Predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…

L’ala dell’ex Convento di Sant’Agostino a Ventimiglia (IM), dove Angelico Aprosio installò la sua Biblioteca, la “Libraria”

A prescindere dal fatto che la golosità rientrava tra i peccati capitali, certo poco consona ad un religioso qual era, Ludovico Angelico Aprosio, detto “il Ventimiglia”, ben sapeva che l’esternazione su di lui quale poeta, nel senso di stravagante ed irrequieto, era anche connessa al giudizio di esser seguace di una vita da opsofago amante con i piaceri del locus amoenus, cercato anche in Ventimiglia, e delle gioie della tavola alla stregua dei Depnosofisti di Ateneo. Non esclusa la passione per il vino, preclusa con altre costumanze ai religiosi qual causa di crapula ed ebrietas, che gli causò non pochi attacchi da parte di Arcangela Tarabotti sin ad esser nominato da lei, nel contesto di una celebre polemica fra i due su femminismo e antifemminismo, “predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…“.

Ma ecco, nei “ricordi pieni di rabbia” entro la “Biblioteca Aprosiana”, come, in effetti, ancora nel 1673,  Aprosio giudicava l’Antisatira della sua antica amica diventata nemica, la suora “femminista” ante litteram Arcangela Tarabotti, il suo lavoro a difesa delle donne e quegli attacchi della suora che lo avevano lasciato, forse, senza respiro.

All’Ode XII del Nebulo Nebulonum di G. Flitner è accorpata appunto questa icona con il motto Hic merdam cribrando movet, apertamente riferita nel citato testo aprosiano all’agire di Arcangela Tarabotti.

Dovere filologico impone comunque di rammentare che l’acre e, per quanto erudita, certamente “volgare” espressione aprosiana avverso la Tarabotti trae il destro dal fatto che la suora veneziana per prima – dopo la grave alterazione dei suoi rapporti con Aprosio – apostrofò, come si evince dalle lettere della donna, pesantemente “il Ventimiglia” quale “predicatore delle glorie del vino, confessore dei bugiardi e mecenate degli ubriachi…“, alimentando, sulla linea della sua fama di frate buongustaio e amante del buon vino, oltre che di raccoglitore di rarissime opere di enologia, la pericolosa pubblica nomea di “frate ubriacone“.

In effetti Aprosio si rivela ombroso specie quando si fa riferimento al suo passato “libertino e veneziano dell’Accademia degli Incogniti”. Quasi ne sia rimasto “scottato”, preferisce negli ultimi tempi parlare apertamente solo di “ubriachezza” quale vizio contro cui ha preso a combattere come Vicario dell’Inquisizione.

Anche per cercare, invano, di dissipare del tutto il retaggio ambiguo e negativo dell’appellativo di “poeta”, datogli a Venezia dal reggente Campiglia: poeta nel senso però di spirito bizzarro ed imprevedibile, anche impulsivo e non raramente litigioso, comunque non del tutto ancora avvezzo alla vita conventuale. Sì che, ben oltre i possibili interventi del buon Campiglia, sentite alcune voci,  Aprosio aveva temuto che si presentasse anche a lui, per indurlo a più consono comportamento, minacciosamente cinto di spada (come era suo costume e come aveva fatto contro altri) il potente ed intransigente Nunzio Apostolico di Venezia, Francesco Vitelli.

Il rispettoso formale comportamento di poi assunto da Aprosio non impedì,prescindendo dal delicato ma sempre risolvibile problema dei suoi reali rapporti con le donne e specificatamente con i “libri delle donne controcorrente, revisioniste e/o ribelli”, la persistenza a suo carico – quali maschere riflettenti antichi costumi – di almeno 10 interrogativi su pregresse stranezze comportamentali.

da Cultura-Barocca

 

 

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Lo scomparso mosaico delle quattro stagioni di Albintimilium

“Eccole intanto la notizia del mosaico e la sua descrizione che comparve sull’Osservatore del Varo di Nizza. Mentre nel gennaio dell’anno 1852 i coloni della valle episcopale di Nervia [zona di levante di Ventimiglia (IM)] stavano scavando alcuni fossi a fine di piantarvi dei magliuoli, incontrata un’insolita resistenza s’avvidero d’aver sotto i piedi uno stupendo pavimento a mosaico.

Sgombrato tosto l’alto strato di arena che lo tenea ricoperto, si trovò circondato di mura non più alte di un metro, da tre lati delle quali apparivano i vani di tre porte, presentandosi il mosaico chiuso dentro un rettangolo della lunghezza di tre metri e settanta centimetri, e della larghezza di due e cinquanta.
Incominciava esso con una lista di lapillo nero di 1/100 di larghezza seguita da una fascia bianca di lapillo larga 5/100. Seguivane una seconda nera che veniva a contornare un fregio composto di tutti triangoli isosceli di lapillo nero in fondo bianco, toccando il vertice del primo triangolo la base al mezzo del secondo volto per lungo. Una terza lista girava in varii sensi disegnando l’ opera tutta in differenti quadri quadrilunghi della larghezza di 25/100 entro ai quali in mezzo a due piccole liste bianche girava attorno un rabesco, specie di treccia, con piccole zone ripetutamente colorate di bianco, celeste e giallo di bella e dolce armonia , e in mezzo di questo in fondo bianco vi era una specie di rosone pur di varie tinte, cioè di nero, bianco, rosso, celeste, giallo e cinerino saggiamente combiniti. Nel mezzo del grande spartito veniva disegnata uua stella di 47/100 di diametro con otto rombi, composti di liste bianche in fondo nero, dal centro della quale si partivano otto raggi o liste nere, dalla direzione delle quali restava divisa tutta l’opera, con una regolarità singolare; ad una certa egual distanza da questa stella ve ne erano altre otto, in tutto consimili, che poggiando i loro centri sui lati di un quadro perfetto si volgevano tre per tre intorno alla medesima. Nei differenti riquadri che nascono dal maraviglioso gioco di queste stelle, ve no sono quattro maggiori , larghi 52/100. In mezzo dei lati del quadrato in senso opposto vi sono a contatto altri piccoli quadrati di 24/100 per lato, e nei due di fianco vi è disegnato a piccole zone colorite di giallo scuro, celeste, grigio e nero in fondo bianco il così detto nodo gordiano.
Ad ognuno poi dei quadrati maggiori in mezzo a due liste bianche gira all’intorno un rabesco colorito, specie di treccia, simile in tutto a quel di sopra narrato. E in mezzo a ciascuno di questi quadrati dopo il rabesco, entro una lista nera, vi è un quadrato ove in fondo bianco viene mirabilmente effigiato in minutissimo lapillo un busto rappresentante per ordine le quattro stagioni.
L’Inverno tien rivolta la tosta in un drappo celeste che con bel garbo gli discende dal lato sinistro a ricoprire il collo e il petto, e dalle spalle esce in alto una specie di palma o alga, quasi indicando che egli non è privo di vegetazione.
Si trova nel secondo quadretto la Primavera e come stagion de’ fiori amica è inghirlandata di fiori di diverse specie e colori; un largo nastro rosso lacca le discende scherzosamente fra l’omero e il petto.
Segue nell’altro quadrato opposto l’Estate voltata alquanto verso il centro con varii mazzetti di spighe in testa, per lo più gialli; v’ha qualche spiga verde con qualche fioretto roseo, specie di papavero campestre, che artisticamente rompe quella monotonia gialliccia. Due nastri similmente le discendono dietro all’occipite verso le spalle e sono di un roseo che tira all’arancio.
Viene per ultimo l’Autunno, giovane figura rubiconda e maschile, coronata di fiori rossi e verdastri con foglie verdi e gialliccie, ove si potrebbe ravvisare ancora qualche ramoscello di uva.
Ch’ il crederebbe! di così peregrino capo lavoro d’arte non resta più che un solo quadro incastonato in un muro dell’atrio del palazzo vescovile a Latte.

Nè migliore sorte toccava ad un secondo pavimento pure a mosaico, scoperto nell’Ottobre dello stesso anno in un terreno attiguo, il quale rappresentava Arìone seduto sopra un delfino, simile in gran parte a quello riferito dal Furietti, e scoperto nello scorso secolo in Roma presso porta Capena. Si è appunto fra le macerie che stavano intorno a questo mosaico, che si trovò il frammento d’iscrizione dicente :
DEDICAT-A-T-Q-E-P-
Spero di farle tenere fra non molto una più estesa narrazione di tutte le anticaglie, oggetti d’arte ed iscrizioni, da due secoli in qua dissotterrati in quella pianura.
Di Ventimiglia 27 Febbraio 1873.
Girolamo Rossi”
[Un antico mosaico a Ventimiglia. Lettera al ch. professore Teodoro Mommsen in “III – MONUMENTI” del “BOLLETTINO DELL’ ISTITUTO DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA PER L’ANNO 1873” – ROMA, COI TIPI DEL SALVIUCCI, Piazza SS. XII Apostoli, 50 1873 – N.° I. – II di Gennaio e Febbraio 1873, pp. 26 – 29]

da Cultura-Barocca

Un cameo del Seicento

Angelico Aprosio ebbe un importante cameo (o cammeo) cioè una breve ma basilare apparizione entro il romanzo seicentesco La Rosalinda. Ne La Rosalinda di Bernardo Morando, romanzo celebre nel ‘600, trattante la fuga di due innamorati cattolici dall’Inghilterra, ma anche il viaggio a seguirli dell’amico calvinista Edmondo, dopo un naufragio sul lido di Taggia convinto alla Conversione da padre Egidio. Conversione che avvenne nella Cattedrale di Ventimiglia, ornata incredibilmente di fiori, ulivi, palme, tappeti, arazzi, sotto la guida di Angelico Aprosio. Il cameo in cui si sviluppa la figura di Aprosio è però anche ricco di osservazioni sulla Ventimiglia dell’epoca.

Il luogo fu destinato nella Cattedrale di Ventimiglia, città indi poco discosta, il tempo, torto che Edemondo fosse in termine per consiglio del medico di licenziarsi dal letto, il che speravasi fra pochi giorni: e il modo con quella maggiore solennità che per loro possibile fosse. Volle il P. Egidio prender egli stesso di ciò l’assunto. Licenziatosi pertanto con teneri abbracciamenti dal figliolo nuovamente da lui con lo spirito generato, e raccomandato a quei padri particolarmente alla continua assistenza del P. Raffaele, andò a prendere quanto era d’uopo. Si trasferì a REZZO luogo non molto quindi lontano ove trovavasi come in proprio suo Feudo il Marchese Nicolò suo fratello: ivi da Genova egli poco prima s’era ridotto, per ischermirsi dagli estivi colpi, in quel luogo che situato sopra di un colle può godere i freschi fiati di Zefiro lusinghiero, anche sotto noiosi latrati di Sirio ardente. Informatolo del successo [la conversione di Edemondo] lo pregò ad onorare quella funzione [un ATTO DI FEDE ed un’ABIURA DALL’ERESIA] con la sua presenza, non solo, ma insieme con la sua liberalità, onde più splendida e più solenne ne apparisse. Quel Signore, che alle nobilissime prerogative del sangue accoppiava la nobiltà e la generosità dell’animo, più promise di ciò che fosse richiesto e più mantenne che non promise. Si trasferirono ambidue Vintimiglia, ed ivi concertato il tutto col Vescovo di quell’antica città, prelato, e per pietà di costumi e per grandezza di meriti, degno d’eterni encomi, fecero apparare superbamente la Chiesa, preparare solenne musica e disporre molte altre cose, a rendere più ragguardevole fa festa. Fu forse favorevole che si trovasse allora in quella città, ch’è sua patria, il Padre Angelico Aprosio, accademico eruditissimo, predicatore insigne, scrittore di libri famosi, soggetto per eccellenza di dottrina, per soavità di costumi, e per cento altri titoli, uno dei più ragguardevoli di cui si vanti oggidì la nobilissima religione agostiniana, il quale agli inviti del Padre Egidio accettò di buona voglia il carico di accompagnare con una sua predica adattata al soggetto la solennità di quel giorno…

I Romanzi del ‘600 elaborano intrecci a dismisura affrontando temi diversi; qui nel caso de LA ROSALINDA il momento della CONVERSIONE AL CATTOLICESIMO DEL CALVINISTA EDEMONDO finisce addirittura per trasformarsi in uno SPACCATO DI STORIA CIVILE E RELIGIOSA NON FACILMENTE RECUPERABILE DELL’ETA’ INTERMEDIA.

…L’accompagnarono (Edemondo ormai guarito) alla città di Ventimiglia, ove il medesimo Padre Egidio col fratello e con altri Signori lietamente l’accolse. La mattina, che all’arrivo di lui successe, riempitasi di spettatori la Cattedra [la CATTEDRALE della DIOCESI INTEMELIA ] e tappezzata di finissimi arazzi e risonante di musicali concerti, il conte Edemondo, prostrato sopra un tappeto a terra, davanti il Vescovo, ABIURO’ con alta e chiara voce tutti gli errori di Calvino e recitato poi il simbolo degli Apostoli e la parafrasi sopra di quello di Atanasio Santo fece solenne profession della fede. Indi ergendosi in piedi, con atto magnanimo e risoluto, pose la destra sul pomo della sua spada e giurò di mantenere e col ferro e col sangue, se d’uopo fosse, la verità infallibile della Fede, sotto l’obbedienza di Santa Chiesa Romana. Ciò finito si sentì risonare a piena musica il Rendimento delle grazie secondato dall’applauso e dal giubilo dei Circostanti, ma più dagli affetti del Convertito. Indi il Padre Angelico Aprosio con Elegantissima orazione, esaltando la Fede, abbattendo l’eresia e lodando il candidato suggellò quella nobilissima azione…

Ventimiglia (IM): abside della Cattedrale di Nostra Signora Assunta

Pare quasi scontato che nel romanzo di Bernardo Morando l’erudito Aprosio sanzioni con un’orazione l’abiura da tenersi nella chiesa cattedrale della città, atteso che ricopriva la carica di Vicario dell’Inquisizione nella Diocesi intemelia. In questa constatazione finale paiono davvero concentrarsi tutte le contraddizioni di un’epoca in cui da un lato la Chiesa occupava un ruolo temporale importante e spesso prepotente, ma nella quale contestualmente non mancava di segnalarsi anche positivamente per un assistenzialismo ai ceti meno abbienti in cui non di rado latitavano gli “Stati Laici”.

Il romanzo in quesione pone, inoltre, attenzione all’uso imposto e poi vieppiù ratificato di adornare chiese, conventi, santuari, luoghi sacri ecc. in occasione delle cerimonie importanti. Contestualmente all’esterno si provvedeva alla pulizia delle strade e delle piazze in genere abbastanza trascurate. Aprosio scrisse in merito a Ventimiglia (ma il discorso valeva per tutte le città d’Europa): “… potrebbero porger rimedio li Capitani, li Commissarii, o Governatori, che si appellino: li Sindici, o siano Consoli della Città: e lo farebbero, se fussero così zelanti del publico, quanto del proprio interesse…”

… con gravi conseguenze per la sanità con alta mortalità ed una serie di patologie e morbi (specialmente la malaria dovuta al mancato prosciugamento di paludi generate da esondazioni) contro cui nulla o quasi potevano la medicina ed i medici dell’epoca. E quindi, con giovamento per tutti (anche per attutire l’effetto di sgradevoli odori), nell’occasione di processioni e festività – come si legge in una “normativa per le processioni” del seicentesco intemelio Vescovo Mauro Promontorio – le vie erano pulite, infiorate ed adornate, anche con tralci di olivo e palme, anche lavorate usate all’epoca in molte con una precisissima distinzione tra i tempi di festività religiose, in cui salvo specifiche eccezioni qui riportate, era inibito dedicarsi al lavoro e non ancora ristrette a commemorare la sola Domenica delle Palme o Seconda Domenica di Passione]

da Cultura-Barocca

Don Bosco a Vallecrosia

 

 

 

 

 

 

Allieve dell’Istituto femminile di Maria Ausiliatrice di Vallecrosia (IM) ai primi del 1900
Chiesa di Maria Ausiliatrice – ed Istituto femminile – di Vallecrosia (IM) ai primi del 1900

da I “graffiti” della storia: “Vallecrosia e il suo retroterra”, di Bartolomeo Durante, Ferruccio Poggi, Erio Tripodi, edizioni erio’s, 1984 in Cultura-Barocca

Sentir squittire i demoni del gran male

Dolceacqua (IM): Castello Doria e Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate

Dolceacqua e dintorni nel Seicento … morire di terrore nell’attesa di “Sentir squittire i demoni del gran male”…quando invece non sarebbe stato male far del sano sesso e soprattutto lavare e lavarsi…

Ma chi lo poteva immaginare data l’epoca, visto il superstizioso timore dei bagni pubblici e l’imperante sessuofobia? Ma non era colpa di nessuno!…tutta Europa era coinvolta in questo modo di intendere la vita…! O meglio…qualcuno non la pensava così…certi medici per esempio, il gran Baliani e, sembra strano, il ventimigliese Angelico Aprosio…!!!!!

Già proprio lui, … sicuramente il talento letterario più celebre di Ventimiglia…ma non solo talento letterario.

Aprosio era un “raccoglitore del tutto”! ma per nulla caotico! certo bisogna intuire l’ordine che lo guida e conoscerne la decrittazione per giungere ai valori di fondo…

Comunque se lo si legge anche senza grosse pretese ma con la voglia di capire, le sue riflessioni di fondo si recepiscono bene!… La difficoltà deriva dal fatto che come altri nel suo tempo fu tante cose oltre che bibliofilo.

E’ naturale che sapesse tante cose, era intelligente, curioso, bibliotecario di gran nome, inquisitore, esorcista, predicatore, letterato di fama, polemista, antifemminista, antiquario-collezionista, studioso di esoterismo e paranormale. Invero di qualcuno di questi (ed altri) suoi interessi non amava far pubblicità…all’epoca si poteva finir male scrivendo troppo di demoni e di streghe…ma anche di donnine allegre spacciate per puttanone (specie poi se eran potenti!)

Aprosio non mancò di “Sentir squittire i demoni del gran male”…ma gli accadde a Genova, che fu falciata dai Demoni o meglio dalla Peste (tra Demoni, Untori e Ratti si faceva sempre gran confusione).

Forse, tornato sconvolto a Ventimiglia dopo una leggendaria (e naturalmente ignota) cavalcata notturna, dal Convento Agostiniano, ove si barricò coi confratelli, attese anche lui l’arrivo della Morte, pure lui si mise ad orecchiare nel timore di “Sentir squittire i demoni del gran male”.

Ma l’olocausto che cancellò più di 100.000 persone dal Dominio di Genova non imperversò nel Capitanato intemelio…

Ma eran Demoni, davvero…erano Untori….i propagatori del Male? vi si credette ancora fin all’800 a livello popolare…!?! No! eran i “Ratti delle Chiaviche” attratti dalla sporcizia, dalla mancanza di igiene pubblica ed ambientale, i ratti veicolo del parassita della Peste:…sarebbe forse bastato nettare i siti, non avere fogne a cielo aperto, combattere gli impaludamenti….ma che se ne sapeva all’epoca!!!!

Eppure Angelico Aprosio lo aveva intuito e ne aveva anche scritto!!!…tramite l’astrologia (quindi da uomo del passato) aveva, con calcoli astrusi, prevista una qualche calamità…tenendo giustamente conto, anche, di certe oscure congiunzioni astrali. Ma da amante (in segreto, molto in segreto) della scienza nuova (e quindi da uomo moderno) questa sorta di acuto Giano Bifronte aveva pensato che molto dipendesse per tanto sfacelo pure dall’aver abbandonate le tecniche romane di igiene della persona e dell’ambiente.

Anche ambientalista, dunque, Aprosio?..ma sì!…certo che per capirlo bisogna leggerne le opere…anche solo quelle stampate… Un ambientalista a dir il vero poco ascoltato (come in tante altre cose…la superbia intellettuale era certo un suo difetto)…forse per questo nella sua Biblioteca diede tanto luogo d’onore alla rara satira di N. Villani “Nos canimus surdis”….sì doveva sentirsi poco ascoltato….ma a dire il vero questo non è capitato solo a lui…

di Bartolomeo Durante, da Cultura-Barocca

Sulle alluvioni del torrente Nervia in provincia di Imperia

Circa il tratto terminale del Nervia fra XVI e XIX secolo… sovrapponendo, pei 3 secoli che precedono l’attuale, proiezioni topografiche, si evincono situazioni di base: che poco più di 150 anni fa la portata del torrente era vigorosa, che il suo alveo non era costante, che, tutte le volte in cui fosse stato possibile, come peraltro accadeva nel Medioevo, si era sempre realizzato un ponte ligneo (gestito da una confraternita ma dalla logistica ardua da identificare), espressione indiretta che il guado fra le “isole”, cioé i depositi alluvionali emergenti dalle acque, non era cosa affatto semplice.
Il Nervia, nella media e bassa valle, da sempre ha le peculiarità di un letto estremamente vasto e sgusciante: nel corso della sua vicenda millenaria il torrente, abbandonando a più riprese l’alveo precedente, si era aperto altri percorsi sul mare disegnando altri alvei , magari destinati ad essere, in seguito, a loro volta abbandonati.
Nel XVII sec., come narra Angelico Aprosio esso scorreva più a ponente rispetto ad oggi e, impropriamente arginato nell’area della foce, aveva finito per erodere molti spazi, anche agricoli (determinando l’individuazione di grossi reperti della città romana di Ventimiglia) della prebenda episcopale, sita immediatamente ad ovest rispetto ad esso.
Data la caratteristica di torrente, e quindi di una portata e di un regime connessi ad eventi atmosferici peculiari, il corso d’acqua aveva risentito delle stagioni alquanto piovose che caratterizzarono il Ponente ligure in quel secolo.
L’erosione della riva destra sottrasse terreno alle colture ma rese possibile l’individuazione dei primi reperti archeologici della città e del porto di Albintimilium (la conformazione geologica dei siti determinò spesso imponenti fenomeni alluvionali: nel II sec. d.C. l’Imperatore Adriano fu indotto (nel contesto della grande cura romano-imperiale di ponti, fiumi, ripascimenti, arginature, vie ecc. ecc.) a restaurare la Giulia Augusta dopo un lungo periodo piovoso, come evinse il Rossi da una pietra miliare scoperta nel secolo scorso a Garquier presso la Turbia; nel medievale Necrologium ecclesiae cathedralis vigintimiliensis si legge “1338 giorno XXI di settembre, vi fu un tal grande diluvio che devastò la città di Ventimiglia sin al porto…trascinò via il ponte e tutti i mulini così che fra tali luoghi restò solo il nulla…; 1340..giorno XVIII del mese di febbraio cadde tanta neve che…“: all’ Archivio di Stato di Milano – Potenze estere, Monaco si conserva quindi una carta del 19-II-1477 scritta dal Commissario Matteo de Arcimbaldi ai Duchi milanesi, Bianca e Galeazzo Maria Sforza Signori di Ventimiglia, ove si legge “In questa notte passata, per el maltempo qui occorso de terribili venti cum grandi acque è cascato un poco di muro de la Roca de questa citate di verso al mare al quale è contiguo, cum quello de la porta, de che bisogneria fosse reparato acciò non pesasse più oltre il rovinamento et similiter esser recoperta la torre porta di verso dicta cittade altramente vegnirà al basso la volta de dicta torre per lo continuo marcire che fa l’acqua..“:vedi Storia della città di Ventimiglia…, cit., p. 308 e 403).
Dopo che si procedette ad una migliore arginatura della sponda occidentale del torrente e in dipendenza di alcuni processi geo-morfologici, il Nervia abbandonò questo alveo e se ne aprì nel XVIII secolo uno alternativo, che deviava in modo brusco, per il tramite di un braccio ad ansa, verso l’area delle BRAIE (BRAIA) (probabilmente la più importante ma non certo l’unica conformazione rurale col toponimo BRAIA nel Ponente ligure) per poi avvolgere, con due punti di impatto, la vecchia strada che attraverso tale località portava dall’area costiera a Camporosso Mare (oggi identificabile con la via comunale che congiunge questa grossa frazione, per il tramite del ponte dell’Amicizia e poi della provinciale, al borgo antico).
Nei periodi di piena e di alluvione, le proprietà agricole della contrada, subirono gravi danni sino al punto che parve inderogabile un grosso intervento di arginatura onde ricomporre il torrente entro un alveo più rettilineo e meno suscettibile di deflagrazioni alluvionali sulle proprietà.
Il programma correttivo venne ideato nei primi decenni del 1800 dopo che una serie di disastri climatici e di anormali perturbazioni atmosferiche aveva contribuito a trasformare il Nervia in un “proiettile idrico” capace di produrre ovunque reiterati disastri.
Questa politica venne promossa da tutte le comunità interessate al Nervia, che, di fronte a tale emergenza misero, provvisoriamente, da parte i reciproci campanilismi.

I lavori di progettazione furono affidati a due professionisti ventimigliesi, gli architetti STEFANO e PIETRO NOTARI, che il 19-V-1820 presentarono alle autorità municipali di Vallecrosia una dettagliata proposta tecnica (Carta e relaz. Notari in Arch. Comunale di Camporosso).
Dalla RELAZIONE SCRITTOGRAFICA degli architetti Notari (tuttora estremamente utile per visionare le caratteristiche del torrente nel XVIII secolo) furono chiariti sia i fattori incidenti che le eventuali soluzioni.
Essi evidenziarono in primo luogo come l’antico Bastione di San Pietro (nella carta segnato dalla lettera D) (un’opera muraria che non qualificarono, sita nell’alveo quasi all’altezza dell’attuale campo sportivo “R. Zaccari”: un probabile retaggio delle fortificazioni austro-sarde di metà ‘700) fosse da demolire immediatamente poiché tagliava il corso d’acqua in due settori: “un braccio maestro che scorre con forte declivo e pendio” e un “braccio minore” [tutte queste strutture militari dovevano però aver subito terribili danni in concomitanza con altri edifici pubblici e privati nel 1777 a causa della gravissima “Alluvione degli Angeli Custodi” che alterò anche il corso fluviale verosimilmente spazzando via anche il ponte che si vede qui enfatizzato da una carta militare più ampia del periodo di metà ‘700 della Guerra di Successione al Trono Imperiale d’Austria e verosimilmente facente parte delle fortificazioni austro-sabaude]
Quest’ultimo si ricongiungeva col “maestro” dopo circa 260 metri di percorso autonomo, con un punto massimo di divergenza rispetto a quello di 70 metri in direzione Est.
Dopo che, per 50 metri scorreva nuovamente per il tramite di un unico braccio, il Nervia si imbatteva in una vasta conformazione di “Grava e Terra supperiore in livello ai terreni opposti” , uno di quei depositi alluvionali che, sotto il nome di Isole, nel medioevo erano state sedi di impianti rurali o di ricetto; dal punto di impatto si originava quindi, con direzione Sud-Est, un ulteriore braccio minore che si ricongiungeva solo dopo 750 metri col tronco “maestro“.
Questo, a sua volta, frenato da una nuova conformazione di “Grava e Terra supperiore in livello ai terreni opposti una volta letto antico del fiume” aveva piegato lentamente in direzione Sud-Est.
Il punto di impatto dei due “bracci” era un’area che per 40 m. superava la “Strada da Camporosso in Bordighera” che quindi risultava coperta dal corso d’acqua.
Nel frattempo il “braccio minore“, filiforme (massima larghezza = 10 metri), da cui a sua volta si ramificava un braccio minimo della larghezza di 4 metri, si ricongiungeva e si diversificava a più riprese in rapporto a questo ultimo creando sacche paludose o di ristagno e soprattutto, sfondata la strada citata, ne trasformava in acquitrino un tratto di 110 metri, sì da allagare le proprietà “Fratelli Biancheri fu Michele“,”Eredi del Sig. Augusto Bernardino Aprosio“,”Cauvin“.
Ritornato unico, il Nervia, giunto ad una divergenza massima di 220 metri dalla linea (ben evidenziata dagli autori) del “letto antico“, investiva le proprietà “Eredi Carlo Lanfredi“,”Gio. Battista Squarciafichi“,”Signor Sebastiano Biamonti Giudice di Bordighera“,”Pietro Paolo Rebaudo“,”Eredi del Sig, G.C. Rossi“, sino al punto di minacciare con una grande ansa la strada già in questione e la strada antica (strada romana proveniente da San Rocco) da cui tutte le proprietà sono genericamente nominate nel progetto “Terreni di prima qualità appartenenti a differenti particolari di Vallecrosia minacciati dal fiume“.
Di questi ultimi vengono citati, poichè i loro terreni non sono solo minacciati ma ormai in parte letto del torrente impazzito, gli “Eredi del S. Angelo Benedetto Aprosio, Giuseppe Porro, Fenoglio Angelo“.
Vengono altresì registrati, a circa 110 metri (direzione Sud-Est) dalla Strada aperta dal Governo Francese (verosimilmente costruita secondo le contingenze del Nervia), una Batteria costrutta dagli Austriaci nel 1800 (di disegno quadrangolare, lato di 40 metri) ormai intaccata nell’angolo Sud-Ovest e poi il “prato dei Sig.ri fratelli Aprosio fu Bartolomeo“, sempre possidenti di Vallecrosia.
Prima di entrare nel “Mare Mediterraneo“, il Nervia formava una falsa foce ad estuario della larghezza massima di 160 metri, da cui si staccava un braccio (larghezza massima 40 metri-minima 10) lungo 240 metri in linea d’aria (dir. Sud-Est) dal falso estuario.
Dall’oculatissima diagnosi si evidenziarono i gravissimi danni patiti dal territorio di Vallecrosia in parte stabilmente occupato dal fiume anche in periodo di normale regime.
La mancanza di qualsiasi difesa rendeva fattibile l’alluvione quasi sino all’area di San Rocco, con l’investimento delle case “Amalberti, Biamonti, Aprosio, Curti” (oltre, è naturale, della “strada antica e di quella Aperta dal Governo Francese“).
Ma anche prima del Bastione di San Pietro il Nervia, pur scorrendo ad Est del “letto del fiume antico” originava diversi “bracci minimi” che potevano investire, ingrossati da eventuali piene, la “casa di Bartolomeo Rondelli“, la casa dello scarello, la “Casa di Luca Andrea Garzo” e soprattutto il “predio di Paulo Biancheri“.
Procedendo sempre in direzione Sud-Est paiono relativamente esposte le proprietà in gran parte ad Est della strada “Camporosso-Bordighera” del “Conte Lingueglia” (con 3 case di cui 2 “distrutte“), di “L. Andrea Garzo“, di tal “Ferreri“, di una “Vedova Biamonti“, di “Saverio Gibelli fu Sebastiano“: molto esposti dovevano essere invece “l’orbasco I e II“.

Oltre questa non si è trovata altra relazione scrittografica sul Nervia, a parte qualche cenno, (Fondo Bono Ms. 1 della Civica Biblioteca di Ventimiglia , atti vari del XVI secolo), sulle paludi malsane che andavano formandosi sempre più sulle sue rive.
Nel ‘600, come detto, si trovano solo rade notizie aprosiane, secondo cui il torrente avrebbe invaso una terra episcopale, dove ora sorgono le officine dell’Italgas e l’Ospedale intemelio. In tal luogo, sotto metri di sabbia, giacevano le fondamenta del foro romano, delle terme e di case popolari dell’Impero, in parte riesumate: se nel ‘600 il torrente era stato in grado di portare alla luce qualche vano di tali edifici se ne evince che non solo tracimava oltre le vecchie arginature ma che la sua portata era considerevole.
La rettificazione di queste arginature fu compiuta nei primi decenni del ‘700 sotto il Vescovo Clavarini ma, poichè venne realizzato il ripascimento della sola riva occidentale dopo non molto tempo il torrente, sfuggito ancora al suo alveo naturale, avrebbe preso ad erodere la riva orientale, coi disastri enunciati nel progetto Notari.
L’intervento del Clavarini non sembra tuttavia responsabile più di tanto: son piuttosto complicati invece i motivi per cui il torrente sfuggì una volta ancora all’ alveo originario.
Le ragioni paiono da collegare in parte all’ intensa piovosità del secolo, per cui il fiume raggiunse una portata anormale e in parte alle modificazioni geomorfologiche dipese dalle opere di fortificazione della guerra di Successione Austriaca.
La lettura di una CARTA VERISIMILMENTE REDATTA NEL 1747 dall’area delle Maure/Maule ad opera di un agente rimasto anonimo (Piano dei trinceramenti fatti su la montagna in vista del castello di Ventimiglia 1747, Arch. Priv.) pare utile ad intendere sia la causa dello scivolamento del corso verso Est che il significato degli interventi umani sul torrente.
A metà del XVIII sec. esso scorreva ancora nell’alveo vecchio; il fortilizio austriaco della ridotta armata Guibert o Fortezza S.Ignazio, sulla sponda sinistra del Nervia, grossomodo all’ altezza della località Piazza d’Armi ai Piani di Vallecrosia, risulta nella carta ancora ben lontano dalle acque: a lato Nord della fortificazione correva la Strada alla Bordighera che passava il torrente per un guado su un’ isola naturale.
All’ altezza della fortificazione procedevano in linea Nord Ovest una via al Ponte su la Nervia ed una strada a Camporosso che giungeva al borgo grazie al guado su un’altra isola.
Il ponte ligneo potrebbe essere un manufatto militare, specie pei carriaggi, che collegava il forte Guibert alla grossa fortificazione del  PREDIO (CASSINA ORENGO)
identificabile non solo col sito dell’attuale chiesa nervina di Cristo Re, ma coll’area dove eran stati il castello delle acque romano e poi il forte medioevale di Portiloria (le tecniche ottiche di esaltazione e sublimazione reticolare della carta hanno evidenziato che il Bastione di San Pietro venne eretto sia per sistemarvi pezzi d’artiglieria contro aggressioni dal mare o truppe discendenti per il fiume che, forse ancor più in particolare, per deprimere l’energia della massa idrica, al fine di convogliarla entro argini rinforzati sì che un’eventuale piena non spazzasse via il ponte).
In una carta sempre del 1747, con meno dettagli ma più precisa, la strada da Bordighera porta ancora al ponte, ma dopo aver raggiunto per un guado l’ isola della foce, donde quello avrebbe poi varcato le acque profonde e condotto alla fortezza Orengo (GUIBERT, Carta dei trinceramenti fatti sopra le altezze di Dolceacqua e Camporosso l’anno 1747, disegno a penna acquarellato mm. 485 x 350. Torino, Archivio di Stato, carte topografiche segrete, 9 A II Rosso, in Carte e Cartografi in Liguria, a cura di M.QUAINI, Genova, 1991, p. 113. In questa carta è ben riconoscibile il COMPLESSO DEI FORTI eretti dagli Austro-Piemontesi. A dimostrazione del ruolo strategico del CASTELLO DI DOLCEACQUA si ricava dallo studio di questo documento che, per aggirare la foce del Nervia, si poteva ascendere sin ad esso dai Piani di Vallecrosia raggiungendo Camporosso tramite le “isole” nel torrente oppure raggiungendolo direttamente da Bordighera o da prima ancora dalla CHIESA DI NOSTRA SIGNORA DELLA ROTA tra Bordighera e Ospedaletti.

Nella CARTA DI ANONIMO prima citata è ben registrato il tragitto di sublitorale che da tempi immemorabili aveva costituito un’ alternativa alla via costiera. Per mezzo di questo si poteva giungere in Dolceacqua dalla valle del Crosa, seguendo la deviazione già descritta in una pubblica relazione genovese del 1629: poi, superato facilmente per il robusto ponte il Nervia, si raggiungeva il BORGONUOVO di Dolceacqua (a ponente dell’attuale provinciale), quindi salire al CONVENTO DELLA MUTA/ MOTA e da qui, inerpicandosi per una mulattiera (peraltro indicata nella cartina), immettersi sulla STRADA DI ALTURA lungo la quale fu realizzato appunto nel XVIII sec., durante la Guerra di Successione – pure restaurando e potenziando antichi fortilizi medievali – un SISTEMA DI FORTIFICAZIONI procedenti, a forma di strumento d’offesa contro Ventimiglia, da CIMA TRAMONTINA, ARCAGNA (area del Convento), FORTE AURINO (Cima d’ Aurin), FORTE LEUTRUM (quartiere generale, sede di concentramento di truppe), TESTA DE MAGAUDI, FORTE MONTE PATINO, FORTIFICAZIONI DI SIESTRO, SAN SECONDO DI VENTIMIGLIA, CONVENTO DI SANT’AGOSTINO: quest’ultimo sito era la testa di ponte che controllava quindi la STRADA PER VENTIMIGLIA e la ROTONDA SUL PONTE DEL ROIA fino alle PORTE DI VENTIMIGLIA MEDIEVALE.

E’ da notare che molti di questi luoghi risultano già citati nella relazione di DIVISIONE tra Ventimiglia e Otto Luoghi come SITI DI NOTEVOLE IMPORTANZA STRATEGICA E VIARIA.
Poiché i Notari parlano di parecchio materiale da scarico utilizzato verso la foce è giusto pensare che gli interventi dell’ architettura militare abbiano contribuito in modo massiccio a favorire lo scivolamento ulteriore dell’ alveo torrentizio verso Est. Benché oculatissimi gli architetti intemeli non indicarono alcun ponte sul torrente: atteso lo stravolgimento geomorfologico questo sarebbe comunque stato a tal punto fuori sede naturale da doverglisi preferirsi comunque un qualsiasi guado. Intesa l’enorme alterazione del corso d’acqua fra la metà del XVIII secolo ed i primi decenni dell’ ‘800 si deduce che nel breve periodo intercorso si verificò un grave fenomeno naturale che travolse gli argini, il ponte militare e fece deviare verso levante corso e letto torrentizio.

Una terribile piena alluvionale del Nervia va sotto il nome di Fiumara degli Angeli Custodi (2-IX-1777): un diluvio inondò le terre causando alluvioni, frane e vittime. Il Nervia come altri torrenti fu ingrossato dalle piogge : trascinando detriti e ghiaia dagli argini spazzò via molte proprietà e, tra numerosi gravi danni, nel territorio di Camporosso abbatté una domus signorile appoggiata ad una vecchia torre in località le Braje e l’antica chiesuola di S.Pietro d’Alcantara. Da Camporosso s’avventò poi verso il mare trascinando i ruderi delle canalizzazioni dei mulini: purtroppo non son riportate notizie per l’ultimo tratto del fiume ma pare evidente che, assieme al ponte militare, abbia travolto i fortilizi ricavati nel suo letto. La descrizione del Rossi, desunta dai libri parrocchiali, accenna più volte all’enorme massa di detriti portata al mare: non è irragionevole pensare che la massa d’acqua, fermata dai buoni argini della sponda Ovest, si sia aperta una via sin alla foce, che era sì ampia ma presso cui il letto si solleva tuttoggi pei detriti depositati dalle acque marine che vi penetrano. L’accumulo del materiale trasportato venne a formare una diga naturale, facilmente “saltata” dalla gran piena ma destinata a diventare invalicabile appena fosse scemata la portata idrica: le acque furono quindi deviate così da scavare gli argini sabbiosi della riva Est ed aprire al Nervia uno pseudoalveo sin quasi al Torrione vallecrosino, mentre il Bastione di S, Pietro, dividendo a monte le acque, aveva spinto un ramo del torrente, oltre la sponda Est, suii bassi terreni della Braia orientale ove stavan poderi e case, oltre alla strada per Camporosso che risultava interrotta ancora ai tempi della Relazione Notari (l’ipotesi è convalidata da un confronto con le grosse alluvioni del 1910-1 e del 1966. entrambe documentate fotograficamente).
Girolamo Rossi, Storia del marchesato di Dolceacqua e dei comuni di val Nervia Tip. di Pietro Gibelli, 1903 ma consulta anche del 2011 Progetti di Paesaggio per i luoghi Rifiutati,a cura di Annalisa Calcagno, Università degli Studi di Genova, Facoltà di Architettura – Dipartimento Polis – Sezione Paesaggio, Gangemi editore vedi Nella percezione dei paesaggi rifiutati dalla città diffusa: i “paesaggi sospesi” della bassa val Nervia, p. 196, nota 1 mentre nulla nonostante l’importanza del sito e specificatamente del ponte sul Nervia, si trova nel pur aggiornato scritto di Giorgio Casanova La guerra di Successione austriaca nell’estremo ponente ligure (1744-1748). La difesa del castello di Dolceacqua, n. 19 (2013) in “cultura e territorio Quaderno annuale di Studi Storici” a cura dell’Accademia di Cultura Intemelia”.

da Cultura-Barocca

Piemonte e ponente ligure

Airole (IM): uno scorcio

L’influenza pedemontana sulla Liguria e specialmente su quell’area strategica di grande importanza che da sempre fu l’estremo Ponente Ligure risale a tempi remoti e – senza poter elencare tutte le circostanze – si può già citare a titolo proemiale l’influsso che le grandi case monastiche pedemontane ebbero in forza della loro espansione e su un tragitto di pellegrinaggi della fede dal Cenisio al mare di Ventimiglia (IM) dopo la sconfitta (alla fine del X secolo) dei Saraceni del Frassineto.

Le ragioni fideistiche si coniugarono presto con motivazioni temporali e commerciali legate al controllo di tratti importanti per le diramazioni delle vie dell’allume, delle spezie e soprattutto del sale.

Tra gli obbiettivi pedemontani e quindi sabaudi rientrava il controllo della via del Nervia, attesa l’asperrima Valle del Roia al cui terminale dopo l’esperienza certosina fungeva da guardia – con altre località – il centro di Airole di cui Ventimiglia si definiva “Consignora”.

Lo Stato Sabaudo si trovò con il tempo nella condizione di controllare la base navale di Nizza e quindi quello che sarebbe divenuto il Principato di Oneglia. Più lenta e graduale fu la penetrazione sabauda verso il mare di Ventimiglia di maniera che un punto cardine può esser giudicata l’assimilazione di Pigna di rimpetto alla quale stava la forte, genovese base di Castelfranco poi Castelvittorio (IM).

E’ nel XVI secolo che in Val Nervia gli equilibri assunsero una piega che si rivelò – specie col tempo – favorevole allo Stato Sabaudo. Lo scontro successivo all’omicidio (1523) del Signore di Monaco, perpetrato da Bartolomeo Doria dell’omonima Signoria di Dolceacqua e Val Nervia, si evolse con la reazione di Agostino Grimaldi, che conquistò il territorio del nemico al punto che, data la generale condanna dei vari Potentati, al fuggiasco Bartolomeo Doria non rimase altra soluzione che cedere i suoi possessi con atto di vassallaggio ai Savoia per esserne contesualmente investito. Tramite simile evento, nonostante la sostanziale autonomia della Signoria dei Doria, il loro possedimento, di indubbia valenza strategica, divenne un punto chiave nella valle per i rapporti tra la Repubblica di Genova e lo Stato Sabaudo che, dato l’atto di vassallaggio dei Doria, poteva comunque partire da una posizione vantaggiosa.

Ed è proprio nel XVII secolo che prendono corpo quei conflitti aperti tra Genova ed il Ducato Sabaudo che coinvolgono espressamente il Ponente di Liguria.
Il primo conflitto è databile al 1625. Le difficoltà di Genova non sono solo di rimpetto ad un nemico oggettivamente più interno, ma nel contesto del Ponente stesso già contrastato da varie problematiche, tra cui lo stato di perenne tensione tra ville e città nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, aggravato da una rivolta popolare avverso la nobiltà locale, bensì anche l’inerzia di Genova e dei suoi comandanti militari a fronte di un nemico vincente. Ed è in siffatto clima che si predispone la congiura filosabauda che prende nome da Giulio Cesare Vachero.

Il secondo conflitto del 1672 è del pari connesso alle mire espansionisiche sabaude ed ancora ad una congiura antigenovese, capeggiata da Raffaello della Torre al fine di organizzare una rivolta in grado di abbattere il governo repubblicano genovese o quantomeno creare nel Dominio ligure un disordine bastante a poter conquistare l’importante piazza di Savona.
I provvedimenti presi da Genova per rinforzare Savona concorrono a capovolgere la situazione sino al punto che le forze sabaude entrano in aperta crisi e necessitano di un pronto intervento di ulteriori contingenti per riconquistare la perduta base di Oneglia.
A questo momento interviene la diplomazia ma nel suo contesto a testimonianza degli intrighi esistenti in seno alla Repubblica emerge anche l’ambigua posizione del pubblicista genovese Francesco Fulvio Frugoni – assunto per attestare le responsabilità dello Stato Sabaudo connivente con il della Torre – sul cui ondivago comportamento filosabaudo alcune cose si sanno anche in funzione di quattro sue lettere all’Aprosio.

La Savoia continuò più o meno occultamente a covare ambizioni di espansionismo in Liguria. La persistenza di contenziosi, più diplomatici che guerreschi tra Genova e Piemonte Sabaudo in effetti si manifestò sempre, seppur in forme men eclatanti, sui limiti di un contrastato confine. A titolo esemplificativo si può qui citare il caso nell’estremo Ponente dell’antichissimo possedimento monastico di Seborga, detto anche “Feudo della Seborga”, alla fine, nell’ambito di una questione tuttora assai controversa, assimilato dai Savoia – fra le opposizioni genovesi – per acquisto dalla Casa Madre.

La soluzione da parte della Serenissima Repubblica di Genova dei contrasti seicenteschi con il Piemonte Sabaudo sancisce però l’avvento di destini diversi fra le due Potenze (anche se non sempre intercorsero rapporti competitivi. Genova anzi accettò di ospitare la Corte Sabauda che portava con sé la Sindone quando Torino fu sotto assedio durante la “Guerra di Successione al trono di Spagna.

In effetti si stavano oramai aprendo nuovi percorsi al tempo e purtroppo alle guerre con l’insorgere di quei conflitti continentali e non solo destinati a fare del Piemonte una Potenza di rilievo, evolutosi al segno di pianificare l’Unità d’Italia grazie anche ad un’industria bellica avanzata e di rilievo esperita già dal ‘700.
Al contrario si dovette assistere alla graduale relegazione di Genova e del Dominio in un posizione geopoliticamente subordinata e di difficile neutralità, nonostante atti di valore come la rivolta – nominata dal “Balilla”- contro le vessazioni austriache. Del resto nell’ arco temporale in cui si decidono i destini d’Europa, e in parte del Mondo, la Repubblica si trova obbligata a risolvere con dispendio di energie gravi problemi interni come l’annosa questione del conteso Marchesato di Finale, ma anche – tra altre cose – a domare a Sanremo una rivoluzione popolare, duramente piegata con le armi e presupposto dell’erezione di un Forte alla Marina, come si legge qui nel “Manoscritto Borea” che indica anche le truppe scelte per controllare la popolazione della città.

E’ arduo dire se tutte queste difficoltà intestine, senza dubbio centrifughe e destabilizzanti, dell’antichissima e gloriosa Repubblica abbiano condizionato le scelte future in merito al suo destino. Fatto sta che non venne più restaurata – dopo tante illusioni ai tempi della Repubblica Democratica Ligure susseguente alla Rivoluzione Francese e alle gesta napoleoniche per cui caddero gli Stati del Vecchio Regime – quale “secolare libero Stato” – una volta finita l’esperienza napoleonica innovatrice certo ma nemmeno priva di responsabilità, a riguardo della gestione di quella che fu una Grande e Possente Repubblica – ma, piuttosto, in forza dei deliberati del Congresso di Vienna fu, tra lo sgomento di molti, assimilata quale possedimento del Regno di Savoia e quindi organizzata entro la “Grande Liguria delle Otto Province”, destinata abbastanza presto ad essere ridimensionata per la cessione di Nizza (con la Savoia) allo scopo di ottenere a fianco di Vittorio Emanuele II l’intervento di Napoleone III Imperatore dei Francesi nella II Guerra di Indipendenza presupposto basilare per l’Unità d’Italia.

da Cultura-Barocca