Diano San Pietro (IM): cenni storici

Diano San Pietro (IM): scorcio dei portici del centro storico
Fonte: Wikipedia

A DIANO SAN PIETRO (IM) sarebbero emerse tracce di un culto antico alla dea Diana, su cui scrisse l’Airenti nel saggio “Sulla Stazione romana del LUCUS BORMANI “.

DIANO SAN PIETRO (IM) ha le caratteristiche del borgo polinucleare, costituito cioé da più nuclei, tra cui quello, che dà il nome all’intiero complesso demico, è sede del palazzo comunale.

Diano San Pietro (IM): Chiesa Parrocchiale di San Pietro
Fonte: Wikipedia

Nel concentramento insediativo prossimo al torrente sorge per esempio la CHIESA PARROCCHIALE.

Seguendo la strada che corre sull’argine sinistro del torrente S. PIETRO (che appunto dà il toponimo al paese) si passa attraverso un ambiente fortemente segnato dall’attività umana.

In particolare, fra le tante piantagioni e le numerose serre, si vede presto la grossa fabbrica del MOLINO ARDOINO che fu realizzato sfruttando il corpo di un’antica CASA FORTIFICATA fornita di guardiole sui suoi quattro spigoli: nel contesto dell’amministrazione della Repubblica di Genova tale edificio aveva finalità strategiche e difensive, in particolare doveva costituire un sito di controllo a custodia della valle che oltre DIANO S. PIETRO procedeva fin oltre DIANO BORELLO sin alla volta di EVIGNO.

Fonte: Wikipedia

L’architettura dei vari nuclei di cui è composto il borgo di DIANO S. PIETRO risponde alle esigenze dell’edilizia rustica ligure occidentale ispirata ai canoni dell’essenzialità e della scelta dell’impianto sulle aree più solatie. Tutto questo logicamente in funzione della storica attività locale dell’OLIVICOLTURA, tuttora fiorente (si coltivava e si coltiva l’eccellente varietà “taggiasca”), che ha lasciato tracce storiche tuttora riconoscibili nei reperti dei frantoi idraulici che sfruttavano le acque del torrente S.Pietro, attualmente sostituiti da impianti più moderni.

Le due frazioni di BORGANZO e RONCAGLI sono antichi centri olivicoli, come testimoniano i tanti frantoi sparsi nella campagna, alcuni tuttora in attività.

Ponte antico – davanti a quello moderno – sul torrente San Pietro presso Diano Roncagli, Frazione di Diano San Pietro (IM)
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A RONCAGLI è interessante l’antico ponte a schiena d’asino, mentre a BORGANZO si trovano, oltre al ricco oratorio di SAN GIOVANNI, una chiesa dedicata alla Natività di Maria. Fu realizzata nell’800 da Angelo Ardissone, e al suo interno è visibile un prezioso polittico di Antonio Brea datato 1518.

L’oratorio di San Giovanni Battista nella frazione di Borganzo
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BORGANZO HA UNA STORIA MOLTO ANTICA NEL CONTESTO DEL DIANESE COME VILLA AGRICOLA DI UNA DISCRETA IMPORTANZA. QUESTO FATTO SI E’ PERPETUATO NEL TEMPO E IL BORGO HA SVILUPPATO UN’ANTICA TRADIZIONE ENOGASTRONOMICA. OLIO, VINO E BASILICO COSTITUISCONO INDUBBIAMENTE I PRODOTTI SIGNIFICATIVI DELLA LOCALITA’ E SONO OGGETTO DI ESPORTAZIONE ANCHE ALL’ESTERO. UNA CARATTERISTICA DEL PAESE E’ POI IL “LIQUORE AL BASILICO” MODERNO GIOIELLO DELLA CULTURA ENOGASTRONOMICA. LA SUA REALIZZAZIONE E’ COMUNQUE STATA POSSIBILE GRAZIE AL RECUPERO DI UN’ANTICA RICETTA DELLA VALLE DEL DIANESE E DI CUI GLI INGRENDIENTI BASE SONO L’ALCOL, L’ACQUA, LO ZUCCHERO E L’INFUSO DI BASILICO.

da Cultura-Barocca

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Sulle antiche vertenze confinarie e giurisdizionali riguardanti Seborga (IM)

Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986

Seborga (IM) vanta una storia antica e misteriosa. Nel nome del paese G. Petracco Sicardi nota 2 possibili interpretazioni e scrive:” Nelle forme storiche del toponimo si alternano due tradizioni, l’una dotta che cita l’insediamento col nome di Sepulcrum, l’ altra più vicina alla pronunzia (Sebolcaro nel 1079, Suburcaro nel 1250, Seburco nel 1394); con la seconda concorda la dizione locale Seburga, maschile. Poiché da Seburga si può risalire a un *sepulc(a)rum, alterazione di sepulcrum, le due tradizioni non sono alternative per l’etimologia, ma resta ignoto a quale epoca risalga la denominazione e di quale sepolcro si tratta” (Dizionario di Toponomastica, UTET, Torino, 1990 sotto voce “Seborga”: sempre che, sull’origine del nome, non abbia avuto qualche interferenza il “sepolcreto” fuori borgo [segnato con simbolo cruciforme], ora irreperibile dopo i ripascimenti del terreno, disegnato dal cartografo genovese M. Vinzoni poco oltre metà ‘700 in due grandi mappe, con didascalie, dal titolo “Ricognizione sui territori di Seborga e di Vallebona e Tipo de i Territori, conservati in “Archivio di Stato di Genova – Magistrato delle Comunità – Giunta dei Confini – Pratiche depositate dal Col. Matteo Vinzoni, filza 106 A, poi editi da B.DURANTE – F.POGGI, Diplomazia e cartografia – Materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo in “Rivista Ingauna Intemelia”, N.S., XXXXIX, 1984, n.3-4, pp.52-66 con 3 particolari delle carte vinzoniane ed otto schizzi topografici: nel saggio è inoltre raccolta la bibliografia basilare sul “Principato di Seborga”).

Sulle bellezze paesaggistiche del paese, sulla conservazione delle tradizioni e sulla storica volontà di essere riconosciuto tuttora come “Principato autonomo dallo Stato Italiano”, con suo reggente dal titolo di “Principe” (di provenienza però monastica) si discute da tempo, e tante versioni son state fornite sull’argomento che pare qui superfluo riprenderle. Basti dire che si tratta di un luogo affascinante e per molti aspetti dalla storia controversa di cui qui di seguito si dà un sunto.

Dati certi o quasi sulla storia di Seborga (prescindendo dalla non trascurabile possibilità che il luogo sia stato sede di qualche ceppo ligure intemelio e quindi di poderi rurali d’epoca romana) si riallaccia alla sua origine medievale come feudo monastico (PRINCIPATO ECCLESIASTICO DI SEBORGA) per una possibile donazione del conte Guido di Ventimiglia (nel 954), prima di partecipare ad una crociata contro i Saraceni, all’abbazia lerinese di S. Onorato. In base al testamento del nobile intemelio i Padri di Lerino sarebbero infatti entrati in possesso principalmente della chiesa comitale di S. MICHELE DI VENTIMIGLIA con il suo piccolo, e lontano, insediamento agricolo di SEBORGA nell’entroterra di Bordighera. Indagini ulteriori, di vari studiosi, su tali documenti hanno permesso di confermare che questa donazione del 954, per quanto sia giunta a noi in copie e documenti scorretti formalmente, aveva un punto di partenza in un documento autentico, steso da Guido Conte intemelio al momento di salpare dal porto di Varigotti “Contro i perfidi Saraceni”, onde partecipare alla spedizione guidata da Guglielmo di Arles che avrebbe scacciato per sempre i pirati Saraceni dalla base del Frassineto entro il 972.
In seguito gli abitanti di Seborga, definendosi “uomini di detto monastero [di S. Michele: anche questa chiesa come quella di S. Maria di Dolceacqua, donativo feudale ai Benedettini]” si proclamarono sudditi del “Priore del monastero stesso” e si riconobbero debitori delle decime: ancora nel 1469 gli abitanti del paese riconfermarono questi loro impegni a “Frate Nicolao di Ventimiglia d’Aurigo, priore di S. Michele di Ventimiglia”.

Seborga (IM) – a sinistra, il Palazzo della Zecca

Bisogna tuttavia tener sempre presente che, data la peculiare conformazione giurisdizionale di questo territorio, i conti di Ventimiglia, e poi il Comune della stessa città, avanzarono spesso dei diritti atavici verso il territorio di Seborga, rivendicando alcuni aspetti legali della donazione: sino a quando almeno -per quanto è stato definito in un campo di ricerche che non hanno ancora avuta una definitiva ed unanime chiarificazione- il vescovo intemelio Stefano definì i limiti territoriali del principato ecclesiastico a fronte del vasto territorio di Ventimiglia.
La povertà e ristrettezza del territorio impedì comunque una costante fioritura del possedimento benedettino sì che i monaci, cercando nuove forme di sovvenzione, lecitamente appellandosi ai dettami del loro possesso sovrano non ritennero conveniente esercitare il diritto di “coniare monete” istituendo cioè una ZECCA ricavata a fianco della Prioria, cioè nel palazzo nobile già ritenuto sede dei Cavalieri Templari.

Cippo confinario del 1700 tra Seborga (IM) e Sanremo – Foto: Franco Fogliarini di Seborga
Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo“, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986
Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986
Da “Viaggio nella Liguria Marittima” di Davide Bertolotti (1834)

Da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986

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La Zona Intemelia dopo la conquista da parte di Genova

San Biagio della Cima (IM)

Per secoli la storia di questa area di frontiera [Zona Intemelia] vide interagire continuamente gli interessi del capoluogo VENTIMIGLIA (IM) e delle sue dipendenze occidentali con quella del CONTADO ORIENTALE, popoloso e costantemente in cerca di riscatto a fronte della palese superiorità gestionale della CITTA’.
Tra ripetute difficoltà ed incomprensioni, quindi, la storia delle “VILLE ORIENTALI” (CAMPOROSSO, VALLECROSIA, SAN BIAGIO DELLA CIMA, SOLDANO, BORGHETTO S. NICOLO’, VALLEBONA, SASSO, BORDIGHERA)  seguì sempre quella di Ventimiglia e dell’ amministrazione politica istituitavi, attraverso i secoli e la sua storia controversa, dalla SIGNORIA DI GENOVA Genova di cui parimenti si seguivano i destini: è doveroso comunque delineare la lunga storia dell’apparato amministrativo genovese e non dimenticare mai la suddivisione del territorio fra la città (cioè Genova e le sue 3 podestierie storiche e le giurisdizioni meno privilegiate delle Riviere (si allude sempre al DOMINIO DI TERRAFERMA risultando esclusa dalle norme di questo la Corsica di fatto sempre relegata al ruolo di possesso o colonia).
Così con Genova e conseguentemente Ventimiglia anche le Ville intemelie orientali furono sottomesse a diversi potentati.

Nel periodo compreso fra gli anni 1335 e 1357 la Vicaria della Contea di Ventimiglia e Val Lantosca, sottratta a Genova, venne assegnata alla Provenza quale possedimento di re Roberto I il Saggio della potente casa d’Angiò.
Visto che le condizioni per l’annessione prevedevano, secondo il quinto articolo, che “ogni fuoco [cioè ogni nucleo di famiglia] sarà tenuto a pagare ogni anno, per la festa dei Santi due soldi genovesi si tenne nel 1340 un censimento che nella terminologia allora corrente era meglio detto FOCATICO] della Vicaria per fuochi o nuclei di familiari.

E. Baratier individuato il documento ne ha correttamente riprodotto i dati: il CAPOLUOGO cioè Ventimiglia risultava all’epoca composta da 671 fuochi. Il complesso geopolitico e demografico era quindi completato dalle grosse VILLE ORIENTALI di cui si dava la seguente consistenza: Camporosso aveva 65 fuochi, Bordighera 15, Vallebona inferiore (verisimilmente “Borghetto S. Nicolò”) 16, Vallebona superiore (l’odierna Vallebona) 35, Vallecrosia 20, Soldano 20, la villa Sancti Blasii, cioè San Biagio della Cima, 17.
Nel documento era poi nominata una VILLA COLLE DE COY data come distrutta dai Ghibellini.

Successivamente, sotto l’incerto dominio genovese, VENTIMIGLIA e le sue VILLE ORIENTALI pervennero quindi ai Sovrani di Francia (1395-1410), poi al Duca di Milano Filippo Maria Visconti (1421-’27) e alla Signoria del genovese Carlo Lomellino “infeudato” dai Visconti del distretto intemelio (1427-’35): ma, sotto ogni governo e nell’occasione d’ogni risarcimento, la città era sempre previlegiata mentre per le ville quando necessario, e ciò accadeva spesso, il carico fiscale aumentava sempre.

Dopo la supremazia degli Sforza (1469-99), il “Genovesato” pervenne nel 1499 al re francese Luigi XII: solo dal 1513 la Repubblica riprese controllo dei suoi territori.

L’ORGANIZZAZIONE POLITICA DI VENTIMIGLIA E CIRCONDARIO, nel ‘500, rimandava alla configurazione del CAPITANATO (CAPITANEATO) per cui si ricava che il complesso era ascritto fra le strutture intermedie del DOMINIO DI TERRAFERMA: prendeva il nome dal fatto di essere governato da un CAPITANO [nominato dalla Signoria di Genova] che era carica di livello secondario, affidabile pure a dei non nobili: il CAPITANO di Ventimiglia per gli affari importanti dipendeva dal GOVERNATORE (donde GOVERNATORATO) di SANREMO: su tutto questo complesso amministrativo vegliava poi la Signoria genovese e direttamente, nella normale amministrazione, la GIUNTA DEI CONFINI e la peculiare struttura governativo-economica e di controllo del FISCO

La GIURISDIZIONE del CAPITANATO DI VENTIMIGLIA, oltre la CITTA’ SEDE DEL CAPITANO comprendeva il Ponte dei Balzi Rossi, Grimaldi, Mortola, Latte, Carletti, S. Pancrazio, Bevera e dipendenze, Airole, Calvo, Fanghetto, il Consolato di Penna oltre, naturalmente, la grande COMUNITA’ DELLE VILLE O BORGHI.

In senso più ufficiale ed esteso bisognerebbe comunque affermare che, per quanto concerneva l’AMMINISTRAZIONE POLITICA, fatte salve le eccezioni invero modeste concesse dalle antiche Convenzioni, l’essenza del CAPITANATO DI VENTIMIGLIA E VILLE risiedeva in uno stato di totale dipendenza dalla SIGNORIA DI GENOVA il cui vertice gerarchico, passando attraverso un’estesa varietà di ORGANI DIRIGENZIALI, CONSIGLI E COLLEGI, MAGISTRATURE E GIUNTE tra cui quelle sopra citate, si concentrava nella figura del DOGE che operava in stretta collaborazione cogli organi supremi del SENATO e della CAMERA: gradualmente in questo contesto assunsero poi sempre più rilevanza i SUPREMI o SUPREMI SINDICATORI che finirono per costituire un potentissimo organo di controllo sull’operato di tutte le cariche dello Stato.

L’AMMINISTRAZIONE ECONOMICA (vista anche la possibilità di forti pressioni sul Capitano genovese) del CAPITANATO in pratica (saldati sempre gli OBBLIGHI FISCALI DOVUTI A GENOVA) era invece saldamente in mano degli URBANI (“cittadini di Ventimiglia”), distinti in NOBILI LOCALI (poi MAGNIFICI), con ampi previlegi, al cui seguito stavano (anche per indubbi legami di sudditanza economica e sociale) i DISTRETTUALI delle piccole ville del Capitanato occidentale e dell’entroterra, che egemonizzavano il locale PARLAMENTO con l’ausilio, non sempre spontaneo ed anzi più volte coatto, dei POPOLANI DI CITTA’.

Anche Angelico Aprosio nel pieno XVII secolo sottolineò il fatto che molti dei problemi sociali ed ambientali del territorio intemelio, compresa la pericolosissima scarsa cura dell’ambiente, dell’igiene pubblica e globalmente dello smaltimento di rifiuti e acque putride era sostanzialmente da connettere al sostanziale disinteresse che le CASE EGEMONI DI VENTIMIGLIA avevano, con estema miopia, nei riguardi del PUBBLICO BENE.

I VILLANI del ricco contado orientale, non servi, ma affittuari di località rurali del contado e poi anche proprietari, ebbero invece sempre scarso peso politico.
Questi abitanti-agricoltori delle grandi e popolose ville dell’agro orientale erano in origine assoggettati a tali vincoli verso i proprietari-signori (come i Giudice di Vallecrosia o il clero secolare ) da non poter reagire contro le ingiustizie se non con azioni guerresche ed insurrezionali: le convenzioni e l’organizzazione del Parlamento fecero poi sì che, anche quando i villani migliorarono di molto le loro condizioni, diventando proprietari ed infine sostituendosi agli stessi antichi proprietari in qualità di piccoli latifondisti, potessero sempre far poco nel Parlamento locale al fine di far fruttare gli introiti fiscali non solo a vantaggio di Ventimiglia ma anche per le pubbliche necessità delle Ville stesse.

GENOVA, indebitatasi dopo tanti CONFLITTI DI POTERE col BANCO DI S. GIORGIO, onde riacquistare indipendenza dal Regno di Francia,per saldo gli concesse, con quella di altri territori (come per esempio la VALLE ARROSCIA), la lucrosa AMMINISTRAZIONE del CAPITANATO INTEMELIO, che durò per il periodo corrente dal 1514 al 1562.
I Protettori o “Supremi Amministratori” del Banco non ebbero gran cura di un territorio che politicamente era di Genova e che a Genova sarebbe ritornato.
Peggiorarono così i rapporti fra Ventimiglia e ville: la città, per le “convenzioni”, poteva aumentare la pressione fiscale a danno delle dipendenze. Essa e le “ville” oltre che a costituire un “CAPITANATO” di Genova, erano una sola cosa dal lato giuridico-fiscale: ma il Parlamento intemelio, che deliberava sull’ amministrazione coi due terzi dei voti disponibili spettandone solo uno ai “villani”, cercava, con questa maggioranza, di privilegiare le esigenze di città (i voti erano controllati da nobiltà locale, clero e molti asserviti e clienti).

Pur ammettendo i limiti congeniti dell’amministrazione che il Banco di S. Giorgio fece del Ponente Ligure, bisogna tuttavia riconoscere che l’epoca in cui i Protettori di S. Giorgio amministrarono l’agro ligure occidentale fu difficile e complessa sia per ragioni interne allo Stato genovese che, soprattutto, per la gravissima situazione politica continentale.
Esplosa nel 1521 la guerra franco-imperiale, che era poi una guerra di supremazia europea tra Francesco I di Francia e Carlo V re di Spagna e Imperatore di Germania, Genova scelse un prudente assoggettamento agli Spagnoli.
Fu in questo momento che sulla scena della grande storia irruppe ANDREA DORIA già ambizioso ammiraglio al servizio della Francia che, in seguito all’ascesa della famiglia rivale degli Adorno, si vide costretto ad abbandonare Genova per trovar rifugio a Monaco.
Una versione storica che rifugge dall’agiografia del “Padre della Patria” con cui si è spesso delineato il Doria, è stata prudentemente ma con intelligenza portata avanti già da Enzo Bernardini in un suo bel libro (pp.73 – 74).
Per giudizio, non privo di motivazioni di questo storico, ANDREA DORIA sarebbe addirittura stato alla base del crimine con cui BARTOLOMEO DORIA Signore di Dolceacqua avrebbe assassinato Luciano Grimaldi.
Bartolomeo Doria non sarebbe stato altro che l’esecutore di un piano ordito da Andrea per impossessarsi di Monaco dopo averne soppresso il reggente.
Come è noto il tentativo andò a vuoto per il risoluto intervento di AGOSTINO GRIMALDI che occupò Dolceacqua mettendo in fuga Bartolomeo Doria. Il Bernardini costruisce a questo punto un condivisibile teorema di coinvolgimenti di Andrea Doria mettendo in evidenza il suo operato dopo la vittoriosa impresa di Agostino Grimaldi.
L’ammiraglio genovese, forse per un patto già stretto con Bartolomeo Doria, uscì infatti allo scoperto più di quanto convenisse ad un personaggio del suo rango.
Per ripristinare il casato dei Doria di Dolceacqua non si astenne infatti dal bombardare Monaco e quindi di occupare militarmente Dolceacqua in modo da far poi presentare da Bartolomeo Doria, da lui sempre protetto, un atto di vassallaggio al duca di Savoia (1524) atto che finì per concedergli l’impunità dal crimine perpetrato.
Analizzando lo scorrere degli eventi non si può non concordare con l’assunto del Bernardini pur facendo notare che col suo atteggiamento ambiguo ANDREA DORIA, cui in epoca di una riscoperta romantica dell’Italia furono irragionevolmente attribuiti i panni del “patriota”, era in effetti un figlio ambizioso del suo tempo, sempre sospeso sul labirinto di quegli intrighi e di quelle bassezze (anche costruite su un raffinato esercizio della CRIMINALITA’) che per se stessi a volte erano necessaria onde sostenere grandi e impreviste fortune.
In effetti la mutevolezza e la ricerca dell’utile politico (sia considerando il guicciardiniano “particulare” che la “realtà effettuale” del Machiavelli) caratterizzarono molte azioni del condottiero di Genova che senza dubbio aveva una chiara percezione dei grandi eventi politici
Fondamentale per esempio, dopo i servigi prestati per Francesco I, fu il suo passaggio alla Spagna di Carlo V che rispondeva sostanzialmente a quel programma politico che lo avrebbe portato ad esercitare il controllo sulla Repubblica pur senza mai essere eletto Doge.

Prescindendo comunque dalle ombre e dagli indubbi bagliori che avvolgono la figura del Doria, resta comunque fuori di discussione che a fronte di simili fatti dettati dalla politica mondiale il PONENTE LIGURE era sostanzialmente indifeso: e per esempio il SACCO DI VENTIMIGLIA perpetrato nel 1526 dal Connestabile di Borbone (che in effetti poco a che fare avrebbe avuto con questa città dovendosi recare a Genova per soffocare una sommossa contro il ducato degli Adorno) fu apertamente condotto non tanto contro la città di frontiera quanto piuttosto contro i partigiani di Andrea Doria (e quindi contro la fazione filospagnola) che in Ventimiglia erano numerosi (vedi: Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi, p. 171).
Il fatto che gli EVENTI DEL LUNGO CONFLITTO conflitto fecero passare per Ventimiglia e per l’estremo ponente ligure Carlo III di Savoia (in una data però imprecisabile tra il 1522 ed il 1588), Papa Paolo III Farnese (Luglio 1538) e in particolare CARLO V nel 1536 e quindi suo figlio e successore Filippo II nel 1548 induce a credere che il DOMINIO OCCIDENTALE DI GENOVA finì per essere coinvolto in grandi trasformazioni e soprattutto condizionato dalla presenza di forze ed eserciti contro cui, ad onor del vero, la politica dei Protettori del Banco di S.Giorgio di invitare le popolazioni alla sopportazione, proponendo dei risarcimenti che più volte non mancarono di arrivare, fu forse nel momento la sola applicabile e in grado di offrire una minima salvaguardia.

Così Ventimiglia, controllata per l’amministrazione locale dalla nobiltà locale, onde compensare i grossi danni che andava procurando la cattiva amministrazione dei Protettori inaspriva imposte varie Gabelle) su prodotti come olio, vino, ortaggi, noci, bestiame e pescato (che in pratica colpiva quasi solo la VILLA MARINARA DI BORDIGHERA) tutte le controversie si trattavano comunque nei locali della Curia di Ventimiglia) che erano PRODUZIONE QUASI ESCLUSIVA DELLE VILLE DA CUI DIPENDEVA IN GRAN PARTE L’OLIVICOLTURA ED IN SENSO PIU’ ESTESO IL RIFORNIMENTO ALIMENTARE e la PRODUZIONE AGROZOOTECNICA di tutto il CAPITANATO DI VENTIMIGLIA.
Tuttavia per l’incremento delle tasse e l’obbligo di vendere i prodotti “calmierati” (a prezzo “scontato” prima “in pubblica piazza” di Ventimiglia che a prezzo libero su altri mercati) nelle ville (1508) scoppiarono tumulti, pacificati nel 1509 (le ingiustizie erano tante e evidenti.
Tra le molte ragioni che determinarono la separazione di Ventimiglia e ville e la seicentesca istituzione della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi stanno naturalmente molteplici cause tra cui quella che, da tempi remoti e alla maniera di tante altre località ed amministrazioni, Parlamento intemelio retribuiva una sorta di medico condotto per città e ville: con tale termine e nonostante le varianti apportate dalla storia in definitiva si indicava il titolare di una condotta sanitaria appunto un medico comunale con il compito, quale impiegato comunale di curare gratuitamente i malati poveri e di svolgere altre attività sanitarie nell’interesse della generalità dei cittadini = BATTAGLIA, s. v. “condotta”, n. 7.
Chi ricopriva la carica (e magari era anche bravo, aggiornato, esperto dei bizzarri quanto costosi strumenti usati per curare una delle patologie più frequenti come le fratture multiple per cadute da cavallo, incidente tipico di nobili e ricchi, i soli che potevano permettersi simili cavalcature) col tacito assenso dei ceti dirigenti, non si recava “nelle ville” [per la celerità degli interventi questi medici si sarebbero dovuti muovere a cavallo, legando alla sella i libri-prontuario specialmente rilegati per loro in modo da restar sigillati e ben stretti alla cavalcatura], mandandovi dei chirurghi se non addirittura solo dei barberii. semplici cavadenti e cavasangue inesperti di terapie che non fossero demolitrici con l’asportazione, senza anestesia, della parte ammalata (ed al riguardo non si dimentichi, per l’assenza di anestetici e battericidi, quanto alto fosse il tasso di mortalità in certe operazioni fatte, peraltro,con una strumentazione paurosamente elementare).
I villani (che, per le solite strategie nobiliari, neppure riuscivano a fruire pienamente come avrebbero avuto diritto dell’ospedale pubblico sito in Ventimiglia (l’Aprosio ne rammenterà un “Missere” o “governatore” nella figura di tale Iacopo Gini) e neppure avevano a disposizione i negozi di qualche farmacista dell’epoca, come erano gli speziali) per un buon medico fisico, dovevano pagare di tasca propria a costo di severi indebitamenti].

da Cultura-Barocca

L’introduzione della coltivazione della patata nel ponente ligure

Sanremo (IM) – Palazzo Nota

La scelta definitiva, nell’intiero arco ligustico, della coltivazione della patata avvenne solo in forza dell’impresa di Napoleone e del fatto d’aver visto i suoi soldati approvvigionarsi del nutriente alimento.
Molta gente prese così a coltivare, in questi periodi di guerra, il Pomo di Terra vincendo lo spettro della carestia: poi finiti i conflitti o passate le truppe la coltura da molti era abbandonata sì che solo quanti vi credettero, persistendo in siffatta coltivazione e commercializzazione, ne trassero grande vantaggio su un mercato che rapidamente accolse le patate come uno dei nuovi, fondamentali alimenti.
Per certi aspetti stupisce che la RESISTENZA ALLA COLTURA DELLE PATATE sia stata considerevole anche in Liguria occidentale, in quella terra che, oltre ad essere più prossima alla Francia e quindi più esposta alle innovazioni agronomiche di tale nazione, possa vantare di aver dato i natali all’illustre agronomo Carlo Amoretti (Oneglia 1741 – Milano 1816), che fu un convintissimo sostenitore dell’importanza della coltura delle patate e della loro importanza alimentare ed alle quali dedicò un’opera fortunata il Della coltivazione delle Patate e loro uso (Milano 1801) di cui si giunse fin a quattro edizioni, essendone l’ultima, nota al Re, del 1811.
Annagrazia Cogno Zarbo ha scritto in un suo articolo apparso sulla “Riviera dei Fiori”, II, 1990 ed intitolato significativamente La patata:
Sempre nello stesso anno (1793) la Società Patria di Genova faceva stampare dalla tipografia Caffarelli un’istruzione agraria sui Pomi di terra, indirizzata al Parroci rurali del Dominio della Serenissima Repubblica, con lo scopo di propagandare la coltivazione della patata fra i loro parrocchiani. Venivano anche proposte maniere per ridurre la patata in farina o ‘panizzarla’.
Il prezzo del tubero nel 1794 a Genova era di 36 soldi il rubbo e di 30 nelle campagne.
Nello stesso anno a Nizza veniva pubblicata una Istruzione sopra la coltura e gli usi dei pomi di terra nella quale era evidenziato come nell’anno precedente rimarchevole per la sua siccità, il pomo di terra fu il solo che diede frutti discreti.
Anche la Società Economica di Chiavari si adoperò per far conoscere l’utilità delle patate e per diffonderne la piantagione e, grazie ai Parroci nominati Soci Coadiutori, nel 1799 erano piantate in quasi tutto quel circondario.

Tommaso Viano, compilando la storia di Montalto Ligure e Badalucco (IM), scrive: Le patate si son conosciute nei nostri paesi dopo il 1800, non conoscendosi prima del 1796, essendoci appunto in detto anno mandate a noi dal Sig. Governatore Spinola di San Remo, ma subito se ne faceva poco uso per i molti pregiudizi che si avevano nei confronti del tubero.
Un’osservazione molto curiosa è fatta da un coltivatore di Diano Marina che, stampata a Genova nel 1818, cita testualmente: gran parte degli agricoltori specialmente di montagna, della Riviera di Ponente, sono intimamente persuasi che l’irregolarità delle stagioni sia effetto della coltivazione delle patate. Ho calleggiato (?) con molti su questo proposito, né mi è riuscito di far ricredere un solo: post hoc, ergo propter hoc.
A Porto Maurizio il primo listino, o Mercuriale, che fa cenno alle patate risale al 1809 ed in uno successivo é scritto che nella seconda metà di novembre se ne vendettero 18 ettolitri a Lire 5,96 l’ettolitro.
In una lettera del Settembre 1814 il Sindaco di Porto Maurizio scrive al Governatore di San Remo: Le persone si sono abituate all’uso delle patate e di più si semina molto più grano di quel che si seminasse prima….
Il Pira, nella Storia della città e Principato di Oneglia, scrive che l’inverno del 1811 era stato orrido, e che le patate che a principio della rivoluzionaria invasione vedevansi con meraviglia mangiare dai soldati francesi, erano divenute un cibo comune delle popolazioni; alla stessa maniera che cinquant’anni prima si apprese dalle truppe di Spagna a coltivare per lusso i pomi d’amore (pomodori), s’imparò da quelle di Francia a coltivare per bisogno i pomi di terra.

da Cultura-Barocca

Forte San Paolo a Ventimiglia (IM): una mappa antica

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Pianta del Castello del Colle in Ventimiglia (IM) poi chiamato Forte San Paolo”. L’immagine (da Archivio Fotografico dell’Istituto di Studi Liguri di Bordighera) come la didascalia risultano edite a p. 62 dell’articolo di Erino Viola, Ventimiglia nel ‘600. Vita di un baluardo di confine stampato da p.55 entro l’opera miscellanea L’Aprosiana di Ventimiglia. Una Biblioteca pubblica del Seicento edita in occasione delle celebrazioni (1681) per il trecentenario della morte di Angelico Aprosio e prima tra le pubblicazioni che portarono poi alla periodica edizione (sino al 2008) dei “Quaderni dell’Aprosiana” (distinti in “Vecchia Serie” e “Nuova Serie”), poi nominati semplicemente, quale rivista scientifica sulla cultura barocca, “Aprosiana”.

Di origine medievale, il Castello del Colle di Ventimiglia (IM), poi chiamato Forte San Paolo (vedi anche G. Palmero, Ventimiglia medievale: topografia e insediamento urbano, in “Atti Soc. Lig. Storia Patria”, vol. XXXIV (CVIII), Fasc.II.), passando da un massimo di 39 soldati ad un minimo di 20, per una media di 30, aveva la guarnigione più numerosa. Ciò risulta inversamente proporzionale alle possibilità di approvvigionamento e conservazione degli alimenti, ricostruite dagli inventari in base al numero dei contenitori presenti nei castelli.

La maggior quantità stava in Castel d’Appio (2 vegetes, 2 butes, 1 botexella parva), poi in quello della Rocca (3 butes di cui 2 tales quales) mentre nulla compare per il castello del Colle. Tale differenza dipese dal fatto che questo era a contatto dell’abitato sì da condividerne le sorti per il vettovagliamento e di modo che la guarnigione in casi particolari svolgesse funzioni di polizia urbana.

Da questo si evolse il Forte San Paolo che ebbe, tra le fortificazioni intemelie, una funzione basilare e centripeta, specie quando in secoli successivi la città divenne Piazzaforte importantissima del Dominio di Genova e sede di un delicatissima Diocesi di Frontiera, una di quelle Diocesi, più esposte ad infiltrazioni ereticali, cui Padre Valsecchi diede nome di Diocesi Usbergo.

da Cultura-Barocca

La controversa figura del vescovo di Ventimiglia (IM) durante la guerra del 1625

Ventimiglia (IM): Porta Canarda, citata nell’articolo

Durante la guerra del 1625 a Ventimiglia (IM) solo i militi villani (appunto reclutati tra gli abitanti delle Ville, ma anche tra il ceto popolare intemelio) si opposero arditamente a Carlo Emanuele I di Savoia. La loro ira si scatenò poi in una vera e drammatica rivolta, cui aderì la popolazione non abbiente urbana e non, militarizzata e non, contro i comandanti delle poche truppe di Genova,(pronti a rapida fuga e contro i Magnifici di Piazza, disposti a una resa disonorevole di Ventimiglia e delle sue fortificazioni.

Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una Relazione presumibilmente di G. G. Lanteri, indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa.

Grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna, la Repubblica di Genova il 14 settembre riprese Ventimiglia e Ville, occupate dai “nemici”, pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634.

Degli eventi esiste pure una contestuale Relazione del Vescovo Gandolfo (qui del pari riportata e commentata).

 

Siffatta relazione del vescovo Gandolfo, che venne consultata presumibilmente dal Lanteri, fu trascritta come qui sopra si legge entro una sua opera dal secondo Bibliotecario dell’Aprosiana, Domenico Antonio Gandolfo.

… i militi villani e del popolo, trascinando la restante popolazione in una rivolta antinobiliare ed antigenovese, se da un lato testimoniarono la loro avversione ai ceti dominanti e in particolare alle forze di Genova (in fuga pur in una situazione oggettivamente difficilissima ma abbandonando, con una pronta ritirata, gli umili ed altri cittadini ad un rischioso destino) provarono ineluttabilmente che l’istituzione della “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi” con la separazione delle Ville da Ventimiglia stava divenendo inevitabile. Ad onor del vero non si può far a meno di rammentare come fossero proprio le guide storiche dei villani e popolani a rimanere al loro posto per ottenere da Agapito Negrone (Commissario genovese per la città di Ventimiglia) nel corso della sua premurosa fuga onde imbarcarsi, per Genova, su una galea, l’autorizzazione per la capitolazione della città, atto rogato su due piedi da un notaio delle Ville ed in fretta e furia controfirmato dal Negrone alle ore 24 del 19 maggio 1625. Quanti rimasero a Ventimiglia poterono inviare, quasi subito, cioè alle 0,30 del 20 maggio, due frati del Convento di Sant’Agostino dal Principe Sabaudo che era a Bordighera (IM), al fine di ottenere un “passaporto”, di maniera che, grazie a questo, potessero colà alle ore 3 recarsi tre Deputati, due di Città ed uno delle Ville, con l’atto di capitolazione. Destinati, comunque, ad attendere angosciati il succedersi degli eventi, prima di apprendere che non sarebbe stato dato alcun saccheggio alla già provata città di Ventimiglia soltanto verso le ore 7. Con l’assicurazione fatta al Vescovo intemelio dal Marchese Dogliani, recatosi a Ventimiglia, tra le ore 9 e 10 dello stesso giorno 20 maggio.

Dai qui digitalizzati Secoli Cristiani della Liguria in merito alla Diocesi di Ventimiglia si legge in merito alla figura del vescovo le conseguenze del suo operato. Atteso che il Governo di Genova, ritenendo sleale il suo comportamento e quello dei suoi congiunti, ordinò che fossero arrestati i fratelli del vescovo e trasportati nelle carceri della città, e posto uno di essi ai tormenti, senza trarne cosa veruna che valesse, brevemente ne uscirono. Diplomaticamente poi il vescovo stesso da Monaco si portò nella sabauda Nizza e, attesa anche la volontà delle due potenze di giungere ad una pace, incontratosi variamente dal 5 al 14 luglio con il governatore della città sabauda, riuscì a stabilire i preliminari di pace. E tanto fu apprezzata dai piemontesi la sua abilità diplomatica che chiesero ed ottennero, entro gli articoli della pace, che il Senato di Genova ascrivesse al libro dei nobili la famiglia dei Gandolfo di Porto Maurizio.

Occorre però precisare che le esternazioni del Semeria a riguardo del vescovo Gandolfo non ebbero da Girolamo Rossi nella sua Storia della città di Ventimiglia (edita ad Oneglia, per gli Eredi Ghilini nel 1888, cap. XVI, da pag. 210 e cap. XVIII da pag. 235) identiche positive valutazioni. Lo storico si sofferma a parlare della guerra del 1625 e della drammatica vicenda della presa di Ventimiglia, non negando un ruolo importante al Gandolfo, ma neppure esaltandolo oltre misura. Del Gandolfo dimostra di ammirare il coraggio nel proporsi alla folla inferocita sì da farne, con fatica, sbollire l’ira. Pur sottolineando come le angherie patite dai ceti dominanti locali avessero indubbiamento scatenata l’esplosiva ribellione di umili e residenti delle ville, per quanto moralmente dallo storico deprecata e, come la rabbia fosse stata sublimata dall’intendimento popolare di viltà ed indifferenza dei comandanti genovesi, resisi consapevoli di una difesa disperata della città nonostante la provata combattività e il valore noto degli 800 “militi villani” venuti prontamente ad integrazione delle forze regolari, sì da indurli ad insorgere trascinando la popolazione civile. Anche se parecchi per odio e sentitisi traditi dal rapido, e subito, messo in atto ritiro delle forze regolari di Genova già acclamate come importante rinforzo, sì da insorgere trascinando la popolazione civile (anche se parecchi approfittarono della protesta militare per sfogare la propria ira contro i Magnifici o nobili e magnati di città). Il Rossi in merito alla pace non menziona, se non per il conseguimento di una pur importante tregua, l’operato del Vescovo rammentato dal Semeria, ma, per quanto personalmente palesi  – a ragion del fiorire di Ventimiglia al pari di Oneglia divenuta possesso piemontese – maggior simpatia per i Sabaudi che per Genova, preferisce sottolineare la riconquista genovese di Ventimiglia resa possibile dai soccorsi e dall’oro della Spagna. E nemmeno manca di menzionare un episodio d’estremo valore a Porta Canarda d’un milite villano, tal Antonio Viale, capace da solo di respingere un tentativo guerresco dei ducali restii ad abbandonare la città.

Relativamente al Gandolfo giunge notevole, come appena sopra scritto, la considerazione del Rossi per l’impegno ad ottenere una tregua di quattro mesi, poi prolungata e presupposto della pace. Quando però nel XVIII capitolo il Rossi parla dei Vescovi del secolo XVII il suo tono verso il Gandolfo diviene più aspro. In effetti la trattazione di Girolamo Rossi inizia con le riflessioni sulla caccia alle streghe iniziata da pag. 235 e poi enfatizzata tramite la narrazione accurata ed accorata di un episodio avvenuto proprio sotto il vescovo Gandolfo, vale a dire il terribile processo avverso Peirinetta Raibaudo di Castelar presso Mentone. Sin a riprendere in misura critica e contro le affermazioni del Semeria il comportamento politico dello stesso Gandolfo durante la guerra del 1625, giudicando aver egli, per quanto ligure e suddito di Genova, appoggiato con i suoi fratelli Carlo Emanuele I di Savoia (che lo gratificò di un titolo nobiliare). Tanto che il suo trasferimento, caldeggiato dai piemontesi, da Ventimiglia alla cattedra di Alba non sarebbe stato un premio, ma piuttosto una precauzione per un loro fautore onde tutelarlo dalle sevizie cui sarebbe andato incontro restando la sua sede in Ventimiglia.

da Cultura-Barocca