Castellaro (IM), tra Medio Evo e Rivoluzione Francese

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La storia di CASTELLARO (IM) affonda nel passato remoto della CIVILTA’ LIGURE PAGENSE, ma la posteriore DOMINAZIONE ROMANA non ha lasciato tracce significative, nonostante il territorio del borgo graviti su una zona ad ALTA ROMANIZZAZIONE, nelle prossimità della VIA GIULIA AUGUSTA, di una DIRETTRICE MARE-MONTI, cioè la VIA DEL TORRENTE ARGENTINA, intorno alla quale fiorirono insediamenti rustici romani e verisimilmente una stazione stradale romana probabilmente dotata anche di un approdo marittimo.
Il nome del luogo CASTELLARO non allude al castello feudale, che pure vi fu edificato, ma la forma medio-latina CASTELLARIUM che compare per la prima volta in un documento del 1192 (forma peraltro confermata dalla parlata locale che suona *kastelà) riflette l’esistenza di un LOCUS o BURGUS CASTELLARIUS vale a dire un complesso insediativo “dipendente dal castello”.

Per quanto concerne i pochi documenti superstiti, integrati da opportune e motivate congetture, si può rimandare l’insediamento feudale al 1162 quando l’imperatore Federico I Barbarossa organizzò il Contado di Linguilia, cui apparteneva anche Castellaro.

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Dal 1192 il CASTELLO FEUDALE del borgo di CASTELLARO (che sorgeva su un poggio dominante il borgo ed era a pianta circolare con quattro torri: ne rimane soprattutto una torre merlata discretamente conservata), assieme al BURGUS, passò direttamente sotto i Clavesana che tuttavia dovettero presto fare i conti con l’espansionismo di GENOVA.
Ne derivò un foedus stipulato tra Bonifacio di Clavesana e i Consoli genovesi (H.P.M., Liber Jurium, I, 404; I, 514 ad anno 1204).
Le gravi difficoltà riscontrate nel controllo di questi territori indussero poi i Clavesana a vendere a Genova il I/VI/1228 molti loro beni tra cui appunto il CASTRUM ET LOCUM ET VILLAM CASTELLARII (vendita fatta da Oddone e Bonifacio di Clavesana a Goffredo de Pirovano, Podestà di Genova: H.P.M., Liber Jurium, I, 827 e 931 a).

Ma i LINGUILIA, rimasti a lungo nell’ombra. ma per nulla rassegnati, presero a tramare contro Genova.
La Repubblica dovette allora intervenire militarmente e per sconfiggere i Linguilia dovette anche devastare il centro fortificato di Castellaro.
Negli ANNALI GENOVESI DI CAFFARO E CONTINUATORI (editi a cura del Municipio di Genova in 10 volumi: 1923-1941) all’anno 1431 si legge:”…e del mese di ottobre il duce (il Doge Simon Boccanegra) fece ruinare insino ai fondamenti la fortezza di Castellaro vicino a Tabia…”.
I Linguilia rientrarono poi nelle grazie di Genova, ma solo dopo un formale giuramento del 27 gennaio 1402.
Non controllarono però a lungo Castellaro ed il suo territorio perchè nel 1472 ne cedettero i diritti a Luca Tommaso e Anfreone figli del Marchese Battista Spinola di Genova.
I nuovi Signori di Castellaro furono infeudati dalla Repubblica in data 23 novembre 1473.
Gli Spinola ebbero il possesso di Castellaro fino al 1673, quando la località pervenne come dote nuziale nelle mani del Conte Giacomo Maria Gentile che il 18 dicembre di quello stesso anno sposò Maria Brigida unica figlia ed erede di Giacomo Maria Gentile.
Castellaro assieme a Pompiana Major ed al Conio costituì dunque la JURISDITIONE DE’ FEODI che sopravvisse, come componente seppur minima del DOMINIO DI GENOVA, sino al 1797, quando venne istituita la REPUBBLICA LIGURE, FIGLIA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE E DEI SUCCESSI MILITARI DI NAPOLEONE.

da Cultura-Barocca

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Sulle prima chiesa in Ventimiglia (IM)

Ventimiglia (IM), zona Nervia, Teatro Romano
Ventimiglia (IM), zona Nervia, Teatro Romano

Dal V sec. una Chiesa, sempre più collaboratrice dello Stato, iniziò ad assimilarne parecchie funzioni pubbliche sin a proporsi come interlocutrice nella soluzione dei quesiti giurisdizionali e politici.
Si è sostenuta l’esistenza di una PALEOCRISTIANA CHIESA INTEMELIA, eretta a Nervia di Ventimiglia (IM) sul diruto teatro romano, poi trasformato in area cimiteriale per le inumazioni sui gradoni della cavea.
A tal proposito non è da dimenticare la lettera che il canonico della cattedrale intemelia Giovanni Francesco Aprosio scrisse a Girolamo Rossi il 5 agosto 1891.
Secondo il religioso, stranamente sottovalutato da un disattento Rossi, nel 1836, nell’area nervina, come detto in prossimità del teatro romano, ai tempi della sua giovinezza, prima che si alterasse il complesso viario per l’ultimazione della STRADA DELLA CORNICE, sarebbero ancora esistiti i resti di una vasta chiesa paleocristana, andata poi diruta per le devastazioni longobarde.
A suo dire il canonico avrebbe anche misurato di persona la grandezza dell’antica fabbrica, trascrivendone nel 1829 due frammenti di lapidi [che in verità sembrerebbo appartenere alle costumanze d’un’epoca molto più tarda, fatto peraltro plausibile visto che sullo stesso luogo forse fu innalzato un minore edificio cultuale]: in una di siffatte lapidi egli avrebbe letto l’iscrizione Depositis Humili Secundi loco/ Sanctis Reliquis Nervia vederat/ Augustus voluit Virginis reditus/ Tandem reddere pignora (vedi E. Viola, Culto e tradizione per il Santo Patrono di Ventimiglia San Secondo in “Rivista Ingauna e Intemelia”, N.S., anni XXI-XXV, 1969 – 1970 [edita nel 1995]): a questo proposito si deve dire che, almeno per non irridere, come da qualcuno si fece (ed a torto) le considerazioni del religioso, vale la pena di scorrere una PREVISIONE DI BILANCIO DEL PARLAMENTO INTEMELIO al cui PUNTO 24 venne citata (assieme ad una CHIESA DI BEVERA) una CHIESA DI NERVIA (toponimo già all’epoca usato specificatamente per indicare l’area sita sulla riva sinistra del torrente Nervia peraltro occupata da una prebenda episcopale.

La rilevazione proposta dalla seicentesca PREVISIONE DI BILANCIO risulta importante per due motivazioni: da un lato, come detto, concorrono nel modo più esaustivo possibile a sostenere l’esistenza di una CHIESA DI NERVIA ancora nel XVII secolo, che siffatta chiesa, di spettanza della Comunità di Ventimiglia e ville, non costituisse una parrocchia ma come tempio sacro fosse verisimilmente mantenuto in buono stato o per antiche motivazioni di fede o per qualche cerimonia periodica in essa celebrata.

Il fatto che fosse affidata ad un manutentore pubblico, a salario del locale PARLAMENTO, equivale a sostenere che la preoccupazione generale consistesse nell’evitare il degrado dell’edificio: per conseguenza era come sottolinearne la valenza cultuale e pubblica.
La manutenzione di un edificio corrisponde da sempre alla sua tutela e conseguentemente ai ripari contro i danni dell’usura e del tempo; ciò parimenti non esclude che un edificio soggetto ad usura possa essere non solo ristorato per quanto concerne gli elementi portanti ma altresì per gli arredi: su questo piano di riflessioni ecco che acquistano un loro significato le lapidi indubbiamente seicentesche verisimilmente deposte in occasione di qualche cerimonia connessa col crescente culto del martire tebeo S. Secondo.

Indagini recenti, col ritrovamento, tra l’altro, di due FRAMMENTI di pluteo di influenza culturale propria dei Longobardi sembrerebbero rafforzare la descrizione dell’antico canonico Aprosio ed avvalorare l’ esistenza (peraltro prudentemente avanzata dallo stesso Nino Lamboglia) di un edificio paleocristiano a Nervia di Ventimiglia: rifacimenti edili longobardi nell’area, della II metà del VII sec., confortano anche l’idea di insediamenti civili connessi ad una persistente attività portuale (al proposito è importante quanto si legge in una Comunitaria Previsione di Spesa del Cancelliere intemelio G.B.Simondi del 4-III-1616 laddove, alla rubrica 24, ove vien fatto cenno a una delibera per il pagamento degli stipendi a due manutentori delle chiese antiche di Bevera e di Nervia: in C.B.A.,”Fondo Bono“,ms.1, carte 429 v-30 r, v. B.DURANTE-F.POGGI, Storia della Magnifica Comunità…, pp. 164-6). Non è semplice delineare i caratteri della primigenia influenza ecclesiastica in Ventimiglia romana e nelle valli interne: in compenso risulta facile intendere che l’importanza portuale e strategico-viaria della città attrasse barbari ed imperiali, così che di volta in volta la Chiesa finì col seguire la sorte dei vincitori.

L’ipotesi che nel VII sec. esistessero due aree intemelie, quella antica e nervina per nulla abbandonata ed il più sicuro insediamento sul CAVO a ponente del fiume Roia, si può ribadire con altre ragioni ancora: una Cattedrale a Ventimiglia medioevale è stata supposta sulla base di un ritrovamento di frammento decorativo del VII sec., reimpiegato nel muro di chiusura della cripta. Le considerazioni architettoniche confermano l’idea già espressa di una occupazione longobarda più tarda rispetto a quella di Nervia, dove i frammenti di pluteo e le tracce di restauro son databili al VII secolo. Fra i manufatti reperiti nei restauri della Cattedrale comparvero sì resti di plutei, pilastrini, e lastre scolpite del VI-VII sec., ma era materiale riutilizzato, preso da altri edifici: vi si rinvennero invece un pluteo con girandole e margherite dell’VIII sec., un altro con croci gigliate (II metà dell’VIII sec.) ed un terzo con croci gigliate (stesso periodo) che sembrano rimandare all’epoca di Liutprando e dell’apertura verso il linguaggio figurativo della “bottega delle Alpi Marittime” che, dall’ultimo quarto dell’VIII sec. all’epoca carolingia, influenzerà (dopo le espressioni artistiche del monastero pedonense) la scultura nella Francia mediterranea e nella Liguria ponentina (AA.VV., La scultura a Genova e in Liguria – dalle Origini al Cinquecento, Genova, 1987, I, p. 37, 39, 40, 45, 123, 128: sono interessanti i rilievi di “S. Ponso” a Cimiez di NIzza, abbazia fondata da un San Siacrio, vescovo di Nizza nell’ VIII sec., che attualmente sarebbe ignoto se non gli fosse stata intitolata, quale espressione di un influsso francone su un’area longobarda, una vetusta chiesetta nell’alta val Nervia: H. SAPPIA, Les evéques de Nice in Nice Historique, 2, 1889, p.136.

Per trovare una data di discussione sulla topografia ecclesiale di Ventimiglia bisogna risalire ad un rogito (13-V-1260, doc. 243) del notaio G. di Amandolesio (LAURA BALLETTO, Atti rogati a Ventimiglia da Giovanni di Amandolesio dal 1258 al 1264 in Collana Storico-Archeologica della Liguria Occidentale, XXIII, Ist. Intern. di Studi Liguri-Museo Bicknell, Bordighera, 1985) secondo cui i CANONICI DELLA CATTEDRALE, organizzati potentemente nel CAPITOLO DELLA CATTEDRALE rigovernarono alcune loro proprietà, per una nuova distribuzione dei possessi terrieri o prebende colle rendite connesse.
Dal documento si apprende che i Canonici, appartenenti al popolo grasso della città se non al rango aristocratico, avevano vinta la secolare controversia che qui, come in tutta Italia, li aveva contrapposti ai potenti ordini monastici del passato (è emblematico che alla stesura dell’atto, nella Canonica della Cattedrale, fosse presente Paolo Preposito del Monastero in Bordighera di S. Ampelio, dipendente dal convento benedettino di Montmajour: il cenobio bordigotto era in degrado, dopo aver raggiunto fama nell’XI sec., e le sue proprietà andavano ora a confluire nelle 2 prebende episcopali, dall’acqua del Nervia sin verso Genova, giunte al Preposito Rinaldo). Alcuni Ordini regolari stavano smobilitando parecchie case minori ed i Canonici, rispolverando antichi diritti della Cattedrale, ebbero schiusa la facoltà di assimilare possedimenti monastici, anche di S. Onorato in Lerino, suddividendoli in 8 grandi proprietà che si estendevano per la costa intemelia. Essi, onde limitare i confini prebendali, si valsero dei riferimenti topografici con chiese e strutture edili spesso costruite, come ha dimostrato l’archeologia, su impianti romani: fu il caso di S. Pietro in Camporosso, della Chiusa di Latte, di San Vincenzo ai Piani di Vallecrosia, della Chiesa della Rota tra Bordighera ed Ospedaletti: i Canonici avevano finito così per calcare col territorio diocesano la topografia costiera del municipio imperiale di Albintimilium, lasciando agli ordini monastici il controllo dell’entroterra ove gli insediamenti romani non si erano evoluti oltre la dimensioni delle Ville rustiche.

Altro testimone di indagine è S. PIETRO, primitiva parrocchiale di Camporosso, ora cimiteriale: l’abside ed il campanile sono dell’XI sec. ma l’edificio poggia su una chiesetta più antica, individuata coi restauri del 1967-69, che era ad una navata. Per quanto si ricava da rogiti notarili questa chiesa, nel XIII sec., dava nome alla più importante contrada di Camporosso e già da 2 secoli presiedeva ad un’area cimiteriale. Per la sua realizzazione furono usati blocchi sagomati di pietra della Turbia, usati pei migliori edifici di Ventimiglia romana: altri blocchi di simile pietra son sparsi nelle vicinanze, impiegati nei muri e persino in piazza del paese come sedili pubblici. Su un’area di 500 m. dalla chiesa sono stati segnalati 167 frammenti di presunto materiale edile della Turbia.

da Cultura-Barocca