Una propalazione del 1833

17_lug25 (32)
Taggia, Piazza Cavour – Monumento ad Eleonora Curlo, madre dei patrioti fratelli Ruffini

Fondamentale, per i procedimenti contro i mazziniani arrestati nel 1833, fu la PROPALAZIONE di PAOLO PIANAVIA VIVALDI, nato a Taggia nel 1805 dal Marchese Guglielmo Pianavia Vivaldi, Prefetto a riposo.

Il Paolo Pianavia Vivaldi fu iniziato alla “Giovine Italia” dai compagni di infanzia Giovanni e Iacopo Ruffini.

Il Pianavia fu messo di fonte alla realtà di fatti che lo inchiodavano da un’altra delazione, quella del furiere della Brigata Cuneo tal Domenico Ferrari (nato nel 1808 a Taggia da Giacomo e Rosa Mandracci), che fu indotto a confessare, coinvolgendo totalmente il Pianavia, dall’ipotesi di un’accoglimento da parte del Re di una richiesta di clemenza per la pena capitale che comunque avrebbe dovuto subire.
Come sarà poi scritto nella sentenza della condanna effettivamente eseguita, lo sventurato ottenne questa “clemenza” e non fu fucilato a segno di grave infamia alla schiena, ma venne fucilato in fronte, come avevano diritto i galantuomini per quanto coinvolti in crimini perseguibili con l’esecuzione capitale.
Le prove addotte dal Ferrari contro il Pianavia erano inoppugnabili e documentate: il tenente, sconvolto dall’idea della morte che aveva già falciato alcuni suoi commilitoni ad Alessandria, non ebbe l’ardimento di continuare di negare il suo coinvolgimento nella cospirazione e preferì seguire la via consigliatagli dai giudici, quella di denunciare i compagni fidando nella clemenza del Sovrano Sabaudo.
Inoltrò quindi il 16 luglio questa PETIZIONE DI CLEMENZA al Re: “Io, Paolo Pianavia, Ufficiale del secondo Reggimento Brigata Aosta, prego Sua Eccellenza il Governatore di mettermi ai piedi di Sua Maestà e implorare la di lui clemenza a mio riguardo. Mi offro in compenso di far rivelazioni importanti e scoprire, per quanto da me dipenda, tutti li congiurati che ancora esistono nella città di Alessandria in libertà, quelli della città di Casale, nella città di Vercelli, di Torino e di Genova. Quanto poi alle città di Torino e di Genova potrò nominare i capi, dirò i segni che hanno di ricognizione in Genova ed in Torino. Non dirò degli altri perché variano in tutti i paesi: dirò insomma come è formata questa setta [la “Giovine Italia”], il loro giuramento, dirò dove si doveva principiare e da quale parte si aspettavano i rinforzi“.

Ottenuta promessa di regale clemenza il Pianavia rilasciò la sua PROPALAZIONE.

Successivamente il generale Galateri al 5 agosto 1833 fissò la comparizione del Pianavia di fronte al “Consiglio di Guerra”.

Nonostante la sottile difesa del suo avvocato (Longoni) i Giudici militari non poterono far a meno di riconoscere la sua partecipazione alla cospirazione e conseguentemente emettere con la SENTENZA DI COLPEVOLEZZA la CONDANNA A MORTE (per approfondire l’argomento si rimanda a quanto scrisse da vero certosino della storia il compianto ALDO SARCHI).
Tuttavia il procedimento elaborato per salvare la vita al Pianavia Vivaldi era stato predisposto con efficienza. Dopo che la SENTENZA DI MORTE fu trasmessa al Governatore questo, la sera dello stesso giornò, ne ordinò la SOSPENSIONE in funzione delle “rivelazioni importanti fatte dal condannato.
Soltanto due giorni dopo il Sovrano Sabaudo, per via segreta, concedeva al PIANAVIA la GRAZIA DELLA VITA commutando la durissima pena in quella di 10 ANNI DI CARCERE.

Anche Giuseppe MAZZINI intervenne su questa terribile condotta del PIANAVIA ma usò parole notevolemnte compassionevoli per l’antico cospiratore che si era fatti infame e vigliacco per salvarsi la vita: “Le rivelazioni dell’ufficiale Pianavia Vivaldi sono la principale sorgente di tutti gli arresti. Costui era tutt’altro che agente provocatore; la paura della morte lo ha fatto infame. Sette sergenti gli furono fucilati sotto la finestra in Alessandria mentre egli era in prigione e l’ottavo doveva essere egli stesso ove non rivelasse. Un suo fratello avvocato fu mandato da genova per indurlo a confessare. Ogni specie di tormento morale fu messo in opera ed egli rivelò. Fatto il primo passo sulla via dell’infamia, si vide perduto nell’opinione dei buoni, rovinato con i patrioti e si lasciò trascinare a percorrerla tutta. Ora par preso da una febbre di rivelazioni: il Governo, con continue minacce, con un dirgli incessantemente ‘non basta, non potete fuggire alla morte ove non riveliato altro’ lo riduce a false accuse contro chi è innocente. Chi è più infame tra lui e il Governo? Il popolo atterrito dai primi colpi incomincia ora a sollevare il capo, mormora altamente. In Alessandria per tutto vi è fermento, un grido di orrore contro il Governo e contro il Generale Galateri, Governatore della città“.

da Cultura-Barocca

Annunci

Perinaldo (IM)

Dal 1288 Perinaldo (IM) ed il suo strategico territorio entrano a far parte della Signoria dei Doria di Dolceacqua.
Secondo i Diritti dei Doria del XVI sec. vengono ribadite per il borgo le identiche rubriche degli altri paesi colla variante del VI e VII cap. ove si stabilisce che i residenti debbano versare alla Purificazione in Febbraio 75 lire genovesi al Signore, che a Natale i bandioti debbano al Signore duo motones novellarii pingues…una crupa ovis optimae…e in festo Paschatis duo capreoli vel florenum unum pro libito voluntatis domini.

In Perinaldo, nel luogo detto la Loneta, i Doria possedevano poi due frantoi, in quello inferiore vi erano quattro botti grandi, due vasi lignei, di cui uno molto grande per contenere le olive e l’altro per riporvi l’olio, un’Hydria assai capace e quattro situlae.
Nel mulino superiore stavano invece tre botti grandi, tre piccoli tini, quattro situlae, una tineta, 34 sportulae, 2 corbulae, 2 anelli di ferro, ed uno strumento per aspirare l’olio d’oliva.
La rubrica 99 degli Jura o DIRITTI DEI DORIA menziona inoltre che a riguardo “Dei prati” il Signore di Dolceacqua ne aveva tre all’Alpicella (Arpexella), un altro sito al luogo “screpin” ed un altro ancora a “campi”.

Dal 1559 dopo la pace di Cateau Cambresis si succedono alterne vicende per la Signoria dei Doria in bilico nelle alleanze con la Repubblica di Genova od il Piemonte.

I rapporti fra i Doria ed i Savoia si guastano nel XVII sec. e nel 1625, durante la guerra tra Genova e i Savoia, la Signoria di Dolceacqua si allea con la Serenissima Repubblica di Genova.

Per reazione le truppe sabaude invadono i territori dei Doria: questi potranno rientrare poi in possesso del loro Dominio solo dal 1652 dopo aver prestato atto di vassallaggio ai Savoia ed aver visto trasformare l’antica Signoria in Marchesato, che da tal data entra del tutto nell’orbita politica piemontese.

Nel 1672, sorto un altro conflitto dei Savoia con Genova, il Marchesato viene invaso dalle forze genovesi ed il borgo di Perinaldo viene saccheggiato sì che la sua fortezza, posta sullo sperone ovest dell’altura a controllo delle vie di crinale, viene del tutto demolita (oggi ne sopravvive solo il nome nella “Piazza Castello”.

Da questo momento Perinaldo non patisce più altri danni ma entra nella crisi socio-economica dell’intero Marchesato, che entra in decadenza irreversibile dopo la distruzione del Castello di Dolceacqua durante la Guerra di Successione al Trono imperiale del XVIII secolo.
Esplosa la Rivoluzione francese ed affermatasi la stella di Napoleone, col trattato di Presburgo (28-XII-1806) Repubblica di Genova, Piemonte e tutti gli staterelli vicini diventano parte stessa dell’Impero francese.

Dopo la sconfitta di Napoleone (1814-’15) ed in seguito all'”Atto finale” del Congresso di Vienna (9-VI-1815) il Piemonte si trasforma in Regno di Sardegna, annettendosi il Dominio della soppressa Repubblica di Genova.

Non più contesa fra potenti rivali e non essendo più fortilizio sito su ambigui confini, Perinaldo prende a fiorire.

Da questo momento la sua storia si identifica con quella del Regno Sardo e, dal 1861, del Regno d’Italia.

Perinaldo, che gode di buon clima ed è immerso in un ambiente naturale molto bello, ha discrete risorse architettoniche.

Oltre alla sopravvivenza, ai lati est ed ovest di Piazza Castello, di due volte con copertura a botte (da collegare con le antiche fortificazioni) il paese si qualifica per la parrocchiale di San Nicola (o più precisamente della COLLEGIATA DI SAN NICOLA), la cui costruzione risale al 1489 anche se durante il ‘600 la chiesa venne modificata in linea col gusto barocco.
Nel 1887 il terremoto che demolisce Bussana e seppellisce centinaia di vittime nella parrocchiale di Baiardo, arreca gravi danni anche alla parrocchiale di Perimaldo, rovinandone l’abside, la facciata ed il campanile.
Per questo risultano oggi assai interessanti i restauri effettuati tra il 1966 ed il 1969 in forza dei quali l’antica chiesa si può oggi ammirare nella sua originale linea quattrocentesca, con l’armoniosa successione di belle colonne sormontate da capitelli cubiformi.

Tra il patrimonio della chiesa parrocchiale è da ascrivere una tela, denominata comunemente Delle Anime, datata della II metà del ‘600 ed attribuita alla scuola del Guercino (Giovanni Francesco Barbieri, da Cento).

Perinaldo (IM) – Il Castello Maraldi

Ancora dignitoso compare l’edificio del Castello Maraldi dimora, tra XVII e XVIII sec., degli astronomi e cartografi Cassini, Maraldi e Borgogno.

Il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DELLA VISITAZIONE sorge non lontano dalla storica STRADA DEL VERBONE su di un poggio che guarda a nord verso il paese.
Si tratta di una CHIESA CAMPESTRE eretta nel 1600 dagli abitanti di Perinaldo: sarebbe stata collocata in tale posizione, in linea del meridiano ligure, su proposta di GIANDOMENICO CASSINI.
Dopo un lungo abbandono il SANTUARIO fu restaurato per volontà popolare e riconsegnato alla pratica della fede il 22-8-1965 come si apprende da una iscrizione sulla facciata: sull’ingresso in pietra arenaria domina una STATUA DELLA VERGINE mentre sopra l’altare è stata posta una tela raffigurante la MADONNA DELLA MISERICORDIA.
Nel dialetto di Perinaldo la CHIESA è detta MADONA RU POGIU RU REI cioè “Madonna del Poggio dei Rei”: secondo la tradizione tale nome le sarebbe stato conferito in quanto, secondo i canoni del DIRITTO INTERMEDIO, gli individui CONDANNATI A PENE CORPORALI dovevano procedere in una sorta di corteo tutto intorno il SANTUARIO iindossando ABITI DA PENITENTI, PORTANDO UN PARTICOLARE CAPPELLO SE NON UN CAPPUCCIO.
La tradizione non è affatto priva di fondamento.
Non era per nulla raro nel passato il caso di REI (come meglio si indicavano le persone giudicate COLPEVOLI DI REATI, per motivi religiosi o civili, costretti a compiere dei percorsi obbligati in vari luoghi pubblici: ciò lo si ricava dalle norme di molti STATUTI CRIMINALI E CIVILI e, su scala più estesa dal DIRITTO PENALE E CIVILE DEGLI STATI.
La pena più temuta, secondo gli STATUTI DI GENOVA [che son poi simili se non più miti di altri, compresi quelli dei SAVOIA] era di PROCEDERE TRAINATI DA UN ANIMALE SIN AL LUOGO DELLA PENA ed in particolare, fra vari tipi di CRIMINALI [dannati alla pena di caminare (spesso a stento dopo le TORTURE RICEVUTE PER OTTENERE UNA QUALCHE CONFESSIONE) sotto lo sguardo inflessibile del BOIA E DEI SUOI SERVENTI sin a determinati luoghi di culto nel presso dei quali essere poi puniti sotto gli occhi di tutti], in particolare molto di frequente comparivano i LADRI.

da Cultura-Barocca

Sentir squittire i demoni del gran male

Dolceacqua (IM): Castello Doria e Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate

Dolceacqua e dintorni nel Seicento … morire di terrore nell’attesa di “Sentir squittire i demoni del gran male”…quando invece non sarebbe stato male far del sano sesso e soprattutto lavare e lavarsi…

Ma chi lo poteva immaginare data l’epoca, visto il superstizioso timore dei bagni pubblici e l’imperante sessuofobia? Ma non era colpa di nessuno!…tutta Europa era coinvolta in questo modo di intendere la vita…! O meglio…qualcuno non la pensava così…certi medici per esempio, il gran Baliani e, sembra strano, il ventimigliese Angelico Aprosio…!!!!!

Già proprio lui, … sicuramente il talento letterario più celebre di Ventimiglia…ma non solo talento letterario.

Aprosio era un “raccoglitore del tutto”! ma per nulla caotico! certo bisogna intuire l’ordine che lo guida e conoscerne la decrittazione per giungere ai valori di fondo…

Comunque se lo si legge anche senza grosse pretese ma con la voglia di capire, le sue riflessioni di fondo si recepiscono bene!… La difficoltà deriva dal fatto che come altri nel suo tempo fu tante cose oltre che bibliofilo.

E’ naturale che sapesse tante cose, era intelligente, curioso, bibliotecario di gran nome, inquisitore, esorcista, predicatore, letterato di fama, polemista, antifemminista, antiquario-collezionista, studioso di esoterismo e paranormale. Invero di qualcuno di questi (ed altri) suoi interessi non amava far pubblicità…all’epoca si poteva finir male scrivendo troppo di demoni e di streghe…ma anche di donnine allegre spacciate per puttanone (specie poi se eran potenti!)

Aprosio non mancò di “Sentir squittire i demoni del gran male”…ma gli accadde a Genova, che fu falciata dai Demoni o meglio dalla Peste (tra Demoni, Untori e Ratti si faceva sempre gran confusione).

Forse, tornato sconvolto a Ventimiglia dopo una leggendaria (e naturalmente ignota) cavalcata notturna, dal Convento Agostiniano, ove si barricò coi confratelli, attese anche lui l’arrivo della Morte, pure lui si mise ad orecchiare nel timore di “Sentir squittire i demoni del gran male”.

Ma l’olocausto che cancellò più di 100.000 persone dal Dominio di Genova non imperversò nel Capitanato intemelio…

Ma eran Demoni, davvero…erano Untori….i propagatori del Male? vi si credette ancora fin all’800 a livello popolare…!?! No! eran i “Ratti delle Chiaviche” attratti dalla sporcizia, dalla mancanza di igiene pubblica ed ambientale, i ratti veicolo del parassita della Peste:…sarebbe forse bastato nettare i siti, non avere fogne a cielo aperto, combattere gli impaludamenti….ma che se ne sapeva all’epoca!!!!

Eppure Angelico Aprosio lo aveva intuito e ne aveva anche scritto!!!…tramite l’astrologia (quindi da uomo del passato) aveva, con calcoli astrusi, prevista una qualche calamità…tenendo giustamente conto, anche, di certe oscure congiunzioni astrali. Ma da amante (in segreto, molto in segreto) della scienza nuova (e quindi da uomo moderno) questa sorta di acuto Giano Bifronte aveva pensato che molto dipendesse per tanto sfacelo pure dall’aver abbandonate le tecniche romane di igiene della persona e dell’ambiente.

Anche ambientalista, dunque, Aprosio?..ma sì!…certo che per capirlo bisogna leggerne le opere…anche solo quelle stampate… Un ambientalista a dir il vero poco ascoltato (come in tante altre cose…la superbia intellettuale era certo un suo difetto)…forse per questo nella sua Biblioteca diede tanto luogo d’onore alla rara satira di N. Villani “Nos canimus surdis”….sì doveva sentirsi poco ascoltato….ma a dire il vero questo non è capitato solo a lui…

di Bartolomeo Durante, da Cultura-Barocca

Edifici sacri a Triora (IM) e dintorni

Una vista di Triora (IM)
Fonte: Wikipedia

Un importante edificio sacro che interessa la popolazione di TRIORA (IM), non meno di quella di MOLINI DI TRIORA e comunque di tutta la ALTA VALLE DELL’ARGENTINA, è il SANTUARIO ALPESTRE DI SAN GIOVANNI DEI PRATI, che sorge alle pendici del monte CEPPO in pratica difronte al nucleo medievale di TRIORA.

Molini di Triora (IM): Chiesa di San Giovanni dei Prati
Fonte: Wikipedia

La tradizione vuole che l’edificio originale sia stato eretto in tempi remoti e per influsso dei MONACI BENEDETTINI: cosa peraltro non improbabile dal lato storico (anche se la stessa tradizione riferendosi all’istituzione in questo sito di un EREMO finisce con l’aprire la strada per un’altra ipotesi, sì da discendere addirittura al tempo del cristianesimo originario in Liguria o per medlio dire delle ULTIME INVASIONI BARBARICHE e dell’OPPOSIZIONE qui impostata dai BIZANTINI dei forti greci di Taggia ed in particolare della BASE FORTIFICATA DI CAMPOMARZIO O S. GIORGIO).
La vera storia del SANTUARIO data però solo dal XVI secolo e precisamente dal 1522 allorché don Bernardo Gastaldi di Triora fece erigere questa chiesa intitolata al Santo patrono di pastori ed eremiti.
Secondo la tradizione il 24 giugo di ogni anno gli abitanti di Triora conducevano in processione sin al santuario la statua di SAN GIOVANNI BATTISTA (statua conservata nell’oratorio del borgo a lui parimenti dedicato).
I membri delle confraternite di Triora si davano appuntamento presso la chiesetta della MADONNA DEL BUON VIAGGIO.
Da qui iniziava una sorta di metaforica liturgia dei grandi PELLEGRINAGGI DI FEDE.
Il PRIORE di ogni confraternita distribuiva ai suoi affiliati il pane che simboleggiava l’augurio e il permesso per il viaggio di fede.
La popolazione a questo punto, con la cassa processionale di San Giovannino detto “U Petitu” cioè “il piccolo”, scendevano a fondovalle e quindi risalivano sul Ceppo sin al santuario.
Contemporaneamente a SAN GIOVANNI (nella dizione locale SAN ZANE) eran sopraggiunti anche molti abitanti di MOLINI DI TRIORA, CORTE, ANDAGNA ed altri CENTRI MINORI dell’alta valle dell’ARGENTINA.
Gli abitanti di TRIORA nell’attesa di entrare in chiesa fecevano allora la NOVENA: essi cioè, recitando il rosario e buttando ad ogni rotazione un sassolino dei nove presi in mano, per neve volte giravano intorno alla chiesa.
In questa ritualità, che recuperava alcune simbologie del pellegrinaggio, si identifica comunque l’influenza dell’antichissima CABALA e del valore allegorico, simbolico e gematrico attribuito ai NUMERI (per tutta la tradizione teologica e rituale del Medio Evo il 9, multiplo del tre, simbolo della Trinità e quindi ipostasi della PERFEZIONE, costituì un numero chiave sia della liturgia che dei culti propiziatori).
A completare la simbolizzazione dei PELLEGRINAGGI molti fedeli portavano con sé alcuni fondamentali attributi che caratterizzavano ovunque il PELLEGRINO DI FEDE.
La statua era stata intanto deposta in una nicchia di frasche e fiori di maggiociondolo.
Dopo le funzioni si teneva il pranzo sui prati.
Quindi verso, nella ritualità del ritorno, si sarebbero succeduti altri momenti canonici.
Tra questi: la sosta nel castagneto sottostante il paese e durante la quale il priore e la priora della confraternita avrebbero donato cipolle ripiene e torta di riso su foglie di castagni.
Coloro che invece avevano per vari motivi dovuto disertare la grande festa erano omaggiati a casa loro del regalo di un “fantino”, uno zuccherino antropomorfico.

Triora (IM): Santuario di N.S. di Loreto
Fonte: Wikipedia

Esclusivamente legato alla religiosità di TRIORA è invece il SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DI LORETO che sta in capo al PONTE SULL’ORRIDO DEL GERBONTINA (in ALTA VALLE ARGENTINA).
La gente del luogo ha chiamato a lungo questo SANTUARIO che logicamente commemora in modo speculare il celebre, OMONIMO SANTUARIO PRESSO RECANATI, col nome di Madonna del Ciapazzo od anche di Nostra Signora delle Saline: in quel luogo infatti si radunavano i contrabbandieri che, fra tanti pericoli, conducevano il sale fin in Piemonte seguendo verisimilmente la Strada della valle Argentina.
Nei pressi sorgeva un bosco detto del Foresto che veniva utilizzato per fornire legname per la costruzione delle Galee delle Repubblica di Genova.
Dopo che la regione superò i pericoli delle incursioni dei PIRATI TURCHESCHI O BARBARESCHI la popolazione come accadde in altre contrade del Ponente ritenne di dover, come ex voto, ampliare questa antica chiesa che fu intitolata a Nostra Signora di Loreto.
Si accede alla chiesa, che è a croce latina e a tre navate, tramite un piccolo portico: sopra l’altare sta un dipinto del triorese Lorenzo Gastaldi (datato del XVI secolo) che rappresenta la Sacra Famiglia e San Giovanni Battista.
Tra le molte testimonianze di fede conservate nella chiesa è da ricoradare una lapide con cui gli abitanti di Triora ringraziarono la Vergine per esser scampati alle devastazioni causate dal terremoto del 1887, il sisma che insanguinò il Ponente ligure.

Triora (IM): Chiesa di San Bernardino
Fonte: Wikipedia
Triora (IM): Chiesa Parrocchiale – Collegiata di Nostra Signora Assunta
Fonte: Wikipedia

Più della CHIESA PARROCCHIALE barocca a TRIORA risulta interessante, fuori borgo, la CHIESA TARDOMEDIEVALE DI SAN BERNARDINO caratteristica soprattutto per il portico datato da Nino Lamboglia al XV secolo: oltre a questa merita una visita la CHIESA DI SANTA CATERINA, datata al 1390, che fu chiesa gentilizia della Famiglia Capponi, poi emigrata in Toscana, edificio purtroppo poi caduto in degrado ma che nelle linee preludeva già al gusto rinascimentale.

da Cultura-Barocca

Piemonte e ponente ligure

Airole (IM): uno scorcio

L’influenza pedemontana sulla Liguria e specialmente su quell’area strategica di grande importanza che da sempre fu l’estremo Ponente Ligure risale a tempi remoti e – senza poter elencare tutte le circostanze – si può già citare a titolo proemiale l’influsso che le grandi case monastiche pedemontane ebbero in forza della loro espansione e su un tragitto di pellegrinaggi della fede dal Cenisio al mare di Ventimiglia (IM) dopo la sconfitta (alla fine del X secolo) dei Saraceni del Frassineto.

Le ragioni fideistiche si coniugarono presto con motivazioni temporali e commerciali legate al controllo di tratti importanti per le diramazioni delle vie dell’allume, delle spezie e soprattutto del sale.

Tra gli obbiettivi pedemontani e quindi sabaudi rientrava il controllo della via del Nervia, attesa l’asperrima Valle del Roia al cui terminale dopo l’esperienza certosina fungeva da guardia – con altre località – il centro di Airole di cui Ventimiglia si definiva “Consignora”.

Lo Stato Sabaudo si trovò con il tempo nella condizione di controllare la base navale di Nizza e quindi quello che sarebbe divenuto il Principato di Oneglia. Più lenta e graduale fu la penetrazione sabauda verso il mare di Ventimiglia di maniera che un punto cardine può esser giudicata l’assimilazione di Pigna di rimpetto alla quale stava la forte, genovese base di Castelfranco poi Castelvittorio (IM).

E’ nel XVI secolo che in Val Nervia gli equilibri assunsero una piega che si rivelò – specie col tempo – favorevole allo Stato Sabaudo. Lo scontro successivo all’omicidio (1523) del Signore di Monaco, perpetrato da Bartolomeo Doria dell’omonima Signoria di Dolceacqua e Val Nervia, si evolse con la reazione di Agostino Grimaldi, che conquistò il territorio del nemico al punto che, data la generale condanna dei vari Potentati, al fuggiasco Bartolomeo Doria non rimase altra soluzione che cedere i suoi possessi con atto di vassallaggio ai Savoia per esserne contesualmente investito. Tramite simile evento, nonostante la sostanziale autonomia della Signoria dei Doria, il loro possedimento, di indubbia valenza strategica, divenne un punto chiave nella valle per i rapporti tra la Repubblica di Genova e lo Stato Sabaudo che, dato l’atto di vassallaggio dei Doria, poteva comunque partire da una posizione vantaggiosa.

Ed è proprio nel XVII secolo che prendono corpo quei conflitti aperti tra Genova ed il Ducato Sabaudo che coinvolgono espressamente il Ponente di Liguria.
Il primo conflitto è databile al 1625. Le difficoltà di Genova non sono solo di rimpetto ad un nemico oggettivamente più interno, ma nel contesto del Ponente stesso già contrastato da varie problematiche, tra cui lo stato di perenne tensione tra ville e città nel contesto del Capitanato di Ventimiglia, aggravato da una rivolta popolare avverso la nobiltà locale, bensì anche l’inerzia di Genova e dei suoi comandanti militari a fronte di un nemico vincente. Ed è in siffatto clima che si predispone la congiura filosabauda che prende nome da Giulio Cesare Vachero.

Il secondo conflitto del 1672 è del pari connesso alle mire espansionisiche sabaude ed ancora ad una congiura antigenovese, capeggiata da Raffaello della Torre al fine di organizzare una rivolta in grado di abbattere il governo repubblicano genovese o quantomeno creare nel Dominio ligure un disordine bastante a poter conquistare l’importante piazza di Savona.
I provvedimenti presi da Genova per rinforzare Savona concorrono a capovolgere la situazione sino al punto che le forze sabaude entrano in aperta crisi e necessitano di un pronto intervento di ulteriori contingenti per riconquistare la perduta base di Oneglia.
A questo momento interviene la diplomazia ma nel suo contesto a testimonianza degli intrighi esistenti in seno alla Repubblica emerge anche l’ambigua posizione del pubblicista genovese Francesco Fulvio Frugoni – assunto per attestare le responsabilità dello Stato Sabaudo connivente con il della Torre – sul cui ondivago comportamento filosabaudo alcune cose si sanno anche in funzione di quattro sue lettere all’Aprosio.

La Savoia continuò più o meno occultamente a covare ambizioni di espansionismo in Liguria. La persistenza di contenziosi, più diplomatici che guerreschi tra Genova e Piemonte Sabaudo in effetti si manifestò sempre, seppur in forme men eclatanti, sui limiti di un contrastato confine. A titolo esemplificativo si può qui citare il caso nell’estremo Ponente dell’antichissimo possedimento monastico di Seborga, detto anche “Feudo della Seborga”, alla fine, nell’ambito di una questione tuttora assai controversa, assimilato dai Savoia – fra le opposizioni genovesi – per acquisto dalla Casa Madre.

La soluzione da parte della Serenissima Repubblica di Genova dei contrasti seicenteschi con il Piemonte Sabaudo sancisce però l’avvento di destini diversi fra le due Potenze (anche se non sempre intercorsero rapporti competitivi. Genova anzi accettò di ospitare la Corte Sabauda che portava con sé la Sindone quando Torino fu sotto assedio durante la “Guerra di Successione al trono di Spagna.

In effetti si stavano oramai aprendo nuovi percorsi al tempo e purtroppo alle guerre con l’insorgere di quei conflitti continentali e non solo destinati a fare del Piemonte una Potenza di rilievo, evolutosi al segno di pianificare l’Unità d’Italia grazie anche ad un’industria bellica avanzata e di rilievo esperita già dal ‘700.
Al contrario si dovette assistere alla graduale relegazione di Genova e del Dominio in un posizione geopoliticamente subordinata e di difficile neutralità, nonostante atti di valore come la rivolta – nominata dal “Balilla”- contro le vessazioni austriache. Del resto nell’ arco temporale in cui si decidono i destini d’Europa, e in parte del Mondo, la Repubblica si trova obbligata a risolvere con dispendio di energie gravi problemi interni come l’annosa questione del conteso Marchesato di Finale, ma anche – tra altre cose – a domare a Sanremo una rivoluzione popolare, duramente piegata con le armi e presupposto dell’erezione di un Forte alla Marina, come si legge qui nel “Manoscritto Borea” che indica anche le truppe scelte per controllare la popolazione della città.

E’ arduo dire se tutte queste difficoltà intestine, senza dubbio centrifughe e destabilizzanti, dell’antichissima e gloriosa Repubblica abbiano condizionato le scelte future in merito al suo destino. Fatto sta che non venne più restaurata – dopo tante illusioni ai tempi della Repubblica Democratica Ligure susseguente alla Rivoluzione Francese e alle gesta napoleoniche per cui caddero gli Stati del Vecchio Regime – quale “secolare libero Stato” – una volta finita l’esperienza napoleonica innovatrice certo ma nemmeno priva di responsabilità, a riguardo della gestione di quella che fu una Grande e Possente Repubblica – ma, piuttosto, in forza dei deliberati del Congresso di Vienna fu, tra lo sgomento di molti, assimilata quale possedimento del Regno di Savoia e quindi organizzata entro la “Grande Liguria delle Otto Province”, destinata abbastanza presto ad essere ridimensionata per la cessione di Nizza (con la Savoia) allo scopo di ottenere a fianco di Vittorio Emanuele II l’intervento di Napoleone III Imperatore dei Francesi nella II Guerra di Indipendenza presupposto basilare per l’Unità d’Italia.

da Cultura-Barocca

Templari nel ponente ligure?

Bordighera (IM) – Chiesa della Madonna della Ruota

Tra Piemonte, Francia e Liguria occidentale sopravvive il ricordo di un priorato templare a Sospel, di una base a Tenda e poi di un Ospedale del Tempio sulla costa intemelia (la parte di Liguria più prossima alla Francia) che, come si evince dai notai duecenteschi, era preposto al ricovero dei viandanti prima che si imbarcassero per la Palestina od i Santuari delle Spagne (non eran rare le occasioni in cui, dietro un compenso pattuito con un atto legale, uno o più monaci templari si impegnassero a scortare gruppetti di viaggiatori se non, addirittura, a condurli – sempre ben protetti – sulla flotta che allestirono nelle spedizioni in Terrasanta).

I Templari, oltre ad essere frati guerrieri, a combattere gli Arabi ed a proteggere seppur dietro compenso i “Pellegrini del Sacro”, gestivano un po’ ovunque, sia sui percorsi per le SPAGNE che per la TERRASANTA , dei ricoveri per viandanti, degli OSPEDALI in cui tuttavia oltre che il riposo ed il conforto del cibo ai viandanti, sempre dopo pagamento, mettevano a disposizione le loro conoscenze in campo medico .
Alcuni fra loro avevano rafforzato queste competenze soprattutto con la frequentazione di quei medici arabo-egiziani che avevano tratto la loro formazione dai testi greci = dopo il crollo della Romanità la Medicina nell’Europa Cristiana era degradata a livelli modestissimi ed era stata recuperata soprattutto sulla scia della Scienza Araba da cui i Cavalieri del Tempio appresero molte nozioni specie quelle collegate all’arte dei Rizotomi, poi Aromatarii e quindi Erboristi (come qui aprofonditamente si può leggere) non sempre, però, condivise dall’ecumene della Cristianità per interferenze – certo suggerite dalla superstizione e dal rifiuto del mondo antico- sia con il contesto pagano ed idolatra quanto con l’interferenza di occulte forze demoniache: tutte cose che, ben manipolate, avrebbero contribuito ad alimentare una certa quanto ingiusta “leggenda nera dei Templari”.
Dalla medicina e dalla scienza degli Arabi i Cavalieri del Tempio avevano oltre a ciò ricavate ulteriori nozioni, del tutto incomprensibili nell’Europa Medievale quanto non completamente prive di fondamento ed utilità: contestualmente alcuni di loro si erano accostati alla sempre controversa disciplina dell’ALCHIMIA sì da poter esser ritenuti – laddove li si volesse colpire ed attaccare per qualsiasi ragione – anche praticanti di magia.

L’OSPEDALE DEL TEMPIO era un fenomeno peculiare, connesso alla presenza in Ventimiglia (IM) di Cavalieri Templari, che si facevano pagare per l’assistenza e la protezione dei viandanti. Dagli atti del notaio di Amandolesio si evince che questo organismo teneva proprietà terriere in Ventimiglia, vicino alla chiesa di S. Michele, ma che non confinavano colle mura cittadine, essendo da queste separate per via dei poderi di tal Ingone Burono (doc.569, 25-VI-1263). L’ospedale aveva anche delle proprietà nel luogo ad Villam che potrebbe connettersi col moderno toponimo intemelio “le Ville”, presso la città medievale, se il notaio, scrivendo in territorio Vintimilii (e non prope, cioè “vicino”) non sembrasse piuttosto alludere, come era solito usando tal denominazione, riferirsi ad una località del Contado, appunto il “territorio”: egli usò raramente questo toponimo Villa e soltanto riferendosi ad una contrada grossomodo corrispondente all’attuale sito di Bordighera medievale, dove effettivamente già prima del XV secolo esisteva una Villa poi distrutta per ragioni mai completamente chiarite(costituiva nel contado l’unico insediamento demico di XIV sec. senza specifica nominazione: doc.613, 15-IV-1263 e doc.154 ove si legge “ad collam de Burdigueta ubi dicitur Villa”).

Una “base templare” a Bordighera (IM) non sarebbe improbabile calcolando lo sviluppo degli approdi in tal luogo e tenendo conto dei percorsi trasversali che potevano connettere il sito sia coll’ospedale della Ruota che col tragitto nervino: tenendo altresì conto del Priorato templare di Sospello (chiesa di S.Gervasio, dipendente dalla Diocesi intemelia) e sulla loro base commerciale al passo di Tenda (Albintimilium cit., p.266, nota 40: sussiste altresì l’ipotesi di un loro distinto insediamento sul colle di Siestro in Ventimiglia).

Questi frati guerrieri raggiunsero presto grande potenza per il loro ruolo di “guardiani delle vie di mare e terra”; anche se non mancarono casi in cui un esasperato giudizio di potere li indusse a far uso indiscriminato delle armi (così per esempio, poco dopo la metà del XIII secolo, un Templare di nome Raimondo Galliano o Galliana, in un eccesso di violenza forse anche perché provocato ma comunque sempre contro le normative dell’Ordine ferì a morte in Ventimiglia tale Guglielmo da Voltri = cart.56, not.di Amandolesio).

Scrive in proposito Sergio Pallanca: “… dalla biblioteca Reale del Belgio un documento datato l’anno 1257 relaziona di un fatto di sangue accaduto in Ventimiglia per mano del Cavaliere Templare Raimondo Galliana, non è chiaro se appartenente alla Domus di Ventimiglia o alla Precettoria di Seborga. Raimondo Galliana, nato in Castelvetro Piacentino, rientrato ferito dalla Terra Santa, divenne Maestro nel 1240 e fu Precettore di S. Margherita in Fiorenzuola d’Arda dal 1241 al 1244. Nel 1251 lasciò Fiorenzuola e venne trasferito a Santo Stefano d’Aveto e da qui a Torriglia da cui dipendevano le Mansioni collocate nell’Alta Valle dello Scrivia, quelle della Val Trebbia e Gattorna, fondata dai Cistercensi. Ecco quindi che il Maestro Galliana, inviato a Seborga nel 1256 per volere del Gran Maestro Tommaso Berard, aveva il compito di salvaguardare il territorio spettante al convento di San Michele, che Genova cercava di assoggettare, e di imporre il rispetto confinario al rappresentante della Repubblica, Guglielmo Boccanegra, Capitano del Popolo in Ventimiglia, descritto quale uomo rude, ignorante e fanatico ghibellino.
Il Galliana si oppone con fermezza ai vari tentativi di usurpazione terriera del Capitano di Genova e, ligio al suo compito resta ben presto inviso ai genovesi della ” Rocca ” [il castello – appartenente al grande complesso delle fortificazioni della Ventimiglia medievale – costruito dai Genovesi a dominare Ventimiglia (dopo la faticosa conquista che fecero della città nel 1221 agli ordini del loro comandante Lottaringo di Martinengo) dall’alto di quello che oggi è chiamato Monte delle Monache].
Provocato da Gugliemo da Voltri, soldato presso la Rocca, nella primavera del 1257, con un fendente di spada il Galliana ferisce alla testa e alla mascella il soldato genovese che poco dopo muore. Interviene il Capitano Boccanegra che a nome della Repubblica ordina l’arresto del Templare, ma il Galliana si oppone alla punizione dichiarandosi esente da ogni giurisdizione civile ( I Templari – nella complessa organizzazione della Chiesa – risultavano però sotto l’ esclusiva e diretta giurisdizione del Papa ) [per approfondire questa sottile e vastissima tematica è però sempre opportuno consultare la basilare Bibliotheca Canonica, Juridica, Moralis, Tehologica …., di L. Ferraris in merito a diverse voci concernenti sia il contesto ecclesiale nella sua globalità (non escluse per esempio le peculiarità giurisdizionali della titolatura di Abate) quanto molte voci connesse anche all’ aspetto aspetto materiale e monumentale oltre che spirituale della Chiesa stessa].
Si ricorre allora al Vescovo della Diocesi di Ventimiglia, Azzo Visconti di Milano, fervido oppositore della politica ghibellina genovese che, con lettera al Capitano e al Senato di Genova, si dichiara offeso nella dignità pastorale: “non essere io né custode né guardiano di un templare o chicchessia”. Il Galliana resta impunito e di tutto ne dà sentenza lo stesso Vescovo il 9 ottobre 1527.
Lo stesso giorno, richiamato in Seborga presso il Capitolo, il Maestro Templare subisce un processo dall’Ordine in cui viene privato degli onori della Maestranza e svestito della Mantella di Cavaliere.
Non dobbiamo dimenticare che se i Templari erano monaci armati erano autorizzati come dettava la loro Regola ad usare le armi solo contro gli Infedeli e contro gli animali feroci ma solo a scopo di difesa (art. 46 e 47) con la sola eccezione del Leone da attaccare incondizionatamente ( art. 48).
Trasferito a Nizza Marittima, dopo una penitenza di tre anni in cui è semplice inserviente per avere agito contro la Regola, è riconsacrato Cavaliere.
Viene quindi inviato nella Precettoria ospitaliera di S. Maria, al Passo delle Finestre, a nord dell’attuale Parco francese del Mercantour. Non si ha notizia se il Galliana fosse ancora là nell’Anno del Signore 1307, anno in cui i Legisti di Filippo il Bello, Re di Francia e Vescovo di Parigi, guidati dalla Curia di Nizza massacrarono tutti i Cavalieri presenti nella Precettoria di Santa Maria delle Finestre .
..”.

da Cultura-Barocca

Cesio, un tipico borgo di sperone

Fonte: Wikipedia

Cesio (IM) é tipico borgo di sperone, che, con ARZENO (che prima d’esser accorpato a Cesio, nel 1928, fu Comune autonomo) e SAN BARTOLOMEO, occupa la posizione più elevata della valle di Oneglia (CARTARI è un’altra frazione di Cesio già sede del Castello – vi si individuano pochi RESTI di una struttura fortificata – e sita in posizione strategica quasi a controllo della Valle dell’ARROSCIA).

Il nome del comune non ha una chiara etimologia e due sono le versioni interpretative che ne vengono date.
Secondo la prima di queste potrebbe trattarsi di un toponimo romano, cioè di un nome di luogo; secondo l’altra versione sarebbe possibile che il nome attuale sia la trasformazione di un prediale (un nome indicate una villa od un possesso fondiario) derivato dal nome romano “Caesius”.

In epoca medievale il centro era un possesso dei feudatari marchesi Clavesana; nel XIV sec. il paese pervenne quindi a Genova e fu ascritto fra i possessi del DOMINIO DI TERRAFERMA DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA.

Pervenuto quindi, nel contesto del PRINCIPATO DI ONEGLIA, al Piemonte ed alla casa Sabauda non conobbe grossi eventi ma fu gravemente saccheggiato nel 1801 da una banda di predatori (è peraltro noto che anche la Repubblica aveva dovuto spesso combattere contro briganti e predoni che si rifugiavano nelle sicure anse dei contrafforti alpini).

Secondo un’interpretazione il paese non conserva edifici monumentali notevoli, ma emerge solo il semplice campanile affiancato alla chiesa parrocchiale che segna il passaggio tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento.
E’ costituito da una torre a pianta quadrata sovrastata da una cuspide piramidale a base poligonale; non è più costruito con la pregiata, pietra da taglio ma ha superfici realizzate con strutture “povere” che abbisognano di essere protette da adeguati strati di intonaco.
Le murature sono forate da un solo ordine di strette finestre corrispondenti alla cella di copertura.
L’uso nelle nostre valli dell’intonaco esterno diventò usuale a partire dalla fine del XV secolo a causa della congiuntura economica che non rendeva più conveniente la lavorazione delle pietre a faccia vista.
Si ricorse perciò all’uso di materiali meno resistenti, ma pia economici e di facile applicazione.
Le superfici vennero rivestite di un candido intonaco “a marmorino” (calce e polvere di marmo in adeguate proporzioni) che per la sua superficie compatta e levigata oppone un’eccellente resistenza all’azione dilavante dell’acqua, così da risultare valido anche nella protezione della copertura a guglia dei campanili.

da Cultura-Barocca