Terremoti nell’estremo ponente ligure

Sanremo (IM): Bussana Nuova

La Liguria occidentale è “terra a rischio sismico” e vari son stati i TERREMOTI che l’hanno colpita: sicuramente, a prescindere dagli indubbi problemi idrogeologici cui fa cenno l’Aprosio nel suo REPERTORIO BIBLIOTECONOMICO, fu grave un SISMA poco dopo la META’ DEL XVI SECOLO (1564) che mise in ginocchio non solo Ventimiglia ma molti altri centri, liguri, sabaudi e pertinenti sia alla Provenza che alle Alpi Marittime (non è forse casuale che un decennio dopo molte famiglie dell’agro ventimigliese emigrino in massa verso la Corsica denunciando il loro stato di prostrazione)
Prescindendo da quanto resterà per sempre ignoto, a proposito di questa terra speleologicamente complessa è comunque scientificamente doveroso riprendere dal Manoscritto Borea -apportando via via gli opportuni arricchimenti di documentazione critica- i TERREMOTI più significativi della Liguria occidentale, quelli cioè del 15641638175517821808 (noto quale Terremoto di Pinerolo impropriamente datato al 1807 nel Manoscritto Borea) – 181218171818181918201821182918311832.

Una fra le pagine più sconvolgenti fu “scritta” nel febbraio del 1887, con un SISMA COSI’ TERRIBILE che richiamò persino l’attenzione del Mercalli qui giunto per studiare il cataclisma, tanto grave che, come si vede dalle prime istantanee, convivevano DISTRUZIONE, TERRORE E CAOS cui si potè porre rimedio con una certa lentezza dati gli strumenti a disposizione e data la necessità di approntare per i senzatetto delle GIGANTESCHE TENDOPOLI come la TENDOPOLI che fu approntata nella piana di ARMA DI TAGGIA.

Pompeiana (IM), Costa Panera: ruderi del terremoto del 1887

Del TERREMOTO DEL 1887 che comunque flagellò tutto il PONENTE LIGURE, causando oltre un MIGLIAIO TRA MORTI E FERITI esistono alcune relazioni e tra quelle che maggiormente coinvolgono si possono rammentare quella stesa, sotto forma di ricordanze, da LUIGI AMORETTI (nel suo volume di ricordi Le opinioni dello zio Giovanni) per quanto concerneva il territorio di ONEGLIA e soprattutto quella redatta, in qualità di testimone oculare, da DON G.B. ZUNINI (originario di Baiardo) parroco di Pompeiana, nel vasto retroterra fra Taggia e S. Stefano al Mare, (che finì il suo apostolato come Parroco della Chiesa ventimigliese della Consolazione meglio nota come di S. Agostino) che offrì una straordinaria descrizione della tragedia in un suo Diario intitolato Pompeiana/ Memorie di sua antichità, dipendenze, Opere Pie, Chiese, Rettori, Prevosti e di quante altre notizie potè trovare e raccogliere il Prevosto Don Zunini:
“…1887:1. – Finché gli uomini avran memoria [scrive nel suo DIARIO il parroco Zunini]”, non sarà dimenticato quest’anno in Pompejana [borgo peraltro già provato da un violento sisma nel 1831, subì gravissimi danni] come in altri paesi di Liguria. Quali infelici giorni, e quai disastri non apportò esso dal 23 febbrajo, giorno delle Ceneri. Nei tre giorni precedenti a questo parve, che il demonio più che in ogni altro Carnevale avesse acceso a scarnascialare la gioventù e quanti uomini e padri di famiglia son piuttosto dediti all’ubbriacchezza e al disordinato operare. Il mattino stesso del 23 sunotato, poco tempo prima suonasse l’Ave Maria, la funzione e la Predica delle Ceneri, giovinastri, scorrazzavano ancora per le strade, ebbri di divertimenti, di gozzoviglie, di balli fino allora tenutisi aperti in osterie. – Però sul far del giorno, verso le sei ore, mentre il popolo trovavasi in Chiesa intento ad ascoltare la predica delle Ceneri, che si fece dopo il Vangelo della Messa, quale sorpresa! Mentre il Predicatore, certo Teologo Giacomo Moraglia di Pontedassio, asserendo “che quaggiù tutto è labile e fugace”, usciva in un infatti per le rispettive prove, s’ode come un rombo sotterraneo, indi uno scricchiolio dei tegoli della Chiesa, come fossero essi percossi da grossi chicchi di grandine. E che è? Che non è? – Tutti si mettono sull’attesa, ma non passa un’istante, che tutti capiscono di che si tratta. La Chiesa da est a ovest si muove ondulando agitata; indi traballa e par si contorca; il terrore è al colmo, quando con acuto suono sentesi come lo strappo del volto della navata di mezzo. Allora fu un gridio e strillo universale con un fuggifuggi indescrivibile: altri verso la porta, altri verso la sagristia. Ed era già vuota la Chiesa, quando durava ancora il terribile moto. Si cessò finalmente; ma volendo io, che m’ero inginocchiato presso l’altare con la pianeta, ripigliare la Messa, non trovai più chi la servisse. Solo era rimasto in coro certo Giovanni Clerici Scorrion. Pensai di qui recarmi sulla porta della Chiesa, passando nel corridoio di mezzo, ad invitare la gente, perché dalla piazza, chi non si fidava ad entrare dentro la Chiesa, sentisse la Messa, che io andava a continuare, per questi motivi: 1° per ringraziare Iddio, che non successe in Chiesa disgrazia ad alcuno – 2° perchè se Iddio avea permesso quel flagello a punizione dei nostri peccati, egli piu facilmente fosse indotto a placare il giusto suo sdegno. Devotamente infatti si inginocchiarono tutti sulla piazza, ed io a porte spalancate andai a riprendere la celebrazione del S. Sacrifizio. Se non che, era appena entrato nelle preghiere del Canone, che dopo un terrifico boato ripigliò veemente il terremoto sino a persuadermi, che fosse la fine del mondo, e a raccomandarmi, prostratto in ginocchio e invocando il patrocinio della Madonna e dei Santi, l’anima e la popolazione a Dio. Mi si rizzano i cappeli ogni qual volta penso a quegli istanti. Pregava io forte dall’altare e il popolo piangente mi rispondeva dalla piazza – gridando taluni: Fugga, Signor Prevosto, che si dirocca la Chiesa: scappi! Però, come Dio volle, finì senza danno ad alcuna persona anche questa seconda terribile scossa, e potei finire la S. Messa, che, spero, sarà stata graditissima al Cielo, non già per il raccoglimento e l’esattezza delle cerimonie, che solo sa Iddio come in questi mi sarò diportato, ma per la fede e la compunzione, che mi si eccittarono vivissime, e pel coraggio, con cui zelai il ministero, dinnanzi ad un popolo esterrefatto ed avvilito.

2. – Fin qui però non si pensò più lontano della Chiesa. Si sospettò, sì, da taluni, che da quelle scosse potea esserne venuto qualche pò di paura nelle case; ma non si sospettarono danni e disastri, perché nulla s’era visto rovinare in Chiesa. Io, ad esempio, per mia parte sospettai che case, come la mia Canonica, pregiudicate antecedentemente, si fossero aggravate – ma non credeva che ciò fosse in gran proporzione; giacché facea conto che in Chiesa la cosa fosse apparsa più grave, atteso l’argomento del predicatore, cui eravamo tutti intenti; e la vastità della Chiesa stessa; e l’oscurità della notte, che non ancor ivi dissipata nulla ci lasciava vedere -. Quando però uscimmo di Chiesa, e si riportò sulla piazza che il paese sotto la Chiesa era mezzo diroccato – che vi era gente a salvare dentro finestre riparatasi – che si teme siane altra rimasta vittima sotto le macerie – che altri grondano sangue ed altri morenti: mio Dio! fuori me stesso, piangendo, corsi sul luogo dimentico della Casa Canonica; e davvero! che le referenze non eran false. Straziato nel cuore ed attontito nella mente, vidi che l’abitato, tutto sdruscito, qui era in parte caduto dei volti, lì cadente; qui squilibrato, lì minaccioso – e che delle poche famiglie, che non eran venuti alla Chiesa, pochi andarono esenti da morte o da ferite. Vi furono infatti cinque morti, tutti trovati nel letto schiacciati, e undici gravemente feriti, che si scavarono e di cui però niuno mori. – Non oarlando di aui delle molte strazianti scene, cui dovetti assistere ora ascoltando confessioni a campo aperto, or intromettendomi tra rovinosi muri per assolvere, se fosser ancor vivi, i supposti morti sotto le macerie, basti sapere, che 131 famiglie dovettero abbandonare le antiche abitazioni e ritirarne alla meglio poche masserizie, per andarsi ad attendare nella vigna o Piano del Prevosto. E qui di nuovo come non piangere? Vedere tante miserie e tanti guai senza un rimedio, che crepacuore per un Parroco! – Suonarono intanto le nove ore da breve, cioé tre ore dopo la catastrofe, ed ecco nuova, più breve, ma non men terribile scossa preceduta da rombo terrifico. Si era all’aperto, eppure… tutti mettersi a strillare, e ad invocare la misericordia di Dio e della Madonna tra le lagrime e i singhiozzi, anche da parte degli uomini più ardimentosi ed ancor mezzi ubbriachi dalla notte, fu la stessa cosa. Questa scossa, che prima osservai dall’aperto, mi diede l’immagine viva di quello scotimento, che in tutto il suo corpo praticano i cavalli ed i muli dopo essersi levati da giacere. Viva, sussultoria, ed ondulante con rapidità indicibile. Decise essa a cadere molti muri, che eran rimasti, dirò così, a mezz’aria per le scosse precedenti. Finalmente il dopo pranzo verso due ore, mentre presso di mia sorella Felicina, sul Canto, m’ero assiso, come tutti gli altri sotto un’albero a sdigiunarmi e a pigliar fiato, si sentì altra scossa sensibile, che però, come le altre della notte e dei giorni seguenti, non eccitarono più a molto spavento, fino a quella degli 11 marzo seguente, che di nuovo mise in apprensione, e fece rovinare qualche muro.

3. – La prima giornata passò intanto senza che il popolo si avvedesse più che tanto dei suoi casi. Era la gente come sbalordita, e credeva d’aver sognato. Io ad esempio fino alla sera non avea ricordato di osservare la Chiesa, che tutta era stata ristorata due anni innanzi, e la Canonica, che già avea i volti abbastanza screppolati. Allor però osservai la Chiesa, e me meschino! le tre chiavi o rondini principali della navata di mezzo erano strappati; sicché il volto tutto era minaccioso avendo una fenditura dalla facciata al presbiterio ed altre fessure in cento direzioni. Più erano strappate le due chiavi o rondini della navata appoggiata al Campanile, e proprio le due, che pare si leghino col Campanile stesso – La Canonica poi faceva paura; il volto della sala s’era mezzo sfondato, e quelli delle camere, se non erano sfondati aveano pur essi marchi spaventosi. Fu di qui, che quella notte e varie altre in seguito seguii l’esempio di tutti, anche degli abitanti di Barbarasa e delle Ca-Soprane, i quali furono più rispettati dal terribile flagello benche non siano rimasti incolumi – fu di qui, dico, che non dormii in Canonica, ed accolsi l’ospitalità offertami dall’amico Vincenzo Natta Paladin, il quale colla sua famiglia ed i vicini improwiso una baracca in legni e tende coperta di tegole presso la sua casa. Eravamo assieme un 35 o 40 persone – L’indomani però quando giunsero le nuove della Liguria, qualmente cioè era stata quasi tutta colpita dall’immane disastro, sicché Savona, Finalmarina, Albenga e tutta la provincia di Porto Maurizio lamentavano danni incalcolabili – e che a Diano era successa una generale distruzione con molte vittime; a Oneglia uno sconquasso senza esempio; a Bajardo, mia patria, un’ecatombe di 231 persone schiacciate, e molte altre orribilmente ferite dal tetto a volto della Chiesa, che rovinò d’un colpo; a Bussana [scrisse ancora nel suo Diario il Parroco Zunini] il diroccamento delle case e della Chiesa, onde molti seppelliti sotto le rovine [BUSSANA VECCHIA sarebbe poi stata abbandonata dalla popolazione: in un sito prossimo alla costa venne riedificato il borgo, la NUOVA BUSSANA, destinata ad un proficuo sviluppo mentre il diroccato centro antico dopo un lungo abbandono -e tra varie controversie- divenne sede e ritrovo di molti artisti, specie stranieri, attratti dalla bellezza spettrale del sito e dallo spettacolo della terribile potenza naturale qui scatenatasi con la conseguenza tante vittime innocenti]; a Castellaro lo sfondamento del volto della Chiesa, benché a tratti, sicché molti si poterono salvare; a Ceriana, a Taggia ecc. altri guai – allora un panico più ragionato invase gli animi di tutti, ed ognuno cominciò a vedere seriamente i proprii guai, e a pensare alla giustizia di Dio – che quindi la si dovea placare con l’intercessione di Maria Vergine invocata con preghiere. Da quel dì infatti si manifesto un gran risveglio di fede; e per più tempo dopo il suono dell’Ave Maria della sera giovani e vecchi, buoni e malvagi si ritiravano nelle loro tende o dei vicini per attendere alla fervida recita del S. Rosario, che prolungavasi per ore ed ore con altre preghiere…” [edito in Pompeiana nella Storia di M. De Apollonia – B. Durante, Pompeiana/ Pinerolo, 1986, pp.132-136].

Sanremo (IM): la Bussana (Vecchia) distrutta dal terremoto del 1887

La BUSSANA NUOVA fu edificata quindi sulla riva del mare e prese a fiorire anche in fuzione della sua vicinanza alla linea ferroviari ed a quella STRADA DELLA CORNICE che sarebbe poi divenuta la moderna STATALE AURELIA.
Gli orrori del terremoto non poterono però essere dimenticati e così sul promontorio detto delle anime si costruì il SANTUARIO DEL SACRO CUORE DI GESU’ che tuttora presiede in modo imponente a tutto il complesso architetonico di BUSSANA NUOVA.
Ci narra Giovanni Meriana nel suo irrinunciabile e preziosissimo lavoro sui Santuari in Liguria che al centro di questa iniziativa stette la figura di Don Francesco Lombardi, parroco di Bussana dal 1857 al 1882, che la Domenica delle Palme del 1894 (era un 18 marzo) si pose idealmente a capo della “fuga” dei suoi antichi parrocchiani dal vecchio paese distrutto.
Pagine forse più poetiche anche se meno oggettive ci ha lasciato un testimone oculare, quel Fra Ginepro da Pompeiana che nei suoi scritti sul borgo natio, appunto Pompeiana, riferendosi al sisma ebbe modo di elogiare grandemente l’opera sociale e spirituale di F.Lombardi.
Convinto che nonostante la tremenda gravità dell’evento Dio avesse comunque dato una prova della sua clemenza e mosso da una sincera devozione per il SACRO CUORE DI GESU’, don Lombardi, a titolo di ex-voto, volle “portar via” dalle macerie dell’antica Bussana e più precisamente della sua stessa ormai distrutta CHIESA PARROCCHIALE [vittima di una GENERALE DISTRUZIONE (come si ricava dalla drammatica confusione delle primissime istantanee)] , proprio il Culto del Sacro Cuore che vi era stato istituito nel 1767.
Ne derivò il grande santuario del SACRO CUORE DI GESU’ di BUSSANA NUOVA reso splendido dall’opera indefessa di don Lombardi.
L’edificio, ad una sola navata, riflette un certo gusto bramantesco ed è carico di simboli e decorazioni: il Meriana in particolare definisce “straordinarie opere dell’artigianato artistico” il coro, che è del 1910, ed il pulpito (del 1901).
Sulla destra di chi entra nel Santuario si può quindi vedere la magnifica tomba di don Lombardi di cui è in atto la pratica di beatificazione.

da Cultura-Barocca

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