Tracce dell’antica Roma a Villa Faraldi (IM)

foto d’archivio – già in “Riviera dei Fiori”, vecchia serie (riv. C.C.I.A Imperia)
foto d’archivio – già in “Riviera dei Fiori”, vecchia serie (riv. C.C.I.A Imperia)

Villa Faraldi (IM) possiede la più antica iscrizione romana del territorio di Albenga, del I secolo a.C., e a Chiappa l’unica PIETRA MILIARE di Augusto, a 553 miglia da Roma.

Al periodo repubblicano è da ascrivere l’iscrizione cui fa cenno il Lamboglia: si tratta per la precisione di una lapide delle misure di cm. 75 x 50, parzialmente mutila verso l’alto.
La dedicante è una Licina mater che fece deporre la LAPIDE in memoria di suo figlio D. Sufenas D. (f) Pob. Acrippa (sic! evidentemente sta al posto del corretto Agrippa): per una più ampia indagine sulla pietra tombale del piccolo abitante del municipium di Albingaunum si rimanda comunque il lettore interessato alla più specifica edizione de L’Annèè Epigraphique, Revue des publications Epigraphiques relatives a l’antiquite’ classique, Paris, 1937, 218.

Mentre questa vetusta iscrizione fu rinvenuta a Villa Faraldi (dove è conservata nella parrocchiale di S.Lorenzo), la PIETRA MILIARE, cui prima si è fatto riferimento, venne rinvenuta a Chiappa ed attualmente si conserva (dal 1962 quando vi venne trasportata) presso la vecchia cappella di S. Giacomo.
Già registrata nel Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL, V-2, 8085) si presenta con lettere molto rovinate quasi illeggibili: cfr. L.A. Gervasini, I resti della viabilità romana nella Liguria occidentale, in Rivista Ingauna e Intemelia, N.S., A. XXXIII (1976-8), N. 1-4.

La cosa interessante consiste nel fatto che, proveniendo da oriente, è la prima pietra miliare di Augusto che si incontri (altre ne fecero sistemare in tempi più tardi Antonino Pio, Caracalla od Eliogabalo) in Liguria occidentale: Ottaviano Augusto fece disporre questi miliari che scandivano la distanza stradale rispetto al miliarium aureum di Roma all’epoca della ristrutturazione dell’ormai superata via consolare afferente verso le Gallie e della sua trasformazione in un itinerario, ancora prevalentemente militare ma fruibile ed efficacissimo, a lui dedicato col nome di Iulia Augusta (13-16 a.C.).
Il miliario, quadrilineare registra la seguente iscrizione: imp. Caesar / Augustus-imp. X / tribuniciae-potes XI / DLIII.
Che si legge così: “Cesare Augusto Imperatore nel 10° anno dell’Impero, nell’11° del Tribunato, 553 (miglia da Roma)”.

La nominazione imperiale pare necessaria per quantificare cronologicamente la collocazione della pietra, ma l’elemento basilare rimane comunque il valore numerico veicolato dalla pietra in questione (e opportuno registrare che l’amministrazione comunale in rapporto ai lavori di sistemazione del 1962 ne fece riprodurre un’esauriente e chiara copia in una lapide posta sul muro retrostante il cippo, con traduzione).

Il fatto che nell’area di VILLA FARALDI si trovasse una pietra miliare può indurre a riflessioni anche perigliose sulla tematica mai semplice dei percorsi stradali ma la testimonianza di una lapide funeraria fatta deporre da una madre, che tra l’altro appare una donna libera, per un figlio morto precocemente fa pensare che la genesi remota del centro si possa datare al buon periodo dell’IMPERO DI ROMA quando le città costiere fiorivano e nell’interno si andavano sviluppando aziende agricole in qualche caso non servili ma residenziali del ceppo padronale e del tipo a VILLA PSEUDOURBANA.

Stranamente il toponimo originare, ad onta di una località che è stata poco marcata del Medio Evo, si scopre in atti del ‘200 come FARALDI in occasione della citazione di un capofamiglia (Ricobonus de Faraudi) ed è un termine di chiara provenienza germanica, longobarda per la precisione (deriva infatti da un Faroald documentato a Farfa nel 700). Peraltro il territorio di questo borgo rurale è citato nel XIV secolo come IN FERALDIS mentre si parla di una ECCLESIA DE FARAUDIS grossomodo nello stesso periodo: anticamente era denominata VILLA od ancora SAN LORENZO A VILLA la frazione che poi è diventata centro e sede del comune sì che dalla fusione dei due nomi è derivata l’odierna località di VILLA FARALDI.

Le ragioni posson esser state molteplici ma non bisogna dimenticare che queste zone, forse perchè interessanti dal punto di vista agronomico, rientrarono fra gli obiettivi dei BARBARI INVASORI e che nonostante la DIFESA DEI BIZANTINI dopo che l’ITALIA fu in pratica divisa tra loro e i LONGOBARDI le penetrazioni di LONGOBARDI, alla spicciolata come nuclei di disertori dal loro popolo nel VI secolo o come invasori nel VII secolo, fu notevole nonostante il complesso difensivo bizantino che presumibilmente aveva punti di base notevoli in PIEVE DI TECO, ARMO E CLAVI DI TORRAZZA (anzi spesso i MONACI ORIENTALI che erano al seguito dei BIZANTINI per seguirne la “DIPLOMAZIA SPIRITUALE” facevano proselitismo tra ceppi di LONGOBARDI che ottenevano di sistemarsi in terre abbandonate dagli antichi padroni a condizione di abiurare dall’ERESIA ARIANA e convertirsi al cattolicesimo.

Non è quindi impossibile che, estintosi e fuggito per timore delle razzie, l’antico ceppo padronale dei LONGOBARDI liberi siano stati sistemati dagli stessi Bizantini su queste proprietà o che, dopo l’invasione della Liguria del VII secolo, ne abbiano preso possesso secondo le norme sancite dalle LEGGI DEI BARBARI.

Il fatto però che il toponimo, evidentemente assunto tra VI e VIII secolo, sia germanico-longobardo non toglie nulla all’area di FARALDI in merito alla sua più antica origine romana, quando per tutta la LIGURIA era un fiorire di iniziative anche in merito al POTENZIAMENTO DELL’ASSE VIARIA e soprattutto del notevole traffico commerciale su scala locale e internazionale.

da Cultura-Barocca

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Pirati turcheschi contro Vallebona (IM)

Uno scorcio di Vallebona (IM)
Uno scorcio di Vallebona (IM)

Pagina nota, per quanto concerne il rapporto delle Ville intemelie coi turcheschi, è soprattutto quella di Vallebona (IM), quando a metà XVI sec. la flotta imperiale “turchesca” o “barbaresca”, ritardata dall’accanita difesa che opponeva Nizza, per approvvigionarsi di vettovaglie inviava le sue galee a devastare la costa ligure, compreso il Capitanato di Ventimiglia e Ville.
Vallebona [assieme a Seborga, la Colla – cioè, Coldirodi di Sanremo -, Bordighera, e Ospedaletti] fu saccheggiata da marinai e miliziani “turcheschi” una prima volta il 5 settembre 1543.
Il borgo corse tuttavia il suo massimo pericolo quando, nel contesto di nuove guerre e razzie, l’ammiraglio turchesco Ulugh-Alì – un rinnegato calabrese meglio noto come Chialì od Occhialì – lo fece assalire dopo lo sbarco ai “Piani di Vallecrosia” di oltre mille soldati (provenienti da 7 “galeotte” ancoratesi sul braccio di mare antistante i luoghi circonvicini e che, nonostante le razzie perpetrate nel sito di Vallecrosia, avevano soprattutto come meta la fertile e popolosa terra di Vallebona.
Un servo del capitano Giulio Doria, ad Antibes, era però riuscito ad apprendere i piani di quell’operazione da uno schiavo turchesco originario di Dolceacqua, a servizio sull’ammiraglia di Ulugh-Alì.
Grazie a ciò i paesani di Vallebona, preavvertiti, mandarono le famiglie al sicuro nella più ritirata Villa (borgo) di Sasso ed un buon manipolo di capifamiglia, inquadrati come militi villani, attesero l’arrivo della colonna “turchesca”, riparati entro la chiesa fortificata di S. Lorenzo.

Il vecchio campanile della Chiesa Parrocchiale di Vallebona (IM)
Il vecchio campanile della Chiesa Parrocchiale di Vallebona (IM)

Un fuoco serrato accolse in Vallebona gli invasori che si ritirarono verso mare limitandosi a saccheggiare sparsi casolari o gruppi non organizzati di villani: i predoni se ne tornarono alle navi portando 19 prigionieri: tre originari di Vallebona, fra cui due soli uomini, e 17 fra donne o bimbi destinati al commercio degli schiavi.

da Cultura-Barocca

Scuola pubblica a Pompeiana (IM) nel 1700

Pompeiana (IM): ruderi causati dal terremoto del 1887
Pompeiana (IM): ruderi causati dal terremoto del 1887

Una sorta di Scuola Pubblica  a Pompeiana comparve nel 1704, come uno degli scopi assistenziali della Congregazione di Carità (formata l’8-VI-1608 con atto notarile redatto da Vincenzo Nuvoloni e più nota come Confraria od Opera dello Spirito Santo): infatti con atto 9 marzo 1704 pel ministero del Notajo Bernardo Fossati si stabiliva in Pompeiana una scuola pei ragazzi che non ne avevano ancora.
Questa è l’intestazione: “Nel nome della SS.ma et individua Trinità; sii sempre, l’anno della natività di Nostro Signore Gesù Christo millesettecentoquattro essendo l’indizione undecima, giorno di Domenica del mese di Marzo alla mattina nell’oratorio dei confratelli di Santa Maria Maddalena in Pompeiana. Ritrovandosi in questo Oratorio radunata la maggior parte dei capi di casa del presente luogo di Pompejana tosto della Jurisdizione di Feodi quanto della Jurisdizione di Taggia che entrambi compongono una sola parrocchia e unitamente formata e fondata da loro Magiori come da “pubblico instrumento osij documento” ricevuto dal fu Notaro.
Se ne ricavano da un’attenta lettura interessanti informazioni.
Così come  dal CARTULARIO.
Il codice di comunicazione utilizzato nel documento è la lingua “standard” italiana del primo settecento, fruita però attraverso quel particolare linguaggio settoriale che è il sottocodice notarile.
Spicca il discorso, minutamente registrato, di uno dei promotori, cioe il Priore Godisio Natta di Pietro: “Fratelli è gia qualche tempo trascorso come ogn’uno di loro puo sapere, quietamente e sensatamente si è discorso e trattato di aprire nel presente luogo una scuola pubblica a pro e beneficio dei figli maschi di qualunque persona di questo luogo e parrocchia di Pompiana d’ambo le Jurisdizioni suddette e d’accordare un maestro idoneo e capace ad instruire e insegnare ai detti figli maschi che vorranno detta scuola frequentare a legere, scrivere et una buona e perfetta grammatica… “.
L’analisi testuale deve essere portata avanti tenendo conto che, in questa circostanza, si tratta della registrazione, parzialmente alterata, di un reale messaggio, oralmente pronunciato.
La sequenza, pur deformata dal sottocodice notarile, presuppone un messaggio elementare la cui trasmissione (canale) è avvenuta oralmente e a livello dialettale dato il pubblico destinatario e dato il contesto storicosociale (agricolo e paesano), in cui si dibatte l’argomento della Pubblica Scuola.

Il piano denotativo dell “orazione”, una volta decodificato, lascia trasparire un concreto interesse per il miglioramento educativo e quindi sociale dei giovani; a livello connotativo, valutando la situazione storica di Pompeiana ai primi del ‘700 e in considerazione dell’aumento di popolazione e delle difficoltà occupazionali nel settore agricolo in conseguenza di annate di scarsa produttivita per fattori contingenti (“guerra, carestie ed epidemie “), è ipotizzabile che i gestori della comunità sentano la necessità di preparare i giovani alla più esigente vita di relazione che dovranno affrontare, anche nella deprecabile eventualità di emigrare.

Anche nel paese di Pompeiana si tratta di una scuola pubblica maschile, che quindi non fa eccezione alla norma della serie storico-ideologica, cui appartiene l’atto, che emargina le donne in un ruolo subalterno…

per una cultura contadina del XVIII secolo l’acculturazione diventa una necessità quando si debbano controbattere quegli estranei, in gergo “foresti”, che, fruitori di una diversa cultura e di una lingua più ricca, possono essere ingannatori = “opponenti”; di qui a livello sociologico deriva la “diffidenza paesana”.

Dal CARTULARIO si apprende che nel 1700 la consistenza demografica di Pompeiana… i 135 capifamiglia citati sono, per esplicita affermazione dell’estensore, la maggioranza e non la totalità dei rappresentanti dei vari nuclei famigliari .
Inoltre dallo stesso documento si ricavano indizi di emergenti difficoltà esistenziali dell’arcaico sistema di vita rustica per cui alcune famiglie o singoli individui, per lo più giovani, iniziano un esodo migratorio verso le aree rivierasche.
Il fenomeno nel XVIII secolo è ancora impercettibile…
Il processo migratorio verso le aree rivierasche diverrà evidente e spesso vitale, dal XIX secolo…
Queste considerazioni sono suffragate da un testimone oculare del fenomeno, il parroco di Pompeiana G.B. Zunini…

Quella dello Zunini non sarà certo un’analisi scientifica, ma rimane il miglior epitaffio scritto sulla tomba ancora aperta di una cultura contadina messa in crisi da una pluralita di fattori (economici, sociali ecc.) e da una carenza di vie di comunicazione e di adeguati trasporti, la conseguenza sull’asse temporale, non invertendosi la tendenza migratoria, sarà dal lato più spettacolare, l’abbandono delle campagne e l’impoverimento demografico di antiche concentrazioni urbane.
Una conseguenza meno percettibile ma evidenziata dagli studiosi di sociologia sarà invece un graduale sradicamento, cioè un completo distacco degli emigrati (e a maggior ragione dei discendenti) dal mondo culturale di provenienza; nei paesi maggiormente arretrati rispetto alla costa il graduale invecchiamento della popolazione e l’assenza di giovani energie comportera anche il degrado dell’ambiente umano ed il tramonto di gran parte di quelle arcaiche istituzioni, che connotavano la cultura agricola.
E per quanto possa sembrare circoscritta la relazione del parroco finisce col delineare connotati di una crisi della “vita rustica” che possono essere estesi a molti centri del Ponente ligure, in particolar modo alle località dell’interno, più lontane dalla via costiera e lasciate sempre più isolate

da Cultura-Barocca