Templari nel ponente ligure?

Bordighera (IM) – Chiesa della Madonna della Ruota

Tra Piemonte, Francia e Liguria occidentale sopravvive il ricordo di un priorato templare a Sospel, di una base a Tenda e poi di un Ospedale del Tempio sulla costa intemelia (la parte di Liguria più prossima alla Francia) che, come si evince dai notai duecenteschi, era preposto al ricovero dei viandanti prima che si imbarcassero per la Palestina od i Santuari delle Spagne (non eran rare le occasioni in cui, dietro un compenso pattuito con un atto legale, uno o più monaci templari si impegnassero a scortare gruppetti di viaggiatori se non, addirittura, a condurli – sempre ben protetti – sulla flotta che allestirono nelle spedizioni in Terrasanta).

I Templari, oltre ad essere frati guerrieri, a combattere gli Arabi ed a proteggere seppur dietro compenso i “Pellegrini del Sacro”, gestivano un po’ ovunque, sia sui percorsi per le SPAGNE che per la TERRASANTA , dei ricoveri per viandanti, degli OSPEDALI in cui tuttavia oltre che il riposo ed il conforto del cibo ai viandanti, sempre dopo pagamento, mettevano a disposizione le loro conoscenze in campo medico .
Alcuni fra loro avevano rafforzato queste competenze soprattutto con la frequentazione di quei medici arabo-egiziani che avevano tratto la loro formazione dai testi greci = dopo il crollo della Romanità la Medicina nell’Europa Cristiana era degradata a livelli modestissimi ed era stata recuperata soprattutto sulla scia della Scienza Araba da cui i Cavalieri del Tempio appresero molte nozioni specie quelle collegate all’arte dei Rizotomi, poi Aromatarii e quindi Erboristi (come qui aprofonditamente si può leggere) non sempre, però, condivise dall’ecumene della Cristianità per interferenze – certo suggerite dalla superstizione e dal rifiuto del mondo antico- sia con il contesto pagano ed idolatra quanto con l’interferenza di occulte forze demoniache: tutte cose che, ben manipolate, avrebbero contribuito ad alimentare una certa quanto ingiusta “leggenda nera dei Templari”.
Dalla medicina e dalla scienza degli Arabi i Cavalieri del Tempio avevano oltre a ciò ricavate ulteriori nozioni, del tutto incomprensibili nell’Europa Medievale quanto non completamente prive di fondamento ed utilità: contestualmente alcuni di loro si erano accostati alla sempre controversa disciplina dell’ALCHIMIA sì da poter esser ritenuti – laddove li si volesse colpire ed attaccare per qualsiasi ragione – anche praticanti di magia.

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era un fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia (IM) di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del notaio di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio, scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).

Una “base templare” a Bordighera (IM) non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia).

Questi frati guerrieri raggiunsero presto grande potenza per il loro ruolo di “guardiani delle vie di mare e terra”; anche se non mancarono casi in cui un esasperato giudizio di potere li indusse a far uso indiscriminato delle armi (così per esempio, poco dopo la metà del XIII secolo, un Templare di nome Raimondo Galliano o Galliana, in un eccesso di violenza forse anche perché provocato ma comunque sempre contro le normative dell’Ordine ferì a morte in Ventimiglia tale Guglielmo da Voltri = cart.56, not.di Amandolesio).

Scrive in proposito Sergio Pallanca: “… dalla biblioteca Reale del Belgio un documento datato l’anno 1257 relaziona di un fatto di sangue accaduto in Ventimiglia per mano del Cavaliere Templare Raimondo Galliana, non è chiaro se appartenente alla Domus di Ventimiglia o alla Precettoria di Seborga. Raimondo Galliana, nato in Castelvetro Piacentino, rientrato ferito dalla Terra Santa, divenne Maestro nel 1240 e fu Precettore di S. Margherita in Fiorenzuola d’Arda dal 1241 al 1244. Nel 1251 lasciò Fiorenzuola e venne trasferito a Santo Stefano d’Aveto e da qui a Torriglia da cui dipendevano le Mansioni collocate nell’Alta Valle dello Scrivia, quelle della Val Trebbia e Gattorna, fondata dai Cistercensi. Ecco quindi che il Maestro Galliana, inviato a Seborga nel 1256 per volere del Gran Maestro Tommaso Berard, aveva il compito di salvaguardare il territorio spettante al convento di San Michele, che Genova cercava di assoggettare, e di imporre il rispetto confinario al rappresentante della Repubblica, Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo in Ventimiglia, descritto quale uomo rude, ignorante e fanatico ghibellino.
Il Galliana si oppone con fermezza ai vari tentativi di usurpazione terriera del Capitano di Genova e, ligio al suo compito resta ben presto inviso ai genovesi della ” Rocca ” [il castello – appartenente al grande complesso delle fortificazioni della Ventimiglia medievale – costruito dai Genovesi a dominare Ventimiglia (dopo la faticosa conquista che fecero della città nel 1221 agli ordini del loro comandante Lottaringo di Martinengo) dall’alto di quello che oggi è chiamato Monte delle Monache].
Provocato da Gugliemo da Voltri, soldato presso la Rocca, nella primavera del 1257, con un fendente di spada il Galliana ferisce alla testa e alla mascella il soldato genovese che poco dopo muore. Interviene il Capitano Boccanegra che a nome della Repubblica ordina l’arresto del Templare, ma il Galliana si oppone alla punizione dichiarandosi esente da ogni giurisdizione civile ( I Templari – nella complessa organizzazione della Chiesa – risultavano però sotto l’ esclusiva e diretta giurisdizione del Papa ) [per approfondire questa sottile e vastissima tematica è però sempre opportuno consultare la basilare Bibliotheca Canonica, Juridica, Moralis, Tehologica …., di L. Ferraris in merito a diverse voci concernenti sia il contesto ecclesiale nella sua globalità (non escluse per esempio le peculiarità giurisdizionali della titolatura di Abate) quanto molte voci connesse anche all’ aspetto aspetto materiale e monumentale oltre che spirituale della Chiesa stessa].
Si ricorre allora al Vescovo della Diocesi di Ventimiglia, Azzo Visconti di Milano, fervido oppositore della politica ghibellina genovese che, con lettera al Capitano e al Senato di Genova, si dichiara offeso nella dignità pastorale: “non essere io né custode né guardiano di un templare o chicchessia”. Il Galliana resta impunito e di tutto ne dà sentenza lo stesso Vescovo il 9 ottobre 1527.
Lo stesso giorno, richiamato in Seborga presso il Capitolo, il Maestro Templare subisce un processo dall’Ordine in cui viene privato degli onori della Maestranza e svestito della Mantella di Cavaliere.
Non dobbiamo dimenticare che se i Templari erano monaci armati erano autorizzati come dettava la loro Regola ad usare le armi solo contro gli Infedeli e contro gli animali feroci ma solo a scopo di difesa (art. 46 e 47) con la sola eccezione del Leone da attaccare incondizionatamente ( art. 48).
Trasferito a Nizza Marittima, dopo una penitenza di tre anni in cui è semplice inserviente per avere agito contro la Regola, è riconsacrato Cavaliere.
Viene quindi inviato nella Precettoria ospitaliera di S. Maria, al Passo delle Finestre, a nord dell’attuale Parco francese del Mercantour. Non si ha notizia se il Galliana fosse ancora là nell’Anno del Signore 1307, anno in cui i Legisti di Filippo il Bello, Re di Francia e Vescovo di Parigi, guidati dalla Curia di Nizza massacrarono tutti i Cavalieri presenti nella Precettoria di Santa Maria delle Finestre .
..”.

da Cultura-Barocca

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“E Bane”, storici dolci di Camporosso (IM)

 

Fotografia di Silvana Maccario di Camporosso (IM)

“E BÁNE” sono biscotti alle mandorle (con stretta connessione, anche per la ricetta, con dolci usuali in Roma antica e nell’Impero vale a dire dei BISCOTTI PARIMENTI ALLE MANDORLE, DETTI CRUSTULA AMYGDALINA), tradizionali di CAMPOROSSO (IM), che fino all’Ottocento era un grande produttore di mandorle secondo una tradizione remotissima, certo non esclusiva del borgo.

[Nei secoli passati i pellegrini che dall’Europa si recavano a Roma (ma ciò naturalmente vale per quanti percorrevano altre diramazioni della Frangigena come quelle che conducevano agli approdi marittimi verso i Luoghi Santi e quindi a Santiago di Compostela) seguivano un cammino che, passato il Po, raggiungeva gli Appennini. Nelle loro tasche e bisacce dovevano stare alimenti semplici e nutrienti, che si conservassero a lungo e aiutassero a recuperare le forza perse lungo la strada: frutta secca e miele erano i migliori compagni del pane [lo zucchero di canna utilizzato a lungo per ragioni terapeutiche entrò nei processi di dolcificazione, specie per le classi abbienti, dal XIV secolo anche se spesso a livello sociale meno elevato “si utilizzavano per la dolcificazione i fichi“].
Ancora oggi nella cittadina di Tabiano, in provincia di Parma -per vari aspetti legata in una sorta di contenzioso storico alla supposta Taggia bizantina– lungo il percorso dei pellegrini, si preparano con quegli stessi ingredienti dolci deliziosi ispirati all’antica ricetta in cui la mandorla ha un ruolo basilare = appunto “biscotti alla mandorla” rientravano inoltre fra quanto si offriva spesso ai PELLEGRINI

Ma in area intemelia tradizione tipica dello stesso in modo peculiare pur se Luigi Ricca nel suo libro di un ottocentesco Viaggio da Genova a Nizza, per quanto riferisca tale coltura a tutto il Ponente ligure, citi espressamente e prioritariamente le colture di Mandorli a Taggia e quindi a Nizza [resta arduo oltre i dati assimilati precisare l’origine di coltura di mandorle (di origine comunque antichissima con attestazioni che oscillano tra l’uso alimentare, le feste, anche nuziali, e verosimilmente i riti funebri) nell’areale intemelio ma non possiamo dimenticare la conquista romana della Liguria e, con l’Impero, l’introduzione nella regione presto romanizzata di una più sofisticata cultura esistenziale, compresa quella alimentare: sì che –PRENDENDOSI A SEGUIRE I DETTAMI DEL GRANDE ASTRONOMO APICIO piuttosto che quelli della ormai superata vecchia tradizione alimentare strutturata sulle RICETTE GASTRONOMICHE DI CATONE “IL CENSORE” TEORICAMENTE REDATTE PER LA FAMILIA DELLA VILLA RUSTICA MA IN EFFETTI FORMULATE ANCHE COME ESPRESSIONE IDEALE DI VITA FRUGALE D’UNA PRISCA E GUERRIERA CIVILTA’ – specie tra i ceti benestanti (come ovunque, anche ad Albintimilium, peraltro influenzati pure dalla penetrazione culturale greca, cioè di una civiltà estremamente raffinata) comparvero cibi sempre più pregiati ed elaborati in cui e specie nei dolciumi o bellaria non mancava certo, come qui si vede, un uso elaborato e sapiente delle
MANDORLE

La denominazione “E BÁNE” a detta di alcuni esperti di dialettologia deriverebbe dall’espressione Bàna che a sua volta dipenderebbe dal verbo sbanà nel senso di spalancare la bocca secondo quanto scrive la “Cumpagnia d’i Ventemigliusi”, tra le cui fila si annoverano fior di esperti in dialettologia = senza entrare nel settore sempre arduo di un discorso di dialettologia che non è nostro, a titolo di pura documentazione, colpisce il fatto che in questo vocabolario ottocentesco di Casimiro Zalli dedicato al dialetto piemontese e ai corrispondenti rapporti con l’italiano, il francese ed il latino compaia l’espressione Slanbanè -legato al verbo indicante la ragione di tanto aprir la bocca -come qui si vede- stante, nel giudizio dell’autore, ad indicare lo “smascellarsi dal ridere”).

La ricetta delle  “E BÁNE” proviene da questi componenti =
200 gr di Burro
200 gr di zucchero o miele 100 grammi (alternativamente si può anche usare il miele di melata)
vino = secondo le antiche tradizioni,
vino moscatello (anticamente e alla latina detto APIANUS che tra ‘500 e ‘600 costituì un vero caso letterario cui nel ‘600 partecipò attivamente Angelico Aprosio con molti altri studiosi, italiani e stranieri) = 10 DL [vedi anche moderne considerazioni sul recupero del Moscatello di Taggia]
2 uova
Bustina di lievito
200 gr di mandorle a pezzi
400 gr di farina
mentre il confezionamento risulta esser costituito dall’
“Impastare tutto e infornare 200° gradi fino e doratura”.

Una ricetta per E BANE basata su trasmissioni orali camporossine molto antiche
e verosimilmente più corretta ancora suggerisce i seguenti ingredienti con annesse procedure:
200 gr. farina
200 gr. mandorle con buccia da sbollentare sbucciare da far tostare in padella e poi tritare con mezzaluna
200 gr. zucchero
200 gr. Burro
2 tuorli
1 bustina lievito Importante la vecchia forma come amaretti concavi
[a riguardo del vino verosimilmente prima del marsala cui oggi si ricorre, veniva utilizzato “vino moscatello” e poi “vino bianco”]

Venendo a tempi più recenti e con dati più certi dei quali si può qui leggere è comunque da riconoscere che la produzione di prodotti dolciari come E BÁNE avveniva valendosi del lavoro domestico oppure, recuperando una tradizione classica, servendosi di vere e proprie “aziende private” o di “pubbliche strutture concesse in appalto” i cui prodotti si vendevano in sedi commerciai prossime alle moderne “panetterie” di cui parla il cinquecentesco T. Garzoni nella sua Piazza di tutte le Professioni del Mondo = DE’ FORNARI, O’ PANATIERI, O’ CONFERTINARI, ZAMBELLARI, OFFELARI, & CIALDONARI, DISC. CXXXIII [in merito ai FACITORI DI DOLCIUMI vedi qui ZAMBELLARI e OFFELARI ed ancora i CIALDONARI creatori fra l’altro del CHONO FATTO D’UVA PASSA, & AMANDOLE (per espressa indicazione dell’autore ascritti a RICETTE PROPRIE DEGLI ANTICHI, INTENDENDOSI PER ANTICHI. COME SI LEGGE DA RIGA VI DAL BASSO, PRINCIPALMENTE GRECI E POI ROMANI ) = visualizza poi anche, per quanto scrive l’autore, le PENE COMMINABILI A FORNAI FURFANTI (a titolo integrativo e con molta cautela sembrano esservi convergenze sostanziali tra ciò che il Garzoni chiama Chono e qualche alimento prossimo al “pangiallo”, meglio noto come “pangiallo romano” un dolce, citato anche da Apicio, che ha la sua origine nell’antica Roma e più precisamente nell’età imperiale. Era, infatti, un’usanza di quei tempi distribuire questi dolci dorati, durante la festa del solstizio d’inverno, in modo da favorire il ritorno del sole. Il tipico “pangiallo romano”, ha subito numerose trasformazioni durante i secoli a causa dell’espansione dei confini territoriali e dell’incremento nella comunicazione tra le varie regioni italiane. Tradizionalmente il pangiallo veniva ottenuto tramite l’impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d’uovo. Fino a tempi molto recenti nella preparazione del pangiallo le massaie romane mettevano i noccioli della frutta estiva – prugne e albicocche – opportunamente essiccati e conservati, in luogo delle costose mandorle e nocciole, che avrebbero però dovuto costituire l’elemento portante)].

[“E BÁNE” hanno una composizione non molto dissimile, nel contesto dei BELLARIA a quella espressa in merito alla CVPPEDIARVM MENSA (TAVOLA DELLE GHIOTTONERIE) di ROMA ANTICA – ricostruibile avvalendosi anche degli antichi lessici e citando qui ancora il CALEPINO – da quella di un tipo di dolce gradito a tutti e prediletto dai fanciulli come la CRUSTULA detti (CRUSTULA) AMYGDALINA (BISCOTTI ALLE MANDORLE) di cui si elencano qui gli Elementa o “ingredienti” tramandati anche nella tradizione = vale a dire Similago: quattuor unciae (Farina bianca: gr. 100) – Butyrum : quattuor unciae (Burro: gr. 100) Mel : duae unciae (Miele: gr.50) Amygdalae: duae unciae (Mandorle: gr. 50) Tres vitelli (Tre tuorli di uovo) = “Il pane costituì la base della dieta dell’antica Roma dal II secolo a.C., cioè da quando si diffuse l’uso del lievito, che permise la lavorazione del farro macinato non più solo per cucinare la puls, cioè la zuppa di farro, ma anche per impastare pagnotte e focacce di vario tipo, e cuocerle in forno. Il che innescò un netto cambiamento delle abitudini alimentari” (NOTA BENE = il termine è indubbiamente raro ma è sopravvissuto anche nel contesto di studi di dialettologia come questo vocabolario ottocentesco di Casimiro Zalli ove, confrontando termini piemontesi, italiani, francesi e latini, l’autore non solo cita con altre forme il latino crustularius come pasticciere ma in definitiva nomina a riferimento di alcuni dolci e biscotti del suo tempo crustula amygdolina seppur sotto due delle tante consimili forme come crustulum ex amygdalis ed ancora pastillus amygdalinus)].

… da far rilevare che questo sopra studiato duecentesco ( 25 novembre 1262 ) documento del notaio di Amandolesio costituisce il dato al momento antico sulla produzione di mandorle nell’agro del Capitanato di Ventimiglia e sue Ville

… doc. 515, 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Iacopa, Moglie di Guglielmo Maroso, vende ad Ingone Burono una pezza di terra, coltivata a fichi e mandorle, situata nel territorio di Ventimiglia, a Portiloria, per il prezzo di 3 lire e 18 soldi di genovini di cui lascia quietanza] [ 25 novembre 1262 (Ventimiglia) – Ingone Burone promette di restituire a Iacopa, moglie di Guglielmo Maroso, la terra da essa vendutagli, ed il relativo atto, di cui al documento precedente, se essa, entro un anno, gli verserà la somma di 3 lire e 18 soldi di genovini, prezzo della terra medesima ]

Anche per Soldano una fra le ville orientali di Ventimiglia destinate a costituire la seicentesca Magnifica Comunità degli Otto Luoghi tra XIII e XVI secc. risultano attestate colture aggregative in cui rientrano vari tipi di alberi tra cui quelli (di) avellanarum rotundarum e avellanarum longarum come colture di nocciole e mandorle = però l’analisi filologica più aggiornata di Plinio a riguardo dell’edizione critica della sua Storia Naturale, cui si debbono molti di questi fitonimi, non avvalerebbe l’identificazione delle avellanae con le mandorle ma piuttosto con le sole nocciole = VEDI ANCHE DI SALVATORE BATTAGLIA, SOTTO VOCE “AVELLANA” IL GRANDE DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA, UTET, TORINO, ANNI VARI, VOLUME I (tuttavia i dubbi persistono, anche per le tante trasformazioni linguistiche e terminologiche attraverso molteplici secoli = ed anche per la ragione che qui si parla di due tipi di avellanae cioè rotundae e longae cui Plinio non fa cenno: come non fa cenno un moderno e compianto fautore della Biblioteca Aprosiana Pier delle Ville alias Pietro Loi scrivendo delle avellanae nuces = passando attraverso il grasso latino medievale però le forme classiche (amandulaeavellanae) potevano aver assunto nel XVI secolo forme alternative od univoche con distinzioni date dalla descrizione della forma rispetto alla tipologia classica pur attestata nel 1262 tali cioè che le avellanae rotondae fossero in effetti le nocciole (tonde) e le avellanae longae (oblunghe) le mandorle, al modo che scrive F. Amalberti, Popolazione e territorio di Soldano nel secolo XVI in Il Catasto della Magnifica Comunità di Ventimiglia, Famiglie, proprietà e territorio (1545-1554), a c. di M. Ascheri e G. Palmero, S.A.S.V., Accademia Vemigliusa, Accademia di cultura intemelia, 1996, p. 229 e nota 30: nella stessa opera l’autore a p.230 scrive “Alcune località, dove mandorli e noccioli erano abbastanza numerosi, hanno preso i toponimi colari e/o colareo” secondo un termine, come precisa ancora l’Amalberti, usato per indicare sia il nocciolo che il mandorlo alla maniera che si legge in Nilo Calvini, Nuovo glossario medievale ligure, Genova, 1984)].

In occasione della Peste Nera del 1579-’80  Genova e la restante Liguria furono colpite in maniera impressionante con migliaia di morti,
causati dall’epidemia e dalla conseguente carestia anche per l’arresto dei rifornimenti, rimanendo immuni dal catastrofico contagio l’agro intemelio e alcuni Stati confinanti. Il Parlamento di Ventimiglia e sue Ville, onde soccorrere la capitale, deliberò allora una coraggiosa spedizione di derrate alimentari (costituite soprattutto da prodotti locali) tra cui risultano da ascrivere pure
…UNDICI SACCHI DI AMANDORLE…

…  questo atto notarile settecentesco concernente una vendita di un terreno in Camporosso coltivato a mandorli
In questo contesto assume importanza a riguardo di Camporosso qual storico produttore di mandorle la moderna constatazione a riguardo della località Ruge, sotto il vallone di Ciaixe verosimilmente un Castellaro proprio della Civiltà ligure preromana, ove vasta è tuttora la presenza di mandorli, anche inselvatichiti e in pratica divenuti un endemismo…

[resta utile far notare che, a prescindere dagli utili rifornimenti alimentari, molti dei prodotti inviati erano ritenuti in campo fitoterapico e nel contesto della tradizione popolare [senza dimenticare il ricorso, diffuso non solo fra il popolo, del ricorso a vari tipi di amuleti, come anche poi scrisse Ludovico Antonio Muratori nel suo trattato Del Governo della Peste (Modena, Soliani, 1714), opera in cui riprendese certe considerazioni di Teofilo Rinaldo (Rainaldo) di Sospello già corrispondente dell’intemelio erudito G. Lanteri] come forme più preservative che medicamentose contro il contagio pestilenziale (clicca e vedi) = compreso il vino, componente base di tanti medicamenti pressoché tutti i prodotti qui citati entravano infatti nel campo, pressoché infinito quanto inefficace, e trattato in tanti libri dei rimedi proposti contro la peste. Una significativa proprietà medicinale era attribuita anche alle mandorle o più precisamente all’olio di mandorle: vedi qui per esempio come col il contributo anche dell’olio di mandorle dolci sarebbero stati curati un uomo ed una donna colpiti dalla sifilide (o “infranciosati” come al tempo anche si diceva) secondo quanto scrisse nel suo Fulmine de’ Medici Putatitij rationali di zefiriele Tomaso Bovio Nobile Veronese, interlocutore Marsiglia, Zefiriele, Filologo.

Risulta utile qui proporre un particolare testo, che, essendo del XIX secolo, dimostra quante credenze fossero destinate a sopravvivere. Il testo in questione e qui multimedializzato porta un titolo emblematico = Dell’Olio preservativo sicuro e Rimedio contro la Peste e della causa della Peste, se di natura animale: lettera del Cons. A. A. Frari al Cons. Pezzoni a Costantinopoli, per Gio: Cecchini, Venezia, 1847 (la citazione dell’olio di mandorle rimanda a terapie antiche, specie in un libro come questo di metà 1800 = per esempio nel precedente Manoscritto Wenzel qui digitalizzato il dimensionamento delle proprietà farmacologiche dell’olio di mandorle che qui, pur trattandosi di malattie e terapie importanti, risulta ristretto ad un campo quasi solo estetico in merito alla caduta dei capelli)] .

Per l’Estremo Ponente di Liguria (vedi qui una carta digitalizzata ove i “numeri attivi” su cui “cliccare” indicano percorsi e accessi viari, primari e secondari), ove si evolse un fronte di rilievo, la Guerra di Successione al Trono Imperiale di metà ‘700 fu un vero e proprio dramma e per intendere ciò, oltre che già la lettura di inedite relazioni di testimoni oculari, vale il confronto tra questa carta del 1745, ove si riconosce ancora il rigoglio di colture e vita agronomica con questa altra e di ben poco posteriore carta stesa nel 1748 in cui con le ferite del territorio si riconoscono le devastazioni delle terre e la comparsa di fortificazioni dove poco prima sussisteva una laboriosa attività rurale.

Sventure, calamità, pandemie ed altro con la temuta conseguenza delle carestie come qui si vede son sempre esisitite e molto spesso si son coniugate con le violenze ed i saccheggi degli eserciti di maniera che proprio nel ‘700 si sentì l’esigenza di redigere nuovi regolamenti per la disciplina dei soldati non solo nel contesto delle forze armate ma anche in relazione ai rapporti con la popolazione civile.

Camporosso (vedi qui un approfondimento critico ma anche di fotografie e stampe antiquarie del borgo) poi, in particolare nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, città peraltro poi eretta a piazzaforte, aveva gravemente risentito già nel ‘600 gli effetti delle guerre tra Stato Sabaudo e Dominio di Genova = e i terribili danni apportati -per giunta dai soldati genovesi del generale Prato che avrebbero dovuto proteggere il borgo- oltre che alle persone specie alle colture mai risarciti dal Parlamento intemelio indussero il borgo ad essere tra i capofila per chiedere e ottenere la separazione da Ventimiglia per la parte economica organizzandosi entro la “Magnifica Comunità degli Otto Luoghi”

Con la Guerra di Successione al Trono Imperiale le devastazioni divennero spaventose ovunque anche per gli effetti dell’efficienza delle moderne artiglierie e delle trasformate tattiche di assedio con aggressioni sotterranee alle nemiche fortificazioni tramite mine ed esplosivi quanto con la creazione di nuove fortificazioni in molteplici luoghi già dedicati all’agronomia (qui ripresi da un testo ottocentesco ma per molti aspetti non troppo dissimili nella strategia di base).

Logicamente i danni potevano esser procurati da tutti, compresi briganti e civili, e nonostante il progresso il secolo XIX non fu facile = e come scrisse in un suo lavoro il parroco di Pompeiana G. B. Zunini per le cattive annate, le malattie dei vitigni tradizionali e la scarsa resa della zootecnia spesso la soluzione per molti consistette nella dura scelta dell’emigrazione.

da (suscettibile di integrazioni e varianti) Cultura-Barocca

Monaci e pellegrini nell’estremo ponente ligure

Tra luci ed ombre si è ricostruita la DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO ORIGINARIO NEL PONENTE LIGURE nell’ambito del quale hanno avuto dapprima peso varie esperienze monastiche [anche di natura eremitica ed ascetica orientale] e sviluppatesi su tutto l’arco ligure, senza escludere gli importanti insediamenti anacoretici in grotte e ripari dell’agro intemelio e delle future ville in particolare specialmente (oltre che nell’area di Bordighera) nel complesso della Cima della Crovairola tra Vallecrosia e S. Biagio della Cima: alle origini di questo primo apostolato risiedette, ed il processo durò a lungo sin oltre i tempi di Gregorio Magno, l’esigenza di deprimere la vitalità degli antichi culti idolatri attraverso processi di loro assimilazione nella teologia cristiana o di rovesciamento cultuale.

Dopo queste basilari esperienze religiose la Liguria, come tutta la Cristianità europea, fu caratterizzata dal grande e fondamentale apostolato dei BENEDETTINI cui (prescindendo dal mruolo essenziale avuto nella riscossa cristiana contro i Saraceni) risultarono strettamente legate alcune innovazioni importanti sia nel settore generale dell’agronomia e dell’alimentazione, in contrade prostrate dalle invasioni arabe sia in rapporto allo specifico settore della diffusione e del potenziamento dell’olivicoltura.

Attorno ai conventi, ai monasteri, alle più disparate strutture agricole e insediative benedettine, cosa non sempre citata a sufficienza, si concentrò una popolazione dispersa, ancora sgomenta per le violenze dei Saraceni: proprio dalla relazione di un vescovo genovese apprendiamo questa drammatica condizione di tanta povera gente: anche se i suoi dati si riferiscono all’area di Sanremo e Taggia dove i Benedettini del monastero piemontese di Pedona portarono conforto spirituale e ristoro socio-economico, per semplice linea comparativa oltre che sulla base di altri dati, è facile intendere quale enorme peso la missione benedettina abbia avuto per la ricostruzione del devastato Ponente ligure.
Nel territorio ventimigliese, come si è ricostruito dall’analisi di vari insediamenti monastici contemporanei a quelli delle aree di Taggia e Sanremo, si può anzi giungere alla conclusione che proprio intorno a Case benedettine si sia evoluto il ramificato complesso dei borghi minori e delle ville: meno lentamente di quanto si possa credere la popolazione rurale prese a concentrarsi sotto la protezione spirituale e temporale di questi monaci graditi ai feudatari locali e due caso emblematici, nella loro distinzione, sono quelli del Convento di S. Ampelio a Bordighera (in cui all’originaria esperienza eremitica si sovrappose una chiara matrice benedettina) e quello della chiesa benedettina di S. Pietro in Camporosso presso la quale si concentrarono i primi insediamenti urbani di tal paese della valle del Nervia.

Quando il Monastero di Pedona, a sua volta pesantemente colpito da assalti di Saraceni fu distrutto ed entrò in crisi irreversibile, le sue veci vennero, nel territorio intemelio, recuperate dai BENEDETTINI DI S. PIETRO DI NOVALESA in val Cenischia non lontano da Susa, che, scendendo verso il mare e superando le giogaie montane per la via del Nervia, portarono il loro apostolato nel territorio ventimigliese ed eressero un importante Priorato nell’area di Dolceacqua (il sito oggi detto del “Convento”) da dove irradiarono la loro opera e la loro spiritualità, attirando coloni e sparsi agricoltori che nei pressi del cenobio presero residenza fissa erigendo casolari e dando vita ad una notevole esperienza socio-religiosa di relazione: accanto ai Benedettini, ed alle loro esperienze “riformate”, dei Cluniacensi e dei Cistercensi, tra XI e prima metà del XIII secolo, si affermarono altri importanti ORDINI MONASTICI tra cui però, per l’agro intemelio, il suo entroterra e le sue ville, un ruolo di straordinaria portata, un èò come in tutta Italia, ebbero i FRANCESCANI che raggiunsero presto, per il loro infaticabile operato, grande rinomanza tra i ceti umili e gli abitanti delle ville agricole o marinare.

La genesi della Diocesi di Ventimiglia, per la stessa antichità affonda nelle nebbie del passato ma il suo studio è essenziale per inquadrare la trasformazione dell’antico municipio romano in un nuovo complesso geopolitico laddove la Diocesi, ancor più della Contea e del Comune, finiva per influenzare la delimitazione del territorio e la distinzione, pur all’interno di un solo corpo giurisdizionale e spirituale di Ventimiglia e delle sue ville, specie di quelle orientali destinate ad una grossa evoluzione, e poi ad una tormentata contrapposizione al capoluogo, sin a costituirsi autonomamente sotto il profilo economico, amministrativo e spirituale nella Magnifica Comunità degli Otto Luoghi.

Un momento importante nella storia della Diocesi ventimigliese, in merito alla suddivisione del suo territorio, si fa risalire a poco oltre la metà del 1200 quando i Canonici del Capitolo della Cattedrale (in quella particolare contingenza panitaliana che vide il clero secolare prevalere su alcuni grandi Ordini monastici in decadenza) procedettero ad una RIPARTIZIONE del patrimonio terriero ecclesiastico in 8 prebende.

Il torrente Garavano in questa divisione rappresentava un punto fermo della suddivisione di quel territorio diocesano i cui confini orientali (a differenza appunto di quelli occidentali) risultarono a lungo poco decifrabili e di cui solo in tempi recenti il compianto Nilo Calvini ha fornito un’esauriente identificazione al Ponte della Lissia presso Ospedaletti sì che, secondo tale motivata interpretazione, prima delle revisioni ottocentesche e dell’ampliamento del territorio della cattedra intemelia coll’agro sanremese e vari siti circonvicini, il territorio della diocesi intemelia anche nei tempi più antichi calcava la “giurisdizione ecclesiastica” che in una sua carta del 1752, sulla linea di costa, Panfilo Vinzoni identificò tra il limite occidentale presso Roccabruna e quello orientale segnato, per l’appunto, al ponte della Lissia.
Quest’ultima cittadina, con cui si “chiudeva” la parte orientale della Diocesi intemelia, racchiude nel suo nome una vicenda secolare di organi assistenziali, con terapie anche empiriche contro le grandi malattie dell’epoca, che si svilupparono proprio dal torrente Garavano sino alla medesima Ospedaletti coinvolgendo anche tutto il territorio delle antiche ville intemelie.
La ragione del fiorire di questi organismi assistenziali non era però legato solo a ragioni curative e di ricovero ma anche, se non principalmente, all’esigenza di dare ospitalità sotto un tetto e su dei letti decenti ai tanti viandanti che proprio in quest’epoca percorrevano il territorio ventimigliese.

Il rinnovato, intenso traffico, sia per la pur ardua linea di costa sia per il citato tragitto alpestre di val Nervia [arcaico TRAGITTO di genesi ligure, quasi certamente potenziato dai Romani, che per lungo tempo fu via di comunicazione fra Liguria Occidentale e Basso Piemonte] è citato soprattutto negli atti scritti a metà del ‘200 dal notaio Giovanni Di Amandolesio: esso risiedette in un grandioso fenomeno di espansione del Cristianesimo a scapito dell’ormai rallentato espansionismo islamico.

In un primo momento si ebbe infatti il grande fenomeno delle Crociate che raggiunsero pur provvisoriamente lo scopo di riconquistare alla Cristianità gran parte della Terra Santa e Gerusalemme in particolare: nello stesso tempo, seppur tra il lugubre bagliore dei roghi specie nella dolce PROVENZA dopo la feroce Crociata contro gli Albigesi, andava trionfando l’annosa lotta della Chiesa contro le ERESIE ANTICHE, già temute, coll’emblematico nome di Idra Eretica, quali espressioni di un inganno diabolico ma, in verità, ormai sfiancate da anni di lotte e persecuzioni.

Sulla secolare vicenda si innestò, dopo la vicenda puramente militare, un fervente fenomeno di pellegrinaggi alla volta dei Luoghi Santi della Cristianità

Il notaio di Amandolesio fece cenno ad un fervore di viaggiatori che dal Ponente ligure, ove si radunavano, si imbarcavano su vascelli di vario tipo per fare vela alla volta di Gerusalemme e recarsi alla ricerca dei siti in cui il Cristo predicò la sua dottrina: il di Amandolesio, oltre a ciò, fece spesso riferimento ad una intensità sempre in crescendo del traffico marittimo di merci e persone, che in un piano di generale rinascita dopo gli antichi terrori dei Saraceni, si stava sviluppando nel mare che da Ventimiglia e Ville portava verso Arles e Marsiglia come verso Roma: negli atti il notaio registrò un movimento davvero continuo di imbarcazioni di diversa stazza che sfruttava sia i due porti canale di Ventimiglia, quello antico del Nervia e quello del Roia, ma che si avvaleva anche di imbarcazioni a ridotto pescaggio come i copani per sfruttare dove possibile la navigabilità dei due corsi fluviali, all’epoca di portata molto superiore a quella odierna come hanno dimostrato tanti studi storici e idro-geologici.

A proposito del gran flusso di VIANDANTI e PELLEGRINI è sintomatico che tra i documenti redatti dal di Amandolesio compaia un testamento fatto redigere a metà XIII secolo da tal Ugo Botario che, fra altri lasciti, stabiliva delle somme di denaro da lasciare alle Confraternite dell’Opera del Ponte sia del Nervia che del Roia: si trattava di uno dei vari donativi, registrati dallo stesso notaio, fatti anche da altri testatori a vantaggio di questi due ponti che per essere in legno dovevano annualmente, con spese non indifferenti, essere restaurati dalle Confraternite.
Con lo stesso testamento il Botario lasciava altresì delle somme di denaro per alcuni Ospedali, retti da Confraternite religiose e sparsi per l’agro Ventimigliese tra Garavano e Ospedaletti.
Il denaro, stando a quanto si legge nel documento, sarebbe servito per comprare “sacconi e giacigli per i poveri viandanti”: si intende che gli ospedali oltre che a svolgere funzioni curative per gli ammalati erano anche dei ricoveri ove a pochissimo prezzo erano ospitati i viandanti ed in particolare i pellegrini che giungendo dal Basso Piemonte in particolare, ma anche da altri siti di Liguria, si valevano, come detto, del territorio di Ventimiglia e Ville come di un nodo di partenza verso i luoghi di Terrasanta liberati dalle imprese dei Crociati e da altri cavalieri cristiani tra cui un ruolo importante ebbero i Templari che nell’agro di Ventimiglia e Ville tenevano un loro Ospedale ove ospitavano i pellegrini di fede che spesso scortavano verso i luoghi santi della Cristianità.
Tanto fervore di viaggi e spedizioni, militari e no, era solo parzialmente legato alle Spedizioni in Terrasanta liberata dalle Crociate: in effetti altri porti erano da anteporre a quelli di Ventimiglia e ville per spedizioni in Terrasanta, tuttavia la grande frequentazione del Ponente ligure ad opera di viandanti e pellegrini provenienti dall’Italia ma anche da terre straniere del Settentrione trovava una particolare motivazione in una specifica contingenza di generale riscatto del Cristianesimo che, per le prospettive geografiche del tempo, finì per costituire un fenomeno planetario.
Infatti, dopo aspre campagne di guerra, i Sovrani cattolici della Spagna, secoli prima quasi interamente asservita agli Arabi, con la trionfale vittoria del 1212 a Las Navas de Tolosa, avevano quasi portato a termine la Riconquista cattolica della Penisola iberica relegando i nemici islamici nell’area di Granada donde sarebbero stati cacciati solo nel 1492.
La vittoria cristiana in Spagna fu intesa presto come un’impresa sostenuta dalla potenza divina e il Santuario di Santiago di Compostela, propugnacolo della Riconquista eretto dopo una vittoriosa impresa cristiana, finì per essere ascritto con Roma e la Terrasanta fra i luoghi tradizionali del pellegrinaggio di fede.
Esso raggiunse anzi tanta fama da diventare una meta storica dei viandanti della fede che vi si recavano (o mandavano loro emissari a portarvi qualche ex voto) sfruttando un documento, che divenne celebre ed ambito, il cui nome era, semplicisticamente, Visitandum: si trattava di un’utile guida per raggiungere, attraverso la Gallia, le Spagne e poi spingersi fin all’Atlantico presso cui sorgeva il Santuario
Questo fenomeno spiega la presenza a Ventimiglia di cavalli di buona razza, non destinati alla macellazione ma ad esser commerciati per dar ricambio ai viandanti, ai Santi pellegrini ed a quei bizzarri messaggeri di pietà cristiana che erano i cavalieri della fede a pagamento, veri e propri avventurieri che, per quanti non avessero le forze o mancassero di coraggio, tramite un particolare accordo, spesso redatto su un atto notarile, affrontavano il non facile viaggio per Compostela.
Sull’antica carta erano minuziosamente indicati tutti i luoghi spirituali che si sarebbero incontrati durante il lungo tragitto, spesso fatto per luoghi aspri e popolati di briganti: a partire dalle Gallie come si può notare tuttora sulla Carta del Visitandum erano segnati i 4 tragitti storici per Santiago, elencati partendo da Sud a Settentrione: il I Tragitto era identificato nell’area di Arles donde si recavano molti viandanti che eran giunti da tutta Italia nell’agro ventimigliese prendendo riposo ed ospitalità nei ricoveri ed Ospedali sparsi nei dintorni e di cui, dagli atti notarili, si son recuperati sì diversi nomi ma non tutti certamente, data la rilevanza del fenomeno pellegrino (e senza contare i ricoveri privati non retti da Confratelli ma da semplici cittadini che, dando ospitalità a prezzo più elevato e generalmente a ricchi borghesi od a nobili, si arricchivano in modo non indifferente).

Queste convergenze tra Pellegrinaggi, la rinnovata affermazione del Cristianesimo, l’aumento dei traffici viari e marittimi per contrade relativamente liberate dai predoni e fatte salve da Arabi e Saraceni ebbero un singolare effetto su tutta la Diocesi e l’agro di Ventimiglia dislocati geopoliticamente in un’area fondamentale di passaggi ed itinerari, dove si intrecciavano flussi di viandanti, ove soprattutto si poteva riposare e rifornirsi in previsione di partenze per destinazioni anche molto diverse.

POSTILLA SU CAMPOROSSO:

CAMPUS RUBEUS
originario insediamento rurale di origine romana [ il cui primigenio complesso demico nello straordinario areale topografico della CHIESA DI S.PIETRO ( inevitabilmente soggetta all’influsso delle case monastiche pedemontane e delle loro appendici sino al Convento dolceacquino di N.S. della Mota (Muta) e quindi all’influenza monastica dei Benedettini oltre che della loro vigorosa ripresa dell’agronomia in forza del sistema della Grangia ma anche, dopo la cacciata dei Saraceni del Frassineto e il ricontrollo cristiano dei tragitti, sito strategicamente eccezionale per i “Viaggi e i Pellegrinaggi della Fede” nei diversi Luoghi Santi), in epoche successive dimensionato quale contrata (contrada) = siti tutti, verosimilmente da tempi lontanissimi, raggiungibili per un ponte (guado? romano a pedate di tipo medievale?) sul Nervia imboccata, provenendo da est, una DEVIAZIONE DELLA STRATA ANTIQUA O “STRADA ANTICA” (GIA’ DELLA STRADA ROMANA?) secondo la direttrice delle Braie ] dovette per qualche scelta demografica o rurale esser “scivolato”, per quanto sappiamo dal XIII secolo, nell’attuale logistica.
per agevolare la lettura visualizza qui dalla CARTA NOTARI UN DISCORSO SULLE POSSIBILI TAPPE
DI UNA ANTICA VIA DEI PELLEGRINAGGI A SANTIAGO DI COMPOSTELA seguendo questo tragitto
chiesetta di San Rocco, a Vallecrosia, di San Giacomo di Camporosso, crinale di Ciaixe,” [in questo contesto assume importanza a riguardo di Camporosso qual storico produttore di mandorle la moderna constatazione a riguardo della località Ruge, sotto il vallone di Ciaixe verosimilmente un Castellaro proprio della Civiltà ligure preromana, ove vasta è tuttora la presenza di mandorli, anche inselvatichiti e in pratica divenuti un endemismo] rovine della grangia sottostante i Martinazzi, Santuario delle Virtù, San Rocco presso Bevera, Sant’Antonio sul crinale della valle di Latte e perduta chiesuola di San Gaetano sulla Spiaggia di Latte
[a proposito di questo auspicato approfondimento in merito allo spostamento di Pellegrini di Fede ma anche della conservazione di certi percorsi medievali colpisce questa  ******************CARTA DEL ‘700******************
in cui si indica il recupero di un tragitto con sorprendenti analogie con quello descritto dall’autore di un articolo edito nel sito della Cumpagnia d’i Ventemigliusi sotto la Categoria: TRADIZIONI INTEMELIE (Pubblicato on line: 24 Novembre 2016) specificatamente per quanto concerne le notazioni alla nota 10 (della carta si può vedere qui con integrazione critica
la specificità del superamento, tramite una deviazione, del Nervia, nell’areale di Camporosso
per ulteriori tragitti montani)]

da Cultura-Barocca

Sugli Ospedali medievali per i pellegrini

L’aspetto attuale dell’antica Chiesa (oggi di San Giovanni) di San Vincenzo di Vallecrosia (IM)

… degli OSPEDALI DELL’AGRO INTEMELIO non è rimasta quasi traccia ma… è da notare che la loro funzione per i pellegrini sopravvisse a quella di parecchi ricoveri di Genova e del Levante dato che il TERRITORIO DI VENTIMIGLIA (IM) rimase a lungo uno dei punti di partenza per il pellegrinaggio mai venuto meno verso le Spagne e soprattutto verso il SANTUARIO DI S. GIACOMO DI COMPOSTELA.

Il notaio di Amandolesio rogò a Ventimiglia (IM) un atto (7 settembre 1260) in cui alludeva a tali Gandolfo Leto e Ricolfo Rolando di una Domus de Cornia (scritta anche Cadetornia per Cadecornia) che aveva varie proprietà fondiarie: è possibile che la struttura ospedaliera avesse la casa madre nella zona di Latte e che valesse per i pellegrini in movimento alternato, sia dalla Provenza in direzione di Roma o, più estesamente, diretti alla volta della Terrasanta: l’identificazione che l’ospizio sorgesse nel circondario di Latte (a ponente del centro urbano di Ventimiglia) sembrerebbe avvalorato dall’uso di una dicitura inconsueta, utilizzata in un atto del 7-X-1507 dal notaio Bernardo Aprosio, che dice in volgare “Laite osea la casa de corni”.

Ospedaletti (IM) vista dalla zona della Madonna della Ruota di Bordighera

Nella prebenda orientale, nell’area compresa tra Bordighera (IM) ed Ospedaletti (IM), esisteva un OSPEDALE SANCTE MARIE DE ROTA [destinato attraverso i secoli ad un lento ma inarrestabile degrado, pur finendo per dar nome ad una località di Bordighera dal moderno nome della chiesa, ridotta al rango di cappella di NOSTRA SIGNORA DELLA RUOTA], citato in vari atti ed anche nei documenti della “Signoria Doria di Dolcecaqua”: è impossibile oggi sapere quale significato avesse avuto per l’erezione della struttura ospedaliera l’esistenza nelle vicinanze, sulla riva del mare (dove sgorga tuttora), di una SORGENTE SOLFOROSA POPOLARMENTE GIA’ RITENUTA -SULLA LINEA GERGALE DELLA TEORIA FUOCHISTA- RESIDUO DI UN MITICO VULCANO e se la stessa fosse stata assimilata nel contesto di una struttura ecclesiastica per un processo di SCONSACRAZIONE/ RICONSACRAZIONE E/O SINCRETISMI e, successivamente, quale ruolo avesse avuto la stessa SORGENTE (al pari di quella di LAGO PIGO) per la CURA DI VARIE MALATTIE sia di Pellegrini che di ammalati (tenendo conto che facilmente i due elementi qualificativi potevano concentrarsi in un’unica persona, quella del viandante di fede ammalato e nonostante tutto intenzionato a proseguire nel suo pellegrinaggio).
Si giungeva all’Ospedale dalla val Nervia per vari percorsi in direzione sud-est ma il cui centro di riferimento era la chiesa di S. Pietro a Camporosso ed esso costituì un’importante base di ricovero pei viaggiatori che procedevano verso il porto GENOVA donde imbarcarsi per i lidi di ROMA e del LAZIO.

Il Consorzio Agrario a Nervia di Ventimiglia (IM)

A proposito del contesto intemelio la più grande struttura ospedaliera (con probabilità l’OSPEDALE DE ARENA) doveva trovarsi nell’area di Nervia che ne riproduce in qualche modo il toponimo:”vico arene”.
In quest’area, nella quale dovette espandersi la città romana, si sono fatti nell’anno 1987 delle osservazioni interessanti.
L’analisi ha finito per focalizzarsi sul complesso insediativo che procede a lato dell’Aurelia partendo dal “Consorzio Agrario” e procedendo in linea retta verso ponente per qualche centinaio di metri.
In un edificio (proprio coerente coll’area nominata “arene/ arena” e col sito nominato nella dizione locale “terra dei frati”) le cantine e alcuni servizi risultano ricavati ad un livello notevolmente inferiore all’assetto stradale e dopo la scrostatura di più mani di intonaco, di tempi molto vari, si sono rinvenute tracce in muratura con mattoni di produzione locale alternati a vistosi interventi edili compiti con ciottoli di fiume legati con malòta.
Le parti viste presentano un succedersi di soffitti a volte e di vani falsi, realizzati da spazi molto più ampi con la costruzione di archi più recenti che fanno leva su robuste colonne costruite con una tecnica a mattoni regolari.
Una gettata di cemento funge ora da pavimento nelle cantine ma appena sotto si individuua il deposito medievale/ tardo romano di sabbia alluvionale.
La meglio studiata fra queste cantine sul lato ovest si chiude per mezzo di una parete dove si nota una NICCHIA del tutto identica a QUELLE della COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE’, che servivano agli ammalati per depositarvi gli effetti personali.
Sotto la NICCHIA si vede poi ricavata nel muro una sporgenza di identica tecnica muraria la cui destinazione è illeggibile pur facendo pensare ad una qualche funzione di sostegno per tavole, panche od altro.

Anche ai PIANI DI VALLECROSIA si conservava fino a non molto tempo fa un edificio monastico dall’incerta lettura che ha fatto pensare ai resti di una qualche STRUTTURA OSPEDALIERA.

Da atti del notaio di Amandolesio (doc. 559, 4-V-1263, doc. 560, 6-V-1263, doc.558, 4-V-1263, doc. 571, 26-VI-1263) la casa ospedaliera risulta sita “a Ventimiglia, sulla spiaggia del mare presso Cardona”, nel sito identificabile fra la vecchia chiesa di S. Giuseppe -già area di un vetusto S.Nicolò- e l’ agglomerato geologico dello SCOGLIO ALTO (dagli atti si riconosce che questo ospizio come quello de Arena fu base per i viandanti verso Oltremare, tra cui stavano Cavalieri e Crociati: in particolare il documento del maggio 1263 si riferisce ad un contenzioso per cui certo Oberto Giudice nominò qual suo procuratore Guglielmo Enrico per riscuotere da Ianone di Monaco e Nigro Iaculatore le somme relative alla fideiussione da loro prestata a favore di Michele de la Turbie non presentatosi all’imbarco sulla GALEA destinata alla volta della ROMANIA termine col quale nel medioevo si indicavano i territori dell’IMPERO ROMANO D’ORIENTE O IMPERO DI BISANZIO ORAMAI DECADUTO QUANTO UN TEMPO VIGOROSO ANTEMURALE CONTRO L’ISLAM E POI L’IMPERO DEI TURCHI: una meta particolare divenne la PENISOLA GRECA DESTINATA AD ESSER ASPRAMENTE CONTESA PER SECOLI TRA CRISTIANITA’ E IMPERO TURCO ove dopo la IV CROCIATA e la presa di Costantinopoli ad opera dei Crociati specialmente i Veneziani ed i Genovesi posero le basi per un’intensificazione dei loro commerci e per la protezione delle loro colonie dalle incursioni degli Arabi: v. Albintimilium…, cit., II,2,11).

L’OSPEDALE DE CLUSA dipendeva totalmente dal Capitolo: non senza ragioni si propende ad identificarne la logistica nell’area tra il torrente Garavan di Mentone e il sito dei Balzi Rossi dove, da tempo immemore, si conserva -fra alterazioni fonetiche e ortografiche- il toponimo (che verisimilmente prese nome dalla struttura scomparsa ma che servì poi per indicare una zona coltivata ad agrumi) Le Cuse, nome di luogo registrato parimenti nella settecentesca cartografia del Dominio di Genova quanto della Diocesi di Ventimiglia (di cui si riprende il PARTICOLARE che interessa dal Tipo della Diocesi di Ventimiglia redatto da Panfilo Vinzoni nel XVIII sec. e conservato ora a Bordighera presso l’Ist. Internaz. di Studi Liguri).

Gli OSPIZI DI S. MICHELE E OLIVETO (forse doppia nominazione per una singola struttura magari colla gestione frazionata in due case di fondazione benedettina di Lerino) : come si individua facilmente dalla logistica di queste strutture, era loro funzione ospitare pellegrini per le SPAGNE accedendo per “via di mare” o per “tragitto di costa” al FONDAMENTALE NODO VIARIO E DI SMISTAMENTO DELLA PROVENZA E DI ARLES IN PARTICOLARE (a tutte la case ospedaliere si facevano lasciti per sacconi o pagliericci, indumenti e vestiti a vantaggio di malati, viandanti e poveri: Albintimilium…cit., cap. II, 11).

Ventimiglia (IM) – Chiesa di San Michele

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era invece fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio , scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).
Una “base templare” a Bordighera non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia, di cui si disquisisce nella Scansione di seguito sviluppata sugli insediamenti demici e fortificati del contado).

Per ricostruire la TIPOLOGIA di queste STRUTTURE DI RICETTO E CURA bisogna rifarsi alle strutture superstiti di cui si ha certezza come nel caso della COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE’ A GENOVA.
Verisimilmente erano distinte in due aule, non comunicanti tra loro: una riservata agli ammalati veri e propri e l’altra ai pellegrini in cerca soltanto di riposo.
Una successione di giacigli (i “sacconi” come si legge nei documenti del XIII secolo) serviva per ospitare malati e pellegrini: questi verisimilmente potevano poggiare su delle panche o delle NICCHIE ricavate nel muro il loro modesto bagaglio.

da Cultura-Barocca

La Via Romea nel ponente ligure

Piène Haute, piccolo villaggio tra Val Bevera e Val Roia: antica Penna

I PELLEGRINI duecenteschi, tra cui molti aderenti ad ORDINI CAVALLERESCHI, che (mossi da ragioni varie -non escluso il commercio- ma spesso sinceramente indotti da PROFONDE ESIGENZE DI FEDE a compiere STRAORDINARI QUANTO FATICOSISSIMI VIAGGI verso i LUOGHI SANTI DEL MONDO CONOSCIUTO) scendevano dal PIEMONTE nella val Nervia (e lungo la VIA ROMEA DEL NERVIA), per raggiungere il mare od i tragitti costieri, in definitiva avevano a disposizione TRE VARIANTI DEL PERCORSO, appena raggiunta (procedendo dall’ALTA VALLE cui potevano esser entrati per la DIRETTRICE PRIMARIA o una sua utile UTILE VARIANTE) la località detta “PORTUS/ PORTU in DOLCEACQUA (dove peraltro fu ipotizzata l’esistenza di un Ospizio annesso alla chiesa romanica di S. Giorgio).
La scelta dei diversi percorsi per accedere al mare poteva peraltro essere condizionata dal fatto che le METE SANTE erano varie, trattandosi a volte di celebri abbazie, (MONTECASSINO per es.) oltre ai TRE LUOGHI SANTI PER ECCELLENZA A QUEL TEMPO e cioè la città di ROMA, il santuario spagnolo di SANTIAGO DI COMPOSTELA e i siti di TERRASANTA pur con tanta difficoltà e alterne vicende strappati agli ARABI dalle IMPRESE MILITARI di CAVALIERI e CROCIATI.

Essi erano in grado di procedere sul TRAGITTO DI FONDOVALLE, raggiungendo celermente la BASSA VALLE e quindi la LINEA DI COSTA dove stavano gli approdi marittimi e gli OSPIZI DEL NERVIA.

Tracciando la via Airolis (già dalla MEDIA VALLE DEL NERVIA), potevano altresì pervenire allo scalo nuovo del Roia ed agli ospedali di Cardona e Cornia o diversamente accedere, oltre che sulla disagevole linea costiera, al tragitto antico di sublitorale che portava ad Occidente (un cui “cardine” si riconosce tuttora nel “Passo dello Strafforco”. Anche se, come si evidenzia da una Relazione genovese del 1624, questa diramazione si innestava in una strada piemontese del Sale che giungeva nell’area monegasco-francese per continuare verso Ovest:”….da Mentone per strada del traffico del Sale commoda per carri si va a Sospello, luogo e borgo grosso dove si potria far massa di gente e tutte le ville e castelli circonvicini del Contado di Nizza, Valle di S. Martino e Lantosca dominio di Savoia, e per detta strada del sale si può venire nel Dominio della Repubblica vicino alla Penna due miglia o poco meno per il passo dell’ Oliveta, passo facile a guardarsi per esser strada e paesi da se stessi facili per esser precipitosi a non potersi cavalcare, e all’istesso modo segue sino a Bagliorà passo similmente facile a guardarsi per le ragioni suddette e continuando con strade cattive si arriva allo Straforco, passo buono e facile a trincerarsi e da guardarsi, e superato , che Dio non voglia, si viene alla volta della Città passando per il passo della Fontana di Peglia…”).

Come TERZA soluzione, onde far cammino sul porto di Genova, scendendo lungo il corso del Nervia, i viandanti potevano servirsi della citata diramazione VERSO BAIARDO E LA VALLE ARGENTINA: tuttavia da DOLCEACQUA esisteva una deviazione naturale, utile per sfuggire agli impaludamenti sempre possibili alla foce del Nervia, lungo la via loci Junci.
Entrati nella valle del Crosa non era proibitivo proseguire, attraverso i campi dell’Armantica, tra Vallecrosia-S. Biagio e le alture di Bordighera, sin agli scali artificiali a manca della Rota, nell’area costiera di Bordighera ed Ospedaletti, presso l’Ospizio canonicale della chiesa intitolata a Nostra Signora della Rota al CONFINE ORIENTALE della DIOCESI INTEMELIA [naturalmente in quest’area. per via di mare soprattutto e spesso ospiti dei tanti OSPEDALI-RICOVERO dell’agro intemelio si andavano concentrando anche i pellegrini che per altre vie erano giunti dall’area lombarda procedendo per la deviazione su SAVONA e soprattutto i tanti VIANDANTI che da ogni parte d’ITALIA eran qui giunti avendo come BASE DI RIFERIMENTO il grande porto di GENOVA.

L’opzione pei diversi tragitti, da Dolceacqua, non era sempre legata a scelte prioritarie ma dipendeva pure dalle condizioni logistico-ambientali, particolarmente difficili in autunno ed inverno : su queste vie brulicava comunque in ogni stagione una variegata umanità di pellegrini e cavalieri, viandanti di commercio, religiosi di diversi Ordini, studenti, chierici ed avventurieri.

da Cultura-Barocca

1260: un principe di Castiglia sbarcava sul Roia

Ventimiglia (IM): il Roia verso l’odierna foce

Nei primi mesi del 1260 MANUELE, fratello del Re di Castiglia Alfonso X detto “il Saggio” e quindi figlio di Ferdinando III “il Santo” (colui che aveva edificato S. GIACOMO DI COMPOSTELA), sulla scia di una tradizione di viaggi propria di tanti CAVALIERI, PELLEGRINI E CROCIATI – era giunto al PORTO SUL ROIA/ROJA nell’attuale Ventimiglia (IM).

A testimonianza di strutture atte all’uso di viaggiatori, da G. Rossi (lo storico che riportò alla luce il centro demico principale del municipio romano di Albintimilium) venne individuata in Ventimiglia l’iscrizione di una fontana che dettava “AD COMMODITATEM NAVIGANTIUM”. Parimente è interessante lo zoccolo dell’abside di questa chiesa di Porto Maurizio che sembra il residuo di un edificio più antico del XII secolo  e su cui sarebbe stata poi costruita la chiesa nel 1362, ove venne individuta l’iscrizione più antica “IN COMMODUM PEREGRINORUM”.

Presso il COMPLESSO PORTUALE DI VENTIMIGLIA una varia umanità ferveva di vita, particolarmente quella costitutita da CAVALIERI, CROCIATI, MEMBRI DI ORDINI CAVALLERESCHI RELIGIOSI MILITARI (CLICCA PER VISUALIZZARE I BASILARI APPROFONDIMENTI) che erano in fermento nell’attesa delle distinte mete, specie per i luoghi ove si imponeva la loro presenza a fronte degli ARABI A GERUSALEMME E IN TERRASANTA (CLICCA E VISUALIZZA)].

MANUELE (verosimilmente ristoratosi, assieme al suo seguito, presso qualche Taverna o Locanda – strutture riprese se non continuate da una tradizione romana, del resto motivata da queste importanti aree di passaggio e commercio – sempre che, dato il retaggio, non avesse usufruito di qualche privata ospitalità – s’era poi volto ad una destinazione mai dichiarata.

Esaminando i lavori storici del Muletti sulle vicende feudali ed ecclesiastiche del Saluzzese si può tuttavia ipotizzare che questo viaggio fosse connesso ai contatti intavolati da Manuele, per Alfonso X, con Guglielmo VII, Marchese del Monferrato dal 1253 al 1292, nel periodo in cui questo andava cercando presso la Corona di Castiglia un’alleanza contro i suoi nemici storici, gli Angioini.

GIOVANNI DE PORTA DA PIACENZA (del personaggio certo noto ai suoi tempi poco si sa),  che prestava servizio al seguito di Manuele e conduceva con sé due CAVALLI, uno BAIUS ed uno FERRANDUS, si riposò in un OSPIZIO PRIVATO di Ventimiglia, donde ripartì presto per raggiungere Manuele dopo aver lasciato in custodia nella stalla dell’ospizio i due animali ormai sfiniti.

Questo ricovero era sito nella città di Ventimiglia ed apparteneva ad una certa Beatrice, vedova di Filippone di Gavi. Tale struttura privata è prova di quanto stesse ridivenendo lucroso per singoli cittadini trarre cespiti dalla riscoperta attività di ristorazione.

[ è da dire che verso la metà del XIII sec. tramite OSPEDALI oppure con la loro presenza in sinergia con altre strutture assistenziali o caritative si ha un certo quel recupero dell’HOSPITALITAS degli ETNICI ROMANI e quindi VIEPPIU’ RIPRESA DAL CRISTIANESIMO come QUI SCRIVE G. B. CASALI nel contesto di una amplificazione da HOSPITALITAS A VERI E PROPRI OSPEDALI (TESTO IN ITALIANO SEICENTESCO) invero come qui si legge BEN ELENCATA DAL PIAZZA IN QUESTO SUO VOLUME SU ROMA NEL ‘600 = COMPRENDENTE ANCHE L’ELENCO, OLTRE CHE DEGLI OSPEDALI URBANI PER I CITTADINI DI ROMA, ANCHE QUELLO PER VISITATORI STRANIERI, CON LA RELATIVA SPECIFICAZIONE PER LE NAZIONALITA’ DI APPARTENENZA ].

Atteso comunque il fatto che i personaggi di rango come quelli sopra menzionati – ma anche diversi ricchi mercanti – cominciavano a disdegnare la calda ma ruvida ospitalità dei ricoveri religiosi (di Amandolesio, doc.232) è da dire che i personaggi in questione e la figura del CAVALLO rimandano alle vicende dei Cavalieri e delle Crociate. Per i viandanti di estrazione non elevata e comunque per vari non agiati mercanti l’animale per elezione compagno di viaggi interminabili era invece il robusto MULO, CONNESSO ALLA CIVILTA’ DEI CARRETTIERI E DEL CANE CARRETTIERE

da Cultura-Barocca

Vessalico sul sistema viario del Nava

Vessalico (IM) - Fonte: Wikipedia
Vessalico (IM) – Fonte: Wikipedia

Il paese di Vessalico (IM) fu a lungo soggetto a PIEVE DI TECO.

Sorge lungo l’ASSE VIARIA che conduceva all’OLTREGIOGO e quindi al PIEMONTE.
L’insediamento delle origini stava sulla sponda destra del torrente in località detta Borgo del Ponte Nuovo: qui si notano infatti i resti di un ponte risalente forse al tardo medioevo.
Sotto il profilo politico amministrativo il complesso demico di VESSALICO apparteneva alla MEDIA VALLE DELL’ARROSCIA ed in antico era quindi soggetto all’autorità feudale dei nobili Clavesana, appertenenti ad un ramo della casata del marchese Bonifacio del Vasto, che erano andati ad insediarsi sempre più in queste contrade tra l’XI e il XII secolo. Gradualmente in quest’area territoriale si inserì la Repubblica di Genova in piena espansione: finalmente ne fece una specie di protettorato e contrafforte strategico da opporre all’altrettanto vivace espansionismo del marchesato di Ceva. Successivamente i decaduti Clavesana (1386) cedettero definitivamente a Genova tutti i diritti che avevano maturato in siffatte contrade. Quando però Genova giunse nelle mani dei Visconti, Signori di Milano, questi ultimi, nel 1421, infeudarono del territorio della VALLE ARROSCIA Francesco Spinola che qui esercitò direttamente la sua autorità per il periodo compreso tra 1426 e 1439. Il definitivo ritorno delle contrade alla Repubblica di Genova, tornata pienamente autonoma, data del XVI secolo, passando attraverso una sorta di TRANSIZIONE FISCALE SOTTO IL CONTROLLO DEL BANCO DI S. GIORGIO.

Dal punto di vista del patrimonio artistico e monumentale è interessante l’area della chiesa romanica di S. ANDREA del XII secolo che forse è di ORIGINE MONASTICA BENEDETTINA.

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Vessalico (IM), Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maddalena – Fonte: Wikipedia

La PARROCCHIALE DI S. MARIA MADDALENA data invece del XIV secolo e conserva una serie di affreschi meritevoli di una visita.

Vessalico (IM), Oratorio della Visitazione - Fonte: Wikipedia
Vessalico (IM), Oratorio della Visitazione – Fonte: Wikipedia

Un edificio religioso assai significativo di VESSALICO è la CHIESA SANTUARIO DI N. S. DELLA VISITAZIONE (nella cultura locale anche detto SANTUARIO DELLA MADONNA DEL PONTE).
Il SANTUARIO edificato ad una sola navata a pianta ellittica secondo il gusto del barocchetto ligure risale al 1778, ma fu eretto su una CAPPELLA DI VIA, aspetto cui fanno pensare alcuni ritrovamenti archeologici ed in particolare i resti di una mulattiera e il ponte antico dietro la chiesa.
Data la posizione di VESSALICO non si può far a meno di pensare che questa CAPPELLA non fosse altro che uno dei tanti edifici religiosi eretti per la SOSTA ED IL RISTORO DEI PELLEGRINI.
Peraltro è sintomatico – solo per un confronto di ordine testimoniale – il rapporto intercorrente fra questa CAPPELLA VIARIA e il SISTEMA VIARIO DEL NAVA che ha da sempre rappresentato una linea di PASSAGGIO MARE-MONTI e dove non son mancate tracce di STRUTTURE RICETTIVE PER PELLEGRINI.

da Cultura-Barocca