Piemonte e ponente ligure

Airole (IM): uno scorcio

L’influenza pedemontana sulla Liguria e specialmente su quell’area strategica di grande importanza che da sempre fu l’estremo Ponente Ligure risale a tempi remoti e – senza poter elencare tutte le circostanze – si può già citare a titolo proemiale l’influsso che le grandi case monastiche pedemontane ebbero in forza della loro espansione e su un tragitto di pellegrinaggi della fede dal Cenisio al mare di Ventimiglia (IM) dopo la sconfitta (alla fine del X secolo) dei Saraceni del Frassineto.

Le ragioni fideistiche si coniugarono presto con motivazioni temporali e commerciali legate al controllo di tratti importanti per le diramazioni delle vie dell’allume, delle spezie e soprattutto del sale.

Tra gli obbiettivi pedemontani e quindi sabaudi rientrava il controllo della via del Nervia, attesa l’asperrima Valle del Roia al cui terminale dopo l’esperienza certosina fungeva da guardia – con altre località – il centro di Airole di cui Ventimiglia si definiva “Consignora”.

Lo Stato Sabaudo si trovò con il tempo nella condizione di controllare la base navale di Nizza e quindi quello che sarebbe divenuto il Principato di Oneglia. Più lenta e graduale fu la penetrazione sabauda verso il mare di Ventimiglia di maniera che un punto cardine può esser giudicata l’assimilazione di Pigna di rimpetto alla quale stava la forte, genovese base di Castelfranco poi Castelvittorio (IM).

E’ nel XVI secolo che in Val Nervia gli equilibri assunsero una piega che si rivelò – specie col tempo – favorevole allo Stato Sabaudo. Lo scontro successivo all’omicidio (1523) del Signore di Monaco, perpetrato da Bartolomeo Doria dell’omonima Signoria di Dolceacqua e Val Nervia, si evolse con la reazione di Agostino Grimaldi, che conquistò il territorio del nemico al punto che, data la generale condanna dei vari Potentati, al fuggiasco Bartolomeo Doria non rimase altra soluzione che cedere i suoi possessi con atto di vassallaggio ai Savoia per esserne contesualmente investito. Tramite simile evento, nonostante la sostanziale autonomia della Signoria dei Doria, il loro possedimento, di indubbia valenza strategica, divenne un punto chiave nella valle per i rapporti tra la Repubblica di Genova e lo Stato Sabaudo che, dato l’atto di vassallaggio dei Doria, poteva comunque partire da una posizione vantaggiosa.

Ed è proprio nel XVII secolo che prendono corpo quei conflitti aperti tra Genova ed il Ducato Sabaudo che coinvolgono espressamente il Ponente di Liguria.
Il primo conflitto è databile al 1625. Le difficoltà di Genova non sono solo di rimpetto ad un nemico oggettivamente più interno, ma nel contesto del Ponente stesso già contrastato da varie problematiche, tra cui lo stato di perenne tensione tra ville e città nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, aggravato da una rivolta popolare avverso la nobiltà locale, bensì anche l’inerzia di Genova e dei suoi comandanti militari a fronte di un nemico vincente. Ed è in siffatto clima che si predispone la congiura filosabauda che prende nome da Giulio Cesare Vachero.

Il secondo conflitto del 1672 è del pari connesso alle mire espansionisiche sabaude ed ancora ad una congiura antigenovese, capeggiata da Raffaello della Torre al fine di organizzare una rivolta in grado di abbattere il governo repubblicano genovese o quantomeno creare nel Dominio ligure un disordine bastante a poter conquistare l’importante piazza di Savona.
I provvedimenti presi da Genova per rinforzare Savona concorrono a capovolgere la situazione sino al punto che le forze sabaude entrano in aperta crisi e necessitano di un pronto intervento di ulteriori contingenti per riconquistare la perduta base di Oneglia.
A questo momento interviene la diplomazia ma nel suo contesto a testimonianza degli intrighi esistenti in seno alla Repubblica emerge anche l’ambigua posizione del pubblicista genovese Francesco Fulvio Frugoni – assunto per attestare le responsabilità dello Stato Sabaudo connivente con il della Torre – sul cui ondivago comportamento filosabaudo alcune cose si sanno anche in funzione di quattro sue lettere all’Aprosio.

La Savoia continuò più o meno occultamente a covare ambizioni di espansionismo in Liguria. La persistenza di contenziosi, più diplomatici che guerreschi tra Genova e Piemonte Sabaudo in effetti si manifestò sempre, seppur in forme men eclatanti, sui limiti di un contrastato confine. A titolo esemplificativo si può qui citare il caso nell’estremo Ponente dell’antichissimo possedimento monastico di Seborga, detto anche “Feudo della Seborga”, alla fine, nell’ambito di una questione tuttora assai controversa, assimilato dai Savoia – fra le opposizioni genovesi – per acquisto dalla Casa Madre.

La soluzione da parte della Serenissima Repubblica di Genova dei contrasti seicenteschi con il Piemonte Sabaudo sancisce però l’avvento di destini diversi fra le due Potenze (anche se non sempre intercorsero rapporti competitivi. Genova anzi accettò di ospitare la Corte Sabauda che portava con sé la Sindone quando Torino fu sotto assedio durante la “Guerra di Successione al trono di Spagna.

In effetti si stavano oramai aprendo nuovi percorsi al tempo e purtroppo alle guerre con l’insorgere di quei conflitti continentali e non solo destinati a fare del Piemonte una Potenza di rilievo, evolutosi al segno di pianificare l’Unità d’Italia grazie anche ad un’industria bellica avanzata e di rilievo esperita già dal ‘700.
Al contrario si dovette assistere alla graduale relegazione di Genova e del Dominio in un posizione geopoliticamente subordinata e di difficile neutralità, nonostante atti di valore come la rivolta – nominata dal “Balilla”- contro le vessazioni austriache. Del resto nell’ arco temporale in cui si decidono i destini d’Europa, e in parte del Mondo, la Repubblica si trova obbligata a risolvere con dispendio di energie gravi problemi interni come l’annosa questione del conteso Marchesato di Finale, ma anche – tra altre cose – a domare a Sanremo una rivoluzione popolare, duramente piegata con le armi e presupposto dell’erezione di un Forte alla Marina, come si legge qui nel “Manoscritto Borea” che indica anche le truppe scelte per controllare la popolazione della città.

E’ arduo dire se tutte queste difficoltà intestine, senza dubbio centrifughe e destabilizzanti, dell’antichissima e gloriosa Repubblica abbiano condizionato le scelte future in merito al suo destino. Fatto sta che non venne più restaurata – dopo tante illusioni ai tempi della Repubblica Democratica Ligure susseguente alla Rivoluzione Francese e alle gesta napoleoniche per cui caddero gli Stati del Vecchio Regime – quale “secolare libero Stato” – una volta finita l’esperienza napoleonica innovatrice certo ma nemmeno priva di responsabilità, a riguardo della gestione di quella che fu una Grande e Possente Repubblica – ma, piuttosto, in forza dei deliberati del Congresso di Vienna fu, tra lo sgomento di molti, assimilata quale possedimento del Regno di Savoia e quindi organizzata entro la “Grande Liguria delle Otto Province”, destinata abbastanza presto ad essere ridimensionata per la cessione di Nizza (con la Savoia) allo scopo di ottenere a fianco di Vittorio Emanuele II l’intervento di Napoleone III Imperatore dei Francesi nella II Guerra di Indipendenza presupposto basilare per l’Unità d’Italia.

da Cultura-Barocca

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Sulle antiche vertenze confinarie e giurisdizionali riguardanti Seborga (IM)

Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986

Seborga (IM) vanta una storia antica e misteriosa. Nel nome del paese G. Petracco Sicardi nota 2 possibili interpretazioni e scrive:” Nelle forme storiche del toponimo si alternano due tradizioni, l’una dotta che cita l’insediamento col nome di Sepulcrum, l’ altra più vicina alla pronunzia (Sebolcaro nel 1079, Suburcaro nel 1250, Seburco nel 1394); con la seconda concorda la dizione locale Seburga, maschile. Poiché da Seburga si può risalire a un *sepulc(a)rum, alterazione di sepulcrum, le due tradizioni non sono alternative per l’etimologia, ma resta ignoto a quale epoca risalga la denominazione e di quale sepolcro si tratta” (Dizionario di Toponomastica, UTET, Torino, 1990 sotto voce “Seborga”: sempre che, sull’origine del nome, non abbia avuto qualche interferenza il “sepolcreto” fuori borgo [segnato con simbolo cruciforme], ora irreperibile dopo i ripascimenti del terreno, disegnato dal cartografo genovese M. Vinzoni poco oltre metà ‘700 in due grandi mappe, con didascalie, dal titolo “Ricognizione sui territori di Seborga e di Vallebona e Tipo de i Territori, conservati in “Archivio di Stato di Genova – Magistrato delle Comunità – Giunta dei Confini – Pratiche depositate dal Col. Matteo Vinzoni, filza 106 A, poi editi da B.DURANTE – F.POGGI, Diplomazia e cartografia – Materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo in “Rivista Ingauna Intemelia”, N.S., XXXXIX, 1984, n.3-4, pp.52-66 con 3 particolari delle carte vinzoniane ed otto schizzi topografici: nel saggio è inoltre raccolta la bibliografia basilare sul “Principato di Seborga”).

Sulle bellezze paesaggistiche del paese, sulla conservazione delle tradizioni e sulla storica volontà di essere riconosciuto tuttora come “Principato autonomo dallo Stato Italiano”, con suo reggente dal titolo di “Principe” (di provenienza però monastica) si discute da tempo, e tante versioni son state fornite sull’argomento che pare qui superfluo riprenderle. Basti dire che si tratta di un luogo affascinante e per molti aspetti dalla storia controversa di cui qui di seguito si dà un sunto.

Dati certi o quasi sulla storia di Seborga (prescindendo dalla non trascurabile possibilità che il luogo sia stato sede di qualche ceppo ligure intemelio e quindi di poderi rurali d’epoca romana) si riallaccia alla sua origine medievale come feudo monastico (PRINCIPATO ECCLESIASTICO DI SEBORGA) per una possibile donazione del conte Guido di Ventimiglia (nel 954), prima di partecipare ad una crociata contro i Saraceni, all’abbazia lerinese di S. Onorato. In base al testamento del nobile intemelio i Padri di Lerino sarebbero infatti entrati in possesso principalmente della chiesa comitale di S. MICHELE DI VENTIMIGLIA con il suo piccolo, e lontano, insediamento agricolo di SEBORGA nell’entroterra di Bordighera. Indagini ulteriori, di vari studiosi, su tali documenti hanno permesso di confermare che questa donazione del 954, per quanto sia giunta a noi in copie e documenti scorretti formalmente, aveva un punto di partenza in un documento autentico, steso da Guido Conte intemelio al momento di salpare dal porto di Varigotti “Contro i perfidi Saraceni”, onde partecipare alla spedizione guidata da Guglielmo di Arles che avrebbe scacciato per sempre i pirati Saraceni dalla base del Frassineto entro il 972.
In seguito gli abitanti di Seborga, definendosi “uomini di detto monastero [di S. Michele: anche questa chiesa come quella di S. Maria di Dolceacqua, donativo feudale ai Benedettini]” si proclamarono sudditi del “Priore del monastero stesso” e si riconobbero debitori delle decime: ancora nel 1469 gli abitanti del paese riconfermarono questi loro impegni a “Frate Nicolao di Ventimiglia d’Aurigo, priore di S. Michele di Ventimiglia”.

Seborga (IM) – a sinistra, il Palazzo della Zecca

Bisogna tuttavia tener sempre presente che, data la peculiare conformazione giurisdizionale di questo territorio, i conti di Ventimiglia, e poi il Comune della stessa città, avanzarono spesso dei diritti atavici verso il territorio di Seborga, rivendicando alcuni aspetti legali della donazione: sino a quando almeno -per quanto è stato definito in un campo di ricerche che non hanno ancora avuta una definitiva ed unanime chiarificazione- il vescovo intemelio Stefano definì i limiti territoriali del principato ecclesiastico a fronte del vasto territorio di Ventimiglia.
La povertà e ristrettezza del territorio impedì comunque una costante fioritura del possedimento benedettino sì che i monaci, cercando nuove forme di sovvenzione, lecitamente appellandosi ai dettami del loro possesso sovrano non ritennero conveniente esercitare il diritto di “coniare monete” istituendo cioè una ZECCA ricavata a fianco della Prioria, cioè nel palazzo nobile già ritenuto sede dei Cavalieri Templari.

Cippo confinario del 1700 tra Seborga (IM) e Sanremo – Foto: Franco Fogliarini di Seborga
Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo“, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986
Immagine da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986
Da “Viaggio nella Liguria Marittima” di Davide Bertolotti (1834)

Da B. DURANTE – F. POGGI, Diplomazia e cartografia, materiale inedito dell’archivio “vinzoniano” sulle vertenze confinarie e giurisdizionali tra il “Principato di Seborga, Vallebona e Sanremo”, in “Rivista Ingauna e Intemelia”, Bordighera, 1986

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L’introduzione della coltivazione della patata nel ponente ligure

Sanremo (IM) – Palazzo Nota

La scelta definitiva, nell’intiero arco ligustico, della coltivazione della patata avvenne solo in forza dell’impresa di Napoleone e del fatto d’aver visto i suoi soldati approvvigionarsi del nutriente alimento.
Molta gente prese così a coltivare, in questi periodi di guerra, il Pomo di Terra vincendo lo spettro della carestia: poi finiti i conflitti o passate le truppe la coltura da molti era abbandonata sì che solo quanti vi credettero, persistendo in siffatta coltivazione e commercializzazione, ne trassero grande vantaggio su un mercato che rapidamente accolse le patate come uno dei nuovi, fondamentali alimenti.
Per certi aspetti stupisce che la RESISTENZA ALLA COLTURA DELLE PATATE sia stata considerevole anche in Liguria occidentale, in quella terra che, oltre ad essere più prossima alla Francia e quindi più esposta alle innovazioni agronomiche di tale nazione, possa vantare di aver dato i natali all’illustre agronomo Carlo Amoretti (Oneglia 1741 – Milano 1816), che fu un convintissimo sostenitore dell’importanza della coltura delle patate e della loro importanza alimentare ed alle quali dedicò un’opera fortunata il Della coltivazione delle Patate e loro uso (Milano 1801) di cui si giunse fin a quattro edizioni, essendone l’ultima, nota al Re, del 1811.
Annagrazia Cogno Zarbo ha scritto in un suo articolo apparso sulla “Riviera dei Fiori”, II, 1990 ed intitolato significativamente La patata:
Sempre nello stesso anno (1793) la Società Patria di Genova faceva stampare dalla tipografia Caffarelli un’istruzione agraria sui Pomi di terra, indirizzata al Parroci rurali del Dominio della Serenissima Repubblica, con lo scopo di propagandare la coltivazione della patata fra i loro parrocchiani. Venivano anche proposte maniere per ridurre la patata in farina o ‘panizzarla’.
Il prezzo del tubero nel 1794 a Genova era di 36 soldi il rubbo e di 30 nelle campagne.
Nello stesso anno a Nizza veniva pubblicata una Istruzione sopra la coltura e gli usi dei pomi di terra nella quale era evidenziato come nell’anno precedente rimarchevole per la sua siccità, il pomo di terra fu il solo che diede frutti discreti.
Anche la Società Economica di Chiavari si adoperò per far conoscere l’utilità delle patate e per diffonderne la piantagione e, grazie ai Parroci nominati Soci Coadiutori, nel 1799 erano piantate in quasi tutto quel circondario.

Tommaso Viano, compilando la storia di Montalto Ligure e Badalucco (IM), scrive: Le patate si son conosciute nei nostri paesi dopo il 1800, non conoscendosi prima del 1796, essendoci appunto in detto anno mandate a noi dal Sig. Governatore Spinola di San Remo, ma subito se ne faceva poco uso per i molti pregiudizi che si avevano nei confronti del tubero.
Un’osservazione molto curiosa è fatta da un coltivatore di Diano Marina che, stampata a Genova nel 1818, cita testualmente: gran parte degli agricoltori specialmente di montagna, della Riviera di Ponente, sono intimamente persuasi che l’irregolarità delle stagioni sia effetto della coltivazione delle patate. Ho calleggiato (?) con molti su questo proposito, né mi è riuscito di far ricredere un solo: post hoc, ergo propter hoc.
A Porto Maurizio il primo listino, o Mercuriale, che fa cenno alle patate risale al 1809 ed in uno successivo é scritto che nella seconda metà di novembre se ne vendettero 18 ettolitri a Lire 5,96 l’ettolitro.
In una lettera del Settembre 1814 il Sindaco di Porto Maurizio scrive al Governatore di San Remo: Le persone si sono abituate all’uso delle patate e di più si semina molto più grano di quel che si seminasse prima….
Il Pira, nella Storia della città e Principato di Oneglia, scrive che l’inverno del 1811 era stato orrido, e che le patate che a principio della rivoluzionaria invasione vedevansi con meraviglia mangiare dai soldati francesi, erano divenute un cibo comune delle popolazioni; alla stessa maniera che cinquant’anni prima si apprese dalle truppe di Spagna a coltivare per lusso i pomi d’amore (pomodori), s’imparò da quelle di Francia a coltivare per bisogno i pomi di terra.

da Cultura-Barocca

Mappe del ponente ligure ai tempi delle case fortificate e dei campi recintati

Presso l’ARCHIVIO DI STATO DI GENOVA – “raccolta cartografica”, busta 17, n. 1083 – si custodisce questo disegno a penna colorato del XVII secolo e di autore anonimo (già edito in alcune pubblicazioni) dove viene raffigurata una CASA FORTIFICATA o come altri scrivono TENUTA RURALE FORTIFICATA CON RESIDENZA A TORRE.

L’ipotesi predominante, vista la presenza delle PALME, é che il complesso sia da ascrivere all’ESTREMO PONENTE LIGURE.

A prescindere dall’esatta locazione si tratta di un documento significativo sul VIVERE IN LIGURIA tra ‘500 e ‘600, nel costante pericolo (oltre che di ripararsi dai CONTAGI DELLE EPIDEMIE) di cadere vittima sia dell’aggressione di PIRATI che di fenomeni tanto di VIOLENZA LOCALE quanto di VIOLENZA CONTADINA. Onde combattere queste emergenze, ma altresì per opporre doverosa e salda resistenza alle innumerevoli FORME DI DELINQUENZA contro cui la giustizia repubblicana era quasi impotente e soprattutto contro le piaghe di LADRI, BANDITI, BRIGANTI, RAPITORI e RAPINATORI VARI i CETI BENESTANTI, i NOBILI, i MAGNIFICI usavano rafforzare le difese delle proprie possessioni talora servendosi, oltre che della protezione dei propri servi e spesso aldilà di lecito e giusto, anche dell’operato di ben armati “mercenari”, avvicinabili per molteplici aspetti alla figura dei BRAVI di manzoniana memoria e nel genovesato noti coll’etimo di SCAVEZZI.

QUESTO TIPO CARTOGRAFICO DI VENTIMIGLIA (IM) E TERRITORIO (CUSTODITO ALL’ARCHIVIO DI STATO DI TORINO) RISALE AL XVII SECOLO: E’ MOLTO SEMPLICE E POCO MENO CHE CALLIGRAFICO, MA TENDE A DARE UN’IDEA DI COME ERA LA CITTA’ TRA XVI E PRIMI XVII SECOLO, ANCHE SE NON REGISTRA LA PRESENZA DELLA BASTITA, UN AGGLOMERATO DEMICO-RURALE PRESSOCHE’ INSIGNIFICANTE A FRONTE DEL CORPO “MONUMENTALE” DEL CONVENTO DEGLI AGOSTINIANI.

Ventimiglia (IM) nella carta (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni per l'”Atlante del Dominio [di Genova]”
Camporosso (IM) nella carta (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni per l'”Atlante del Dominio [di Genova]”
Negli Atlanti del Vinzoni si evidenziano strutture analoghe = per esempio  l’importante Palazzo a Nervia di Ventimiglia (IM), che sostanzialmente presiedeva ad una tenuta agronomica, sito alle falde di Collasgarba e detto “Palasso Orengo” (e pur con prosa d’epoca descritto, minuziosamente dalla relazione coeva del Magnifico intemelio Vincenzo Orengo), era già provvisto di Muraglie del Giardino rinforzate [durante la Guerra di Successione Imperiale di metà ‘700] dagli Austro-Sardi… cosa che verosimilmente avvenne per la pressoché analoga “Cassina del Moro, sulla riva orientale del Nervia, trasformata in forte S. Ignazio e/o ridotta Guibert”…

Dalla carta topografica panoramica del Commissariato di Bordighera di Matteo Vinzoni – metà XVIII sec. (Biblioteca Civica Berio di Genova, Sezione di Conservazione, m.r.Cf.2.10)

Dalla carta che segue qui un particolare dell’area rurale tra Nervia e Bordighera

Come si intuisce tale relativa sicurezza offerta dai complessi demici non era garantita per i ben più attaccabili possedimenti isolati e come si vede da questa carta settecentesca le proprietà rurali erano mediamente cintate e sorvegliate per quanto possibile.

cultura barocca

Edita in” Marciando per le Alpi…” di R. Capaccio – B. Durante, Gribaudo editore, Cavallermaggiore, 1993
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
dall'”Atlante di Sanità” (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni (fatto stendere dalla Repubblica di Genova dopo l’arrivo della peste a Marsiglia nel 1720)
Carta con i campi recintati e le case isolate nelle strutture agronomiche del tipo geometrico per l’amicabile adequamento de’ limiti fra la Seborga e Vallebona (1759; particolare, rappresentante Ventimiglia e gli Otto Luoghi di Matteo Vinzoni in A.S.G.)
Sanremo (incisione di anonimo “Essai sur le démelez de la République de Genes e de l’Etat Imperial de Sanremo“, Basile, 1755]

Taggia (IM) nella carta (metà XVIII sec.) di Matteo Vinzoni per l’”Atlante del Dominio [di Genova]”
da Cultura-Barocca

Sui Castellari

Cima Tramontina, La Colla, Cima d’Aurin

La colonia greco-focese di Massalia dall’VIII sec. estese la sua influenza sulla Liguria di Ponente grazie alle basi di Tauroentio, Olbia, Antibes e Nizza (Iustin., XLVIII,3,8 e 5) ed il Portus Herculis Monoeci ne sarebbe stato il punto di massima espansione verso l’ oriente italico (Strabo, IV,1,5 e Amm. Marcell., XV,10,9). Secondo alcuni studiosi i coloni di Marsiglia, dopo le sconfitte ad Imera nel 480 dei rivali Cartaginesi e a Cuma nel 474 degli Etruschi, avrebbero intensificato la loro colonizzazione (Scymn-pseudo, orbis descrip., 201-3,215-9) sin al IV-III sec. quando i loro possessi sarebbero stati accerchiati da invasori Celti: per alcuni ricercatori invece i GRECI di Marsiglia avrebbero urtato contro un sistema di forti liguri, detti Castellieri o Castellari, che ne avrebbe fermato l’espansionismo (v.Riccardo Urgese Rolandi nelle Considerazioni sui castellari della Liguria in “Rivista di Studi Liguri”, XLVIII, 1977, nn. 1-4).

Altra ipotesi fu divulgata da E. Bernardini in Liguria-itinerari archeologici (Roma, 1981, p.49 seg.) ove fu ricostruito un mappale della presunta muraglia di castellieri atti a difendere il sistema pagense dei Liguri, organizzati in una serie di conformazioni territoriali rette da tribù [gli “Intemeli” per il territorio di Ventimiglia (da Monaco-Mentone a Sanremo circa estendendosi alla dorsale del Tenda), gli “Ingauni” per il vasto agro di Albenga, i “Sabazi” per il complesso cui oggi fanno capo i sistemi demici di Vado e Savona]: le osservazioni del Bernardini non sempre son state esaurienti (specie per il supposto castellaro in val Nervia di CIMA TRAMONTINA ove le fortificazioni sono del XVIII sec. e non si son riscontrati i ritrovamenti ceramici citati dallo studioso ma tracce di insediamento romano seppur sparse su un’area limitata [rivelazioni Eremita, in Guida di Dolceacqua e della val Nervia…, pp.13 e seguenti]).

G.  MOLLE in un un lavoro edito a Milano nel 1971 – Oneglia nella Storia – aveva dubitato di questa guerra di frontiera fra Greci e Liguri nel IV-III sec. a. C., sia perché l’archeologia ha riportato tracce di una pacifica commercializzazione di prodotti massalioti nei castellari del Ponente sia per il fatto che i grecismi ” MAGAGLIO” [che deriva da un tipo di zappa greco, la MAKELLA (in latino Ligo: la nostra rara e antica riproduzione è tratta da AA.VV., Hesiodi Ascraei…[opera omnia], Amstelodami, apud G. Gallet, 1701, inter pp. 260-261) il cui nome attuale, attraverso i millenni, salva restando la tipologia dell’attrezzo, si evolse (caso isolato in Italia) nell’italiano / ligure ponentino, di evidente connotazione dialettale, “MAGAGLIO”, donde il verbo “MAGAGLIARE” sia nel significato proprio di “lavorare il campo o l’orto” sia nell’accezione proverbiale, con timbro critico” di “non far vita da fannullone e dedicarsi ad un lavoro utile quanto faticoso”] e ” CARASSA” [un sistema di sostenimento pei vitigni] e la tecnica colturale marsigliese della colombara (per olio da combustione ed unguenti) paiono introdotti pacificamente nel Ponente ligure ad opera di coloni greci.

Le ultime indagini sui reperti suggeriscono che dal VI sec. agricoltori greco-marsigliesi si siano insediati senza contrasti nel territorio degli Intemeli, non lungi dall’odierno confine costiero tra Francia ed Italia. All’imboccatura della val Nervia, presso l’omonima frazione di Ventimiglia, gli archeologi han scoperte, in località Collasgarba tracce di un oppido (centro fortificato ligure preromano) con reperti di ceramica massaliota (N. LAMBOGLIA, Le prime vestigia di Albintimilium preromana, in “Rivista di Studi Liguri”, XIV, 1948, pp. 119-28).

Verso il IV-III sec. a.C. dalla Gallia Belgica gruppi di Nervii si sarebbero poi qui insediati in pace colle genti autoctone ed avrebbero trasmesso al luogo, al suo torrente e ad un pagus o villaggio sul tratto terminale di questo il loro etnico sotto forma di idronimo ( P.W.R.E., su Nervii – Holder, 726): la Petracco Sicardi, studiando il territorio, si è imbattuta in voci galliche che testimoniano ancora altre pacifiche infiltrazioni in siti agricoli e pastorali della val Nervia (Toponomastica di Pigna in Dizionario di Toponomastica Ligure, Bordighera, 1962, p. 105, n. 319).

Nell’agro di Sanremo si cita per primo il supposto CASTELLARO DEL MONTE CAGGIO sulla cui cuspide si trova un terrapieno costituito da pietre e terra dove si è individuata una costruzione quadrangolare (6 m. x 6 m. circa) che fu portata a fine servendosi di grosse pietre a secco discretamente squadrate.
Nella stessa area si sono individuati poi frammenti ceramici realizzati con la tecnica ad impasto.

LA VALENZA ARCHEOLOGICA DEL SITO DI MONTE CAGGIO ERA GIA’ STATA SEGNALATA NEL XVII SECOLO DA UN ERUDITO CHE DELLO STESSO TRACCIO’ ANCHE UNA MAPPA ED UN’IPOTETICA RISCOSTRUZIONE

Il manoscritto in questione è stato pubblicato dal De Pasquale in “Sanremo Romana”.
Lo stesso manoscritto [custodito presso l’Archivio di Stato di Genova al n. 253 della “Pandetta della collezione dei manoscritti e libri rari” sotto la dicitura “Antichità di Sanremo (ms. forse dell’abate Bernardo Poch, sec. XVIII)] fu però studiato criticamente da Andrea Eremita in “Corso di Aggiornamento, Storia Locale II”, presso I.T. C. Fermi di Ventimiglia, anno scolastico 1991-2 (“…sulla cima del monte Caggio si rinvenne un cumulo terroso di tipologia tronco – conica, alla cui base furono individuati i reperti di un castellaro…nel 1992 A. Eremita, sulla base di un mappale in “Archivio di Stato di Genova – Manoscritto n. 253″, carte 37-8 – ha individuato una descrizione anonima seicentesca del castellaro, a 8 gradoni, cui fu allegata una carta del luogo ed una sua ricostruzione ipotetica…”: così venne registrato nella relazione del corso).
Rimandandone la lettura integrale, conservativa e critica al lavoro del De Pasquale (appendice) del documento viene qui proposta, in grafia e morfologia modernizzate, la trascrizione che concerne la descrizione antiquaria del presunto castellaro del MONTE CAGGIO:”…Nel suddetto ciglio [del Monte Caggio, verso levante] fatto a guisa di pigna si vede che all’intorno girano un mucchio di dirupati sassi e rovinate macerie e verso ponente e mezzogiorno più distintamente si vedono le soglie e fondamenta di otto muri tutti gli uni sopra gli altri e per quanto si veda di che siano stati impastati non si scerne però se di terra o calcina, mentre facendone la prova subito si tritola e in polvere si riduce. Molto bene però si distingue, in alcune parti, simili muri in tale luogo alti ancora sino a tre palmi, e distanti l’uno dall’altro 4 palmi e così successivamente l’uno all’altro sino al numero di 8 succedono che giudicheresti questo monte coronato con 8 corone di rozzi sassi. Il primo di questi 8 muri posa con le sue fondamenta in una piazza, quale verso ponente e mezzogiorno, e sostenuta da una ben regolata macerie di grossi sassi ivi artificiosamente lavorata e detta piazza si vede fatta dall’arte e in dette parti gira passi 98 e dalle fondamenta del primo muro sino al margine di essa piazza sono passi 12, in questo verso mezzogiorno si vedono le vestigia e mura di una casetta diroccata e in alcuna parte dette mura sono ancora all’altezza di cinque palmi in alcune altre tre; in essa piazza si vedono alcuni sassi lavorati dall’arte e si scorgono in qualche parte squadrati: ve n’è uno qual piano forma una tavola, ne sono altri ivi dispersi che forman sedili. Verso tramontana e levante non gira così detta piazza per incontrar ivi rupi grossissime, formando in qualche sito precipizi e in altri quasi aprendosi il seno aprono due caverne capaci di ricevere centinaia di persone [A. Eremita tentò un’ispezione all’area, riscontrando però che se vi esistevano delle grotte la loro ispezione poteva essere pericolosa per il rischio di frane] e difenderle da ogni ingiuria de tempi e restano più bassi dei suddetti muri. In detta piazza e nel sito ove si formano dette rupi vi sono le 8 macerie che ancora tante si contano dalle vestigia: l’una sopra l’altra e distanti l’uno dall’altro da quattro in cinque palmi, l’ottavo e ultimo muro questo forma una piazzetta quasi ovata (dissi quasi perché non è tonda perfetta e è di diametro passi 24)…”

Sempre nei dintorni di Sanremo (località COSTA BEVINO) sono stati segnalati da E. Bernardini: “…Imponenti muraglioni che sembrano delimitare un grande recinto rettangolare”: si resta comunque in attesa di un’investigazione archeologica sul campo.

Un castelliere sarebbe stato identificato sul MONTE MUCCHIO DELLE SCAGLIE (o DI POGGIO PINO).
Sarebbero state scoperte grosse muraglie realizzate in pietre a secco e un edificio rettangolare presso cui si sarebbero rinvenuti reperti di ceramica campana del tipo A che permetterebbero di datare il complesso al II-III secolo, pur se questo insediamento parrebbe essere prosecuzione di un altro precedente.

Il castellaro sanremese di CROCE DI PADRE POGGI (anche CASTELLO DELLE ROCCHE) potrebbe essere segnalato dalla scoperta di anelli murari in grandi pietre presso cui si sono viste tracce di materiale ceramico massaliota databile al IV-V sec. a. Cristo.

Monte Bignone
PIANTA TRATTA (E RITOCCATA) DA “RIVISTA INGAUNA INTEMELIA”, X, 1955

Il CASTELLARO DI MONTE BIGNONE presso Sanremo presenta i relitti di due edifici grossomodo quadrangolari, di circa 5 m. per lato e sprovvisti sia di porte che di finestre.
Il sondaggio archeologico di uno di questi edifici ha permesso di notare che i muri erano stati fatti in modo da presentare da un duplice paramento (esterno ed interno) entro cui era stato costituita un’intercapedine di terra e pietre minuzzate.
All’interno si vide che gli spigoli di questo complesso erano stati arrotondati forse per conferire maggiore solidità all’edificio.
Non si sono scoperte tracce di alcun pavimento ma piuttosto quelle di un focolare di forma ellittica.

Altri ritrovamenti che hanno fatto pensare ad un CASTELLARO si son trovati sempre nell’agro sanremese in LOCALITA’ LA VILLETTA – POGGIO RADINO dove si son riscontrati reperti di un sistema difensivo facente capo ad un terrapieno che segue l’andamento circolare della vetta del monte.

A Verezzo, Sanremo (IM), e precisamente in LOCALITA’ PIAN DEI BOSCI si sono di recente individuati, come conseguenza dei lavori per la realizzazione del metanodotto, i resti di un ulteriore CASTELLIERE ed il rinvenimento più significativo è stato dato da vari frammenti di ceramica protostorica.

Monte Colma

Molto importante nel territorio di Sanremo, nella frazione di Verezzo, fu il CASTELLIERE di MONTE COLMA dotato di una cinta muraria poligonale di circa un centinaio di metri e di dimensione abbastanza consistente.
I tratti a settentrione ed a meridione sono spessi quasi 9 metri e risultano composti da un bastione in pietre a secco a due e a tre paramenti di muro.
Si sono scoperte poi le tracce di un villaggio ed in particolare una capanna di forma rotonda che alla fine fu quasi assimilata entro strutture erette in tempi posteriori.
Secondo quanto riporta l’attento De Pasquale la capanna aveva una pavimentazione realizzata in terra battuta mentre le pareti erano state realizzate con cannicciato e rivestite di argilla cotta.

DA “RIVISTA INGAUNA INTEMELIA”, XVIII, 1963

LA VALENZA ARCHEOLOGICA DEL MONTE COLMA E’ FUORI DISCUSSIONE: M. RICCI (SCOPERTA DEL CASTELLARO DI MONTE COLMA IN “RIVISTA INGAUNA E INTEMELIA”, XVIII, 1-4, BORDIGHERA, 1962, PP. 58-62) HA DOVIZIOSAMENTE ILLUSTRATO QUESTO “MONUMENTO” DEI LIGURI PREROMANI IN CUI SI SONO RINVENUTE TRACCE DI CONTATTI CON L’AREA PROVENZALE E CON IL TERRITORIO SOGGETTO AL CONTROLLO DELLA GRECA MASSALIA, TRACCE COSTITUITE DA OGGETTI, ESPOSTI AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI SANREMO E GIA’ RIPRODOTTE IN VARIE PUBBLICAZIONI MA CHE COMUNQUE GIOVA RIPRESENTARE AL PUBBLICO, COME QUESTO FRAMMENTO DI ANFORA MASSALIOTA DEL V-IV SECOLO A. C. ED ANCORA QUESTO FRAMMENTO IN TERRA SIGILLATA SUD GALLICA DATATA DEL I SECOLO DOPO CRISTO

Tracce di un CASTELLARO a CERIANA secondo A. De Pasquale sarebbero identificabili in LOCALITA’ CASTELLO.
Il toponimo CASTELLO a suo dire è giustificato dall’esistenza in loco dei resti di due edifici già difesi da mura e nelle cui vicinanze si sono trovati reperti di ceramica ad impasto.
Sempre nelle prossimità si vede un ulteriore accumulo di pietre che in qualche mondo circonda gli avanzi di una costruzione di cui non si son potute ridisegnare nè le funzioni nè la pianta originaria e che, stando alle ipotesi avanzate, dovette a sua volta esser circondata da mura.

Tracce di un altro CASTELLARO si individuarono secondo il De Pasquale in LOCALITA’ POGGIO di TAGGIA.
Nell’area si sarebbero infatti individuati discreti reperti di ceramica protocampana.

A MOLINI DI TRIORA nella LOCALITA’ COLLETTA DI BREGALON si sarebbero scoperti (vedi a p.27, n. 11 il De Pasquale) reperti di materiale fittile in misura e tipologia tale da identificare nell’area un antico insediamento preromano della locale civiltà ligure.
Secondo alcune interpretazioni si potrebbe pensare, vista la geomorfologia dei luoghi, ad un vero e proprio CASTELLARO.

Ancora nell’area di MOLINI DI TRIORA e precisamente alla ROCCA DI DREGO il suddetto A. De Pasquale descrive sull’omonima vetta “sul lato non a picco sulla valle e alla distanza di 20 – 30 metri dalla cima, un muro che segue, in linea leggermente serpeggiante, un arco di cerchio; è spesso tra i 75 cm. al metro e 25 e si innalza in certi punti per un metro e mezzo. E’ significativa la scoperta di ceramica protostorica” (p. 27, n. 13).

Nell’AREA DI RIVA LIGURE, CASTELLARO E MONTE GRANGE nella LOCALITA’ MONTE DELLE ANIME, secondo il De Pasquale la scoperat di molti reprti frantumati di ceramica romana, massaliota, protocampana e del periodo altorepubblicano della romanità (IV-III sec. a.C.) portano a individuare in questa area un ulteriore insediamento romano.

Sempre nella zona, nell’area del paese di CASTELLARO, alla LOCALITA’ MONTE SETTEFONTANE si sono viste mura in buon stato di conservazione che raggiungono in altezza il metro e mezzo e che fanno pensare all’esistenza qui di un CASTELLARO LIGURE o comunque di un insediamento preromano.

Ancora nell’area geografica di CASTELLARO e precisamente al MONTE FOLLIA gli scavi archeologici hanno riesumato una “struttura di contenimento, di cui sono stati individuati solo la base realizzata da grossi pietroni a secco e il materiale di riempimento, consistente in pietre perlopiù piatte e disposte in senso obliquo e verticale. E’ emersa inoltre ceramica preromana in frammenti e resti di scorie metalliche forse consentono di individuare in loco un’officina per la fusione di oggetti di ferro” (vedi De Pasquale).

Le prime testimonianze di insediamenti umani nella valle sono sono state individuate su una CUSPIDE MONTANA prossima al MONTE FAUDO e precisamente sull’importante MONTE FOLLIA, dove si sono scoperti relitti abbastanza significativi di un arcaico presumibile CASTELLARO LIGURE – PREROMANO. Sul FAUDO, per quanto riguarda la CIVILTA’ RURALE ARCAICA LIGURE PONENTINA risultano di rilevante interesse storico-documentario le “supenne” o “caselle”, costruzioni tronco-coniche in pietra (vedi sopra l’immagine) per il riparo dei contadini, del bestiame e per custodire gli attrezzi; la loro particolare metodica di realizzazione che si è tramandata nei secoli in mode pressoché immutato. IMMAGINE DA REPERTORIO TURISTICO – PROMOZIONALE CURATO DAL COMUNE DI DOLCEDO

da Cultura-Barocca

Terremoti nell’estremo ponente ligure

Sanremo (IM): Bussana Nuova

La Liguria occidentale è “terra a rischio sismico” e vari son stati i TERREMOTI che l’hanno colpita: sicuramente, a prescindere dagli indubbi problemi idrogeologici cui fa cenno l’Aprosio nel suo REPERTORIO BIBLIOTECONOMICO, fu grave un SISMA poco dopo la META’ DEL XVI SECOLO (1564) che mise in ginocchio non solo Ventimiglia ma molti altri centri, liguri, sabaudi e pertinenti sia alla Provenza che alle Alpi Marittime (non è forse casuale che un decennio dopo molte famiglie dell’agro ventimigliese emigrino in massa verso la Corsica denunciando il loro stato di prostrazione)
Prescindendo da quanto resterà per sempre ignoto, a proposito di questa terra speleologicamente complessa è comunque scientificamente doveroso riprendere dal Manoscritto Borea -apportando via via gli opportuni arricchimenti di documentazione critica- i TERREMOTI più significativi della Liguria occidentale, quelli cioè del 15641638175517821808 (noto quale Terremoto di Pinerolo impropriamente datato al 1807 nel Manoscritto Borea) – 181218171818181918201821182918311832.

Una fra le pagine più sconvolgenti fu “scritta” nel febbraio del 1887, con un SISMA COSI’ TERRIBILE che richiamò persino l’attenzione del Mercalli qui giunto per studiare il cataclisma, tanto grave che, come si vede dalle prime istantanee, convivevano DISTRUZIONE, TERRORE E CAOS cui si potè porre rimedio con una certa lentezza dati gli strumenti a disposizione e data la necessità di approntare per i senzatetto delle GIGANTESCHE TENDOPOLI come la TENDOPOLI che fu approntata nella piana di ARMA DI TAGGIA.

Pompeiana (IM), Costa Panera: ruderi del terremoto del 1887

Del TERREMOTO DEL 1887 che comunque flagellò tutto il PONENTE LIGURE, causando oltre un MIGLIAIO TRA MORTI E FERITI esistono alcune relazioni e tra quelle che maggiormente coinvolgono si possono rammentare quella stesa, sotto forma di ricordanze, da LUIGI AMORETTI (nel suo volume di ricordi Le opinioni dello zio Giovanni) per quanto concerneva il territorio di ONEGLIA e soprattutto quella redatta, in qualità di testimone oculare, da DON G.B. ZUNINI (originario di Baiardo) parroco di Pompeiana, nel vasto retroterra fra Taggia e S. Stefano al Mare, (che finì il suo apostolato come Parroco della Chiesa ventimigliese della Consolazione meglio nota come di S. Agostino) che offrì una straordinaria descrizione della tragedia in un suo Diario intitolato Pompeiana/ Memorie di sua antichità, dipendenze, Opere Pie, Chiese, Rettori, Prevosti e di quante altre notizie potè trovare e raccogliere il Prevosto Don Zunini:
“…1887:1. – Finché gli uomini avran memoria [scrive nel suo DIARIO il parroco Zunini]”, non sarà dimenticato quest’anno in Pompejana [borgo peraltro già provato da un violento sisma nel 1831, subì gravissimi danni] come in altri paesi di Liguria. Quali infelici giorni, e quai disastri non apportò esso dal 23 febbrajo, giorno delle Ceneri. Nei tre giorni precedenti a questo parve, che il demonio più che in ogni altro Carnevale avesse acceso a scarnascialare la gioventù e quanti uomini e padri di famiglia son piuttosto dediti all’ubbriacchezza e al disordinato operare. Il mattino stesso del 23 sunotato, poco tempo prima suonasse l’Ave Maria, la funzione e la Predica delle Ceneri, giovinastri, scorrazzavano ancora per le strade, ebbri di divertimenti, di gozzoviglie, di balli fino allora tenutisi aperti in osterie. – Però sul far del giorno, verso le sei ore, mentre il popolo trovavasi in Chiesa intento ad ascoltare la predica delle Ceneri, che si fece dopo il Vangelo della Messa, quale sorpresa! Mentre il Predicatore, certo Teologo Giacomo Moraglia di Pontedassio, asserendo “che quaggiù tutto è labile e fugace”, usciva in un infatti per le rispettive prove, s’ode come un rombo sotterraneo, indi uno scricchiolio dei tegoli della Chiesa, come fossero essi percossi da grossi chicchi di grandine. E che è? Che non è? – Tutti si mettono sull’attesa, ma non passa un’istante, che tutti capiscono di che si tratta. La Chiesa da est a ovest si muove ondulando agitata; indi traballa e par si contorca; il terrore è al colmo, quando con acuto suono sentesi come lo strappo del volto della navata di mezzo. Allora fu un gridio e strillo universale con un fuggifuggi indescrivibile: altri verso la porta, altri verso la sagristia. Ed era già vuota la Chiesa, quando durava ancora il terribile moto. Si cessò finalmente; ma volendo io, che m’ero inginocchiato presso l’altare con la pianeta, ripigliare la Messa, non trovai più chi la servisse. Solo era rimasto in coro certo Giovanni Clerici Scorrion. Pensai di qui recarmi sulla porta della Chiesa, passando nel corridoio di mezzo, ad invitare la gente, perché dalla piazza, chi non si fidava ad entrare dentro la Chiesa, sentisse la Messa, che io andava a continuare, per questi motivi: 1° per ringraziare Iddio, che non successe in Chiesa disgrazia ad alcuno – 2° perchè se Iddio avea permesso quel flagello a punizione dei nostri peccati, egli piu facilmente fosse indotto a placare il giusto suo sdegno. Devotamente infatti si inginocchiarono tutti sulla piazza, ed io a porte spalancate andai a riprendere la celebrazione del S. Sacrifizio. Se non che, era appena entrato nelle preghiere del Canone, che dopo un terrifico boato ripigliò veemente il terremoto sino a persuadermi, che fosse la fine del mondo, e a raccomandarmi, prostratto in ginocchio e invocando il patrocinio della Madonna e dei Santi, l’anima e la popolazione a Dio. Mi si rizzano i cappeli ogni qual volta penso a quegli istanti. Pregava io forte dall’altare e il popolo piangente mi rispondeva dalla piazza – gridando taluni: Fugga, Signor Prevosto, che si dirocca la Chiesa: scappi! Però, come Dio volle, finì senza danno ad alcuna persona anche questa seconda terribile scossa, e potei finire la S. Messa, che, spero, sarà stata graditissima al Cielo, non già per il raccoglimento e l’esattezza delle cerimonie, che solo sa Iddio come in questi mi sarò diportato, ma per la fede e la compunzione, che mi si eccittarono vivissime, e pel coraggio, con cui zelai il ministero, dinnanzi ad un popolo esterrefatto ed avvilito.

2. – Fin qui però non si pensò più lontano della Chiesa. Si sospettò, sì, da taluni, che da quelle scosse potea esserne venuto qualche pò di paura nelle case; ma non si sospettarono danni e disastri, perché nulla s’era visto rovinare in Chiesa. Io, ad esempio, per mia parte sospettai che case, come la mia Canonica, pregiudicate antecedentemente, si fossero aggravate – ma non credeva che ciò fosse in gran proporzione; giacché facea conto che in Chiesa la cosa fosse apparsa più grave, atteso l’argomento del predicatore, cui eravamo tutti intenti; e la vastità della Chiesa stessa; e l’oscurità della notte, che non ancor ivi dissipata nulla ci lasciava vedere -. Quando però uscimmo di Chiesa, e si riportò sulla piazza che il paese sotto la Chiesa era mezzo diroccato – che vi era gente a salvare dentro finestre riparatasi – che si teme siane altra rimasta vittima sotto le macerie – che altri grondano sangue ed altri morenti: mio Dio! fuori me stesso, piangendo, corsi sul luogo dimentico della Casa Canonica; e davvero! che le referenze non eran false. Straziato nel cuore ed attontito nella mente, vidi che l’abitato, tutto sdruscito, qui era in parte caduto dei volti, lì cadente; qui squilibrato, lì minaccioso – e che delle poche famiglie, che non eran venuti alla Chiesa, pochi andarono esenti da morte o da ferite. Vi furono infatti cinque morti, tutti trovati nel letto schiacciati, e undici gravemente feriti, che si scavarono e di cui però niuno mori. – Non oarlando di aui delle molte strazianti scene, cui dovetti assistere ora ascoltando confessioni a campo aperto, or intromettendomi tra rovinosi muri per assolvere, se fosser ancor vivi, i supposti morti sotto le macerie, basti sapere, che 131 famiglie dovettero abbandonare le antiche abitazioni e ritirarne alla meglio poche masserizie, per andarsi ad attendare nella vigna o Piano del Prevosto. E qui di nuovo come non piangere? Vedere tante miserie e tanti guai senza un rimedio, che crepacuore per un Parroco! – Suonarono intanto le nove ore da breve, cioé tre ore dopo la catastrofe, ed ecco nuova, più breve, ma non men terribile scossa preceduta da rombo terrifico. Si era all’aperto, eppure… tutti mettersi a strillare, e ad invocare la misericordia di Dio e della Madonna tra le lagrime e i singhiozzi, anche da parte degli uomini più ardimentosi ed ancor mezzi ubbriachi dalla notte, fu la stessa cosa. Questa scossa, che prima osservai dall’aperto, mi diede l’immagine viva di quello scotimento, che in tutto il suo corpo praticano i cavalli ed i muli dopo essersi levati da giacere. Viva, sussultoria, ed ondulante con rapidità indicibile. Decise essa a cadere molti muri, che eran rimasti, dirò così, a mezz’aria per le scosse precedenti. Finalmente il dopo pranzo verso due ore, mentre presso di mia sorella Felicina, sul Canto, m’ero assiso, come tutti gli altri sotto un’albero a sdigiunarmi e a pigliar fiato, si sentì altra scossa sensibile, che però, come le altre della notte e dei giorni seguenti, non eccitarono più a molto spavento, fino a quella degli 11 marzo seguente, che di nuovo mise in apprensione, e fece rovinare qualche muro.

3. – La prima giornata passò intanto senza che il popolo si avvedesse più che tanto dei suoi casi. Era la gente come sbalordita, e credeva d’aver sognato. Io ad esempio fino alla sera non avea ricordato di osservare la Chiesa, che tutta era stata ristorata due anni innanzi, e la Canonica, che già avea i volti abbastanza screppolati. Allor però osservai la Chiesa, e me meschino! le tre chiavi o rondini principali della navata di mezzo erano strappati; sicché il volto tutto era minaccioso avendo una fenditura dalla facciata al presbiterio ed altre fessure in cento direzioni. Più erano strappate le due chiavi o rondini della navata appoggiata al Campanile, e proprio le due, che pare si leghino col Campanile stesso – La Canonica poi faceva paura; il volto della sala s’era mezzo sfondato, e quelli delle camere, se non erano sfondati aveano pur essi marchi spaventosi. Fu di qui, che quella notte e varie altre in seguito seguii l’esempio di tutti, anche degli abitanti di Barbarasa e delle Ca-Soprane, i quali furono più rispettati dal terribile flagello benche non siano rimasti incolumi – fu di qui, dico, che non dormii in Canonica, ed accolsi l’ospitalità offertami dall’amico Vincenzo Natta Paladin, il quale colla sua famiglia ed i vicini improwiso una baracca in legni e tende coperta di tegole presso la sua casa. Eravamo assieme un 35 o 40 persone – L’indomani però quando giunsero le nuove della Liguria, qualmente cioè era stata quasi tutta colpita dall’immane disastro, sicché Savona, Finalmarina, Albenga e tutta la provincia di Porto Maurizio lamentavano danni incalcolabili – e che a Diano era successa una generale distruzione con molte vittime; a Oneglia uno sconquasso senza esempio; a Bajardo, mia patria, un’ecatombe di 231 persone schiacciate, e molte altre orribilmente ferite dal tetto a volto della Chiesa, che rovinò d’un colpo; a Bussana [scrisse ancora nel suo Diario il Parroco Zunini] il diroccamento delle case e della Chiesa, onde molti seppelliti sotto le rovine [BUSSANA VECCHIA sarebbe poi stata abbandonata dalla popolazione: in un sito prossimo alla costa venne riedificato il borgo, la NUOVA BUSSANA, destinata ad un proficuo sviluppo mentre il diroccato centro antico dopo un lungo abbandono -e tra varie controversie- divenne sede e ritrovo di molti artisti, specie stranieri, attratti dalla bellezza spettrale del sito e dallo spettacolo della terribile potenza naturale qui scatenatasi con la conseguenza tante vittime innocenti]; a Castellaro lo sfondamento del volto della Chiesa, benché a tratti, sicché molti si poterono salvare; a Ceriana, a Taggia ecc. altri guai – allora un panico più ragionato invase gli animi di tutti, ed ognuno cominciò a vedere seriamente i proprii guai, e a pensare alla giustizia di Dio – che quindi la si dovea placare con l’intercessione di Maria Vergine invocata con preghiere. Da quel dì infatti si manifesto un gran risveglio di fede; e per più tempo dopo il suono dell’Ave Maria della sera giovani e vecchi, buoni e malvagi si ritiravano nelle loro tende o dei vicini per attendere alla fervida recita del S. Rosario, che prolungavasi per ore ed ore con altre preghiere…” [edito in Pompeiana nella Storia di M. De Apollonia – B. Durante, Pompeiana/ Pinerolo, 1986, pp.132-136].

Sanremo (IM): la Bussana (Vecchia) distrutta dal terremoto del 1887

La BUSSANA NUOVA fu edificata quindi sulla riva del mare e prese a fiorire anche in fuzione della sua vicinanza alla linea ferroviari ed a quella STRADA DELLA CORNICE che sarebbe poi divenuta la moderna STATALE AURELIA.
Gli orrori del terremoto non poterono però essere dimenticati e così sul promontorio detto delle anime si costruì il SANTUARIO DEL SACRO CUORE DI GESU’ che tuttora presiede in modo imponente a tutto il complesso architetonico di BUSSANA NUOVA.
Ci narra Giovanni Meriana nel suo irrinunciabile e preziosissimo lavoro sui Santuari in Liguria che al centro di questa iniziativa stette la figura di Don Francesco Lombardi, parroco di Bussana dal 1857 al 1882, che la Domenica delle Palme del 1894 (era un 18 marzo) si pose idealmente a capo della “fuga” dei suoi antichi parrocchiani dal vecchio paese distrutto.
Pagine forse più poetiche anche se meno oggettive ci ha lasciato un testimone oculare, quel Fra Ginepro da Pompeiana che nei suoi scritti sul borgo natio, appunto Pompeiana, riferendosi al sisma ebbe modo di elogiare grandemente l’opera sociale e spirituale di F.Lombardi.
Convinto che nonostante la tremenda gravità dell’evento Dio avesse comunque dato una prova della sua clemenza e mosso da una sincera devozione per il SACRO CUORE DI GESU’, don Lombardi, a titolo di ex-voto, volle “portar via” dalle macerie dell’antica Bussana e più precisamente della sua stessa ormai distrutta CHIESA PARROCCHIALE [vittima di una GENERALE DISTRUZIONE (come si ricava dalla drammatica confusione delle primissime istantanee)] , proprio il Culto del Sacro Cuore che vi era stato istituito nel 1767.
Ne derivò il grande santuario del SACRO CUORE DI GESU’ di BUSSANA NUOVA reso splendido dall’opera indefessa di don Lombardi.
L’edificio, ad una sola navata, riflette un certo gusto bramantesco ed è carico di simboli e decorazioni: il Meriana in particolare definisce “straordinarie opere dell’artigianato artistico” il coro, che è del 1910, ed il pulpito (del 1901).
Sulla destra di chi entra nel Santuario si può quindi vedere la magnifica tomba di don Lombardi di cui è in atto la pratica di beatificazione.

da Cultura-Barocca

Considerazioni intorno al ponte cinquecentesco di Ventimiglia (IM)

Foto g.c. da Archivio Moreschi di Sanremo (IM) – riproduzione non concessa

Documentazione d’archivio sul Ponte cinquecentesco = la “Grave Ruina” che colpì Ventimiglia nel XVI sec. (connessa al terremoto di Nizza del 1564?) e che alterò il corso del Roia/Roja, e diruto ciò di cui si serviva per superarlo, suggerì (1564) l’idea, già esperita, di rifare un ponte in legno.

I Commissari inviati da Genova avallarono la sostanza della distruzione generale chiedendo di soddisfare le richieste ma la manutenzione annuale di un novello ponte in legno (attesi il costo del legname da rinnovare ogni anno e delle spese per i lavori connessi) si rivelò troppo onorosa e presto insostenibile sì da chiedersi l’erezione di un ponte in muratura da farsi al ritmo di un’ arcata “di due in due anni” pur se poi le spese, date anche altre opere, richiesero nuove suppliche a Genova per varie esenzioni fiscali oltre alla già conferita “concessione della Scrivania” per la realizzazione del ponte vecchio in muratura [ ad arcate mobili lignee = vedi immagine (visualizza anche questa immagine da cartolina del ponte nuovo anteriore al 1910, prescindendo dalla datazione autografa adespota) e quanto ancora, assai poco invero, ne rimane (clicca n. 2): tutte le voci nelle foto sono comunque attive].

Siffatto ponte vecchio in muratura svolse le sue funzioni decorosamente (lo si veda qui ancora integro da una fotografia ottocentesca di archivio privato) sin agli irreparabili danni causati da una piena del fiume nel 1861 ancora ben visibili in questa rara fotografia del 13/X/ 1864 con nota autografa e proveniente da archivio privato come registrato a fine immagine [vedi qui alcune osservazioni sullo sviluppo ottocentesco dell’arte fotografica] (riprendendo quanto scrive G. Rossi nel suo Memoriale Intimo ove pure fa riferimento ai lavori del ponte finalmente realizzato alla foce del Nervia si legge: “il 15 febbraio 1864 – È stata deliberata al ventimigliese Secondo Notari la costruzione del nuovo ponte sul Roia che avrà cinque archi di 18 metri” e successivamente “2 settembre 1866 – Incomincia il transito sul ponte nuovo del Roia e cominciasi a distruggere il vecchio“).

Della inevitabile costruzione del nuovo ponte parla pure Luigi Ricca nella “Lettera XIII” (quasi tutta dedicata alle prime investigazioni nell’area archeologica di Nervia) del suo Viaggio da Genova a Nizza del 1865 = il Ricca compie il suo viaggio nel 1865 e giudica, sull’impetuoso Roia/Roya [cita appena il Nervia rammentandone le alluvioni per l’arginatura inadeguata ma le menziona solo in merito al fatto che per le tracimazioni le acque hanno riportato alla luce reperti di romanità appunto nell’omonima frazione di Ventimiglia], oltre l’esigenza di nuovi argini per impedirne le frequenti tracimazioni con gravi rovine come quella recente, la realizzazione già in corso di un nuovo ponte [e di cui elogia le caratteristiche architettoniche, senza esprimere alcun giudizio sul vecchio ponte (soffermandosi più a parlare di Ventimiglia nella “Lettera XIV”: città grande al tempo dei Romani ed orgogliosa al tempo dei Comuni quanto battagliera e fiera nel contrastare l’ineluttabile conquista di Genova in piena espansione a fronte di quella “d’aspetto mediocre” del presente (pur citandone alcune importanti fortificazioni medievali e di epoche successive indizio, specie queste ultime, della sua postazione di piazzaforte di Genova ai “Baluardi occidentali del Dominio”) e senza grossi reperti archeologici e monumenti vetusti nella città alta e medievale, prescindendo dalla cattedrale e da S. Michele e poi nella “Lettera XV”, iniziando un’escursione nella valle del Roia, dimostrando di risentire un poco della foscoliana “Epistola da Ventimiglia dell’Ortis) a differenza di Davide Bertolotti che nel suo Viaggio nella Liguria Marittima del 1834 parlò senza mezzi termini nella “Lettera XXV Da Ventimiglia a San Remo di un brutto ponte sul Roia e di nessun ponte alla foce del Nervia].

Spiace del Ricca solo che, per la città intemelia come per altri centri, non sempre sia preciso od esaustivo (per es. nel definire la Ventimiglia che vede “d’aspetto mediocre” senza però citare la grandezza del complesso demico medievale secondo solo a quello di Genova = inoltre l’autore nomina è vero l’antichità della Diocesi intemelia e il Patrono S. Secondo senza però ricordare quanto scrisse D. A. Gandolfo in merito alla sua supposta protezione, in sinergia con le “Anime del Purgatorio”, dei Ventimigliesi dalla peste del 1656/’57 che devastò il Dominio di Genova e forse soprattutto oggi disturba un poco il fatto che, data la sua visita forse troppo celere, nel rammentare gli uomini illustri commetta alcune sviste davvero gravi anche perchè, non visita, onde documentarsi, come altri la “Biblioteca Aprosiana”).

L’opera di Luigi Ricca resta comunque globalmente lodevole -specie per le tante notizie minute ed ambientali su tutta la Liguria- oltre che dal fatto d’essere ammantata sia da uno stile narrativo il quale non dispiace sia -dopo qualche iniziale presunzione- da modestia ed umiltà) anche se talora, come, ma non solo, nel caso sopra citato degli “uomini illustri di Ventimiglia” può fuorviare il lettore improvvido.

Nella sostanza il libro è gustoso, specie per l’aneddotica, e tuttora anche utile analizzando questioni spesso obliate da letterati e storici decisamente, del suo autore, più illustri ma meno attenti alle questioni della vita quotidiana e dell’ambiente come quando, al pari di altre contrade ligustiche qui citate nell’indice moderno e con tante anche minime storie qui digitalizzate ed a proposito dell’ antichissimo areale intemelio (e non solo) parla di tante cose che oggi rischiano di scivolare nell’oblio: dai Mulini e Bedali sulle sponde del Roia/Roya al legname trasportato con la tecnica di fluitazione nello stesso fiume dalle montagne di Tenda, Briga e Saorgio sin alle segherie di Ventimiglia senza dimenticare, tra altre cose qui non citate ma da leggere, le sue considerazioni sulla ricchezza del patrimonio boschivo e sul monumentale sistema agronomico e rurale dei terrazzamenti colturali con muri a secco, contestualmente sottolineando la bellezza e varietà della flora in queste contrade dell’estremo ponente ligure, per procedere poi oltre Ventimiglia, le sue valli e le sue dipendenze occidentali verso il nuovo confine tra Italia e Francia sin a Mentone, Montecarlo, Villafranca, Nizza, Cimiez con tante osservazioni spicciole ma divenute oggi rare e preziose.

da Cultura-Barocca