Portitorium, Portilorium, Portiloria, Portiola…

Dove [nell’attuale zona Nervia di Ventimiglia (IM)] un tempo agiva il porto canale nel torrente Nervia e dove ghiaie ed arene avevano seppellito le vestigia di quella che era stata la città capitale degli Intemelii, sorgeva il fortilizio di Portiloria (sulla cui logistica indagò a lungo G. Rossi sin a scrivere un saggio intitolato =Dove si trovava il Castello di Portiola?).

Prima i Conti e poi il Comune vi tenevano una guardia armata, per la sicurezza del ponte in legno e come posto di dazio per le vie verso Genova e verso la Valle Nervia ed il Piemonte. La grande cisterna del Castrum Aquae, dal quale si dipartivano i canaletti o le fistulae di piombo, come hanno rilevato Rossi e Lamboglia, avrebbe dovuto trovarsi ad una quota superiore all’abitato, magari nei pressi delle mura di Nord-Est, dove Rossi aveva scoperto un antico condotto, vicino al medievale Castello di Portiloria, divenuto poi, attraverso varie evoluzioni nel corso dei secoli, Ridotta Orengo, rinforzata nel Settecento dal Barone di Leutrum, durante la Guerra di Successione al Trono d’Austria, poco al disopra dell’ attuale chiesa di Cristo Re (qui proposta -tramite didascalia- nel contesto del quadrivio di Nervia e del Dazio).

La strada di accesso alla Bastida da Levante si inerpicava dunque sulla collina delle Maure a partire dal luogo dove nell’Alto medioevo era posta la Portiola o Portiloria, una sorta di fortilizio che, come detto (senza escludere una funzione peculiare in merito al traffico e al passaggio delle merci nella romanità) controllava l’accesso al territorio ventimigliese. Correva con un sentiero a mezza costa per raggiungere la Porta delle Maure, onde poi calare con una mulattiera piuttosto appesa, proprio all’interno delle mura genovesi, fino al corso del Resentello e la Porta delle Asse” [le tante trasformazioni, anche per l’interazione tra torri a funzioni diverse belliche e non, enfatizzate nel ‘700 dalle fortificazioni austriache della citata guerra di successione al trono imperiale specie in merito al Palazzo e Predio Orengo divenuti “Ridotta Orengo” compreso l’interrogativo sulla genesi di una parte almeno delle torri antisaracende del XVI secolo) rende comunque sempre ardua le lettura sulle modificazioni del territorio, anche estendendo l’analisi ad un areale che travalichi verso oriente lo stesso Nervia = si veda ad esempio la questione della costruzione cinquecentesca di una fortezza alla marina per difesa delle ville orientali intemelie:

e del resto nel complesso del sistema areale dove sorgeva il “castro di Portiloria” sopravvive tuttora, anche ufficialmente, come si vede qui dalle immagini fotografiche, vi sopravvive il toponimo “A TURE” (vedi) pure se risulta doverosa un’indagine di archeoletteratura.]
Per secoli area di vita agronomica importante e non turbata da grossi problemi siffatta area fu violata pesantemente durante la Guerra di Successione al Trono Imperiale nel XVIII secolo su direttive del Barone di Leutrum e dell’Ingegnere di guerra Guibert per parte degli Austro-Sardi assedianti Ventimiglia venne organizzato un impressionante apparato militare offensivo e come qui si vede dall’enfatizzazione di un particolare di questa carta coeva l’areale d’altura sovrastante il Convento agostiniano si ebbero realizzazioni belliche anche nell’area delle Maule forse sovrastanti o prossime alle costruzioni genovesi dell’assedio genovese vittorioso a Ventimiglia del XIII secolo
= ma il terreno resta minato e vale quindi la pena di attenersi, pur non escludendo ulteriori interpretazioni, a quanto scritto da Andrea Capano -con la solita competenza di linguista e dialettologo- nel contesto di un articolo, spesso riproposto in altre sedi ma editato pure nella Storia della Magnifica Comunità degli Otto Luoghi edita nel 1986
Filologicamente il termine “Portiloria” potrebbe indicare (in considerazioni di questo genere i condizionali sono d’obbligo) stante le funzioni di cui sopra, la logistica (prescindendo dalla postazione stessa del ponte in legno realmente attestato da documenti medievali) e il documento di cui del castro si parla per la prima volta (previo anche possibile deformazione -nel passaggio, anche tramite trascrizioni con errori di lettura del latino classico divenuti lemmi per quanto strutturalmente vagolanti del latino medievale) una struttura fortificata preposta al controllo fiscale sulle merci ed altro che attraverso i tempi finì per estendere una qualche propria denominazione alle terre circonvicine = vedi qui Estienne, Henri <1528?-1598> Glossaria duo, è situ vetustatis eruta: ad vtriusque linguae cognitionem & locupletationem perutilia. Item, De Atticae linguae seu dialecti idiomatis, comment. Henr. Steph., Vtraque nunc primùm in publicum prodeunt [Ginevra] : excudebat Henr. Stephanus, 1573 che riporta la definizione Portilorium (pag. 165. lemma XIV dall’alto) [onestamente, come accadeva nel ‘500, in assenza di errata-corrige, bisogna dire che previo controllo con altri esemplari- la parola qui è stata verosimilmente corretta da qualche lettore saputo allungando la t di stampa in l, sia per precisare (sulla linea di modi di dire gradualmente altalenanti) sia per personali convenzioni linguistiche = l’uso di correzioni a mano, fattibile dato anche il relativo basso numero di esemplari stampati, era però a differenza di oggi in qualche maniera codificato e spesso anche se non sempre comunicato ufficialmente dagli stessi stampatori per esempio come si vede in questa edizione cinquecentesca del Giunti de La Fiammetta del Boccaccio: la correzione di portitorium in portilorium resta comunque il segnale di un lemma sempre meno chiaro ai più, che andava perdendo la sua originaria e classica struttura, ma che però aveva finito, nel caso intemelio, per dare una sorta di denominazione all’areale su cui sorgeva]. Il du Cange, et al., Glossarium mediae et infimae latinitatis, éd. augm., Niort : L. Favre, 1883-1887, t. 6, col. 426b scrive = Portitorium [corrispondente al greco teloneion , in Gloss. Lat. Græc. = Locus ubi vectigal exigit publicanus, portitor = nel latino oggi usuale compare la forma portitor, portitoris da portus nel senso di “riscotitore di gabelle, gabelliere, doganiere (che visitava nei porti le merci che entravano ed uscivano -Cic., de rep. 4, 7: Calonghi sotto voce- esigendo il Portorium di cui suo Lessico scrive anche il sempre utile Lubker qui digitalizzato alla voce o voci relative). E’ invero assai raro, se non nei grandi lessici, riscontrare il lemma Portitorium = “qual uffico, luogo, edificio, caserma, stabilimento, emporio pubblico” in cui, come ancora detta Lessico del Lubker sotto voce si pagava il vectigal sia come imposta da intendere quale “rendita delle proprietà stabili dello Stato sia quale forma di entrate oscillanti ovvero imposte indirette come appunto il portorium. In greco antico oggi si citano le espressioni “telonia” e “teloneia” con “o = omega” e parola parossitona = Str. 748 cita il “telonion” -sempre con “o da intendere per omega” accentato, nel senso di banco del pubblicano = “telonio”. Il Battaglia, nel Grande Dizionario della Lingua Italiana , Torino, UTET, anni vari, vol. XX scrive “telonio” = “banco dei gabellieri, esattoria” e lo ritiene voce dotta dal latino telonium derivato dal greco “telones” (parola parossitona con epsilon, o = omega, eta): sempre il Battaglia scrive poi “telonèo” (ant. “talonèo”, “tolonèo”; dial. ant. “tolonèu”) dando la definizione: “Stor. Dir. Nel diritto medievale e moderno, diritto regale di riscuotere dazi, che consisteva in un complesso di imposte indirette, già applicate nel diritto romano imperiale, che venivano riscosse da coloro che riportavano o commerciavano merci o prodotti di consumo: dazi sui mercati, sugli affari, di confine, sul traffico terrestre o fluviale”.

Tutte le grandi sillogi di latinità attraverso i secoli riportano comunque sostanzialmente questa definizione e cioè Portitorium locus ubi vectigal exigit publicanus, portitor = senza dubbio per Ventimiglia sia romana che medievale la logistica a guardia di vie e approdi nel porto canale giustificherebbe non solo la postazione di siffatto ufficio o dogana ma la persistenza della sua denominazione evolutasi a toponimo dell’areale circostante, rifacendosi alla costumanza, peraltro usuale in assenza di numeri civici nella romanità quanto nel medioevo ed oltre, per indicare un sito, alla struttura muraria o edificio più significativi dello stesso (e storicamente una dogana lo è da sempre); siti importanti, noti a tutti –spesso non privi di iscrizioni specificanti– donde organizzare le proprie ricerche in un raggio più ristretto a riguardo di qualche persona o struttura di minor rilievo: a titolo documentario si cita qui per Roma la Forma Urbis pubblicamente esibita, anche per orientarsi nell’immensa città.
Potrebbe qualcuno obbiettare che il termine pertinente avrebbe oramai dovuto essere trattandosi di medioevo il termine Scalatico (o skaliaticum o scalagium) tassa che si pagava per lo scarico delle merci nei porti, calcolata in ragione di una certa percentuale del valore delle merci stesse. Per quanto riguarda la denominazione, va precisato che lo scalo era (ed è) un luogo situato in pendenza verso il mare, dove è agevole sostare per caricare e scaricare le merci dalle navi. . Lo scalaticum sostanzialmente si pone come un’evoluzione parziale dell’imposta doganale romana, il portorium, percepito per il trasporto di merci in un determinato porto. In effetti lo stesso nome portorium evoca il termine portus, proprio per indicare il tributo riscosso nei porti all’arrivo delle merci trasportate per via marittima ma in realtà, il portorium comportava una valenza molto più estesa e comprendeva tre diverse imposte (i diritti doganali per il passaggio di merci attraverso la frontiera dell’impero romano, i diritti per l’introduzione di merci dentro i confini delle città, e i diritti di pedaggio o pedatico per il transito di merci sulle strade). I Romani non stabilirono mai una tariffa generale per il portorium, ed anzi spesso lo riscuotevano in maniera forfettaria, con possibilità di abusi da parte degli esattori. Invece, i Longobardi (che per primi introdussero lo scalaticum in quanto tale) fissarono in un certo senso la base imponibile: doveva stabilirsi il valore (e talora il peso) complessivo delle merci, in base al quale poi veniva calcolato il tributo.
Difficilmente le persone dimenticano, pur attraverso gli anni se non i secoli, i luoghi ove si controllavano gli affari e dove i loro avi dovevano pagare dei dazi sia che le merci arrivassero per mare che per terra: anche se per gli approdi marittimi fosse stato bastante il lemma scalaticum con l’antico termine, peraltro alterato di portitorium/portilorium, poteva essersi conservata una valenza sia antica che ancora in essere tanto da conservare all’areale in oggetto (oltre che al pubblico edificio o “castro”) prossimo a vie e porto-canale, il nome di una dogana già fissata dai Romani (e seppur profondamente modificata ancora in essere nel medioevo) per esportatori ed importatori, sia terrestri che navali.

da Cultura-Barocca

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...