Su Apricale (IM)

In questo borgo [il cui TOPONIMO presenta più difficoltà di interpretazione di quanto si creda] i Doria avevano assimilato beni che erano alla CHIESA DI S.PIETRO ma su cui sussistevano controversie per stabilirne gli autentici diritti. I Signori nel 1523 possedevano in Apricale una “terra aggregata” in località “gunter“, parte di un campo “in luogo li Rossi“, una terra aggregata nella “fascia la grassa“, una pezza di terra aggregata a la canavayra “(il cui toponimo rimanda ad una coltura di canapa), due gerbidi a “la croixe” ed uno in zona “lantigho“.
I Doria avevano poi terreni coltivati in luogo “lo bral“, due castagneti nelle località “lo sangue” e a “le conzynaire“, quattro altri campi, uno a “lo campeto“, due a “fori“.
Altri beni immobili eran costituiti da 4 castagneti (località “S.Giovanni, Ortomoro, faxia de carletto sive giraudo, faxia curla“).
Oltre ad un campo nel luogo la grassa e terreni presso S.Pietro, il Signore esercitava diritti sul contratto per cui Dioniso Fiore era conduttore della terra de lo chioto de portaver.
Gli spettavano altresì, in Apricale, una stalla o casa , già concessa alla locale Confraternita per ricompensa di alcuni danni materiali subiti.
La Signoria deteneva poi tre frantoi di cui uno detto “l’edificio soprano che ha la sua ruota, latrina e mola con tre botti, una tina con un solo cerchio, due grandi tini per l’ olio, uno più piccolo per trasportare l’ olio” (il secondo era detto edificio mezzano, l’ ultimo edificio nuovo).
Dai “Diritti dei Doria” del 1523 si ricavano, in latino qui tradotto, le seguenti rubriche:

“…APRICALE e ISOLABONA
30- La Comunità di Apricale ed Isolabona deve (quanto segue) al Reverendissimo Signore Agostino de Grimaldi Vescovo di Grasse, di Monaco, Dolceacqua e dei restanti luoghi:
31- Dapprima alla festa di S.Lucia deve versare a titolo di omaggio la somma di 45 lire di moneta corrente.
32- Alla Natività di Nostro Signore Gesù Cristo deve dare due montoni giovani.
33- In detta festa i consoli del posto devono donare un allevato di carne ovina.
34- Inoltre detti consoli sian tenuti a versare al reverendissimo Signore 150 uova a titolo di tassazione sugli introiti della loro carica in occasione della festa della Purificazione della Beata Maria, che vien celebrata al 2 od al 7 di Febbraio.
APRICALE e ISOLA
35- Alla Festa di Pasqua le suddette Comunità versino al nominato Signore due capretti.
36- I consoli in detta festività diano pure un allevato di capra.
37- Detti consoli sian tenuti a dare al Signore la quarta parte delle esazioni peuniarie di condanne, accuse e pene, su cui si estende la loro autorità, di cui il Signore potrà far remissione ai pentiti od a quanti avran saldata la multa secondo la discrezionalità di siffatti consoli sul doversi quietare, esigere, procedere stabilendosi che la quarta parte delle riscossioni coatte spetti al Signore e che gli venga assegnata per mezzo dei consoli a titolo del loro officio.
38- Il Signore avrà inoltre ogni autorità sulla giurisdizione criminale e penale, come si stabilirà con opportuni capitoli e convenzioni.
39- I consoli dei luoghi non possono nè debbono adunare il Parlamento se non per consenso del Signore o di chi per lui tiene il luogo se non fino alla quantità ed al numero del Consiglio di detto luogo sicché costituiscano il consiglio tanti uomini quanti sono i Consiglieri.
40- Altresì predetto Signore alla festa della Purificazione elegga nel luogo di Apricale quattro consoli che abitino colle famiglie nel sito di Apricale e due residenti nel luogo dell’Isola i quali debbano reggere il diritto in siffatti luoghi.
41- Il Reverendissimo Signore ha inoltre la giurisdizione dei mulini ad Apricale ed Isola alla sedicesima ( o sedicesima parte del macinato da pagarsi come Decima): tiene in affitto questi mulini, per centocinquanta scudi all’anno, tal Giacomo Cane.
42- Il Signore possiede la Bandita detta Oltrenervia coll’ erbatico (tassa da pagare per il pascolo) di buoi e capre, e precisamente dei buoi (pagando) dal numero di tre in su per la ragione di due soldi e mezzo per ogni bue e da due capre in su (pagando) per la ragione di sedici denari a capra a prescindendo dalle prime due. Da dieci capre in su si paghi per detta ragione senza l’esclusione di alcun animale. Non tenendosi bestie in estate poichè come dice la sentenza a riguardo delle bestie da pascolarvi da quindici giorni dopo la festa di S.Michele al I maggio e dal I maggio sin a quindici giorni dopo tal festa, detto erbatico e Bandita spettano alla Comunità come dispone l’atto scritto a sua mano da Luchino Capone, fedefaciente: questa bandita il Signore per quel tempo che è sua ha l’autorità di venderla ogni anno ed a chiunque intenda comprarla, al prezzo convenuto tra questo ed il Signore colle solite servitù. Quelle per cui i compratori sono tenuti a dare al Signore un montone alla festa della Natività e tre forme di formaggio grasso: il prezzo della Bandita vien pagato per metà al giorno del Natale e la restante somma alla fine del mese di aprile, la qual Bandita nell’anno in corso si vendette al prezzo di settantatrè fiorini con le servitù di cui si disse.
43- Il Signore ha inoltre la completa giurisdizione delle acque affinché nessuno edifichi o costruisca mulini o edifici o qualcun altro edificio ad acqua.
44- Il Signore percepisce la dodicesima parte delle olive colle sanse, riservati i diritti delle comunità.
45- Riceve inoltre la decima del vino: precisamente in Apricale un quartino di vino per 20 quartini ed oltre i venti non si paga altro, da dieci a diciannove quartini si paga per dieci, da dieci a cinque si paga per cinque e sotto i cinque sol a rata.
46- La Comunità di Apricale e Isola è tenuta a versare al Signore per le Decime del Vescovo venticinque mine, sotto la forma dei due terzi di mistura e un terzo di frumento.
47- Inoltre i pastori di dette bandite di Apricale ed Isola ed i caprari di tali luoghi sian tenuti al pagamento delle Decime. I pastori paghino sulla misura di 41 bestie passando verso valle, di cui il nominato Signore ha diritto ai due terzi ed il Rettore della Chiesa al restante, mentre i caprai di detti luoghi di Apricale ed Isola del numero di quaranta capre debbano pagare tre bestie per decime, di cui due al Signore ed una al Rettore per singola sorta (sciorta dial.=gregge), mentre da quaranta in su non debbono versare altro e se il gregge è da quaranta in giù son tenuti per singola sorta.
……………..
55- Nessuna persona accetti lettere monitoriali se non su licenza del Signore o di chi per lui tiene il luogo.
56- Il Signore da chiunque sia riconosciuto spergiuro abbia a titolo di bannalità la somma di sessanta soldi.
57- Lo stesso Signore a riguardo delle bannalità che giungono alla somma di 5 lire abbia e debba avere quattro parti mentre i consoli ne ottengano la quinta parte.
59-Lo stesso reverendissimo Signore nel luogo di Isola annualmente riceva la decima del vino per il reverendissimo Vescovo intemelio, precisamente su dieci metrete ha diritto ad un quartino di vino o mezza metreta, oltre le dieci metrete nulla di più ha diritto di ottenere e nel caso di un quantitativo inferiore alle dieci metrete gli spetta solo un pagamento a rata da uno a dieci.
60- Inoltre il Signore deve al Vescovo suddetto una determinata somma annuale, di cui gli uomini debbono ignorare la consistenza.”.

La PIAZZA MEDIEVALE è il coronamento di questo gioiello di conservazione architettonica.

Non ha invece più molto rilievo il CASTELLO DEI DORIA altamente modificato, arricchito da un giardino pensile, ed ormai trasformato in abitazione civile: il suo degrado fu determinato dall’impresa militare di Agostino Grimaldi che lo devastò nel corso della sua campagna militare contro la casata dei Doria, in particolare dopo che vi si rifugiò Bartolomeo Doria dopo aver assassinato Luciano Grimaldi, fratello proprio di Agostino.

La CHIESA DI S. PIETRO IN ENTO di APRICALE, di cui restano solo delle rovine, sorge in un pianoro, in situazione logistica buona e capace di sostenere un discreto insediamento rurale.
L’edificio, al pari della CHIESA DELL’ASSUNTA, vecchia parrocchiale di CASTELVITTORIO e di tante altre CHIESE DI VAL NERVIA, fu eretto in tempi remoti dai BENEDETTINI.
Resti di colonne protoromaniche suggeriscono l’idea che il complesso religioso abbia subito degli ampliamenti se non una cera e propria riedificazione verso l’XI-XII sec. nel grande programma di recupero ambientale dopo le devastazioni causate dai SARACENI.
Non è ipotesi impossibile sostenere un ampliamento di un modesto, primitivo edificio: un insediamento monastico alquanto antico in questa zona è peraltro suggerito, oltre che dalle ragioni prima esposte, dal fatto che l’organismo religioso si trovava in una zona importante sotto il profilo degli scambi viari: per questa contrada un percorso medievale, tra l’altro, collegava APRICALE con ISOLABONA e quindi con PIGNA, seguendo la linea viaria della riva sinistra del torrente Nervia.
Sull’ipotesi di un insediamento monastico concorre peraltro la sopravvivenza per l’area di un toponimo emblematico quello di u Cunventu grossomodo alla stessa stregua di quanto l’etimologia popolare fece in merito alla chiesa abbaziale di Dolceacqua quella benedettina novaliciense di NOSTRA SIGNORA DELLA MOTA.
Esistono tuttavia alcuni dati sull’edificio e si ricavano dai repertori degli antichi STATUTI DI APRICALE.
L’edificio religioso risulta citato nel 1276 nella rubrica De eundo cum mortuis ad ecclesiam Sancti Petro de Ento (l’obbligo di portarvi i defunti per le esequie è attestato di una persistente importanza religiosa ma anche socio-economica della struttura, cosa che spesso si riscontra in Italia centro settentrionale in rapporto a strutture abbaziali che innervano da tempo antico una contrada).
Sempre in data 1276 un’altra rubrica degli STATUTI, dettante “De ire ad ecclesiam Sancti Petri in suo festo, fa intravedere un’altra sorta di obbligo contratto da una comunità agreste con una comunità di tipo religioso collettivo e preferibilmente monastico.
Le citazioni della chiesa cessano invece completamente dal XIV secolo età in cui mediamenyte il fenomeno del MONACHESIMO ANTICO comincia a risentire di una certa crisi in rapporto allo sviluppo degli Ordini canonicali e dei NUOVI ORDINI REGOLARI: la zona dal pieno ‘300 viene molto più semplicisticamente citata come CAMPUM senza la specificazione de Empto o de Ento precedentemente usata.

La parrocchiale storica ed antica di APRICALE fu la CHIESA DI S.MARIA IN ALBA.

IMPORTANZA DEGLI “STATUTI DI APRICALE” PER LA CONOSCENZA DELLA CIVILTA’ LIGURE DEL XIII SECOLO

da Cultura-Barocca

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Antichi pellegrinaggi tra mare e monti

Da prima della romanità, nel complicato panorama di quegli ANTICHI ITINERARI che gli ingegneri di Roma avrebbero consolidato nel PIANO VIARIO GENERALE cui era sempre sottesa -in Liguria occidentale come in ogni parte del mondo conosciuto- una minore ma vitale RETE DI TRAGITTI ALTERNATIVI, un percorso ligure occidentale MARE-MONTI ha goduto di notevole continuità.
Le tracce di tale continuità si possono riconoscere tuttoggi attraverso un’analisi sul campo che permette il recupero di molteplici messaggi provenienti da epoche diverse.
Il percorso, nella sua continuità, fu già segnato in epoca preromana (e plausibilmente recuperato dalla regione ufficiale di Roma, per la presenza di BASI CULTUALI DI TRADIZIONE CELTO-LIGURE comunque connesse alla SPIRITUALITA’ della cultura ligure di tipo PAGENSE.
Risalendo questo percorso MARE-MONTI, che qualche studioso ha nominato VIA DELLE NEVI ci si imbatte in una continuità di stazioni di religiosità preromana indubbiamente collegate tra loro sia per via geografica sia -e questo soprattutto è importante- per evidenti affinità elettive.

Tracce archeologiche e toponomastiche di forme devozionali pagane si trovano a DOLCEACQUA (località SAN BERNARDO e SITO DI DOLCEACQUA DEL CASTELLO O BORGO ANTICO O “TERA” , sempre in VAL NERVIA presso il paese di ISOLABONA (ANTICA SORGENTE “GONTERI”) ed ancora in alta Valle, procedendo verso i gioghi da cui si accede al Piemonte, nel territorio tra i borghi di PIGNA e di CASTELVITTORIO ove si incontra una sorgente termale sicuramente frequentata in epoca arcaica e probabilmente rivisitata dai Romani: la FONTE DI LAGO PIGO.

Superata la barriera montana ed entrati in territorio pedemontano [operazione resa possibile dopo aver raggiunto su una direttrice viaria che proviene da BAIARDO paese con REPERTI ARCHEOLOGICI LIGURI PREROMANI DA CORRELARE AD ALTRI SCOPERTI NEL TERRITORIO DI DOLCEACQUA e dalle indubbie consonanze culturalie folkloriche di ASCENDENZA CELTO-LIGURE] si raggiunge un’importante base viaria nei pressi di BRIGA MARITTIMA: si tratta della importante stazione termale della CHIESA DI N.S. DI FONTAN dove le tracce di una base celto-ligure si intrecciano coi reperti di una stazione termale romana studiata da Padre Avena Benoit.

A prescindere che per tutto il tragitto MARE-MONTI DI VAL NERVIA, toponomasticamente ricorre -soprattutto per indicare monti ed alture- il nome del dio ligure *BELEN/BELENO, risulta interessante notare come al termine del lungo percorso, nell’agro di SUSA, si raggiunga alfine la NOVALESA -ove tra il corso del CENISCHIA e l’altura del ROCCIAMELONE [secondo le antiche CRONACHE sede ancora nel medioevo di PROCESSIONEI PAGANE DI ORDINE CELTICO] sono state recentemente individuate tracce di un antichissimo ANTICHISSIMO CULTO DELLE ACQUE (analogo a quello riscontrato nell’alta val Nervia nel sito di LAGO PIGO) mentre, proseguendo nel cammino, si raggiunge il borgo di FORESTO, nei cui pressi – e specificatamente nell’ORRIDO DI FORESTO – la leggenda cristiana, elaborando negativamente antiche credenze pagane preromane sviluppò il tema (vittoriosamente combattuto da ELDRADO ABATE DI NOVALESA (e quindi dalla tradizione apostolica dei BENEDETTINI) di un DRAGO DEMONIACO NASCOSTO NELLE ACQUE E CARNEFICE DEI VIANDANTI, POI UCCISO DA SAN MARTINO [fenomeno totalmente analogo a quello riscontrato nella cerchia delle Alpi liguri per quanto concerne l’emblematica montagna del TORAGGIO e la FONTE DEL DRAGO presso cui i BENEDETTINI avrebbero condotto e vinto una loro “storica battaglia” contro la SOPRAVVIVENZA DI CULTI PAGANI PREROMANI.


Tra i molti significati conferibili al “Pellegrinaggio di fede” si deve, anche attribuire, la VALENZA GEOPOLITICA di “strumento straordinario” per recuperare i TRAGITTI STORICI DELLA CIVILTA’.
Per riprenderne il “possesso” -secondo il gigantesco disegno inaugurato da GREGORIO MAGNO- cioè per riconquistare alla CRISTIANITA’ il complesso della geografia romana del mercato aperto e degli scambi, e quindi della pace e della prosperità, era necessario operare nel segno di una comunità di intenti, ridare cioè quei percorsi ad una CRISTIANITA’ UNITA .
La capillare lotta alle varie manifestazioni del DEMONIO – che contraddistinse dapprima i Benedettini per divenire retaggio dei Pellegrinaggi di fede- fu il mezzo fondamentale con cui si ottenne una assoluta quanto necessaria COMPATTEZZA ED UNIFORMITA’ DEL CRISTIANESIMO su aree geografiche smisurate, senza che si proponessero -sotto la spinta ideologica di antiche fede – DEVIANZE ERETICALI o MANIFESTAZIONI SCISMATICHE SCATENATE DALL’ISOLAMENTO GEOGRAFICO.
Ancora la Via Mare – Monti di Val Nervia nel Ponente ligure pare la cartina tornasole di questo schema operativo.
Prima ancora che i “Pellegrinaggi di fede” divenissero una gigantesca manifestazione del mondo cristiano, questo importante percorso -faticosamente riunito dall’apostolato dei Benedettini, era stato devastato dalle incursioni dei Saraceni sì che la gente, che da poco si era trovata riunita dall’operato prevalentemente della Chiesa, era nuovamente disunita dalle distruzioni.
Dopo la vittoria cristiana non pare affatto un caso che addirittura un VESCOVO DI VENTIMIGLIA abbia RICONSACRATO il tragitto VENTIMIGLIA – NOVALESA.


Popoli uniti da una fede sincera e compatta si sarebbero realmente sentiti SIMILI nonostante le grandi distanze che li separavano proprio su quella via: la lotta, comunemente, a fianco di Feudatari e Chiesa, combattuta contro i Saraceni li aveva riunificati nel nome del Cristo ma per non rendere vano quell’episodio (che nell’ottica religiosa del tempo era stata una lotta contro la negazione stessa del cristianesimo e quindi una lotta contro il “male”) non si doveva in alcun modo più tralasciare l’eterno duello contro gli inganni del MALIGNO che nelle sue molteplici manifestazioni (e quella dei “Saraceni” sarebbe stata solo una fra tante) mirava, e nei tempi sempre avrebbe mirato, all’unico modo di trionfare sulla Cristianità, con l’inganno più antico, quella di dividerla e farla divorare dagli scismi, gli errori che portano alla dannazione in cielo ed all’odio in terra.
E sotto questa prospettiva geopolitica davvero il PELLEGRINAGGIO, più che per le pur straordinarie mete cui era indirizzato, aveva enorme importanza per quel flusso continuo di fedeli, per quella marea di gente di terre lontanissime che, al di là delle etnie, degli usi e dei costumi, si sentiva unita nel nome delle fede cristiana e che, in nome di questa fede, aveva preso POSSESSO CONTINUATIVO DEGLI ANTICHI PERCORSI, rendendoli sicuri non solo alla Cristianità ma a tutto il futuro sviluppo del “Mondo Civile” ormai in rinascita.

da Cultura-Barocca

 

Antichi mulattieri, ma non solo

Pompeiana ()M) – rovine causate dal terremoto del 1887

La CIVILTA’ DEL MULO E DEI MULATTIERI ha lasciato significative tracce nel folklore e nelle usanze sia religiose che laiche.
Per esempio nell’area tra le valli dell’Argentina e del San Lorenzo, nella località di POMPEIANA in particolare, si scoprono tracce di un folklore antico connesso alla cura dei MULI.
Proprio a POMPEIANA esistono per esempio i ruderi di una CAPPELLA o CHIESA CAMPESTRE che la popolazione aveva eretto ad un SANTO tra i cui attributi era quello di essere protettore dei maniscalchi, CAPPELLA che nella dizione locale è detta, impropriamente, CAPPELLA DI S.  ALO’ piccolo ed ormai quasi dimenticato “tempietto cristiano” all’antica, quanto decaduta, CIVILTA’ LIGURE DEL MULO: in occasione della festa di questo Santo i muli venivano portati sul sagrato della chiesa per essere benedetti dal sacerdote (si benedicevano le bestie, come semplicemente anche si diceva, grazie a cui i mulattieri del circondario avrebbero potuto svolgere la loro attività di trasporto in ogni direzione e per ogni tragitto: il culto rimase anche quando la Cappella fu distrutta dal terremoto del 1831 ma si prese l’abitudine, sino a tempi relativamente a noi recenti, di procedere alla benedizione sul sagrato della chiesa parrocchiale del borgo).
Nella storia ligure ponentina i lunghi tragitti commerciali, verso il Basso Piemonte quanto verso la Provenza e comunque la Francia (senza escludere naturalmente il territorio metropolitano di Genova) avvenivano tramite MULI, aggiogati quando possibili, altrimenti operanti individualmente (od incolonnati, tenendo conto della frequente asperità di vie e percorsi: senza dimenticare quelle emergenze rappresentate da tronchi stradali ormai entrati nel mito come la via Eraclea in definitiva calco della posteriore e parimenti leggentaria strada di Santa Maria Maddalena) carichi della soma [e peraltro molti lavori erano svolti con l’unico, sostanziale aiuto del paziente e forte MULO, animale più adattabile del cavallo e dell’asino, utile in guerra com in pace, capace di onerosi trasporti per tragitti ardui, come spesso erano quelli della Liguria occidentale, e finalmente utilizzate anche per ragioni di trasporto sanitario laddove non poteva intervenire l’ambulanza volante adattata per scopi civili dalla strumentazione bellica.
In un MANOSCRITTO OTTOCENTESCO DI ARGOMENTO MEDICO detto MANOSCRITTO WENZEL, fra altre attestazioni e documenti, una RICETTA MEDICA PER EQUINI.
Con grafia, diversa sia da quella del testo del manoscritto e della ricetta veterinaria, si legge poi in un foglio volante inserito a guisa di frontespizio: “LIBRO DE L’ILL.MO SIGNORE WENZEL TEDESCO/ si mettano nel libro anco le Note, da comunicarsi per quando si daranno li ordini, contra li Unguentarii di vie perché non dieno tormento contro la gente di questo luogo del Perinaldo che va con le bestie mulattine in terra foresta, all’oltregioghi e sinanco in Livorno, allora che è tempo delli limoni per li Ebrei “.
Si potrebbe intendere che un anonimo autore – forse un qualche esponente della municipalità – abbia inteso rammentare al medico estensore del manoscritto di fornire una serie di notizie pratiche di medicina e soprattutto di pronto intervento ai MULATTIERI (quanti cioè lavoravano con le bestie mulatine (o mulattine) come venivano preferibilmente chiamati i MULI alla maniera che si evince analizzando un qualsivoglia ARTICOLO del REGOLAMENTO AGRICOLO della COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI, confinante proprio con il territorio perinaldenco).
Da tanti paesi dell’entroterra di Perinaldo i MULATTIERI si recavano a far lavoro di trasporto di merci per la costa ligure sin a Genova ed oltre e poi anche in territorio francese (dopo la frontiera come anche si soleva dire, sia quando si andava in Provenza che nelle Alpi Marittime che ancora, ad esempio, al Portofranco sabaudo di Nizza e Villafranca).
I MULATTIERI eseguivano tantissimi compiti ma vale qui la pena di menzionare alcuni trasporti tipici, che cioè caratterizzarono la loro attività, sia che si trattasse di spostamenti singoli (su percorsi limitati, per esempio si ai porti e agli scali commerciali) sia su tragitti lunghi, specialmente quando le bestie mulatine (o mulattine) venivano organizzate secondo il sistema della caravana o carovana cioè per grossi contingenti di animali ed uomini destinati a procedere incolonnati attraverso le asprezze dei malandati percorsi litoranei.
Fu con siffatto sistema che questi trasportatori liguri condussero per secoli nelle regioni più lontane le merci e, nella fattispecie della Liguria ponentina, alcuni suoi prodotti storici: tra cui giova citare l’OLIO D’OLIVA, gli AGRUMI, PALME – PALMIZI – PALMURELI ed il VINO (senza dimenticare quei prodotti che, magari per lunghi periodi prima di decadere, hanno costituito una voce significativa della produzione ligustica come, ad esempio, il CORALLO che i MULATTIERI LIGURI OCCIDENTALI trasportarono per secoli verso il Piemonte e la “Padania”).
La citata nota del MANOSCRITTO WENZEL è, specificatamente, interessante in quanto permette di dedurre che ancora ai primi del 1800, sugli ardui tragitti che lentamente sarebbero stati “calcati” dalla via della Cornice, i MULATTIERI dovevano verisimilmente confrontarsi con malattie e pericoli d’animali selvatici o rinselvatichiti (anche linci ed orsi ma soprattutto lupi) oltre con quei quei tanti criminali (in particolare pirati, banditi, contrabbandieri, briganti da strada), che da metà del XVI secolo il Codice Penale di Genova aveva tentato, con ben limitati successi, di piegare.
Gli unici che di fatto, senza peculiari necessità osassero avventurarsi assieme ai MULATTIERI, senza scorta e lungo i tormentati percorsi del ponente ligustico (specie fra fine XVI e XVIII secolo), furono quegli avventurieri genericamente noti con l’epiteto di mercanti di meraviglie tra cui risultavano tanti ciarlatani e “medici di strada” che ancora nei primi decenni del XIX secolo si industriavano a vendere qual panacea contro ogni male sciroppi, tisane e soprattutto balsamici unguenti.
Tra questa variegata umanità si potevano facilmente individuare quanti vendevano balsami rozzamente fatti derivare da quei medicamenti già esaltati dalla medicina spagirica o spagiria quali l’unguento armario e la polvere simpatetica, già ritenuti eccellenti, pur fra infinite polemiche e contraddizioni, come rimedi contro le ferite inflitte sia con armi bianche che “da fuoco”.
Nel pieno ‘600 l’intemelio erudito Angelico Aprosio aveva fatto cenno ai principi paracelsiani di antipatia e simpatia accettati come prove per lo smascheramento di assassini ed omicidi: verisimilmente per approfondire la questione si era fatto inviare un testo fondamentale dall’amico genovese il patrizio Anfrano Fransone: non si può sapere se Aprosio ne sia stato colpito (su questo argomento esoterico si tenne sempre abbastanza silenzioso) ma certamente, dato il volume, dovette leggervi la sorprendente vicenda del genovese comandante militare FABRIZIO DORIA DUCA D’AVIGLIANO, fratello di GIOVANNI ANDREA II DORIA, ritenuto guarito da una grave ferita per gli effetti terapeutici della polvere simpatetica.
E peraltro i DORIA di Dolceacqua ancora nel XVIII secolo facevano uso di sostanze medicamentose notoriamente connesse alla teoria delle antipatie e simpatie tra micro e macrocosmo: un sistema interpretativo, cui tra molte perplessità, specialmente in merito alla giustificazione di certi culti delle reliquie aveva spesso finito per avvicinarsi la Chiesa Romana, come ad esempio nell’interpretazione del miracolo di San Gennaro.
L’origine di questi medici ambulanti venditori di balsami spacciati per prodigiosi ma talora forse anche per suggestione non privi di effetti (per esempio lo iatrochimico belga Van Helmont dopo i fallimenti di tanti medici ufficiali fu guarito dalla scabbia proprio da uno di questi terapeuti da strada italiani) logicamente fiorì introno ai presidi militari e come codazzo di eserciti in cui i medici vulnerari cioè i medici militari erano pochi e sempre provvisti di una strumentazione ancora rudimentale e di farmaci dai limitati effetti: del resto fra la truppa non era il morire la cosa più temuta, ma era il dolore cioè una sofferenza fisica non alleviabile da alcun sedativo e spesso acuita dall’opera di chirurghi assai poco esperti.
Per questa ragione ci si rivolgeva anche a praticanti della mai morta medicina popolare, alle medichesse superstiti dalla lotta alla stregoneria e quindi ai praticanti di medicina alternativa compresi appunto i venditori di unguenti (unguentarii).
Per restare in campo ligustico basta studiare un poco l’esercito genovese nel XVIII secolo per notare che ancora per questo secolo si aveva l’abitudine di curarsi privatamente dalle ferite, senza ricorrere alle strutture ufficiali: come detta il Regolamento militare del colonnello L. Zignago non sussistevano divieti in merito purché i soldati non si avvalessero di pratiche magico-stregonesche.

da Cultura-Barocca

Pedaggi, pascoli e bandite in Alta Val Nervia

Il Monte Toraggio visto da Castelvittorio (IM)

Atto importante su transumanza e vantaggi economici procurati alla comunità dagli affitti per pedaggi, pascoli e bandite che i pastori pagavano a Gabellieri e Massari, risulta la convenzione stretta fra le comunità di Castrum de Doy (Castelfranco-Castelvittorio, nell’alta valle) e di Triora, del 13-VII-1280. Identificati i confini territoriali, il notaio Giovanni de Castro, coi deputati dei borghi, precisò nel rogito che “il comune di Triora e gli uomini di detto Castello debbano tenere e possedere in pace ed accordo le terre che son fuori di detti confini ed in esse possano far pascolare le bestie, lavorare, imporre tasse ai foresti, cacciare e fare qualsiasi altra azione pubblica…e che nessuna persona delle due comunità possa dar licenza ad alcun forestiero di pascolare, fermarsi o passare con bestie per tal terra senza l’autorizzazione di entrambe le comunità…”.
Si legge che “i prati degli uomini di Castrum Doy che sono e saranno in Langano, quelli che sono e saranno arati, segnati e disgregati e quelli che avranno voluto tenere arati per dieci anni senza frode siano Bandite dal primo di aprile sin alla metà del mese di Luglio oppure quelli che sieno stati tenuti per fienagione e taglio, una volta che questa sia avvenuta, sino al prato di S.Quirico. E se saran state trovate bestie in detti prati il loro padrone paghi per bannalità soldi cinque di giorno e due di notte se si sarà trattato di bestie piccole (capre, pecore) di numero superiore ed inferiore a dieci, per qualunque bestia grande il padrone pagherà due denari e se saranno buoi e vacche da cinque in più pagherà per bannalità quattro denari per ogni bestia e se sarà un mulo, un giumento od un asino un soldo” ( nel doc. compaiono altre figure giuriduche: dai conciliatori di controversie, uno per comunità, ai pastori servi al titolare della mandria, con elenco delle responsabilità).
Il documento (che il Rossi ricavò da una copia del XVII sec. del comune di Castelvittorio, e che trascrisse nel doc. XV della Storia del Marchesato cit.) non è importante solo per l’indicazione delle pene, degli obblighi dei pastori foresti o per l’indicazione globale che la zootecnia era caratterizzata da caprini ed ovini, bestie piccole, bovini, le bestie grandi, da animali di fatica come asini e muli ma riferisce un dato utile sui collegamenti tra Castelvittorio e Triora per una trasversale che dalla val Nervia procedeva (Nord-Est) verso Triora donde i pastori del taggiasco e del finalese si ritrovavano per procedere verso le bandite d’ alta valle nervina.
Dati zootecnici sull’alta valle si deducono poi dagli Statuti di Pigna del 18-XII-1575: alla rubrica 247 sono i Capitoli estratti dal libro vecchio dei Capitoli del XV sec.: alla 301 sotto la voce Limiti delle Alpi, vennero elencate ben 31 Montagne, destinate a bandite o pubblici pascoli a pagamento.
Si trattava dei monti Gordale, Lausegno, Canon, Pertusio, Aorno, Torraggio, Monte Maggiore, Avino, Ubago di Maria, Arvegno [per Orvegno], Ouri, Morga, Argelato, Bondone, Lonando, Monte Comune, Castagnaterca, Verduno, Veragno, Ubago, Fossarelli, Brassio, Peagne, Tanarde, Passale, Fontane, Preabeco e Giove. La sproporzione fra l’enorme area delle bandite e la popolazione, relativamente bassa, del borgo é prova che i pascoli pubblici ospitavano foresti sia per la transumanza che la commercializzazione delle “bestie” o dei prodotti sulla costa ligure. Come si evince da altri documenti del di Amandolesio l’evoluzione stradale-insediativa in vallata é databile al XII-XIII sec.: le Comunità d’alta e media valle ottennero buoni cespiti dall’affitto delle bandite e per il riparo stagionale di pastori ed animali nei ricetti coperti (terrissi) dai diritti di pedaggio, foraggio ed abbeveraggio delle mandrie.

da Cultura-Barocca

Frantoi, beodi…

Scorcio di Val Nervia (IM): il Monte Toraggio visto dalla Località Bunda di Isolabona (IM)

Gli STATUTI del borgo di Apricale (IM) in Val Nervia e vari rogiti del notaio di Amandolesio dimostrano che la coltivazione degli olivi era abbastanza diffusa nella Liguria ponentina del XIII sec. anche se molti elementi inducono a far credere che la diffusione dell’olivicoltura nel Ponente ligure [nella romanità secondo una teoria non unica ma egemonica si sarebbe prodotto solo un OLIO DA COMBUSTIONE (usato in particolare per lucerne e lampade come anche sostenuto dal Molle) e si sarebbe importato da Provenza e Spagna (opinione che fa invece differire la Pallarés che opta per una decisa commercializzazione dalla Penisola Iberica rispetto alle idee del Molle che previlegiava una principale “provenienza provenzale”) soprattutto, quello alimentare almeno fin a metà III sec. per poi optare verso il prodotto africano: così almeno secondo l’interpretazione della nota studiosa] sia in gran parte da ascrivere, verso la fine del I millennio cristiano, all’opera agronomica dei Benedettini (che ne fecero – senza sottovalutare plausibili relazioni con il Monachesimo di Lerino- dapprima una sorta di monopolio all’interno del sistema della grangia o fattoria monastica con lo sfruttamento di terreno secondo la coltura su terreni a fasce ottenuti con la tecnica dei muri a secco) di Pedona prima e di Novalesa poi ( Albintimilium…cit., p. 221 e nota ).
A questo punto stante l’attribuzione ai Benedettini dell’impianto medievale dell’olivicoltura (sarebbe il caso di dire senza trascurare nel settore l’esperienza addotta dal monachesimo di Lerino viene spontaneo porsi il quesito, a prescindere dalla soluzione della “grangia”, come abbiano oprato i monaci sotto il profilo squisitamente agronomico, data la disponibilità di piante selvatiche in loco (oleaster = oleastro) e l’esigenza di migliorare il prodotto ricavabile in direzione del vero e proprio olivo (vedi qui anche una rassegna di immagini antiquarie dell’olivo, della raccolta delle olive, dei frantoi, dei beodi, delle norie ecc. ecc.).
Attraverso lo scorrere del tempo e certo rimanendo sempre nel campo delle teorie non è da escludere che i Benedettini abbiano provveduto all’innesto degli “Ulivi” sugli “Ulivastrelli selvatici” (Oleastri) senza dubbio con un fare assai più sperimentale ma in qualche maniera in consonanza con la maniera di cui scrive (distinguendo la maniera d’oprare anche nel procurarsi gli “Ulivastri” ora seminandoli (p 110) ora invece reperendoli in natura e specie nei boschi (p. 111)) nel Capitolo III del suo Trattato degli Ulivi (opera che risulta contenuta all’interno del monumentale lavoro dal titolo Cosimo Trinci (XVII – XVIII sec.) l’agronomo un tempo celebre Cosimo Trinci = vedi qui “L’agricoltore sperimentato…” [Venezia 1796: VI ed. accresciuta della celebre opera di agronomia L’agricoltore sperimentato, opera di Cosimo Trinci, pubblicato da Pier Salvatore, e Gian-Dom. Marescandoli, 1726 (vedine qui gli Indici Moderni) = il Trinci risulta sempre molto oculato, anche in forza delle varie tavole che mette in ogni settore a disposizione del lettore ( vedine qui alcune a titolo esemplificativo) = e ora qui per comodo dei lettori che intendano districarsi in questo campo si elencano dal Trattato degli Ulivi i cari capitoli qui digitalizzati ed informaticamente proposti da testo antiquario: * – Capitolo I: Del modo, e tempo di far Vivaj, o conservatoj d’Ulivi, e prima di quelli di Uovoli, o Puppole – * – Capitolo II: Del modo, e tempo di far Vivaj, o sieno conservatoj di rami d’Ulivo – * – Capitolo III: Del modo, e tempo di far Vivaj, o sieno conservatoj d’Ulivastrelli selvatici, che nascono dal seme – * – Capitolo IV: Del modo, e delle regole più sicure per mettere all’ordine il terreno per la Coltivazione degli Ulivi – * – Capitolo V: Del modo, e tempo di svellere gli Ulivi dal Vivajo; e piantarli nelle Coltivazioni. – * – Capitolo VI: Del modo, e del tempo di piantare gli Ulivi, detti Piantoni, che si staccano dalle Ceppaje, o barbicaje degli Ulivi grossi – * – Capitolo VII: Del modo di coltivare, e allevare gli Ulivi il primo anno dopo piantati – * – Capitolo VIII: Del modo di coltivare, e allevare gli Ulivi, finchè non saranno d’età di quattro, o cinque anni. – * – Capitolo IX: Del modo di coltivare gli Ulivi passata che abbiano l’età di quattro, o cinque anni, fino a che durano – * – Capitolo X: Del modo di tagliare gli Ulivi, se mai per il gran freddo seccassero: con la Storia di alcune straordinarie seccagioni di Ulivi accadute in Toscana – * – Capitolo XI: Del tempo di raccogliere l’Ulive, e del modo di ben conservarle, e stagionarle. – * – Capitolo XII: Del modo di conservare l’olio, accio non prenda di rancido, nè di altri cattivi odori, o sapori; e del modo, e del tempo di travasarlo per mantenerlo perfetto

L’olivicoltura divenne comunque già a metà del ‘200 attività agricola “aperta” in Val Nervia anche se in effetti assunse pressoché contestualmente rilevanza storica in tutto il ponente, sin a diventare una monocoltura da esportazione col conseguente rischio che, per carestie o cattivi raccolti o malattie delle piante, le comunità, senza altre fonti di guadagno si dovessero impoverire con indebitamenti gravi.
Attorno all’olivicoltura fiorì un’attività manifatturiera complessa in cui tutto era sfruttato, fin alle sanse ed ai residui, con una regolamentazione capillare che spesso coinvolgeva gli operatori di mulini e frantoi, che potevano essere “ad acqua” (sfruttando la forza idrica incanalata nei “gombi”) od “a sangue”, secondo la prevalente tecnica romana, sfruttando la fatica di animali adattati a far ruotare i meccanismi delle macine con la loro forza muscolare: un pò in tutti i paesi delle valli sorgono enormi testimonianze della “civiltà e della cultura dell’olio” di cui Dolceacqua costituisce certo un esempio storico di primaria importanza (ma non si dimentichi la tradizione storica di tanti altri siti di rilevante attività molitorio in queste ed altre contrade, come in valle Argentina [area di Taggia]: da Pompeiana a Castellaro a Molini di Triora).
Secondo il MOLLE si può pensare (ma non tutti CONCORDANO su tale ideazione) che i Massalioti abbiano introdotto, verso il IV sec. a.C., la coltura della vite e dell’olivo in Liguria occidentale: anche se non è da prendere del tutto alla lettera quanto in merito, anche troppo entusiasta d’ogni iniziativa dei Greci antichi, scrisse Pompeo Trogo (nelle Historiae Philippicae pervenuteci nel compendio di JUSTINUM, XLIII, 4): et unum vitae cultiores, deposita et manufacta barbarie et urbes moenibus cingere didicerunt. Tunc et legibus nove annis vivere, tunc et vitem putare tunc olivam serere consueverunt.
Strabone parlò pure del vino ligure e lo ritenne scadente per l’aridità della terra che non nutriva a sufficienza i vitigni (ed in realtà non doveva essere davvero buono se, come egli disse, gli stessi liguri gli preferivano ancora la BIRRA!). Il geografo greco elogiò invece il miele ligure, ricordando poi, oltre a varie qualità di ortaggi, la coltura della segala, del miglio e dell’orzo.
A suo dire era diffusa la pastorizia, specie nelle valli e sulle montagne: ne possiamo dedurre l’importanza del latte e dai suoi derivati per le antiche genti di Liguria.

Un’ interpretazione alternativa a quelle “storiche” sviluppate sulla coltura dell’olivo in Liguria occidentale è in qualche modo “figlia” di un saggio di P. Garibaldi e P. Sacco (Olivicoltura e commercio oleario antico tra Ponente ligure e Francia meridionale in “Rivista Ingauna Intemelia”, LI, 1996 – 1998).
Gli autori vi citano la vicenda di un commercio oleario molto antico tra Ponente di Liguria e la Provenza: un interscambio storico che alla fine avrebbe favorito la coltura dell’olivo nel Ponente ligustico.
La loro ipotesi è stata in tempi recentissimi ripresa abilmente da C. Eluère in un dotto saggio (su “Intemelion – cultura e territorio”, n.5, 1999, pp.151 – 163) dal titolo Le “pietre olearie” di Pigna: un incontro tra l’antichità e la tradizione?.
Quest’ultimo studioso, integrando le osservazioni di quanti l’hanno preceduto, si sofferma su alcune riflessioni tanto intelligenti quanto sostanziali: tenendo conto a suo dire dei rilevamenti di stabilimenti oleari in Provenza (J.P. Brun, L’oléiculture antique en Provence, in “Revue Archéologique de Narbonnaise”, aupplément 15, 1986) e nella Ligura levantina (A.Bertino, Villa romana del Varignano (La Spezia): un oleificio di 2000 anni fa, costruito nell’età imperiale, il più antico della Liguria, in “Archeologia in Liguria”, 1976, 1984, 1990) l’autore ipotizza che la liguria ponentina non abbia costituito una sorta di isola, cui era estranea l’olivicoltura, ma potesse costituire parte di un unicum colturale proprio dell’intiero arco ligure storico.
Le affermazioni dello studioso sono condivisibili in linea di principio, tenendo conto dell’impressionante succedersi di rilevamenti di aziende rustiche di epoca romana soprattutto imperiale ridisegnato, tramite vari contributi, per l’occidente ligure e specificatamente per l’importante area rurale della VALLE DEL NERVIA.
Anche per C. Eluère la Valle nervina ha finito per costituire un punto di riferimento per l’evoluzione dei suoi studi: in particolare egli si è soffermato a studiare una porzione valliva, quella identificabile come ALTA VALLE DEL NERVIA peraltro ricca di insediamenti rurali romani a suo tempo variamente segnalati: vedi qui Guida di Dolceacqua e della Val Nervia.
Le osservazioni di C. Eluère (cui si rimanda il lettore interessato) sono però ben fondate su una serie di interessanti ritrovamenti e per questo acquisiscono una valenza culturale significativa.
Le riflessioni sono infatti sviluppate dallo studioso in chiusa di una sua indagine sul campo, in merito al ritrovamento di “pietra olearie” nell’agro di PIGNA in alta valle del Nervia.
L’autore ha analizzato tutte le PIETRE OLEARIE (sostanzialmente pietre di torchio arcaico) in alcuni siti nei quali, diversamente, si sono avuti altri ritrovamenti di insediamento umano, rurale e specificatamente di ambiente culturale romano.
Precisamente si tratta di 2 pietre scoperte nella località OURI, di 1 verisimilmente proveniente dalla località VERDUNO e di 2 pietre ancora nel sito rurale che prende il nome di CARNE dal rio che l’attraversa.

Il Formentini (in Studi velleiati e bobbiesi, La Spezia, 1938, p. 25) citò un diploma di Carlo Magno, datato 5 giugno 774, con cui in qualità di rex Longobardorum concedette a Guinibaldo, abate di Bobbio, un podere con oliveto sulla via del Bracco (anticamente Petra Calice).
Nella ricordata concessione del vescovo Teodolfo (X sec.) l’olivo viene menzionato accanto ad altre qualità di piante e di alberi; questo però e l’unico documento dell’epoca che ne registra sì antica presenza nel Ponente ligustico.
Infatti in un successivo atto (4-VII-1049 ma forse correggibile al 1036-1038) con cui Adelaide di Susa donò al monastero genovese di S. Stefano il fondo Porciano (S. Stefano), nonostante la quantità di elementi, piante, coltivazioni citate, l’olivo non compare.
La coltivazione intensiva dell’olivo e lo sfruttamento artigianale dell’olio (su cui, a livello generale, una fra le prime opere scientifiche fu quella settecentesca di Pietro Vittori) sono databili alcuni secoli dopo: la coltura si affermò a livello intensivo dal pieno ‘500 mentre tra fine XV e primi del XVI secolo non era ancora particolarmente diffusa pur se, a riguardo dell’areale della val Nervia sia negli atti del notaio di Amandolesio non mancano citazioni di terre coltivate ad olivi (in particolare quelle del caso di una vedova di Dolceacqua, certa Benvenuta -XIII secolo- che possedeva, oltre a varie altre terre a differenti specializzazioni agricole, alcune piantagioni di olivi) sia, ancora, entro gli Statuti del borgo di Apricale alla Rubrica 38 si leggono precise norme contro i furti perpetrati a danno degli olivicoltori.

Su questo argomento concorrono utilmente le rilevazioni fatte da Fausto Amalberti nel suo saggio Popolazione di Soldano nel secolo XVI ed ancor meglio quello di Beatrice Palmero nel contributo Proprietà catastale e struttura familiare (pp.161-162): entrambi i lavori sono stati editi nell’opera Il Catasto della Magnifica Comunità di Ventimiglia…(1545 – 1554).
Grazie alla sua più estesa ed organica visione dei problemi la Palmero sviluppa un esaustivo piano comparativo sulla diffusione dell’olivicoltura nel Ponente ligure, sottolineando però con cura un’anticipazione della coltura e dell’annessa civiltà dell’olio propria delle valli di Diano.
La studiosa sulla base dello strumento notarile, appunto il Catasto, arriva a segnalare una modestia tale della coltura nell’agro intemelio da giustificare sia l’importazione del prodotto dalla Provenza sia il principio che tra metà 1200 e metà XVI secolo l’incremento dell’olivicoltura, a fronte delle colture predominanti della vite e dell’olivo, non avesse fatto registrare alcun significativo incremento.
Sempre Beatrice Palmero riporta per esteso le terre dell’amministrazione intemelia che, sulla base del catasto, risultavano poste a olivicoltura: una terra ad Airole (in località Pian) di cui era titolare un certo Jancherius, una a Bordighera in località Ponte di un Gerbaldus, una a Borghetto di certo Aproxius, una a Vallebona (località Toria) di un Pallancha, una appartenente a tutta la comunità di Soldano (Universitas Soldani) in località Sagrao, una ancora a Vallebona di tal Allavena in località Savel, sempre a Vallebona un’altra di tal Guillelmus in luogo Cazetta, di nuovo a Vallebona, del Guillelmus, un’altra terra ad olivi in zona Vallon de Vi, sempre a Vallebona la terra olivata Pian de Lora di certo Arnaldus ed ancora, nello stessa villa, le terre di Iancherus in località Savel, di Leonus in zona Chiaforno, di un Pallancha in sito Fontana.
Il facile calcolo fatto dalla studiosa registra quindi un il numero di 10 oliveti e calcola successivamente un numero ancora limitato di frantoi, una ventina circa, a fronte degli oltre 30 mulini necessari alla Comunità per la macinazione del grano di autoconsumo.
Secondo l’Amalberti, e sulla base di una sua condivisibile constatazione, proprio dalla metà del ‘500 (periodo di stesura del catasto) l’olivicoltura registra la sua crescita: il ricercatore d’archivio ci rende edotti di alcuni dati interessanti che evince dall’Archivio di Stato di Genova (Notai Antichi, n. 1808 bis, notaio Stefano Berruto).
Tra i segnali del sempre maggior valore attribuito ai campi posti a coltura di olivi egli adduce, per esempio, un atto del 1524 col quale tal Domenico Fenoglio di Isolabona vende 35 rubbi di olio ad Antonio Orengo di Ventimiglia ed un altro ancora, del 1532, per cui Luigino Moro di Apricale che accusa un debito di 10 scudi nei confronti di certo Francesco Massa di Ventimiglia si impegna a saldare il suo debito in natura e specifatamente con una convenuta quantità di olio.

E’ comunque curioso ricordare che, alla origine della sua storia moderna, la pianta serviva frequentemente da recinzione delle proprietà, per lo più lavorate a colture tradizionali (intarziato ).

La lavorazione degli olivi ha una sua chiave di lettura nell’analisi dei documenti notarili riguardanti i più antichi FRANTOI (MULINI AD OLIO/ AEDIFICIA/ U DEFISSIU) noti nel PONENTE LIGURE e destinati attraverso i secoli ad un CONSISTENTE SVILUPPO.
Uno dei primi FRANTOI venne menzionato in un atto del 28-XII-1205 per cui un certo Bonaventura Marzano di Ardizzone cede all’abate di S. Stefano un fondo di Villaregia, a pagamento di un legato di 19 soldi (è anche nota l’esitenza di un processo di molitura svolto secondo la tecnica della NORIA o POZZO A SANGUE con trazione animale: in epoca romana esistevano parimenti i frantoi ma la spremitura delle olive (a differenza di quanto accadeva per il grano spesso macinato in complesse aziende di molitura: un esempio industriale si legge archeologicamente ad ARLES dove si è ricostruita un’INDUSTRIA DI MULINI OPERANTI IN SEQUENZA per realizzare -sfruttando un’EVOLUTA TECNOLOGIA un grande quantitativo prodotto da commerciare) avveniva per mezzo di TORCHI mossi dall’uomo o attivati per trazione animale, detti mulini a sangue”.
Nel documento, studiato da N. Calvini – A. Sarchi (op cit., pp. 56-57 e 125) e conservato nell’ Archivio di Stato di Genova (Ab. S. Stefano, 1509, m. II, fasc. perg. 161, indizione genovese), compare la frase “… usque ad Gombum per rectam lineam , dove il GOMBO veicolato sino ad oggi a livello dialettale, è sinonimo di mulino da olio: la forza motrice, con l’evolversi delle tecniche, prese ad essere fornita, sia per i mulini che per i frantoi, dall’incanalamento delle acque per via di veri e propri ACQUEDOTTI (BEODI) di cui rimangono tracce, anche monumentali, come nel caso di questo, i cui considerevoli reperti si trovano a Pompeiana in località Loghi.
Solo più tardi entro nell’uso aedificius ab oleo, che l’etimologia popolare ha poi deformato nel dialettale u defissiu.
L’uso dell’espressione edificium ab oleo (con aferesi della A iniziale) è riscontrabile in scritti del XV secolo, come quello che regolarizza la divisione confinaria tra le chiese di Pompeiana, Lingueglietta e Riva (A.S.G., Ms. Perasso, manoscritti 843, p. 270).
Per rilevare i rapporti di sinonimia tra frantoio ed i suoi equivalenti ligustici è interessante riportare un inedito documento (12-V-1692) redatto nei locali della Confraternita dello Spirito Santo (detta anche Congregazione della Carità) di Pompeiana.
Si tratta dell’enunciazione di un ricorso, accolto dalla Marchesa Teodora Spinola, contro i Gombaroli rei di trattenere, contro le norme prefissate, le sanse.
Nell’atto si legge: ” … Sig.i dovete sapere che essendo stato fatto ricorso dai nostri predecessori all’Ill.ma Sig.a Marchesa Teodora Spinola per caosa che dalli Gombaroli osij fitavoli dell’edificij d’oglio del presente luogo ci vengono usurpate le sanse delle olive che d’ogn’uno del presente luogo si mandano a frangere alli Gombi suddetti con supplicarla che dovesse ordinare a Gombaroli osij fitavoli che dovessero puntualmente restituire e consignare a ogni persona le sanse predette doppo cavarne l’oglio secondo il solito…”.

da Cultura-Barocca