Seborga (IM) e antichi misteri di ponti, acque, ninfe…

Nella tradizione, letteraria e non, i Ponti oltre il significato pratico di strumento per collegare le 2 rive di un corso d’acqua  – già presso gli stessi Romani i ponti avevano molteplici significati – sono la linea di passaggio, discriminante fra due mondi. Spesso anche in campo esoterico si delineava questa postulazione. Sì che per eccellenza, come si narra anche nel Ponente Ligure, il luogo di passaggio per eccellenza, il “Ponte Sovrano” – che determinava trasmutazioni e passaggi, da uno stato all’altro, come da un mondo all’altro (in senso benigno in epoca classica e pagana, assai più ambiguamente anche in direzione malefica con le sovrapposizioni cristiane ai culti dei Gentili) – era l’ARCOBALENO.

E del resto, contrariamente a quanto si pensa, spesso l’area della Diocesi di Ventimiglia (IM) nell’estremo Ponente Ligure, proprio perchè di transizione, era connessa a persistenze di paganesimo. Invero spesso culti delicati di Ninfe, Madri e Fate, di Luci o Boschi Sacri, di Montagne votate a qualche Dio, di antiche e sante Sorgenti e Fonti, tutte “cose” rimaste nel cuore e nel “folklore” degli antichi. Contro cui la Chiesa però – senza distinzioni tipologiche – svolgeva da tempo un’opera intensa, iniziata da Gregorio Magno e affidata ai Benedettini. E, quindi, pari a quella avverso le infiltrazioni di eretici specie dalla Francia. Mentre per un verso gli eretici furono talora equiparati a streghe e maghi per altro verso risultarono primieramente perseguiti streghe e maghi eretici, cioè ritenuti conniventi col Demonio.

Il “minuscolo ponte ligneo di un areale” di Seborga, che ben si vede su una riana forse sempre esistita, “può considerarsi il “segno”, il “simbolo” che unisce e divide due mondi e due ere. Una quella romana, travolta da infausti destini. L’altra quella del Cristo, rafforzata dall’operosità dei frati. Nonostante le sconsacrazioni dei siti e delle tradizioni dei Gentili e poi le riconsacrazioni al culto nuovo del Dio Unico, non poco rimase delle vecchie credenze, specie legate a Ninfe e Fate oltre che alle protettrici Matres.

Quasi a sospendere il tutto in una dimensione sincretica e onirica in cui le sovrapposizioni cristiane non cancellarono del tutto il mondo passato ma lo evolsero in favolosa e delicata vicenda per i cuori semplici con buona pace forse di quel virtuale cittadino di Ventimiglia Romana da noi immaginato durante un giorno qualunque della sua vita e per un attimo, sempre da noi, “visto” tutto preso da pensieri profondi sui destini del suo Mondo e della sua Religione, che sentiva oramai decadere.

E così su una “scia sospesa tra sogno e realtà sempre per via di quel ponticello”, nonostante tutto – compresi gli interventi della modernità che talora si vedono in secondo piano ma giammai deturpano – si entra, anche od ancora (dobbiamo dire?), in virtù d’un VIAGGIO VIRTUALE in un passato coinvolgente e, come detto, sotteso tra fiaba, mito, storia e leggenda, che potrebbe fungere da scenario per qualsiasi rappresentazione romanzesca e/o filmografica.
Se non fosse per certi dettagli e per la tipologia della vegetazione ma per i bimbi in particolare che, con la loro gioiosa presenza, segnano l’inizio della piacevole avventura e ne attestano la semplicità scevra di pericoli, a patto di una guida adulta, saggia, riflessiva e rispettosa dell’habitat, ciò che appare da questo punto potrebbe, qui come in altri luoghi d’Italia, appartenere a qualsiasi avventura narrativa, magari ambientata nella lontana Amazzonia o in terre misteriose del Nuovo Mondo, ove la vegetazione ha invaso intiere città di antichissime civiltà e dove il mistero aleggia ancora sulla linea sottile di un passaggio, magari sospeso proprio ed anche lì su un ponte fatto di giunchi, liane o vecchio legno.
Anche questi luoghi, che riguardano Seborga, ma il cui aspetto è replicato in altre zone dell’areale d’appartenenza nel “triangolo” VallecrosiaPerinaldoBordighera, sono la testimonianza di una civiltà antichissima.
Purtroppo di frequente dimenticata sulla linea dei percorsi del tanto agognato “turismo diverso”, quella che, dall’epoca celto – ligure e quindi romana dei boschi sacri, è passata attraverso le vicende dei Saraceni del Frassineto e la Riconquista Cristiana, e che dalla ripopolazione garantita dai Benedettini (naturalmente con la riappropriazione in forza anche di Cavalieri e Crociati e tragici conflitti dei Grandi Tragitti della Fede e del Commercio), dopo infinite esperienze storiche, è gloriosamente giunta alla secolare cultura dei “Muri a Secco”, i Macieri (che hanno contribuito a segnare l’architettura rurale, la civiltà agreste e le tradizioni, i costumi ed il folklore). Non esclusi gli spazi esoterici e le concessioni ai segni del passaggio, compresi i segni della vita e della morte di un mondo che va scomparendo.
di Bartolomeo Durante in Cultura-Barocca
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Templari nel ponente ligure?

Bordighera (IM) – Chiesa della Madonna della Ruota

Tra Piemonte, Francia e Liguria occidentale sopravvive il ricordo di un priorato templare a Sospel, di una base a Tenda e poi di un Ospedale del Tempio sulla costa intemelia (la parte di Liguria più prossima alla Francia) che, come si evince dai notai duecenteschi, era preposto al ricovero dei viandanti prima che si imbarcassero per la Palestina od i Santuari delle Spagne (non eran rare le occasioni in cui, dietro un compenso pattuito con un atto legale, uno o più monaci templari si impegnassero a scortare gruppetti di viaggiatori se non, addirittura, a condurli – sempre ben protetti – sulla flotta che allestirono nelle spedizioni in Terrasanta).

I Templari, oltre ad essere frati guerrieri, a combattere gli Arabi ed a proteggere seppur dietro compenso i “Pellegrini del Sacro”, gestivano un po’ ovunque, sia sui percorsi per le SPAGNE che per la TERRASANTA , dei ricoveri per viandanti, degli OSPEDALI in cui tuttavia oltre che il riposo ed il conforto del cibo ai viandanti, sempre dopo pagamento, mettevano a disposizione le loro conoscenze in campo medico .
Alcuni fra loro avevano rafforzato queste competenze soprattutto con la frequentazione di quei medici arabo-egiziani che avevano tratto la loro formazione dai testi greci = dopo il crollo della Romanità la Medicina nell’Europa Cristiana era degradata a livelli modestissimi ed era stata recuperata soprattutto sulla scia della Scienza Araba da cui i Cavalieri del Tempio appresero molte nozioni specie quelle collegate all’arte dei Rizotomi, poi Aromatarii e quindi Erboristi (come qui aprofonditamente si può leggere) non sempre, però, condivise dall’ecumene della Cristianità per interferenze – certo suggerite dalla superstizione e dal rifiuto del mondo antico- sia con il contesto pagano ed idolatra quanto con l’interferenza di occulte forze demoniache: tutte cose che, ben manipolate, avrebbero contribuito ad alimentare una certa quanto ingiusta “leggenda nera dei Templari”.
Dalla medicina e dalla scienza degli Arabi i Cavalieri del Tempio avevano oltre a ciò ricavate ulteriori nozioni, del tutto incomprensibili nell’Europa Medievale quanto non completamente prive di fondamento ed utilità: contestualmente alcuni di loro si erano accostati alla sempre controversa disciplina dell’ALCHIMIA sì da poter esser ritenuti – laddove li si volesse colpire ed attaccare per qualsiasi ragione – anche praticanti di magia.

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era un fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia (IM) di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del notaio di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio, scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).

Una “base templare” a Bordighera (IM) non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia).

Questi frati guerrieri raggiunsero presto grande potenza per il loro ruolo di “guardiani delle vie di mare e terra”; anche se non mancarono casi in cui un esasperato giudizio di potere li indusse a far uso indiscriminato delle armi (così per esempio, poco dopo la metà del XIII secolo, un Templare di nome Raimondo Galliano o Galliana, in un eccesso di violenza forse anche perché provocato ma comunque sempre contro le normative dell’Ordine ferì a morte in Ventimiglia tale Guglielmo da Voltri = cart.56, not.di Amandolesio).

Scrive in proposito Sergio Pallanca: “… dalla biblioteca Reale del Belgio un documento datato l’anno 1257 relaziona di un fatto di sangue accaduto in Ventimiglia per mano del Cavaliere Templare Raimondo Galliana, non è chiaro se appartenente alla Domus di Ventimiglia o alla Precettoria di Seborga. Raimondo Galliana, nato in Castelvetro Piacentino, rientrato ferito dalla Terra Santa, divenne Maestro nel 1240 e fu Precettore di S. Margherita in Fiorenzuola d’Arda dal 1241 al 1244. Nel 1251 lasciò Fiorenzuola e venne trasferito a Santo Stefano d’Aveto e da qui a Torriglia da cui dipendevano le Mansioni collocate nell’Alta Valle dello Scrivia, quelle della Val Trebbia e Gattorna, fondata dai Cistercensi. Ecco quindi che il Maestro Galliana, inviato a Seborga nel 1256 per volere del Gran Maestro Tommaso Berard, aveva il compito di salvaguardare il territorio spettante al convento di San Michele, che Genova cercava di assoggettare, e di imporre il rispetto confinario al rappresentante della Repubblica, Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo in Ventimiglia, descritto quale uomo rude, ignorante e fanatico ghibellino.
Il Galliana si oppone con fermezza ai vari tentativi di usurpazione terriera del Capitano di Genova e, ligio al suo compito resta ben presto inviso ai genovesi della ” Rocca ” [il castello – appartenente al grande complesso delle fortificazioni della Ventimiglia medievale – costruito dai Genovesi a dominare Ventimiglia (dopo la faticosa conquista che fecero della città nel 1221 agli ordini del loro comandante Lottaringo di Martinengo) dall’alto di quello che oggi è chiamato Monte delle Monache].
Provocato da Gugliemo da Voltri, soldato presso la Rocca, nella primavera del 1257, con un fendente di spada il Galliana ferisce alla testa e alla mascella il soldato genovese che poco dopo muore. Interviene il Capitano Boccanegra che a nome della Repubblica ordina l’arresto del Templare, ma il Galliana si oppone alla punizione dichiarandosi esente da ogni giurisdizione civile ( I Templari – nella complessa organizzazione della Chiesa – risultavano però sotto l’ esclusiva e diretta giurisdizione del Papa ) [per approfondire questa sottile e vastissima tematica è però sempre opportuno consultare la basilare Bibliotheca Canonica, Juridica, Moralis, Tehologica …., di L. Ferraris in merito a diverse voci concernenti sia il contesto ecclesiale nella sua globalità (non escluse per esempio le peculiarità giurisdizionali della titolatura di Abate) quanto molte voci connesse anche all’ aspetto aspetto materiale e monumentale oltre che spirituale della Chiesa stessa].
Si ricorre allora al Vescovo della Diocesi di Ventimiglia, Azzo Visconti di Milano, fervido oppositore della politica ghibellina genovese che, con lettera al Capitano e al Senato di Genova, si dichiara offeso nella dignità pastorale: “non essere io né custode né guardiano di un templare o chicchessia”. Il Galliana resta impunito e di tutto ne dà sentenza lo stesso Vescovo il 9 ottobre 1527.
Lo stesso giorno, richiamato in Seborga presso il Capitolo, il Maestro Templare subisce un processo dall’Ordine in cui viene privato degli onori della Maestranza e svestito della Mantella di Cavaliere.
Non dobbiamo dimenticare che se i Templari erano monaci armati erano autorizzati come dettava la loro Regola ad usare le armi solo contro gli Infedeli e contro gli animali feroci ma solo a scopo di difesa (art. 46 e 47) con la sola eccezione del Leone da attaccare incondizionatamente ( art. 48).
Trasferito a Nizza Marittima, dopo una penitenza di tre anni in cui è semplice inserviente per avere agito contro la Regola, è riconsacrato Cavaliere.
Viene quindi inviato nella Precettoria ospitaliera di S. Maria, al Passo delle Finestre, a nord dell’attuale Parco francese del Mercantour. Non si ha notizia se il Galliana fosse ancora là nell’Anno del Signore 1307, anno in cui i Legisti di Filippo il Bello, Re di Francia e Vescovo di Parigi, guidati dalla Curia di Nizza massacrarono tutti i Cavalieri presenti nella Precettoria di Santa Maria delle Finestre .
..”.

da Cultura-Barocca

Sulle antiche vertenze confinarie e giurisdizionali riguardanti Seborga (IM)

Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986

Seborga (IM) vanta una storia antica e misteriosa. Nel nome del paese G. Petracco Sicardi nota 2 possibili interpretazioni e scrive:” Nelle forme storiche del toponimo si alternano due tradizioni, l’una dotta che cita l’insediamento col nome di Sepulcrum, l’ altra più vicina alla pronunzia (Sebolcaro nel 1079, Suburcaro nel 1250, Seburco nel 1394); con la seconda concorda la dizione locale Seburga, maschile. Poiché da Seburga si può risalire a un *sepulc(a)rum, alterazione di sepulcrum, le due tradizioni non sono alternative per l’etimologia, ma resta ignoto a quale epoca risalga la denominazione e di quale sepolcro si tratta” (Dizionario di Toponomastica, UTET, Torino, 1990 sotto voce “Seborga”: sempre che, sull’origine del nome, non abbia avuto qualche interferenza il “sepolcreto” fuori borgo [segnato con simbolo cruciforme], ora irreperibile dopo i ripascimenti del terreno, disegnato dal cartografo genovese M. Vinzoni poco oltre metà ‘700 in due grandi mappe, con didascalie, dal titolo “Ricognizione sui territori di Seborga e di Vallebona e Tipo de i Territori, conservati in “Archivio di Stato di Genova – Magistrato delle Comunità – Giunta dei Confini – Pratiche depositate dal Col. Matteo Vinzoni, filza 106 A, poi editi da B.DURANTE – F.POGGI, Diplomazia e cartografia – Materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo in “Rivista Ingauna Intemelia”, N.S., XXXXIX, 1984, n.3-4, pp.52-66 con 3 particolari delle carte vinzoniane ed otto schizzi topografici: nel saggio è inoltre raccolta la bibliografia basilare sul “Principato di Seborga”).

Sulle bellezze paesaggistiche del paese, sulla conservazione delle tradizioni e sulla storica volontà di essere riconosciuto tuttora come “Principato autonomo dallo Stato Italiano”, con suo reggente dal titolo di “Principe” (di provenienza però monastica) si discute da tempo, e tante versioni son state fornite sull’argomento che pare qui superfluo riprenderle. Basti dire che si tratta di un luogo affascinante e per molti aspetti dalla storia controversa di cui qui di seguito si dà un sunto.

Dati certi o quasi sulla storia di Seborga (prescindendo dalla non trascurabile possibilità che il luogo sia stato sede di qualche ceppo ligure intemelio e quindi di poderi rurali d’epoca romana) si riallaccia alla sua origine medievale come feudo monastico (PRINCIPATO ECCLESIASTICO DI SEBORGA) per una possibile donazione del conte Guido di Ventimiglia (nel 954), prima di partecipare ad una crociata contro i Saraceni, all’abbazia lerinese di S. Onorato. In base al testamento del nobile intemelio i Padri di Lerino sarebbero infatti entrati in possesso principalmente della chiesa comitale di S. MICHELE DI VENTIMIGLIA con il suo piccolo, e lontano, insediamento agricolo di SEBORGA nell’entroterra di Bordighera. Indagini ulteriori, di vari studiosi, su tali documenti hanno permesso di confermare che questa donazione del 954, per quanto sia giunta a noi in copie e documenti scorretti formalmente, aveva un punto di partenza in un documento autentico, steso da Guido Conte intemelio al momento di salpare dal porto di Varigotti “Contro i perfidi Saraceni”, onde partecipare alla spedizione guidata da Guglielmo di Arles che avrebbe scacciato per sempre i pirati Saraceni dalla base del Frassineto entro il 972.
In seguito gli abitanti di Seborga, definendosi “uomini di detto monastero [di S. Michele: anche questa chiesa come quella di S. Maria di Dolceacqua, donativo feudale ai Benedettini]” si proclamarono sudditi del “Priore del monastero stesso” e si riconobbero debitori delle decime: ancora nel 1469 gli abitanti del paese riconfermarono questi loro impegni a “Frate Nicolao di Ventimiglia d’Aurigo, priore di S. Michele di Ventimiglia”.

Seborga (IM) – a sinistra, il Palazzo della Zecca

Bisogna tuttavia tener sempre presente che, data la peculiare conformazione giurisdizionale di questo territorio, i conti di Ventimiglia, e poi il Comune della stessa città, avanzarono spesso dei diritti atavici verso il territorio di Seborga, rivendicando alcuni aspetti legali della donazione: sino a quando almeno -per quanto è stato definito in un campo di ricerche che non hanno ancora avuta una definitiva ed unanime chiarificazione- il vescovo intemelio Stefano definì i limiti territoriali del principato ecclesiastico a fronte del vasto territorio di Ventimiglia.
La povertà e ristrettezza del territorio impedì comunque una costante fioritura del possedimento benedettino sì che i monaci, cercando nuove forme di sovvenzione, lecitamente appellandosi ai dettami del loro possesso sovrano non ritennero conveniente esercitare il diritto di “coniare monete” istituendo cioè una ZECCA ricavata a fianco della Prioria, cioè nel palazzo nobile già ritenuto sede dei Cavalieri Templari.

Cippo confinario del 1700 tra Seborga (IM) e Sanremo – Foto: Franco Fogliarini di Seborga
Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo“, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986
Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986
Da “Viaggio nella Liguria Marittima” di Davide Bertolotti (1834)

Da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986

da Cultura-Barocca

Mappe del ponente ligure ai tempi delle case fortificate e dei campi recintati

Presso l’ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA – “raccolta cartografica”, busta 17, n. 1083 – si custodisce questo disegno a penna colorato del XVII secolo e di autore anonimo (già edito in alcune pubblicazioni) dove viene raffigurata una CASA FORTIFICATA o come altri scrivono TENUTA RURALE FORTIFICATA CON RESIDENZA A TORRE.

L’ipotesi predominante, vista la presenza delle PALME, é che il complesso sia da ascrivere all’ESTREMO PONENTE LIGURE.

A prescindere dall’esatta locazione si tratta di un documento significativo sul VIVERE IN LIGURIA tra ‘500 e ‘600, nel costante pericolo (oltre che di ripararsi dai CONTAGI DELLE EPIDEMIE) di cadere vittima sia dell’aggressione di PIRATI che di fenomeni tanto di VIOLENZA LOCALE quanto di VIOLENZA CONTADINA. Onde combattere queste emergenze, ma altresì per opporre doverosa e salda resistenza alle innumerevoli FORME DI DELINQUENZA contro cui la giustizia repubblicana era quasi impotente e soprattutto contro le piaghe di LADRI, BANDITI, BRIGANTI, RAPITORI e RAPINATORI VARI i CETI BENESTANTI, i NOBILI, i MAGNIFICI usavano rafforzare le difese delle proprie possessioni talora servendosi, oltre che della protezione dei propri servi e spesso aldilà di lecito e giusto, anche dell’operato di ben armati “mercenari”, avvicinabili per molteplici aspetti alla figura dei BRAVI di manzoniana memoria e nel genovesato noti coll’etimo di SCAVEZZI.

QUESTO TIPO CARTOGRAFICO DI VENTIMIGLIA (IM) E TERRITORIO (CUSTODITO ALL’ARCHIVIO DI STATO DI TORINO) RISALE AL XVII SECOLO: E’ MOLTO SEMPLICE E POCO MENO CHE CALLIGRAFICO, MA TENDE A DARE UN’IDEA DI COME ERA LA CITTA’ TRA XVI E PRIMI XVII SECOLO, ANCHE SE NON REGISTRA LA PRESENZA DELLA BASTITA, UN AGGLOMERATO DEMICO-RURALE PRESSOCHE’ INSIGNIFICANTE A FRONTE DEL CORPO “MONUMENTALE” DEL CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI.

Ventimiglia (IM) nella carta (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni per l'”Atlante del Dominio [di Genova]”
Camporosso (IM) nella carta (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni per l'”Atlante del Dominio [di Genova]”
Negli Atlanti del Vinzoni si evidenziano strutture analoghe = per esempio  l’importante Palazzo a Nervia di Ventimiglia (IM), che sostanzialmente presiedeva ad una tenuta agronomica, sito alle falde di Collasgarba e detto “Palasso Orengo” (e pur con prosa d’epoca descritto, minuziosamente dalla relazione coeva del Magnifico intemelio Vincenzo Orengo), era già provvisto di Muraglie del Giardino rinforzate [durante la Guerra di Successione Imperiale di metà ‘700] dagli Austro-Sardi… cosa che verosimilmente avvenne per la pressoché analoga “Cassina del Moro, sulla riva orientale del Nervia, trasformata in forte S. Ignazio e/o ridotta Guibert”…

Dalla carta topografica panoramica del Commissariato di Bordighera di Matteo Vinzoni – metà XVIII sec. (Biblioteca Civica Berio di Genova, Sezione di Conservazione, m.r.Cf.2.10)

Dalla carta che segue qui un particolare dell’area rurale tra Nervia e Bordighera

Come si intuisce tale relativa sicurezza offerta dai complessi demici non era garantita per i ben più attaccabili possedimenti isolati e come si vede da questa carta settecentesca le proprietà rurali erano mediamente cintate e sorvegliate per quanto possibile.

cultura barocca

Edita in” Marciando per le Alpi…” di R. Capaccio – B. Durante, Gribaudo editore, Cavallermaggiore, 1993
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
Carta con i campi recintati e le case isolate nelle strutture agronomiche del tipo geometrico per l’amicabile adequamento de’ limiti fra la Seborga e Vallebona (1759; particolare, rappresentante Ventimiglia e gli Otto Luoghi di Matteo Vinzoni in A.S.G.)
Sanremo (incisione di anonimo “Essai sur le démelez de la République de Genes e de l’Etat Imperial de Sanremo“, Basile, 1755]

Taggia (IM) nella carta (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni per l’”Atlante del Dominio [di Genova]”
da Cultura-Barocca