Cesio, un tipico borgo di sperone

Fonte: Wikipedia

Cesio (IM) é tipico borgo di sperone, che, con ARZENO (che prima d’esser accorpato a Cesio, nel 1928, fu Comune autonomo) e SAN BARTOLOMEO, occupa la posizione più elevata della valle di Oneglia (CARTARI è un’altra frazione di Cesio già sede del Castello – vi si individuano pochi RESTI di una struttura fortificata – e sita in posizione strategica quasi a controllo della Valle dell’ARROSCIA).

Il nome del comune non ha una chiara etimologia e due sono le versioni interpretative che ne vengono date.
Secondo la prima di queste potrebbe trattarsi di un toponimo romano, cioè di un nome di luogo; secondo l’altra versione sarebbe possibile che il nome attuale sia la trasformazione di un prediale (un nome indicate una villa od un possesso fondiario) derivato dal nome romano “Caesius”.

In epoca medievale il centro era un possesso dei feudatari marchesi Clavesana; nel XIV sec. il paese pervenne quindi a Genova e fu ascritto fra i possessi del DOMINIO DI TERRAFERMA DELLA SERENISSIMA REPUBBLICA.

Pervenuto quindi, nel contesto del PRINCIPATO DI ONEGLIA, al Piemonte ed alla casa Sabauda non conobbe grossi eventi ma fu gravemente saccheggiato nel 1801 da una banda di predatori (è peraltro noto che anche la Repubblica aveva dovuto spesso combattere contro briganti e predoni che si rifugiavano nelle sicure anse dei contrafforti alpini).

Secondo un’interpretazione il paese non conserva edifici monumentali notevoli, ma emerge solo il semplice campanile affiancato alla chiesa parrocchiale che segna il passaggio tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento.
E’ costituito da una torre a pianta quadrata sovrastata da una cuspide piramidale a base poligonale; non è più costruito con la pregiata, pietra da taglio ma ha superfici realizzate con strutture “povere” che abbisognano di essere protette da adeguati strati di intonaco.
Le murature sono forate da un solo ordine di strette finestre corrispondenti alla cella di copertura.
L’uso nelle nostre valli dell’intonaco esterno diventò usuale a partire dalla fine del XV secolo a causa della congiuntura economica che non rendeva più conveniente la lavorazione delle pietre a faccia vista.
Si ricorse perciò all’uso di materiali meno resistenti, ma pia economici e di facile applicazione.
Le superfici vennero rivestite di un candido intonaco “a marmorino” (calce e polvere di marmo in adeguate proporzioni) che per la sua superficie compatta e levigata oppone un’eccellente resistenza all’azione dilavante dell’acqua, così da risultare valido anche nella protezione della copertura a guglia dei campanili.

da Cultura-Barocca

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