà che potessero insorgere per casi imprevisti, come per tariffa, camallaggio, peso e misura e simili le parti si dovranno rimettere al giudizio del Console.
Il facchino che sarà occupato a tirare olio, stracci, dogarelle e simili non avrà parte per quel giorno al lavoro della marina
“.

da Cultura-Barocca

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Bevera da “bibere”

Bevera é frazione di Ventimiglia, in provincia di Imperia, ed é situata allo sbocco della Val Bevera, proprio dove il torrente Bevera confluisce nel fiume Roia (che nasce dal Col di Tenda).

Il termine “Bevera” è da riferire alla forma latina “bibere”, come luogo ottimale per il rifornimento idrico o l’abbeveraggio degli armenti. Ed il Bevera non solo è ricco d’acqua, ma presenta alcune anse che dovettero risultare idonee all’abbeveraggio delle mandrie e delle greggi  in transito in tempi remoti.

I tratti di edilizia romano-imperiale, poi, scoperti dalla Mortola a Latte (altre frazioni di Ventimiglia, per il tragitto più breve separate da colline dal sito in questione) sino a Bevera (dove non sono mancati recenti ritrovamenti murari di recinti e chiuse di tecnica romana), inducono a credere che le diramazioni per il traffico bovino fossero in quella zona di epoche quasi remote.

Il dato scritto più antico sulla località risale, invero, al 5 marzo 1259, quando Ugo Marnello vendette a Corrado di Perinaldo sei pezze di terra in Bevera e, cosa abbastanza interessante per un abbozzo di inquadramento urbano, una di queste risultava impreziosita da una casa residenziale a due piani o domus (e non un modesto casale), con annesso cortile.

Dalla stessa documentazione si evince che si trattava di zone a tradizione agronomica in cui, ancor più della coltura della vite e dell’olivo, predominava la coltivazione dei ficheti.

da Cultura-Barocca

1537, un Monte di Pietà a Dolcedo (IM)

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Dolcedo (IM), in Val Prino, merita una peculiare nozione per esser stato sede di un MONTE DI PIETA’ ivi istituito dal predicatore domenicano Agostino da Savona nell’anno 1537 come si evince dalla lettura della Cronaca di Padre Calvi.

Nella traduzione di Nilo Calvini si legge in proposito: “Circa nell’anno 1537 predicava in Taggia il reverendo padre Agostino da Savona che nella seguente quaresima si recò a Dolcedo dove fondò un MONTE DI PIETA’ convincendo la gente che numerosa si recava ad ascoltare le sue prediche. Egli sapientemente per il bene di questa santa opera dettò le leggi con cui si doveva reggere: tra l’altro prescrisse che si dovevano eleggere quindici massari ossia amministratori che sorvegliassero e dirigessero quel MONTE e rendessero conto della loro amministrazione ogni volta che fosse necessario. Prescrisse inoltre che i nomi di questi quindici fossero chiusi in due pissidi, scritti su schede; due terzi di essi dovevano saper leggere e scrivere, un terzo poteva essere eletto tra gli analfabeti purché onesti e idonei a quest’ufficio, qualora non fosse possibile nel popolo trovarli tutti capaci di leggere e scrivere. L’elezione di tali uomini doveva avvenire con l’assistenza del reverendo padre priore di taggia o di altro sacerdote del nostro Ordine, come accadde nel 1621 quando per ordine del mio superiore, la domenica prima di Pentecoste, mi sono recato là io stesso, per procedere all’elezione dei 10 uomini, come prescritto dal REGOLAMENTO DEL MONTE, ed ho confermato quelli che mancavano al numero dei 10.
Di questi 15: tre presiedono per due anni, dopo i quali rendono i conti e provvedono all’elezione dei nuovi ufficiali: e così di seguito.
Gli inizi di questo MONTE furono esigui.
Coloro che potevano diedero soltanto tre o quattro piccole misure di fichi secchi e poche libbre di olio; questi beni furono distribuiti ai poveri nei mesi di febbraio in poi, quando maggiormente il popolo manca di viveri.
Ma al tempo del raccolto i GOVERNATORI DEL MONTE dovevano essere pronti a recuperare i viveri prestati e restituire i pegni ricevuti e depositati per cauzione del Monte.
Tutto però gratuitamente.
Ai nostri giorni molti beni furono da quella popolazione radunati gratuitamente per questo MONTE DI PIETA’, tanto da superare i mille ducati d’oro.
Vengono spesi per sollevare le miserie dei poveri.
Tutti i pegni sono interamente restituiti gratis, nemmeno è pagata la mercede di quelli che vi lavorano, infatti tutte le spese sono coperte con i proventi di questo MONTE.
A queste leggi si ispirò anche il reverendo padre Gerolamo Malavena di Riva Ligure quando colà predicava
“.

da Cultura-Barocca

Presunti eretici, streghe, maghi del ponente di Liguria, poco noti

Vallebona (IM), uno scorcio
Vallebona (IM), uno scorcio

Nel tardo ‘500 e nel ‘600 sul territorio intemelio si ebbero altri casi di persecuzione oltre che di streghe e di “maghi”, anche di presunti eretici o colpevoli di eresia (specie di “eresia calvinista”), senza tuttavia arrivare, per quanto noto e come AVVENNE NEL XVI SECOLO (in merito ai SOSPETTI DI ERESIA), all’estremo della “pena di morte”: si ricorse almeno in caso noto alla comminazione dell'”esilio” e del “bando” (in certi casi si ricorse alla comminazione dello stato di “infame”): pene comunque severissime, molto più di quanto oggi possa sembrar credibile.

Dal punto di vista giuridico, la lotta contro gli eretici e le streghe era affidata ad un inquisitore ecclesiastico il quale era assistito da due frati, da due gentiluomini appartenenti alla classe politica, da un notaio e da un cancelliere.
L’inquisitore dipendeva direttamente dal Vescovo, ma poteva contare sull’ aiuto dell’autorità civile tanto per la caccia agli eretici che alle streghe che per l’investigazione vera e propria.

Esistono casi meno noti di quelli di Triora o di Castellar, ma comunque da registrare e cui fa cenno in un suo saggio Le Streghe in Tribunale – l’opera dell’Inquisizione nel Ponente Ligure nei secoli XVI e XVII (comparso sulla “Rivista della Provincia di Imperia”, anno 2001) Rossella Masper, che ha indagato sugli archivi diocesani e non del ponente ligure.

Aggiungiamo peraltro che Ventimiglia, quale sede del Vescovo, non solo era una piazza giuridica importante dell’Inquisizione, ma che, sull’operato di questa nella città e nel territorio ponentino, abbiamo dati indiretti che derivano sia dagli scritti di un erudito del ‘600 come Angelico Aprosio, già Vicario dell’Inquisizione, che dall’esser stata inserita la città di Ventimiglia in un ROMANZO BAROCCO in cui sono descritte le pratiche su come si tenevano le ABIURE IN QUESTA LOCALITA’.

L’esame di alcuni documenti, compiuto dalla Masper, fra le carte dell’Archivio della Diocesi di Ventimiglia, dell’Archivio di Stato di Imperia e della sezione di Sanremo, fa pensare che gli inquisitori ebbero una certa mole di lavoro da compiere in questa zona.

In effetti la riforma protestante ebbe “scarsi riflessi in Liguria…é però vero che essa fu motivo di non poche preoccupazioni per le autorità religiose locali. Nella seconda metà del XVI secolo, la Liguria di ponente, grazie alla sua posizione di confine con la Francia, fu [infatti] interessata dalla circolazione di idee ereticali, in particolare calviniste di cui si trova traccia in alcuni editti inviati dalla curia di Ventimiglia alle parrocchie della diocesi. Numerose sono le denunce a carico di persone che a causa delle loro idee o anche solo per certi comportamenti vengono considerati eretici“.Tra i casi registrati dalla Masper un cenno significativo merita quello del frate Antonio del Bugnato del convento degli Zoccolanti di Sanremo che nel 1588 fu denunciato in quanto sosteneva che fossero due, e non tre, le persone divine.

L’autrice ricorda poi “Francesco Pallanca di Vallebona accusato di eresia per aver affermato che Papa Urbano [Urbano VIII] divide la cristianità“.

Ancora la Masper giudica “Particolarmente interessanti, in quanto dimostrano la penetrazione dell’eresia calvinista specie nella zona di confine,… le abiure pronunciate da due cittadini francesi che vivevano nella città di Ventimiglia: Isac Giorgio e Abram Sciopré i quali rispettivamente nel 1627 e nel 1639 lasciano la Francia ed appena giunti in Italia si affrettano ad abiurare quella che entrambi definiscono l’ “heresia dei Calvinisti” per abbracciare la fede cattolica, anche se i loro nomi di battesimo farebbero pensare che costoro più che calvinisti fossero ebrei [timorosi dopo i recenti IRRIGIDIMENTI DELLA CHIESA ROMANA e soprattutto dopo l’OPERATO DI PAOLO IV CARAFA e del suo successore]; ma, considerate le persecuzioni che dovettero subire gli ebrei, che nel secolo precedente furono costretti ad abbandonare i territori cristiani [ma sarebbe più corretto dire cattolici], é possibile che entrambi abbiano preferito dichiararsi calvinisti per sfuggire a sanzioni peggiori“.

Nel 1638 ricorda poi l’autrice che “Caterina Molinari di Camporosso fu accusata di stregoneria venne torturata affinché confessasse i suoi crimini“.
Gli atti processuali annota ancora la Masper nel suo utile saggio “contengono la trascrizione delle invocazioni e dei lamenti della donna diligentemente annotati dal cancelliere come imponeva la procedura“.

Proseguendo nella sua indagine l’autrice scrive: “Le accuse di stregoneria riguardavano soprattutto donne; numerose sono le denunce nei confronti di presunte streghe presenti un po’ in tutti i paesi dell’entroterra, Bajardo, Seborga, Sasso, Latte, Pigna dove nel 1596 vennero perseguite una decina di donne che sarebbero state viste ad un sabba notturno, ma non mancano testimonianze che attestano la presenza di maghi e guaritori operanti nei piccoli villaggi a ridosso della costa“.

Un caso significativo fu poi quello che accadde nel 1635 a Sanremo quando fu denunciato tal Martino Orbo originario di Mondovì, luogo da cui era stato bandito, accusato da alcuni conoscenti di aver fatto perdere il latte (segno ritenuto tipico di qualche maleficio) ad una donna che aveva partorito da poco.

Il caso più singolare sull’operato di un mago” – scrive ancora la Masper cui sono debitrici queste note “ é quello che riguarda Giovanni Rodi di Montalto.
Nel 1584 ( quattro anni prima dei fatti di Triora) costui viene denunciato al Sant’Uffizio ed una lettera inviata dall’inquisitore generale Gierolamo Bernerio di Correggio di Genova ordina un’inchiesta incaricando il proprio vicario a Sanremo, Mons. Giovanni Bianco di procedere ad un’accurata perquisizione dell’abitazione di costui ed alla confisca di numerosi libri e scritti proibiti che l’uomo possiede.
I documenti forniscono poi tutta una serie di testimonianze dei compaesani in cui il Rodi viene dipinto come mago, incantatore, dedito a strane pratiche ed oscure peregrinazioni notturne nei boschi del luogo.
Purtroppo non vi sono indicazioni sugli interrogatori e sulla sentenza di condanna, che si può comunque evincere dal fatto che i suoi beni risultano confiscati e venduti all’incanto per il pagamento delle spese processuali.
Il quadro dell’attività dei tribunali della fede nella Liguria di Ponente, assume connotazioni simili a quelle che caratterizzarono l’opera dell’inquisizione in altre parti della cristianità: l’autorità ecclesiastica comincia ad associare la lotta all’eresia che comunque nei primi decenni del XVII secolo va lentamente scemando, alla lotta contro le superstizioni per tentare di ricondurre la pratica religiosa entro i canoni dettati dal Concilio Tridentino.
La Chiesa, che da sempre svolge un ruolo determinante all’interno della società, é fortemente impegnata a ricucire le profonde lacerazioni prodotte dallo scisma di Lutero.
In tale contesto il patto tra la strega ed il demonio non viene più considerato soltanto come una grave offesa, ma piuttosto come una ribellione contro Dio, rinnegato attraverso un patto esplicito ed abbandonato anche quando viene mantenuta un’apparente diligenza nell’osservanza dei riti.
E’ su questo terreno di ribellione, di non accettazione, che vivono le popolazioni contadine di quell’epoca.
In un’atmosfera mentale permeata dalla presenza di una religiosità spesso intensamente vissuta, anche se superficialmente intesa, sopravvivono antiche e nuove superstizioni: la fede nei Santi e nelle reliquie a cui si sovrappone la fiducia negli amuleti e nelle formule magiche, che rischiano di radicarsi e diffondersi le idee ereticali, ecco il motivo per cui l’Inquisizione persegue sistematicamente qualsiasi pratica che non si allinea con gli insegnamenti della chiesa, persino coloro che non rispettano il riposo domenicale verranno segnalati alle autorità ecclesiastiche e minacciati di scomunica
“.

da Cultura-Barocca