Sanremo (IM) nel Manoscritto Borea dal 1731 al 1748

Sanremo (IM) – Via Palma, arteria principale del centro storico

1730-1731 in 1732

Fran.co M.a Spinola q. Federico, V.° Pietro Gio. Capriata, C.e Fran.co Vinc.zo Solaro. 1732. 10 Maggio: li Consoli anno fato fare la Capella di S. Isidoro dal stucatore Colombo che in tutto vi è compreso calcina, gipo, ferri e materiali, L. 345.
1731. 4 9bre: sovra supplica fatta dagli Agricoltori di questa Città, il Magnifico Consiglio con decreto à permesso a d.i Consoli, e sono stati et elletti Gio. Musso q. Ant.°, Giacomo Aicardo q. Batta, Gio. M.a Farixano q. Luca, e Gio. Batta Scarella q. Ant.° di costruere nella Chiesa di S. Giuseppe la Capella di S. Isidoro.
1730 in Not.° Lorenzo Martini.
Obbligo de S.ri Conte Gio. Roverizio, q. S.r Conte Gio. M.a e fratelli per la capella di S. Felice ne Capuccini stata cessa in parola al Conte Gio. M.a Padre.
1731. 6 Genaro. Venne gran neve che restò per un palmo e più d’altezza nelle strade e gelarono li Frutti e molti Alberi di Lemoni.
1731. 19 7mbre. Decreto della Sacra Congregazione de riti di poter celebrare in S. Siro Messa ne giorni di Festa di precetto un ora circa doppo il mezzo giorno [Le Feste comandate concernenti la chiusura dei servizi pubblici e privati = si può per utilità confrontare questa normativa locale sia con gli strumenti in essere usati nei secoli per la misurazione del tempo e la sanzione dei giorni di festa e lavoro sia pure con quella generale serie di norme sui momenti di lavoro e di riposo ampiamente registrati da L. Ferraris nel ‘600 – ‘700 a livello panitaliano].

1732-1733 in 1734

Carlo Pompeo de Franchi, V.° Gio. Lanzavecchia Negrini, C.e Gio. Agos.no Sifiredi.
1733. 25 Marzo. L’ancona di S. Isidoro è stata fata in Genova dal Sig. Giacomo Boni Bolognese per L. 350 ed oggi è gionta qui, in S. Remo da colocarsi alla Capella delli lavoratori nella Chiesa di S. Giuseppe in la Palma soprana e nelle L. 350 vi è compreso il telaro, tella, e colori.
1734. 25 Feb.°: in Not.° Cancelliere Lorenzo Martini.
Retifica di donazione fatta dal M.co Consiglio a Padri Gesuiti coll’obbligo della presente Iscrizione.
D. O. M.
Divo Stephano Protomartiri templum vetustate collapsum Comunitas S.ti Romuli Aere proprio magnificentius reedificatum dicavit. Societati Jesu Patres ab eadem dono acceptum suis sumptibus in hanc usque aream protensum exornabant
documentum in actis Laurentij de Martinis Notarij sub die Februarij 25 1734
.
1733 11 Feb.° Not.° Stef.° Fabiano.
Testamento del Capitano Stef.° Moreno q. Gerol.° in cui instituisce Capellania, scuola, e dotazioni di Figlie.
1734. Processione col quadro di N.a Sg.a della Costa per la Pioggia: accompagnata nell’atto d’uscire dalla Pioggia quale e continuata tutta la notte [le Processioni avvenivano secondo norme precise che comportavano i vari diritti alle Precedenze tra Clero e Autorità (vedi però il pericolo insito nelle Processioni in occasione di Contagi Epidemici)] .

1734-1735 in 1736

Camillo Doria. V.° Gio. Ant.° Maccario. C.e D.° Gio. Agostino Siffredi.
1734 Agosto. il Sig. Abate Pier Fran.° Borea à fato fare la muraglia soprana della villa, e nel medemo tempo à comprato per L. 300 da Madalena Arnaldo Pesante.
1736 a Aprile sono repasati 6.000 Soldati a cavalo Spagnoli che andavano in Spagna, e sono pasati in più volte, ciò è 600 in 700 per volta, e riposarono in S. Remo due notti, e alli 4 di maggio terminorono il suo pasaggio.
1735. furono poste a suo luogo le due statue di S. Gio Batta, l’arta (per “altra”) di S. Gio Apostolo nella Chiesa di Na Sig.a della Costa, e in d.o anno furono fate le tre statue di S. Giuseppe, di S. Gioachino e S.a Anna che sono all’Altare maggiore, e queste pure sono state fate da Maragliano.
1734. 25 Febraro. Ratifica fatta dal M. Parlamento [Vedi qui tutte le voci ricostruibili, grazie soprattutto al Magistero di Nilo Calvini, in rapporto all’Organizzazione politico amministrativa di Sanremo: dal Podestà al Parlamento sin ai più umili serventi] a R. P. della donazione fatta da Gregorio XV a R. P. della Compagnia di Gesù con obligo di porvi a d.a Chiesa la Seguente Lapide.
D. O. M.
Divo Stephano Protomartiri
Templum vetustate collapsum
Communitas Sancti Romuli
Aere Proprio
Magnificentius reedificatum dicavit
Societatis Jesù Patres ab eadem dono aceptum
Suis Sumptibus in hanc usque aream protensum
Exornabant

1734 6 Gen.°. Decreto del M.co Consiglio, che nessuno possa gettar acque brutte, oliacci, et altre acque immonde per le strade alla penale di L. 4.
1734 in Not.° Pier F.° Martim. Cessione del gius di Capella, e sepoltura al S.r Conte Giuseppe Sapia Rossi da Capucini nella loro Chiesa.

1736-1737 in 1738

Angelo Giovo. V.° Gio. Bernardo Bernabò, C.e Fran.° M.a Cerruti.
1737 a (“?”) si colocorono le due statue di S. Zacheria, e di S.a Elisabeta state fate da Maragliano, nel oratorio di N.a Sig.a della Costa.
1737 a 28 Febraro. Li Consoli di S. Isidoro anno principiato a fabricare la Capella di d.° Santo nella Chiesa di S. Giuseppe, e in d.° anno alli 17 Marzo fu Benedetto d.° Altare.

1738-1739 in 1740

Filippo Giustiniano, V.° Federico Sanguinetti, C.e Gio. Batta Pesclo.

1740-1741 in 1742

Fra.° M.a Saoli q. Luiggi, V.° Vincenzo M.a Bucelli, C.e Fra.° M.a Cerruti.
1741. 7 Agosto: si è dato principio a fabricare la Capella di Nostra Sig.a del Borgo dal R.do Filippo Borea.
1741. Nel Governo del d.° Sauli [“Governatore di Sanremo come ancora si apprende dal Manoscritto Borea“] furono presi varij muli di Sfroxiatori Piemontesi che sfroxiavano il sale per il Piemonte [utilizzando questo antico percorso qui in cartografia digitalizzata], e catturate le persone, una notte donque vennero all’improvviso altri sfroxiatori compagni armati che di notte s’impossessarono delle strade, e sparavano colpi di pistolla cossì che vediendosi fuoco da tutte le bocche delle strade, tutti le persone stavano ritirate in casa né sapevano il mottivo di detti colpi, onde preguardate de strade altri sfroxiatori sforzarono le porte delle priggioni, li sbirri, e soldati Corsi di guardia al Palazzo furono intimoriti, e si portarono via li priggionieri, e li muli che erano nella stalla Borea, et il S.r Commis.° si lamentò che non fosse uscito alcuno del Paese ad impedire tale impertinenza.

1742-1743 in 1744

Batta Chiavari. V.° Pietro Ant.° Savona. C.e Nicolò M.a Maglio.
15 8bre. I Padri Gesuiti hanno principiato a fabricare le scuole nuove attigue alla Chiesa de denari del Padre Paolo Franc.° Negrone di d.a Società.
1742.il S.r Gio. Batta Chiavari Commissario fece alzare sul terrazzo del Palazzo publico delle Troniere e guardiole, et alla porta di d.° Palazzo far un recinto co roghelli e guardiole, il che poi fu demolito ad istanza del Magnifico Consiglio.
Il I Febbrajo fu segnato, e nei primi di Marzo pubblicato il celebre Trattato Provvisionale. 1° articolo fu che Carlo Emmanuele Re di Sardegna e la Regina Maria Teresa si alleavano per assicurare l’Italia dagli Spagnuoli. 2° Carlo Emanuele promise che ove fosse astretto ad altra lega, dovea avvisarne un mese prima M. Teresa. 3° assicurava in tal caso di non usar le sue armi contro la Regina ne direttamente, ne indirettamente contro lo Stato di Milano, sopra cui vi ha e conserva le sue pretensioni, in rapporto alle quali si riserva trattarne in appresso con la dovuta maturità.
1743.
Li 13 7bre fu conchiuso il celebre trattato di Worms in virtù del quale Carlo Emanuele Re di Sardegna I rinunzia a Maria Teresa e suoi discendenti tutti i suoi diritti sopra lo Stato milanese. 2° Si obbliga di riconoscere ed accettare l’ordine della successione stabilito nella Casa d’Austria per la prammatica Sanzione. 3° di difendere gli Stati Austriaci in Italia e crescere le sue truppe a 45 mila uomini. Maria Teresa in correspettivita cede al Re di Sard.: 1° il contado di Anghiera, 2° Vigevano con tutte le sue dipendenze, 3° tutto il territorio posto alla riva occidentale del Lago Maggiore, abbracciando Arona, e tutta la riva meridionale del Ticino che scorre fino alle porte di Pavia, 4° Piacenza col suo territorio di qua dal Po fino al fiume Nura, 5° tutti i suoi diritti sopra il Marchesato di Finale, 6° crescere sue truppe in Italia a 30 mila uomini. L’Inghilterra obbligavasi di pagare al Re Carlo, per contribuire al mantenimento di sue milizie, 200 mila lire Sterline annue per tutto il tempo di quella guerra: e mantenere nel meditertaneo una flotta per secondare le Operazioni militari sul continente e nuocere a’ nemici. V Muratori. Minutoli.

1744-1745 in 1746

Girolamo Spinola q. Fra.co M.a, V.° Giuseppe M.a Scribani. Cancelliere Giulio Cesare da Cella del d.° 1746 e venuto in Maggio Nuovo Vicario Giuseppe Fascie, e Cancelliere Gio. Batta Massone.
1745. 30 7bre. Comparisce da Levante una scuadra Ingrese di 7 navi di linea e 4 bonbarde comandata dal Ammiglio Rodnei, o pure dal Mateus ed il Conte San Sebastiano Piemontese, ed apena gettata l’ancora restano in calma. Il Publico spedisce li Sig.ri Conte Gio. Roverizio, Ant. Palmaro q. Bartolomeo, Gio. Ant.° Sardi q. Paulo Fran.co e Giuseppc Giofiredi q. Giacomo Maria a complimentare il Generare, ed offerire rinfresco. Sono ricevutti da un Officiale con poca grazia, ed intima la partenza sotto pena del arresto. Si ritirano, divorgano il successo, et ogniuno pensa a garantisi dal a href=”../IMPERIA/GRANA1.htm”>pericolo delle bombe imminenti: alle ore 21 cominciano le a href=”../IMPERIA/GRANA1.htm”>bombe anche incendiarie, la prima cade nelle case dell’Ill.m° Spinola vicine al Palazzo Borea, la seconda in casa del Sig.e Gio. Batta Stella, e continuano con danno però poco della Città. Il l’indimani sospendono di tirare bombe, e due navi approsimatesi più a terra cannonegiano la Citta sino a sera, a ore 21 il Bastione e Castello tirano qualche cannonata sopra le navi, nel tempo stesso con lance armate si impadroniscono delle Barche del Patron Gio Batta Margotto detto Catraro, e Patron Stef.° Dandreis detto Bisaro, e se le portano via [nell’interpretazione critica degli antichi Statuti di San Remo trascritti e interpretati da Nilo Calvini vedi qui i capitoli mirati a governare il mondo del lavoro]. Sono però obbligate dette Lancie a ritirarsi stante il vivo fuocho che faceva dal Muolo unito a Paesani un picheto di Soldati Spagnuoli rimasto del armata Spagniola. Li 2 8bre partì di buon matino detta Scuadra. In tal fatto, è rimasto morto un soldato Spagniolo, una donna, e detto Patron Stef.° Dandreis detto Bisarro [nell’interpretazione critica degli antichi Statuti di San Remo trascritti e interpretati da Nilo Calvini vedi qui i capitoli mirati a governare il mondo del lavoro].
1746. 24 7bre. Li Francesi hanno preso 13 Cannoni a San Remo e li hanno portati in XXmiglia ed hanno presa tutta la polvere per combattere contro de Savojardi.
27 d.°. E’ entrato in S. Remo il Re sardo con tutta la sua gente e la sua truppa, ed alloggiò in casa de Sig.ri Borea il Re Carlo Emanuele con suo figlio Vittorio.
1747. Sono partiti i Savoiardi a 18 Giugno, ed a 20 d.° sono arrivati i Spagnuoli, col loro Real Infante d. Filippo che alloggiò nella medesima casa Borea.
1745 2.3 Xbre.
Compra di otto Pezzi di Canone di ferro di nova liga dalla Fabrica di S. Gervas di Calibro di lb. 18 fiaminghe con suoi carri polvere, palle, cughiare, refollatori, scartocci et altro compra in ToIone dal Nobile Francesco Luasseur de Villeblanch Intendente Generale della Marina da Sig.ri Gioseppe Rambaldi, e Francesco Carlo deputati dalla M.a Comunità di S Remo compri per conto della med.a per il prezzo di Franchi 12.290:16:7.
1746. 22 7mbre. Canoni presi in S. Remo da Francesi parte trasportati nel Forte di XXmiglia, e parte in Antibo per ordine di M.r de Millebois, e Brigadier della Perouse Colonello del Regimento Bloiois.
Canoni 6 liga di S. Gervas, altri 6 canoni di Svezia Canone 1 di Bronzo. Polvere Barili 94, carrette 14, miccia c.a 4, Palle n° 2500 con tutti li ordigni necessarij, avendo fatto in pezzi le bandiere della Comunità.
d.° anno 17 9bre Canoni tre di bronzo portati via per ordine di S. M. il Re di Sardegna. Il primo Cantara 35 e voto 4 di calibro da lb. 27 palla, il secondo Cantara 34:91.24, il terzo la Zingara Cantara 24:12:12 e vi era dipinto S. Romolo, che in tutto pesavano Cantara 94:7 tutti coll’armi della Comunità.
I1 1° di Maggio di questo anno fu conchiuso il Trattato di Aranjuez ove per parte della Repubblica di Genova era Amb. Girolamo Grimaldi.
Per esso i Genovesi si obbligavano d’ajutare i Borboni di Spagna, Francia, e Napoli nella guerra contro l’Austria e l’Inghilterra, tenendo un’ Armata ausiliaria di 10 mila uomini ben fornita con 36 Cannoni. I Borboni in correspettivita guarentivano alla Repubblica il marchesato di Finale, ed altri piccoli Feudi, oltre 30 mila Scudi mensili durante quella guerra, e 10 mila per una sol volta.
1746 27 7mbre.
Priori del M.co Consiglio in luogo di Comm.rio.

1747

I Gallispani tentarono imprese nuove nella riviera di Ponente e nelle Alpi maritime, ed acquistarono nell’Autunno il Castello di Ventimiglia e qualche altra utile posizione [l’autore o meglio gli autori del Manoscritto succedutisi nei secoli parlando della città di Ventimiglia non registrano le lotte sostenute con successo delle sue Ville orientali onde separarsi per l’economico ed organizzarsi nella “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi” = così che quasi mai citano espressamente le località interessate cioè Bordighera, . Borghetto S. Nicolò, Camporosso, Soldano, San Biagio, Sasso, Vallebona e finalmente Vallecrosia cosa che -pur essendo estranea ai suoi interessi cronachistici- pone il Manoscritto nella condizione di non trattare con tutte le implicanze storiche, di viaggi della Fede, di commerci, erboristeria e persino esoterismo la fondamentale Via del Nervia, diventata in tempi lontani strada d’accesso dal Piemonte e quindi dal Centro Europa sotto forma di diramazione della via Francigena o più propriamente una tra le varie vie Romee e strade dei pellegrinaggi nel “Luoghi Sacri”].

l746-1747 in 1748 a 17 Marzo

Marc’Antonio Carenzio del Finale. Giambatta Bottero di Limone, Vicario Giacomo Casatroja del Finale Canc.re Governo Regio.
1746. 22 7mbre partì per Genova il S.r Gerol.° Spinola Commissario.
27 detto, entrò in S. Remo S. Maestà il Re di Sardegna Carlo Emanuele, col suo primogenito Vittorio Amedeo Duca di Savoja, et alloggiarono nel Palazzo Borea.
1747. 1 9bre Canoni 4 Svezia condotti dalla Bordighera per conto et ordine di S. Maestà Carlo Emanuele, cioè 2 da lb. 12 e due da lb. 8 di palla peso fiamingho. Piu li 10 d.° Canoni due Liga di S. Gervas da lb. 18 palle Fiaminghe et altro di Svezia da 1b. 12 fiaminghe con sue carrette e palle 294 fiaminghe da lb. 18.
1748 4 8bre.
Fu imposta da S. M. Carlo Emanuele Re di Sardegna contribuzione sopra la Riviera di Ponente da Savona in qua passata in suo Dominio, qual Contributo era di L. 150 mila Piemonte, et a compimento di d.a Somma fu carricata Savona per 15mila, Finale per L. 24.183, Albenga per L. 48.789, e S. Remo per L. 62.028 avendo fatto sud.e Città Capi quartieri degli altri Luoghi, fra questi sotto il quartiere di S. Remo era il Porto Morizio.
(1748) Li 18 8bre 1748 fu segnato definitivamente il trattato di Aquisgrana dall’Inghilterra, Francia, Spagna, Austria, Piemonte, Genova ecc. In virtù di esso l’Infante Spagnuolo rinunziava ad ogni titolo sullo Stato di Milano, contentandosi dei tre Ducati di Parma, Piacenza, e Guastalla. L’Infante D. Carlo fu confermato nel Regno delle due Sicilie. Francesco di Lorena Sposo di Maria Teresa, e gran Duca di Toscana, fu riconoscinto Imperatore di Germania. Al Re di Sardegna si restituì da Francesi quello che era stato occupato durante la guerra, e Maria Teresa gli riconfermò il possesso delle tre porzioni smembrate dal Milanese, cioè del Vigevanasco, dell’Oltre Po Pavese, e del Contado di Anghiera, detto Alto Novarese. Il resto del ducato Milanese, e con esso il Mantovano fu lasciato all’Austria. Il Duca di Modena rientrò in possesso d’ogni città e villaggio che fosse stato occupato. Alla Repub. di Genova si restituirono dal Re di Sardegna franche e libere tutte le terre che le avea tolte, ed in ispecie Savona e Finale. Furono anche richiamate di Corsica le truppe Piemontesi che Carlo Emanuele vi avea spedite sotto il comando del Cav. di Cumiana. Così l’Italia entrando il 1749 si ripose in pace.

1748 17 Marzo in 1749 11 Feb.°

Vacanza di Comm.rio Giambatt.a Bottero , vicario Governatore Giacomo Casatroja Canc.re.
1748. 17 Marzo partì da S. Remo il Sig.r Corenzo doppo un rigoroso Sindicato. A 31 Xbre ritornò il Vicario Regio Savojardo et alli 8 Feb.° 1749 alla sera partì e li 11 Feb.° detto anno 1749 gionse da Genova il S.r Gio. B.a Raggio Commissario Generale per la Ser.ma Rep.ca e passò S. Remo dal dominio Sardo di nuovo al Genovese.

P.S.

Sul Manoscritto Borea si veda a questo link

da Cultura-Barocca

Annunci

Monaci e pellegrini nell’estremo ponente ligure

Tra luci ed ombre si è ricostruita la DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO ORIGINARIO NEL PONENTE LIGURE nell’ambito del quale hanno avuto dapprima peso varie esperienze monastiche [anche di natura eremitica ed ascetica orientale] e sviluppatesi su tutto l’arco ligure, senza escludere gli importanti insediamenti anacoretici in grotte e ripari dell’agro intemelio e delle future ville in particolare specialmente (oltre che nell’area di Bordighera) nel complesso della Cima della Crovairola tra Vallecrosia e S. Biagio della Cima: alle origini di questo primo apostolato risiedette, ed il processo durò a lungo sin oltre i tempi di Gregorio Magno, l’esigenza di deprimere la vitalità degli antichi culti idolatri attraverso processi di loro assimilazione nella teologia cristiana o di rovesciamento cultuale.

Dopo queste basilari esperienze religiose la Liguria, come tutta la Cristianità europea, fu caratterizzata dal grande e fondamentale apostolato dei BENEDETTINI cui (prescindendo dal mruolo essenziale avuto nella riscossa cristiana contro i Saraceni) risultarono strettamente legate alcune innovazioni importanti sia nel settore generale dell’agronomia e dell’alimentazione, in contrade prostrate dalle invasioni arabe sia in rapporto allo specifico settore della diffusione e del potenziamento dell’olivicoltura.

Attorno ai conventi, ai monasteri, alle più disparate strutture agricole e insediative benedettine, cosa non sempre citata a sufficienza, si concentrò una popolazione dispersa, ancora sgomenta per le violenze dei Saraceni: proprio dalla relazione di un vescovo genovese apprendiamo questa drammatica condizione di tanta povera gente: anche se i suoi dati si riferiscono all’area di Sanremo e Taggia dove i Benedettini del monastero piemontese di Pedona portarono conforto spirituale e ristoro socio-economico, per semplice linea comparativa oltre che sulla base di altri dati, è facile intendere quale enorme peso la missione benedettina abbia avuto per la ricostruzione del devastato Ponente ligure.
Nel territorio ventimigliese, come si è ricostruito dall’analisi di vari insediamenti monastici contemporanei a quelli delle aree di Taggia e Sanremo, si può anzi giungere alla conclusione che proprio intorno a Case benedettine si sia evoluto il ramificato complesso dei borghi minori e delle ville: meno lentamente di quanto si possa credere la popolazione rurale prese a concentrarsi sotto la protezione spirituale e temporale di questi monaci graditi ai feudatari locali e due caso emblematici, nella loro distinzione, sono quelli del Convento di S. Ampelio a Bordighera (in cui all’originaria esperienza eremitica si sovrappose una chiara matrice benedettina) e quello della chiesa benedettina di S. Pietro in Camporosso presso la quale si concentrarono i primi insediamenti urbani di tal paese della valle del Nervia.

Quando il Monastero di Pedona, a sua volta pesantemente colpito da assalti di Saraceni fu distrutto ed entrò in crisi irreversibile, le sue veci vennero, nel territorio intemelio, recuperate dai BENEDETTINI DI S. PIETRO DI NOVALESA in val Cenischia non lontano da Susa, che, scendendo verso il mare e superando le giogaie montane per la via del Nervia, portarono il loro apostolato nel territorio ventimigliese ed eressero un importante Priorato nell’area di Dolceacqua (il sito oggi detto del “Convento”) da dove irradiarono la loro opera e la loro spiritualità, attirando coloni e sparsi agricoltori che nei pressi del cenobio presero residenza fissa erigendo casolari e dando vita ad una notevole esperienza socio-religiosa di relazione: accanto ai Benedettini, ed alle loro esperienze “riformate”, dei Cluniacensi e dei Cistercensi, tra XI e prima metà del XIII secolo, si affermarono altri importanti ORDINI MONASTICI tra cui però, per l’agro intemelio, il suo entroterra e le sue ville, un ruolo di straordinaria portata, un èò come in tutta Italia, ebbero i FRANCESCANI che raggiunsero presto, per il loro infaticabile operato, grande rinomanza tra i ceti umili e gli abitanti delle ville agricole o marinare.

La genesi della Diocesi di Ventimiglia, per la stessa antichità affonda nelle nebbie del passato ma il suo studio è essenziale per inquadrare la trasformazione dell’antico municipio romano in un nuovo complesso geopolitico laddove la Diocesi, ancor più della Contea e del Comune, finiva per influenzare la delimitazione del territorio e la distinzione, pur all’interno di un solo corpo giurisdizionale e spirituale di Ventimiglia e delle sue ville, specie di quelle orientali destinate ad una grossa evoluzione, e poi ad una tormentata contrapposizione al capoluogo, sin a costituirsi autonomamente sotto il profilo economico, amministrativo e spirituale nella Magnifica Comunità degli Otto Luoghi.

Un momento importante nella storia della Diocesi ventimigliese, in merito alla suddivisione del suo territorio, si fa risalire a poco oltre la metà del 1200 quando i Canonici del Capitolo della Cattedrale (in quella particolare contingenza panitaliana che vide il clero secolare prevalere su alcuni grandi Ordini monastici in decadenza) procedettero ad una RIPARTIZIONE del patrimonio terriero ecclesiastico in 8 prebende.

Il torrente Garavano in questa divisione rappresentava un punto fermo della suddivisione di quel territorio diocesano i cui confini orientali (a differenza appunto di quelli occidentali) risultarono a lungo poco decifrabili e di cui solo in tempi recenti il compianto Nilo Calvini ha fornito un’esauriente identificazione al Ponte della Lissia presso Ospedaletti sì che, secondo tale motivata interpretazione, prima delle revisioni ottocentesche e dell’ampliamento del territorio della cattedra intemelia coll’agro sanremese e vari siti circonvicini, il territorio della diocesi intemelia anche nei tempi più antichi calcava la “giurisdizione ecclesiastica” che in una sua carta del 1752, sulla linea di costa, Panfilo Vinzoni identificò tra il limite occidentale presso Roccabruna e quello orientale segnato, per l’appunto, al ponte della Lissia.
Quest’ultima cittadina, con cui si “chiudeva” la parte orientale della Diocesi intemelia, racchiude nel suo nome una vicenda secolare di organi assistenziali, con terapie anche empiriche contro le grandi malattie dell’epoca, che si svilupparono proprio dal torrente Garavano sino alla medesima Ospedaletti coinvolgendo anche tutto il territorio delle antiche ville intemelie.
La ragione del fiorire di questi organismi assistenziali non era però legato solo a ragioni curative e di ricovero ma anche, se non principalmente, all’esigenza di dare ospitalità sotto un tetto e su dei letti decenti ai tanti viandanti che proprio in quest’epoca percorrevano il territorio ventimigliese.

Il rinnovato, intenso traffico, sia per la pur ardua linea di costa sia per il citato tragitto alpestre di val Nervia [arcaico TRAGITTO di genesi ligure, quasi certamente potenziato dai Romani, che per lungo tempo fu via di comunicazione fra Liguria Occidentale e Basso Piemonte] è citato soprattutto negli atti scritti a metà del ‘200 dal notaio Giovanni Di Amandolesio: esso risiedette in un grandioso fenomeno di espansione del Cristianesimo a scapito dell’ormai rallentato espansionismo islamico.

In un primo momento si ebbe infatti il grande fenomeno delle Crociate che raggiunsero pur provvisoriamente lo scopo di riconquistare alla Cristianità gran parte della Terra Santa e Gerusalemme in particolare: nello stesso tempo, seppur tra il lugubre bagliore dei roghi specie nella dolce PROVENZA dopo la feroce Crociata contro gli Albigesi, andava trionfando l’annosa lotta della Chiesa contro le ERESIE ANTICHE, già temute, coll’emblematico nome di Idra Eretica, quali espressioni di un inganno diabolico ma, in verità, ormai sfiancate da anni di lotte e persecuzioni.

Sulla secolare vicenda si innestò, dopo la vicenda puramente militare, un fervente fenomeno di pellegrinaggi alla volta dei Luoghi Santi della Cristianità

Il notaio di Amandolesio fece cenno ad un fervore di viaggiatori che dal Ponente ligure, ove si radunavano, si imbarcavano su vascelli di vario tipo per fare vela alla volta di Gerusalemme e recarsi alla ricerca dei siti in cui il Cristo predicò la sua dottrina: il di Amandolesio, oltre a ciò, fece spesso riferimento ad una intensità sempre in crescendo del traffico marittimo di merci e persone, che in un piano di generale rinascita dopo gli antichi terrori dei Saraceni, si stava sviluppando nel mare che da Ventimiglia e Ville portava verso Arles e Marsiglia come verso Roma: negli atti il notaio registrò un movimento davvero continuo di imbarcazioni di diversa stazza che sfruttava sia i due porti canale di Ventimiglia, quello antico del Nervia e quello del Roia, ma che si avvaleva anche di imbarcazioni a ridotto pescaggio come i copani per sfruttare dove possibile la navigabilità dei due corsi fluviali, all’epoca di portata molto superiore a quella odierna come hanno dimostrato tanti studi storici e idro-geologici.

A proposito del gran flusso di VIANDANTI e PELLEGRINI è sintomatico che tra i documenti redatti dal di Amandolesio compaia un testamento fatto redigere a metà XIII secolo da tal Ugo Botario che, fra altri lasciti, stabiliva delle somme di denaro da lasciare alle Confraternite dell’Opera del Ponte sia del Nervia che del Roia: si trattava di uno dei vari donativi, registrati dallo stesso notaio, fatti anche da altri testatori a vantaggio di questi due ponti che per essere in legno dovevano annualmente, con spese non indifferenti, essere restaurati dalle Confraternite.
Con lo stesso testamento il Botario lasciava altresì delle somme di denaro per alcuni Ospedali, retti da Confraternite religiose e sparsi per l’agro Ventimigliese tra Garavano e Ospedaletti.
Il denaro, stando a quanto si legge nel documento, sarebbe servito per comprare “sacconi e giacigli per i poveri viandanti”: si intende che gli ospedali oltre che a svolgere funzioni curative per gli ammalati erano anche dei ricoveri ove a pochissimo prezzo erano ospitati i viandanti ed in particolare i pellegrini che giungendo dal Basso Piemonte in particolare, ma anche da altri siti di Liguria, si valevano, come detto, del territorio di Ventimiglia e Ville come di un nodo di partenza verso i luoghi di Terrasanta liberati dalle imprese dei Crociati e da altri cavalieri cristiani tra cui un ruolo importante ebbero i Templari che nell’agro di Ventimiglia e Ville tenevano un loro Ospedale ove ospitavano i pellegrini di fede che spesso scortavano verso i luoghi santi della Cristianità.
Tanto fervore di viaggi e spedizioni, militari e no, era solo parzialmente legato alle Spedizioni in Terrasanta liberata dalle Crociate: in effetti altri porti erano da anteporre a quelli di Ventimiglia e ville per spedizioni in Terrasanta, tuttavia la grande frequentazione del Ponente ligure ad opera di viandanti e pellegrini provenienti dall’Italia ma anche da terre straniere del Settentrione trovava una particolare motivazione in una specifica contingenza di generale riscatto del Cristianesimo che, per le prospettive geografiche del tempo, finì per costituire un fenomeno planetario.
Infatti, dopo aspre campagne di guerra, i Sovrani cattolici della Spagna, secoli prima quasi interamente asservita agli Arabi, con la trionfale vittoria del 1212 a Las Navas de Tolosa, avevano quasi portato a termine la Riconquista cattolica della Penisola iberica relegando i nemici islamici nell’area di Granada donde sarebbero stati cacciati solo nel 1492.
La vittoria cristiana in Spagna fu intesa presto come un’impresa sostenuta dalla potenza divina e il Santuario di Santiago di Compostela, propugnacolo della Riconquista eretto dopo una vittoriosa impresa cristiana, finì per essere ascritto con Roma e la Terrasanta fra i luoghi tradizionali del pellegrinaggio di fede.
Esso raggiunse anzi tanta fama da diventare una meta storica dei viandanti della fede che vi si recavano (o mandavano loro emissari a portarvi qualche ex voto) sfruttando un documento, che divenne celebre ed ambito, il cui nome era, semplicisticamente, Visitandum: si trattava di un’utile guida per raggiungere, attraverso la Gallia, le Spagne e poi spingersi fin all’Atlantico presso cui sorgeva il Santuario
Questo fenomeno spiega la presenza a Ventimiglia di cavalli di buona razza, non destinati alla macellazione ma ad esser commerciati per dar ricambio ai viandanti, ai Santi pellegrini ed a quei bizzarri messaggeri di pietà cristiana che erano i cavalieri della fede a pagamento, veri e propri avventurieri che, per quanti non avessero le forze o mancassero di coraggio, tramite un particolare accordo, spesso redatto su un atto notarile, affrontavano il non facile viaggio per Compostela.
Sull’antica carta erano minuziosamente indicati tutti i luoghi spirituali che si sarebbero incontrati durante il lungo tragitto, spesso fatto per luoghi aspri e popolati di briganti: a partire dalle Gallie come si può notare tuttora sulla Carta del Visitandum erano segnati i 4 tragitti storici per Santiago, elencati partendo da Sud a Settentrione: il I Tragitto era identificato nell’area di Arles donde si recavano molti viandanti che eran giunti da tutta Italia nell’agro ventimigliese prendendo riposo ed ospitalità nei ricoveri ed Ospedali sparsi nei dintorni e di cui, dagli atti notarili, si son recuperati sì diversi nomi ma non tutti certamente, data la rilevanza del fenomeno pellegrino (e senza contare i ricoveri privati non retti da Confratelli ma da semplici cittadini che, dando ospitalità a prezzo più elevato e generalmente a ricchi borghesi od a nobili, si arricchivano in modo non indifferente).

Queste convergenze tra Pellegrinaggi, la rinnovata affermazione del Cristianesimo, l’aumento dei traffici viari e marittimi per contrade relativamente liberate dai predoni e fatte salve da Arabi e Saraceni ebbero un singolare effetto su tutta la Diocesi e l’agro di Ventimiglia dislocati geopoliticamente in un’area fondamentale di passaggi ed itinerari, dove si intrecciavano flussi di viandanti, ove soprattutto si poteva riposare e rifornirsi in previsione di partenze per destinazioni anche molto diverse.

POSTILLA SU CAMPOROSSO:

CAMPUS RUBEUS
originario insediamento rurale di origine romana [ il cui primigenio complesso demico nello straordinario areale topografico della CHIESA DI S.PIETRO ( inevitabilmente soggetta all’influsso delle case monastiche pedemontane e delle loro appendici sino al Convento dolceacquino di N.S. della Mota (Muta) e quindi all’influenza monastica dei Benedettini oltre che della loro vigorosa ripresa dell’agronomia in forza del sistema della Grangia ma anche, dopo la cacciata dei Saraceni del Frassineto e il ricontrollo cristiano dei tragitti, sito strategicamente eccezionale per i “Viaggi e i Pellegrinaggi della Fede” nei diversi Luoghi Santi), in epoche successive dimensionato quale contrata (contrada) = siti tutti, verosimilmente da tempi lontanissimi, raggiungibili per un ponte (guado? romano a pedate di tipo medievale?) sul Nervia imboccata, provenendo da est, una DEVIAZIONE DELLA STRATA ANTIQUA O “STRADA ANTICA” (GIA’ DELLA STRADA ROMANA?) secondo la direttrice delle Braie ] dovette per qualche scelta demografica o rurale esser “scivolato”, per quanto sappiamo dal XIII secolo, nell’attuale logistica.
per agevolare la lettura visualizza qui dalla CARTA NOTARI UN DISCORSO SULLE POSSIBILI TAPPE
DI UNA ANTICA VIA DEI PELLEGRINAGGI A SANTIAGO DI COMPOSTELA seguendo questo tragitto
chiesetta di San Rocco, a Vallecrosia, di San Giacomo di Camporosso, crinale di Ciaixe,” [in questo contesto assume importanza a riguardo di Camporosso qual storico produttore di mandorle la moderna constatazione a riguardo della località Ruge, sotto il vallone di Ciaixe verosimilmente un Castellaro proprio della Civiltà ligure preromana, ove vasta è tuttora la presenza di mandorli, anche inselvatichiti e in pratica divenuti un endemismo] rovine della grangia sottostante i Martinazzi, Santuario delle Virtù, San Rocco presso Bevera, Sant’Antonio sul crinale della valle di Latte e perduta chiesuola di San Gaetano sulla Spiaggia di Latte
[a proposito di questo auspicato approfondimento in merito allo spostamento di Pellegrini di Fede ma anche della conservazione di certi percorsi medievali colpisce questa  ******************CARTA DEL ‘700******************
in cui si indica il recupero di un tragitto con sorprendenti analogie con quello descritto dall’autore di un articolo edito nel sito della Cumpagnia d’i Ventemigliusi sotto la Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE (Pubblicato on line: 24 Novembre 2016) specificatamente per quanto concerne le notazioni alla nota 10 (della carta si può vedere qui con integrazione critica
la specificità del superamento, tramite una deviazione, del Nervia, nell’areale di Camporosso
per ulteriori tragitti montani)]

da Cultura-Barocca

Il colpo di mano genovese su Sanremo

Sanremo (IM) - Porta di San Giuseppe
Sanremo (IM) – Porta di San Giuseppe

Nel 980 l’episcopo genovese TEODOLFO restaurò la cura d’anime nelle chiese battesimali di due distretti, affidandola ai canonici della propria Cattedrale. Pertanto concesse loro 3/4 delle decime e dei redditi, riservando alla Mensa Episcopale il rimanente quarto.
Il VESCOVO DI GENOVA in effetti era soltanto il TITOLARE DELL’AUTORITA’ RELIGIOSA E UN PROPRIETARIO FONDIARIO, non certamente il SIGNORE FEUDALE di questi distretti, che appartenevano alla giurisdizione del CONTE DI VENTIMIGLIA.
Tuttavia, come all’epoca era usuale, il vescovo tendeva ad organizzare un suo dominio temporale sulle terre ecclesiastiche e a trasformare in vincoli di vassallaggio le relazioni economiche instaurate con i livellari.
E’ facile intendere come siffatta evoluzione finisse per urtare gli interessi del conte di Ventimiglia, il cui consenso, infatti, risultò forzoso e comunque parziale.
Il 30 gennaio 1038 il conte Corrado riconobbe tuttavia al vescovo genovese Corrado una certa giurisdizione sulle terre ecclesiastiche e sui relativi abitanti, la riscossione di alcuni tributi e diritti su alcuni castelli.
L’opposizione strutturale del conte ad una serie completa di concessioni si evince facilmente notando come si sia in qualche modo cautelato riservandosi l’alta giurisdizione sul territorio di Sanremo, in definitiva il massimo controllo decisionale.
L’instabilità di queste acquisizioni comportò ben presto l’insorgere di contrasti e contenziosi in merito ai censi dovuti dai residenti di Sanremo alla Chiesa genovese: e tale situazione finì col dare il destro a Genova per un intervento militare in queste zone che, vieppiù, stavano entrando nella sua progettazione di espansionismo territoriale.
In particolare, all’alba del tormentato XII secolo, si accesero aspre dispute tra il Capitolo della cattedrale genovese e la popolazione sanremasca, atteso il fatto che questa, pur adempiendo alla corresponsione del censi su grano, orzo, vino e fave, opponeva forte resistenza in merito ai versamenti dovuti a riguardo di b1ave que manu seminabantur, cetrini, poma, fichi e olive.
I consoli di Sanremo si recarono quindi a Genova anche per risolvere ulteriori contrasti che si andavano accendendo: per esempio in relazione ai feudi ed ai livelli, specie quelli dei discendenti del prete Martino… e del resto v’erano anche parecchi abitanti che avevano avanzato ragioni non infondate allo scopo di evitare qualsiasi corresponsione.
I consoli, onde giungere celermente ad una necessaria pacificazione fra le parti in crescente attrito, tuttavia abbandonarono la linea intransigente sostenuta da alcuni loro conterranei e si dichiararono assolutamente disposti a rispettare la sentenza che sarebbe stata emessa al riguardo.
I consoli genovesi si pronunciarono quasi subito a favore del Capitolo, riconoscendo i suoi diritti di censo per ogni specie di biada seminata, per i cetrini, i poma, i fichi e le olive: onde dar l’impressione d’aver fatto qualche concessione ai consoli di Sanremo esclusero da questa loro imposizione i cavoli e i porri.
Era davvero poco! agli abitanti di Sanremo la sentenza parve (come di fatto era) un sorpruso e di conseguenza si mantennero saldi nel rifiutare ogni forma di versamento al Capitolo.
La risposta della cattedrale genovese non si fece però attendere: il preposito Villano, accompagnato dai consoli Guido Spinola e Guido di Rustico di Erizo, si recò poco dopo a Ventimiglia onde denunciare tale inadempienza nella persona stessa del conte Oberto.
Questi, con l’assistenza dal giudice Umberto del Maro e di altri boni homines, valutò la controversia con una certa pomposità formale stando nella curtis della sua città.
Alla fine giustificò l’inevitabile confermando, contro le attese dei suoi sudditi di Sanremo, la sentenza dei consoli genovesi: per suo lodo al Capitolo genovese sarebbero toccati 3/4 dei diritti della Chiesa genovese a Sanremo.
L’impopolare sentenza non trovò però pubblico riscontro né venne messa in pratica.
Si evince ciò dal fatto che nel luglio 1124, a Sanremo, il vescovo di Genova Sigefredo, e il medesimo conte Oberto emanarono una successiva sentenza che confermava la precedente, con l’esenzione fiscale oltre che su porri, cavoli e lino, anche su canapa e fichi que sunt vel erunt in sepibus, vel in alio loco ubi impediant terram ad reddendum fructus.
Nell’occasione gli estensori di tale sentenza, cercando di rimediare compiutamente all’insorgere di contenziosi diversi, cercarono di fissare anche i benefici feudali tramite la sanzione che quicquid Martinus presbyter in die mortis sue habehat et detinebat cum quattuor filiis suis, proienies illius illud tam haberet et detigeret et non plus sine requisicione; et quod Riculfus habuit in tempore mortis sue, proienies illius haberet et possideret et non plus; Paulus vero ut Riculfus eodem modo et non plus.
I risultati non dovettero essere quelli sperati, per quanto l’attento Pavoni, principale studioso di questi eventi, proponga un blando interrogativo, vista anche l’assenza di documenti integrativi.
Però il fatto che nel 1130 i Genovesi occuparono Sanremo e vi innalzarono una torre e che i residenti tanto del luogo quanto di Baiardo e di Poggio del Pino abbiano opposto una vana resistenza porta facilmente, per linea consequenziale, a meditare sul fallimento di quest’ultima soluzione diplomatica e sulla non applicazione della sentenza, a scapito, naturalmente, del Capitolo genovese.
L’intervento militare, documentatamene riproposto dal Pavoni, la sopraffazione dei popolani e l’imposizione loro fatta di giurare fedeltà sono la prova più significative che Genova, per risolvere alla radice ogni problematica, era dovuta ricorrere alla forza, comportandosi da quella potenza imperialistica in cui si stava evolvendo: conferma tutto ciò il fatto che lo stesso conte Oberto, evidentemente parteggiante più o meno apertamente per la gente di Sanremo, sia stato condotto prigioniero a Genova .
L’occupazione di Sanremo costituiva la prima fase della conquista della Riviera di Ponente: gli obiettivi finali restavano comunque le ben più importanti piazze di Monaco e Ventimiglia.
La ratifica di uno stravolgimento inarrestabile dell’indebolito sistema comitale intemelio fu poi ufficialmente consegnata alla pubblica ragione (entro una clausola della sentenza consolare del 18 giugno 1131) con la rinuncia, che lo stesso conte fu obbligato a sottoscrivere, di ogni giurisdizione su Sanremo, Ceriana, Baiardo e Poggio del Pino: anche se gli fu riconosciuto il resto del Comitato, assumendosi l’obbligo di proteggere tutti i genovesi in transiti per i suoi domini e di esentarli sempre e comunque da tasse e balzelli, il conte si trovò nella concreta, sgradevole situazione, non formale ma sostanziale, d’esser ormai un vassallo di Genova.
Dal 1131 il vero e proprio dominus di Sanremo e Ceriana, il signore in senso politico di siffatto territorio era ormai l’arcivescovo di Genova: ulteriore testimonianza delle penetrazione genovese in queste contrade, ad ogni livello di censo e ceto.
Peraltro la stessa alta valle del Roia, un tempo cuore storico della potenza comitale, in funzione di tali trasformazioni era andata assumendo una propria specificità geo-politica.
In particolare le forti comunità montane di Tenda, Briga e Saorgio ottennero da un marchese arduinico il riconoscimento del proprio diritto consuetudinario, che, con probabili ulteriori concessioni, fu in seguito ratificato dai conti di Ventimiglia Ottone e Corrado. Gli abitanti di quei tre loca costituivano ormai un’unica terra, totalmente staccata dall’antica capitale intemelia, una terra che godeva oramai di specifici diritti e doveri: ad esempio i suoi abitanti erano tenuti a partecipare all’hoste publica entro i confini del Comitato e della Marca, oltreché, ovviamente, in difesa del proprio territorio , e dovevano sempre partecipare al placito comitale, ormai però limitato a soli tre giorni per ogni anno.

da Cultura-Barocca

Agrumi e… anelli nella storia del ponente ligure

limoneMai abbastanza vien dato peso all’AGRUMICOLTURA, ed in particolare all’AGRUMICOLTURA LIGURE (cui tra l’altro nelle Hesperides B. Ferrari dedicò un trattato basilare, da cui si è ricavata qui l’immagine del CELEBRE LIMONE LIGUSTICO).
Eppure la LIGURIA OCCIDENTALE raggiunse tanta fama per questo tipo di colture da meritare nel passato, a partire dal ‘500, un RUOLO PRODUTTIVO E MERCANTILE primario di cui rimangono ormai solo poche TESTIMONIANZE.
Questa attività colturale del Ponente, più di quella d’ogni altro paese dell’età delle grandi scoperte geografiche, incise sulle navigazioni oceaniche e quindi su esplorazioni e viaggi molto lunghi, altrimenti impossibili: infatti non tanto le carenze tecnologiche frenavano le grandi spedizioni navali quanto una lotta efficace contro le avitaminosi, da cui derivavano malattie come lo scorbuto .
Rilievo si è dato all’introduzione sulle navi dell’olio d’oliva quale conservante, merito è stato conferito all’intuizione di deporre, sotto l’albero di maestra, una o più botti piene di frutta colta acerba, da cui i marinai traessero vitamine ma si son sottovalutati gli agrumi che, per gli ultimi secoli della navigazione a vela, hanno costituito un antemurale contro le carenze vitaminiche.
I CEDRI furono acclimatati in Europa negli ultimi secoli dell’Impero Romano; limoni e aranci erano ancora sconosciuti nel X-XI secolo finché Siciliani, Provenzali e Genovesi trasportarono a Salerno, Sanremo, a Hyères il limone e l’arancio verso il 1096 e forse gli Arabi diffusero questa piante in Africa e Spagna.
Il clima del Ponente (quando naturalmente l’ambiente non era danneggiato da calamità varie con conseguente carestia) favorì la coltura di cedri, limoni ed aranci (fondamentali contro le carenze di vitamina C, di cui sono ricchissimi: da essi si prese presto a ricavare per scopi medicamentosi e non l’acido citrico) e da XV-XIX secc i frutti furono cespite di guadagno per coltivatori di Sanremo (mercato principale degli agrumi), Ospedaletti, Bordighera, Borghetto S. Nicolò, Ventimiglia, Porto Maurizio, Dolceacqua, Nizza, Roccabruna, Mentone, Monaco): B. Ferrari celebrò le qualità del limone ligure (Limon Ponzinus Ligusticus) cui dedicò un’incisione nel volume Hesperides sive de Malorum Aureorum Cultura et usu, Libri Quattuor, Roma, 1646.
Nella “Sez. di Sanremo dell’Arch. di Stato” (Archives Departement de Nice, Serie M. 377) si leggono alcuni Capitoli della Frutta Limoni alla Todesca, ed alla Caravana, regolamentazione su coltura, raccolta e vendita sotto sorveglianza di un Magistrato dei Limoni e trattasi precisamente del Regolamento di Borghetto S. Nicolò, del Regolamento di Bordighera e infine del Regolamento di Sanremo.
I Magistrati dei Limoni, nominati ad Aprile stabilivano le Poste (tempi e modi di raccolta) con facoltà di multare i contravventori. Alla raccolta presiedevano i Collettori, annualmente eletti, che si servivano di ANELLI DI FERRO per misurare i frutti da commerciare o no, quindi per una SELEZIONE TIPOLOGICA, COMMERCIALE, STRUMENTALE E QUINDI FARMACOLOGICA (E. MUSSA in un suo fondamentale studio sull’agrumicoltura –Gli agrumi nell’estremo Ponente ligure (110 – 1843), in “Riv. Ing. Intem.”, XXXIX, 1/2- ha fatto rimarcare la rarità ormai di queste misure fiscali e, sulla base di una collezione privata incompleta, ha menzionato: Anelu grossu di mm.54, Anelu de Mentun di mm. 51, Spezin di mm.47 e Anello Minuto di mm.35.  Collettori e Proprietari procedevano alle operazioni, portandosi una scala ogni due unità e con l’obbligo di non prender denari, bevande od altro da terzi tranne la paga.
I Sensali, presiedevano ai Collettori, riscuotevano il dovuto, versavano la quota ai proprietari, trattenendo la tassa per la “Comunità”.
Gli agrumi eran divisi per qualità: quelli da commercio si dicevano “alla Tedesca o Todesca” con rosetta verde ed “brotto” ma privi di picciolo (colti acerbi, per viaggi entro casse onde giungere maturi sui mercati) mentre “alla Caravana” (“alla Baca” o “Bianchi”) eran quelli per il commercio locale o comunque solo in Liguria, scelti già maturi ((il trasporto avveniva per via di mare oppure secondo il sistema tipicamente ligustico dei mulattieri))
I frutti minori, del tipico LIMONE LIGURE, che non passavano per gli ANELLI, erano spremuti per ottenere, tramite DISTILLAZIONE l’ “AGRO” o acido citrico, venduto in Europa per bevande, tinture e come emostatico e diuretico in medicina.
Tra il 15 ed il 22 del mese ebraico di Tishri (settembre-ottobre), celebrandosi la “Festa dei tabernacoli o delle Capanne“, detta “della Raccolta” per la fine dei lavori dei campi, molti EBREI erano nel Ponente per procurarsi cedri, rami di cedro, palma e salice da portare al tempio in processione nei 7 giorni della festa: per la richiesta, i commercianti di Bordighera guadagnavano molto dalla ricorrenza (l’agrume ligure decadde in pieno ‘800 affermandosi il prodotto di Sicilia, Africa settentrionale e Spagna).
A proposito dei CEDRI bisogna tuttavia rammentare che, essendo abbinata la loro vendita a quella delle PALME, sia la RACCOLTA che la VENDITA seguiva linee alternative rispetto a quelle degli altri AGRUMI.
Il prodotto era quasi tutto indirizzato verso la Germania, sede di fortissime comunità ebraiche, ed i frutti che avevano anche grandi dimensioni (fino a 8-10 hg. cadauno) e che erano richiesti perfetti dai commercianti ebrei tedeschi, venivano valutati uno per uno od al massimo a dozzine.

da Cultura-Barocca

La Strada della Cornice

Nel PONENTE LIGURE in forza della conquista napoleonica risultarono incentivati i traffici terrestri dopo che si realizzò (1804, 1810 e quindi conclusa nel 1828) la STRADA DELLA CORNICE , oggi “Via Aurelia”.
La STRADA DELLA CORNICE fu in effetti la prima linea costiera di comunicazione ininterrotta in Liguria dai tempi in cui i Goti distrussero la romana JULIA AUGUSTA, con la conseguenza che per tutto oltre un migliaio d’anni e per tutto il periodo dell’amministrazione genovese, tranne che per spazi limitati, gli spostamenti sull’arco regionale ligure avvennero sempre per VIA DI MARE, con vari tipi di NAVI, GALEE, VASCELLI ED ALTRE IMBARCAZIONI, data anche la strordinaria valenza commerciale e strategica del PORTO DI GENOVA.
Con la realizzazione della litoranea napoleonica, una corrente di traffico si sviluppò sul litorale ligure: la parte più vicina alla Provenza fruì di gran transito di merci e viaggiatori.
Seguendo quanto ha utilmente scritto Vincenzo Agnesi ne La Riviera non bisogna credere che la STRADA DELLA CORNICE sia “nata” dalle gesta napoleoniche senza problemi.

(presso l’ISTITUTO INTERNAZIONALE DI STUDI LIGURI DI BORDIGHERA (II, 150) viene custodito l’acquerello bianco con toni di biacca di Anna de l’Epinois intitolato Le Pont de St. Louis prés de Menton. In esso, per quanto il paesaggio sia rivisitato in chiave antropica, si può comunque leggere la sovrapposizione di DUE PONTI, il più grande risalente alle OPERE PUBBLICHE inaugurate da NAPOLEONE BONAPARTE: in particolar modo la realizzazione della STRADA DELLA CORNICE. Già nella cartografia settecentesca è possibile leggere la particolare strutturazione confinaria dell’AREALE DEI BALZI ROSSI e il notevole rilievo strategico di quella SPIAGGIA DEI BALZI ROSSI, presso cui da tempi solo relativamente recenti sorge il “valico confinario di Ponte S. Ludovico”, che ha sostituito il più antico PONTE SAN LUIGI o storica linea di demarcazione sulla via litoranea)

Il Bonaparte non ebbe a disposizione il lungo tempo che permise ad Augusto di potenziare la Julia Augusta: pur nel contesto di una realizzazione celermente portata avanti, il risultato architettonico più clamoroso dell’impresa napoleonica con probabilità fu l’edificazione del PONTE SAN LUIGI tra Ventimiglia e Mentone.

La tradizione, avvalorata dagli antiquari, vuole che il Bonaparte onde celebrare fastosamente questa iniziativa, emulando certe gesta trionfali di Ottaviano Augusto, abbia percorsi i tratti resi carrozzabili della nuova strada costiera con un mezzo che si conserva ancora.
Dopo la caduta di Napoleone quella STRADA COSTIERA che era andata a colmare un grave limite viario della Liguria, ancora EVIDENZIATO DA RELAZIONI DEL XVIII SECOLO, cominciò però a CADERE IN ROVINA per l’assenza di manutenzione.

 

 E la turista inglese lady Blessington, solo pochi anni dopo la caduta di Napoleone, nel 1823, durante un viaggio per la STRADA DELLA CORNICE, mise in risalto la necessità di PROCEDERE PER QUELLA VIA ANCORA A DORSO DI MULI. Se non proprio nel rispetto di una tradizione secolare per via soltanto delle proprie gambe, sì che divenne quasi istituzionale la figura del PEDONE identificabile in una sorta di professionista della strada addetto a trasportar missive od oggetti relativamente piccoli per siffatte contrade.
Il recupero dell’iniziativa stradale napoleonica non dipese da una vera e propria scelta del restaurato GOVERNO SABAUDO – che per i deliberati del “Congresso di Vienna del 1815” aveva incamerato il territorio della soppressa REPUBBLICA DI GENOVA -), ma dal fatto che nel 1826 si ipotizzò un VIAGGIO PER LA LITORANEA dei Sovrani Sabaudi.
Il meccanismo celebrativo dell’Antico Regime impose l’adeguamento della STRADA DELLA CORNICE alle ESIGENZE DI COMODITA’ DEI SOVRANI.
Non sembra peraltro un caso che la CITTA’ DI SANREMO, come si evince dal MANOSCRITTO BOREA [trascritto da Guido Orazio Borea D’Olmo per i tipi dell’Istituto internazionale di Studi Liguri nel XV volume (anno 1970) della “Collana Storico-Archeologica della Liguria Occidentale” con il titolo de Il Manoscritto Borea – Cronache di Sanremo e della Liguria Occidentale], commemorando la morte del SOVRANO SABAUDO CARLO FELICE, abbia attribuito a questi la RESTAURAZIONE DELLA LITORANEA, nominata nelle iscrizioni funebri dedicate al Sovrano come VIA EMILIA.
Il restauro della STRADA LITORANEA, partendo dal 1826 (anche se il VIAGGIO REGALE POI NON AVVENNE), fu soltanto in crescendo: anche se, per la sveltezza di certe opere storiografiche, rimasero da compiere diversi lavori che furono completati solo in tempi posteriori.
Per esempio nel Ponente estremo, tra Camporosso (IM) e Ventimiglia,  il tratto di STRADA DELLA CORNICE che portava dal torrente Nervia al fiume Roia venne CONCLUSO solo anni dopo, precisamente nel 1836.
Parimenti nell’areale di Oneglia sia il TORRENTE PRINO che il TORRENTE IMPERO dovettero ancora essere superati per via di un GUADO. Ci vollero ancora 20 anni circa prima che l’impresario Giordano realizzasse il PONTE SUL PRINO e parimenti occorse parecchio tempo affinché il TORRENTE IMPERO risultasse superabile in forza del PONTE SOSPESO costruito da Luigi Bonardet.

da Cultura-Barocca

Poggio di Sanremo (IM)

15_dic08 (81)A. Canepa (Illustrazione di antichi documenti relativi al castello di San Romolo in “Bollettino della Regia Deputazione di Storia Patria“, Sezione Ingauna e Intemelia, II, 1, 1938, pp.41-42 e 48-50) cita una serie di atti concernenti la storia originaria del POGGIO. Tra le ragioni di una serie di documenti risiederebbe un contenzioso sviluppatosi fra la gente di SAN ROMOLO e quella di CERIANA in merito al controllo del MONTE DELLA VALLE, vale a dire l’area di crinale che procedendo dal MONTE BIGNONE raggiunge la linea marina nella zona di CAPO VERDE.
L’arbitro della diatriba, l’arcivescovo di Genova Siro II, avrebbe provveduto, tra il 1143 ed il 1154, a scindere l’agro in tre zone, trattenendo per sè la migliore (o TERZIERE INFERIORE che comprendeva San Romolo ed altri territori viciniori), concedendo la PARTE DI MEZZO (per lo più a coltivi vari) alla comunità di Ceriana ed infine assegnando TERZIERE DI SOPRA (caratterizzato da pascoli) alla gente di San Romolo.
Un successivo atto (2 agosto 1154) faceva sì che gli abitanti di SAN ROMOLO ottenessero anche la PARTE INFERIORE dall’aricivescovo legandosi ad un CONTRATTO DI ENFITEUSI PERPETUA in un funzione del quale essi si obbligavano a colere et meliorare il territorio che procedeva dall’elece verso Bussana e verso mare.
Le prime abitazioni, in quest’area “da migliorare e popolare” (come sosteneva l’atto) si svilupparono soprattutto nella sella sita fra il lato meridionale del MONTE COLMA ed il MONTE CALVO.
Gradualmente si venne quindi a formare la VILLA PODII SANCTI ROMULI i cui residenti, proprio in forza degli accordi presi, dovettero versare alla CURIA GENOVESE la quattordicesima porzione dei raccolti di granaglie, orzo, fave oltre ad un ottavo del vino prodotto.
15_dic08 (26)

Gli studiosi del POGGIO ritengono che tale sito abbia risentito di una duplice fase di sviluppo e che l’ultima e definitiva sia da colegare alla fine del XV secolo: probabilmente da connettere con lo sviluppo della COLTURA DEGLI OLIVI ed in qualche modo simboleggiata dall’ampliamento della CHIESA PARROCCHIALE DI SANTA MARGHERITA a partire dal 1488.
Verso il 1511, sotto il profilo demografico, il POGGIO DI SANREMO contava per 112 FUOCHI grossomo 400-500 ABITANTI che, verso il 1664, raggiunsero le 726 unità (i FUOCHI ascesero al numero di 194) finchè nel ‘700 risultarono censiti 900 ABITANTI.
Il progresso demografico fu versimilmente connesso alla discreta fruibilità agricola della zona: in essa si segnalarono le colture di OLIVI, VITI, FICHI, MANDORLE, PLAME, LIMONI ed ORTAGGI che andavano a caratterizzare un’ECONOMIA PREVALENTEMENTE DI AUTOCONSUMO pur se sopravvivono tracce documentarie di COMMERCIALIZZAZIONE DI OLIO, AGRUMI, PALME E VINO.
L’INCREMENTO DEMOGRAFICO determinò nel XVI secolo la realizzazione di un nucleo insediativo nella PARTE BASSA DELLA SELLA, in prossimità del tragitto che collegava la località con SANREMO.
Qui si siluppò una CONTRADA che oggi risulta architettonicamente fusa con il BORGO ANTICO: in proposito sopra il COLLE DELLE BANCHETTE sono tuttora visibili i reperti di una TORRE , detta DEI MORAGLIA, che sarebbe stata edificata verso il 1562 in funzione ANTIBARBARESCA.
I PIRATI TURCHESCHI giunsero nell’AREA DI SAN MARTINO verso il 1561 ma furono respinti dal fuoco della BOMBARDA del CASTELLO DI SANREMO.
La CHIESA PARROCCHIALE DEL POGGIO DI SANREMO e che è intitolata a SANTA MARGHERITA (la cui mole è in posizione centrale rispetto a tutto il complesso demico) venne ampliata nel 1488 ma l’edificio originario risultava già separato, per le competenze ecclesiastiche e fiscali, dal 1452 rispetto alla CHIESA MADRE DI SAN SIRO: gli estremi di questa separazione si posso leggere tuttora scorrendo il MANOSCRITTO BOREA sotto la CRONACA DELL’ANNO 1452 ove si legge che la CHIESA DEL POGGIO ottenne che le venissero assegnate “Tutte la decime di coloro che prendono li Sacramenti nella nuova Chiesa coll’onere a Consoli della Villa di pagare in ricognizione alla CHIESA MATRICE (cioè a San Siro) l’annuo censo di fiorini 7 in perpetuo“.

da Cultura-Barocca