Prescrizioni medievali intorno agli scali del ponente ligure

La zona tra Arma di Taggia e Santo Stefano al Mare (IM)

E’ giusto affermare che, allo stato attuale delle investigazioni, le più complete osservazioni sul porto di Taggia o meglio sui porti di Taggia sono da attribuire a Carlo Carassale che, in un suo recente libro (L’ambrosia degli Dei – il moscatello di Taggia alle radici della vitinicoltura ligure, Atene Edizioni, Arma di Taggia, 2002), riassumendo le postulazioni di alcuni studiosi, ha tracciato essenziali informazioni su alcuni aspetti della commercializzazione marittima dagli scali di Taggia e, contestualmente, sugli approdi della località individuati prioritariamente nella RIVA DI TAGGIA (oggi RIVA LIGURE) e quindi negli scali dell’ARMA O DELLA CHIAPPA: aree, tutte queste, altresì pervase da una discreta attività cantieristica.
“Il capitolo 22 degli statuti di Taggia del 1381, De palis plantandis in ripa Thabie et Clappa et Arme, che obbligava il podestà, con la collaborazione degli anziani, a piantare due pali in ognuna di queste tre ben distinte località costiere, fornisce la conferma, seppur indiretta, di un traffico marittimo che vedeva i Taggesi protagonisti. Una simile imposizione, non collegabile ad una esigenza di definire i confini amministrativi di tre ambiti compresi all’interno della stessa podesteria, pare finalizzata a individuare e a segnalare agevoli APPRODI per le imbarcazioni. La spesa di tale lavoro gravava interamente sul Comune di Taggia che provvedeva alla periodica sostituzione dei pali non più idonei a tale scopo.
Due gli elementi che risaltano in questa preziosa testimontanza: la presenza ipotizzahile di piccoli mercanti che si adoperavano per rendere agevoli le operazioni di carico-scarico delle merci che prendevano la via del mare; la funzione della spiaggia dell’ARMA o della CIAPPA come scalo alternativo a RIVA DI TAGGIA.

Sullo SCOPO DEI PALI è utile e chiarificatore un confronto con analoghi capitoli contenuti negli statuti di centri costieri vicini a Taggia.
Il capitolo 217 degli statuti di Albenga del 1288, De palis ponendis in ripa ad extrahendum ligna, faceva obbligo a qualsiasi cittadino o mercante che possedesse un’imbarcazione con almeno duos temones di collocare o far collocare, a proprie spese, due pali sul litorale di Albenga pro extrahendis lignis. La prescrizione, valida usque ad Kalendas iunii, riguardava anche i proprietari di barche di minor valore ai quali competeva l’installazione di un solo palo. Chi contravveniva a tall disposizioni doveva pagare una multa.
Anche il capitolo 166 degli statuti di Sanremo del 1435, De pallis plantandis in ripa Sanctiromuli, stabiliva che la Iusticia dovesse provvedere alla sistemazione di un numero imprecisato di pali nei punti della spiaggia in qua navigia trahuntur, operazione forse effettuata con l’ausilio di argani. L’Amministrazione comunale si faceva carico della spesa per la sistemazione dei pali ed era tenuta a far scurare, cioè dragare, il tratto di mare nonché a tenere sgombra ipsam ripam. La riparazione del molo, che rendeva lo scalo più accessibile, spettava ai Sanremaschi, che vi si dedicavano, individualmente, per diem unam vel duas all’anno.
Anche il capitolo 17 degli statuti di Oneglia del 1428, De palis plantandis in ripa maris, imponeva ai rasperii di piantare o far piantare, sempre a spese del Comune, sei pali bonos ey sufficientes per un mese, al fine di segnalare un comodo approdo.
Gli statuti di Porto Maurizio (1405) non contemplano tale necessità: le imbarcazioni alla fonda godevano infatti di uno specchio d’acqua loro riservato, nel quale era proibito gettare materiale di qualunque generei.
In mancanza quindi di precisi regolamenti portuali, ogni singola comunità affidava i lavori relativi alla costruzione di un molo o al dragaggio di un fondale ai rispettivi ahitanti.
Siamo in presenza di approdi dotati di strutture modeste che rientrano, ed ARMA non fa eccezione, in una precisa tipologia.
Arma, con Bussana, faceva parte della podesteria di Taggia dal 1357, ma le continue dispute che impedivano conseguentemente una comune gestione agricola del territorio, nonché la crescita economico-produttiva della bassa valle, porteranno, nel 1429, alla divisione amministrativa I Bussanesi si lamentavano in particolare di una tassa sul vino (otto denari per ogni metreta prodotta all’intemo dei confini podestarili), che colpiva indistintamente i viticoltori della zona senza tener conto della qualità. Un’imposizione che si dimostrava inequalis a motivo del maggior pregio dei nettari taggesi rispetto a quelli di Bussana. Controversia appianata inizialmente stabilendo che fosse dignum et iustum calcolare la gabella in proporzione non alla quantità ma ad valorem et pretium vinorum.
Poiche locus Alme possedeva scarum et portum sive locum nel quale si caricavano vina et alie res et merces tam Tabie quam Buzane et aliorum locorum circostantium e non era in grado, in mancanza di un numero ritenuto sufficiente di abitanti, di costituirsi in un Comune autonomo, i giudici incaricati di risolvere la questione gestionale sentenziarono:
1 ) per tutti i vini, imbarcati nello scalo di Arma, nati nel territorio di Taggia, il dazio spettava a questo Comune. La stessa disposizione valeva per Bussana nell’area a lei direttamente soggetta, in casi analoghi.
2) Per le derrate che si realizzavano nel territorio di Arma, i contadini dovevano pagare la tassa al Comune di appartenenza.
3) Per i vini imbarcati sulla spiaggia di Arma prove nienti da centri non compresi all’interno della podesteria, il balzello doveva essere spartito tra Taggia e Bussana, in proporzione alle terre rispettivamente possedute in dicto territorio Alme.
Queste misure tampone non impediranno le liti fra i due Comuni. Nel nuovo arbitrato del 1432, che sanciva la divisione del territorio di Arma, si decise quanto segue: i vini o i mosti di proprietà di Taggesi imbottati in Discrictu Tabiae o extra rerritorium Tabiae, potevano essere imbarcati nello scalo di Arma per totum mensem octobris, corrispondendo tuttavia un dazio agli uomini di Bussana ai quali ora spettava evidentemente la gestione dell’approdo; per tutti gli altri vini non imbottati entro la suddetta scadenza, o per altre merci imbarcate in dicto scario Almae, i mercanti taggesi dovevano pagare comunque una tassa ai Bussanesi; i proventi del dazio imposto ai forestieri per l’uso dello scalo dovevano invece essere spartiti fra Taggia e Bussana.
In una delibera del Comune di Taggia del 5 febbraio 1464 troviamo una conferma indiretta dello sfruttamento commerciale di questa spiaggia.
Il timore di una propagazione della peste, morbo già segnalato in alcuni centri del Ponente ligure, costrinse il Consiglio degli anziani a misure preventive, proibendo l’attracco di imbarcazioni, provenienti da luoghi sospetti, su tutto il litorale, scalo di Arma compreso. Anche gli uomini di Riva, porto d’imbarco della podesteria, non potevano ospitare persone che frequentavano per la loro attività luoghi colpiti dalla pestilenza. Si imponeva un’attenta sorveglianza nei punti di sbarco, che avveniva abitualmente inter Fossatum Grossum et Costam Gabriele et Fossatum Canae.
Nel 1504 le continue controversie sui confini territoriali e sull’utilizzo dello scalo richiesero un giudizio imparziale del governo genovese. Il conteso locus Alme poteva d’ora in avanti essere abitato da uomini di ambedue le comunità, ma doveva rimanere ben distinto dai Comuni di Bussana e di Taggia fino a costituirsi, raggiunto il numero di 25 famiglie, in un Comune autonomo con propri consoli.
Interessanti sono i regolamenti edilizi: la costruzione di case o altri fabbricati rispondeva ad un preciso criterio poiché era necessario lasciare libero un ampio tratto di spiaggia pro trahendis in terram galeonis er aliis vasis navigabilibus. Uno scalo importante dunque per le operazioni di carico-scarico del vino o di altre merci e per la presenza di cantieri navali.
Le navi di grossa stazza, impossibilitate per le dimensioni ad avvicinarsi alla riva, gettavano l’ancora al largo. La mercanzia veniva caricata su piccole imbarcazioni (alcune provenivano dalle aree interne sfruttando la navigabilità del torrente Argentina) per poi essere trasbordata.

da Cultura-Barocca

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