Sui Castellari

Cima Tramontina, La Colla, Cima d’Aurin

La colonia greco-focese di Massalia dall’VIII sec. estese la sua influenza sulla Liguria di Ponente grazie alle basi di Tauroentio, Olbia, Antibes e Nizza (Iustin., XLVIII,3,8 e 5) ed il Portus Herculis Monoeci ne sarebbe stato il punto di massima espansione verso l’ oriente italico (Strabo, IV,1,5 e Amm. Marcell., XV,10,9). Secondo alcuni studiosi i coloni di Marsiglia, dopo le sconfitte ad Imera nel 480 dei rivali Cartaginesi e a Cuma nel 474 degli Etruschi, avrebbero intensificato la loro colonizzazione (Scymn-pseudo, orbis descrip., 201-3,215-9) sin al IV-III sec. quando i loro possessi sarebbero stati accerchiati da invasori Celti: per alcuni ricercatori invece i GRECI di Marsiglia avrebbero urtato contro un sistema di forti liguri, detti Castellieri o Castellari, che ne avrebbe fermato l’espansionismo (v.Riccardo Urgese Rolandi nelle Considerazioni sui castellari della Liguria in “Rivista di Studi Liguri”, XLVIII, 1977, nn. 1-4).

Altra ipotesi fu divulgata da E. Bernardini in Liguria-itinerari archeologici (Roma, 1981, p.49 seg.) ove fu ricostruito un mappale della presunta muraglia di castellieri atti a difendere il sistema pagense dei Liguri, organizzati in una serie di conformazioni territoriali rette da tribù [gli “Intemeli” per il territorio di Ventimiglia (da Monaco-Mentone a Sanremo circa estendendosi alla dorsale del Tenda), gli “Ingauni” per il vasto agro di Albenga, i “Sabazi” per il complesso cui oggi fanno capo i sistemi demici di Vado e Savona]: le osservazioni del Bernardini non sempre son state esaurienti (specie per il supposto castellaro in val Nervia di CIMA TRAMONTINA ove le fortificazioni sono del XVIII sec. e non si son riscontrati i ritrovamenti ceramici citati dallo studioso ma tracce di insediamento romano seppur sparse su un’area limitata [rivelazioni Eremita, in Guida di Dolceacqua e della val Nervia…, pp.13 e seguenti]).

G.  MOLLE in un un lavoro edito a Milano nel 1971 – Oneglia nella Storia – aveva dubitato di questa guerra di frontiera fra Greci e Liguri nel IV-III sec. a. C., sia perché l’archeologia ha riportato tracce di una pacifica commercializzazione di prodotti massalioti nei castellari del Ponente sia per il fatto che i grecismi ” MAGAGLIO” [che deriva da un tipo di zappa greco, la MAKELLA (in latino Ligo: la nostra rara e antica riproduzione è tratta da AA.VV., Hesiodi Ascraei…[opera omnia], Amstelodami, apud G. Gallet, 1701, inter pp. 260-261) il cui nome attuale, attraverso i millenni, salva restando la tipologia dell’attrezzo, si evolse (caso isolato in Italia) nell’italiano / ligure ponentino, di evidente connotazione dialettale, “MAGAGLIO”, donde il verbo “MAGAGLIARE” sia nel significato proprio di “lavorare il campo o l’orto” sia nell’accezione proverbiale, con timbro critico” di “non far vita da fannullone e dedicarsi ad un lavoro utile quanto faticoso”] e ” CARASSA” [un sistema di sostenimento pei vitigni] e la tecnica colturale marsigliese della colombara (per olio da combustione ed unguenti) paiono introdotti pacificamente nel Ponente ligure ad opera di coloni greci.

Le ultime indagini sui reperti suggeriscono che dal VI sec. agricoltori greco-marsigliesi si siano insediati senza contrasti nel territorio degli Intemeli, non lungi dall’odierno confine costiero tra Francia ed Italia. All’imboccatura della val Nervia, presso l’omonima frazione di Ventimiglia, gli archeologi han scoperte, in località Collasgarba tracce di un oppido (centro fortificato ligure preromano) con reperti di ceramica massaliota (N. LAMBOGLIA, Le prime vestigia di Albintimilium preromana, in “Rivista di Studi Liguri”, XIV, 1948, pp. 119-28).

Verso il IV-III sec. a.C. dalla Gallia Belgica gruppi di Nervii si sarebbero poi qui insediati in pace colle genti autoctone ed avrebbero trasmesso al luogo, al suo torrente e ad un pagus o villaggio sul tratto terminale di questo il loro etnico sotto forma di idronimo ( P.W.R.E., su Nervii – Holder, 726): la Petracco Sicardi, studiando il territorio, si è imbattuta in voci galliche che testimoniano ancora altre pacifiche infiltrazioni in siti agricoli e pastorali della val Nervia (Toponomastica di Pigna in Dizionario di Toponomastica Ligure, Bordighera, 1962, p. 105, n. 319).

Nell’agro di Sanremo si cita per primo il supposto CASTELLARO DEL MONTE CAGGIO sulla cui cuspide si trova un terrapieno costituito da pietre e terra dove si è individuata una costruzione quadrangolare (6 m. x 6 m. circa) che fu portata a fine servendosi di grosse pietre a secco discretamente squadrate.
Nella stessa area si sono individuati poi frammenti ceramici realizzati con la tecnica ad impasto.

LA VALENZA ARCHEOLOGICA DEL SITO DI MONTE CAGGIO ERA GIA’ STATA SEGNALATA NEL XVII SECOLO DA UN ERUDITO CHE DELLO STESSO TRACCIO’ ANCHE UNA MAPPA ED UN’IPOTETICA RISCOSTRUZIONE

Il manoscritto in questione è stato pubblicato dal De Pasquale in “Sanremo Romana”.
Lo stesso manoscritto [custodito presso l’Archivio di Stato di Genova al n. 253 della “Pandetta della collezione dei manoscritti e libri rari” sotto la dicitura “Antichità di Sanremo (ms. forse dell’abate Bernardo Poch, sec. XVIII)] fu però studiato criticamente da Andrea Eremita in “Corso di Aggiornamento, Storia Locale II”, presso I.T. C. Fermi di Ventimiglia, anno scolastico 1991-2 (“…sulla cima del monte Caggio si rinvenne un cumulo terroso di tipologia tronco – conica, alla cui base furono individuati i reperti di un castellaro…nel 1992 A. Eremita, sulla base di un mappale in “Archivio di Stato di Genova – Manoscritto n. 253″, carte 37-8 – ha individuato una descrizione anonima seicentesca del castellaro, a 8 gradoni, cui fu allegata una carta del luogo ed una sua ricostruzione ipotetica…”: così venne registrato nella relazione del corso).
Rimandandone la lettura integrale, conservativa e critica al lavoro del De Pasquale (appendice) del documento viene qui proposta, in grafia e morfologia modernizzate, la trascrizione che concerne la descrizione antiquaria del presunto castellaro del MONTE CAGGIO:”…Nel suddetto ciglio [del Monte Caggio, verso levante] fatto a guisa di pigna si vede che all’intorno girano un mucchio di dirupati sassi e rovinate macerie e verso ponente e mezzogiorno più distintamente si vedono le soglie e fondamenta di otto muri tutti gli uni sopra gli altri e per quanto si veda di che siano stati impastati non si scerne però se di terra o calcina, mentre facendone la prova subito si tritola e in polvere si riduce. Molto bene però si distingue, in alcune parti, simili muri in tale luogo alti ancora sino a tre palmi, e distanti l’uno dall’altro 4 palmi e così successivamente l’uno all’altro sino al numero di 8 succedono che giudicheresti questo monte coronato con 8 corone di rozzi sassi. Il primo di questi 8 muri posa con le sue fondamenta in una piazza, quale verso ponente e mezzogiorno, e sostenuta da una ben regolata macerie di grossi sassi ivi artificiosamente lavorata e detta piazza si vede fatta dall’arte e in dette parti gira passi 98 e dalle fondamenta del primo muro sino al margine di essa piazza sono passi 12, in questo verso mezzogiorno si vedono le vestigia e mura di una casetta diroccata e in alcuna parte dette mura sono ancora all’altezza di cinque palmi in alcune altre tre; in essa piazza si vedono alcuni sassi lavorati dall’arte e si scorgono in qualche parte squadrati: ve n’è uno qual piano forma una tavola, ne sono altri ivi dispersi che forman sedili. Verso tramontana e levante non gira così detta piazza per incontrar ivi rupi grossissime, formando in qualche sito precipizi e in altri quasi aprendosi il seno aprono due caverne capaci di ricevere centinaia di persone [A. Eremita tentò un’ispezione all’area, riscontrando però che se vi esistevano delle grotte la loro ispezione poteva essere pericolosa per il rischio di frane] e difenderle da ogni ingiuria de tempi e restano più bassi dei suddetti muri. In detta piazza e nel sito ove si formano dette rupi vi sono le 8 macerie che ancora tante si contano dalle vestigia: l’una sopra l’altra e distanti l’uno dall’altro da quattro in cinque palmi, l’ottavo e ultimo muro questo forma una piazzetta quasi ovata (dissi quasi perché non è tonda perfetta e è di diametro passi 24)…”

Sempre nei dintorni di Sanremo (località COSTA BEVINO) sono stati segnalati da E. Bernardini: “…Imponenti muraglioni che sembrano delimitare un grande recinto rettangolare”: si resta comunque in attesa di un’investigazione archeologica sul campo.

Un castelliere sarebbe stato identificato sul MONTE MUCCHIO DELLE SCAGLIE (o DI POGGIO PINO).
Sarebbero state scoperte grosse muraglie realizzate in pietre a secco e un edificio rettangolare presso cui si sarebbero rinvenuti reperti di ceramica campana del tipo A che permetterebbero di datare il complesso al II-III secolo, pur se questo insediamento parrebbe essere prosecuzione di un altro precedente.

Il castellaro sanremese di CROCE DI PADRE POGGI (anche CASTELLO DELLE ROCCHE) potrebbe essere segnalato dalla scoperta di anelli murari in grandi pietre presso cui si sono viste tracce di materiale ceramico massaliota databile al IV-V sec. a. Cristo.

Monte Bignone
PIANTA TRATTA (E RITOCCATA) DA “RIVISTA INGAUNA INTEMELIA”, X, 1955

Il CASTELLARO DI MONTE BIGNONE presso Sanremo presenta i relitti di due edifici grossomodo quadrangolari, di circa 5 m. per lato e sprovvisti sia di porte che di finestre.
Il sondaggio archeologico di uno di questi edifici ha permesso di notare che i muri erano stati fatti in modo da presentare da un duplice paramento (esterno ed interno) entro cui era stato costituita un’intercapedine di terra e pietre minuzzate.
All’interno si vide che gli spigoli di questo complesso erano stati arrotondati forse per conferire maggiore solidità all’edificio.
Non si sono scoperte tracce di alcun pavimento ma piuttosto quelle di un focolare di forma ellittica.

Altri ritrovamenti che hanno fatto pensare ad un CASTELLARO si son trovati sempre nell’agro sanremese in LOCALITA’ LA VILLETTA – POGGIO RADINO dove si son riscontrati reperti di un sistema difensivo facente capo ad un terrapieno che segue l’andamento circolare della vetta del monte.

A Verezzo, Sanremo (IM), e precisamente in LOCALITA’ PIAN DEI BOSCI si sono di recente individuati, come conseguenza dei lavori per la realizzazione del metanodotto, i resti di un ulteriore CASTELLIERE ed il rinvenimento più significativo è stato dato da vari frammenti di ceramica protostorica.

Monte Colma

Molto importante nel territorio di Sanremo, nella frazione di Verezzo, fu il CASTELLIERE di MONTE COLMA dotato di una cinta muraria poligonale di circa un centinaio di metri e di dimensione abbastanza consistente.
I tratti a settentrione ed a meridione sono spessi quasi 9 metri e risultano composti da un bastione in pietre a secco a due e a tre paramenti di muro.
Si sono scoperte poi le tracce di un villaggio ed in particolare una capanna di forma rotonda che alla fine fu quasi assimilata entro strutture erette in tempi posteriori.
Secondo quanto riporta l’attento De Pasquale la capanna aveva una pavimentazione realizzata in terra battuta mentre le pareti erano state realizzate con cannicciato e rivestite di argilla cotta.

DA “RIVISTA INGAUNA INTEMELIA”, XVIII, 1963

LA VALENZA ARCHEOLOGICA DEL MONTE COLMA E’ FUORI DISCUSSIONE: M. RICCI (SCOPERTA DEL CASTELLARO DI MONTE COLMA IN “RIVISTA INGAUNA E INTEMELIA”, XVIII, 1-4, BORDIGHERA, 1962, PP. 58-62) HA DOVIZIOSAMENTE ILLUSTRATO QUESTO “MONUMENTO” DEI LIGURI PREROMANI IN CUI SI SONO RINVENUTE TRACCE DI CONTATTI CON L’AREA PROVENZALE E CON IL TERRITORIO SOGGETTO AL CONTROLLO DELLA GRECA MASSALIA, TRACCE COSTITUITE DA OGGETTI, ESPOSTI AL MUSEO ARCHEOLOGICO DI SANREMO E GIA’ RIPRODOTTE IN VARIE PUBBLICAZIONI MA CHE COMUNQUE GIOVA RIPRESENTARE AL PUBBLICO, COME QUESTO FRAMMENTO DI ANFORA MASSALIOTA DEL V-IV SECOLO A. C. ED ANCORA QUESTO FRAMMENTO IN TERRA SIGILLATA SUD GALLICA DATATA DEL I SECOLO DOPO CRISTO

Tracce di un CASTELLARO a CERIANA secondo A. De Pasquale sarebbero identificabili in LOCALITA’ CASTELLO.
Il toponimo CASTELLO a suo dire è giustificato dall’esistenza in loco dei resti di due edifici già difesi da mura e nelle cui vicinanze si sono trovati reperti di ceramica ad impasto.
Sempre nelle prossimità si vede un ulteriore accumulo di pietre che in qualche mondo circonda gli avanzi di una costruzione di cui non si son potute ridisegnare nè le funzioni nè la pianta originaria e che, stando alle ipotesi avanzate, dovette a sua volta esser circondata da mura.

Tracce di un altro CASTELLARO si individuarono secondo il De Pasquale in LOCALITA’ POGGIO di TAGGIA.
Nell’area si sarebbero infatti individuati discreti reperti di ceramica protocampana.

A MOLINI DI TRIORA nella LOCALITA’ COLLETTA DI BREGALON si sarebbero scoperti (vedi a p.27, n. 11 il De Pasquale) reperti di materiale fittile in misura e tipologia tale da identificare nell’area un antico insediamento preromano della locale civiltà ligure.
Secondo alcune interpretazioni si potrebbe pensare, vista la geomorfologia dei luoghi, ad un vero e proprio CASTELLARO.

Ancora nell’area di MOLINI DI TRIORA e precisamente alla ROCCA DI DREGO il suddetto A. De Pasquale descrive sull’omonima vetta “sul lato non a picco sulla valle e alla distanza di 20 – 30 metri dalla cima, un muro che segue, in linea leggermente serpeggiante, un arco di cerchio; è spesso tra i 75 cm. al metro e 25 e si innalza in certi punti per un metro e mezzo. E’ significativa la scoperta di ceramica protostorica” (p. 27, n. 13).

Nell’AREA DI RIVA LIGURE, CASTELLARO E MONTE GRANGE nella LOCALITA’ MONTE DELLE ANIME, secondo il De Pasquale la scoperat di molti reprti frantumati di ceramica romana, massaliota, protocampana e del periodo altorepubblicano della romanità (IV-III sec. a.C.) portano a individuare in questa area un ulteriore insediamento romano.

Sempre nella zona, nell’area del paese di CASTELLARO, alla LOCALITA’ MONTE SETTEFONTANE si sono viste mura in buon stato di conservazione che raggiungono in altezza il metro e mezzo e che fanno pensare all’esistenza qui di un CASTELLARO LIGURE o comunque di un insediamento preromano.

Ancora nell’area geografica di CASTELLARO e precisamente al MONTE FOLLIA gli scavi archeologici hanno riesumato una “struttura di contenimento, di cui sono stati individuati solo la base realizzata da grossi pietroni a secco e il materiale di riempimento, consistente in pietre perlopiù piatte e disposte in senso obliquo e verticale. E’ emersa inoltre ceramica preromana in frammenti e resti di scorie metalliche forse consentono di individuare in loco un’officina per la fusione di oggetti di ferro” (vedi De Pasquale).

Le prime testimonianze di insediamenti umani nella valle sono sono state individuate su una CUSPIDE MONTANA prossima al MONTE FAUDO e precisamente sull’importante MONTE FOLLIA, dove si sono scoperti relitti abbastanza significativi di un arcaico presumibile CASTELLARO LIGURE – PREROMANO. Sul FAUDO, per quanto riguarda la CIVILTA’ RURALE ARCAICA LIGURE PONENTINA risultano di rilevante interesse storico-documentario le “supenne” o “caselle”, costruzioni tronco-coniche in pietra (vedi sopra l’immagine) per il riparo dei contadini, del bestiame e per custodire gli attrezzi; la loro particolare metodica di realizzazione che si è tramandata nei secoli in mode pressoché immutato. IMMAGINE DA REPERTORIO TURISTICO – PROMOZIONALE CURATO DAL COMUNE DI DOLCEDO

da Cultura-Barocca

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