Antiche colture di mandorle nel ponente ligure

Soldano (IM)

… un rilievo eccezionale ha soprattutto il doc. 515 del 25 novembre 1262 [ secondo la tecnica colturale aggregativa di PECIAM UNAM TERRE AGGREGATE FICUUM ET AMINDOLARUM colture di fichi e MANDORLI (del quale e del cui relativo frutto, si vedano qui, appena dopo delle considerazioni dei classici la valenza che assunsero successivamente nel contesto del SIMBOLISMO CRISTIANO quanto, più semplicisticamente, della TRADIZIONE ALIMENTARE DEI PELLEGRINI DELLA FEDE ATTRAVERSO LA VIA FRANCIGENA RIVOLTI A RAGGIUNGERE ROMA OD I LUOGHI SANTI OD ANCORA IL SANTUARIO GALIZIANO DI SANTIAGO DI COMPOSTELA.

Questo documento del di Amandolesio del 25 novembre 1262, qui trascritto dal testo di riferimento, è assai importante, attestante nell’areale nervino, cenno verosimile ad un più esteso spazio agronomico, la coltivazione di mandorle (vedi le evidenziazioni: amandule = mandorle).

[doc. 515, 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Iacopa, Moglie di Guglielmo Maroso, vende ad Ingone Burono una pezza di terra, coltifata a fichi e mandorle, situata nel territorio di Ventimiglia, a Portiloria, per il prezzo di 3 lire e 18 soldi di genovini di cui lascia quietanza]

Ingonis Buroni/ Die XXV novembris, post nonam, Ego Iacoba, uxor Guillelmi Marosi, vendo, cedo et trado tibi Ingoni Buroni peciam unam terre, agregate ficuum et amindolarum, positam in territorio Vintimilii, ad Portiloriam, cui coheret superius et ab uno latere terra Mauri de Mauro, inferius ab alio latere via , cum omni suo iure, ratione, actione reali et personali, utili et directo omnibusque demum pertinenciis suis, nichil ex his in me retento, ad habendum, tenendum,, possidendum et quicquid ex ipsa deinceps iure proprietario et titulo emptionis volueris faciendum, finito precio librarum trium et soldorum decem et octo ianuinorum, de quibus me bene solutam et quieta voc[o], renuntians exceptioni non numerate seu recepte pecunie et omni iuri. Quod si dicta terra ultra dictum valet, sciens ipsius veram extimationem, id quod ultra valet mera et pura donatione inter vivos dono et finem inde tibi facio et requisitionem atque pactum de non petendo, renuntians legi per quam deceptis ultra dimidiam iusti precii subvenitur. Possessionem insuper et dominium dicte terre tibi tr[a]didisse, confiteor, constituens me ipsam tuo nomine tenere et precario possidere dum possidebo vel ipsius possessionem sumpseris corporalem, promittens tibi de dicta nullam deinceps movere litem, actionem seu controversiam nec requisitionem facere, sed potius ipsam tibi et heredibus tuis pe meosque heredes ab omni persona legittime defendere, autoriçare et disbrigare. Alioquin penam dupli de quanto dita terra nunc valet vel pro tempre meliorata valebit tibi stipulanti promitto, rata manente venditione. Pro pena et predictis omnibus observandis universa bona mea habita et habenda tibi pigneri obligo faciens hec omnia et singula supradicta consilio Nicolai Barle et Oberti filii Ottonis Iudicis, vicinorum meorum, quos in hoc casu meos eligo consiliatores et propinquos. Insuper ego Raimundus Iudex, iussu et voluntate atque mandato dicte Iacobe, de omnibus et singulis supradictis pro ipsa Iacoba versu te predictum Ingonem me constituo principalem defensorem et observatore, renuntians iuri de principali e omni alii iuri. Et pro predictis omnibus observandis universa bona mea habita et habendo pigneri obligo. Actum in domo dicti Raimundi, presentibus testibus Raimundico clerico et et dictis consiliatoribus. Anno in indictione ut supra/ S. s. I.

cui corrisponde il seguente atto

[ 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Ingone Burone promette di restituire a Iacopa, moglie di Guglielmo Maroso, la terra da essa vendutagli, ed il relativo atto, di cui al documento precedente, se essa, entro un anno, gli verserà la somma di 3 lire e 18 soldi di genovini, prezzo della terra medesima ]

Iacobe, uxoris Wilelmi [Maro]si/ Die eodem, hora, loco et testibus. Ego Ingo Buronus promitto et convenio vobis Iacobe, uxori Guillelmi Marosi, reddere er restituere tibi vel tuo certo misso per me vel meum missum peciamquamdam terre, positam in territorio Vintimilii, ad Portiloriam, cui coheret superius et ab uno latere terra Mauri de Mauris, inferius et alio latere via, quam mihi hodie vendidisti, et cartam illius venditionis, scriptam manu Iohannis de Mandolexio, || notarii subscripti, [us]que ad annum unum proximum si mihi vel meo certo nuncio per te vel tuum nuncium solveris, usque ad dictum terminum, pro precio ipsius, libras tres et soldos decem et octo ianuinorum. Quod si contrada[cero] vel u[t] supra non observavero, penam dupli de quanto dicta terra nunc valet vel pro tempore maluerit tibi stipulanti, pro[m]itto, rato manente pacto,. Pro pena et predictis omnibus observandis univers bona me[a] habita et [h]abenda tibi pigneri obligo. Actum anno et inditione ut supra

… [Camporosso fino all’Ottocento era gran produttore di mandorle secondo una tradizione remotissima certo non esclusiva del borgo ma in area intemelia tipica dello stesso in modo peculiare pur se Luigi Ricca nel suo libro di un ottocentesco Viaggio da Genova a Nizza, per quanto riferisca tale coltura a tutto il Ponente ligure, citi espressamente e prioritariamente le colture di Mandorli a Taggia e quindi a Nizza [resta arduo oltre i dati assimilati precisare l’origine di coltura di mandorle (di origine comunque antichissima con attestazioni che oscillano tra l’uso alimentare, le feste, anche nuziali, e verosimilmente i riti funebri) nell’areale intemelio ma non possiamo dimenticare la conquista romana della Liguria e, con l’Impero, l’introduzione nella regione presto romanizzata di una più sofisticata cultura esistenziale, compresa quella alimentare]

Purtroppo le nuove guerre dei nuovi eserciti, dal ‘600 e soprattutto dal ‘700, andarono ad accelerare vertiginosamente i danni strutturali e spesso periodici all’ambiente ed ai vari tipi colture tradizionali, anche arboricole, come qui si vede da un semplice confronto cartografico oltre che da uno specifico commento critico

… nel Viaggio da Genova a Nizza e un Catalogo delle piante vascolari spontanee della zona olearia nelle due valli di Diano Marina e di Cervo. Importante poi il suo lavoro Compendio delle più importanti vitali manifestazioni delle piante coll’aggiunta delle Geografiche e Geologiche loro relazioni. Saggio di studi botanici Tip. Lit. di Gio. Ghilini, Oneglia, 1866. In-8°, pp. 248, (4) –
il Ricca annota in conclusione del suo lavoro:
Io vi ho descritto questa riviera occidentale come un piccolo mondo in miniatura favorito dalla natura, con i suoi monti tagliati in forma di terrazzo, sistemati da muri a secco, ove il fico, il pesco, il mandorlo abbelliscono questi pensili orti, e la vite vi stende le sue allegre ghirlande e l’ulivo si inchina sotto il peso delle pingui sue frutta (pag. 186, vol. II)”
= la sua opera, che assai risente degli scritti del Navone e poi del Bertolotti, si eleva qui in una descrizione del paesaggio (nemmeno poi rimasto estraneo all’Intemelion del novecentesco Peitavino) in cui la presenza di mandorli era una costante: ma verosimilmente era una costante da secoli come si evince da documenti ufficiali proposti in questa sede.

… documenti relativamente recenti individuati presso la Sezione dell’Archivio di Stato di Ventimiglia dal dott. A. Carassale e trasmessi al Sign. Sergio Verrando (vedi atto di notaio Andrea Battaglia, Ventimiglia, Quartiere Piazza, 25 novembre 1776, n. 289 in cui si legge tal Francesco Squarciafico di Gio. Batta…ha venduto, e vende a Giuliano Squarciafico suo stretto parente, et accettante un pezzo [di terra] aggregata di vitti, fichi e amandole con fontana essa sita nel territorio di Camporosso chiamato Giré ma altresì le indicazioni del citato notaio duecentesco di Amandolesio come pure l’abbondanza del donativo del Capitanato intemelio fatta a Genova in occasione della peste che la tormentava nel 1579-1580

Anche per Soldano una fra le ville orientali di Ventimiglia destinate a costituire la seicentesca Magnifica Comunità degli Otto Luoghi tra XIII e XVI secc. risultano attestate colture aggregative in cui rientrano vari tipi di alberi tra cui quelli (di) avellanarum rotundarum e avellanarum longarum come colture di nocciole e mandorle = però l’analisi filologica più aggiornata di Plinio a riguardo dell’edizione critica della sua Storia Naturale, cui si debbono molti di questi fitonimi, non avvalerebbe l’identificazione delle avellanae con le mandorle ma piuttosto con le sole nocciole

A titolo integrativo – dopo aver precisato quanto le mandorle rientrassero nella gastronomia, specie se raffinata, degli antichi romani (vedi) non esclusi i ceti benestanti delle città minori come Ventimiglia romana o meglio il Municipium di Albintimilium che inglobava ben più estese emergenze demiche – rammentando dopo i tempi ferrei succeduti al collasso economico imperiale una valida ripresa colturale, anche di frutteti, dal XII secolo agevolata dalla tradizione agronomica dei Benedettini e dal loro sistema colturale della Grangia = qui, poi, si analizzi la citazione, con l’elenco degli autori e dei brani in cui hanno parlato della “mandorla/mandorle” tratta dal “Grande Dizionario della Lingua Italiana” di S. Battaglia con la citazione del testo della stessa collana elencante le opere donde son state tratte le citazioni: contestualmente qui si possono visualizzare sempre da questa grande opera l’etimologia del fitonimo “mandorla” e quella dell’antico e disusato fitonimo “amandola”

a far rilevare che questo sopra studiato duecentesco ( 25 novembre 1262 ) documento del notaio di Amandolesio costituisce il dato al momento antico sulla produzione di mandorle nell’agro del Capitanato di Ventimiglia e sue Ville anche se, presubimilmente, è in occasione della Peste Nera del 1579-’80 che si evincono i dati più significativi.
In siffatta, drammatica situazione Genova e la restante Liguria furono colpite in maniera impressionante con migliaia di morti,
causati dall’epidemia e dalla conseguente carestia anche per l’arresto dei rifornimenti, rimanendo immuni dal catastrofico contagio l’agro intemelio e alcuni Stati confinanti.
Il Parlamento di Ventimiglia e sue Ville, onde soccorrere la capitale, deliberò allora una coraggiosa spedizione di derrate alimentari (costituite soprattutto da prodotti locali) tra cui risultano da ascrivere pure …UNDICI SACCHI DI AMANDORLE…
Nemmeno trascurando di rammentare questo atto notarile settecentesco concernente una vendita di un terreno in Camporosso coltivato a mandorli

da Cultura-Barocca

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Templari nel ponente ligure?

Bordighera (IM) – Chiesa della Madonna della Ruota

Tra Piemonte, Francia e Liguria occidentale sopravvive il ricordo di un priorato templare a Sospel, di una base a Tenda e poi di un Ospedale del Tempio sulla costa intemelia (la parte di Liguria più prossima alla Francia) che, come si evince dai notai duecenteschi, era preposto al ricovero dei viandanti prima che si imbarcassero per la Palestina od i Santuari delle Spagne (non eran rare le occasioni in cui, dietro un compenso pattuito con un atto legale, uno o più monaci templari si impegnassero a scortare gruppetti di viaggiatori se non, addirittura, a condurli – sempre ben protetti – sulla flotta che allestirono nelle spedizioni in Terrasanta).

I Templari, oltre ad essere frati guerrieri, a combattere gli Arabi ed a proteggere seppur dietro compenso i “Pellegrini del Sacro”, gestivano un po’ ovunque, sia sui percorsi per le SPAGNE che per la TERRASANTA , dei ricoveri per viandanti, degli OSPEDALI in cui tuttavia oltre che il riposo ed il conforto del cibo ai viandanti, sempre dopo pagamento, mettevano a disposizione le loro conoscenze in campo medico .
Alcuni fra loro avevano rafforzato queste competenze soprattutto con la frequentazione di quei medici arabo-egiziani che avevano tratto la loro formazione dai testi greci = dopo il crollo della Romanità la Medicina nell’Europa Cristiana era degradata a livelli modestissimi ed era stata recuperata soprattutto sulla scia della Scienza Araba da cui i Cavalieri del Tempio appresero molte nozioni specie quelle collegate all’arte dei Rizotomi, poi Aromatarii e quindi Erboristi (come qui aprofonditamente si può leggere) non sempre, però, condivise dall’ecumene della Cristianità per interferenze – certo suggerite dalla superstizione e dal rifiuto del mondo antico- sia con il contesto pagano ed idolatra quanto con l’interferenza di occulte forze demoniache: tutte cose che, ben manipolate, avrebbero contribuito ad alimentare una certa quanto ingiusta “leggenda nera dei Templari”.
Dalla medicina e dalla scienza degli Arabi i Cavalieri del Tempio avevano oltre a ciò ricavate ulteriori nozioni, del tutto incomprensibili nell’Europa Medievale quanto non completamente prive di fondamento ed utilità: contestualmente alcuni di loro si erano accostati alla sempre controversa disciplina dell’ALCHIMIA sì da poter esser ritenuti – laddove li si volesse colpire ed attaccare per qualsiasi ragione – anche praticanti di magia.

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era un fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia (IM) di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del notaio di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio, scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).

Una “base templare” a Bordighera (IM) non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia).

Questi frati guerrieri raggiunsero presto grande potenza per il loro ruolo di “guardiani delle vie di mare e terra”; anche se non mancarono casi in cui un esasperato giudizio di potere li indusse a far uso indiscriminato delle armi (così per esempio, poco dopo la metà del XIII secolo, un Templare di nome Raimondo Galliano o Galliana, in un eccesso di violenza forse anche perché provocato ma comunque sempre contro le normative dell’Ordine ferì a morte in Ventimiglia tale Guglielmo da Voltri = cart.56, not.di Amandolesio).

Scrive in proposito Sergio Pallanca: “… dalla biblioteca Reale del Belgio un documento datato l’anno 1257 relaziona di un fatto di sangue accaduto in Ventimiglia per mano del Cavaliere Templare Raimondo Galliana, non è chiaro se appartenente alla Domus di Ventimiglia o alla Precettoria di Seborga. Raimondo Galliana, nato in Castelvetro Piacentino, rientrato ferito dalla Terra Santa, divenne Maestro nel 1240 e fu Precettore di S. Margherita in Fiorenzuola d’Arda dal 1241 al 1244. Nel 1251 lasciò Fiorenzuola e venne trasferito a Santo Stefano d’Aveto e da qui a Torriglia da cui dipendevano le Mansioni collocate nell’Alta Valle dello Scrivia, quelle della Val Trebbia e Gattorna, fondata dai Cistercensi. Ecco quindi che il Maestro Galliana, inviato a Seborga nel 1256 per volere del Gran Maestro Tommaso Berard, aveva il compito di salvaguardare il territorio spettante al convento di San Michele, che Genova cercava di assoggettare, e di imporre il rispetto confinario al rappresentante della Repubblica, Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo in Ventimiglia, descritto quale uomo rude, ignorante e fanatico ghibellino.
Il Galliana si oppone con fermezza ai vari tentativi di usurpazione terriera del Capitano di Genova e, ligio al suo compito resta ben presto inviso ai genovesi della ” Rocca ” [il castello – appartenente al grande complesso delle fortificazioni della Ventimiglia medievale – costruito dai Genovesi a dominare Ventimiglia (dopo la faticosa conquista che fecero della città nel 1221 agli ordini del loro comandante Lottaringo di Martinengo) dall’alto di quello che oggi è chiamato Monte delle Monache].
Provocato da Gugliemo da Voltri, soldato presso la Rocca, nella primavera del 1257, con un fendente di spada il Galliana ferisce alla testa e alla mascella il soldato genovese che poco dopo muore. Interviene il Capitano Boccanegra che a nome della Repubblica ordina l’arresto del Templare, ma il Galliana si oppone alla punizione dichiarandosi esente da ogni giurisdizione civile ( I Templari – nella complessa organizzazione della Chiesa – risultavano però sotto l’ esclusiva e diretta giurisdizione del Papa ) [per approfondire questa sottile e vastissima tematica è però sempre opportuno consultare la basilare Bibliotheca Canonica, Juridica, Moralis, Tehologica …., di L. Ferraris in merito a diverse voci concernenti sia il contesto ecclesiale nella sua globalità (non escluse per esempio le peculiarità giurisdizionali della titolatura di Abate) quanto molte voci connesse anche all’ aspetto aspetto materiale e monumentale oltre che spirituale della Chiesa stessa].
Si ricorre allora al Vescovo della Diocesi di Ventimiglia, Azzo Visconti di Milano, fervido oppositore della politica ghibellina genovese che, con lettera al Capitano e al Senato di Genova, si dichiara offeso nella dignità pastorale: “non essere io né custode né guardiano di un templare o chicchessia”. Il Galliana resta impunito e di tutto ne dà sentenza lo stesso Vescovo il 9 ottobre 1527.
Lo stesso giorno, richiamato in Seborga presso il Capitolo, il Maestro Templare subisce un processo dall’Ordine in cui viene privato degli onori della Maestranza e svestito della Mantella di Cavaliere.
Non dobbiamo dimenticare che se i Templari erano monaci armati erano autorizzati come dettava la loro Regola ad usare le armi solo contro gli Infedeli e contro gli animali feroci ma solo a scopo di difesa (art. 46 e 47) con la sola eccezione del Leone da attaccare incondizionatamente ( art. 48).
Trasferito a Nizza Marittima, dopo una penitenza di tre anni in cui è semplice inserviente per avere agito contro la Regola, è riconsacrato Cavaliere.
Viene quindi inviato nella Precettoria ospitaliera di S. Maria, al Passo delle Finestre, a nord dell’attuale Parco francese del Mercantour. Non si ha notizia se il Galliana fosse ancora là nell’Anno del Signore 1307, anno in cui i Legisti di Filippo il Bello, Re di Francia e Vescovo di Parigi, guidati dalla Curia di Nizza massacrarono tutti i Cavalieri presenti nella Precettoria di Santa Maria delle Finestre .
..”.

da Cultura-Barocca

Quei ponti verso la foce del Nervia

 

DA QUESTA CARTA DI ANONIMO DEL ‘700 SI DEDUCE CHE – ANCHE PER GLI EFFETTI DELLA GUERRA DI SUCCESSIONE AL TRONO IMPERIALE DI META’ ‘700 – NON LONTANO DALLA RIVA DEL MARE IL NERVIA ERA SUPERATO PER VIA D’UN PONTE VEROSIMILMENTE IN LEGNO MA SI NOTA CHE UNA DIRAMAZIONE VIARIA DETTA “STRADA DI CAMPOROSSO” CONDUCEVA ATTRAVERSO “LE BRAIE” LUNGO LA RIVA ORIENTALE DEL NERVIA SINO AD UN PONTE AD UNA SOLA ARCATA CHE IMMETTEVA AL BORGO DI CAMPOROSSO E QUINDI ALLA VAL NERVIA COME HA LASCIATO SCRITTO IL BERTOLOTTI IN QUESTA PAGINA DEL SUO MAI ABBASTANZA STUDIATO VIAGGIO NELLA LIGURIA MARITTIMA DEL 1834 (ENTRO CUI NATURALMENTE, OLTRE A QUESTO PONTE DI CAMPOROSSO, NON MANCA DI CITARE IL MONUMENTALE PONTE DI DOLCEACQUA) .

Camporosso (IM): a sinistra il cimitero con la Chiesa di San Pietro, qui citata. In alto, Dolceacqua
Il torrente Nervia verso la foce; al di là, la zona Nervia di Ventimiglia (IM)

I secoli passano oggi veloci, ma nel passato lo “stato del presente replicava spesso soluzioni utilizzate da tempi immemori” e comunque -a titolo di approfondimento giova ribadire che mutatis mutandis dal noto tattico sulla via Romea del Nervia la varia tipologia di viaggiatori (pellegrini, crociati e cavalieri ecc) che intendeva raggiungere il mare e quindi le sue varie stazioni od ospizi il tragitto del Nervia poteva -sulla linea di quanto detto e senza dubbio possibilistico se non plausibile in assoluto- fruire sin dal medioevo di varie opzioni proprio dal nodo strategico ed anche “segnato” pei pellegrini dal lato iconografico della chiesa di S. Pietro di Camporosso ove si era soliti stipulare contratti tra i viandanti della Fede e nel caso i loro emissari nel caso non si volesse o si potesse operare di persona e delegare altri più pratici od audaci ai fini dei sempre perigliosi viaggi della Fede = da quella di accedere direttamente agli ospedali di Nervia e Ventimiglia quanto di fruire -anche a secondo delle mete scelte dei Luoghi Santi (vedi cartografia)– di più diramazioni dal percorso più arduo per raggiungere l’ importante Ospedale di N. S. della Ruota tra Bordighera e Ospedaletti (nemmeno escludendo la possibile variante di attraversare il Principato Monastico di Seborga per accedere al Montenero) alla diramazione di cui qui sopra si parla e detta strada di Camporosso che immetteva sul tragitto per Bordighera-Ospedaletti sin ancora – sempre volendo accedere a questa meta orientale del Capitanato di Ventimiglia – al valicamento diretto del Nervia quando provvisto di ponti o guadabile non troppo rischiosamente anche in presenza di tracimazioni ma grazie alla fruizione di efficienti traghettatori.

Ugo Foscolo, militante nell’armata francese d’Italia ai tempi napoleonici, fuggendo, con frotte di vinti commilitoni, da Genova ripresa a fine ‘700 dagli Austriaci, nel descrivere (su una direzione quindi opposta e comunque diversa da quella citata, ma grossomodo speculare, cioè da Ovest ad Est) nella sua “Lettera da Ventimiglia” del romanzo epistolare Jacopo Ortis, può davvero risultare l’ultimo viandante e descrittore di questi tragitti di cui il NERVIA (VEDI), fiume-torrente imprevedibile a seconda del flusso delle acque rendeva alternativamente necessario avvalersi a seconda delle sue condizioni e della sua portata, anche rinunciando ai percorsi più semplici per sfruttare quelli decisamente ardui, come qui si legge pur di raggiungere Ventimiglia e da lì la Francia e tuttavia, pur realizzando e/o finalizzando i Savoia -ma con lentezza eccessiva- la “Strada della Cornice” ideata da Napoleone, ancora nel 1826 Giacomo Navone erudito diretto a Ventimiglia provenendo da Bordighera, per unirsi ai suoi amici sulla sponda opposta del Nervia, dalla costruenda “Strada della Cornice” dovette guadare il fiume con l’aiuto magari di un traghettatore ed altresì oltre un decennio dopo pur dichiarandosi per pubblicistica di Stato finita la “Strada” seppur con l’onere di terminare alcune infrastrutture si sminuiva ad arte –anche per non inasprire ulteriormente i Liguri giustamente rabbiosi per l’annessione coatta e inaspettata al Piemonte dopo la Restaurazione di Vienna– l’entità reale dei lavori da concludere perché tra queste “infrastrutture” date come di poco conto stavano molti ponti di modo che al tempo del Bertolotti, quindi nel 1834, non esisteva ancora un ponte sul Nervia].

da Cultura-Barocca

Prescrizioni medievali intorno agli scali del ponente ligure

La zona tra Arma di Taggia e Santo Stefano al Mare (IM)

E’ giusto affermare che, allo stato attuale delle investigazioni, le più complete osservazioni sul porto di Taggia o meglio sui porti di Taggia sono da attribuire a Carlo Carassale che, in un suo recente libro (L’ambrosia degli Dei – il moscatello di Taggia alle radici della vitinicoltura ligure, Atene Edizioni, Arma di Taggia, 2002), riassumendo le postulazioni di alcuni studiosi, ha tracciato essenziali informazioni su alcuni aspetti della commercializzazione marittima dagli scali di Taggia e, contestualmente, sugli approdi della località individuati prioritariamente nella RIVA DI TAGGIA (oggi RIVA LIGURE) e quindi negli scali dell’ARMA O DELLA CHIAPPA: aree, tutte queste, altresì pervase da una discreta attività cantieristica.
“Il capitolo 22 degli statuti di Taggia del 1381, De palis plantandis in ripa Thabie et Clappa et Arme, che obbligava il podestà, con la collaborazione degli anziani, a piantare due pali in ognuna di queste tre ben distinte località costiere, fornisce la conferma, seppur indiretta, di un traffico marittimo che vedeva i Taggesi protagonisti. Una simile imposizione, non collegabile ad una esigenza di definire i confini amministrativi di tre ambiti compresi all’interno della stessa podesteria, pare finalizzata a individuare e a segnalare agevoli APPRODI per le imbarcazioni. La spesa di tale lavoro gravava interamente sul Comune di Taggia che provvedeva alla periodica sostituzione dei pali non più idonei a tale scopo.
Due gli elementi che risaltano in questa preziosa testimontanza: la presenza ipotizzahile di piccoli mercanti che si adoperavano per rendere agevoli le operazioni di carico-scarico delle merci che prendevano la via del mare; la funzione della spiaggia dell’ARMA o della CIAPPA come scalo alternativo a RIVA DI TAGGIA.

Sullo SCOPO DEI PALI è utile e chiarificatore un confronto con analoghi capitoli contenuti negli statuti di centri costieri vicini a Taggia.
Il capitolo 217 degli statuti di Albenga del 1288, De palis ponendis in ripa ad extrahendum ligna, faceva obbligo a qualsiasi cittadino o mercante che possedesse un’imbarcazione con almeno duos temones di collocare o far collocare, a proprie spese, due pali sul litorale di Albenga pro extrahendis lignis. La prescrizione, valida usque ad Kalendas iunii, riguardava anche i proprietari di barche di minor valore ai quali competeva l’installazione di un solo palo. Chi contravveniva a tall disposizioni doveva pagare una multa.
Anche il capitolo 166 degli statuti di Sanremo del 1435, De pallis plantandis in ripa Sanctiromuli, stabiliva che la Iusticia dovesse provvedere alla sistemazione di un numero imprecisato di pali nei punti della spiaggia in qua navigia trahuntur, operazione forse effettuata con l’ausilio di argani. L’Amministrazione comunale si faceva carico della spesa per la sistemazione dei pali ed era tenuta a far scurare, cioè dragare, il tratto di mare nonché a tenere sgombra ipsam ripam. La riparazione del molo, che rendeva lo scalo più accessibile, spettava ai Sanremaschi, che vi si dedicavano, individualmente, per diem unam vel duas all’anno.
Anche il capitolo 17 degli statuti di Oneglia del 1428, De palis plantandis in ripa maris, imponeva ai rasperii di piantare o far piantare, sempre a spese del Comune, sei pali bonos ey sufficientes per un mese, al fine di segnalare un comodo approdo.
Gli statuti di Porto Maurizio (1405) non contemplano tale necessità: le imbarcazioni alla fonda godevano infatti di uno specchio d’acqua loro riservato, nel quale era proibito gettare materiale di qualunque generei.
In mancanza quindi di precisi regolamenti portuali, ogni singola comunità affidava i lavori relativi alla costruzione di un molo o al dragaggio di un fondale ai rispettivi ahitanti.
Siamo in presenza di approdi dotati di strutture modeste che rientrano, ed ARMA non fa eccezione, in una precisa tipologia.
Arma, con Bussana, faceva parte della podesteria di Taggia dal 1357, ma le continue dispute che impedivano conseguentemente una comune gestione agricola del territorio, nonché la crescita economico-produttiva della bassa valle, porteranno, nel 1429, alla divisione amministrativa I Bussanesi si lamentavano in particolare di una tassa sul vino (otto denari per ogni metreta prodotta all’intemo dei confini podestarili), che colpiva indistintamente i viticoltori della zona senza tener conto della qualità. Un’imposizione che si dimostrava inequalis a motivo del maggior pregio dei nettari taggesi rispetto a quelli di Bussana. Controversia appianata inizialmente stabilendo che fosse dignum et iustum calcolare la gabella in proporzione non alla quantità ma ad valorem et pretium vinorum.
Poiche locus Alme possedeva scarum et portum sive locum nel quale si caricavano vina et alie res et merces tam Tabie quam Buzane et aliorum locorum circostantium e non era in grado, in mancanza di un numero ritenuto sufficiente di abitanti, di costituirsi in un Comune autonomo, i giudici incaricati di risolvere la questione gestionale sentenziarono:
1 ) per tutti i vini, imbarcati nello scalo di Arma, nati nel territorio di Taggia, il dazio spettava a questo Comune. La stessa disposizione valeva per Bussana nell’area a lei direttamente soggetta, in casi analoghi.
2) Per le derrate che si realizzavano nel territorio di Arma, i contadini dovevano pagare la tassa al Comune di appartenenza.
3) Per i vini imbarcati sulla spiaggia di Arma prove nienti da centri non compresi all’interno della podesteria, il balzello doveva essere spartito tra Taggia e Bussana, in proporzione alle terre rispettivamente possedute in dicto territorio Alme.
Queste misure tampone non impediranno le liti fra i due Comuni. Nel nuovo arbitrato del 1432, che sanciva la divisione del territorio di Arma, si decise quanto segue: i vini o i mosti di proprietà di Taggesi imbottati in Discrictu Tabiae o extra rerritorium Tabiae, potevano essere imbarcati nello scalo di Arma per totum mensem octobris, corrispondendo tuttavia un dazio agli uomini di Bussana ai quali ora spettava evidentemente la gestione dell’approdo; per tutti gli altri vini non imbottati entro la suddetta scadenza, o per altre merci imbarcate in dicto scario Almae, i mercanti taggesi dovevano pagare comunque una tassa ai Bussanesi; i proventi del dazio imposto ai forestieri per l’uso dello scalo dovevano invece essere spartiti fra Taggia e Bussana.
In una delibera del Comune di Taggia del 5 febbraio 1464 troviamo una conferma indiretta dello sfruttamento commerciale di questa spiaggia.
Il timore di una propagazione della peste, morbo già segnalato in alcuni centri del Ponente ligure, costrinse il Consiglio degli anziani a misure preventive, proibendo l’attracco di imbarcazioni, provenienti da luoghi sospetti, su tutto il litorale, scalo di Arma compreso. Anche gli uomini di Riva, porto d’imbarco della podesteria, non potevano ospitare persone che frequentavano per la loro attività luoghi colpiti dalla pestilenza. Si imponeva un’attenta sorveglianza nei punti di sbarco, che avveniva abitualmente inter Fossatum Grossum et Costam Gabriele et Fossatum Canae.
Nel 1504 le continue controversie sui confini territoriali e sull’utilizzo dello scalo richiesero un giudizio imparziale del governo genovese. Il conteso locus Alme poteva d’ora in avanti essere abitato da uomini di ambedue le comunità, ma doveva rimanere ben distinto dai Comuni di Bussana e di Taggia fino a costituirsi, raggiunto il numero di 25 famiglie, in un Comune autonomo con propri consoli.
Interessanti sono i regolamenti edilizi: la costruzione di case o altri fabbricati rispondeva ad un preciso criterio poiché era necessario lasciare libero un ampio tratto di spiaggia pro trahendis in terram galeonis er aliis vasis navigabilibus. Uno scalo importante dunque per le operazioni di carico-scarico del vino o di altre merci e per la presenza di cantieri navali.
Le navi di grossa stazza, impossibilitate per le dimensioni ad avvicinarsi alla riva, gettavano l’ancora al largo. La mercanzia veniva caricata su piccole imbarcazioni (alcune provenivano dalle aree interne sfruttando la navigabilità del torrente Argentina) per poi essere trasbordata.

da Cultura-Barocca

Portitorium, Portilorium, Portiloria, Portiola…

Dove [nell’attuale zona Nervia di Ventimiglia (IM)] un tempo agiva il porto canale nel torrente Nervia e dove ghiaie ed arene avevano seppellito le vestigia di quella che era stata la città capitale degli Intemelii, sorgeva il fortilizio di Portiloria (sulla cui logistica indagò a lungo G. Rossi sin a scrivere un saggio intitolato =Dove si trovava il Castello di Portiola?).

Prima i Conti e poi il Comune vi tenevano una guardia armata, per la sicurezza del ponte in legno e come posto di dazio per le vie verso Genova e verso la Valle Nervia ed il Piemonte. La grande cisterna del Castrum Aquae, dal quale si dipartivano i canaletti o le fistulae di piombo, come hanno rilevato Rossi e Lamboglia, avrebbe dovuto trovarsi ad una quota superiore all’abitato, magari nei pressi delle mura di Nord-Est, dove Rossi aveva scoperto un antico condotto, vicino al medievale Castello di Portiloria, divenuto poi, attraverso varie evoluzioni nel corso dei secoli, Ridotta Orengo, rinforzata nel Settecento dal Barone di Leutrum, durante la Guerra di Successione al Trono d’Austria, poco al disopra dell’ attuale chiesa di Cristo Re (qui proposta -tramite didascalia- nel contesto del quadrivio di Nervia e del Dazio).

La strada di accesso alla Bastida da Levante si inerpicava dunque sulla collina delle Maure a partire dal luogo dove nell’Alto medioevo era posta la Portiola o Portiloria, una sorta di fortilizio che, come detto (senza escludere una funzione peculiare in merito al traffico e al passaggio delle merci nella romanità) controllava l’accesso al territorio ventimigliese. Correva con un sentiero a mezza costa per raggiungere la Porta delle Maure, onde poi calare con una mulattiera piuttosto appesa, proprio all’interno delle mura genovesi, fino al corso del Resentello e la Porta delle Asse” [le tante trasformazioni, anche per l’interazione tra torri a funzioni diverse belliche e non, enfatizzate nel ‘700 dalle fortificazioni austriache della citata guerra di successione al trono imperiale specie in merito al Palazzo e Predio Orengo divenuti “Ridotta Orengo” compreso l’interrogativo sulla genesi di una parte almeno delle torri antisaracende del XVI secolo) rende comunque sempre ardua le lettura sulle modificazioni del territorio, anche estendendo l’analisi ad un areale che travalichi verso oriente lo stesso Nervia = si veda ad esempio la questione della costruzione cinquecentesca di una fortezza alla marina per difesa delle ville orientali intemelie:

e del resto nel complesso del sistema areale dove sorgeva il “castro di Portiloria” sopravvive tuttora, anche ufficialmente, come si vede qui dalle immagini fotografiche, vi sopravvive il toponimo “A TURE” (vedi) pure se risulta doverosa un’indagine di archeoletteratura.]
Per secoli area di vita agronomica importante e non turbata da grossi problemi siffatta area fu violata pesantemente durante la Guerra di Successione al Trono Imperiale nel XVIII secolo su direttive del Barone di Leutrum e dell’Ingegnere di guerra Guibert per parte degli Austro-Sardi assedianti Ventimiglia venne organizzato un impressionante apparato militare offensivo e come qui si vede dall’enfatizzazione di un particolare di questa carta coeva l’areale d’altura sovrastante il Convento agostiniano si ebbero realizzazioni belliche anche nell’area delle Maule forse sovrastanti o prossime alle costruzioni genovesi dell’assedio genovese vittorioso a Ventimiglia del XIII secolo
= ma il terreno resta minato e vale quindi la pena di attenersi, pur non escludendo ulteriori interpretazioni, a quanto scritto da Andrea Capano -con la solita competenza di linguista e dialettologo- nel contesto di un articolo, spesso riproposto in altre sedi ma editato pure nella Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi edita nel 1986
Filologicamente il termine “Portiloria” potrebbe indicare (in considerazioni di questo genere i condizionali sono d’obbligo) stante le funzioni di cui sopra, la logistica (prescindendo dalla postazione stessa del ponte in legno realmente attestato da documenti medievali) e il documento di cui del castro si parla per la prima volta (previo anche possibile deformazione -nel passaggio, anche tramite trascrizioni con errori di lettura del latino classico divenuti lemmi per quanto strutturalmente vagolanti del latino medievale) una struttura fortificata preposta al controllo fiscale sulle merci ed altro che attraverso i tempi finì per estendere una qualche propria denominazione alle terre circonvicine = vedi qui Estienne, Henri <1528?-1598> Glossaria duo, è situ vetustatis eruta: ad vtriusque linguae cognitionem & locupletationem perutilia. Item, De Atticae linguae seu dialecti idiomatis, comment. Henr. Steph., Vtraque nunc primùm in publicum prodeunt [Ginevra] : excudebat Henr. Stephanus, 1573 che riporta la definizione Portilorium (pag. 165. lemma XIV dall’alto) [onestamente, come accadeva nel ‘500, in assenza di errata-corrige, bisogna dire che previo controllo con altri esemplari- la parola qui è stata verosimilmente corretta da qualche lettore saputo allungando la t di stampa in l, sia per precisare (sulla linea di modi di dire gradualmente altalenanti) sia per personali convenzioni linguistiche = l’uso di correzioni a mano, fattibile dato anche il relativo basso numero di esemplari stampati, era però a differenza di oggi in qualche maniera codificato e spesso anche se non sempre comunicato ufficialmente dagli stessi stampatori per esempio come si vede in questa edizione cinquecentesca del Giunti de La Fiammetta del Boccaccio: la correzione di portitorium in portilorium resta comunque il segnale di un lemma sempre meno chiaro ai più, che andava perdendo la sua originaria e classica struttura, ma che però aveva finito, nel caso intemelio, per dare una sorta di denominazione all’areale su cui sorgeva]. Il du Cange, et al., Glossarium mediae et infimae latinitatis, éd. augm., Niort : L. Favre, 1883-1887, t. 6, col. 426b scrive = Portitorium [corrispondente al greco teloneion , in Gloss. Lat. Græc. = Locus ubi vectigal exigit publicanus, portitor = nel latino oggi usuale compare la forma portitor, portitoris da portus nel senso di “riscotitore di gabelle, gabelliere, doganiere (che visitava nei porti le merci che entravano ed uscivano -Cic., de rep. 4, 7: Calonghi sotto voce- esigendo il Portorium di cui suo Lessico scrive anche il sempre utile Lubker qui digitalizzato alla voce o voci relative). E’ invero assai raro, se non nei grandi lessici, riscontrare il lemma Portitorium = “qual uffico, luogo, edificio, caserma, stabilimento, emporio pubblico” in cui, come ancora detta Lessico del Lubker sotto voce si pagava il vectigal sia come imposta da intendere quale “rendita delle proprietà stabili dello Stato sia quale forma di entrate oscillanti ovvero imposte indirette come appunto il portorium. In greco antico oggi si citano le espressioni “telonia” e “teloneia” con “o = omega” e parola parossitona = Str. 748 cita il “telonion” -sempre con “o da intendere per omega” accentato, nel senso di banco del pubblicano = “telonio”. Il Battaglia, nel Grande Dizionario della Lingua Italiana , Torino, UTET, anni vari, vol. XX scrive “telonio” = “banco dei gabellieri, esattoria” e lo ritiene voce dotta dal latino telonium derivato dal greco “telones” (parola parossitona con epsilon, o = omega, eta): sempre il Battaglia scrive poi “telonèo” (ant. “talonèo”, “tolonèo”; dial. ant. “tolonèu”) dando la definizione: “Stor. Dir. Nel diritto medievale e moderno, diritto regale di riscuotere dazi, che consisteva in un complesso di imposte indirette, già applicate nel diritto romano imperiale, che venivano riscosse da coloro che riportavano o commerciavano merci o prodotti di consumo: dazi sui mercati, sugli affari, di confine, sul traffico terrestre o fluviale”.

Tutte le grandi sillogi di latinità attraverso i secoli riportano comunque sostanzialmente questa definizione e cioè Portitorium locus ubi vectigal exigit publicanus, portitor = senza dubbio per Ventimiglia sia romana che medievale la logistica a guardia di vie e approdi nel porto canale giustificherebbe non solo la postazione di siffatto ufficio o dogana ma la persistenza della sua denominazione evolutasi a toponimo dell’areale circostante, rifacendosi alla costumanza, peraltro usuale in assenza di numeri civici nella romanità quanto nel medioevo ed oltre, per indicare un sito, alla struttura muraria o edificio più significativi dello stesso (e storicamente una dogana lo è da sempre); siti importanti, noti a tutti –spesso non privi di iscrizioni specificanti– donde organizzare le proprie ricerche in un raggio più ristretto a riguardo di qualche persona o struttura di minor rilievo: a titolo documentario si cita qui per Roma la Forma Urbis pubblicamente esibita, anche per orientarsi nell’immensa città.
Potrebbe qualcuno obbiettare che il termine pertinente avrebbe oramai dovuto essere trattandosi di medioevo il termine Scalatico (o skaliaticum o scalagium) tassa che si pagava per lo scarico delle merci nei porti, calcolata in ragione di una certa percentuale del valore delle merci stesse. Per quanto riguarda la denominazione, va precisato che lo scalo era (ed è) un luogo situato in pendenza verso il mare, dove è agevole sostare per caricare e scaricare le merci dalle navi. . Lo scalaticum sostanzialmente si pone come un’evoluzione parziale dell’imposta doganale romana, il portorium, percepito per il trasporto di merci in un determinato porto. In effetti lo stesso nome portorium evoca il termine portus, proprio per indicare il tributo riscosso nei porti all’arrivo delle merci trasportate per via marittima ma in realtà, il portorium comportava una valenza molto più estesa e comprendeva tre diverse imposte (i diritti doganali per il passaggio di merci attraverso la frontiera dell’impero romano, i diritti per l’introduzione di merci dentro i confini delle città, e i diritti di pedaggio o pedatico per il transito di merci sulle strade). I Romani non stabilirono mai una tariffa generale per il portorium, ed anzi spesso lo riscuotevano in maniera forfettaria, con possibilità di abusi da parte degli esattori. Invece, i Longobardi (che per primi introdussero lo scalaticum in quanto tale) fissarono in un certo senso la base imponibile: doveva stabilirsi il valore (e talora il peso) complessivo delle merci, in base al quale poi veniva calcolato il tributo.
Difficilmente le persone dimenticano, pur attraverso gli anni se non i secoli, i luoghi ove si controllavano gli affari e dove i loro avi dovevano pagare dei dazi sia che le merci arrivassero per mare che per terra: anche se per gli approdi marittimi fosse stato bastante il lemma scalaticum con l’antico termine, peraltro alterato di portitorium/portilorium, poteva essersi conservata una valenza sia antica che ancora in essere tanto da conservare all’areale in oggetto (oltre che al pubblico edificio o “castro”) prossimo a vie e porto-canale, il nome di una dogana già fissata dai Romani (e seppur profondamente modificata ancora in essere nel medioevo) per esportatori ed importatori, sia terrestri che navali.

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Cesio, un tipico borgo di sperone

Fonte: Wikipedia

Cesio (IM) é tipico borgo di sperone, che, con ARZENO (che prima d’esser accorpato a Cesio, nel 1928, fu Comune autonomo) e SAN BARTOLOMEO, occupa la posizione più elevata della valle di Oneglia (CARTARI è un’altra frazione di Cesio già sede del Castello – vi si individuano pochi RESTI di una struttura fortificata – e sita in posizione strategica quasi a controllo della Valle dell’ARROSCIA).

Il nome del comune non ha una chiara etimologia e due sono le versioni interpretative che ne vengono date.
Secondo la prima di queste potrebbe trattarsi di un toponimo romano, cioè di un nome di luogo; secondo l’altra versione sarebbe possibile che il nome attuale sia la trasformazione di un prediale (un nome indicate una villa od un possesso fondiario) derivato dal nome romano “Caesius”.

In epoca medievale il centro era un possesso dei feudatari marchesi Clavesana; nel XIV sec. il paese pervenne quindi a Genova e fu ascritto fra i possessi del DOMINIO DI TERRAFERMA DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA.

Pervenuto quindi, nel contesto del PRINCIPATO DI ONEGLIA, al Piemonte ed alla casa Sabauda non conobbe grossi eventi ma fu gravemente saccheggiato nel 1801 da una banda di predatori (è peraltro noto che anche la Repubblica aveva dovuto spesso combattere contro briganti e predoni che si rifugiavano nelle sicure anse dei contrafforti alpini).

Secondo un’interpretazione il paese non conserva edifici monumentali notevoli, ma emerge solo il semplice campanile affiancato alla chiesa parrocchiale che segna il passaggio tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento.
E’ costituito da una torre a pianta quadrata sovrastata da una cuspide piramidale a base poligonale; non è più costruito con la pregiata, pietra da taglio ma ha superfici realizzate con strutture “povere” che abbisognano di essere protette da adeguati strati di intonaco.
Le murature sono forate da un solo ordine di strette finestre corrispondenti alla cella di copertura.
L’uso nelle nostre valli dell’intonaco esterno diventò usuale a partire dalla fine del XV secolo a causa della congiuntura economica che non rendeva più conveniente la lavorazione delle pietre a faccia vista.
Si ricorse perciò all’uso di materiali meno resistenti, ma pia economici e di facile applicazione.
Le superfici vennero rivestite di un candido intonaco “a marmorino” (calce e polvere di marmo in adeguate proporzioni) che per la sua superficie compatta e levigata oppone un’eccellente resistenza all’azione dilavante dell’acqua, così da risultare valido anche nella protezione della copertura a guglia dei campanili.

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Ventimiglia (IM) e le Ville nel XVII secolo

La Loggia dell’antico Magazzino dell’Abbondanza di Ventimiglia (IM)

Nel 1622 (vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli [la zona di Ventimiglia viene definita intemelia] erano arruolati come soldati locali (“militi villani” di guardia alla frontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita:”La città di Ventimiglia ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà ‘800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti”(“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).
Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)” si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull’arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.
Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE PRESUBIBILMENTE DI G. G. LANTERI indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai “nemici”) pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634): degli eventi esiste pure una contestuale RELAZIONE DEL VESCOVO GANDOLFO (questa che venne consultata presumibilmente dal Lanteri fu trascritta entro una sua opera dal II Bibliotecario dell’Aprosiana Domenico Antonio Gandolfo).
Nonostante questa loro fedeltà a Genova i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un’impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si “finse”, di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.
All’8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL’UFFICIO DELL’ABBONDANZA: manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Interna. di Studi Liguri – Bordighera). Nell’ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l’organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell’amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l’equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: ” … si provvide per gli ufficiali dell’abbondanza di fare quadrare i passi a confini…” mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì “abbondanziere” il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).
Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “…Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell’abbondanza, cioè dei viveri dei soldati…” (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d’Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).
Abbondanza od Annona che fosse, l’Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità “…un vecchio errore di economia pubblica, l’annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli…” (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l’economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l’ANNONA era più estensivamente “il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie”.

Sotto quest’ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l’Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l’Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatorie, all’8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA.
I nobili di Ventimiglia, che ne ebbero sostanzialmente il controllo a scapito degli OTTO LUOGHI, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento dell’ UFFICIO DELL’ ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all’Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell’Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l’istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l’idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell’Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell’area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.
Nel contesto dell’annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie Bordigotti che nel XVIII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l’assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell’Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale (senza calcolare la difficoltà d’accesso ad altri uffici presenti solo nella città tra cui IL LOCALE PUBBLICO OSPEDALE)
Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell’Abbondanza alle Ville dall’altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all’organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.
In effetti circa novanta anni prima (7 giugno 1543) due esponenti del COLLEGIO DEI PROTETTORI DI SAN GIORGIO Giovanni Imperiale e Antonio de Fornari con le loro ordinazioni e alla presenza dei rappresentanti delle Ville Antonio Rondelli e Giovanni Antonio Guglielmi e di Ventimiglia i “Magnifici” Battista Galeani e Luca Sperone, avevano tentato una COMPOSIZIONE IN 36 CAPITOLI
dei rapporti socio economici tra la Città di confine e le sue dipendenze rurali.
In particolare preso atto della non corretta gestione di sanità si tentò anche di instaurare un più corretto rapporto sulla gestione del pubblico ospedale (punto 34) e di meglio controllare l’operato del medico pubblico (punto 27) ma l’unico vero e concreto risultato si sarebbe ottenuto, con molto altro, solo dal 1693 con l’
equiparazione dei diritti tra villani e cittadini nella fruizione dell’OSPEDALE DI SANTO SPIRITO essendosi ormai ratificata la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi ed essendo in atto l’annosa procedura di divisione tra le aree amministrative.
L’inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di “prestigio” delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l’Abbondanza come cosa propria.
All’apparente democrazia dei nuovi capitoli “dicevano di no” gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).
E poi…in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un’ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l’Ufficio intemelio dell’Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell’Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell’Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.
Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro “tremavano” nell’attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l’esosa città.

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