Le genti liguri preromane

Il Monte Toraggio visto da Perinaldo (IM)

In epoca preromana il territorio dei LIGURI includeva il Piemonte a Sud del Po od Eridano, confinando a ponente col Varo, a levante con Trebbia e Magra, a sud col mare.
Per quanto concerneva il suo occidente o “Ponente ligustico” (ferme restando certe contrapposizioni di scuole in merito all’identificazione di LIGURI E CELTOLIGURI) la regione denotava la presenza di vari insediamenti umani, talvolta anche parecchio differenziati tra di loro sotto il profilo socio-culturale ed economico.
Nella Liguria storica occidentale da ponente comparivano (da settentrione) gli ECTINI, i NERUSII, soprattutto i forti DECIATES e gli OXUBII, disposti intorno ad Antipolis e nel massiccio dell’Esterel, oltre che presso Aegitna : Ligauni, Camatullici ed Anatelli erano localizzati presso il Rodano, i Salii occupavano il territorio circostante Marsiglia, e v’erano poi i VESUBIANI ed i VEDIANTII con capitale Cemenelum (Cimiéz).
Tra le genti liguri che sarebbero rientrate nella IX regio augustea (una delle grandi regioni in cui l’imperatore Ottaviano Augusto avrebbe poi diviso l’Italia, centro del suo Dominio) sono da collocare gli INTEMELII o INTIMILII con capitale nell’oppidum di Nervia (attuale frazione levantina di Ventimiglia, sede degli scavi archeologici), gli INGAUNI di Albingaunum (vasto municipio con omonima capitale che inglobava Costa Beleni o Balena, “Stazione stradale” sulla via Julia Augusta – ove si son recuperate tracce di edifici medievali eretti in prossimità della “stazione” – sita al terminale, sul mare, della valle Argentina), gli EPANTERII e quindi le genti di Vada Sabatia (matrice dei futuri centri di Vado e Savona).
Dalle prime alture delle Alpi Marittime, in direzione della Padania, le tribù guerriere e primitive dei Liguri erano invece denominate in senso lato con l’appellativo di MONTANI: e secondo una certa interpretazione, specie per giustificare criticamente sia la ROMANIZZAZIONE DELLA VALLE BORMIDA sia l’area strategica tra queste contrade e il TERRITORIO DI ACQUI TERME, si sono citati i gruppi etnici degli STATIELLI e soprattutto degli EPANTERII MONTANI.
Sotto il profilo etnografico gli antichi Liguri facevano parte di uno strato di popolazione di stirpe mediterranea preindoeuropea, su cui oltre che testimonianze letterarie, restano dati antropologici ed archeologici.
Gelose della loro autonomia, tali genti furono parsimoniose nei contatti colle popolazioni limitrofe e ciò fu in qualche modo di pregiudizio per la loro evoluzione culturale e politica.
Ancora in epoca storica esse mantenevano infatti caratteri abbastanza primitivi, se molti scrittori greci e latini (pur esagerando le “tinte”, come era nei loro costumi) ne parlavano in termini di meraviglia e quasi di timore.
La loro semplice società, per quanto influenzata da una buona conoscenza della metallurgia, conservava diversi caratteri propri del cuprolitico e del neolitico, come le rustiche abitazioni, costituite da capanne o caverne, l’alimentazione connessa ai prodotti della pastorizia e di un’agricoltura piuttosto elementare.
Tali popolazioni, a lungo estranee agli sconvolgimenti politici del Mediterraneo, in seguito alla fondazione di Massalia (Marsiglia), colonia greca di Focea, avvenuta intorno al 660 a.C. sul vicino Golfo del Leone, presero però a migliorare rapidamente le loro condizioni di vita e i popoli liguri di costa, decisamente, si staccarono dai costumi antichi dei Montani, assai meno favoriti, vista la logistica dei loro disagevoli territori, dall’influsso greco-marsigliese (CLUVERIUS, It. Ant., p. 49, che riprende Marcianus Heraclaensis).
Oltre ai Vediantii, esposti ai progetti espansionistici di Massalia, dalla vicinanza commerciale dei Greci trassero profitto oltre agli Ingauni ed ai Sabatii anche gli Intemelii.
La genesi di quest’ultimo popolo, e del suo centro più importante a Nervia di Ventimiglia, si perde nel passato.
Esso in verità non si distingueva culturalmente nè politicamente dagli altri gruppi liguri: la sua terra, più selvaggia di quella degli Ingauni, influenzò semmai il quadro ecologico che ne fecero gli eruditi greci Diodoro Siculo e Strabone.
Gli Intemelii, appartenenti al ceppo dei Liguri costieri, ben noto ai marinai greci e cartaginesi anche per una certa attitudine ad imprese “piratesche”, avevano doti di robustezza, agilità e sobrietà, tali da stupire gli stranieri.
Non è semplice indicare con sicurezza le loro originarie caratteristiche etniche, viste le infiltrazioni greche, romane e celtiche: tuttavia, sulla base di parecchi autori classici che ne hanno sottolineata la complessione asciutta e nervosa, la resistenza alla fatica e l’agilità, oltre che un’innata bellicosità, si può credere che fossero dei normotipi, con una discreta presenza di longilinei ipertiroidei ed iposurrenalici.
Oltre che la comparazione dei pochi reperti archeologici e letterari con gli odierni biotipi, conforta questa ipotesi l’ecologia del loro antico “habitat”, molto compresso su una striscia di costa, con vegetazione mediterranea o di macchia sempre più abbondante procedendo verso il montuoso interno, con fauna numerosa ma di piccola taglia, clima temperato tendente al secco, con escursione termica fra le punte estreme di -2 e +32 gradi centigradi.
Come tutti i Liguri antichi, anche gli INTEMELII conobbero l’INSEDIAMENTO PAGENSE.
Col PAGO si indicava un’unità territoriale che ebbe nel CASTELUM il presidio difensivo più antico; il raggruppamento etnico tradizionale era invece la TRIBU’, mentre l’OPPIDUM costituiva il complesso fortificato di più tribù tra loro confederate: in media veniva eretto in alture, a volte persino vicine alla costa sì da sorvegliare il mare.
I CASTELA erano rudimentali fortificazioni megalitiche, costituite da cinte murarie anulari disposte sulla cima di qualche colle: questi complessi, in cui l’idea del riparo dagli invasori si fondeva spesso coll’idea prioritaria dell’insediamento umano stabile, furono definiti CASTELLIERI o, con vocabolo tardo romano linguisticamente più adeguato alla tradizione ligure, CASTELLARI.
Tali strutture risultavano dislocate secondo un certo ordine strategico ed erano costruite sì da essere abbastanza fruibili dalla popolazione indigena che abitava nei pressi, anche in modeste capanne, e da sorgere, nell’ambito del possibile, in funzione di particolari emergenze socio-politiche ed economiche: un ricco, seppur elementare, insieme di percorsi poneva peraltro in relazione tra loro questi siti, agevolando spostamenti rapidi lungo direttrici ardue e talora non praticabili per degli stranieri.
I tragitti più semplici, quelli di crinale, si svilupparono in una originaria epoca di nomadismo ed avevano le caratteristiche di sentieri legati ai movimenti della selvaggina, snodantisi di conseguenza in altura e lontano dai corsi d’acqua.
Ad essi successero percorsi di media altura sui crinali secondari, aventi in genere la forma di piste senza insediamenti dato il perdurante stato di nomadismo.
Durante la civiltà pagense si sviluppò sui crinali secondari una fitta ragnatela di sistemi di collegamento: ed in ultimo, poco prima dell’occupazione romana, si ebbe il momento dei percorsi di fondovalle che permettevano un controllo capillare del territorio; con tale sistema di itinerari migliorarono alquanto le comunicazioni delle popolazioni “montane”, ancora di cultura guerriera e pastorale, con quelle di mezza costa e fondovalle già dedite all’agricoltura ed al commercio.
Benché forniti di buone capacità di adattamento all’ambiente ed alle più disparate situazioni, gli “Intemeli”, al pari degli “Ingauni” e di altri Liguri costieri, possedevano una struttura politica elementare ancora nel III secolo, quando cominciarono ad incontrarsi coi Romani: gli antichi scrittori parlavano genericamente di tribù liguri, di “genti” od al limite di principes vale a dire “capi” o “Principi” che, in collaborazione con una sorta di assemblea o conciliabulum, prendevano direttive militari in caso di necessità.
In ambienti sociali tanto modesti la guerra, quasi sempre difensiva, costituiva per eccellenza un caso di necessità e in siffatta circostanza i centri della Liguria occidentale, normalmente autonomi, costituivano una federazione di guerra (molto alla larga paragonabile a quella antipersiana dei Greci), operante sotto la guida dei principes, i cui membri si radunavano con probabilità nella più potente città ligure occidentale, cioè Albingaunum.
Al riguardo giunge significativo il foedus (o “patto”) che, nel 180 a.C., il condottiero romano Lucio Emilio Paolo stipulò apparentemente coi soli “Ingauni” ma che, in effetti, essendo stato accettato o forse è meglio dire “subito” dal conciliabulum di tutti i “capi” liguri ponentini convenuti ad “Albenga”, contribuì a pacificare l’intiera Liguria occidentale.
A livello spirituale gli INTEMELII, come tutti i Liguri d’Occidente, coltivavano una religione ricca di significati naturalistici i cui cardini si stendevano su un territorio illimitato, dall’intero complesso della val Nervia, col centro basilare nell’agro della futura Dolceacqua avendo naturalmente gli assi portanti dell’intero sistema spirituale nei veri e propri olimpi montani dell’Abeglio, del monte Toraggio, della Valle delle meraviglie, della drammatica Vetta del Bego.
Ricostruire nei dettagli i contenuti di siffatta religione politeistica oggi sembra davvero arduo: comunque al pari di molte genti settentrionali, gli Intemelii davano grande rilievo alle foreste, i cosidetti LUCI: famoso nel territorio delle Diano il LUCUS BORMANI, meno noto ma non meno significativo il LUCUS ravvisato nel grande bosco, oggi scomparso, al cui centro – in Vallecrosia – sarebbe poi sorta la chiesa romanica di S.Rocco, forse eretta su un tempietto ad “Apollo protettore dei viandanti” ed un altro [ ma anche probabile continuum del precedente che, ancora stando ai dati del ‘200, si estendeva forse sin qui dai passando per l’area di Borghetto S.Nicolò e Vallebona], attestato nella REGIONE LUCO di Bordighera (descritta in una carta della Guida d’Italia del Toring Club Italiano, I, II ed., Milano, 1924).
Le Foreste sacre, i Boschi Sacri, i Luci (il Nemeton come anche si diceva) erano sedi di arcane cerimonie votive per varie manifestazioni naturali curate e venerate da SACERDOTI che detenevano il sapere e conoscenze su cui lo scorrere dei secoli ha sparso polvere ed incolmabili lacune.
Fra tante espressioni dell’ambiente naturale che erano oggetto di culto per i Liguri primigeni individuate di frequente nelle più disparate espressioni atmosferiche e biologiche non si possono certo dimenticare le grandi manifestazioni che essi potevano scorgere in cielo: tra queste assumevano un ruolo importantissimo le eclissi e l’apparizione di stelle cadenti o di comete (del resto tutte le culture hanno ereditato dagli antichissimi popoli una sorta di timorosa venerazione per i fenomeni astrali, caricandoli di interpretazioni fauste o pessimistiche (ancora nel XVII secolo, assieme alle eclissi, l’apparire di COMETE spalancava la strada ad interpretazioni contrastanti ma emotivamente fortissime, non dissimili nonostante i secoli di distanza, dallo stupore provato dai Liguri antichi di fronte a simili “prodigi”.
Tipico, in particolare, della religiosità degli Intemelii e degli Ingauni era il LUCUS o foresta sacra (come il LUCUS BORMANI) sede di riti religiosi di cui sembrano essere state individuate preziose testimonianze.
A tali divinità naturalistiche e all’ambiente spirituale dei Luci, si accompagnarono altresì vari nomi di dei, tra cui fa spicco BELEN, venerato in ambiente gallo-ligure che, forse, per orgoglio cittadino fu assorbito nella mitologia del fondatore della città, INTEMELION, alla stregua di un “(semi)dio protettore” cui far sacrifici (per poi riproporlo, ai tempi della romanità, quale un corrispondente locale di ciò che Romolo rappresentava per la capitale).
Divinità molto antiche per “Intemeli” ed “Ingauni” erano poi quelle collegate alla vita pastorale, come l’oracolo di Bekko e la dea Futri, che sovraintendeva alla riproduzione di greggi ed armenti.
A queste ed altre divinità consimili erano dedicate molte cerimonie praticate degli Intemelii (e da altri popoli liguri) con processioni ai luoghi sacri del monte Bego e sin a quelli altrettanto “magici” della Rocca e della Valle delle Meraviglie, ora in territorio francese, vero santuario degli antichi pastori protoliguri che vi incisero innumerevoli graffiti ed incisioni di matrice misterico-spirituale.
Un discorso a parte, di cui l’area VALLIVA DEL NERVIA può essere assunta a campione tipologico, è costituito dalla discussa questione dell’INFLUENZA CELTICA (CON LA RELATIVA DISCUSSIONE SUI CELTOLIGURI) sull’estremo ponente ligure e, più in generale, su tutto il territorio della LIGURIA STORICA PREROMANA
Gli Intemeli erano refrattari ad infiltrazioni nel loro territorio: tuttavia non furono in grado di porre argine ad alcune incursioni di Galli o Celti (il primo nome è romano, il secondo, di più antica accezione greca: I Galli d’Italia, Roma, 1978, De Luca edit.).
In concordia con i classici (LIV.,XL,28,7 e PLUT.,Aem., 6), oltre che con ricognizioni moderne, è da ritenere che Celti provenienti dai territori del Rodano si siano mescolati coi “Liguri storici” (sin all’estremo ponente italico, in particolare) come anche sembrerebbero testimoniare alcune tracce archeologiche di Arles, Entremont e del “comune santuario” celto-ligure di Roqueperteuse.
Del resto di matrice celto-ligure è il culto per BELENOS su cui si è discusso ne I Celti edito in Milano da Bompiani nel marzo 1991 [v. LUDWIG PAULI, I passi alpini e le migrazioni celtiche, pp. 215-219 – e D. VITALI, I Celti in Italia, pp.220-235].
Le ultime invasioni di queste masse di popoli (verso la Gallia meridionale, la Spagna, l’Italia e la Grecia) si verificarono tardi, verso il III sec. a.C., e risultarono costituite da Belgi o, con maggior precisione, dai bellicosi NERVII della GALLIA BELGICA.
Supponendo che alcune di queste genti siano penetrate nell’agro intemelio e vi si siano stanziate senza grossi problemi colle popolazioni indigene, Nino Lamboglia, cercando di spiegare un idronimo o nome di fiume altrimenti difficile da giustificare (quello del “Nervia”), ipotizzò con lucidità che in tale idronimo fosse celata la denominazione di un pagus Nerviensis (cioè di un “villaggio di Nervii“) denominato quindi Nervinus dopo il veloce processo di romanizzazione. Secondo Giulia Petracco Sicardi Nervii sarebbe invece l’etnico o “nome di popolo” della gente preromana che abitava la valle in simbiosi con gli Intemelii: a suo parere si sarebbe trattato di elementi gallici provenienti appunto dalla Belgica (P.W.R.E. voce Nervii curata da Holder, 726) che, penetrati durante il periodo preromano nell’agro intemelio, avrebbero conferito il proprio nome etnico ad un villaggio e a tutta l’area (eminentemente costiera) che fu posta sotto il loro controllo (peraltro nella valle del Nervia, a testimonianza di una non sporadica penetrazione gallica, non mancano relitti toponomastici: cfr. G.Petracco Sicardi, Toponomastica di Pigna in “Diz. di Toponomastica Ligure”, Bordighera, 1962, p.105, n. 319: la stessa studiosa lascia invece un pò perplessi quando, a distanza di un ventennio – probabilmente per uniformarsi ad una linea interpretativa comune [nel volume miscellaneo a cura di C.Campanile, I Celti in Italia, Pisa, Giardini edit., 1981, nota 4 del suo contributo Liguri e Celti nell’Italia settentrionale] – abbia in apparenza rivisitato queste sue affermazioni – pur senza rigettarle direttamente – negando infiltrazioni celtiche nella Liguria marittima sulla base, abbastanza fragile, che “i toponimi gallici in -ako (vi) mancano completamente”).
Con tutto il rispetto per l’illustre glottologa sembrano, queste ultime, considerazioni che, supervalutando l’assenza di toponimi di derivazione celtica, mancano “assolutamente” di una diversa e necessaria indagine sul campo, indagine ormai portata avanti con successo da più ricercatori proprio nella vallata del Nervia, specchio ancor mal studiato di arcaici riflessi storici ed evolutivi.
A proposito del priorato di Dolceacqua sorge tuttora nel circondario agricolo del piccolo convento una cappella o chiesetta di S.Bernardo nei cui pressi le testimonianze religiose celto-liguri abbondano e per giunta concentrate in un’area ristretta, una presumibile base sacrale.
Peraltro, vista una certa mancanza di interessi, nel passato non si è neppure analizzata abbastanza un’altra importante caratteristica della primordiale religiosità ligure (o meglio ancora o forse è più esatto dire per una volta ancora di matrice celto-ligure), tanto tenace da sopravvivere al processo di romanizzazione e persino da opporre formidabile resistenza all’affermazione del Cristianesimo, religione divenuta presto diffusissima per i forti connotati sociali e popolari.
Si allude qui ai culti, di ascendenza celto-ligure, delle “MADRI” o MATRONAE [che secondo varie interpretazioni si sarebbe continuato in ambito cristiano nella pseudoreligione delle COMPAGNE DI DIANA] le quali sarebbero state custodi delle molte sorgenti terapeutiche esistenti in parecchie valli liguri (non ultima quella del Nervia): per estirpare il CULTO DELLE ACQUE CHE CURAVANO I MALATI (specie di malattie della pelle) e di conseguenza estinguere antichissime, seppur innocue credenze popolari nella potenza dei sacerdoti Druidi, i benedettini (tra IX ed XI sec.) dovettero impegnarsi non poco.
Da un lato i Benedettini si limitarono ad alimentare dicerie paurose, per esempio di demoni crudeli celati nell’ombra (da qui derivarono molti toponimi del genere “il buco del diavolo” – ad esempio sopra la località “Portu” di Dolceacqua – alludendo ad una grotta con una sorgente, da non frequentare in ossequio alle antiche tradizioni pagane; con simili paure si “debellò” l’ arcaica fede in una SORGENTE che sgorga tuttora sotto la cima del TORAGGIO, un monte dai contorni TERRIBILI quanto AFFASCINANTI, nel cui toponimo romano – IN TURRABULIS – si è intravisto il nome d’una divinità preromana, custode delle vette, il sacro TOREVAIUS : l’alpestre e scomoda sorgente DRAGURIGNA finì quindi coll’essere abbandonata dai suoi fedeli, anche per questo nuovo larvato timore, diffuso dai monaci, di un diabolico DRAGO celato tra acque ed anfratti cui di volta in volta venivano attribuiti caratteri di DEMONE o , per meglio uniformarsi alla visione orrorifica precristiana e concordarla con certi aspetti folklorici della GIOVANNEA APOCALISSE) di DIAVOLO DAI CONNOTATI VAMPIRESCHI ed in altri casi invece assorbendo una lotta improba contro la credenza nelle divinità delle acque il sistema della religiosità cristiana, tramite ad es. il culto dell’acqua benedetta di Maria per le fonti del “Convento” di Dolceacqua od il ciclo dell’Assunta a riguardo della “frequentatissima” BASE TERMALE di Pigna.

da Cultura-Barocca

Antonio Richelmi, un domenicano contro gli eretici

Campanile della Chiesa dei Domenicani a Taggia (IM)

Nel Ponente ligure la CACCIA AGLI ERETICI e la loro CONDANNA al ROGO non costituì un fatto assolutamente eccezionale.
Già verso l’anno 1472 il vescovo di Ventimiglia, il domenicano Domenico de Giudici , servendosi del BRACCIO SECOLARE offertogli dal governatore di Nizza, Claudio Bonardi, fece arrestare diversi abitanti di SOSPELLO che, dopo un processo sommario, vennero appunto condannati al SUPPLIZIO ESTREMO DEL ROGO: su questo tragico evento fa fede quanto P. Gioffredo ha scritto nella sua Storia delle Alpi Marittime poi edita in Historiae Patriae Monumenta, Torino, 1839 (IV, col.1129).
Nella DIOCESI DI VENTIMIGLIA (IM) le INFILTRAZIONI DI IDEE ERETICALI avvenivano attraverso la PROVENZA e le aree ad essa vicine: è in particolare da ricordare il ruolo che in tutto ciò svolse la località di TENDA gradualmente divenuta BASE DI ERETICI per il ricetto che il governatore di Nizza, il conte Claudio di Savoia Lascaris, aveva dato a gruppi di UGONOTTI colà rifugiatisi.
Alla morte di questo governatore, suo figlio conte Onorato cercò dapprima una mediazione con gli ERETICI proponendosi, lui cattolico ma non intemperante, di indurli ad ABIURARE DALL’ERESIA e di CONVERTIRSI ALLA FEDE CATTOLICO ROMANA.
Gli ecclesiastici di cui si valse non ottennero però alcun risultato, eccezion fatta per l’allontanamento di qualche UGONOTTO.
Il sostanziale fallimento del nizzardo padre dei Minori Conventuali Pier Antonio Boyer e quindi del vescovo stesso di Ventimiglia Carlo Grimaldi indussero a scegliere la VIA DELLA VIOLENZA rifacendosi all’esempio clamoroso e tragico della STRAGE DEGLI UGONOTTI perpetrata nella notte di S. Bartolomeo del 1572.
In questo momento si innesta nell’attività antiereticale una figura di primissimo ordine, il PADRE DOMENICANO ANTONIO RICHELMI DI PIGNA
che, entrato nel convento di Taggia (IM) nel 1551, stando a quanto ne scrisse il Calvi nella sua CRONACA, intraprese un assiduo e feroce apostolato contro le manifestazioni ereticali.
A suo proposito il Calvi estese la propria narrazione dicendo: “Suo compagno fu FRA ANTONIO RICHELMO figlio di Giovanni e di Maria di Pigna: fu accolto (“nel convento dei Domenicani di Taggia”) come il primo e fece, subito dopo, la professione.
Questo frate ANTONIO fu più volte maestro dei novizi e fu anche il mio maestro e di altri in questo convento. Ancora al tempo del mio noviziato predicava con molta dottrina. Avendo udito che nella sua patria serpeggiava l’ERESIA, e che alcuni suoi parenti erano caduti in quel malanno, chiese di essere assegnato, come quando era giovane, nel CONVENTO DI TAGGIA per poter prestare aiuto, per la vicinanza dei posti, alla sua patria e soprattutto ai suoi parenti, ai quali non mancò l’aiuto. Ma alcuni morirono, altri furono mandati in esilio e privati dei loro beni, altri conosciuta la verità ritornarono alla fede cattolica e apostolica.
Il predetto reverendo PADRE ANTONIO incitava Carlo Grimaldo e Francesco Galbiato Vescovo di Ventimiglia a fare queste cose con l’aiuto del molto reverendo padre Cornelio Oddo di cui parlammo sopra. Spinse pure (a fare ciò) i duchi di Savoia Emanuele Filiberto e suo figlio Carlo i quali, zelanti nella fede cattolica, si opposero con calore a quella ERESIA PESTILENZIALE.
Inorridisco mentre scrivo e leggo in Abramo Bzovio nel suo Romani Pontefici al capitolo XV dolo la metà: giunsero a tanta follia che una notte, sparsero per terra la S.S. Eucarestia e legarono il tabernacolo e la pisside ad una catena con insulti. Il quale orrendo crimine anche i Genovesi detestarono o almeno finsero di detestare. Queste e simili cose avvennero di frequente.
Cito tra i molti un solo esempio: in Francia nella diocesi di Carnoles, gli UGONOTTI irruppero in una chiesa mentre il sacerdote celebrava la Messa; calpestarono l’ostia consacrata, sparsero del sangue e obbligarono il sacerdote a berlo. Poi lo legarono su un crocifisso e colpirono lui e Cristo con una grandinata di colpi di schioppo. E il medesimo diabolico delitto compirono in molte altre località.
Questo accadde circa alla fine del 1575 o all’inizio dell’anno seguente, in inverno, mentre io ero novizio, e nello stesso tempo ci fu una terribile tempesta di vento e di pioggia che sembrava la fine del mondo.
Come meglio poteva si adoperava per rimediare a questi mali il reverendo PADRE ANTONIO RICHELMO.
Fu più volte sindaco e tesoriere e ottimo confessore. Morì vecchio in questo convento circa nel 1615“.
Le osservazioni del Calvi, come quelle di altri cronisti, restano superficiali su questo complesso argomento e mediamente mirano a strutturare una visione manichea della realtà sì che ogni bene è identificato nella RELIGIONE APOSTOLICA ed ogni male nell’ERESIA.
E’ evidente che le cose non stessero così e per certi versi risulta inquietante la figura di PADRE ANTONIO RICHELMO.
Il vescovo di Ventimiglia, Galbiati, accompagnato da un domenicano (ma non del convento di Taggia) da Tenda aveva raggiunto un gruppo di ERETICI che si erano rifugiati in Sospello.
I due ecclesiastici fecero arrestare un sospetto di ERESIA tale Giovanni Brofaine che, sottoposto a tortura, denunciò di esser stato edotto alla NUOVA DOTTRINA ERETICALE nell’abitazione di certo GIOVANNI RICHELMI, presumibilmente nipote del PADRE DOMENICANO ANTONIO RICHELMI.
Questo GIULIANO aveva inoltre un fratello di nome ANTONIO, padre di tre figli (FRANCESCO, GIOVANNI e JACOPO) tutti saldamente convinti nel professare le nuove IDEE ERETICALI.
Arrestato, inquisito e torturato, invitato ad abiurare il GIULIANO RICHELMI nulla rinnegò della sua nuova religione ed anzi insultò l’INQUISITORE: da lui e versimilmente dai suoi parenti non furono evitabili le CONDANNE ESTREME: da quella definitiva del ROGO al temutissimo ESILIO alla totale CONFISCA DEI BENI.

da Cultura-Barocca

I pellegrinaggi devozionali per la guarigione nel Ponente ligure tra i secoli XIV e XIX

Il Santuario di Isolabona (IM)

Il Pellegrinaggio votivo fu un fenomeno variamente sfaccettato che assunse indubbiamente coloriture straordinarie in occasione degli eventi giubilari e nel contesto storico di grandi vittorie -anche storico-politiche oltre che spirituali- della Cristianità ma che tuttavia seguì una variabile tanto estesa di espressioni formali e sostanziali che sarebbe improprio ed anche ingiusto costringerle tutte nello spazio ecumenico del “Viaggio Santo”. Per certi aspetti, in Liguria, proprio il ’600 – travolto da grandi paure collettive per la peste, per le invasioni dei pirati turcheschi, per le guerre rovinose e le tante carestie – risultò al centro di questa diversa valutazione del pellegrinaggio. Nel XVII secolo – nel Ponente ligure come in tante altre contrade italiane – si assistette per esempio ad una nuova intitolazione di antiche chiese: di modo che spesso un S.Rocco -protettore delle genti contro la peste e le epidemie- finì per surrogare patroni di più antica tradizione come S.Vincenzo. Allo stessa maniera un S.Giacomo -in parte taumaturgo ed in parte culturalmente connesso alla nuova cultura del pellegrinaggio- sostituì, nella nominazione di alcuni edifici di culto, il “vecchio” S. Cristoforo che pure, come protettore dei viandanti e, a suo tempo, dei cavalieri Templari “custodi” degli stessi viandanti, aveva avuto un sostanziale “momento di gloria” sì da conferire patronato ad ospizi, chiese e “cappelle di via”, cioè ai fattori strumentali e in qualche modo trainanti, perchè assolutamente necessari, del complesso apparato dei grandi viaggi nella sacralità. Similmente nel ’600 sorsero molti santuari, mariani e non, nel contesto di una diversa tradizione votiva processionale. Senza che il viaggio estremo, quello in Terrasanta, perdesse la sua funzione carismatica e significante, dal ’600 la Peregrinatio fidei fu restituita, anche per evidenti ragioni storiche, a quella dimensione primigenia, formale ed effettuale, che era diventata in apparenza una variante.
Il “grande viaggio della fede” era stato un fenomeno epocale, storicamente iscritto ai registri storici del XIII-XIV secolo: esso non inaugurava però una peculiare espressione religiosa.
Antecedentemente, all’epoca della civiltà medievale e curtense, quella degli spazi chiusi e degli scambi interrotti, la manifestazione coreografica della fede non aveva affatto ignorata la cifra della Peregrinatio. Questa però era mediamente orchestrata, da secoli, sulla topografia angusta della villa e della pieve, della chiesa di valle a fronte dell’impianto demico, del sito sacrale, eretto in qualche modo a santuario, cui era attribuita una particolare valenza.
Molto spesso questo pellegrinaggio locale spaziava su minime aree geografiche e tante volte era finalizzato a scopi non così altamente spirituali come avrebbe poi suggerito la filosofia del “Viaggio di fede” dal XIII secolo.
Era però un pellegrinaggio – per così dire – alla portata di tutti, a tal punto ramificato da non lasciare, a volte, tracce architettoniche o documentarie. Esso avveniva da sempre e per sempre sarebbe avvenuto.
In uno dei casi più emblematici si trattava dei “Pellegrinaggi di fede per la guarigione”. Essi avvenivano da epoche lontane -erano nati ancor prima dei vagiti della civiltà cristiana- ma da questa tali esperienze religiose acquisirono una dimensione organica ed una motivazione catechistica che finivano per interpretare a livelli superiori la primaria esperienza taumaturgica. I “Pellegrinaggi per la guarigione”, così intimamente collegati alla tradizione culturale italiana, sono stati abbastanza relegati nel limbo del secondario dalla asfissiante ricerca dei grandi percorsi del sacro. Eppure quella stessa sacralità che esternavano i “Pellegrini di Terrasanta” – come genericamente si definivano i viandanti di fede del ’200 anche se avevano per meta, ad esempio, la sola Roma- era propria, per secolari vicissitudini, del credo dei “Pellegrinaggi della guarigione”.
Per quanto possa sembrare strano l’iridescente barocco costituì una fucina di recupero istituzionale di questa sorta di micropellegrinaggi di fede. Dopo la definitiva perdita della Palestina – e quindi di tutto l’Oriente – saldamente in mano all’Islam ed ai Turchi, il “Pellegrinaggio verso la Terrasanta” decadde a fenomeno di recupero archeologico o a sublimazione mistica di poche esperienze elette, talora guidate da drammatica visione missionaria. Il tornare in Europa, soprattutto nell’Europa cattolica e mediterranea, di peste e invasori islamici -espressioni storiche esorcizzate nella fantasia parareligiosa sin ai limiti della premonizione apocalittica- rinvigorì contestualmente la ricerca di approdi facili, di santuari prossimi ai borghi abitati, lontani da terre deserte ed abitate da predoni.
Spaventata – giustamente – e titubante difronte ad eventi impensati nel medioevo -come lo scisma luterano- la popolazione, specie nelle sue frange più semplici, scoprì o meglio incentivò le mai dismesse espressioni di “Pellegrinaggio per lo star bene ed il guarire”.
Ed ecco allora in tutto il Ponente ligure quel trionfante spettacolo di frequentazione popolare di quelle chiese, cappelle e santuari a volte costruiti ex novo ma spesso eretti su siti in cui la tradizione -si dica pure una tradizione che affondava in vari aspetti delle antiche fedi precristiane- aveva individuato la persistenza di aree sacrali taumaturgiche o apotropaiche.
Nel Ponente estremo di Liguria occorre tenere conto, per esempio, che il Santuario di Nostra Signora delle Grazie ad Isolabona (IM), in Val Nervia fu storicamente connesso alla fruizione d’una fonte termale, detta “Gonteri”, che l’Assunta di Castelvittorio, sempre in Val Nervia, fu chiesa romanica benedettina eretta ad Lacum Putidum nei pressi d’una base termale in cui si riconobbero evidenti tracce di frequentazione cultuale romana, che ancora in Bordighera la “Chiesa della Rota” – parte sostanziale dell’annesso ospedale per pellegrini del XIII secolo – fu edificata non lungi da un’altra meno nota fonte termale.
Tutto ciò senza menzionare altri casi evidenti del Ponente Ligure: e tenendo sempre fermo il rilevante significato di continuità cultuale tra mondo celto-ligure fortemente romanizzato ed ambiente cristiano-medievale che, come ha dimostrato padre Avena Benoit, in vari modi – anche sotto il profilo archeologic o- si legge, neppur lontano dal terminale di val Nervia, nella chiesa brigasca di Nostra Signora delle Fontane.
Sulla linea di un riconoscimento di quella spiritualità metastorica che si coniuga con un anelito sostanziale verso il divino, non sembra affatto irriverente ammettere che, nell’interminabile succedersi di culture e tradizioni spirituali, nella coreografia cristiano-cattolica ligure siano filtrate innocue positure delle religioni preesistenti. Del resto in vari casi quegli edifici religiosi erano accompagnati da un ospizio, da un elementare luogo di cura.
Eludendo comunque dissertazioni sulla genesi di siffatte chiese – disquisizioni che corrono troppo spesso il rischio d’apparire inutili esercizi d’ermeneutica – è sostanziale il fatto – confortato da indagine storica ed approfondamento etnografico – che la cultura popolare e una ritualità cattolica fortemente marcata di folklore, nei secoli scorsi, hanno individuato in tali luoghi di culto dei veri e propri “Santuari della guarigione”.
E questo -in modo eclatante- si scopre specialmente nel XVII secolo, tanto nella rivisitazione architettonica delle chiese che del loro significato ideologico e spirituale: basti per ciò l’esempio di “Nostra Signora della Muta di Dolceacqua”, già parte di una struttura conventuale benedettina di matrice novaliciense, nel XVII secolo trasformata dagli Agostiniani, cui ne era passato il controllo, in un “Santuario della guarigione” collegato ad una miracolosa sorgente terapeutica di cui avanzano tuttora resti significativi.
Queste chiese e santuari, che vivevano in simbiosi con sorgenti ed acque termali, erano e, in parte sono, “segni della fede” eretti, ampliati, abbelliti, ornati di ex voto in concomitanza con grandi manifestazioni patologiche, soprattutto con le due principali cause storiche di panico e mortalità di massa: la peste bubbonica per quanto concerne il periodo che va dal XIV al XVII secolo ed il colera relativamente al XVIII e XIX secolo.
In un manoscritto inedito di un medico-ricercatore operante tra Ventimiglia e Perinaldo a cavallo del ’700 e del primo ’800 si ha direttamente occasione di leggere il peso attribuito dalla scienza di quel tempo ad una pur elementare idroterapia. Era una forma di cura che la povera gente poteva esercitare quasi soltanto presso questi luoghi di culto. Ben sapendo quanto fosse importante per difendersi dal colera bere (e comunque utilizzare per vari scopi, comprese le abluzioni) acqua pura come quella che sgorgava presso le fonti di siffatte chiese, è ben evidente -come si evince dalla lettura del manoscritto appena citato- che davvero, non solo secondo l’opinione della gente comune ma anche per il giudizio di medici ancora in possesso di armi limitate contro il colera, quelle chiese meritassero, alternativamente, gli appellativi di “Santuari della guarigione” e di “Segni della fede”.
Le processioni a siffatti simulacri della speranza erano periodicamente sancite da grandi tributi d’affetto orchestrati sì dalla liturgia ma in massima parte permeati di umanissimo pragmatismo: la ricerca dell’estremo bene terreno, il “guarire” o, comunque, lo “stare in apprezzabile salute”. Anche se, per postazione ideologica e pregiudizio intellettuale, piace talora illudersi su straordinari, collettivi slanci esclusivamente fideistici, la massa fu mediamente spinta, come in minor misura lo è tuttora, a questi pellegrinaggi verso “Santuari della guarigione” dalla giustificata, compassionevole volontà di guarire o comunque dissipare da sè o dal corpo dei propri cari il lugubre “segno della morte”: e per guarire bisognava sì credere e pregare, ma non bastava, bisognava soprattutto bere l’”acqua miracolosa” dei “Santuari della guarigione”.

da Cultura-Barocca

Chiesa e Convento di Sant’Agostino a Ventimiglia (IM) nei documenti dell’Aprosio

Ponendo la prima pietra, il Vescovo di Ventimiglia Alessandro di Campo Fregoso  fece erigere nel 1487 una chiesa sotto il titolo di N.S. della Consolazione ed un CONVENTO DI MONACI DELL’ORDINE DI S. AGOSTINO OD EREMITANI AGOSTINIANI gloriosa emanazione della CONGREGAZIONE LIGURE DELL’ORDINE DEGLI EREMITANI DI S. AGOSTINO da poco creata dal BEATO GENOVESE G. B. POGGI.
Per leggere ancora più compiutamente la realizzazione di questo complesso religioso vale la pena di leggere quanto con competenza scritto da M. Viale del Lucchese in questo suo lavoro che, per quanto datato del 1958, conserva una sua notevole valenza per chiarezza e compiutezza:
“Un’umile cappella, intitolata a S. Simeone, erigentesi nella regione detta Bastia, dove poi s’innalzerà la Chiesa della Consolazione, fu beneficata nel 1349 da Babilano del fu Ugone Curlo, di nobile casato ventimigliese (doc. in Archivio di Stato di Genova, Notaio Benedetto Visconti, 1349 = N.D.R.: la casta dei Curlo non fu aliena da cessioni e donativi ad ordini monastici, anche per motivazioni geopolitiche come nel caso di Airole), e come si può leggere nel legato che il nobile Babilano Curlo, fece al fratello fra’ Nicolò, dell’Ordine degli Eremitani di S. Agostino, il testatore espresse il desiderio che si edificasse un Convento di questo Ordine, in Ventimiglia (doc. in Archivio di Stato di Genova, Notaio Benedetto Visconti, 1349). Il progetto venne attuato un secolo e mezzo dopo, quando nel 1487, il Vicario generale dell’Ordine G. B. Poggio di Genova, ottenne dall’allora Vescovo di Ventimiglia, Alessandro di Campo Fregoso, in concessione la suddetta Chiesa di S. Simeone. Nell’opera La Biblioteca Aprosiana che il padre Angelico Aprosio pubblicò a Bologna nel 1673, sotto lo pseudonimo di Cornelio Aspasio Antivigilmi, sono riportati due interessantissimi documenti, riguardanti appunto la fondazione del convento, documenti, che, per servirsi delle stesse parole dell’Aprosio, pare non tempo perduto almeno nelle parti fondamentali riassumere [grazie alle moderne tecnologie sono qui proposti integralmente dal testo antiquario aprosiano e le voci evidenziate in rosso sono attive e multimediali].
Nel primo, che però è cronologicamente posteriore al secondo, il Papa Innocenzo VIII al Vicario generale [ N.D.R. = carica nel ‘600 ricoperta anche da A. Aprosio ed in un periodo di estrema tensione quello della soppressione dei piccoli conventi senza risorse economiche ] dei F.F. dell’Ordine degli Eremitani di S.Agostino, il quale aveva ottenuto in donazione, da Alessandro di Campo Fregoso, Vescovo di Ventimiglia e dai Canonici della cattedrale [N.D.R. = da pag. 42, metà del testo di Aprosio: con collegamenti anche a fondo pagine digitalizzate], Ecclesiam campestrem extra muros Vintimilienses, ad mensam Episcopalem Vintimiliensem pertinentem [N.D.R. = riga IX dall’alto di pagina 248]…concede licentiam di costruire sulla detta Chiesa di S. Simeone e vicina ad essa un monastero, cioè una casa abitabile da detti frati dell’ordine Agostiniano, con la Chiesa, il campanile, le campane, il capitolo, il dormitorio, il refettorio, i giardini et aliis officinis necessariis [N.D.R. = periodo evidenziato dal profilo multimediale con linea rossa attiva: riga VI di pagina 48: tra le “altre strutture” genericamente nominate da Aprosio meritano paricolari considerazioni i destini del “Giardino Monastico entro il Chiostro” e del “Cimitero dei Frati]; concede altresì ai detti frati di stabilirvisi e di reggerla con un priore o con un altro superiore, secondo la loro Regola. Questa licentia reca la data del 22 Novembre 1487, anno quarto del Pontificato di Innocenzo VIII ed è firmato dal dal Cancelliere Girolamo Balbano.
Il secondo documento pubblicato dall’Aprosio è l’atto con il quale il Vescovo Alessandro di Campo Fregoso, comunica ‘…universis et singulis Christi fidelibus utriusque sexus, per Civitatem et Diocesim Vintimiliensem constitutis, omnibus aliis‘ [N.D.R. = XI riga dal basso di pagina 249: approfondisci qui alcuni elementi basilari della Diocesi di Ventimiglia] di aver posto pregatone dal padre G. B. Poggio e da altri frati dello stesso Ordine, alla presenza del Notaio, del Cancelliere, di alcuni Canonici e dei sottoscritti Testimoni, la prima pietra [N.D.R. = marchiata con un “salutifero” segno cruciforme (pag. 48, XV riga dall’alto)] della Chiesa e del Monastero che si sarebbe edificata ‘…sub vocabulo B. Mariae de Consolatione…‘. In tale atto viene rivolta esortazione affinchè siano devolute alla costruzione e manutenzione di detta ChiesaPias elemosinas, e si aggiunge che a coloro i quali avessero compiuto tali opere di bene ed avessero visitato la Chiesa in determinati periodi dell’anno, sarebbero stati concessi toties quoties coeperint quaranta giorni di indulgenza.
Il documento, redatto nel luogo stesso dove si cominciava a costruire la Chiesa, reca la data di sabato I settembre 1487, anno terzo del pontificato di Innocenzo VIII e porta in calce i nomi dei testimoni, G. B. Di Campo Fregoso, Francesco di Campo Fregoso, Capitano di Ventimiglia, il Nobile Lazzaro Cipolla di albenga…, nonchè quelli del pubblico Notaio e del Cancelliere Vescovile. Ben presto in quella zona acquitrinosa, ricoperta da fitti intrichi di canneti ed erbe lacustri, spesso inondata dalle non arginate acque del Roja, sorse così una tranquilla oasi di preghiera e di studio “.
La struttura conventuale divenne famosa nel ‘600 quando Aprosio, erudito e bibliofilo del ‘600, vi sistemò la sua ricchissima Biblioteca [tuttora, seppur in altra sede, a Ventimiglia alta, Biblioteca di grande prestigio, ricca di libri anche rarissimi se non unici] nell’ALA EST del “chiostro”, dando poi nella sua Biblioteca Aprosiana edita (pp.50-58) questa preziosa descrizione (donde si son tolte le lunghe digressioni bibliografiche ma che dal collegamento si recupera con tutti i riferimenti informatici recuperati) dell’edificio:”…E per dire qualche cosa intorno ad essa Chiesa e Monastero sono situati in maniera che la prospettiva loro risguarda il mezzogiorno. La lunghezza della muraglia arriva a CCXXV palmi, LXVI de’ quali sono della Chiesa situata dalla parte Occidentale: sicome dall’opposta da non molti anni in qua si vede edificata la Libraria, che unita a quella tramezzata dal Chiostro, per dritta linea, porge bellissima prospettiva a gli occhi de’ veditori o passino per terra o per mare: la spiaggia del quale non sarà più lontana, per istrada diritta, di quanto potrà arrivare di volata un tiro di moschetto. inanzi ad esso Convento e Chiesa è una bellissima piazza, che può esser di larghezza l palmi, avendo a canto la strada Romana che è XXXIII che la fa apparire con questa giunta assai maggiore”.
[oltre la strada romana esistevano altre possessioni agricole del monastero affittate a coloni locali].
Sempre a meridione della via erano altri edifici, di cui non è facile ricostruire l’esatta funzione, anche se vi doveva stare una torre o casa torre a guardia del complesso demico e di cui tuttora si vedono le tracce superstite inglobate in un sistema di abitazioni
Nella carta vinzoniana si vede pure disegnato l’importante tratto stradale, tuttora esistente, di via sottoconvento che permetteva ai religiosi di accedere sin all’agro nervino passando parallelamente all’antica via delle asse: strade tradizionali della Liguria medievale ed agricola che concedevano di accedere alla prebenda episcopale di Nervia dove il Capitolo della Cattedrale aveva importanti possessi ed in cui anche gli Agostiniani godevano di particolari previlegi: naturalmente la via di sottoconvente come la via delle Asse servivano soprattutto ai lavoratori agricoli che dalla città si recavano per i lavori dei campi nella vasta area nervina].
La Chiesa [continua Aprosio nella sua DESCRIZIONE LETTERARIA] è di lunghezza P.CXLIV di cima in fondo de’ quali XXVIII sono del Coro e XXXVI del Presbiterio. La larghezza di tutto’l corpo è P.LXIX li quali s’hanno a compartire con le ali e’l sito, che si occupa da pilastri, sarà p.3 e due terzi, di maniera che datine XXIX e mezzo al corpo sarà il rimanente delle ali: la longhezza delle quali è di P.CI. Sono in esse cinque Cappelle per ciascuna, una delle quali si vede in capo, e le altre sono situate incontro gli archi de’ pilastri, essendo nell’altar maggiore il ciborio del Santissimo Sacramento. Essendo li quadri, eccettuati tre che son moderni, sopra tavole m’indurrei a farne menzione su fussero di [autori illustri: ma trattandosi del contrario, dopo una dissertazione sui grandi pittori del tempo antico e moderno, il frate erudito tralascia d’indicare il contenuto e gli autori delle “tavole”, riprendendo presto le riflessioni architettoniche sul monastero:]…Nell’uscirsi dal Coro s’entra nel Campanile guernito di quattro campane si come dall’altra parte ci è la sagrestia.
Dal campanile [continua Aprosio nella sua DESCRIZIONE LETTERARIA DEL CONVENTO AGOSTINIANO DI VENTIMIGLIA] si passa nel CHIOSTRO di forma quadrata sopra XXIIX pilastri lungo per ciascuna parte P.LXVI che in tutto sono palmi CCLXIV [Si poteva accedere dalla Chiesa anche al LATO OCCIDENTALE (praticamente distrutto dai bombardamenti della II guerra mondiale e faticosamente restaurato subito dopo).
Le COLONNE e/o PILASTRI del Chiostro racchiudevano il Giardino dei frati (qui in una ricostruzione grafica) ( verosimilmente secondo un’usanza monastica consueta un Giardino dei Semplici = di cui, da altra struttura conventuale, si riporta qui una stampa antiquaria con didascalie multimediali) entro cui stava una fontana (di un pozzo come ha scritto Sergio Pallanca si son recentemente individuate le tracce = spazio poi fatto occupare assai discutibilmente -da un parroco comunque per vari aspetti eccezionale come G.B. Zunini- da un edificio ad uso assemblee e riunioni ma attualmente eliminata nel corso della ristrutturazione, per quanto possibile, del chiostro originario e del giardino monastico) per le abluzioni funebri dei monaci defunti che, tramite una porta del LATO NORD del CHIOSTRO venivano inumati in un cimitero dei frati.
Non è casuale che nella vasta area di negozi e case prospicienti la stazione ferroviaria (che nella seconda metà del XIX secolo andò a ricoprire gran parte dell’area conventuale detta “i prati dei frati” al cui lato sud, prospiciente il convento, stava il cimitero monastico) talora si siano trovati resti umana frammisti a lembi di stoffa da saio.
In qualche modo gli edifici retrostanti la vasta area a nord del Convento sono infatti anche essi disposti sull’area dei “prati dei frati”, delle loro possessioni agricole e del loro più o meno piccolo cimitero]
Nel mezzo [del lato settentrionale del convento] sta un portone per salire in dormitorio, posto anco in mezzo di due altre porte, una delle quali serve per entrare nella stanza de’ Tini e l’altra è per il Capitolo, rispondente ad un’altra da cui s’esce per entrare in una possessione, dalla quale son soliti raccogliere olio, vino, frumento con qualche frutti, cose tutte necessarie all’umano sostentamento.
L’altezza del Chiostro sarà P.XVII o poco meno. Il Capitolo è P.XXIII in quadro, la cui altezza sarà XIX. In questo si radunano i Religiosi prima di andare a mensa e si leggono le Costituzioni accioché non s’ignori da ci che sia quello a che ciascuno è obbligato. Sono in questo non meno le porte del Refettorio che quelle della Cucina e della stanza del Panettiere che hanno in mezzo un’apertura per la quale escono le pietanze e quelle poche vivande che da un Monastero a Religiosi che d’ogni ben tenue nodrimento vivon contenti,si posson somministrare. Sono di tal qualità che mangiano per vivere, non vivono per mangiare.
Hanno Refettorio che può avere P.XLV di lunghezza ed è alto come il Capitolo.
Ci sono tre mense, una in capo sopra della quale si vede una tavola in cui è dipinta la Cena del Signore cavata da altra copia di Luca Cambiaso…La principale serve per li Sacerdoti in mezzo de’ quali siede il Priore; una per il Chierico e per li Conversi e la terza per gli ospiti che non sono della Congregazione. Sono in tutto sei Sacerdoti, un Chierico e due Conversi e compiono il numero assegnato dalla Sacra Congregazione deputata da Papa Innocenzo X. Io farei torto al convento ed alla città se tacessi come in esso nel 1638 ci fu celebrato il Capitolo Generale della Congregazione ove concorsero li Padri principali di essa e nello spazio di 15 giorni, che durò, furono tenute tre Cattedre di Conclusioni Teologiche, nelle quali si segnalarono molto li Maestri e loro Discepoli; si sentirono eloquentissimi Panegirici delle lodi de’ Santi e de Beati della religione, funzioni tutte allestite da Monsignor Lorenzo Gavotti allora Vescovo della città, ora Arcivescovo di Negroponte, che favorendo non solo con la presenza ma con l’argomentare a tutte le Dispute onorò que’ Congressi più di quello averebbero fatto altri famosi letterati, A canto a detta mensa sono due porte, una delle quali serve per dare l’ingresso alla dispensa ed alla cantina, servendo l’altra per commodità segreta d’ascendere in Dormentoro, al quale si va col mezzodi due scale, la prima di XIII e la seconda di IX scaloni, avendo la prima in faccia una mediocre finestra incontro la porta e l’altra a fianco dalla parte di Tramontana un finestrone, che con altro corrispondente da quella di Mezzogiorno si viene ad incrocchiare il Dormitorio, essendone altri a capo ed a piedi. La longhezza di esso è di Palmi CLIX e la larghezza di XII si come l’altezza XVII. Sono in esso XIV celle, IIX a Tramontana e VI a Mezzogiorno.
Dall’altra parte di Tramontana ce ne sono tre che servono per Forestaria, più bella della quale non se ne trova in Congregazione.
Ma di questa e del Fondatore non si mancherà di favellare in appresso ed a luogo più opportuno, sì come d’un altro Dormitorio di pari lunghezza ma che averà le Celle solamente dalla parte orientale...”

[Il frate resterà invece sempre un pò oscuro sulla questione per le controversie sorte con un antagonista, un frate da lui soprannominato “Tragopogono” o “barba di capro”, contrario a suddividere parte di questo lato orientale del CHIOSTRO tra dormitorio e biblioteca aprosiana: vedi B. Durante, Il ritratto aprosiano di Carlo Ridolfi conservato nella biblioteca intemelia (note in calce all’evoluzione della “Libraria” ed alle sue valenze iconografiche in Miscellanea di Studi, pp.23 sgg. in “Quaderno dell’Aprosiana”, N.S., n.2, 1994].
Il degrado del Convento della Consolazione (o di S.Agostino) si data da metà XVIII sec. quando il convento, già fortificato e sede di violentissimi scontri tra truppe austro-sarde, in esso asserragliate, e forze franco-spagnole, assedianti, di stanza in Ventimiglia, durante gli ultimi atti della Guerra di Successione al Trono Imperiale di metà ‘700, divenne teatro di ulteriori e gravi fatti bellici.

da Cultura-Barocca