Un ventimigliese citato da Gabriele D’Annunzio ne La Canzone dei Dardanelli

Il Signor Stefano Testa, numismatico, non fu un personaggio qualunque di Ventimiglia (IM) = Gabriele D’Annunzio ne La Canzone dei Dardanelli lo citò espressamente essendo stato ferito e in ospedale poi dal poeta visitato, a riguardo della Guerra Italo-Turca di Libia del 1911-’12, nel contesto di Merope dalle “Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi” = a Stefano Testa pervenne quale omaggio dannunziano l’edizione non sappiamo se del 1912 o dl 1915 sorprendentemente essa risultando irreperibile benché a suo tempo, anni fa, vista e letta [“L’opera fu scritta da d’Annunzio nel 1912 per celebrare l’impresa italiana in Libia, tuttavia una delle dieci canzoni dell’opera: proprio La Canzone dei Dardanelli, fu giudicata di stampo razzista, e dunque censurata, a causa di una violenta invettiva rivolta contro l’Austria-Ungheria a quell’epoca parte come l’Italia della Triplice Alleanza, oltre che contro l’Impero ottomano. L’opera fu ripubblicata integralmente nel 1915, nel mezzo della Prima guerra mondiale (nelle note dell’edizione qui proposta si legge che la scelta di censuurare i versi che con l’Impero Ottomano attaccavano anche l’Impero Austriaco fu imposta da Giolitti, capo del Governo). Anche in questo periodo (1915) l’opera fu giudicata razzista” da Wikipedia, Enciclopedia libera on line =vedi comunque qui nella sua interezza La Canzone dei Dardanelli con l’apparato di note di questa edizione del 1943

da Cultura-Barocca

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Isolabona, nodo strategico viario presso cui si poteva deviare continuando per la Valle del Nervia

Regione Bunda, verso Pigna

Insulae (ISOLE) di materiale alluvionale costituivano ripari per imbarcazioni e attracchi per commercializzare i prodotti vallivi (per questo esse furono spesso al centro di controversie: avevano peraltro rilievo per le colture che vi si praticavano e i mulini costruitivi: ISOLABONA nel Nervia, l’Isola dei Gorreti nel Roia sopravvissute ad oggi son prova dei depositi stabili, destinati a grande evoluzioni).

Ruderi della Cartiera

Il 3-I-1287, nell’atto di annessione amministrativa di ISOLABONA ad Apricale, il toponimo oscillava tra “Insula” e “Insula Bona” (= “Isola Buona” come “Salda, robusta, fidabile, perenne”).
Nei Diritti dei Doria (1523) il paese, alla confluenza fra Nervia e rio Merdanzo, aveva il toponimo “Insula” mentre a livello popolare il nome “Insula Bona” aveva preso il sopravvento (le isole delle foci, per quanto più esposte a cambiamenti geomorfologici, erano comunque di volta in volta punti di riferimento viario o strategico).
I “Diritti della Signoria dei Doria di Dolceacqua del 1523″ sancirono i privilegi nobiliari, tasse, gabelle, proprietà varie e lo jus di pedaggio.
Secondo gli “Jura” i Doria ad Isolabona (oltre che bandite, mulini, frantoi, giurisdizione degli acquedotti e delle fonti) tenevano un CASTELLO, una CARTIERA, una “casa” nel “piano ovvero piazza dell’isola, con un’altra stalla presso detta casa”.
I Doria possedevano poi un “campo”, in località “lo chian de la noxa” affittato a tal Giacomo Cane con un contratto che prevedeva l’esborso annuo in natura di 5 mine e 6 quartari di prodotto agricolo.
La Signoria possedeva “un prato in località S. Giovanni”, un altro in luogo “la morinella” ed “un altro ancora in località Gonteri“.

La vallata verso Apricale

Erano altri beni dei Doria un bosco di castagni “in luogo detto Ortomoro” (il toponimo par rimandare ai tempi dei Mauri, Mori e Saraceni) sulle alture di Isolabona, condotto da Giovanni Roberto e Giovanni Boero, che pei Signori gestivano anche la “fascia curla” (che prendeva nome da un antico possesso della nobile famiglia intemelia dei Curlo) nel territorio di Apricale.
La Signoria, secondo i dettami dei suoi DIRITTI, teneva, sempre nelle vicinanze di Isolabona, un “mulino grande” con la potenzialità di “centoventi mine buon grano ed 80 di grano di mistura“.

Essa aveva anche il possesso di tutti i frantoi, gli “aedifica oleorum“, e gli abitanti del luogo (non solo gli addetti alla olivicoltura) eran tenuti a portar solo lì “a frangere” le olive ed a non valersi di mulini fuori giurisdizione.

La tassa da pagare era della dodicesima porzione del prodotto e della totalità delle “sanse“: l’atto rimanda ad un’antica consuetudine ed è quindi giusto pensare che l’industria olearia, colla sua peculiare giurisdizione, si perdesse nel monopolio dei primi Benedettini.
Questa convinzione trova conforto dal capo successivo dei Diritti laddove viene precisato che i “Signori” avevano “da sempre” la totale “giurisdizione delle acque“: in modo tale che nessuno , tranne naturalmente il Signore, potesse edificare o costruire “molendina” (mulini per granaglie) o qualche altro aedificium” (frantoio)”.

Il Crottone di Oneglia

Il CROTTONE (ufficialmente scritto però spesso GROTTONE), ben visibile al centro dell’IMMAGINE, secondo una planimetria del 1854 sorgeva presso la CASERMA DI POLIZIA di Oneglia (Imperia) e serviva come PRIGIONE DI POLIZIA, aveva cioè la funzione di detenere i REI per un tempo limitato alle esigenze processuali.
Nel consignamento Mainardi furono menzionati con precisione i possedimenti della CORONA SABAUDA, specificatamente i beni ed i diritti di i possessi ed i diritti di Vittorio Amedeo II a ONEGLIA e nella circostanza fu citata una casa attigua alle muraglie e circondata avanti il mezzogiorno dal Bastione di Mezzo, composta essa casa d’una grotta piano terra e di due piani, servendo detta grotta e primo piano di carcere.
Quando verso il 1827 fu presa la decisione di edificare una casetta sanitaria (capitaneria di porto) vicina alla spiaggia, venne scelto il sito ove sorgeva appunto un locale ad uso d’arresto detto il Crottone nella parte verso il mare dell’attuale Largo Sabatini.
A fronte della perdita di tanta documentazione e della demolizione delle antiche strutture di CARCERAZIONE, il rinvenimento di questo materiale archivistico risulta estremamente interessante.
La città di ONEGLIA come noto apparteneva, essendo a capo dell’omonimo suo PRINCIPATO non al DOMINIO DI GENOVA ma al DUCATO SABAUDO: tuttavia il suo sistema carcerario non aveva nulla di diverso da QUELLO DEL GENOVESATO e parimenti rispondeva alle esigenze del DIRITTO INTERMEDIO per cui CARCERI e PRIGIONI erano luoghi in cui i REI venivano trattenuti per il tempo necessario a finalizzare investigazioni, procedure e quindi dare vita ad un procedimento davanti alla CURIA.
Il CARCERE, un luogo davvero fatiscente impegnava i “criminali” per un tempo realtivamente breve (solo in pochi casi si pagava con la detenzione il fio: soprattutto in caso di insolvenze, nell’attesa che i congiunti raccogliessero la somma onde risarcire il querelante): piuttosto al CARCERE era mediamente collegato un infame locale meglio noto come CAMERA DELLE TORTURE ove il GIUSDICENTE, procedendo a suo insindacabile ARBITRIO si preoccupava di estorcere, con una certa sollecitudine, anche tramite la violenza, una CONFESSIONE DI COLPEVOLEZZA CHE FOSSE IN LINEA COLLE PRASSI DELLA LEGGE: la strutturazione del CARCERE DI POLIZIA della città sabauda di ONEGLIA non comporta grosse differenze con le CARCERI PERIFERICHE DEL GENOVESATO (ed a rigor di precisione giova rammentare che la giustizia piemontese era più decisionista e pesante di quella genovese).
Il CROTTONE, che con quella struttura a piani immersi nella ROCCIA rimanda all’idea del temibile CARCERE ROMANO TULLIANUM, proprio perché CARCERE DI POLIZIA e quindi preposto alle INVESTIGAZIONI DEI GIUSDICENTI possedeva sicuramente in quei suoi oscuri locali una CAMERA DI TORTURA (mediamente si utilizzavano anche in Piemonte le tecniche genovesi di VEGLIA, ECULEO e CORDA).
Ed è peraltro significativo che non lungi da questo lugubre luogo sorgesse da tempi antichi il PATIBOLO (o FORCA): il fatto che questo sorgesse quasi in riva al mare, in luogo ben visibile da tutti, specialmente ad un pubblico di marinai, facchini e naturalmente curiosi era dovuta al fatto che la maggior parte della gente attiva, e quindi la più potenzialmente pericolosa, si concentrava in siffatto luogo sì che ad essa, grazie alla presenza del PATIBOLO, senza nemmeno distoglierla troppo dalle normali occupazioni si poteva dare esempio della COLPEVOLEZZA PUNITA DALLA GIUSTIZIA DELLO STATO in modo da esorcizzare a livello subliminare il voluto processo di CATARSI.
Nonostante i fermenti dell’Illuminismo il PATIBOLO continuò a funzionare nei primi decenni dell’Ottocento anche se le CARCERI ANTICHE vennero spesso abbattute per esser sostituite con più adeguate prigioni (anche di pena detentiva): così ancora nella seduta del consiglio comunale del 18 marzo si presero altre deliberazioni, in particolare si decise di costruire un nuovo e più moderno PATIBOLO a differenza di quello antico, assai degradato, non esposto alle violenze dei marosi: L’attuale non è più servibile e, per la sua posizione vicino al mare, è soggetto ad essere ingombrato di pietre che i furenti cavalloni vi portano.
La scelta logistica per l’erezione del moderno patibolo, stando alle proposizioni del sindaco in carica avvocato Giacomo Fontana, avrebbe poi dovuto essere l’antico sito al di là di piazza Vittorio Emanuele (oggi De Amicis) e dirimpetto al Plan del Moro.
(La documentazione giace nei faldoni dell’Archivio di Stato di Imperia – ex comune di Oneglia: ed è stata ben studiata da N. Drago (p.33).

da Cultura-Barocca

..l’esercito imperiale, certo con reparti spagnoli, transitò sul nostro litorale più volte dal 1524 al 1528

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Taggia (IM) – ponte medievale

Durante il conflitto per il PREDOMINIO EUROPEO combattuto tra CARLO V e FRANCESCO I (in pratica tra SPAGNA ED IMPERO da un lato, REGNO DI FRANCIA dall’altro) è certo come chiosa Nilo Calvini che :”…l’esercito imperiale, certo con reparti spagnoli, transitò sul nostro litorale più volte dal 1524 al 1528, specialmente ad opera del duca di Borbone, prima diretto contro Marsiglia, poi, respinto, di ritorno lungo il litorale…“.

Lo stesso Calvini, nel medesimo luogo, rileva ed in qualche modo stigmatizza la genericità degli annalisti genovesi su questi spostamenti (genericità che ha finito per coprire d’ombre il periodo storico per quanto riguarda la parte occidentale della Liguria, sì che alcune certezze date per indiscutibile -come quella del SACCO DI VENTIMIGLIA perpetrato dallo stesso Borbone- non senza motivazioni sono attualmente rimesse in discussione da alcuni studiosi).

Per questa ragione il Calvini recupera una vicenda storica riguardante TAGGIA, notizia registrata sotto il giorno 30 novembre dell’anno 1526 dalla CRONACA DI PADRE CALVI.

Nella CRONACA infatti si legge:
…Il 30 novembre di quell’anno (1526) avvenne una BATTAGLIA fra un gruppo di SOLDATI SPAGNUOLI e i TABIESI. Si stava combattendo in tutta Italia una feroce guerra tra l’imperatore Carlo V e il re di Francia Francesco I. Gruppi di soldati sbandati depredavano a loro piacimento le località indifese. Mandarono adure che volevano questa città (appunto TAGGIA) a loro disposizione. I TABIESI risposero che erano disposti ad offrire denaro e vitto mentre transitavano presso il mare, ma non li volevano in città. Gli SPAGNUOLI sdegnosamente rifiutarono. Avvertiti di ciò, i nostri, confidando in Dio e nella giustiza, preferirono difendersi combattendo: ne uccisero alcune centinaia, ne presero quasi cento prigionieri, misero in fuga gli altri. I nostri però si comportarono umanamente verso quei prigionieri: curate le loro ferite non solo li lasciarono liberi, ma anche diedero a ciascuno un ducato d’oro per il viaggio. Alcuni di essi si stabilirono nella zona di SACCARELLO, dove presero moglie e divennero abitanti di quella località e narrarono al reverendo padre maestro Cornelio Oddo di essere FIGLI DEGLI SPAGNUOLI liberati dai nostri, raccontando come era finito quel fatto…“.

Così traduce il Calvini dal latino della CRONACA e dimostra di non sottovalutare l’evento, proponendo ulteriori ricerche: magari i numeri registrati hanno subito un’enfatizzazione per effetto della tradizione locale ma la sostanza del fatto non è da sottovalutare tenendo pure conto che, sono ancora parole del Calvini sopra citato:”L’unica antica testimonianza a favore del racconto del Calvi era un affresco, oggi purtroppo distrutto, dipinto in onore di S. Andrea la cui festa ricorre appunto il 30 novembre, cui fu attribuito l’aiuto necessario alla vittoria…, (Raimondo Martini, Guida di Taggia, Sanremo, 1906, p.22).

da Cultura-Barocca

Sugli Ospedali medievali per i pellegrini

L’aspetto attuale dell’antica Chiesa (oggi di San Giovanni) di San Vincenzo di Vallecrosia (IM)

… degli OSPEDALI DELL’AGRO INTEMELIO non è rimasta quasi traccia ma… è da notare che la loro funzione per i pellegrini sopravvisse a quella di parecchi ricoveri di Genova e del Levante dato che il TERRITORIO DI VENTIMIGLIA (IM) rimase a lungo uno dei punti di partenza per il pellegrinaggio mai venuto meno verso le Spagne e soprattutto verso il SANTUARIO DI S. GIACOMO DI COMPOSTELA.

Il notaio di Amandolesio rogò a Ventimiglia (IM) un atto (7 settembre 1260) in cui alludeva a tali Gandolfo Leto e Ricolfo Rolando di una Domus de Cornia (scritta anche Cadetornia per Cadecornia) che aveva varie proprietà fondiarie: è possibile che la struttura ospedaliera avesse la casa madre nella zona di Latte e che valesse per i pellegrini in movimento alternato, sia dalla Provenza in direzione di Roma o, più estesamente, diretti alla volta della Terrasanta: l’identificazione che l’ospizio sorgesse nel circondario di Latte (a ponente del centro urbano di Ventimiglia) sembrerebbe avvalorato dall’uso di una dicitura inconsueta, utilizzata in un atto del 7-X-1507 dal notaio Bernardo Aprosio, che dice in volgare “Laite osea la casa de corni”.

Ospedaletti (IM) vista dalla zona della Madonna della Ruota di Bordighera

Nella prebenda orientale, nell’area compresa tra Bordighera (IM) ed Ospedaletti (IM), esisteva un OSPEDALE SANCTE MARIE DE ROTA [destinato attraverso i secoli ad un lento ma inarrestabile degrado, pur finendo per dar nome ad una località di Bordighera dal moderno nome della chiesa, ridotta al rango di cappella di NOSTRA SIGNORA DELLA RUOTA], citato in vari atti ed anche nei documenti della “Signoria Doria di Dolcecaqua”: è impossibile oggi sapere quale significato avesse avuto per l’erezione della struttura ospedaliera l’esistenza nelle vicinanze, sulla riva del mare (dove sgorga tuttora), di una SORGENTE SOLFOROSA POPOLARMENTE GIA’ RITENUTA -SULLA LINEA GERGALE DELLA TEORIA FUOCHISTA- RESIDUO DI UN MITICO VULCANO e se la stessa fosse stata assimilata nel contesto di una struttura ecclesiastica per un processo di SCONSACRAZIONE/ RICONSACRAZIONE E/O SINCRETISMI e, successivamente, quale ruolo avesse avuto la stessa SORGENTE (al pari di quella di LAGO PIGO) per la CURA DI VARIE MALATTIE sia di Pellegrini che di ammalati (tenendo conto che facilmente i due elementi qualificativi potevano concentrarsi in un’unica persona, quella del viandante di fede ammalato e nonostante tutto intenzionato a proseguire nel suo pellegrinaggio).
Si giungeva all’Ospedale dalla val Nervia per vari percorsi in direzione sud-est ma il cui centro di riferimento era la chiesa di S. Pietro a Camporosso ed esso costituì un’importante base di ricovero pei viaggiatori che procedevano verso il porto GENOVA donde imbarcarsi per i lidi di ROMA e del LAZIO.

Il Consorzio Agrario a Nervia di Ventimiglia (IM)

A proposito del contesto intemelio la più grande struttura ospedaliera (con probabilità l’OSPEDALE DE ARENA) doveva trovarsi nell’area di Nervia che ne riproduce in qualche modo il toponimo:”vico arene”.
In quest’area, nella quale dovette espandersi la città romana, si sono fatti nell’anno 1987 delle osservazioni interessanti.
L’analisi ha finito per focalizzarsi sul complesso insediativo che procede a lato dell’Aurelia partendo dal “Consorzio Agrario” e procedendo in linea retta verso ponente per qualche centinaio di metri.
In un edificio (proprio coerente coll’area nominata “arene/ arena” e col sito nominato nella dizione locale “terra dei frati”) le cantine e alcuni servizi risultano ricavati ad un livello notevolmente inferiore all’assetto stradale e dopo la scrostatura di più mani di intonaco, di tempi molto vari, si sono rinvenute tracce in muratura con mattoni di produzione locale alternati a vistosi interventi edili compiti con ciottoli di fiume legati con malòta.
Le parti viste presentano un succedersi di soffitti a volte e di vani falsi, realizzati da spazi molto più ampi con la costruzione di archi più recenti che fanno leva su robuste colonne costruite con una tecnica a mattoni regolari.
Una gettata di cemento funge ora da pavimento nelle cantine ma appena sotto si individuua il deposito medievale/ tardo romano di sabbia alluvionale.
La meglio studiata fra queste cantine sul lato ovest si chiude per mezzo di una parete dove si nota una NICCHIA del tutto identica a QUELLE della COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE’, che servivano agli ammalati per depositarvi gli effetti personali.
Sotto la NICCHIA si vede poi ricavata nel muro una sporgenza di identica tecnica muraria la cui destinazione è illeggibile pur facendo pensare ad una qualche funzione di sostegno per tavole, panche od altro.

Anche ai PIANI DI VALLECROSIA si conservava fino a non molto tempo fa un edificio monastico dall’incerta lettura che ha fatto pensare ai resti di una qualche STRUTTURA OSPEDALIERA.

Da atti del notaio di Amandolesio (doc. 559, 4-V-1263, doc. 560, 6-V-1263, doc.558, 4-V-1263, doc. 571, 26-VI-1263) la casa ospedaliera risulta sita “a Ventimiglia, sulla spiaggia del mare presso Cardona”, nel sito identificabile fra la vecchia chiesa di S. Giuseppe -già area di un vetusto S.Nicolò- e l’ agglomerato geologico dello SCOGLIO ALTO (dagli atti si riconosce che questo ospizio come quello de Arena fu base per i viandanti verso Oltremare, tra cui stavano Cavalieri e Crociati: in particolare il documento del maggio 1263 si riferisce ad un contenzioso per cui certo Oberto Giudice nominò qual suo procuratore Guglielmo Enrico per riscuotere da Ianone di Monaco e Nigro Iaculatore le somme relative alla fideiussione da loro prestata a favore di Michele de la Turbie non presentatosi all’imbarco sulla GALEA destinata alla volta della ROMANIA termine col quale nel medioevo si indicavano i territori dell’IMPERO ROMANO D’ORIENTE O IMPERO DI BISANZIO ORAMAI DECADUTO QUANTO UN TEMPO VIGOROSO ANTEMURALE CONTRO L’ISLAM E POI L’IMPERO DEI TURCHI: una meta particolare divenne la PENISOLA GRECA DESTINATA AD ESSER ASPRAMENTE CONTESA PER SECOLI TRA CRISTIANITA’ E IMPERO TURCO ove dopo la IV CROCIATA e la presa di Costantinopoli ad opera dei Crociati specialmente i Veneziani ed i Genovesi posero le basi per un’intensificazione dei loro commerci e per la protezione delle loro colonie dalle incursioni degli Arabi: v. Albintimilium…, cit., II,2,11).

L’OSPEDALE DE CLUSA dipendeva totalmente dal Capitolo: non senza ragioni si propende ad identificarne la logistica nell’area tra il torrente Garavan di Mentone e il sito dei Balzi Rossi dove, da tempo immemore, si conserva -fra alterazioni fonetiche e ortografiche- il toponimo (che verisimilmente prese nome dalla struttura scomparsa ma che servì poi per indicare una zona coltivata ad agrumi) Le Cuse, nome di luogo registrato parimenti nella settecentesca cartografia del Dominio di Genova quanto della Diocesi di Ventimiglia (di cui si riprende il PARTICOLARE che interessa dal Tipo della Diocesi di Ventimiglia redatto da Panfilo Vinzoni nel XVIII sec. e conservato ora a Bordighera presso l’Ist. Internaz. di Studi Liguri).

Gli OSPIZI DI S. MICHELE E OLIVETO (forse doppia nominazione per una singola struttura magari colla gestione frazionata in due case di fondazione benedettina di Lerino) : come si individua facilmente dalla logistica di queste strutture, era loro funzione ospitare pellegrini per le SPAGNE accedendo per “via di mare” o per “tragitto di costa” al FONDAMENTALE NODO VIARIO E DI SMISTAMENTO DELLA PROVENZA E DI ARLES IN PARTICOLARE (a tutte la case ospedaliere si facevano lasciti per sacconi o pagliericci, indumenti e vestiti a vantaggio di malati, viandanti e poveri: Albintimilium…cit., cap. II, 11).

Ventimiglia (IM) – Chiesa di San Michele

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era invece fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio , scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).
Una “base templare” a Bordighera non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia, di cui si disquisisce nella Scansione di seguito sviluppata sugli insediamenti demici e fortificati del contado).

Per ricostruire la TIPOLOGIA di queste STRUTTURE DI RICETTO E CURA bisogna rifarsi alle strutture superstiti di cui si ha certezza come nel caso della COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE’ A GENOVA.
Verisimilmente erano distinte in due aule, non comunicanti tra loro: una riservata agli ammalati veri e propri e l’altra ai pellegrini in cerca soltanto di riposo.
Una successione di giacigli (i “sacconi” come si legge nei documenti del XIII secolo) serviva per ospitare malati e pellegrini: questi verisimilmente potevano poggiare su delle panche o delle NICCHIE ricavate nel muro il loro modesto bagaglio.

da Cultura-Barocca