Tracce di un’antica Signoria Bannale

Ventimiglia (IM) - Porta Canarda
Ventimiglia (IM) – Porta Canarda

Per quanto non se n’abbia documentazione corretta, in EPOCA CAROLINGIA il COMITATO (CONTEA) DI VENTIMIGLIA (oggi in provincia di Imperia) senza dubbio vantò dei propri Conti.
Nella RISTRUTTURAZIONE IN GRANDI MARCHE DELL’ITALIA DI NORD OVEST, sancita nel 950-51 da BERENGARIO II per affrontare il pericolo saraceno, il Comitato di Ventimiglia risultò soggetto al marchese Arduino il Glabro, come risulta dal privilegio alla comunità di Tenda, Briga e Saorgio, posta nel Comitato di Ventimiglia.
Non è noto se i marchesi governassero direttamente questo Comitato sotto il titolo conti oppure se esistesse una dinastia di conti locali, subordinati ai marchesi.
La serie accertata dei conti di Ventimiglia data dal 1038 con Corrado, figlio di Corrado.
A Romeo Pavoni si deve forse la più esauriente topografia del COMITATO INTEMELIO.
Dopo aver rammentato che tutti i COMITATI CAROLINGI DELLA LIGURIA ricalcavano in definitiva la strutturazione amministrativa degli antichi municipi imperiali romani, lo studioso specificatamente scrive: “A occidente il Comitato di Ventimiglia ripeteva lo stesso confine della civitas tardo imperiale: dal Monte Bego all’Alpis Summa, la medievale Turbia, comprendendo il bacino della Roia e lasciando la valle della Vesubia al Comitato di Nizza. Era lo spartiacque alpino che in precedenza aveva segnato il confine fra le Gallie e l’Italia, quando, nel III secolo, la striscia costiera tra il Varo e l’ Alpis Summa, che dipendeva originariamente da Marsiglia, fu annessa alla Provincia delle Alpi Marittime. Su questo lato i confini diocesano e comitale coincidevano: la documentazione medievale attesta che alla Diocesi e al Comitato di Ventimiglia appartenevano Tenda, Saorgio, Breglio, la Menour, Sospllo, Braus, Castiglione, Gorbio, Roccabruna e la vallis Carnolensis presso il monte Agel. Un problema a sé è costituito da Monaco la cui dipendenza è incerta.
Anche a settentrione il confine era dato dallo spartiacque alpino, che divideva la Diocesi e il Comitato di di Ventimiglia dalla Diocesi di Torino e dal Comitato di
Bredulo [compreso tra la displuviale della Stura-Gesso, lo spartiacque della Alpi Marittime, il Casotto, la Corsaglia, il Tanaro e la Stura].
Più complicata è l’individuazione del confine orientale con la Diocesi e il Comitato di Albenga. Il torrente Armea, considerato generalmente come elemento separatore fra i due comitati, divideva in realtà, nel suo corso inferiore i
fines Matutianenses dai fines Tabienses. Infatti Taggia, Bussana e Arma appartenevano al Comitato di Ventimiglia, che pertanto doveva arrivare fino al torrente San Lorenzo e al Monte Faudo, ove iniziava il territorio di Porto Maurizio, compreso nel Comitato di Albenga.
Più a nord il confine doveva seguire la displuviale fra le valli dell’Argentina, da un lato, e di Oneglia e dell’Arroscia, dall’altro fino al Monte Saccarello.
Infatti nella prima metà del XIII secolo il conte Oberto di Ventimiglia era il signore di Rezzo, Carpasio, Montalto, Badalucco, Arma, Bussana, Baiardo, Castelvittorio e Triora.
Di fatto dominava l’intera valle Argentina: una signoria talmente vasta e compatta che poteva essergli pervenuta soltanto come erede degli antichi titolari del Comitato di Ventimiglia, che doveva dunque comprendere questo territorio
“.

Poco è invece risaputo in merito alla società ventimigliese di questa età. Di sicuro la maggioranza della popolazione era formata da discendenti dei liguri romanizzati di Albintimilium, ma sembra arduo meditare su una possibile correlazione culturale.
Le professioni di legge romana, contenute in documenti propri di questo periodo, non devono fuorviare gli studiosi: in esse non si rispecchia un sistema sociale, demico e giuridico, che aveva custodito gli elementi portanti dell’ecumene romana e che comunque continuava ad operare seguendo i dettami della struttura legislativa e giurisdizionale propria della classicità imperiale. A Tenda, a Briga, a Saorgio, per esempio, la costumanza del duello giudiziario era sì proibita in particolari contingenze onde favorire gli abitanti nei riguardi del conte e degli stranieri, ma era al contrario, pienamente, accetta ai fini della risoluzione di contenziosi intercorrenti fra siffatti abitanti. E del resto si evince dall’analisi critica di antichi documenti che ancora verso il 1162 questa sorta di ordalia d’ascendenza germanica vigeva senza problemi nel contesto di persistenze controversie tra le comunità di Briga e Tenda. Peraltro la federazione instaurata il 29 maggio 1233 fra Briga, Tenda, Saorgio e Breglio sanciva la possibilità, da parte di fosse accusato d’un furto, di chiedere ai giusdicenti la prova del ferro rovente.
A Ventimiglia, nell’alta valle del fiume Roia e così pure nei fines Matutianenses e Tabienses, prendeva intanto piede una classe di uomini liberi in possesso sì di beni allodiali e beneficiari, ma in rapporto vassallatico con i conti, cui dovevano sempre garantire le proprie prestazioni militari. La citazione di “manenti”, doverosamente redatte nelle consuetudini di Tenda, Briga e Saorgio o, parimenti, dei famuli Sancti Siri a Sanremo, attesta inoltre lo sviluppo crescente di una classe di servi e semiliberi, variamente legati alla terra.

Il quadro generale, in ossequio alla scuola storica di tradizione giuridica, è quindi quello per cui i CONTI DI VENTIMIGLIA potessero essere espressione compiuta di un’antica SIGNORIA BANNALE.

Tracce di siffatta postazione giuridica e giurisdizionale paiono comunque riflettersi nella rara e quindi preziosa documentazione penale superstite del paese, in val Nervia di Apricale in cui, pur nell’effimera esperienza comunale, persistettero norme giuridiche proprie della SIGNORIA BANNALE e peraltro derivanti dalla LEGGI GERMANICHE DEL DIRITTO.
Oltre a ciò vale la pena di menzionare come allo scontro fra popolo e SIGNORIA BANNALE, con tutto il relativo concorso di altre istituzioni, si sia evoluto e sia quindi maturato lo scontro, avverso la decadente feudalità dei Conti intemeli, del LIBERO COMUNE DI DOLCEACQUA.

A fronte del generale degrado di cui si è detto, sarebbe comunque errato ritenere che nel comitato intemelio mancasse un’attività marinaresca. I possessi lerinesi a Ventimiglia, a Saorgio e a Seborga, i diritti della Chiesa di Genova sui fines Matutianenses e Tabienses inducono a pensare, senza troppi interrogativi, alla necessità di comunicazioni, anche mercantili, supportate da una navigazione di cabotaggio, sia con la Provenza che con Genova.
L’idea di un sufficiente spostamento per via di mare è confortata da documenti corretti quanto esaustivi: si può menzionare, a guisa d’utile esempio, quello che riporta notizie sul viaggio marittimo compiuto nel 1038, dal conte intemelio Corrado, proprio a Genova al fine di concedere l’immunità sui beni della Chiesa, od ancora è utile citare la tariffa doganale genovese del 1128 che, imponendo un dazio di quattro denari pavesi antichi a ogni mercante di Ventimiglia e di Albenga, in definitiva permette allo studioso contemporaneo di tracciare una plausibile linea di considerazioni sulla frequenza degli spostamenti marinareschi, per traffici e per mercanteggiare, da parte dei ventimigliesi .
Allo stato attuale delle documentazioni sembrerebbe tuttavia che Ventimiglia non abbia risentito di un progresso mercantile prossimo a quello di altri centri liguri medio-grandi come Savona, Noli e Albenga. Una prova di ciò, a giudizio di Romeo Pavoni parrebbe da individuarsi nel fatto che i residenti intemeli, contrariamente a quanto accaduto per i savonesi, i nolesi e gli ingauni, non siano stati abitualmente elencati fra le comunità mercantili citate entro i trattati che all’inizio del XII secolo i genovesi stesero con gli Stati Crociati d’Oltremare.
L’argomentazione del Pavoni sembra un po’ speciosa, quasi si tratti di una puntualizzazione non richiesta: in effetti, nel contesto di siffatti trattati, i ventimigliesi risultavano parimenti tutelati e del resto erano compresi nella citazione comunitaria ed onnicomprensiva con cui si segnalavano i residenti compresi fra Nizza e Portovenere.
Non si può invece far a meno di concordare col Pavoni laddove ipotizza, a proposito dei ventimigliesi, una ancora ridotta autonomia politica rispetto al potere comitale: per esempio a confronto di Savona, che aveva ottenuto il riconoscimento del proprio diritto consuetudinario già alla metà dell’XI secolo, o del Comune di Alberga, che intratteneva rapporti paritetici con la potente repubblica marinara di Pisa nel 1145, 1’esistenza a Ventimiglia di un regime autonomo, gestito dai consoli, risulta citato solo nel 1149 quasi fosse una conseguenza politica, a scapito dei feudatari, dell’occupazione genovese.
Non si può negare quanto ancora dice il Pavoni: sino alla metà del XII secolo non il Comune intemelio ma il conte Oberto rappresentò la vera controparte politica e diplomatica di Genova: ed in effetti, nel 1146, mentre il neonato Comune nemmeno partecipò alle trattative, fu proprio il feudatario che “trasmise nelle mani” di Genova la giurisdizione sulla città.
E’ vero che, al modo che richiedevano usanze e consuetudini legali, la città di Ventimiglia, in quanto complesso demico coinvolto nella vicenda, poté proporre dei suoi rappresentanti alla stesura degli atti ma questi non erano affatto suoi pubblici ufficiali o suoi consoli: molto formalmente, e quindi inefficacemente sotto il profilo decisionale, si trattava solo di testimoni garanti, pur costituiti da cittadini di rilievo sociale quali Alberto Guercius, Guglielmo Travaca e Anselmo Balbus .
La robustezza del governo comitale sulla città e contestualmente l’ancora evidente incompiutezza del processo evolutivo comunale, sembrerebbe collateralmente giustificata da una qualche limitazione nella valenza politica dell’Episcopato intemelio. Anche in questo caso, contrariamente a quanto si può evincere a riguardo dei vescovi di Albenga o di quelli di Savona, che ebbero in signoria temporale parti delle rispettive diocesi e che comunque ressero con decisione un ruolo politico all’interno della città, i vescovi intemeli, per quanto è oggi dato di ricostruire, sembrerebbero esser stati a lungo, in uno stato di imprevedibile difficoltà sia difronte al potere comitale che di rimpetto ad altre interferenze spirituali: per esempio risultarono estranei al processo di formazione signorile che coinvolse il territorio di Ventimiglia e contestualmente patirono in modo palese la concorrenza dei monaci di Lerino, non solo nel contado ma nello stesso nucleo demico cittadino, in merito soprattutto all’impianto della chiesa di San Michele.
E’ poi rimarchevole il fatto che i vescovi intemeli non siano stati in grado di arginare l’espansione della solida diocesi ingauna allorché questa prese ad assimilò i distretti tabiese e matuziano nel momento in cui la Chiesa di Genova, per varie motivazioni, si vide costretta a rigettare le prerogative spirituali che storicamente vantava in questo ambito geopolitico.

Il ritardo economico e sociale di Ventimiglia, sempre secondo il Pavoni, sarebbe stato registrato celermente dai genovesi che, programmando una serie di loro interferenze sul territorio (anticipatrici di una sua totale conquista ed assimilazione in forza di TRE DURI CONFLITTI), trasferirono a Ventimiglia alcuni abitanti di Montesignano, in Val Bisagno, e li associarono quali nauclerii alle costumanze del locale traffico mercantile .
Ferma restando la plausibilità dell’ipotesi, valutando però la povertà di documentazioni allegate dallo studioso in merito a questa sua affermazione, nulla vieta, mutatis mutandis , di rovesciarne l’affermazione e di sostenere che l’infiltrazione di marinai e padroni di barca della fedele valle del Bisogno rappresentasse un espediente per agevolare la non facile penetrazione militare e politica di Genova nel contesto ventimigliese.
Del resto il matrimonio del nobile genovese Giovanni Barca con Marsibilia, figlia di Anfosso, conte di Ventimiglia, probabilmente fratello o padre del conte Oberto, pare mascherare un piano diplomatico di Genova mirante a posizionare negli alti ranghi della società nobiliare ponentina dei suoi elementi altrettanto fidi e capaci sia di condizionare la politica comitale quanto di interferire sullo sviluppo della struttura comunale.
Non sembra affatto contraddittorio che il 18 giugno 1131 i consoli di Genova, seguendo il lodo del magistrato astigiano Berardo, abbiano poi deliberato contro il proprio concittadino e quindi assegnato al conte Oberto il feudo del defunto conte Anfosso. La generosità di cui parla il Pavoni sembra completamente estranea a questa fine opzione politica: le rivendicazioni di Giovanni Barca erano state certamente il principale strumento di persuasione sul conte Oberto, prigioniero a Genova, per indurlo, pur di rovesciare la sua situazione svantaggiosa, sia ad accettare il colpo di mano genovese su Sanremo sia a stipulare un trattato con il Comune, obbligandosi a garantire nel distretto di sua competenza sia la sicurezza dei Genovesi quanto la loro esenzione da ogni obbligo fiscale di esentarli usaticum e ripaticum.
Il programma destabilizzante nei riguardi della presenza comitale intemelia pare evidente e con una meta ben precisa la sottomissione ufficiale del conte Oberto che verrà sancita nel 1146 .
A monte di tale sviluppo socio-politico i genovesi si erano fortificati dal lato diplomatico internazionale ottenendo dall’imperatore Corrado III l’autorizzazione a ristabilire nel territorio di Ventimiglia uno stato di sicurezza a garanzia tanto dei pellegrini quanto dei viandanti a danno dei quali sarebbero state denunciate molteplici rapine cui l’autorità feudale, per ignavia, incompetenza od impreparazione, non aveva mai saputo rimediare.
Sotto la protezione di questa altissima autorizzazione, Genova ebbe via libera per occupare militarmente Ventimiglia, erigervi un castello custodito da una sua guarnigione, obbligare tutti gli abitanti ad un giuramento di fedeltà e quindi rimettere ordine nelle vie contro predoni e briganti.

da Cultura-Barocca

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Il colpo di mano genovese su Sanremo

Sanremo (IM) - Porta di San Giuseppe
Sanremo (IM) – Porta di San Giuseppe

Nel 980 l’episcopo genovese TEODOLFO restaurò la cura d’anime nelle chiese battesimali di due distretti, affidandola ai canonici della propria Cattedrale. Pertanto concesse loro 3/4 delle decime e dei redditi, riservando alla Mensa Episcopale il rimanente quarto.
Il VESCOVO DI GENOVA in effetti era soltanto il TITOLARE DELL’AUTORITA’ RELIGIOSA E UN PROPRIETARIO FONDIARIO, non certamente il SIGNORE FEUDALE di questi distretti, che appartenevano alla giurisdizione del CONTE DI VENTIMIGLIA.
Tuttavia, come all’epoca era usuale, il vescovo tendeva ad organizzare un suo dominio temporale sulle terre ecclesiastiche e a trasformare in vincoli di vassallaggio le relazioni economiche instaurate con i livellari.
E’ facile intendere come siffatta evoluzione finisse per urtare gli interessi del conte di Ventimiglia, il cui consenso, infatti, risultò forzoso e comunque parziale.
Il 30 gennaio 1038 il conte Corrado riconobbe tuttavia al vescovo genovese Corrado una certa giurisdizione sulle terre ecclesiastiche e sui relativi abitanti, la riscossione di alcuni tributi e diritti su alcuni castelli.
L’opposizione strutturale del conte ad una serie completa di concessioni si evince facilmente notando come si sia in qualche modo cautelato riservandosi l’alta giurisdizione sul territorio di Sanremo, in definitiva il massimo controllo decisionale.
L’instabilità di queste acquisizioni comportò ben presto l’insorgere di contrasti e contenziosi in merito ai censi dovuti dai residenti di Sanremo alla Chiesa genovese: e tale situazione finì col dare il destro a Genova per un intervento militare in queste zone che, vieppiù, stavano entrando nella sua progettazione di espansionismo territoriale.
In particolare, all’alba del tormentato XII secolo, si accesero aspre dispute tra il Capitolo della cattedrale genovese e la popolazione sanremasca, atteso il fatto che questa, pur adempiendo alla corresponsione del censi su grano, orzo, vino e fave, opponeva forte resistenza in merito ai versamenti dovuti a riguardo di b1ave que manu seminabantur, cetrini, poma, fichi e olive.
I consoli di Sanremo si recarono quindi a Genova anche per risolvere ulteriori contrasti che si andavano accendendo: per esempio in relazione ai feudi ed ai livelli, specie quelli dei discendenti del prete Martino… e del resto v’erano anche parecchi abitanti che avevano avanzato ragioni non infondate allo scopo di evitare qualsiasi corresponsione.
I consoli, onde giungere celermente ad una necessaria pacificazione fra le parti in crescente attrito, tuttavia abbandonarono la linea intransigente sostenuta da alcuni loro conterranei e si dichiararono assolutamente disposti a rispettare la sentenza che sarebbe stata emessa al riguardo.
I consoli genovesi si pronunciarono quasi subito a favore del Capitolo, riconoscendo i suoi diritti di censo per ogni specie di biada seminata, per i cetrini, i poma, i fichi e le olive: onde dar l’impressione d’aver fatto qualche concessione ai consoli di Sanremo esclusero da questa loro imposizione i cavoli e i porri.
Era davvero poco! agli abitanti di Sanremo la sentenza parve (come di fatto era) un sorpruso e di conseguenza si mantennero saldi nel rifiutare ogni forma di versamento al Capitolo.
La risposta della cattedrale genovese non si fece però attendere: il preposito Villano, accompagnato dai consoli Guido Spinola e Guido di Rustico di Erizo, si recò poco dopo a Ventimiglia onde denunciare tale inadempienza nella persona stessa del conte Oberto.
Questi, con l’assistenza dal giudice Umberto del Maro e di altri boni homines, valutò la controversia con una certa pomposità formale stando nella curtis della sua città.
Alla fine giustificò l’inevitabile confermando, contro le attese dei suoi sudditi di Sanremo, la sentenza dei consoli genovesi: per suo lodo al Capitolo genovese sarebbero toccati 3/4 dei diritti della Chiesa genovese a Sanremo.
L’impopolare sentenza non trovò però pubblico riscontro né venne messa in pratica.
Si evince ciò dal fatto che nel luglio 1124, a Sanremo, il vescovo di Genova Sigefredo, e il medesimo conte Oberto emanarono una successiva sentenza che confermava la precedente, con l’esenzione fiscale oltre che su porri, cavoli e lino, anche su canapa e fichi que sunt vel erunt in sepibus, vel in alio loco ubi impediant terram ad reddendum fructus.
Nell’occasione gli estensori di tale sentenza, cercando di rimediare compiutamente all’insorgere di contenziosi diversi, cercarono di fissare anche i benefici feudali tramite la sanzione che quicquid Martinus presbyter in die mortis sue habehat et detinebat cum quattuor filiis suis, proienies illius illud tam haberet et detigeret et non plus sine requisicione; et quod Riculfus habuit in tempore mortis sue, proienies illius haberet et possideret et non plus; Paulus vero ut Riculfus eodem modo et non plus.
I risultati non dovettero essere quelli sperati, per quanto l’attento Pavoni, principale studioso di questi eventi, proponga un blando interrogativo, vista anche l’assenza di documenti integrativi.
Però il fatto che nel 1130 i Genovesi occuparono Sanremo e vi innalzarono una torre e che i residenti tanto del luogo quanto di Baiardo e di Poggio del Pino abbiano opposto una vana resistenza porta facilmente, per linea consequenziale, a meditare sul fallimento di quest’ultima soluzione diplomatica e sulla non applicazione della sentenza, a scapito, naturalmente, del Capitolo genovese.
L’intervento militare, documentatamene riproposto dal Pavoni, la sopraffazione dei popolani e l’imposizione loro fatta di giurare fedeltà sono la prova più significative che Genova, per risolvere alla radice ogni problematica, era dovuta ricorrere alla forza, comportandosi da quella potenza imperialistica in cui si stava evolvendo: conferma tutto ciò il fatto che lo stesso conte Oberto, evidentemente parteggiante più o meno apertamente per la gente di Sanremo, sia stato condotto prigioniero a Genova .
L’occupazione di Sanremo costituiva la prima fase della conquista della Riviera di Ponente: gli obiettivi finali restavano comunque le ben più importanti piazze di Monaco e Ventimiglia.
La ratifica di uno stravolgimento inarrestabile dell’indebolito sistema comitale intemelio fu poi ufficialmente consegnata alla pubblica ragione (entro una clausola della sentenza consolare del 18 giugno 1131) con la rinuncia, che lo stesso conte fu obbligato a sottoscrivere, di ogni giurisdizione su Sanremo, Ceriana, Baiardo e Poggio del Pino: anche se gli fu riconosciuto il resto del Comitato, assumendosi l’obbligo di proteggere tutti i genovesi in transiti per i suoi domini e di esentarli sempre e comunque da tasse e balzelli, il conte si trovò nella concreta, sgradevole situazione, non formale ma sostanziale, d’esser ormai un vassallo di Genova.
Dal 1131 il vero e proprio dominus di Sanremo e Ceriana, il signore in senso politico di siffatto territorio era ormai l’arcivescovo di Genova: ulteriore testimonianza delle penetrazione genovese in queste contrade, ad ogni livello di censo e ceto.
Peraltro la stessa alta valle del Roia, un tempo cuore storico della potenza comitale, in funzione di tali trasformazioni era andata assumendo una propria specificità geo-politica.
In particolare le forti comunità montane di Tenda, Briga e Saorgio ottennero da un marchese arduinico il riconoscimento del proprio diritto consuetudinario, che, con probabili ulteriori concessioni, fu in seguito ratificato dai conti di Ventimiglia Ottone e Corrado. Gli abitanti di quei tre loca costituivano ormai un’unica terra, totalmente staccata dall’antica capitale intemelia, una terra che godeva oramai di specifici diritti e doveri: ad esempio i suoi abitanti erano tenuti a partecipare all’hoste publica entro i confini del Comitato e della Marca, oltreché, ovviamente, in difesa del proprio territorio , e dovevano sempre partecipare al placito comitale, ormai però limitato a soli tre giorni per ogni anno.

da Cultura-Barocca

Cervo

CERVO (borgo molto antico che data la posizione geografica e la condizione climatica estremamente favorevoli si è evoluto in un MODERNO CENTRO che coniuga la componente medievale cogli aspetti tipici della civiltà contemporanea) si conserva in eccellente stato proprio un CASTELLO DEI CLAVESANA che, secondo l’architettura medievale dell’epoca fu costruito in posizione dominante sul borgo e sulle vie di accesso.
Esso risulta menzionato già nel 1196 ma fu restaurato sicuramente nel ‘200 specie con l’integrazione dei due bracci della cinta muraria.
Tale potenziamento fu dovuto al fatto che i Clavesana erano in guerra con la potente ALBENGA,
Dal conflitto, che sfinì i contendenti, trasse giovamento GENOVA in piena espansione militare che infatti estese il suo controllo, con l’estromissione dei Clavesana, al territorio delle DIANO.
17_lug14 (31)Il CASTELLO, dopo che GENOVA assorbì CERVO nel suo DOMINIO fu ingrandito ancora nel 1239 (all’uso ligure era stato eretto su una precedente struttura militare, forse una TORRE ROMANA e quindi su una FORTEZZA DEL XII SECOLO costruita su quelle rovine).
Sotto questi restauri genovesi il fortilizio fu dotato di DUE TORRI CIRCOLARI ma perdette l’antica funzione nobiliare di tipo feudale, per assumere i connotati del PARLAMENTO LOCALE quello costituito dagli uomini della comunità e che deliberava sulle questioni amministrative del luogo (l’amministrazione politica era prerogativa di Genova e dei suoi magistrati).
Persa l’antica importanza strategica ai primi del XVII secolo fu trasformato in chiesa e rimase tale fin a quando, nel 1776, venne inserito fra le STRUTTURE IGIENICHE ED ASSISTENZIALI cui la REPUBBLICA dava sempre maggior peso per difendersi dalle reiterate aggrressioni della PESTE prima e del COLERA in seguito: e sempre in proiezione della maggiore sensibilità settecentesca dello STATO per i bisognosi ed i ripari contro le calamità divenne alla fine RICOVERO PER FAMIGLIE INDIGENTI (ed in fetti tra ‘600 e ‘700 -anche per una generale crisi dello Stato il fenomeno dei POVERI E DEL PAUPERISMO divenne drammatico col pericolo dell’aumento di CRIMINALITA’ e di VIOLENZA CONTADINA e LOCALE).
In tempi recenti l’importante edificio è diventato sede del prestigioso MUSEO ETNOGRAFICO DEL PONENTE LIGURE: la struttura militare è certo stata alterata attraverso tanti secoli ma dell’edificio originario si possono ancora leggere “in situ”> archi in stile gotico, ampi tratti di mura, significativi portali che permettono di valutare l’insieme come un patrimonio per lo studio dell’evoluzione dell’architettura militare genovese.

17_lug14 (306)Per quanto concerne l’edilizia pubblica e religiosa non si può far a meno di ricordare come a CERVO si conservi tuttora una delle più rilevanti manifestazioni del barocco ligure quella rappresentata dalla PARROCCHIALE DI S.GIOVANNI BATTISTA realizzata da G.B.Marvaldi nel 1699 con pianta rettangolare ma allungata e con agoli smussati ed ornata da ben 10 cappelle laterali [il progetto del Marvaldi data in effetti del 1686, anche se i Cervesi deliberarono l’erezione della fabbrica dal 1672; il corpo principale fu eretto entro il 1699 ma molti interventi erano ancora necessari e in parte non furono realizzati -oltre che per le imponenti spese da sostenere- per la morte del Marvaldi nel 1706. Siffatti interventi furono quindi ripresi nel 1718 dal figlio del Marvaldi, Giacomo Filippo che di fatto realizzò l’opera definitiva, che venne consacrata nel 1736 anche se giova rammentare tutta una serie di interventi decorativi posteriri e soprattutto l’innalzamento del nuovo campanile (1771 – 1774)].
Questa PARROCCHIALE NUOVA DI CERVO divenne presto un SANTUARIO VERO E PROPRIO per i CORALLIERI che IN QUESTO LUOGO SANTO vennero tradizionalmente a depositare i loro ex-voto dopo esser tornati dalla pesca nelle pericolose acque di Sardegna e Corsica.
La chiesa è scenograficamente inserita nel complesso architettonico del borgo marinaresco.
Stupisce la slanciata facciata del ‘700 che si raggiunge tramite una scalinata; e ad essa bene sta accanto l’agile campanile realizzato dal CARREGA.
17_lug14 (2)L’attuale CHIESA DI SAN NICOLA a pianta ottagonale fu la primigenia parrocchiale di CERVO, dedicata in origine a S. GIORGIO DI CAPPADOCIA, il cui culto i marinai locali avevano appreso in Oriente durante le Crociate.
La costruzione originaria (di gusto romanico stando ad un documento del 1580 che la menziona: peraltro recenti lavori di restauro hanno messo in luce muri romanici nella attuale sacrestia e sotto l’abside) secondo alcune interpretazioni non confutate avvenne sui resti di un tempio pagano a pianta circolare.
Ricostruita più volte durante la sua lunga storia la chiesa venne abbandonata tra ‘400 e ‘500 in quanto esposta alle incursioni barbaresche.
Divenne quindi chiesa cimiteriale finché il 6 aprile 1600 fu ceduta ai Frati Agostiniani della Consolazione di Genova, a condizione che la restaurassero, la ufficiassero e vi erigessero accanto un convento.
I lavori furono sollecitamente iniziati, e qualche mese dopo i monaci si stabilirono a Cervo coltivando un grande terreno attiguo al Convento, loro concesso in dotazione dai coniugi Savona. Il Convento fu quindi intitolato a Santa Maria delle Grazie.
Le due teste negli angoli inferiori del quadro dell’Immacolata sul primo altare a destra della chiesa, sono i ritratti dei due coniugi Savona fatti eseguire dagli Agostiniani in segno di gratitudine.
Il campanile fu eretto nel 1668: La chiesa venne ricostruita nella forma attuale dai Padri Agostiniani che dimorarono a Cervo, nell’attiguo convento di S. Maria delle Grazie, dal 1600 al 1798, quando vennero cacciati dalle confische napoleoniche.
I lavori di restauro, iniziati nel 1985 e conclusi nel 1991, hanno messo alla luce, tra l’altro, un graffito sull’ultimo strato di tinta, indicante la data di ultimazione dei lavori della nuova chiesa: 7.8.1720. A lungo la chiesa fu detta contemporaneamente con l’intitolazione di S. Maria delle Grazie e con quella originaria di S. Giorgio: finalmente nel 1865 nel libro della Fabbriceria la chiesa risulta intitolata con la nominazione che ha tuttoggi cioè quale CHIESA DI S. NICOLA DA TOLENTINO.

da Cultura-Barocca

Agrumi e… anelli nella storia del ponente ligure

limoneMai abbastanza vien dato peso all’AGRUMICOLTURA, ed in particolare all’AGRUMICOLTURA LIGURE (cui tra l’altro nelle Hesperides B. Ferrari dedicò un trattato basilare, da cui si è ricavata qui l’immagine del CELEBRE LIMONE LIGUSTICO).
Eppure la LIGURIA OCCIDENTALE raggiunse tanta fama per questo tipo di colture da meritare nel passato, a partire dal ‘500, un RUOLO PRODUTTIVO E MERCANTILE primario di cui rimangono ormai solo poche TESTIMONIANZE.
Questa attività colturale del Ponente, più di quella d’ogni altro paese dell’età delle grandi scoperte geografiche, incise sulle navigazioni oceaniche e quindi su esplorazioni e viaggi molto lunghi, altrimenti impossibili: infatti non tanto le carenze tecnologiche frenavano le grandi spedizioni navali quanto una lotta efficace contro le avitaminosi, da cui derivavano malattie come lo scorbuto .
Rilievo si è dato all’introduzione sulle navi dell’olio d’oliva quale conservante, merito è stato conferito all’intuizione di deporre, sotto l’albero di maestra, una o più botti piene di frutta colta acerba, da cui i marinai traessero vitamine ma si son sottovalutati gli agrumi che, per gli ultimi secoli della navigazione a vela, hanno costituito un antemurale contro le carenze vitaminiche.
I CEDRI furono acclimatati in Europa negli ultimi secoli dell’Impero Romano; limoni e aranci erano ancora sconosciuti nel X-XI secolo finché Siciliani, Provenzali e Genovesi trasportarono a Salerno, Sanremo, a Hyères il limone e l’arancio verso il 1096 e forse gli Arabi diffusero questa piante in Africa e Spagna.
Il clima del Ponente (quando naturalmente l’ambiente non era danneggiato da calamità varie con conseguente carestia) favorì la coltura di cedri, limoni ed aranci (fondamentali contro le carenze di vitamina C, di cui sono ricchissimi: da essi si prese presto a ricavare per scopi medicamentosi e non l’acido citrico) e da XV-XIX secc i frutti furono cespite di guadagno per coltivatori di Sanremo (mercato principale degli agrumi), Ospedaletti, Bordighera, Borghetto S. Nicolò, Ventimiglia, Porto Maurizio, Dolceacqua, Nizza, Roccabruna, Mentone, Monaco): B. Ferrari celebrò le qualità del limone ligure (Limon Ponzinus Ligusticus) cui dedicò un’incisione nel volume Hesperides sive de Malorum Aureorum Cultura et usu, Libri Quattuor, Roma, 1646.
Nella “Sez. di Sanremo dell’Arch. di Stato” (Archives Departement de Nice, Serie M. 377) si leggono alcuni Capitoli della Frutta Limoni alla Todesca, ed alla Caravana, regolamentazione su coltura, raccolta e vendita sotto sorveglianza di un Magistrato dei Limoni e trattasi precisamente del Regolamento di Borghetto S. Nicolò, del Regolamento di Bordighera e infine del Regolamento di Sanremo.
I Magistrati dei Limoni, nominati ad Aprile stabilivano le Poste (tempi e modi di raccolta) con facoltà di multare i contravventori. Alla raccolta presiedevano i Collettori, annualmente eletti, che si servivano di ANELLI DI FERRO per misurare i frutti da commerciare o no, quindi per una SELEZIONE TIPOLOGICA, COMMERCIALE, STRUMENTALE E QUINDI FARMACOLOGICA (E. MUSSA in un suo fondamentale studio sull’agrumicoltura –Gli agrumi nell’estremo Ponente ligure (110 – 1843), in “Riv. Ing. Intem.”, XXXIX, 1/2- ha fatto rimarcare la rarità ormai di queste misure fiscali e, sulla base di una collezione privata incompleta, ha menzionato: Anelu grossu di mm.54, Anelu de Mentun di mm. 51, Spezin di mm.47 e Anello Minuto di mm.35.  Collettori e Proprietari procedevano alle operazioni, portandosi una scala ogni due unità e con l’obbligo di non prender denari, bevande od altro da terzi tranne la paga.
I Sensali, presiedevano ai Collettori, riscuotevano il dovuto, versavano la quota ai proprietari, trattenendo la tassa per la “Comunità”.
Gli agrumi eran divisi per qualità: quelli da commercio si dicevano “alla Tedesca o Todesca” con rosetta verde ed “brotto” ma privi di picciolo (colti acerbi, per viaggi entro casse onde giungere maturi sui mercati) mentre “alla Caravana” (“alla Baca” o “Bianchi”) eran quelli per il commercio locale o comunque solo in Liguria, scelti già maturi ((il trasporto avveniva per via di mare oppure secondo il sistema tipicamente ligustico dei mulattieri))
I frutti minori, del tipico LIMONE LIGURE, che non passavano per gli ANELLI, erano spremuti per ottenere, tramite DISTILLAZIONE l’ “AGRO” o acido citrico, venduto in Europa per bevande, tinture e come emostatico e diuretico in medicina.
Tra il 15 ed il 22 del mese ebraico di Tishri (settembre-ottobre), celebrandosi la “Festa dei tabernacoli o delle Capanne“, detta “della Raccolta” per la fine dei lavori dei campi, molti EBREI erano nel Ponente per procurarsi cedri, rami di cedro, palma e salice da portare al tempio in processione nei 7 giorni della festa: per la richiesta, i commercianti di Bordighera guadagnavano molto dalla ricorrenza (l’agrume ligure decadde in pieno ‘800 affermandosi il prodotto di Sicilia, Africa settentrionale e Spagna).
A proposito dei CEDRI bisogna tuttavia rammentare che, essendo abbinata la loro vendita a quella delle PALME, sia la RACCOLTA che la VENDITA seguiva linee alternative rispetto a quelle degli altri AGRUMI.
Il prodotto era quasi tutto indirizzato verso la Germania, sede di fortissime comunità ebraiche, ed i frutti che avevano anche grandi dimensioni (fino a 8-10 hg. cadauno) e che erano richiesti perfetti dai commercianti ebrei tedeschi, venivano valutati uno per uno od al massimo a dozzine.

da Cultura-Barocca