Templari nel ponente ligure?

Bordighera (IM) – Chiesa della Madonna della Ruota

Tra Piemonte, Francia e Liguria occidentale sopravvive il ricordo di un priorato templare a Sospel, di una base a Tenda e poi di un Ospedale del Tempio sulla costa intemelia (la parte di Liguria più prossima alla Francia) che, come si evince dai notai duecenteschi, era preposto al ricovero dei viandanti prima che si imbarcassero per la Palestina od i Santuari delle Spagne (non eran rare le occasioni in cui, dietro un compenso pattuito con un atto legale, uno o più monaci templari si impegnassero a scortare gruppetti di viaggiatori se non, addirittura, a condurli – sempre ben protetti – sulla flotta che allestirono nelle spedizioni in Terrasanta).

I Templari, oltre ad essere frati guerrieri, a combattere gli Arabi ed a proteggere seppur dietro compenso i “Pellegrini del Sacro”, gestivano un po’ ovunque, sia sui percorsi per le SPAGNE che per la TERRASANTA , dei ricoveri per viandanti, degli OSPEDALI in cui tuttavia oltre che il riposo ed il conforto del cibo ai viandanti, sempre dopo pagamento, mettevano a disposizione le loro conoscenze in campo medico .
Alcuni fra loro avevano rafforzato queste competenze soprattutto con la frequentazione di quei medici arabo-egiziani che avevano tratto la loro formazione dai testi greci = dopo il crollo della Romanità la Medicina nell’Europa Cristiana era degradata a livelli modestissimi ed era stata recuperata soprattutto sulla scia della Scienza Araba da cui i Cavalieri del Tempio appresero molte nozioni specie quelle collegate all’arte dei Rizotomi, poi Aromatarii e quindi Erboristi (come qui aprofonditamente si può leggere) non sempre, però, condivise dall’ecumene della Cristianità per interferenze – certo suggerite dalla superstizione e dal rifiuto del mondo antico- sia con il contesto pagano ed idolatra quanto con l’interferenza di occulte forze demoniache: tutte cose che, ben manipolate, avrebbero contribuito ad alimentare una certa quanto ingiusta “leggenda nera dei Templari”.
Dalla medicina e dalla scienza degli Arabi i Cavalieri del Tempio avevano oltre a ciò ricavate ulteriori nozioni, del tutto incomprensibili nell’Europa Medievale quanto non completamente prive di fondamento ed utilità: contestualmente alcuni di loro si erano accostati alla sempre controversa disciplina dell’ALCHIMIA sì da poter esser ritenuti – laddove li si volesse colpire ed attaccare per qualsiasi ragione – anche praticanti di magia.

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era un fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia (IM) di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del notaio di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio, scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).

Una “base templare” a Bordighera (IM) non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia).

Questi frati guerrieri raggiunsero presto grande potenza per il loro ruolo di “guardiani delle vie di mare e terra”; anche se non mancarono casi in cui un esasperato giudizio di potere li indusse a far uso indiscriminato delle armi (così per esempio, poco dopo la metà del XIII secolo, un Templare di nome Raimondo Galliano o Galliana, in un eccesso di violenza forse anche perché provocato ma comunque sempre contro le normative dell’Ordine ferì a morte in Ventimiglia tale Guglielmo da Voltri = cart.56, not.di Amandolesio).

Scrive in proposito Sergio Pallanca: “… dalla biblioteca Reale del Belgio un documento datato l’anno 1257 relaziona di un fatto di sangue accaduto in Ventimiglia per mano del Cavaliere Templare Raimondo Galliana, non è chiaro se appartenente alla Domus di Ventimiglia o alla Precettoria di Seborga. Raimondo Galliana, nato in Castelvetro Piacentino, rientrato ferito dalla Terra Santa, divenne Maestro nel 1240 e fu Precettore di S. Margherita in Fiorenzuola d’Arda dal 1241 al 1244. Nel 1251 lasciò Fiorenzuola e venne trasferito a Santo Stefano d’Aveto e da qui a Torriglia da cui dipendevano le Mansioni collocate nell’Alta Valle dello Scrivia, quelle della Val Trebbia e Gattorna, fondata dai Cistercensi. Ecco quindi che il Maestro Galliana, inviato a Seborga nel 1256 per volere del Gran Maestro Tommaso Berard, aveva il compito di salvaguardare il territorio spettante al convento di San Michele, che Genova cercava di assoggettare, e di imporre il rispetto confinario al rappresentante della Repubblica, Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo in Ventimiglia, descritto quale uomo rude, ignorante e fanatico ghibellino.
Il Galliana si oppone con fermezza ai vari tentativi di usurpazione terriera del Capitano di Genova e, ligio al suo compito resta ben presto inviso ai genovesi della ” Rocca ” [il castello – appartenente al grande complesso delle fortificazioni della Ventimiglia medievale – costruito dai Genovesi a dominare Ventimiglia (dopo la faticosa conquista che fecero della città nel 1221 agli ordini del loro comandante Lottaringo di Martinengo) dall’alto di quello che oggi è chiamato Monte delle Monache].
Provocato da Gugliemo da Voltri, soldato presso la Rocca, nella primavera del 1257, con un fendente di spada il Galliana ferisce alla testa e alla mascella il soldato genovese che poco dopo muore. Interviene il Capitano Boccanegra che a nome della Repubblica ordina l’arresto del Templare, ma il Galliana si oppone alla punizione dichiarandosi esente da ogni giurisdizione civile ( I Templari – nella complessa organizzazione della Chiesa – risultavano però sotto l’ esclusiva e diretta giurisdizione del Papa ) [per approfondire questa sottile e vastissima tematica è però sempre opportuno consultare la basilare Bibliotheca Canonica, Juridica, Moralis, Tehologica …., di L. Ferraris in merito a diverse voci concernenti sia il contesto ecclesiale nella sua globalità (non escluse per esempio le peculiarità giurisdizionali della titolatura di Abate) quanto molte voci connesse anche all’ aspetto aspetto materiale e monumentale oltre che spirituale della Chiesa stessa].
Si ricorre allora al Vescovo della Diocesi di Ventimiglia, Azzo Visconti di Milano, fervido oppositore della politica ghibellina genovese che, con lettera al Capitano e al Senato di Genova, si dichiara offeso nella dignità pastorale: “non essere io né custode né guardiano di un templare o chicchessia”. Il Galliana resta impunito e di tutto ne dà sentenza lo stesso Vescovo il 9 ottobre 1527.
Lo stesso giorno, richiamato in Seborga presso il Capitolo, il Maestro Templare subisce un processo dall’Ordine in cui viene privato degli onori della Maestranza e svestito della Mantella di Cavaliere.
Non dobbiamo dimenticare che se i Templari erano monaci armati erano autorizzati come dettava la loro Regola ad usare le armi solo contro gli Infedeli e contro gli animali feroci ma solo a scopo di difesa (art. 46 e 47) con la sola eccezione del Leone da attaccare incondizionatamente ( art. 48).
Trasferito a Nizza Marittima, dopo una penitenza di tre anni in cui è semplice inserviente per avere agito contro la Regola, è riconsacrato Cavaliere.
Viene quindi inviato nella Precettoria ospitaliera di S. Maria, al Passo delle Finestre, a nord dell’attuale Parco francese del Mercantour. Non si ha notizia se il Galliana fosse ancora là nell’Anno del Signore 1307, anno in cui i Legisti di Filippo il Bello, Re di Francia e Vescovo di Parigi, guidati dalla Curia di Nizza massacrarono tutti i Cavalieri presenti nella Precettoria di Santa Maria delle Finestre .
..”.

da Cultura-Barocca

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Ventimiglia (IM) e le Ville nel XVII secolo

La Loggia dell’antico Magazzino dell’Abbondanza di Ventimiglia (IM)

Nel 1622 (vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli [la zona di Ventimiglia viene definita intemelia] erano arruolati come soldati locali (“militi villani” di guardia alla frontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita:”La città di Ventimiglia ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà ‘800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti”(“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).
Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)” si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull’arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.
Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE PRESUBIBILMENTE DI G. G. LANTERI indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai “nemici”) pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634): degli eventi esiste pure una contestuale RELAZIONE DEL VESCOVO GANDOLFO (questa che venne consultata presumibilmente dal Lanteri fu trascritta entro una sua opera dal II Bibliotecario dell’Aprosiana Domenico Antonio Gandolfo).
Nonostante questa loro fedeltà a Genova i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un’impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si “finse”, di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.
All’8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL’UFFICIO DELL’ABBONDANZA: manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Interna. di Studi Liguri – Bordighera). Nell’ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l’organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell’amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l’equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: ” … si provvide per gli ufficiali dell’abbondanza di fare quadrare i passi a confini…” mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì “abbondanziere” il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).
Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “…Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell’abbondanza, cioè dei viveri dei soldati…” (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d’Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).
Abbondanza od Annona che fosse, l’Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità “…un vecchio errore di economia pubblica, l’annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli…” (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l’economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l’ANNONA era più estensivamente “il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie”.

Sotto quest’ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l’Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l’Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatorie, all’8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA.
I nobili di Ventimiglia, che ne ebbero sostanzialmente il controllo a scapito degli OTTO LUOGHI, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento dell’ UFFICIO DELL’ ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all’Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell’Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l’istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l’idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell’Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell’area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.
Nel contesto dell’annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie Bordigotti che nel XVIII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l’assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell’Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale (senza calcolare la difficoltà d’accesso ad altri uffici presenti solo nella città tra cui IL LOCALE PUBBLICO OSPEDALE)
Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell’Abbondanza alle Ville dall’altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all’organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.
In effetti circa novanta anni prima (7 giugno 1543) due esponenti del COLLEGIO DEI PROTETTORI DI SAN GIORGIO Giovanni Imperiale e Antonio de Fornari con le loro ordinazioni e alla presenza dei rappresentanti delle Ville Antonio Rondelli e Giovanni Antonio Guglielmi e di Ventimiglia i “Magnifici” Battista Galeani e Luca Sperone, avevano tentato una COMPOSIZIONE IN 36 CAPITOLI
dei rapporti socio economici tra la Città di confine e le sue dipendenze rurali.
In particolare preso atto della non corretta gestione di sanità si tentò anche di instaurare un più corretto rapporto sulla gestione del pubblico ospedale (punto 34) e di meglio controllare l’operato del medico pubblico (punto 27) ma l’unico vero e concreto risultato si sarebbe ottenuto, con molto altro, solo dal 1693 con l’
equiparazione dei diritti tra villani e cittadini nella fruizione dell’OSPEDALE DI SANTO SPIRITO essendosi ormai ratificata la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi ed essendo in atto l’annosa procedura di divisione tra le aree amministrative.
L’inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di “prestigio” delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l’Abbondanza come cosa propria.
All’apparente democrazia dei nuovi capitoli “dicevano di no” gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).
E poi…in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un’ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l’Ufficio intemelio dell’Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell’Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell’Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.
Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro “tremavano” nell’attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l’esosa città.

da Cultura-Barocca

Cenni sulla storia di XVI e XVII secolo relativa a Ventimiglia (IM) e zona (intemelia)

Ventimiglia (IM): Loggia dell’Antico Magazzino dell’Abbondanza

Nel 1622 (alla vigilia della guerra di Genova col Piemonte) i sudditi intemeli erano arruolati come soldati locali (“militi villani” di guardia alla frontiera e alle mura) e protestavano per il regime di vita: “La città di Ventimiglia [IM] ed abitatori di essa hanno per conto delle loro milizie il solito Colonnello che da Vostre Signorie Serenissime vien deputato, al quale ubbidiscono con ogni prontezza in tutto ciò possa concernere per servizio pubblico e disciplina militare. E’ vero che, pretendendo il Colonnello di fare la rassegna dei Cittadini, cosa che non si costuma nelle altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, non vorrebbero essi essi cittadini che, per non cedere ad alcuno di fedeltà ed ubidiedenza, aver questo disvantaggio, posciaché quanto alla disciplina militare ben si sa che essi fanno tutte le funzioni ed avendo più obblighi e carichi e per la sanità e per il castello e per le guardie notturne e diurne di quello che abbino li altri Cittadini d’altre città del Dominio di Vostre Signorie Illustrissime, aggiungendosi a questo l’obbligo di assistere alla fabbrica del Ponte [Edificazione del ponte cinquecentesco di Ventimiglia, parte in muratura e parte in legno, andato distrutto poco dopo metà ‘800 per una piena del Roia e realizzato secondo la tecnica fiscale della sequella] vorrebbero a tal risegna esser fatti esenti“(“Petizione” dei Sindaci di Ventimiglia: si allude ai restauri degli edifici pubblici, ai lavori prestati da popolari e villani per la costruzione del ponte, alla necessità di tener pulita la palude che univa per la piana i mal arginati Roia e Nervia).

Ventimiglia (IM): uno scorcio delle antiche mura

Nel 1625 solo i militi villani (cioè reclutati tra i solidi abitanti delle ville)” si opposero a Carlo Emanuele di Savoia (in una prima GUERRA contro Genova sull’arco ponentino) e la loro IRA INSURREZIONALE si scatenò poi in una vera e drammatica RIVOLTA contro i comandanti delle poche truppe di Genova (pronti a rapida fuga) e contro i Magnifici di Piazza disposti a una resa disonorevole di VENTIMIGLIA E DELLE SUE FORTIFICAZIONI.

Il Vescovo Gandolfo, per quanto apprendiamo da una RELAZIONE PRESUBIBILMENTE DI G. G. LANTERI indubbiamente filonobiliare, pacificò gli animi inaspriti dei “villani” che s’erano riversati a centinaia nella città, depredando ogni cosa (grazie al Prelato e con l’aiuto della Spagna la Repubblica il 14 settembre, riprese Ventimiglia e ville (occupate dai “nemici”) pacificandosi ufficialmente col Piemonte nel 1634). Degli eventi esiste pure una contestuale RELAZIONE DEL VESCOVO GANDOLFO (questa che venne consultata presumibilmente dal Lanteri fu trascritta entro una sua opera dal II Bibliotecario dell’Aprosiana Domenico Antonio Gandolfo come qui si legge)

Nonostante questa loro fedeltà a Genova, i residenti delle Ville soffrivano più di chiunque i periodi di guerra e di carestia: per essi rifornirsi di vettovaglie, in casi di emergenza, presso il Pubblico Magazzino in Ventimiglia costituiva un’impresa logistica e burocratica cui si tentò, o forse si “finse”, di porre rimedio poco dopo la I metà del XVII secolo.

All’8 settembre 1655 risalgono i (rivisitati, per comodo anche delle Ville) CAPITOLI DELL’UFFICIO DELL’ABBONDANZA (manoscritto originale in Biblioteca Rossi, VI, 74 h presso Ist. Internazionale di Studi Liguri – Bordighera). Nell’ambito della Repubblica di Genova si indicava con tale termine l’organismo preposto alla pubblica annona cioè a quel complesso di uffici dell’amministrazione statale che avevano il compito di provvedere viveri, indumenti ed altri generi di prima necessità per il rifornimento della popolazione, specie in periodi di carestia.
Il termine ANNONA, dal latino dotto, vale per produzione agricola annuale di un territorio e quindi quale pubblico approvvigionamento di viveri: l’equivalente abbondanza non fu tuttavia usato in solo area genovese e già nel XIV sec. lo storico fiorentino G. Villani nella sua Cronica (12-119 edita a Firenze per I. Moutier e F. Gherardi Dragomanni nei 1844-45) scrisse: ” … si provvide per gli ufficiali dell’abbondanza di fare quadrare i passi a confini...” mentre il celebre marchigiano del XVI secolo Annibale Caro definì “abbondanziere” il magistrato preposto a tale ufficio (Lettere scritte in nome del cardinale Alessandro Farnese, 3 voll., Padova, 1765, I 353).

Il termine Abbondanza, benché sinonimo di Annona, comportava una valenza militaresca di cui ancora nel XIX secolo si sentiva la arcaica portata: “…Abbondanziere: chiamavasi con questo nome negli eserciti coloro ai quali o per appalto o per altro dovere spettava la cura dell’abbondanza, cioè dei viveri dei soldati…” (v. Dizionario teorico-militare, compilato da un ufficiale del già Regno d’Italia, 2 voll., Firenze, 1847, sotto voce).

Abbondanza od Annona che fosse, l’Ufficio che la gestiva aveva in teoria la funzione di presiedere coi propri vettovagliamenti alle esigenze della popolazione, specie più povera, in periodi particolarmente calamitosi, anche se tale organismo, spesso appaltato o malgestito non produsse sempre gli effetti desiderati, tanto che i pensatori del XVIII-XIX secolo finirono per attribuirgli più difetti che qualità “…un vecchio errore di economia pubblica, l’annona, erasi convertito in sangue e succo dei nostri popoli...” (così Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli, 4 volumi, Capolago, 1834,I,32).
Secondo l’economista genovese Girolamo Boccardo, autore del Dizionario della economia e del commercio (Torino, 1857-63) l’ANNONA era più estensivamente “il complesso delle leggi relative al commercio dei generi di prima necessità, massime frumentarie, come i magistrati addetti a farle osservare, ed infine i locali e magazzini pubblici delle Granaglie“.

Sotto quest’ultima considerazione di MAGAZZINO PUBBLICO si può giudicare l’Ufficio della Abbondanza istituito per Ventimiglia e Ville: da quanto reperibile dal documento di seguito trascritto l’Ufficio era stato istituito da tempo ma il suo funzionamento era stato tanto discusso e discutibile da rendere obbligatoria, all’8 settembre del 1655, la stesura di NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA.

Ventimiglia (IM): Cattedrale di N.S. Assunta

I nobili di Ventimiglia, che ne ebbero sostanzialmente il controllo a scapito degli OTTO LUOGHI, non adempirono probabilmente ai loro compiti: ma ben si intende che gli aristocratici intemeli amassero controllare un organismo che gestiva cifre considerevoli e del resto il Commissario genovese (di cui non sappiamo il nome ma certo un Magnifico, dalla titolatura usata) se fece redigere dei CAPITOLI per il buon funzionamento dell’UFFICIO DELL’ABBONDANZA, ne affidò la cura provvisoria al nobile di Piazza Paolo Geronimo Orengo, ne concesse il controllo al discusso Parlamento intemelio e dei sei funzionari preposti all’Abbondanza ne attribuì quattro alla città e due alle ville, quando queste ultime erano già demograficamente superiori alla città e con abitanti più bisognosi dei soccorsi dell’Abbondanza.
Il primo capitolo sanciva appunto, l’istituzionalizzazione di 6 ufficiali preposti eletti dal Parlamento di Ventimiglia e Ville che però conferiva alla Città una pratica superiorità elettorale elettorale dei due terzi: cosi che a due agenti delle Ville ne sarebbero stati affiancati quattro per parte di Ventimiglia.
Tuttavia, e questo permette di recuperare ancor più l’idea di un istituto manovrato dalla nobiltà, il Commissario genovese tenuto conto che le Ville erano lontane (sic!) e i loro agenti dell’Abbondanza non avrebbero potuto, in caso di necessità, rapidamente coadunarsi coi colleghi per prendere opportune decisioni aggregò ai sei ufficiali, in perpetuo, il Sindaco del quartiere di Piazza (il quartiere cioè della nobiltà, nell’area della Cattedrale dove sorgevano le belle case dei Magnifici) che, quale Presidente avrebbe legalizzato le adunanze disertate per vari accidenti dagli abbondantieri delle Ville.

Nel contesto dell’annosa LOTTA DI SEPARAZIONE PER L’ECONOMICO TRA VENTIMIGLIA E SUE VILLE ORIENTALI la redazione del PRIMO CAPITOLO delle NUOVE NORME o CAPITOLI DELL’UFFICIO DELLA ABBONDANZA sembrerebbe andare incontro alle richieste dei villani specie di Bordighera (IM), che nel XVII secolo, almeno in due occasioni, protestarono per l’assenza di propri ufficiali presso un inefficiente ufficio dell’Abbondanza, per la lentezza del servizio e perché i loro panettieri, obbligatisi a valersi del grano del Magazzeno pubblico intemelio ma spesso impediti dal mal tempo e dalle alluvioni del Nervia e del Roia a recarvisi anche per la durata di dieci giorni, una volta giunti per il rifornimento si sarebbero sentiti rispondere che non vi erano più granaglie, con grave pregiudizio della popolazione distrettuale (senza calcolare la difficoltà d’accesso ad altri uffici presenti solo nella città tra cui IL LOCALE PUBBLICO OSPEDALE)

Bordighera (IM): Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maddalena

Tuttavia, a ben guardare, una petizione bordigotta del 1633 proprio coi riferimenti alle difficoltà di contatti con Ventimiglia se da un lato impose in pratica la stesura di capitoli e la concessione di Ufficiali dell’Abbondanza alle Ville dall’altro rese possibile riconoscere legittima la loro eventuale assenza dalle riunioni e concesse la facoltà legale di istituire una Presidenza che garantisse il numero e la valenza statutaria all’organismo sì che le riunioni, a fronte dei controlli delle Autorità genovesi, risultassero fattibili e legittime.

Bordighera (IM): Porta Sottana [con lo stemma di Genova]
In effetti circa novanta anni prima (7 giugno 1543) due esponenti del COLLEGIO DEI PROTETTORI DI SAN GIORGIO, Giovanni Imperiale e Antonio de Fornari con le loro ordinazioni, e alla presenza dei rappresentanti delle Ville Antonio Rondelli e Giovanni Antonio Guglielmi e di Ventimiglia i “Magnifici” Battista Galeani e Luca Sperone, avevano tentato una COMPOSIZIONE IN 36 CAPITOLI dei rapporti socio economici tra la Città di confine e le sue dipendenze rurali.
In particolare preso atto della non corretta gestione di sanità si tentò anche di instaurare un più corretto rapporto sulla gestione del pubblico ospedale (punto 34) e di meglio controllare l’operato del medico pubblico (punto 27), ma l’unico vero e concreto risultato si sarebbe ottenuto, con molto altro, solo dal 1693 con l’equiparazione dei diritti tra villani e cittadini nella fruizione dell’OSPEDALE DI SANTO SPIRITO essendosi ormai ratificata la Magnifica Comunità degli Otto Luoghi ed essendo in atto l’annosa procedura di divisione tra le aree amministrative.

Ventimiglia (IM): l’antico Ospedale di Santo Spirito

L’inghippo evidente, a scapito delle Ville, stava nel fatto che la Presidenza venne conferita al Sindaco rappresentante della aristocrazia intemelia: come nel caso del serpente che si morde la cosa o nel giuoco di “prestigio” delle tre tavolette i Nobili o Magnifici di Ventimiglia potevano continuare a gestire l’Abbondanza come cosa propria.
All’apparente democrazia dei nuovi capitoli “dicevano di no” gli intoppi della burocrazia elefantesca e la possibilità di tenere delle riunioni affrettate accusando il maltempo (anche quando ai villani fosse possibile raggiungere per tempo la città).

E poi… in caso di vero maltempo, quando soprattutto il Nervia per lunghe piogge entrava in piena ed impaludava alla foce o addirittura, per mancanza di buoni argini, giungeva ad allagare un’ampia zona tra Vallecrosia, Camporosso Mare oltre tutta la vasta area nervina [e magari i danni si accentuavano in quanto si ingrossava persino il torrente Crosa o Verbone, quello quasi sempre asciutto che si usava valicare con un guado romano], l’Ufficio intemelio dell’Abbondanza poteva funzionare regolarmente, distribuire in città le sue riserve alimentare mentre gli isolati villani, trattenuti da piogge e paludi, finivano per sentirsi scornati ed ancor più impotenti coi loro due agenti dell’Abbondanza impossibilitati a raggiungere una Ventimiglia dove intanto, però, un Presidente nobile locale li sostituiva nell’Ufficio e faceva gli interessi del suo ceto, non certo quelli delle ville.

Così, specie nei periodi alluvionali e di carestie, la consapevolezza di essere stati gabbati si trasformava in sordo rancore ed i Villani eran sempre più convinti della necessità non di correttivi limitati e di piccole riforme ma di una loro completa emancipazione da Ventimiglia: ma questo lo sapevano anche i più astuti fra i Nobili di Piazza e parecchi di loro “tremavano” nell’attesa di qualche, improrogabile ormai, reazione dei popolani delle Ville, sempre più decisi, preparati e soprattutto finalmente uniti contro l’esosa città.

da Cultura-Barocca

Su Latte, Frazione di Ventimiglia (IM)

Varie tracce di insediamenti romani inducono a pensare che una dimensione residenziale della piana di Latte – Frazione di Ventimiglia (IM) – risalisse molto nel tempo, sin forse alla romanità, soprattutto alla romanità imperiale. Resta peraltro interessante segnalare che nel mare antistante, tra la villa Botti ed il sito detto u muru russu, a giudizio di pescatori e subacquei, si sarebbero rinvenuti laterizi romani, anche con bolli, tracce di vasellame, almeno un’anfora intatta ed un’ancora. La sostanza dei fatti induce a credere comunque che tutta questa parte di costa, lungo i secoli ed i millenni, sia stata un ricettacolo naturale di materiale navale e di relitti in forza della positura e di una ricchezza di scogli destinata a rendere costituzionalmente pericolosa la navigazione prima di accedere alla presumibile guida artificiale verso i porti intemeli del “Faro di Ventimiglia” o, se vogliamo, dello Scoglio Alto. E peraltro, a testimoniare una frequentazione romana di LATTE – parte integrante del SUBURBIO OCCIDENTALE DI VENTIMIGLIA ROMANA – e sito attraversato dal tragitto dell’ imperiale via Iulia Augusta, concorrono recenti ritrovamenti archeologici, fra cui in particolare si sono potuti localizzare i reperti di una supponibile VILLA RUSTICA E/O PSEUDOURBANA.

L’individuazione, tra altri plausibili, di un edificio romano nella piana conforta l’opinione su un insediamento costiero ad ovest di Ventimiglia: per quanto si è individuato, la struttura del complesso romano risulta di forma allungata, di cui si sono portati alla luce almeno due ambienti con murature in ciottoli di grandi dimensioni, solo parzialmente conservate. La vicinanza alla riva marina induce a ritenere sia stata una villa marittima e residenziale, magari provvista di un proprio approdo se non, in qualche maniera, interagente con uno dei non pochi luoghi di sosta per i viaggiatori che procedevano per la Via Iulia Augusta alla volta della Gallia…

… sulle supposte “ville romane di Latte” giunge ora una necessaria integrazione atteso il fatto che, per tradizione popolare e culturale, in un suo podere di Latte sarebbe stata uccisa in forza della guerra dei tre imperatori del 68-69 Iulia Procilla madre di Iulio Agricola generalissimo di Vespasiano e conquistatore della Britannia.
In particolare, dai tempi in cui la Riviera Occidentale intraprese il percorso social-culturale-turistico che l’avrebbe fatta divenire uno dei percorsi per eccellenza del Grand Tour, specie da parte di viaggiatori-scrittori-documentaristi, anche italiani, si prese la consuetudine di redigere notizie di vario tipo sulle contrade visitate: l’opera forse più significativa fu quella del Bertolotti che, nella descrizione di un suo “Viaggio per la Liguria Marittima” (vedi Indici), si rivelò piuttosto attento anche alla monumentalistica ed ai reperti di romanità in Liguria: a proposito del tratto che univa il confine di Ponte San Luigi con la Liguria, nella XIII Lettera – Da Mentone a Ventimiglia egli citò – ma in maniera alquanto libresca e nemmeno topograficamente ordinata la morte violenta di Iulia Procilla.
Leggendo con attenzione il vecchio libro si deduce che, a differenza di altri luoghi, il Bertolotti non visitò adeguatamente questa zona e forse nemmeno Ventimiglia: cosa che invece pare sicura, anche per i riferimenti esplicitati dall’autore, nella precedentemente edita, e pur più semplice, pubblicazione di Giacomo Navone che, nella sua Passeggiata per la Liguria Occidentale fatto nell’anno 1827…, incontrò al sito del Nervia due amici ventimigliesi (indicati con nomi spurii, qual Scipione e Torquato) destinati a fargli esplorare -in maniera approfondita- tutta la zona .
Scipione, “Conservatore laico della Biblioteca Aprosiana”, lo condusse a visitare oltre che Ventimiglia diverse ville orientali tra cui Camporosso, Vallecrosia e San Biagio, non lesinando osservazioni sui reperti antichi romani trovativi (nel caso, oltre ai tre amici ed altro ventimigliese a nome Bismon, qual guida della piccola compagnia v’era anche certo Padre Eugenio). In compagnia di Scipione e di Torquato -stando alla “Lettera XV datata Ventimiglia il 18 ottobre 1827”- il Navone si recò poi verso ovest entrando nella Piana di Latte ove a dire suo (e della tradizione, avvalorata dai compagni e dalle letture) fu uccisa in un proprio podere la menzionata Iulia Procilla (da questo punto i dati presero ad esser forniti da Torquato, di cui il Navone comunicò poi il nome reale = le informazioni di costui furono registrate dal Navone sin a tutto il territorio restante, anche in merito al Principato di Monaco, a Nizza ed ai percorsi stradali. Il 30 ottobre, come leggesi nella Lettera XVII, i tre amici, tornati in Ventimiglia, si recarono quindi a visitarne le antiche fortezze, ma il mentore che esplicava la storia e descriveva i luoghi era tornato ad essere Scipione).

Nella duecentesca divisione delle prebende o proprietà della Diocesi di Ventimiglia (13-V-1260) a LATTE era indicata la presenza di un grosso ficheto (alla Chiusa di Latte non lontano dalla struttura ospedaliera allora tanto rinomata> interessanti qui, nel XIII sec., le funzioni assistenziali dell’Ospedale de Cornia, anticipo storico del Lazzaretto di Latte per il ricovero ed il controllo dei contagiati che per secoli avrebbe funzionato in sinergia con il Rastrello sito a guardia dei “Balzi Rossi” sin dall’epidemia cinquecentesca di peste bubbonica a quella ottocentesca di colera o come si diceva al tempo anche “morte azzurra” o “morte color turchino”) e poi di vigneti ed alberi da frutto di diversi proprietari. La presenza di ricoveri era in gran parte connessa al traffico di mandrie e pastori ed alla probabile esistenza di un mercato vaccino.

Documenti di XIII-XIV sec. attestano l’esistenza in Ventimiglia di una corporazione o “compagna” di macellarii. Il 18-I-1264 Ardizzone “macellario” si dichiarò debitore di Corrado Guarachio per 100 capi di bestiame, vendutigli per 30 lire di genovini, e sancì di saldare il debito entro la festa di S. Michele (notaio di Amandolesio cit., doc. 603). La macellazione in Ventimiglia è documentata in un atto dello stesso notaio (doc.524, del 7-I-1263) quando i coniugi Giovanni Columberio e India si impegnarono a restituire 9 lire e 3 soldi genovini ricevuti in mutuo per acquistare bestie da macello. Dalla zona del Convento di Dolceacqua si arrivava ad Airole per raggiungere il porto sul Roia o l’agro di Ventimiglia. Questi percorsi trasversali, i tratti di edilizia romano-imperiale scoperti dalla Mortola sin a Latte ed a Bevera inducono a credere che queste diramazioni fossero ancora più antiche, per il traffico bovino, di quanto affermino i reperti ossei. Secondo le superstiti fonti si può dire che nel ‘200 il traffico di mandrie fosse principalmente innestato sulla strada Breglio-Dolceacqua, con pascoli, bandite, e ricoveri in successione: dal sito dolceacquino donde si accedeva a Ventimiglia marciando in linea colla strada sì da aggirare a Nervia il castello di Portiloria. Sfruttando le deviazioni per le valli del Roia o del Verbone (Vallecrosia) si giungeva ai prati del Roia (area della stazione ferroviaria, ove si individuarono tracce di un pozzo medioevale), uno sei siti per il commercio locale o marittimo poco a monte del Convento S. Agostino (ove in quel tempo era una cappella di S. Simeone che serviva per il nucleo abitato ai fianchi della Rocca detta di Bastia o Bastita) e poi ai recinti di Latte, sui tratti della superstite via romana di costa, fra area intemelia e frontiera (Turbita, Castellaro il Vecchio, Villafranca, Monaco e Mentone).

In un brano, presumibilmente epistolare ma come in tanti suoi scritti poi adattato sotto forma di capitolo per opere specifiche, redatto ma non edito da Aprosio che era anche antiquario-collezionista (frequentatore della prebenda episcopale o “villeggiatura di Latte”) e destinato a trovar spazio, a quanto parrebbe, nelle Antichità di Ventimiglia leggesi: ” ….oprandosi da villani in un podere di questa Prebenda e inscavandosi d’una vigna o d’ un’olivo marcito da grand’anni, che mai son senza fallo le dicerie di cotesti figliuoli della terra, mi si portò dal Manente o lor capo, dicend’egli d’averlo visto bianco in fra le ruine delle tolte radici, un’Ignudo Puttino, in vero alquanto dannificato, con Occhi grandi e Ghigno di ridanciani Ischerzi ma massimamente con la Vergogna in niente da Putto ma da Bruto se mai : lo pensai sanza fallo cosa del Tempo de’ Gentili in ispecie valendomi della ricordanza di quelche n’ iscrisse, con Figure il frequente assai Capricciose per non dirne Cose ancor Gravi e e di cui non sempre è Onesta Prudenza fare Uso, l’Eruditissimo Liceto. Ma per stolto Timore tutto coperto di subito il Posto nulla fummi dato videre del Luogo pur mostratomi: ed anco volendo Coloro ruinarlo con Vanghe ed altri Instrumenti, temendo esser Infernal Sogetto tal Putto auta Pena sol ad isfiorarlo e ricacciarlo nel Fosso, ispecie sentite le Parole colle quai sanza cautela l’avea al Manente lor ispiegato credendolo, mai lo sia! vetustissimo Signacolo d’ una fra quelle Magion di prezzolata Lussuria, quando mai ivi precipitata verso l’Infirnal Caosse niun omai sa, di Gentili e dove i Ganzi eran usi sollazzarsi con lor venali Giovenche e temendone non so quai Poteri a verso di loro ch’io invero sapea onesti Cristiani del Buono Iddio. Lo chiesi alora pel mio Museo, non curando come Lei sa tai fole ma dovendo faticar a vincere la di lor tema dicendo al fine esser qual religioso imune ed anco usbergo e scudo di contra a tai cose. Fidando per mio conto, avutolo, di darne contezza a qualche perito Antiquario qual vostra Signoria Illustrissima di cui mi professo al solito servitore e cui manderò altro se lo vorrà con risposta a questa mia: alla bisogna fidando senza però osar il troppo nel di lei curiosissimo assenso; d’esso feci disegno con le non gran misure, mancandone però i piedi com’anco i bracci, e i fogli volanti inclusi nel brogliaccio in cui da tempo iscrivo, or ora non per onore di torchi ma sol a guisa di diletto per le memorie mie di cotesta città.…”.
Le parole con cui Aprosio chiude questo scritto, strutturato come detto a guisa di lettera, rimandano a certe sue osservazioni, verbalmente espresse ed anche pubblicate ma non senza altrui avversità e rimostranze, contro, non solo gli amministratori pubblici, ma soprattutto avverso i “Galli di Esopo” come l’agostiniano definisce, in un luogo stampato, i frati e genericamente molti religiosi, di Ventimiglia ma non solo, così culturalmente lontani dagli studiosi tedeschi propensi a custodire come gemme i reperti della civilà classica
sin al segno di rimpiangere, attese le contestazioni patite per ragioni spesso anche capziose, il principio seguito del “Nusquam bene, nisi in Patria“, sugeritogli da B. Bonifacio, e pentirsi della scelta per i fastidi avuti non trovando la pace agognata al punto di scrivere, esprimendosi in terza persona a proprio riguardo “Ma s’ingannò non havendo provato giamai maggior quiete, che in Siena, ed in Venetia“.

La Villa Vescovile oggi

Il vescovo intemelio Mascardi (1710-1731) riducendo le prebende di Nervia e di S. Vincenzo diede grande impulso a quella di LATTE ove fece costruire un palazzo vescovile per la villeggiatura nel 1720 facendo apporre nella scala della bella costruzione l’iscrizione “Carlo Maria Mascardi/ Vescovo intemelio/ a sue spese questa casa nel 1719/ fece erigere dalle fondamenta/ e la ralizzò compiutamente nell’anno 1720/ per maggior gloria di Dio/ e comodità dei suoi successori” (trad. da Storia di Ventimiglia di G. Rossi). Nonostante la peculiarità del suo toponimo la località di LATTE godette tra XVII e XVIII secolo di una certa fama per la produzione di un tipico “marsala ligure prodotto dal suolo di Pammatone”: il toponimo PEIMATON [detto anche REGIONE DI PIEMATONE] è attribuito ad una collina della località di cui rimane tuttora il nome dialettale in Piematùn: secondo il Villa [in Catasto intemelio di metà ‘500 (p. 286, col. I)] “a volte il toponimo è scritto nella forma PAMMATONE…forse per attrazione del genovese PAMMATONE antico e famoso ospedale fondato nella prima metà del ‘400 da Bartolomeo Bosco”.

E più di recente si può ancora notare la Lettera XVI ” Festa della società degli Operai – Latte – Pesca delle acciughe – Il Ponte di s. Luigi – Limite del Regno d’Italia “ da “Viaggio da Genova a Nizza scritto da un ligure nel 1865” di anonimo, ma in effetti Padre Luigi Ricca, minore osservante di Civezza (IM).

… e a Latte ancora nel XIX sec. funzionava il Lazzaretto per le Contumacie per custodirvi i sospetti di contagio di colera…

da Cultura-Barocca

Un ventimigliese citato da Gabriele D’Annunzio ne La Canzone dei Dardanelli

Il Signor Stefano Testa, numismatico, non fu un personaggio qualunque di Ventimiglia (IM).

Gabriele D’Annunzio ne La Canzone dei Dardanelli, nel contesto di Merope dalle “Laudi del Cielo, del Mare, della Terra e degli Eroi”, citò, al pari di altri marinai e soldati, espressamente Stefano Testa, dopo averlo visitato in ospedale, dove giaceva ferito a seguito di un fatto d’armi della Guerra Italo-Turca di Libia del 1911-1912. L’opera fu scritta dal poeta nel 1912 per celebrare appunto l’impresa italiana in Libia.

Una delle dieci canzoni dell’opera, proprio La Canzone dei Dardanelli, fu giudicata di stampo razzista, e, dunque, censurata, a causa di una violenta invettiva rivolta contro l’Austria-Ungheria a quell’epoca parte, come l’Italia, della Triplice Alleanza; oltre che contro l’Impero ottomano.

L’opera fu ripubblicata integralmente nel 1915, nel mezzo della Prima guerra mondiale.

Nelle note dell’edizione qui proposta si legge che la scelta di censurare i versi, che oltren l’Impero Ottomano attaccavano anche l’Impero Austriaco, fu imposta da Giolitti, capo del Governo).

Si veda comunque qui nella sua interezza La Canzone dei Dardanelli con l’apparato di note di questa edizione del 1943.

da Cultura-Barocca

Sugli Ospedali medievali per i pellegrini

L’aspetto attuale dell’antica Chiesa (oggi di San Giovanni) di San Vincenzo di Vallecrosia (IM)

… degli OSPEDALI DELL’AGRO INTEMELIO non è rimasta quasi traccia ma… è da notare che la loro funzione per i pellegrini sopravvisse a quella di parecchi ricoveri di Genova e del Levante dato che il TERRITORIO DI VENTIMIGLIA (IM) rimase a lungo uno dei punti di partenza per il pellegrinaggio mai venuto meno verso le Spagne e soprattutto verso il SANTUARIO DI S. GIACOMO DI COMPOSTELA.

Il notaio di Amandolesio rogò a Ventimiglia (IM) un atto (7 settembre 1260) in cui alludeva a tali Gandolfo Leto e Ricolfo Rolando di una Domus de Cornia (scritta anche Cadetornia per Cadecornia) che aveva varie proprietà fondiarie: è possibile che la struttura ospedaliera avesse la casa madre nella zona di Latte e che valesse per i pellegrini in movimento alternato, sia dalla Provenza in direzione di Roma o, più estesamente, diretti alla volta della Terrasanta: l’identificazione che l’ospizio sorgesse nel circondario di Latte (a ponente del centro urbano di Ventimiglia) sembrerebbe avvalorato dall’uso di una dicitura inconsueta, utilizzata in un atto del 7-X-1507 dal notaio Bernardo Aprosio, che dice in volgare “Laite osea la casa de corni”.

Ospedaletti (IM) vista dalla zona della Madonna della Ruota di Bordighera

Nella prebenda orientale, nell’area compresa tra Bordighera (IM) ed Ospedaletti (IM), esisteva un OSPEDALE SANCTE MARIE DE ROTA [destinato attraverso i secoli ad un lento ma inarrestabile degrado, pur finendo per dar nome ad una località di Bordighera dal moderno nome della chiesa, ridotta al rango di cappella di NOSTRA SIGNORA DELLA RUOTA], citato in vari atti ed anche nei documenti della “Signoria Doria di Dolcecaqua”: è impossibile oggi sapere quale significato avesse avuto per l’erezione della struttura ospedaliera l’esistenza nelle vicinanze, sulla riva del mare (dove sgorga tuttora), di una SORGENTE SOLFOROSA POPOLARMENTE GIA’ RITENUTA -SULLA LINEA GERGALE DELLA TEORIA FUOCHISTA- RESIDUO DI UN MITICO VULCANO e se la stessa fosse stata assimilata nel contesto di una struttura ecclesiastica per un processo di SCONSACRAZIONE/ RICONSACRAZIONE E/O SINCRETISMI e, successivamente, quale ruolo avesse avuto la stessa SORGENTE (al pari di quella di LAGO PIGO) per la CURA DI VARIE MALATTIE sia di Pellegrini che di ammalati (tenendo conto che facilmente i due elementi qualificativi potevano concentrarsi in un’unica persona, quella del viandante di fede ammalato e nonostante tutto intenzionato a proseguire nel suo pellegrinaggio).
Si giungeva all’Ospedale dalla val Nervia per vari percorsi in direzione sud-est ma il cui centro di riferimento era la chiesa di S. Pietro a Camporosso ed esso costituì un’importante base di ricovero pei viaggiatori che procedevano verso il porto GENOVA donde imbarcarsi per i lidi di ROMA e del LAZIO.

Il Consorzio Agrario a Nervia di Ventimiglia (IM)

A proposito del contesto intemelio la più grande struttura ospedaliera (con probabilità l’OSPEDALE DE ARENA) doveva trovarsi nell’area di Nervia che ne riproduce in qualche modo il toponimo:”vico arene”.
In quest’area, nella quale dovette espandersi la città romana, si sono fatti nell’anno 1987 delle osservazioni interessanti.
L’analisi ha finito per focalizzarsi sul complesso insediativo che procede a lato dell’Aurelia partendo dal “Consorzio Agrario” e procedendo in linea retta verso ponente per qualche centinaio di metri.
In un edificio (proprio coerente coll’area nominata “arene/ arena” e col sito nominato nella dizione locale “terra dei frati”) le cantine e alcuni servizi risultano ricavati ad un livello notevolmente inferiore all’assetto stradale e dopo la scrostatura di più mani di intonaco, di tempi molto vari, si sono rinvenute tracce in muratura con mattoni di produzione locale alternati a vistosi interventi edili compiti con ciottoli di fiume legati con malòta.
Le parti viste presentano un succedersi di soffitti a volte e di vani falsi, realizzati da spazi molto più ampi con la costruzione di archi più recenti che fanno leva su robuste colonne costruite con una tecnica a mattoni regolari.
Una gettata di cemento funge ora da pavimento nelle cantine ma appena sotto si individuua il deposito medievale/ tardo romano di sabbia alluvionale.
La meglio studiata fra queste cantine sul lato ovest si chiude per mezzo di una parete dove si nota una NICCHIA del tutto identica a QUELLE della COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE’, che servivano agli ammalati per depositarvi gli effetti personali.
Sotto la NICCHIA si vede poi ricavata nel muro una sporgenza di identica tecnica muraria la cui destinazione è illeggibile pur facendo pensare ad una qualche funzione di sostegno per tavole, panche od altro.

Anche ai PIANI DI VALLECROSIA si conservava fino a non molto tempo fa un edificio monastico dall’incerta lettura che ha fatto pensare ai resti di una qualche STRUTTURA OSPEDALIERA.

Da atti del notaio di Amandolesio (doc. 559, 4-V-1263, doc. 560, 6-V-1263, doc.558, 4-V-1263, doc. 571, 26-VI-1263) la casa ospedaliera risulta sita “a Ventimiglia, sulla spiaggia del mare presso Cardona”, nel sito identificabile fra la vecchia chiesa di S. Giuseppe -già area di un vetusto S.Nicolò- e l’ agglomerato geologico dello SCOGLIO ALTO (dagli atti si riconosce che questo ospizio come quello de Arena fu base per i viandanti verso Oltremare, tra cui stavano Cavalieri e Crociati: in particolare il documento del maggio 1263 si riferisce ad un contenzioso per cui certo Oberto Giudice nominò qual suo procuratore Guglielmo Enrico per riscuotere da Ianone di Monaco e Nigro Iaculatore le somme relative alla fideiussione da loro prestata a favore di Michele de la Turbie non presentatosi all’imbarco sulla GALEA destinata alla volta della ROMANIA termine col quale nel medioevo si indicavano i territori dell’IMPERO ROMANO D’ORIENTE O IMPERO DI BISANZIO ORAMAI DECADUTO QUANTO UN TEMPO VIGOROSO ANTEMURALE CONTRO L’ISLAM E POI L’IMPERO DEI TURCHI: una meta particolare divenne la PENISOLA GRECA DESTINATA AD ESSER ASPRAMENTE CONTESA PER SECOLI TRA CRISTIANITA’ E IMPERO TURCO ove dopo la IV CROCIATA e la presa di Costantinopoli ad opera dei Crociati specialmente i Veneziani ed i Genovesi posero le basi per un’intensificazione dei loro commerci e per la protezione delle loro colonie dalle incursioni degli Arabi: v. Albintimilium…, cit., II,2,11).

L’OSPEDALE DE CLUSA dipendeva totalmente dal Capitolo: non senza ragioni si propende ad identificarne la logistica nell’area tra il torrente Garavan di Mentone e il sito dei Balzi Rossi dove, da tempo immemore, si conserva -fra alterazioni fonetiche e ortografiche- il toponimo (che verisimilmente prese nome dalla struttura scomparsa ma che servì poi per indicare una zona coltivata ad agrumi) Le Cuse, nome di luogo registrato parimenti nella settecentesca cartografia del Dominio di Genova quanto della Diocesi di Ventimiglia (di cui si riprende il PARTICOLARE che interessa dal Tipo della Diocesi di Ventimiglia redatto da Panfilo Vinzoni nel XVIII sec. e conservato ora a Bordighera presso l’Ist. Internaz. di Studi Liguri).

Gli OSPIZI DI S. MICHELE E OLIVETO (forse doppia nominazione per una singola struttura magari colla gestione frazionata in due case di fondazione benedettina di Lerino) : come si individua facilmente dalla logistica di queste strutture, era loro funzione ospitare pellegrini per le SPAGNE accedendo per “via di mare” o per “tragitto di costa” al FONDAMENTALE NODO VIARIO E DI SMISTAMENTO DELLA PROVENZA E DI ARLES IN PARTICOLARE (a tutte la case ospedaliere si facevano lasciti per sacconi o pagliericci, indumenti e vestiti a vantaggio di malati, viandanti e poveri: Albintimilium…cit., cap. II, 11).

Ventimiglia (IM) – Chiesa di San Michele

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era invece fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio , scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).
Una “base templare” a Bordighera non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia, di cui si disquisisce nella Scansione di seguito sviluppata sugli insediamenti demici e fortificati del contado).

Per ricostruire la TIPOLOGIA di queste STRUTTURE DI RICETTO E CURA bisogna rifarsi alle strutture superstiti di cui si ha certezza come nel caso della COMMENDA DI S. GIOVANNI DI PRE’ A GENOVA.
Verisimilmente erano distinte in due aule, non comunicanti tra loro: una riservata agli ammalati veri e propri e l’altra ai pellegrini in cerca soltanto di riposo.
Una successione di giacigli (i “sacconi” come si legge nei documenti del XIII secolo) serviva per ospitare malati e pellegrini: questi verisimilmente potevano poggiare su delle panche o delle NICCHIE ricavate nel muro il loro modesto bagaglio.

da Cultura-Barocca

L’Ospedale De Arena

Il grande OSPEDALE DE ARENA, per quanto si ricava da diversi documenti, doveva avere due sedi, una nell’attuale Ventimiglia (IM), nella prebenda alla sinistra del Nervia (nell’edificio ad ovest del locale Consorzio Agrario, dove si sono individuate tracce di IMPIANTO MURARIO a celle del medioevo) e l’altra nel territorio di Vallecrosia (IM),  della “TERRA DEI FRATI o VIGNASSE”  presso la chiesa di S. Vincenzo e S. Rocco (oggi di S. Giovanni), ove agli inizi del secolo scorso si rinvennero tracce di un approdo marittimo medioevale. Mentre poco più a Nord, in edifici delle proprietà Nari e Renosi, durante lavori sterro furono scoperti di recente resti murari medioevali ed un’architettura di ordine monastico a celle comunicanti, reperti di un forno e di lavatoi della stessa epoca (per quanto da leggere topograficamente, si ricorda atto -14\IV\1305- per cui “Rubaldo di Lavagno pellicciaio e Bonommo suo figlio, vendono a Oddone Ferrari ed altri una casa posta in Vallecrosia sul suolo del monastero di S.Siro di Genova” in A.S.G., Archivio Segreto, Buste Paesi, n.g.364; B.DURANTE-F.POGGI-E.TRIPODI, I graffiti della storia…cit., p. 155, nota 31 e sez. IV,1= in tale area pseudomonastica fin ad alcuni decenni fa stava una casa ora demolita in proprietà Nari, sopra la chiesetta romanica di S.Rocco, con l’aspetto architettonico della domus fortificata genovese dai paramenti esterni a scarpa; furono pure lette due date incise, del 1410 e del 1517, in un muro edificato verso il ‘500 sopra lo stesso presunto corpo monastico. E’ pensabile che il complesso, conclusa l’esperienza cenobitica, fosse rientrato nelle fortificazioni militari repubblicane contro i Catalani (particolarmente nel periodo in cui questi contesero a Genova il controllo della Corsica) e che sia stato alterato nel XVI sec. come Torre antiturchesca in collegamento visivo con quella da combattimento in Vallecrosia-costa, il Torrione, e colle Casette a Sud-Est del borgo medioevale, dove tra il 1816 e ’24 si rinvennero reperti medioevali su strutture romane= A.C. Vallecrosia, Registri delle Deliberazioni comunali, anni 1816-24).
Sulla base di 2 atti del 24-VIII-1262 (di Amandolesio, doc. 488-9) si evince che per giungere da questo “Ospedale de Arena” alla casa episcopale di Ventimiglia, procedendo con moderazione, poteva occorrere più di un’ora: l’arco cronologico si è ricostruito seguendo il tragitto fatto, evidentemente su una lettiga o portantina, dalla direttrice ed amministratrice del ricovero, tale Alamanna che, mortalmente malata o ferita, si era fatta condurre presso il vescovo Azone Visconti nella Canonica della Cattedrale intemelia, onde trasferire la sua carica al marito confrater Giovanni Cavugio (la vaga ma percettibile indicazione del superamento di due corsi d’acqua avvalorerebbe vieppiù l’ipotesi di una provenienza dal sito vallecrosino).
La transazione dei poteri dovette avere il consenso dell’arcidiacono Nicolao, del sacrista Ottone, del Preposito Rainaldo, del canonico Iacobus de Unelia; la presenza di Vescovo ed Arcidiacono era istituzionale come quella del Sacrista (questo non aveva prebende ma percepiva dagli altri Canonici 30 soldi di genovini alla Festa di S. Martino pei suoi diritti su tutte le proprietà; doveva presiedere ad ogni atto pubblico o privato che le concernesse ed era l’unico esponente del Capitolo la cui carica risultasse annualmente elettiva, durante la festività dell’Epifania). La presenza dei soli canonici Rainaldo e Iacobus documenta invece che le sedi dell’Ospedale de Arena eran 2 e locate sulle loro 2 prebende, quelle “dal Nervia a Bordighera” e “dallo stesso torrente al fiume Rodoria(Roia)”.

Per ricostruire la TIPOLOGIA di queste STRUTTURE DI RICETTO E CURA bisogna rifarsi alle strutture superstiti di cui si ha certezza come nel caso della COMMENDA DI S.GIOVANNI DI PRE’ A GENOVA.
Verisimilmente erano distinte in due aule, non comunicanti tra loro: una riservata agli ammalati veri e propri e l’altra ai pellegrini in cerca soltanto di riposo.
Una successione di giacigli (i “sacconi” come si legge nei documenti del XIII secolo) serviva per ospitare malati e pellegrini: questi verisimilmente potevano poggiare su delle panche o delle NICCHIE ricavate nel muro il loro modesto bagaglio.
Qualche rilevazione in effetti si può produrre anche per gli OSPIZI DEL VENTIMIGLIESE nè si deve obbligatoriamente uniformare in assoluto la tipologia di tutti gli OSPIZI ad un superstite tipo iconico: è comunque plausibile ritenere -stando alla logistica ed alla tradizione locale- che i retsi di una struttura ospedaliera fossero da ravvisare in un COMPLESSO PRESUMIBILMENTE MONASTICO al terminale della VALLE DEL CROSA, nella zona dei PIANI, in prossimità dell’antica chiesa e prebenda di S.VINCENZO-S.ROCCO, in linea quindi coi resti della VIA ROMANA -fino a non molto tempo fa testimoniati da un GUADO nel corso del Rio Verbone o Crosa ed in rapporto ad una costa che conobbe una sua vita marinara antica -come si evince da vaghi segnali archeologici.
Non è certo da escludere la promiscuità date le limitate potenzialità terapeutiche e tenedo peraltro conto delle consuetudini medievali.
A prescindere dalla buona volontà, e dalle prime nozioni teoriche apprese dagli Arabi interpreti della grande medicina greca molti interventi curativi erano affidati all’improvvisazione senza una reale valutazione delle eziologie e delle patologie.
Anche per questo dei buoni sacconi cioè dei giacigli comodi erano, per tanti sciagurati, un primo importante intervento per dare almeno del sollievo.
Tuttavia per i “confrari” ed i laici che gestivano queste strutture un importante contributo venne dai MONACI BENEDETTINI che in quest’epoca stavano sviluppando la grande esperienza agronomica della GRANGIA e che scoprendo dai libri antichi (che andavano salvando come quello di Pedanio Dioscoride medico e letterato romano) i rudimenti delle terapie e soprattutto l’ERBORISTERIA RAZIONALE se ne fecero interpreti allestendo i primi davvero efficienti laboratori di DISTILLERIA e, dopo un breve periodo di transizione, fecero in modo che varie conoscenze erboristiche pervenissero anche a persone estranee al loro Ordine, compresi gli ancora titubanti MEDICI.
Per quanto lo scorrere dei secoli abbia prodotto indubbi mutamenti, le differenze fra le vecchie e le nuove istituzioni ospedaliere non dovettero essere consistenti: del resto per lungo tempo il giudizio della MALATTIA oscillò fra credenze e pallide proposte di indagine razionale.

da Cultura-Barocca