“E Bane”, storici dolci di Camporosso (IM)

 

Fotografia di Silvana Maccario di Camporosso (IM)

“E BÁNE” sono biscotti alle mandorle (con stretta connessione, anche per la ricetta, con dolci usuali in Roma antica e nell’Impero vale a dire dei BISCOTTI PARIMENTI ALLE MANDORLE, DETTI CRUSTULA AMYGDALINA), tradizionali di CAMPOROSSO (IM), che fino all’Ottocento era un grande produttore di mandorle secondo una tradizione remotissima, certo non esclusiva del borgo.

[Nei secoli passati i pellegrini che dall’Europa si recavano a Roma (ma ciò naturalmente vale per quanti percorrevano altre diramazioni della Frangigena come quelle che conducevano agli approdi marittimi verso i Luoghi Santi e quindi a Santiago di Compostela) seguivano un cammino che, passato il Po, raggiungeva gli Appennini. Nelle loro tasche e bisacce dovevano stare alimenti semplici e nutrienti, che si conservassero a lungo e aiutassero a recuperare le forza perse lungo la strada: frutta secca e miele erano i migliori compagni del pane [lo zucchero di canna utilizzato a lungo per ragioni terapeutiche entrò nei processi di dolcificazione, specie per le classi abbienti, dal XIV secolo anche se spesso a livello sociale meno elevato “si utilizzavano per la dolcificazione i fichi“].
Ancora oggi nella cittadina di Tabiano, in provincia di Parma -per vari aspetti legata in una sorta di contenzioso storico alla supposta Taggia bizantina– lungo il percorso dei pellegrini, si preparano con quegli stessi ingredienti dolci deliziosi ispirati all’antica ricetta in cui la mandorla ha un ruolo basilare = appunto “biscotti alla mandorla” rientravano inoltre fra quanto si offriva spesso ai PELLEGRINI

Ma in area intemelia tradizione tipica dello stesso in modo peculiare pur se Luigi Ricca nel suo libro di un ottocentesco Viaggio da Genova a Nizza, per quanto riferisca tale coltura a tutto il Ponente ligure, citi espressamente e prioritariamente le colture di Mandorli a Taggia e quindi a Nizza [resta arduo oltre i dati assimilati precisare l’origine di coltura di mandorle (di origine comunque antichissima con attestazioni che oscillano tra l’uso alimentare, le feste, anche nuziali, e verosimilmente i riti funebri) nell’areale intemelio ma non possiamo dimenticare la conquista romana della Liguria e, con l’Impero, l’introduzione nella regione presto romanizzata di una più sofisticata cultura esistenziale, compresa quella alimentare: sì che –PRENDENDOSI A SEGUIRE I DETTAMI DEL GRANDE ASTRONOMO APICIO piuttosto che quelli della ormai superata vecchia tradizione alimentare strutturata sulle RICETTE GASTRONOMICHE DI CATONE “IL CENSORE” TEORICAMENTE REDATTE PER LA FAMILIA DELLA VILLA RUSTICA MA IN EFFETTI FORMULATE ANCHE COME ESPRESSIONE IDEALE DI VITA FRUGALE D’UNA PRISCA E GUERRIERA CIVILTA’ – specie tra i ceti benestanti (come ovunque, anche ad Albintimilium, peraltro influenzati pure dalla penetrazione culturale greca, cioè di una civiltà estremamente raffinata) comparvero cibi sempre più pregiati ed elaborati in cui e specie nei dolciumi o bellaria non mancava certo, come qui si vede, un uso elaborato e sapiente delle
MANDORLE

La denominazione “E BÁNE” a detta di alcuni esperti di dialettologia deriverebbe dall’espressione Bàna che a sua volta dipenderebbe dal verbo sbanà nel senso di spalancare la bocca secondo quanto scrive la “Cumpagnia d’i Ventemigliusi”, tra le cui fila si annoverano fior di esperti in dialettologia = senza entrare nel settore sempre arduo di un discorso di dialettologia che non è nostro, a titolo di pura documentazione, colpisce il fatto che in questo vocabolario ottocentesco di Casimiro Zalli dedicato al dialetto piemontese e ai corrispondenti rapporti con l’italiano, il francese ed il latino compaia l’espressione Slanbanè -legato al verbo indicante la ragione di tanto aprir la bocca -come qui si vede- stante, nel giudizio dell’autore, ad indicare lo “smascellarsi dal ridere”).

La ricetta delle  “E BÁNE” proviene da questi componenti =
200 gr di Burro
200 gr di zucchero o miele 100 grammi (alternativamente si può anche usare il miele di melata)
vino = secondo le antiche tradizioni,
vino moscatello (anticamente e alla latina detto APIANUS che tra ‘500 e ‘600 costituì un vero caso letterario cui nel ‘600 partecipò attivamente Angelico Aprosio con molti altri studiosi, italiani e stranieri) = 10 DL [vedi anche moderne considerazioni sul recupero del Moscatello di Taggia]
2 uova
Bustina di lievito
200 gr di mandorle a pezzi
400 gr di farina
mentre il confezionamento risulta esser costituito dall’
“Impastare tutto e infornare 200° gradi fino e doratura”.

Una ricetta per E BANE basata su trasmissioni orali camporossine molto antiche
e verosimilmente più corretta ancora suggerisce i seguenti ingredienti con annesse procedure:
200 gr. farina
200 gr. mandorle con buccia da sbollentare sbucciare da far tostare in padella e poi tritare con mezzaluna
200 gr. zucchero
200 gr. Burro
2 tuorli
1 bustina lievito Importante la vecchia forma come amaretti concavi
[a riguardo del vino verosimilmente prima del marsala cui oggi si ricorre, veniva utilizzato “vino moscatello” e poi “vino bianco”]

Venendo a tempi più recenti e con dati più certi dei quali si può qui leggere è comunque da riconoscere che la produzione di prodotti dolciari come E BÁNE avveniva valendosi del lavoro domestico oppure, recuperando una tradizione classica, servendosi di vere e proprie “aziende private” o di “pubbliche strutture concesse in appalto” i cui prodotti si vendevano in sedi commerciai prossime alle moderne “panetterie” di cui parla il cinquecentesco T. Garzoni nella sua Piazza di tutte le Professioni del Mondo = DE’ FORNARI, O’ PANATIERI, O’ CONFERTINARI, ZAMBELLARI, OFFELARI, & CIALDONARI, DISC. CXXXIII [in merito ai FACITORI DI DOLCIUMI vedi qui ZAMBELLARI e OFFELARI ed ancora i CIALDONARI creatori fra l’altro del CHONO FATTO D’UVA PASSA, & AMANDOLE (per espressa indicazione dell’autore ascritti a RICETTE PROPRIE DEGLI ANTICHI, INTENDENDOSI PER ANTICHI. COME SI LEGGE DA RIGA VI DAL BASSO, PRINCIPALMENTE GRECI E POI ROMANI ) = visualizza poi anche, per quanto scrive l’autore, le PENE COMMINABILI A FORNAI FURFANTI (a titolo integrativo e con molta cautela sembrano esservi convergenze sostanziali tra ciò che il Garzoni chiama Chono e qualche alimento prossimo al “pangiallo”, meglio noto come “pangiallo romano” un dolce, citato anche da Apicio, che ha la sua origine nell’antica Roma e più precisamente nell’età imperiale. Era, infatti, un’usanza di quei tempi distribuire questi dolci dorati, durante la festa del solstizio d’inverno, in modo da favorire il ritorno del sole. Il tipico “pangiallo romano”, ha subito numerose trasformazioni durante i secoli a causa dell’espansione dei confini territoriali e dell’incremento nella comunicazione tra le varie regioni italiane. Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l’impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d’uovo. Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva – prugne e albicocche – opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole, che avrebbero però dovuto costituire l’elemento portante)].

[“E BÁNE” hanno una composizione non molto dissimile, nel contesto dei BELLARIA a quella espressa in merito alla CVPPEDIARVM MENSA (TAVOLA DELLE GHIOTTONERIE) di ROMA ANTICA – ricostruibile avvalendosi anche degli antichi lessici e citando qui ancora il CALEPINO – da quella di un tipo di dolce gradito a tutti e prediletto dai fanciulli come la CRUSTULA detti (CRUSTULA) AMYGDALINA (BISCOTTI ALLE MANDORLE) di cui si elencano qui gli Elementa o “ingredienti” tramandati anche nella tradizione = vale a dire Similago: quattuor unciae (Farina bianca: gr. 100) – Butyrum : quattuor unciae (Burro: gr. 100) Mel : duae unciae (Miele: gr.50) Amygdalae: duae unciae (Mandorle: gr. 50) Tres vitelli (Tre tuorli di uovo) = “Il pane costituì la base della dieta dell’antica Roma dal II secolo a.C., cioè da quando si diffuse l’uso del lievito, che permise la lavorazione del farro macinato non più solo per cucinare la puls, cioè la zuppa di farro, ma anche per impastare pagnotte e focacce di vario tipo, e cuocerle in forno. Il che innescò un netto cambiamento delle abitudini alimentari” (NOTA BENE = il termine è indubbiamente raro ma è sopravvissuto anche nel contesto di studi di dialettologia come questo vocabolario ottocentesco di Casimiro Zalli ove, confrontando termini piemontesi, italiani, francesi e latini, l’autore non solo cita con altre forme il latino crustularius come pasticciere ma in definitiva nomina a riferimento di alcuni dolci e biscotti del suo tempo crustula amygdolina seppur sotto due delle tante consimili forme come crustulum ex amygdalis ed ancora pastillus amygdalinus)].

… da far rilevare che questo sopra studiato duecentesco ( 25 novembre 1262 ) documento del notaio di Amandolesio costituisce il dato al momento antico sulla produzione di mandorle nell’agro del Capitanato di Ventimiglia e sue Ville

… doc. 515, 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Iacopa, Moglie di Guglielmo Maroso, vende ad Ingone Burono una pezza di terra, coltivata a fichi e mandorle, situata nel territorio di Ventimiglia, a Portiloria, per il prezzo di 3 lire e 18 soldi di genovini di cui lascia quietanza] [ 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Ingone Burone promette di restituire a Iacopa, moglie di Guglielmo Maroso, la terra da essa vendutagli, ed il relativo atto, di cui al documento precedente, se essa, entro un anno, gli verserà la somma di 3 lire e 18 soldi di genovini, prezzo della terra medesima ]

Anche per Soldano una fra le ville orientali di Ventimiglia destinate a costituire la seicentesca Magnifica Comunità degli Otto Luoghi tra XIII e XVI secc. risultano attestate colture aggregative in cui rientrano vari tipi di alberi tra cui quelli (di) avellanarum rotundarum e avellanarum longarum come colture di nocciole e mandorle = però l’analisi filologica più aggiornata di Plinio a riguardo dell’edizione critica della sua Storia Naturale, cui si debbono molti di questi fitonimi, non avvalerebbe l’identificazione delle avellanae con le mandorle ma piuttosto con le sole nocciole = VEDI ANCHE DI SALVATORE BATTAGLIA, SOTTO VOCE “AVELLANA” IL GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA, UTET, TORINO, ANNI VARI, VOLUME I (tuttavia i dubbi persistono, anche per le tante trasformazioni linguistiche e terminologiche attraverso molteplici secoli = ed anche per la ragione che qui si parla di due tipi di avellanae cioè rotundae e longae cui Plinio non fa cenno: come non fa cenno un moderno e compianto fautore della Biblioteca Aprosiana Pier delle Ville alias Pietro Loi scrivendo delle avellanae nuces = passando attraverso il grasso latino medievale però le forme classiche (amandulaeavellanae) potevano aver assunto nel XVI secolo forme alternative od univoche con distinzioni date dalla descrizione della forma rispetto alla tipologia classica pur attestata nel 1262 tali cioè che le avellanae rotondae fossero in effetti le nocciole (tonde) e le avellanae longae (oblunghe) le mandorle, al modo che scrive F. Amalberti, Popolazione e territorio di Soldano nel secolo XVI in Il Catasto della Magnifica Comunità di Ventimiglia, Famiglie, proprietà e territorio (1545-1554), a c. di M. Ascheri e G. Palmero, S.A.S.V., Accademia Vemigliusa, Accademia di cultura intemelia, 1996, p. 229 e nota 30: nella stessa opera l’autore a p.230 scrive “Alcune località, dove mandorli e noccioli erano abbastanza numerosi, hanno preso i toponimi colari e/o colareo” secondo un termine, come precisa ancora l’Amalberti, usato per indicare sia il nocciolo che il mandorlo alla maniera che si legge in Nilo Calvini, Nuovo glossario medievale ligure, Genova, 1984)].

In occasione della Peste Nera del 1579-’80  Genova e la restante Liguria furono colpite in maniera impressionante con migliaia di morti,
causati dall’epidemia e dalla conseguente carestia anche per l’arresto dei rifornimenti, rimanendo immuni dal catastrofico contagio l’agro intemelio e alcuni Stati confinanti. Il Parlamento di Ventimiglia e sue Ville, onde soccorrere la capitale, deliberò allora una coraggiosa spedizione di derrate alimentari (costituite soprattutto da prodotti locali) tra cui risultano da ascrivere pure
…UNDICI SACCHI DI AMANDORLE…

…  questo atto notarile settecentesco concernente una vendita di un terreno in Camporosso coltivato a mandorli
In questo contesto assume importanza a riguardo di Camporosso qual storico produttore di mandorle la moderna constatazione a riguardo della località Ruge, sotto il vallone di Ciaixe verosimilmente un Castellaro proprio della Civiltà ligure preromana, ove vasta è tuttora la presenza di mandorli, anche inselvatichiti e in pratica divenuti un endemismo…

[resta utile far notare che, a prescindere dagli utili rifornimenti alimentari, molti dei prodotti inviati erano ritenuti in campo fitoterapico e nel contesto della tradizione popolare [senza dimenticare il ricorso, diffuso non solo fra il popolo, del ricorso a vari tipi di amuleti, come anche poi scrisse Ludovico Antonio Muratori nel suo trattato Del Governo della Peste (Modena, Soliani, 1714), opera in cui riprendese certe considerazioni di Teofilo Rinaldo (Rainaldo) di Sospello già corrispondente dell’intemelio erudito G. Lanteri] come forme più preservative che medicamentose contro il contagio pestilenziale (clicca e vedi) = compreso il vino, componente base di tanti medicamenti pressoché tutti i prodotti qui citati entravano infatti nel campo, pressoché infinito quanto inefficace, e trattato in tanti libri dei rimedi proposti contro la peste. Una significativa proprietà medicinale era attribuita anche alle mandorle o più precisamente all’olio di mandorle: vedi qui per esempio come col il contributo anche dell’olio di mandorle dolci sarebbero stati curati un uomo ed una donna colpiti dalla sifilide (o “infranciosati” come al tempo anche si diceva) secondo quanto scrisse nel suo Fulmine de’ Medici Putatitij rationali di zefiriele Tomaso Bovio Nobile Veronese, interlocutore Marsiglia, Zefiriele, Filologo.

Risulta utile qui proporre un particolare testo, che, essendo del XIX secolo, dimostra quante credenze fossero destinate a sopravvivere. Il testo in questione e qui multimedializzato porta un titolo emblematico = Dell’Olio preservativo sicuro e Rimedio contro la Peste e della causa della Peste, se di natura animale: lettera del Cons. A. A. Frari al Cons. Pezzoni a Costantinopoli, per Gio: Cecchini, Venezia, 1847 (la citazione dell’olio di mandorle rimanda a terapie antiche, specie in un libro come questo di metà 1800 = per esempio nel precedente Manoscritto Wenzel qui digitalizzato il dimensionamento delle proprietà farmacologiche dell’olio di mandorle che qui, pur trattandosi di malattie e terapie importanti, risulta ristretto ad un campo quasi solo estetico in merito alla caduta dei capelli)] .

Per l’Estremo Ponente di Liguria (vedi qui una carta digitalizzata ove i “numeri attivi” su cui “cliccare” indicano percorsi e accessi viari, primari e secondari), ove si evolse un fronte di rilievo, la Guerra di Successione al Trono Imperiale di metà ‘700 fu un vero e proprio dramma e per intendere ciò, oltre che già la lettura di inedite relazioni di testimoni oculari, vale il confronto tra questa carta del 1745, ove si riconosce ancora il rigoglio di colture e vita agronomica con questa altra e di ben poco posteriore carta stesa nel 1748 in cui con le ferite del territorio si riconoscono le devastazioni delle terre e la comparsa di fortificazioni dove poco prima sussisteva una laboriosa attività rurale.

Sventure, calamità, pandemie ed altro con la temuta conseguenza delle carestie come qui si vede son sempre esisitite e molto spesso si son coniugate con le violenze ed i saccheggi degli eserciti di maniera che proprio nel ‘700 si sentì l’esigenza di redigere nuovi regolamenti per la disciplina dei soldati non solo nel contesto delle forze armate ma anche in relazione ai rapporti con la popolazione civile.

Camporosso (vedi qui un approfondimento critico ma anche di fotografie e stampe antiquarie del borgo) poi, in particolare nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, città peraltro poi eretta a piazzaforte, aveva gravemente risentito già nel ‘600 gli effetti delle guerre tra Stato Sabaudo e Dominio di Genova = e i terribili danni apportati -per giunta dai soldati genovesi del generale Prato che avrebbero dovuto proteggere il borgo- oltre che alle persone specie alle colture mai risarciti dal Parlamento intemelio indussero il borgo ad essere tra i capofila per chiedere e ottenere la separazione da Ventimiglia per la parte economica organizzandosi entro la “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi”

Con la Guerra di Successione al Trono Imperiale le devastazioni divennero spaventose ovunque anche per gli effetti dell’efficienza delle moderne artiglierie e delle trasformate tattiche di assedio con aggressioni sotterranee alle nemiche fortificazioni tramite mine ed esplosivi quanto con la creazione di nuove fortificazioni in molteplici luoghi già dedicati all’agronomia (qui ripresi da un testo ottocentesco ma per molti aspetti non troppo dissimili nella strategia di base).

Logicamente i danni potevano esser procurati da tutti, compresi briganti e civili, e nonostante il progresso il secolo XIX non fu facile = e come scrisse in un suo lavoro il parroco di Pompeiana G. B. Zunini per le cattive annate, le malattie dei vitigni tradizionali e la scarsa resa della zootecnia spesso la soluzione per molti consistette nella dura scelta dell’emigrazione.

da (suscettibile di integrazioni e varianti) Cultura-Barocca

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L’università di Providence e la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM)

Tanti, troppi anni fa, nel 1986, quando ero consulente scientifico della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM), alcuni docenti dell’università di Providence negli USA, in forza di scoperte colà divulgate da quel grande indimenticabile ispanista che fu Mario Damonte, mi chiesero, oltre ad altre cose, perché grazie alla Biblioteca Aprosiana, dove si fecero (anche in seguito, ma soprattutto da studiosi americani) scoperte eclatanti, la città di frontiera grazie al FONDO ANTICO della “Libraria di Aprosio” non potesse divenire parte integrante di un polo universitario di Genova interagente con la Francia, la Spagna, il Piemonte e oltre, che con altri siti italiani ed europei, naturalmente con molte istituzioni universitarie del loro Paese, tuttora interessate al materiale, spesso unico al mondo.

Purtroppo, tutto rimase lettera morta…

SAREBBE DAVVERO SUPERFLUO METTERSI A DISSERTARE DI “ANGELICO APROSIO NEI SUOI RAPPORTI CON LA CULTURA SPAGNOLA DEL XVII SECOLO” SENZA FAR CAPO A UN GRANDE STUDIOSO QUALE FU MARIO DAMONTE DI CUI SI RECUPERANO QUI DI SEGUITO ALCUNI FONDAMENTALI INTERVENTI CRITICI, ACCORPATI IN UNA SUA SPLENDIDA OPERA USCITA POSTUMA, SULL’ARGOMENTO APPENA CITATO, VALE A DIRE:


1 – PADRE ANGELICO APROSIO E LA SPAGNA

2 – UN MANOSCRITTO GONGORINO SCONOSCIUTO NELLA BIBLIOTECA APROSIANA DI VENTIMIGLIA (IN LINGUA SPAGNOLA).

COME ERA NELLE MIGLIORI TRADIZIONI APROSIANE MARIO DAMONTE SAPEVA ALTRESI’ CIRCONDARSI DI COLLABORATORI DI NOTEVOLE VALORE E TRA QUESTI MERITA D’ESSER MENZIONATA ANNA MARIA MIGNONE CHE PER IL “I QUADERNO DELL’APROSIANA”, VECCHIA SERIE, DEL 1984, EDITO’ ENTRO UN SUO SAGGIO CRITICO UN INEDITO SPAGNOLO DI JUAN PABLO RIZZO

INTITOLATO CONSOLATORIA AL SENOR JUAN MARIA CAVANA EN LA MUERTE DE SU PADRE.

di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca

Nel Seicento, ipotesi sulla Ventimiglia (IM) romana

Fuimus Troes, noi Ventimigliesi dispersi come i Troiani, cacciati dalla città romana, ora sepolta sotto la sabbia”. In un codice inedito e prezioso, antico di oltre tre secoli, l’erudito ventimigliese Angelico Aprosio scrisse a proposito di Albintimilium: “ … Al Signor Don Giovanni Vintimiglia / Mentre ma giorno tutto ansioso e non senza tema d’esser ferito dal pestifero contagio, i! quale ha poco meno che desolato l’emporio regio delle onde Ligustiche, me n’andava passeggiando per Banchi, m’incontrai per buona sorte nel nostro dottissimo Daniele Spinola e da esso intesi qualmente nel bel principio che si scoprì il male in Roma, imbarcatasi in Livorno verso Sicilia se ne fusse tornata in Messina a ripatriare. Io ne lodai il Signore: che per altro haverei temuto non fusse seguito di essa come del virtuosissimo Herrico e d’altri amici. Iddio ha voluto preservarla per lassare a posteri la vera Idea d’un buon cittadino, mentre anco dopo il corso di CCC anni, che li suoi ascendenti partirono di qua per ricevere ne la fertil Sicania eccelsi honori, non viene punto scemato il suo affetto verso questa distrutta città, potendo dire ciascuno de’ suoi cittadini: Fuimus Troes…“.

L’Aprosio prendendo in prestito questa bella immagine poetica della classicità offriva all’antiquario siciliano Giovanni Ventimiglia un suo abbozzo d’idea sulla storia di Ventimiglia romana: Giovanni Ventimiglia dei conti di Gerace e di Isola Maggiore (erudito linguista di tradizione filosiciliana) aveva molteplici interessi. Tra questi spiccavano quelli storico-antiquari: si era infatti proposto, attraverso un lavoro indefesso, di dimostrare che la sua casata era strattamente legata al ramo siciliano dei dispersi Conti di Ventimiglia ma, quale erudito di indubbio valore, non voleva limitare il suo impegno ad un discorso encomiastico della propria famiglia ma aveva maturata l’ambizione di investigare sulla storia e sui monumenti di Ventimiglia romana, una città di cui molti avevano parlato (lo stesso grande storico Tacito) ma al cui riguardo non si erano ancora fatte scoperte di alcun rilievo [la lettera aprosiana, ora editata nel monografico “Quaderno dell’Aprosiana”, I, Nuova Serie, fa parte de Lo Scudo di Rinaldo II il cui manoscritto si custodisce, oltre che in copia fotostatica presso l’intemelia biblioteca Aprosiana, come originale e autografo alla Biblioteca Universitaria di Genova, segnatura fondo Aprosio, MS. E.II.37]
Con arguzia tipicamente barocca l’erudito frate intemelio aveva colto un principio di fondo: che al pari dei mitici Troiani gli abitanti di una distrutta Intemelio si fossero dispersi e che, in un tempo imprecisabile, avessero abbandonato al deserto i ruderi fumanti dell’incendiata città romana.
L’effetto epico della sua affermazione non si addice alla realtà degli antichi eventi, tuttavia era nell’intenzione del frate di provocare attenzione nuova su alcuni problemi della medievale città di Ventimiglia, che, a suo giudizio, come altre località quali Bordighera, Camporosso e Dolceacqua, era il risultato dell’insediamento di un “popolo romano” disperso in piccoli gruppi dalla devastazione della capitale, sita tra Nervia e Roia, e stanziatosi nei luoghi di volta in volta ritenuti più sicuri, privi di insediamenti, dove, sotto i nomi diversi dei borghi del Medioevo, avrebbero “rifondato” la loro città.

Il grosso nucleo urbano di Ventimiglia medievale sarebbe stato, a suo parere, il sito dove si trasferì in massa la maggior parte della gente della città romana di Nervia, ormai in pieno degrado sia per effetto della crisi generale dell’Impero di Roma dal IV secolo avanzato ma anche per i saccheggi di popoli barbari apportati, iniziando dagli Alamanni, alla città rivierasca.
Secondo Aprosio l’altura della futura città medievale (quasi certamente già sede di un grosso sobborgo imperiale) non sarebbe però stato neppure l’unico centro demico evolutosi da tale dispersione.
Gruppi minori di popolazione si sarebbero recati in altri luoghi, della costa e preferibilmente dell’interno, a costruire altri minori nuclei residenziali meno esposti alle scorrerie e strategicamente più protetti dalla conformazione naturale del terreno.

L’Aprosio, bibliofilo del XVII secolo, non aveva però interessi storici, ma solo curiosità e per tale ragione nel proseguire la sua lettera all’erudito siciliano demandò a quest’ultimo e al concittadino Girolamo Lanteri, ricercatore ufficiale per 1′Italia Sacra dell’Ughelli, l’arduo compito di studiosi ufficiali di Albintimilium: “ … Spero nondimeno di vederla risorta (Albintimilium) nelli suoi eruditissimi fogli, risorgendo novella Fenice a più bella vita, che non potè ricevere da suoi edificatori primieri; mentre non perdonando a spesa non lassa di far rivolgere sossopra gli Archivi per dissotterrare le più nascoste memorie. Anch’io una fiata mi ero invogliato di adornare cotesta Sparta: non lassando di sollecitare il nostro concittadino Domino Gieronimo Lanteri, il quale ha dato principio alla Topografia di essa… “.

L’erudito siciliano morì tuttavia poco dopo senza lasciare frutti delle sue ricerche e lo studio del Lanteri risultò fiacco e deludente; l’Aprosio si sentì in obbligo di ritornare sull’argomento proprio perché il Lanteri, ignorando i suoi suggerimenti (probabilmente esplicitati in un’operetta andata purtroppo persa le Antichità di Ventimiglia), sviluppò l’ipotesi di una identificazione di Ventimiglia medievale e secentesca con l’impianto urbano di quella città romana di cui molte fonti parlavano (il geografo greco Strabone, vedendola, la descrisse come una “grande città) e che, magari velata nelle viscere della terra od ormai ridotta a fondamenta di caseggiati medievali pur doveva esistere o quantomeno aver lasciata qualche traccia archeologica se non monumentale.
Con un pizzico di aceto contro il Lanteri egli quindi scrisse: “… non istimo, che questa (la città medievale) sia quella Ventimiglia, di cui fa mentione Strabone nel lib. IV, a pag. 136, della Ed. di Basilea per Giovanni Walder MDXXXIX fol. ove dice Urbs ingens est Albion Intemelium: impercioché non si veggiono in essa quelle vestigia, che per tale la potrebbero dichiarare: ma più tosto un’altra da essa discosta un picciol miglio di camino, attaccata al fiume Nervia, ove si vedono reliquie di fabriche antichissime. E mi ricordo che, essendo giovanetto, le acque di detto fiume, cresciute fuor de l’usato, passando vicino ad una possessione della mensa Episcopale, con portarne via gran parte, scuoprirono alcune stanze sotterranee, nelle quali furono ritrovate monete, lucerne, con altre anticaglie… “.

Aprosio in questa sua memoria dice e fa intendere ma, con “onesta dissimulazione” non si sbilancia, come ancora dopo si leggerà: dimostra piuttosto di provare pudore e riverenza, non tanto per esser stato un visitatore clandestino d’un patrimonio archeologico (certo non esistevano né Belle Arti né Sovrintendenze né norme di tutela del materiale antiquario) ma per essersi lasciato andare, nei terreni della prebenda vescovile, ad indagini profane (indubbiamente sconvenienti ad un religioso che sarebbe poi stato Vicario dell’Inquisizione e che avrebbe dovuto segnalare per la sua stessa funzione ogni idolatria scoperta) ed averne al contrario, verisimilmente, riesumato per sè diversi reperti, quasi certamente più di quanti lascino trapelare le sue poche note (ed infatti come si potrebbe spiegare che nel lontano 1645, quando in fondo era ancora un letterato di belle speranze e pochi soldi, un classicista del peso di Dano Bartolini pubblicando proprio in quell’anno a Padova, per il Crivellari, le sue Osservazioni nuove de Unicornu avesse elogiato il frate intemelio sì come letterato ma non quale bibliofilo e piuttosto come antiquario e numismatico: il realmente povero Aprosio donde avrebbe potuto portare con sé quelle monete e medaglie se non da Ventimiglia, se non da quei scavi che quasi certamente per primo, senza onerosi esborsi per tombaroli, guide o trafficanti, era stato in grado di visitare con un certo senso critico e soprattutto col suo spiccato amore per le antichità greche e romane?)

Oltre queste postulazioni, invero coinvolgenti, occorre comunque ribadire che le ragioni di quel secentesco dibattito tra Aprosio e Lanteri risiedono fondamentalmente nella mentalità dei due studiosi, bibliofili e per natura estranei all’investigazione sui siti.
Avevano contemporaneamente torto e ragione: estranei all’archeologia, per il momento storico e la forma culturale, partirono entrambi dall’assioma letterario, fonte primaria di ogni sapere da una catena di secoli.

Così al Lanteri, che aveva ipotizzato una continuità residenziale nelle alture del centro storico medioevale, l’Aprosio più giustamente rispose ipotizzando una soluzione del tutto opposta coll’immagine di un’Albintimilium semisepolta da sabbie eoliche nell’area “nervina”: e nello stesso tempo entrambi gli studiosi ebbero contrastanti dubbi perché il Lanteri parlava di casuali reperti atti ad ipotizzare insediamenti minori tra Nervia e Roia, l’Aprosio, che conobbe i miliari di S. Michele ma ignorò la lapide della cattedrale, scrisse: “… Ci è oltracciò altra Chiesa dedicata all’Arcangelo Michele prima luce del Cielo, di struttura antica, Tempio, nel tempo de’ Gentili sacro a Dioscuri, o sia Castore e Polluce. Di essa hanno la padronanza li Monaci dell’Isola di Lirino: ma di essa poco curandosi, ha perdute le ali, rimasta col corpo di mezzo ed in questa è quella Colonna mentovata dall’Abate Ughelli, e posta innanzi al Convento di S. Agostino. Ma, o quanto roso hanno gl’infrangibili denti del Tempo! Si vedono altre lettere in un frammento di Colonna, sopra cui riposa la pila dell’Acqua Santa: ma di esse non si discernono le lineationi…” .
Nell’ambito di questo dibattito l’Aprosio, come il Lanteri, rimase condizionato dal flusso delle sue conoscenze libresche ed in particolare dal fatto che il geografo greco Strabone avesse definito Albintimilium come “una grande città“: l’antico scrittore descrivendo l’Impero di Roma nell’alba della sua grandezza si riferì sicuramente alla realtà municipale di Albintimilium individuabile dal lato amministrativo e da quello urbanistico su parametri geografici ben più estesi rispetto a quelli della medievale angusta Ventimiglia e dove dal nucleo principale dell’area nervina si succedevano insediamenti costieri suburbani sino al confine del municipio imperiale, la Turbia ad rest e forse il S. Romolo ad oriente.
Questa possibilità di un’Albintimilium straordinariamente più estesa di Ventimiglia, l’area principale ma non unica dell’antico municipio, che per tante ragioni conservò pur modificata l’antica nominazione, giunse estranea all’Aprosio ed al Lanteri, tesi, anche per limiti culturali, a creare un calco romano di Ventimiglia medievale, e a lei prossimo per forma, siti e dimensioni.
Neppure essi presero in considerazione certe ammissioni storiche, quale quella che dal Giustiniani si continuò a sostenere in relazioni pubbliche e private del loro tempo e cioè che la realtà municipale romana di Albintimiliium fosse da identificare più coll’area diocesana di Ventimiglia che coi siti della città sede del Vescovo: il discepolo dell ‘ Aprosio, Domenico Antonio Gandolfo, sostenne e scrisse “esser la Diocesi di Ventimiglia tipo sino al porto nominato Rotta verso S. Remo della pagana Intemelio” ma rimase inascoltato dal vecchio e geloso maestro.

Oggi, stranamente, il frate giunge ancora più utile per quanto ignorò di Albintimilium in merito ai suoi interessi di raccoglitore e catalogatore.
Privo di intenti storici ma curioso delle antichità, ispezionò in superficie l’area tra Roia e Nervia, da dove raccolse casuali reperti: per quanto scrisse non individuò altro che ruderi, neppure segnalò edifici ancora attivi nell’area nervina, mai parlò di fortificazioni, ponti sul Nervia, di attracchi per imbarcazioni o di edifici religiosi.
Poiché fu dettagliato nel descrivere altri siti del Capitanato di Ventimiglia, almeno sulla linea costiera sino agli edifici urbanistici e religiosi della dipendente Villa di Bordighera, tutto lascia pensare che nella seconda meta del XVII secolo l’area nervina, già paludosa per gli straripamenti di Nervia e Roia, fosse sede di casali rurali, di sparse aree coltivate, che vi fosse una certa attività umana, connessa anche e forse soprattutto alla locale prebenda vescovile, ma che, oltre alla Bastia (o Bastita e al Convento di S. Agostino (e già ci si trovava abbastanza lontani dal nucleo demico principale della città imperiale) non vi si potessero riconoscere altri grossi edifici pubblici o privati.
Solo rovine! Eppure documenti antichi, ignoti al frate, parlavano di un’area “nervina” ancora ricca di strutture operative, polivalenti nel XIII secolo, e, sino quasi ai tempi aprosiani, non mancano riferimenti a organismi militari o perlomeno alla manutenzione di luoghi di culto in tale area!

da Cultura-Barocca

Cenni sulla storia di XVI e XVII secolo relativa a Ventimiglia (IM) e zona (intemelia)

Ventimiglia (IM): Loggia dell’Antico Magazzino dell’Abbondanza

Nel 1622 (alla vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli erano arruolati come soldati locali (“militi villani” di guardia alla frontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita: “La città di Ventimiglia [IM] ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà ‘800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti“(“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).

Ventimiglia (IM): uno scorcio delle antiche mura

Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)” si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull’arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.

Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE PRESUBIBILMENTE DI G. G. LANTERI indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai “nemici”) pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634). Degli eventi esiste pure una contestuale RELAZIONE DEL VESCOVO GANDOLFO (questa che venne consultata presumibilmente dal Lanteri fu trascritta entro una sua opera dal II Bibliotecario dell’Aprosiana Domenico Antonio Gandolfo come qui si legge)

Nonostante questa loro fedeltà a Genova, i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un’impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si “finse”, di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.

All’8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL’UFFICIO DELL’ABBONDANZA (manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Internazionale di Studi Liguri – Bordighera). Nell’ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l’organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell’amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l’equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: ” … si provvide per gli ufficiali dell’abbondanza di fare quadrare i passi a confini...” mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì “abbondanziere” il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).

Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “…Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell’abbondanza, cioè dei viveri dei soldati…” (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d’Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).

Abbondanza od Annona che fosse, l’Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità “…un vecchio errore di economia pubblica, l’annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli...” (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l’economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l’ANNONA era più estensivamente “il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie“.

Sotto quest’ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l’Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l’Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatoria, all’8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA.

Ventimiglia (IM): Cattedrale di N.S. Assunta

I nobili di Ventimiglia, che ne ebbero sostanzialmente il controllo a scapito degli OTTO LUOGHI, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento dell’UFFICIO DELL’ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all’Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell’Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l’istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l’idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell’Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell’area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.

Nel contesto dell’annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie di Bordighera (IM), che nel XVII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l’assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell’Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale (senza calcolare la difficoltà d’accesso ad altri uffici presenti solo nella città tra cui IL LOCALE PUBBLICO OSPEDALE)

Bordighera (IM): Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maddalena

Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell’Abbondanza alle Ville dall’altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all’organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.

Bordighera (IM): Porta Sottana [con lo stemma di Genova]
In effetti circa novanta anni prima (7 giugno 1543) due esponenti del COLLEGIO DEI PROTETTORI DI SAN GIORGIO, Giovanni Imperiale e Antonio de Fornari con le loro ordinazioni, e alla presenza dei rappresentanti delle Ville Antonio Rondelli e Giovanni Antonio Guglielmi e di Ventimiglia i “Magnifici” Battista Galeani e Luca Sperone, avevano tentato una COMPOSIZIONE IN 36 CAPITOLI dei rapporti socio economici tra la Città di confine e le sue dipendenze rurali.
In particolare preso atto della non corretta gestione di sanità si tentò anche di instaurare un più corretto rapporto sulla gestione del pubblico ospedale (punto 34) e di meglio controllare l’operato del medico pubblico (punto 27), ma l’unico vero e concreto risultato si sarebbe ottenuto, con molto altro, solo dal 1693 con l’equiparazione dei diritti tra villani e cittadini nella fruizione dell’OSPEDALE DI SANTO SPIRITO essendosi ormai ratificata la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi ed essendo in atto l’annosa procedura di divisione tra le aree amministrative.

Ventimiglia (IM): l’antico Ospedale di Santo Spirito

L’inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di “prestigio” delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l’Abbondanza come cosa propria.
All’apparente democrazia dei nuovi capitoli “dicevano di no” gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).

E poi… in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un’ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l’Ufficio intemelio dell’Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell’Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell’Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.

Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro “tremavano” nell’attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l’esosa città.

da Cultura-Barocca

Sulla normativa relativa agli Otto Luoghi

Vallecrosia (IM) – Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio abate

Importante normativa, all’interno della MAGNIFICA COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI, normativa che integrava tutti i regolamenti necessari per l’amministrazione della comunità, erano poi i capitoli stesi per la salvaguardia dell’ambiente e più specificatamente delle risorse tipiche di una società rurale dell’età intermedia: per linea comparativa tutta questa documentazione, che fu già proposta in un volume, costituisce una testimonianza straordinaria per la conoscenza della cultura rurale dell’età intermedia.

Assieme agli ORDINAMENTI CRIMINALI, per quanto concerne la COMUNITA’ DEGLI OTTO LUOGHI, si ricordano -e sono in primo luogo importanti da esaminare per lo straordinario bagaglio di informazioni che portano sulla REGOLAMENTAZIONE DELLA VITA SOCIO-ECONOMICA DI UNA SOCIETA’ AGRICOLA FRA XVII E XIX SECOLO- i CAPITOLI PER LA SALVAGUARDIA DEL MONTENERO [che era una COMUNAGLIA cioè un BOSCO COMUNE e quindi fiscale: le comunità se ne servivano come di un bene pubblico, ne vendevano il legname, ne gestivano la fruizione sempre a favore della comunità] ed ancora il REGOLAMENTO CAMPESTRE DEGLI OTTO LUOGHI.
Nella società rivierasca ponentina tra XV e XVIII sec., una società strettamente legata per vari scopi alla fruizione del legname e comunque alla salvaguardia delle coltivazioni, una cura particolare era data alla prevenzione degli INCENDI e alla lotta contro gli stessi, utilizzando ogni sistema, anche al trasporto dell’acqua su primordiali carri cisterna, efficaci pur se non all’avanguardia come la MACCHINA DI TRADIZIONE CENTROEUROPEA che fu elaborata in questo stesso periodo.
Le pene contro i PIROMANI erano peraltro molto severe come dettano le informazioni date in materia al BRACCIO SECOLARE e soprattutto il contenuto dell’ARTICOLO DEGLI STATUTI CRIMINALI DI GENOVA DEL 1556.
A seconda del dolo e delle conseguenze penali si poteva passare da una pur severa ammenda alla PENA DEL CARCERE alla ben più temuta condanna all’ESILIO -per cui si era proscritti dalla Stato e tornando nascostamente in patria si poteva essere lecitamente uccisi dai CACCIATORI DI TAGLIE- alla “PENA DELLA GALEA” venendo cioè “incatenati” come GALEOTTI -per un tempo bariabile di anni (da uno sin alla reclusione a vita)- sulle GALEE DI CATENA DELLO STATO.
Nulla toglie che in casi estremi si potesse comminare il SUPPLIZIO ESTREMO -nella Repubblica di GENOVA caratterizzato soprattutto ma non solo dall’IMPICCAGIONE LENTA-: un pò per superstizione e tradizione culturale e parecchio per convenienza poliziesca e qual macchina di dissuasione -in quei particolari ma non frequenti “momenti storici” caratterizzati da un incrudelimento della giustizia o da qualche sporadico ritorno pseudoreligioso di “CACCIA ALLE STREGHE”- gli INCENDIARI correvano pure il rischio tremendo di esser inquadrati nel panorama dei CRIMINALI DEL PARANORMALE quali PERPETRATORI DI MALEFICIO INCENDIARIO.

Vista inoltre la crescente importanza commerciale, alimentare e sanitaria dell’AGRUMICOLTURA (dato che il clima favorevole agovolava la coltivazione di cedri, aranci e limoni) negli anni le ville si dotarono anche di una normativa (o CAPITOLI) idonea a regolare sin nei minimi particolari la cultura degli agrumi e l’attività mercantile loro connessa che, via via, assunse per l’economia locale un ruolo importantissimo].

In base all’ATTO DI FONDAZIONE le ville avrebbero costituito una Comunità, una sorta di “democratica confederazione”, la cui amministrazione (il cui fine doveva risiedere in un’oculata ed equanime distribuzione del gettito fiscale per le esigenze diverse delle diverse località) risiedeva nell’autorità di un PARLAMENTO composto di membri di provata onestà della Comunità stessa, con ampi poteri in materia economico-fiscale locale> il PARLAMENTO non aveva peraltro una sede fissa ma si radunava, secondo un processo cronologico ben preciso di rotazione, nelle sedi delle ville principali, di modo che per consuetudini e carisma alla fine la villa sede dell’edificio del PARLAMENTO non potesse come Ventimiglia influenzare o variamente lusingare, corrompere od asservire i “parlamentari” meno decisi delle altre località.

Le PROCEDURE DI DIVISIONE si protrassero sin al 1696 e continuaronono nel XVIII sec. per proteste di Ventimiglia la cui situazione degradava a vantaggio delle ville: comunque, alla fine, si tracciarono nuove linee confinarie tra le amministrazioni, fissando pietre di limite a disegno cruciforme (quelle che Ugo Foscolo durante un suo soggiorno ventimigliese, lugubremente, interpretò essere delle tombe sparse sui monti): una prova dei cippi di confine degli “Otto Luoghi” si vede sul Monte Nero di Bordighera (le pietre portano da un lato la sigla 8L [Otto Luoghi] e dall’altra la sigla S [Seborga] e SR [Sanremo].
Le procedure di divisione si protrassero (soprattutto per la delineazione dei confini fra capoluogo e ville) sin al 1696 e continuarono nel XVIII secolo, specie per le proteste avanzate da Ventimiglia la cui situazione socio-economica andava degradando a vantaggio di quella delle ville che invece presero a fiorire. In particolare Bordighera, esente da obblighi fiscali connessi un tempo ai doveri sul “pescato” e sulla “marineria” verso Ventimiglia, migliorò la propria situazione socio-economica e risentì di incremento demografico. Anche Camporosso risentì favorevolmente di questa nuova situazione, tuttavia i progressi di Bordighera (il cui porto traeva vantaggi dallo sfruttamento dei commerci oltre che dall’attività di pescatori e “coralatori”) si evidenziarono in maniera più evidente rispetto a quelli delle altre località (compresa la pur ricca Camporosso). Le ville meno fortunate, come Soldano e Sasso, presero a sospettare che Bordighera, mentre cresceva a dismisura, diventasse una novella Ventimiglia, una villa “matrigna” desiderosa di egemonizzare il Parlamento comunitario delle ville. Un momento di attrito tra gli otto borghi si verificò tra 1773 e 1787 quando si sparse la voce di “Incursioni dei Turchi” come si legge tuttora nell’Archivio Comunale di Bordighera, “Atti consulari 1759-1797. I Bordigotti ottennero da Genova che si sistemassero “Per la difesa dei bastimenti nazionali” due cannoni sul Capo della Ruota e due sul Capo S.Ampelio. I Vallecrosini in particolare (ma anche gli abitanti delle altre ville) avrebbero dovuto contribuire alle spese di mantenimento ma, non sentendosi protetti da quelle lontane batterie, si appellarono alla Repubblica per rifiutare un onere di spese che sarebbe andato, secondo loro, a vantaggio di Bordighera. Di fronte all’idea di una Bordighera assimilata al rango di “novella rapace Ventimiglia” si giunse a ventilare l’idea di una nuova separazione, che escludesse la “città delle palme” : molte furono le discussioni, le petizioni, gli scritti pubblicati o pronunciati nel Parlamento della Comunità. La situazione si fece incandescente ma i deputati delle ville, che si apprestavano a darsi battaglia, furono arrestati sulla soglia di colossali trasformazioni che presto avrebbero trasformato la Francia e l’Europa tutta, quei fermenti rivoluzionari che avrebbero cancellato la Repubblica di Genova e le sue molteplici istituzioni, compreso il secolare “Capitanato di Ventimiglia”. Così l’esperimento della “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi”, durato come si vede poco più di un secolo (vedi anche B.DURANTE-F.POGGI-E.TRIPODI, I “graffiti” della storia: Vallecrosia e il suo retroterra, Vallecrosia-Pinerolo, 1984, p.178, nota 10) finì coll’istituzione della “Rivoluzionaria Repubblica Ligure del 1797” restando tuttavia nella memoria di tutti come un piccolo, tormentato ma importante documento di antica democrazia rurale.

da Cultura-Barocca

La pestilenza del 1579-80 ed il Ponente ligure

Resti di mura romane a Ceriana (IM)

Con un COMUNICATO dirigistico ma non drammatico gli “Ufficiali di Sanità di Ventimiglia” iniziarono il loro carteggio sull’ EPIDEMIA DI PESTE BUBBONICA.

La pestilenza, già presente in focolai europei, comparve in Italia a Trento nel 1574, poi nel 1575 a Palermo e Messina e tra il 1576-77 in città del Settentrione per approdare in Liguria (Savignone) nel 1578.

Nel Genovesato esplose tra 1579 e 1580 decimando la popolazione della capitale ed imperversò sino al 4/XI/1580: neppure mancarono voci sulla presenza di UNTORI.

La giurisdizione di Ventimiglia non fu colpita ma ACCERCHIATA DALLA PESTE che da Albenga a Loano si era estesa a Ceriale ed oltre fino a Sanremo per comparire nel Nizzardo e da qui giungere al rastrello dei Balzi Rossi. L’ “Ufficio di Sanità” e i suoi Magistrati dirigevano un sistema di controllo, tenuto per via di “residenti” che potevano far disporre dei blocchi, tenuti da armati, appunto i RASTRELLI, controllare i viaggiatori e le loro PATENTI DI SANITA’, inibire i traffici e bloccare i porti.

Ogni tutela era dettata dagli effetti di un male di alta mortalità con dolori di vario tipo, terribilmente manifesti nell’esteriorità di una febbre altissima associata a convulsioni e di rigonfiamenti o bubboni sparsi per il corpo: si vociferò che in Genova l’avesse portata, con una borsa piena di panni infetti, un misterioso viaggiatore o che ne fossero stati responsabili gli Spagnoli, reduci dalla Sicilia con Don Giovanni d’Austria, sbarcati a Voltri e con destinazione Milano attraverso la valle Polcevera (la letteratura medica del tempo non rifuggì dalle superstizioni delle perniciose combinazioni astrali, dei venti pestilenziali o dell’abnormità concettuale di DIABOLICI UNTORI).

Per il timore di essere investiti dal male, le genti del ponente ligure da un lato non mancarono di abbandonarsi ad azioni tragiche come la LAPIDAZIONE di uno sciagurato transfuga da Ceriana o l’arresto più o meno motivato di vari viaggiatori ma anche si dimostrarono solidali con la sventurata Genova minata dal morbo cui furono inviati dal Capitanato intemelio utili soccorsi.

da Cultura-Barocca

Vicissitudini moderne della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM)

L’ex Teatro Civico di Via Garibaldi a Ventimiglia (IM), attuale sede del Fondo Antico della Biblioteca Aprosiana

Giacomo Navone in una sua operetta (Passeggiata per la Liguria Occidentale fatto nell’anno 1827…) [edita nel 1831], più o meno direttamente rifacendosi alle manie anticlericali e centraliste a pro di Genova di Napoleone Bonaparte, che si concretizzarono nella fortunatamente incompiuta e incompleta operazione “Semino” o “Semini”, evidenzia come queste avrebbero ulteriormente impoverito la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia (IM)…

Ed il Bertolotti nella descrizione di un suo “Viaggio per la Liguria Marittima” (1834)… allude alla decadenza della struttura “La già celebre biblioteca Aprosiana in Ventimiglia è come una memoria di tempi migliori“…

Vale il sunto delle parole dal Navone attribuite al “Conservatore”, un certo “Scipione”, che lo accompagnò a vedere il complesso… “Visitai primieramente la pubblica biblioteca [all’epoca ancora sita col nome originario di Biblioteca Aprosiana nell’ala orientale del quattrocentesco Convento agostiniano in cui era sorta che presto avrebbe avuta una storia diversificata dalla “Libraria”].  Scipione appunto ne custodiva le chiavi. Non vi maravigliate, disse al Navone, se polverosi ne vedete i volumi: passano talvolta sei mesi, che nessuno si cura di entrarvi; da ciò potete giudicare, se il desiderio di leggere, ci predomini.

Scipione fu quasi di sicuro il primo “Conservatore” laico della raccolta libraria dell’Aprosiana, ma, al tempo in cui disse quella frase, nella “Libraria Aprosiana” non era ancora confluita la biblioteca fratesca dei Minori Osservanti, il cui Convento era stato soppresso per erigervi il sabaudo e strategico Forte dell’Annunziata: il patrimonio librario fratesco non era infimo ma le cose più pregiate erano le antifonarie, cioè ben poco a fronte di quanto portato via tempo prima. Nulla poteva porre riparo ai danni patiti dall'”Aprosiana” in dipendenza dell’operazione di Napoleone nota come operazione Semino/Semini, che fu la prioriraria ragione per cui molti libri e quasi tutti i manoscritti vennero portati a Genova dove, anche se non venne realizzata la “Biblioteca Centrale” come nei progetti, senza più ritornare a Ventimiglia alla fine vennero accorpati al materiale della Biblioteca Universitaria ove tuttora si trovano.

Con le moderne trasformazioni (o se vogliamo con le moderne violenze apportate dalle guerre) l’antica “Biblioteca Aprosiana” venne smantellata e libri tanto antichi quanto preziosi, con altro materiale di gran valore, vennero in un primo momento accatastati – dopo il periodo di transizione tra l’Epoca Napoleonica e gli anni immediatamente posteriori alla Restaurazione – in un grigio corridoio presso la Chiesa di San Francesco nella città alta o medievale, sull’altura a levante del Roia: un bibliotecario nominato dal Municipio intemelio, tal Antonio Ferrari, tentò di redigere un inventario delle preziose opere, ma non potè del tutto impedire che, per la precaria sistemazione, vari volumi venissero manomessi o rubati.

Un passo lieve nel recupero di questa grande ricchezza culturale di Ventimiglia si fece molti anni dopo quando furono nominati bibliotecari prima il notaio G.B. Amalberti e quindi (1842) un altro notaio Antonio Laura, cui spetta il merito di aver fatto portare via i volumi da quell’angosciante sistemazione per farli collocare più dignitosamente in un areato locale prossimo alla stessa Chiesa di San Francesco.

Altri importanti contributi alla tutela dell’Aprosiana furono poi dati dal bibliotecario nominato nel 1857, canonico Andrea Rolando, che ne stese un abbozzo importante di catalogo (tuttora custodito nella biblioteca ed ornato del RITRATTO APROSIANO di cui fu verosimilmente autore lo stesso Rolando) ed ancor più dai successivi bibliotecari Callisto Amalberti e Girolamo Rossi che, tuttavia, dovettero dispiegare le loro prime energie per salvare materialmente i libri dopo che la Liguria ponentina era stata colpita dal devastante terremoto del 1887.

I volumi subirono quindi un ulteriore trasferimento e vennero, rinchiusi entro casse, deposti nei locali del Civico Teatro di Ventimiglia (ove attualmente – dopo una sistemazione posteriore con in atto un progetto di moderna ristrutturazione – si trova tuttora il Fondo Antico Aprosiano), in Via Garibaldi di Ventimiglia Alta: poi le casse dei libri furono sistemate in una grande camera della Scuola Tecnica del tempo destinata a divenire la Scuola Media “Cavour”.

Un mecenate inglese, Sir Thomas Hanbury preso da autentico amore per Ventimiglia e per le sue ricchezze culturali, mise però in seguito a disposizione una somma cospicua per realizzare, su progetto di un tal geometra Zanolli, una sede degna dell’Aprosiana: cosa che fu finalizzata con l’edificazione di un locale adeguato attiguo al Ginnasio cittadino, opera della cui memoria detta anche questa lapide già apposta nel 1900 ad inaugurazione della novella sede e poi custodita presso la Scuola media statale “C. Cavour” di Ventimiglia.

Contestualmente lo stesso Hanbury fornì all’Amalberti e al Rossi le risorse economiche necessarie per portare a compimento una moderna “catalogazione”: la nuova sede dell’Aprosiana fu inaugurata il 30 luglio 1901, mentre la catalogazione durò per tre anni ancora (alla fine ne rimase unico autore lo storico Girolamo Rossi il cui prezioso “catalogo” per oltre una settantina d’anni fu il solo punto di riferimento attendibile per “navigare” nel grande mare dei libri della biblioteca).

Al Rossi seguirono poi altri bibliotecari di prestigio, dai professori Nereo Cortellini e Luigi Palmero (che ebbe il gran merito di recuperare molti libri ritenuti persi) sino a
NICOLA ORENGO che, tra il 1931 e il 1933, diede grande impulso alla rinascita dell’Aprosiana “salvandola” da un ulteriore “infelice” trasferimento e recuperò tanti libri antichi ritenuti smarriti, aumentando il patrimonio librario sin a 9169 unità.

Avendo ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione un contributo per, finalmente, aggiornare anche con libri moderni una biblioteca praticamente rimasta ferma alle acquisizioni del XVIII secolo. Infatti alla maniera aprosiana, per cui la conservazione della sede istituzionale della “Libraria” e la sua difesa contro varie possibili “violenze” sia naturali che purtroppo umane (a fronte della vasta documentazione sul collezionismo antiquario e sulla dispersione di varie raccolte già l’Aprosio aveva esperimentato quanto spostamenti, rifacimenti, morte dei fondatori e nuove scelte compreso l’accorpamento con altre strutture museali potesse esser nocivo alla sovravvivenza), l’irrinunciabile salvaguardia delle alchimie con cui fu realizzata nella costante interazione fra spazio esterno, spazio interno, libri, pinacoteca e materiale antiquario ed ancora il suo arricchimento per via di quel costante aggiornamento che Aprosio aveva segnalato come indispensabile per il fiorire della Biblioteca, Orengo scrisse emblematicamente: “La Biblioteca Aprosiana, se vuole sopravvivere e rimanere un motivo di attrazione per studiosi e turisti, deve ritornare alla sua primitiva sede di fondazione, nei locali dell’antico Convento Agostiniano. Così soltanto il vecchio fondo di Padre Angelico Aprosio potrebbe essere affiancato utilmente da una dipendente biblioteca moderna, con libri contemporanei, pubblicazioni e riviste di letteratura e di storia rispondenti alle esigenze intellettuali della Città, e in modo particolare degli studenti“.

Le postulazioni dell’Orengo furono recepite nel 1981 quando in occasione del tricentenario della morte di Angelico Aprosio si editò un volume ove nella presentazione, celere quanto dotta e documentata, il Sindaco (con il Consigliere incaricato alla Cultura) diedero notizia del trasferimento imminente del Fondo Antico dell’Aprosiana nella sede originaria presso l’ex Convento Agostiniano cosa che venne sottolineata in una nota di pagina 28 del citato volume dall’allora Bibliotecaria della “Libraria di Aprosio”. Un secondo volume, sponsorizzato dal Casinò di Sanremo, raccolse quindi le conferenze poi tenute sulla vita e opere di Aprosio tenute da studiosi di prestigio del Barocco = le due pubblicazioni raggiunsero molti centri di cultura in Italia, Europa e resto del mondo offrendo l’impressione, cosa che spesso viene chiesta a Cultura-Barocca, delle ragioni del mancato trasferimento = e per quanto concerne sedi universitarie prestigiose degli Stati Uniti d’America il fatto che relazionando a Providence su un unicum manoscritto concernente Gongora il celebre ispanista Mario Damonte tra altre notizie, e diffondendo alcune di queste pubblicazioni, diede rendiconto di un plausibile prossimo spostamento del Fondo Antico alla sede primigenia.

Logicamente molte cose sono mutate nel corso degli anni nonostante la progressione delle pubblicazioni intemelie su Aprosio e la cultura barocca che parimenti ottennero riscontro italiano ed europeo (vedi = “Italinemo, Riviste di Italianistica nel Mondo” – on line) ma è indubbio che la mancata notizia dell’avvenuto spostamento ha creato non poca confusione tra i ricercatori, alcuni lamentandosi per ragioni storico-culturali altri, ispirandosi a motivazioni meramente pratiche, per la superiore facilità di frequentazione della Biblioteca Aprosiana nella Sede Antica nella città bassa e moderna data la vicinanza alla staione ferroviaria e ad altri servizi.

All’Orengo, cui spetta anche il merito di aver lasciato una vera e propria cronistoria delle vicissitudini della “Libraria”, succedettero altri importanti e laboriosi bibliotecari come gli storici Filippo Rostan (anni 1933 – 1937) e Nicolò Peitavino che amministrò la biblioteca fino all’inizio del II conflitto mondiale.
Il suo successore Nino Lamboglia (emerito fondatore dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera) succedette al Peitavino salvando con vari espedienti da furti e scorribande, durante la II guerra mondiale, la biblioteca.

Essa fu poi sistemata nella ex sede del Liceo Classico intitolato a G. Rossi e poi, verso i primi anni ’50 del 1900, l’intera raccolta trovò la sede definitiva (coi volumi disposti in eleganti armadi lignei in stile proposti da E. Azaretti, illustre dialettologo) dove ora si trova – almeno per quanto riguarda la sua parte più preziosa cioè il “Fondo Antico” – , cioè nella ristrutturata e adattata sede del Civico Teatro (ove come detto era già stata custodita) in via Garibaldi nel sestiere Piazza della città alta o medievale di Ventimiglia.
Dopo le dimissioni del Lamboglia, impegnato soprattutto nelle sue ricerche archeologiche, si ebbero altri bibliotecari di prestigio come Natale Giraldi (fratello del filosofo e docente universitario Giovanni Giraldi), il prof. Giuseppe Laura ed ancora Francesco Biamonti, anni dopo destinato ad assurgere a propria spiccata gloria letteraria coi suoi romanzi di ambiente ligustico.

Sino al 1982 la Biblioteca Aprosiana fu quindi diretta dalla dott.ssa Serena Leone Vatta che, accogliendo l’invito dell’ex Soprintendenza Bibliografica di Genova, con l’ausilio di vari laureati e laureandi (Giuliana Bucci, Bruno Bergamini, Aldo Calmarini, Franca Guglielmi, Maria Teresa Marenco, Clotilde Masera, Renata Rebaudo, Giulio Rigotti) provvide alla schedatura scientifica manuale delle 7094 opere che individuò nell’inventariazione del fondo storico (i lavori si protrassero dal I-XII-1972 al 25-VII-1975).

Sotto la direzione della dott.ssa Leone Vatta si tennero quindi le celebrazioni aprosiane per il tricentenario della scomparsa del fondatore (1981) caratterizzate da tante inziative di cui si può avere solo una pallida idea dal Catalogo della Mostra (Miscellaneo, curato oltre che dalla bibliotecaria, per la parte iconografica da Erino Viola) e quindi dal volume AA.VV., Il Gran Secolo di Angelico Aprosio – Atti dellle Conversazioni Aprosiane: 29 agosto – 29 ottobre 1981 (curato oltre che dalla bibliotecaria anche dal giornalista Alberto Naso) = l’impressione era quella di grandi trasformazioni, tali da cancellare per sempre il degrado in merito alla “Libraria” nel XIX sec. e con desolazione segnalato da illustri visitatori come Bertolotti, Navone e Spotorno e di eventi oramai prossimi, sia sul lato strutturale che patrimoniale quanto scientifico, in grado di dare alla Biblioteca la meritata seicentesca nomea sì da dar l’ impressione che stesse contestualmente avverandosi il pronostico fausto di quel gran bibliotecario che fu Nicola Orengo
Fu un momento di spessore culturale con pubblicazioni, cicli di conferenze, mostre e manifestazioni importanti (in tale contesto è da menzionare l’aiuto di un moderno “estimatore” dell’Aprosiana il Sig. Erino Viola).

Dopo il pensionamento della dott.ssa Leone Vatta la Biblioteca, con delibera di giunta comunale su indicazione del delegato comunale alla cultura Gaspare Caramello, venne assegnata alla tutela, come consulente scientifico come si legge in documento ufficiale del 2004 – partendo dall’anno 1982 – del prof. Bartolomeo Durante, già attivo partecipe e conferenziere alle “Celebrazioni del 1981”, che si valse della proficua collaborazione dell’illustre ispanista Mario Damonte e della sua assistente dott. A.M. Mignone che stavano studiando l’importantissimo materiale in lingua spagnola dell’Aprosiana, fin a redigerne un sontuoso catalogo…

da Cultura-Barocca