Sull’autore del Discorso dell’Antichità di Ventimiglia

I resti della “Domus del Cavalcavia” a Nervia di Ventimiglia (IM)

Di Giovanni Girolamo Lanteri, di Ventimiglia, oggi provincia di Imperia, contemporaneo d’Aprosio, religioso regolare, nella Sezione ventimigliese dell’Archivio di Stato si conserva tuttora il suo testamento: “Ventimiglia, 8 agosto 1670 – Testamento di Giovanni Gerolamo Lanteri – Archivio notarile, filza 751”).
Di lui scrisse il Soprani (Li scrittori della Liguria…, Genova, per Pietro Calenzani, 1667, p,163) e in tale sua opera qui digitalizzata e di cui si propone un indice moderno in ordine alfabetico ne diede una breve ma positiva descrizione (vedi qui a fine pagina 163) menzionando due sue volumi manoscritti custoditi presso la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia vale a dire Relationi della Città di Ventimiglia e Sonetti nell’Idioma della Patria.
Il Lanteri fu citato anche da Michele Giustiniani (Gli Scrittori liguri, Roma, per il Tinassi, 1667, p.384) e da Agostino Oldoini (Ateneum ligusticum, Perusiae, ex typographia episcopali, 1680, p.351): il Giustiniani affermò che nel 1667 Lanteri aveva circa 72 anni (di 12 quindi più anziano d’Aprosio), che molto aveva viaggiato e corrisposto con numerosi eruditi italiani, che soprattutto era gran conoscitore dello spagnolo, del portoghese e del francese. Sempre il Giustiniani tuttavia aggiunse di seguito sul Lanteri: “…Egli insomma è un uomo raro, ma freddo non meno delle nevi del Caucaso e più che irresoluto nelle proprie operazioni. E se col mezzo della sua penna avrebbe potuto rischiarare le tenebre oscurissime delle antichità della patria segno non è stato poco il poterne cavare un Discorso dell’Antichità di Ventimiglia (Discorso o Relazione delle patrie antichità secondo l’Oldoini). L’operetta godette d’eccellente divulgazione sotto forma di copie manoscritte e anche d’una certa rinomanza pur se in seguito Aprosio ne corresse la ricostruzione topografica della Ventimiglia Romana a p.74 della sua Biblioteca Aprosiana edita. Del lavoro del Lanteri (che fu referente ed informatore per il Ponente ligure dell’Ughelli a pro della stesura della sua monumentale Italia Sacra) B.Durante ha individuato una copia nella “Biblioteca Girolamo Rossi VI, Miscellanea storica ligure, 84, a” ove si legge sul fronte di un confusionario ma non inutile resoconto storico su Ventimiglia dalle origini a gran parte del ‘600: …sono le memorie copiate da Geronimo Lanteri nel XVII secolo… = mano del Rossi; testo secentesco senza utili testimoni ed indicatori [ ( per quanto si legge ne il Beneficato Beneficante… di Domenico Antonio Gandolfo l’opera sulla “Storia di Ventimiglia” del Lanteri, ai suoi tempi, era conservata tra i manoscritti della Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia = vedi riga 6 della pagina digitalizzata) consulta ancora questa ulteriore precisazione atteso che all’epoca, chi non stampava, fruiva ancora come il Lanteri dell’uso di amanuensi per far copie varie dei propri lavori da esporre nei siti culturali o donare a persone di prestigio intellettuale ] .
Del LANTERI “STORICO UFFICIALE DI VENTIMIGLIA” ED “AUTORE DI UN VOLUME DI POESIE IN DIALETTO VENTIMIGLIESE, dei suoi rapporti inizialmente abbastanza difficili con l’Aprosio, del suo carisma culturale nella Ventimiglia del ‘600 B.Durante parlò dettagliatamente in una conferenza a Ventimiglia (aula magna, Scuola Media Biancheri) 19/II/1984 nel quadro delle iniziative culturali promosse dalla “Cumpagnia d’i Ventimigliusi” (associazione culturale locale in relazione con la “Consulta Ligure”)> della conferenza fu pubblicata ampia sintesi, sotto titolo di Fermenti letterari nella Ventimiglia barocca di fine diciassettesimo secolo, nel periodico della “Cumpagnia”, “La Voce Intemelia”, 1984, 23/II/1984.
Aprosio, con ragione, riteneva d’aver individuato il sito di Ventimiglia romana ma, stranamente, non si era mai sbilanciato in una polemica che contrastasse l’opinione corrente ai suoi tempi che l’antico centro romano sorgesse sotto l’area della città medievale: cosa che sembrava suffragata da alcuni ritrovamenti.
Questa zona aveva sì avuto degli insediamenti ma come un tratto del suburbio occidentale che, in un succedersi di ville e complessi prediali sempre più fitti procedeva in direzione del sito della Turbia: il complesso demico principale stava proprio dove lo aveva supposto Aprosio confortato per sua stessa ammissione da ritrovamenti significativi.
L’agostiniano aveva assunto un certo atteggiamento di indifferenza verso queste indagini archeologiche e topografiche: ma il suo, verisimilmente, era attegiamento più apatistico e decettivo che sostanziale, quasi certamente dipendeva dal fatto che, dopo aver affrontato tante polemiche per l’erezione della sua biblioteca osteggiata pure da alcuni confratelli, giammai voleva inimicarsi un personaggio come Giovanni Girolamo Lanteri che, oltre ad aver la fama di storico ufficiale di Ventimiglia, era in istretti rapporti con il gesuita di Sospel Teofilo Rainaldi il quale non di lui ( che pure lo citò più volte nella sua Biblioteca Aprosiana… ) si avvaleva come informatore storiografico sul ponente ligustico ma del Lanteri (ritenuto forse più credibile perché da sempre residente in Ventimiglia ed in teoria più esperto) per il monumentale lavoro dell’Italia Sacra dell’ Ughelli di cui il Rainaudi era referente ufficiale per una vasta area dell’occidente italiano.
I veri sentimenti di Aprosio, però, quelli come al solito mascherati, e che denunciano un sostanziale giudizio negativo sia sull’ interpretazione topografica del Lanteri che sull’ arrendevolezza critica del Rainaudi li scopriamo in maniera diversa, cioè integrando le conoscenze acquisite al punto di decrittare una pagina in cui l’Ughelli, troppo importante per non esser salvagauardato qual “buono Scrittore” (anche se a volte in “buono” mal si cela la demotivazione in “credulo”), finisce per esser ingannato da un non corretto informatore (cioè il Rainaudi) a sua volta però vittima relativamente colpevole (neppur lui era personaggio da rendersi ostile) di un documentarista locale (il Lanteri, nemmeno citato per via d’allusione, ma individuabile dagli addetti ai lavori) in merito ad un grossolano errore storico archeologico: ed in questo ancora una volta è basilare la lettura attenta e critica de la Biblioteca Aprosiana e precisamente alle pagine 60 – 61 anche se in vero la questione proposta da Aprosio sulla topografia di Ventimiglia Romana e sui primi rperti di lapidi e miliari della Iulia Augusta li possiamo meglio leggere qui.
Erano bizze da intellettuali (come tuttora accade) …. Aprosio mirava costantemente a qualificare le proprie intenzioni quasi a scapito di chiunque non fosse del suo parere ma un vero scontro giammai dovette esservi anche tenendo conto che ascrisse (cosa ad altri negata) il Lanteri qual “Fautore” della “Libraria Ventimigliese” come qui si vede nell’elenco e che questo capitolo della Grillaia fu dedicato al Lanteri: e se Aprosio magari non eccedeva in simpatia per il sacerdote è certo che ciò non aveva travalicato il segno o che comunque da Aprosio non voleva inimicarsi un uomo forte del clero intemelio che avrebbe sempre potuto trasformarsi in un nemico da evitare per lui e la sua biblioteca: sempre che -tra tante ripicche di intellettuali e eruditi, cui il ‘600 ci ha abituato- non sopravvivesse una ben mascherata ammirazione per il fatto che il Lanteri aveva inaugurata su un piano davvero importante una sequela di rapporti costruttivi di ambito culturale con l’ambiente sabaudo, nizzardo e piemontese in genere cosa che non poteva non giungere gradita ad Aprosio sulla cui direttrice innestò prepotentemente e con successo i suoi sforzi sì da fare dell’ambiente nizzardo, piemontese e sabaudo un referente basilare per la sua “Libraria” per ottener “Fautori” e soprattutto – come qui ben si legge – per esser gratificato con il dono di libri nuovi e pubblicazioni rare

da Cultura-Barocca

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Templari nel ponente ligure?

Bordighera (IM) – Chiesa della Madonna della Ruota

Tra Piemonte, Francia e Liguria occidentale sopravvive il ricordo di un priorato templare a Sospel, di una base a Tenda e poi di un Ospedale del Tempio sulla costa intemelia (la parte di Liguria più prossima alla Francia) che, come si evince dai notai duecenteschi, era preposto al ricovero dei viandanti prima che si imbarcassero per la Palestina od i Santuari delle Spagne (non eran rare le occasioni in cui, dietro un compenso pattuito con un atto legale, uno o più monaci templari si impegnassero a scortare gruppetti di viaggiatori se non, addirittura, a condurli – sempre ben protetti – sulla flotta che allestirono nelle spedizioni in Terrasanta).

I Templari, oltre ad essere frati guerrieri, a combattere gli Arabi ed a proteggere seppur dietro compenso i “Pellegrini del Sacro”, gestivano un po’ ovunque, sia sui percorsi per le SPAGNE che per la TERRASANTA , dei ricoveri per viandanti, degli OSPEDALI in cui tuttavia oltre che il riposo ed il conforto del cibo ai viandanti, sempre dopo pagamento, mettevano a disposizione le loro conoscenze in campo medico .
Alcuni fra loro avevano rafforzato queste competenze soprattutto con la frequentazione di quei medici arabo-egiziani che avevano tratto la loro formazione dai testi greci = dopo il crollo della Romanità la Medicina nell’Europa Cristiana era degradata a livelli modestissimi ed era stata recuperata soprattutto sulla scia della Scienza Araba da cui i Cavalieri del Tempio appresero molte nozioni specie quelle collegate all’arte dei Rizotomi, poi Aromatarii e quindi Erboristi (come qui aprofonditamente si può leggere) non sempre, però, condivise dall’ecumene della Cristianità per interferenze – certo suggerite dalla superstizione e dal rifiuto del mondo antico- sia con il contesto pagano ed idolatra quanto con l’interferenza di occulte forze demoniache: tutte cose che, ben manipolate, avrebbero contribuito ad alimentare una certa quanto ingiusta “leggenda nera dei Templari”.
Dalla medicina e dalla scienza degli Arabi i Cavalieri del Tempio avevano oltre a ciò ricavate ulteriori nozioni, del tutto incomprensibili nell’Europa Medievale quanto non completamente prive di fondamento ed utilità: contestualmente alcuni di loro si erano accostati alla sempre controversa disciplina dell’ALCHIMIA sì da poter esser ritenuti – laddove li si volesse colpire ed attaccare per qualsiasi ragione – anche praticanti di magia.

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era un fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia (IM) di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del notaio di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio, scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).

Una “base templare” a Bordighera (IM) non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia).

Questi frati guerrieri raggiunsero presto grande potenza per il loro ruolo di “guardiani delle vie di mare e terra”; anche se non mancarono casi in cui un esasperato giudizio di potere li indusse a far uso indiscriminato delle armi (così per esempio, poco dopo la metà del XIII secolo, un Templare di nome Raimondo Galliano o Galliana, in un eccesso di violenza forse anche perché provocato ma comunque sempre contro le normative dell’Ordine ferì a morte in Ventimiglia tale Guglielmo da Voltri = cart.56, not.di Amandolesio).

Scrive in proposito Sergio Pallanca: “… dalla biblioteca Reale del Belgio un documento datato l’anno 1257 relaziona di un fatto di sangue accaduto in Ventimiglia per mano del Cavaliere Templare Raimondo Galliana, non è chiaro se appartenente alla Domus di Ventimiglia o alla Precettoria di Seborga. Raimondo Galliana, nato in Castelvetro Piacentino, rientrato ferito dalla Terra Santa, divenne Maestro nel 1240 e fu Precettore di S. Margherita in Fiorenzuola d’Arda dal 1241 al 1244. Nel 1251 lasciò Fiorenzuola e venne trasferito a Santo Stefano d’Aveto e da qui a Torriglia da cui dipendevano le Mansioni collocate nell’Alta Valle dello Scrivia, quelle della Val Trebbia e Gattorna, fondata dai Cistercensi. Ecco quindi che il Maestro Galliana, inviato a Seborga nel 1256 per volere del Gran Maestro Tommaso Berard, aveva il compito di salvaguardare il territorio spettante al convento di San Michele, che Genova cercava di assoggettare, e di imporre il rispetto confinario al rappresentante della Repubblica, Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo in Ventimiglia, descritto quale uomo rude, ignorante e fanatico ghibellino.
Il Galliana si oppone con fermezza ai vari tentativi di usurpazione terriera del Capitano di Genova e, ligio al suo compito resta ben presto inviso ai genovesi della ” Rocca ” [il castello – appartenente al grande complesso delle fortificazioni della Ventimiglia medievale – costruito dai Genovesi a dominare Ventimiglia (dopo la faticosa conquista che fecero della città nel 1221 agli ordini del loro comandante Lottaringo di Martinengo) dall’alto di quello che oggi è chiamato Monte delle Monache].
Provocato da Gugliemo da Voltri, soldato presso la Rocca, nella primavera del 1257, con un fendente di spada il Galliana ferisce alla testa e alla mascella il soldato genovese che poco dopo muore. Interviene il Capitano Boccanegra che a nome della Repubblica ordina l’arresto del Templare, ma il Galliana si oppone alla punizione dichiarandosi esente da ogni giurisdizione civile ( I Templari – nella complessa organizzazione della Chiesa – risultavano però sotto l’ esclusiva e diretta giurisdizione del Papa ) [per approfondire questa sottile e vastissima tematica è però sempre opportuno consultare la basilare Bibliotheca Canonica, Juridica, Moralis, Tehologica …., di L. Ferraris in merito a diverse voci concernenti sia il contesto ecclesiale nella sua globalità (non escluse per esempio le peculiarità giurisdizionali della titolatura di Abate) quanto molte voci connesse anche all’ aspetto aspetto materiale e monumentale oltre che spirituale della Chiesa stessa].
Si ricorre allora al Vescovo della Diocesi di Ventimiglia, Azzo Visconti di Milano, fervido oppositore della politica ghibellina genovese che, con lettera al Capitano e al Senato di Genova, si dichiara offeso nella dignità pastorale: “non essere io né custode né guardiano di un templare o chicchessia”. Il Galliana resta impunito e di tutto ne dà sentenza lo stesso Vescovo il 9 ottobre 1527.
Lo stesso giorno, richiamato in Seborga presso il Capitolo, il Maestro Templare subisce un processo dall’Ordine in cui viene privato degli onori della Maestranza e svestito della Mantella di Cavaliere.
Non dobbiamo dimenticare che se i Templari erano monaci armati erano autorizzati come dettava la loro Regola ad usare le armi solo contro gli Infedeli e contro gli animali feroci ma solo a scopo di difesa (art. 46 e 47) con la sola eccezione del Leone da attaccare incondizionatamente ( art. 48).
Trasferito a Nizza Marittima, dopo una penitenza di tre anni in cui è semplice inserviente per avere agito contro la Regola, è riconsacrato Cavaliere.
Viene quindi inviato nella Precettoria ospitaliera di S. Maria, al Passo delle Finestre, a nord dell’attuale Parco francese del Mercantour. Non si ha notizia se il Galliana fosse ancora là nell’Anno del Signore 1307, anno in cui i Legisti di Filippo il Bello, Re di Francia e Vescovo di Parigi, guidati dalla Curia di Nizza massacrarono tutti i Cavalieri presenti nella Precettoria di Santa Maria delle Finestre .
..”.

da Cultura-Barocca

Antonio Richelmi, un domenicano contro gli eretici

Campanile della Chiesa dei Domenicani a Taggia (IM)

Nel Ponente ligure la CACCIA AGLI ERETICI e la loro CONDANNA al ROGO non costituì un fatto assolutamente eccezionale.
Già verso l’anno 1472 il vescovo di Ventimiglia, il domenicano Domenico de Giudici , servendosi del BRACCIO SECOLARE offertogli dal governatore di Nizza, Claudio Bonardi, fece arrestare diversi abitanti di SOSPELLO che, dopo un processo sommario, vennero appunto condannati al SUPPLIZIO ESTREMO DEL ROGO: su questo tragico evento fa fede quanto P. Gioffredo ha scritto nella sua Storia delle Alpi Marittime poi edita in Historiae Patriae Monumenta, Torino, 1839 (IV, col.1129).
Nella DIOCESI DI VENTIMIGLIA (IM) le INFILTRAZIONI DI IDEE ERETICALI avvenivano attraverso la PROVENZA e le aree ad essa vicine: è in particolare da ricordare il ruolo che in tutto ciò svolse la località di TENDA gradualmente divenuta BASE DI ERETICI per il ricetto che il governatore di Nizza, il conte Claudio di Savoia Lascaris, aveva dato a gruppi di UGONOTTI colà rifugiatisi.
Alla morte di questo governatore, suo figlio conte Onorato cercò dapprima una mediazione con gli ERETICI proponendosi, lui cattolico ma non intemperante, di indurli ad ABIURARE DALL’ERESIA e di CONVERTIRSI ALLA FEDE CATTOLICO ROMANA.
Gli ecclesiastici di cui si valse non ottennero però alcun risultato, eccezion fatta per l’allontanamento di qualche UGONOTTO.
Il sostanziale fallimento del nizzardo padre dei Minori Conventuali Pier Antonio Boyer e quindi del vescovo stesso di Ventimiglia Carlo Grimaldi indussero a scegliere la VIA DELLA VIOLENZA rifacendosi all’esempio clamoroso e tragico della STRAGE DEGLI UGONOTTI perpetrata nella notte di S. Bartolomeo del 1572.
In questo momento si innesta nell’attività antiereticale una figura di primissimo ordine, il PADRE DOMENICANO ANTONIO RICHELMI DI PIGNA
che, entrato nel convento di Taggia (IM) nel 1551, stando a quanto ne scrisse il Calvi nella sua CRONACA, intraprese un assiduo e feroce apostolato contro le manifestazioni ereticali.
A suo proposito il Calvi estese la propria narrazione dicendo: “Suo compagno fu FRA ANTONIO RICHELMO figlio di Giovanni e di Maria di Pigna: fu accolto (“nel convento dei Domenicani di Taggia”) come il primo e fece, subito dopo, la professione.
Questo frate ANTONIO fu più volte maestro dei novizi e fu anche il mio maestro e di altri in questo convento. Ancora al tempo del mio noviziato predicava con molta dottrina. Avendo udito che nella sua patria serpeggiava l’ERESIA, e che alcuni suoi parenti erano caduti in quel malanno, chiese di essere assegnato, come quando era giovane, nel CONVENTO DI TAGGIA per poter prestare aiuto, per la vicinanza dei posti, alla sua patria e soprattutto ai suoi parenti, ai quali non mancò l’aiuto. Ma alcuni morirono, altri furono mandati in esilio e privati dei loro beni, altri conosciuta la verità ritornarono alla fede cattolica e apostolica.
Il predetto reverendo PADRE ANTONIO incitava Carlo Grimaldo e Francesco Galbiato Vescovo di Ventimiglia a fare queste cose con l’aiuto del molto reverendo padre Cornelio Oddo di cui parlammo sopra. Spinse pure (a fare ciò) i duchi di Savoia Emanuele Filiberto e suo figlio Carlo i quali, zelanti nella fede cattolica, si opposero con calore a quella ERESIA PESTILENZIALE.
Inorridisco mentre scrivo e leggo in Abramo Bzovio nel suo Romani Pontefici al capitolo XV dolo la metà: giunsero a tanta follia che una notte, sparsero per terra la S.S. Eucarestia e legarono il tabernacolo e la pisside ad una catena con insulti. Il quale orrendo crimine anche i Genovesi detestarono o almeno finsero di detestare. Queste e simili cose avvennero di frequente.
Cito tra i molti un solo esempio: in Francia nella diocesi di Carnoles, gli UGONOTTI irruppero in una chiesa mentre il sacerdote celebrava la Messa; calpestarono l’ostia consacrata, sparsero del sangue e obbligarono il sacerdote a berlo. Poi lo legarono su un crocifisso e colpirono lui e Cristo con una grandinata di colpi di schioppo. E il medesimo diabolico delitto compirono in molte altre località.
Questo accadde circa alla fine del 1575 o all’inizio dell’anno seguente, in inverno, mentre io ero novizio, e nello stesso tempo ci fu una terribile tempesta di vento e di pioggia che sembrava la fine del mondo.
Come meglio poteva si adoperava per rimediare a questi mali il reverendo PADRE ANTONIO RICHELMO.
Fu più volte sindaco e tesoriere e ottimo confessore. Morì vecchio in questo convento circa nel 1615“.
Le osservazioni del Calvi, come quelle di altri cronisti, restano superficiali su questo complesso argomento e mediamente mirano a strutturare una visione manichea della realtà sì che ogni bene è identificato nella RELIGIONE APOSTOLICA ed ogni male nell’ERESIA.
E’ evidente che le cose non stessero così e per certi versi risulta inquietante la figura di PADRE ANTONIO RICHELMO.
Il vescovo di Ventimiglia, Galbiati, accompagnato da un domenicano (ma non del convento di Taggia) da Tenda aveva raggiunto un gruppo di ERETICI che si erano rifugiati in Sospello.
I due ecclesiastici fecero arrestare un sospetto di ERESIA tale Giovanni Brofaine che, sottoposto a tortura, denunciò di esser stato edotto alla NUOVA DOTTRINA ERETICALE nell’abitazione di certo GIOVANNI RICHELMI, presumibilmente nipote del PADRE DOMENICANO ANTONIO RICHELMI.
Questo GIULIANO aveva inoltre un fratello di nome ANTONIO, padre di tre figli (FRANCESCO, GIOVANNI e JACOPO) tutti saldamente convinti nel professare le nuove IDEE ERETICALI.
Arrestato, inquisito e torturato, invitato ad abiurare il GIULIANO RICHELMI nulla rinnegò della sua nuova religione ed anzi insultò l’INQUISITORE: da lui e versimilmente dai suoi parenti non furono evitabili le CONDANNE ESTREME: da quella definitiva del ROGO al temutissimo ESILIO alla totale CONFISCA DEI BENI.

da Cultura-Barocca

Il triste caso di Peirineta Raibaudo

Limiti occidentali del Dominio di Genova

Così nella sua Storia della Città di Ventimiglia alle pp. 236-237 Girolamo Rossi riportò i contenuti del manoscritto recuperato a ” Sospel “ intitolato ” Atti per il fisco giurisditionale del presente Castellaro inquirente contro Peirinetta vidua fu Gian Raibaudi ” che all’epoca sarebbe stato in possesso del parroco locale.
In Castellaro [località nel retroterra di Mentone] era stato iniziato il 5 settembre 1622, un processo contro cinque sventurate femmine, di cui la protagonista si chiamava Peirineta Raibaudo, incriminate di un gran numero di delitti immaginari [il procedimento tenuto secondo l’epocale costumanza del “doppio foro” eccesiastico e civile riguardava fatti non casualmente avvenuti in un areale di frontiera e di Diocesi di Frontiera = in particolare nel contesto delle Diocesi ed Arcidiocesi “Liguri” è da dire che la Diocesi di Ventimiglia -in cui stando agli atti avrebbero operato al massimo siffatte streghe– aveva una caratteristica abbastanza sottovalutata quella cioè di costituire una Diocesi di Frontiera o meglio ancora “Diocesi Usbergo” alla maniera che scrisse contro i vari aspetti dell’illuminismo il polemista conservatore Padre Antonino Valsecchi (la cui opera è qui digitalizzata) quindi più esposta e permeabile, quasi se non proprio al pari delle Diocesi della Germania Meridionale, alle infiltrazioni dell’Eresia compresa l’Eresia Stregonesca] cioè di aver fatto morire ragazzi con malefici, di correre in corso sotto forma di gatte e d’aver avuto commercio [ rapporti sessuali ] col diavolo vestito di rosso .
[oltre che in generale il crimine osceno di bestialitas o “congiungimento carnale con animali” nello specifico esso era temutissimo soprattutto in ambito agreste e pastorale e comunque contadino come appena prima si è scritto per il possibile coinvolgimento nell’innaturale atto sessuale di forze demoniache e in particolare del Demonio in veste di Capro accoppiantesi con Streghe nell’ambito del Sabba: al punto di appellarsi all’opera di Santi specificatamente protettori: le manifestazioni orgiastiche dei Sabba potevano mutare come poteva putare la nominazione del diabolico amante delle Streghe ma sempre di un Capro si trattava pur se l’etimo poteva variare -anche sulla base di superstiti interferenze pagane deformate e alterate- ad esempio in in vasto areale comprendente la “Liguria Storica” si prediligeva l’espressione Bekko e/o Becco argomento quest’ultimo su cui il ventimigliese Aprosio scrisse questo capitolo ora edito e qui digitalizzato della sua Grillaia cui non fu al suo tempo concessa la licenza di stampa per l’audacia di certe riflessioni sia di ordine teologico e non prive di riferimenti al paganesimo sia soprattutto avverso sia le donne fedifraghe che gli uomini sciocchi: l’eruditissimo Angelico Aprosio sulla scorta di queste tradizioni connesse ai suoi interessi di filologo quanto ai suoi doveri di religioso , che procedevano di pari passo con quelli per letteratura e bibliofilia oltre che collezionismo antiquario, integrò alquanto i suoi spostamenti nelle escursioni storiche ai tempi del soggiorno nel territori nella Repubblica Veneta lasciando saltuariamente l’amatissima Venezia sì da spingersi in varie contrade limitrofe. E’ ben noto che dal territorio dell’antica Aquileia spaziò variamente raggiungendo e frequentando l’ area istriana e la Dalmazia con un soggiorno non del tutto agevole nel Convento Agostiniano dell’Isola di Lesina -non si trovò infatti bene nel locale Convento che paragonò ad una Spelonca ma ove ebbe la buona sorta di raccogliervi molto materiale manoscritto, tuttora conservato alla Libraria di Ventimiglia riguardo degli Uscocchi– e quindi spingendosi sin a Lubiana ed oltre al segno di raggiungere in altri momenti anche il Tirolo del Nord ed il castello di Rottenburg per apprezzare e studiare il grande moto fideistico per S. Notburga di Eben protettrice contro le malattie -anche malefiche e causate da Streghe secondo la credenza- che colpivano uomini ed armenti. A riguardo della Bestialitas si può leggere -p. 227, colonna II- nel qui digitalizzato l’ Examen Ecclesiasticum di F. Potestà mentre nell’ambito mirato della voce ” lussuria ” giova consultare la qui digitalizzata Bibliotheca Canonica… di L. Ferraris) = inoltre in questi secoli attesa la propaganda controriformista sull’impudicizia degli eretici si sosteneva che proprio in rapporto al contesto ideologico a questi ultimi, maliziosamente ed elaboratamente, attribuito molte
Meretrici facilmente si sarebbero alla fine evolute in Streghe Eretiche].
A nulla valsero le favorevoli deposizioni del rettore del luogo D. Bernardino Balauco, che asseriva la Raibaudo scema di cervello
[e forse nella sua buona intenzione il religioso non giovò ma danneggiò la poveretta atteso che che all’epoca sussisteva equazione tra malattia mentale-ossessione e possessione non senza escludere interferenze demoniache]; il vice fiscale Gabriele Peglione, sedendo pro tribunali davanti l’illustre Francesco Lascaris signore del luogo, ricorrendo alle Torture strappava all’infelice Peirineta, che essa era solita far unguento con polvere di rospo, con sangue di dragone ed ossa di morti [ eran peraltro questi i secoli dei veleni = su cui molto si è scritto vedi qui anche la diitalizzazione de L’elemento tossicologico nella stregoneria e nel demonismo medioevale di S. Marszalkowicz ] e che con esso ungeva un bastone di avellano [ in pratica un bastone di noce -cosparso di siffatto unguento- che collegava l’opera della donna alla formidabile superstizione nel ‘600 assai discussa dell’albero o noce delle Streghe di Benevento dai grandi poteri malefici ] per poter andare in corso; che una volta il Diavolo l’avea portata in aria sino al luogo di Castellaro il vecchio, dove depostala in un androne, in cui sedevano due individui chiamati Miran e Barraban, l’aveano costretta a rinnegare Dio, la Vergine, i santi e che quest’ultimo facendole un segno sulla fronte le avea tolto i segni del battesimo e della cresima; che era solita andare alle congreghe notturne che si teneano ora nei campi di Ventimiglia, ora nelle terre di Mentone all’ora della mezzanotte, dove intervenivano femmine di Dolceacqua, di Camporosso, di Ventimiglia, di Mentone, di Gorbio, di S. Agnes, di Castellaro, di Castiglione tutte col viso coperto, dove, dopo aver cenato e ballato si concedevano a tali eccessi che il processo registra, ma che il pudore vieta di riferire.
Il giorno ultimo di gennaio del 1623 il giudice Cristoforo Cumis, pronunciava la sentenza, in cui l’infelice Peirineta Raibaudo veniva condannata ad essere strangolata ad un palo in luogo pubblico, e quindi ad essere abbruciata: il martorio però fu ancora lungo, poiché fu preceduto dalla solenne abiura da lei fatta il 9 marzo nella chiesa di S, Pietro coll’intervento di D. Giulio Ricci dottore in leggi e vicario foraneo, né l’esecuzione ebbe lugo che il giorno 13 novembre, in cui la Raibaudo assistita dai P. Alfonso di Spezia e P. Agostino di Genova, precedeta dalla Compagnia della Misericordia, andò nel luogo del supplicio, eretto davanti la chiesuola di S. Antonio, e quivi strangolata per mano del carnefice, venne tosto come masca
[strega o più propriamente “strega eretica” abbruciata] e le sue ceneri furono sparse al vento [in maniera da non fruire di sepoltura in terra consacrata] “.
Molto più tardi il Canonico intemelio N. Peitavino alle pp. 115-116 con poche modifiche, se non formali e lessicali, riprese la vicenda nel suo volume Intemelio; Conversazioni storiche, geologiche e geografiche sulla città e sul distretto intemeliese, Ventimiglia, s. a. = l’unica curiosità è che i due autori replicano l’identico nome della sventurata donna sotto la forma in “Peirineta Raibaudo” mentre la trascrizione del processo, ” Atti per il fisco giurisditionale del presente Castellaro inquirente contro Peirinetta vidua fu Gian Raibaudi ” come ben si legge riporta la forma “Peirinetta Raibaudi”, cosa che comunque non inficia in alcun modo la validità del recupero dei dati.

da Cultura-Barocca

Accademie nel ponente ligure del Seicento

Angelico Aprosio, indotto anche dal narcisismo della temperie culturale cui apparteneva, oltre che da delusioni inaspettate, ma vissute nella natia Ventimiglia, specie in merito all’erezione della Biblioteca da lui detta Aprosiana la cui finalizzazione, se da un lato alterava l’architettura conventuale, dall’altro – vista la tipologia più prossima alla “Wunderkammer” o “Camera delle Meraviglie” poteva per certi aspetti giungere troppo originale rispetto all’ambiente conservatore locale, propenso alla tradizionale “Biblioteca Fratesca”, non lesinando critiche, scrisse abbastanza acidamente sò che [a Ventimiglia] li Poeti non fanno numero ” (da metà p. 258 a p. 259 della Biblioteca Aprosiana, repertorio edito nel 1673).

Aprosio senza dubbio fu via via preso da crescente nostalgia forse quasi quanto del grande Accademismo (troppo misero era l’ Accademismo Ligure compreso quello genovese a fronte dell’iridescente Accademismo di altre contrade e specie di Venezia che aveva ben conosciuto), anche del Teatro (nell’epoca inesistente a Ventimiglia) e quindi di quella vita teatrale, di cui era appassionato nonostante i vincoli per i religiosi (e della cui produzione aveva raccolto opere altrove pressoché oggi introvabili).

Nella diocesi intemelia dal 1654 fu attiva l’Accademia degli Intrecciati di Sospello, mentre Mentone e Monaco produssero letterati di una certa vivacità che operarono isolatamente sino a quando, nel 1718, confluirono nella locale Accademia dei Mendichi e, stranamente, in una seconda Accademia, sorta in Sospello (20 luglio 1702) di contro a quella degli Intrecciati, col nome degli Occupati.

A Taggia, dove tra l’altro si ebbero non isolate testimonianze di attivismo culturale, nell’agosto del 1668 nell’abitazione del facoltoso Giovanni Stefano Asdente si inaugurò l’Accademia dei Vagabondi (l’impresa o stemma era un sole raggiante): Angelico Aprosio ne fu il membro più illustre e vi prese il nome di Aggirato; ma non ne ebbe grande stima né la frequentò, forse perché troppo periferica e priva di ascritti di nome e troppo dipendente dal poligrafo suo “Principe”, l’avvocato Giovanni Lombardi che si limitò a produzioni d’interesse locale o lasciate manoscritte, come quei pochi sonetti che nel XIX secolo individuò l’erudito canonico Lotti. Si ricorda altresì il dottore in legge Giovanni Antonio Ruggeri, che dallo stesso Aprosio venne citato tra i fautori della sua biblioteca.

Il Rossi ha negato, invece, che esistesse a Sanremo un'”Accademia degli Affidatati”.

Domenico Antonio Gandolfo, stante anche la sua formazione culturale diversa e innovatrice in vari aspetti, ebbe – rispetto ad Aprosio – molta più considerazione dei fermenti letterari non solo di Ventimiglia, ma di tutto il Ponente Ligustico ed anche per questo cercò di astrarre dall’isolamento e di coagulare intorno alla “Biblioteca Aprosiana” tanti letterati dispersi .

In funzione dell’allontanamento da Ventimiglia per Genzano sui Colli Romani che dovette accettare per ordini religiosi la delusione di Gandolfo, più cocente fra tanti successi letterari e retorici, fu quella di non esser mai riuscito ad istituire in Ventimiglia (IM) la progettata Accademia degli Oscuri (tantomeno, come già erroneamente sostenuto da altri, ma invero da lui nemmeno ipotizzato, una Colonia Arcadica Ventimigliese), pallidamente sostituita dal labile ed effimero Gabinetto Accademico di Ventimiglia di cui però non fu partecipe, essendo ormai a Roma.

Per quanto effimero il Gabinetto Accademico menzionato costituisce la significanza che Ventimiglia e la sua Biblioteca avevano assunto per le aree circonvicine (Nizzarda, Sabauda, Piemontese). Risulta molto interessante in proposito, specie per vedere e comprendere quanto avvenne in tempi anche precedenti, l’analisi dell’attività culturale di Francesco Agostino della Chiesa di Saluzzo e Andrea Rossotto di Mondovì. Entrambi corrispondenti e “Fautori” di Aprosio in tempi diversi contribuirono a redigere un’opera basilare, qui digitalizzata, Scrittori Piemontesi, Savoiardi, Nizzardi (con indici moderni) che, se analizzata accuratamente, dimostra quanto stretto fu il legame dell’ambiente culturale nizzardo, sabaudo e piemontese con la Biblioteca Aprosiana di Ventimiglia. Specie collazionandone i nomi con quelli selezionati da Aprosio tra i “Fautori” della sua Biblioteca e tra i suoi stessi corrispondenti epistolari: un tipo di collaborazione e interscambio culturale che G. G. Lanteri per certi aspetti inaugurò indicandone la via ad Aprosio – interscambio e vicinanza culturale che in qualche modo ancora ai primi del 1800 veniva segnalata entro questa vastissima opera di Danilo Bertolotti sulla Liguria Marittima qui parimenti digitalizzata con al suo interno digitalizzati dati storici, artistici, geopolitici integrativi e con priori opere biblioteconomiche – modernamente in essa inerite – come quella del Soprani sugli autori di Liguria -.

Taggia (IM) - Porta Soprana
Taggia (IM) – Porta Soprana

da Cultura-Barocca